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ntichrist, 3^ ed., Graz 1938; J. Kroon, De Antichrist, in Studiën, 70 (1938, 1), pp. 204-12; J. M. Bover, El principio de autoridad, obtrótulo o la aparición del Anticristo: un texto misterioso de s. Pablo (II Thess. c. 3-6), in Rerdo y Fé, 118 (1939), pp. 94-103; J. Holaner, L'Apastolo Paolo (trad. it.), Brescia 1939, pp. 284-93; J. R. Orchard, St. Paul and the Book of Daniel, in Biblica, 20 (1939), pp. 172-79; E. Lohmeyer, s. v. in Reallexikon I. Antike und Christentum, I, Lipsia 1942, pp. 430-57; A. Arrighini, L'A., Torino 1943; P. H. Purfer, The Mystery of Lawlessness, in Cath. Bibl. Quarterly, 8 (1946), pp. 179-91.

Sull'A. nella concezione popolare e nella letteratura medievale: E. Wadstein, Die sachatologische Ideengruppe : Antichrist, Weltabbar, Weltende und Weltgericht, Lipsia 1896; H. Preuss, Die Festallungen vom Antichrist im späteren Mittelalter, Lipsia 1906; E. Bernheim, Mittelalterliche Zeitanschauungen in ihrem Einfluss auf Politik und Geschichtsschreibung, I, Tubinga 1918, p. 70 sgg.; G. Hasenkamp, Das Spiel vom Antichrist, Münster 1933; L. U. Lucken, Antichrist and the Prophets of Antichrist in the Chester Cycle, Washington (Univ. Carolina) 1940.

Antonino Romeo
ANTIDICOMARIANITI (antimarianiti e antimariani). - Eretici del sec. Iv che seguirono le dottrine di Elvidio (v.) e Gioviniano (v.), e si diffusero specialmente nell'Arabia.

Costoro, come indica il nome stesso, ( dot{α} ∨ τ ι δ i κ o ς ), avversavano il culto di Maria, negandone in modo particolare, e contro tutti i testi del Nuovo Testamento, la verginità prima e dopo il parto. Prima del parto, perché pretendevano che Gesù fosse nato naturalmente, non sembrando loro
possibile che da una nascita verginale Gesù potesse aver ricevuto un corpo reale e una completa natura umana accanto alla natura divina, che del resto spiegavano in modo da far di Gesù una divinità subordinata al Padre. Dopo il parto, perché pretendevano che Maria avesse avuto altri figli, basandosi erroneamente sul Vangelo il quale parla dei « fratelli di Gesù », cioè dei suoi cugini. Gli a. come setta a parte sorta nel sec. iv in Arabia, furono confutati da Epihno in una lettera a loro diretta. In seguito furono indicati con quel nome tutti quelli che negavano la verginità di Maria, come Elvidio e Gioviniano, che nel 389 furono condannati da papa Siroio, e i loro seguaci che furono combattuti da s. Ambrogio, da s. Girolamo e da s. Agostino. Quest'eresia riaffiora nel sec. xv presso molti seguaci della Riforma, come attesta il Caniolo.

BibL.: J. Tixeront, Histoire des dogmes, II, Parigi 1912, p. 193; H. Quillier, s. v. in DThC, I, coll. 1378-82; A. Lehaut, s. v. in DHG, III, coll. 343-44.

Angelo Audino
ANTIFINALISMO: v. Finalismo.
ANTIFONA. - Da 'Avтıбєоŋ́ = canto alternato fra due cori. E una breve formola, composta da una o più frasi che mette in risalto il significato del salmo: è come una chiave per l'interpretazione del salmo stesso, dal quale quasi sempre è tolta, e ne indica il pensiero principale, ad es. negli uffici feriali e domenicali. A volte, poi, illustra il mistero che si celebra, come le a. proprie delle feste o del Communne Sanctorum (v.), che sono brevi preghiere, lodi od invocazioni prese da passi scritturistici o composte ex nova, quali gli uffici ritmati molto in voga nel medioevo. Anticamente l'a. era un ritornello, un breve canto intercalare nei salmi cantati da due cori, ciò che era detto salmodia antifonica. Ripetevasi ad ogni versetto del salmo; ma, con l'andar del tempo, sia per mancanza di cantori, sia anche per rendere più breve l'ufficiatura, si cantò solo al principio ed alla fine del salmo. Nella Messa, invece, all'Offertocto ed al Communio, soppresso il salmo, è rimasta la sola a. ed all'Introito l'a. col primo verso del salmo.

La salmodia propriamente antifonale ebbe origine ad Antiochia (cf. Socrate, Hist. Eccl., 6, 8; Teodoreto, Hist. Eccl., 2, 19); s'introdusse poi a Costantinopoli, per opera di s. Giovanni Crisostomo, ed a Milano, ad iniciativa di s. Ambrogio, donde poi si propagò in tutte le chiese di rito latino. Nel sec. vi l'a. cessò di essere un canto intercalare nei salmi, e venne ad assumere il valore di ciò che è anteposto al salmo, che è detto prima di esso. S. Gremano di Parigi dice infatti : «Antiphona dicta, quia prius ipsa anteponitur» (Ep. altera de comm. officio).

Il canto antifonale era già in uso presso gli ebrei (Eud. 2, 12, 39) e fra i pagani, come lo dimostrano per gli Indiani il Rgveda, per i Greci l'inno in onore di Apolline di Delfo, e per i Romani i versus Jacemini. Tertulliano afferma che i più zelanti cristiani aggiungevano alle loro preghiere l'Alleluia ed ai salmi una tal formola conclusiva che i presenti potevano ripetere (De Orat., 27). Eteria Silvia (v.), parlando dell'ufficio notturno a Gerusalemme nel sec. iv. scrive: «Psalmi responduntur», e che uno dei sacerdoti dice nell'ufficio mattutino un salmo «et respondent omnes» (Perger., 24, 1-9).

Nella liturgia latina attuale l'a. si recita intera prima e dopo il salmo al Mattutino, alle Lodi ed al Vespro nei giorni di rito doppio; nei semidoppi e semplici si accenna al principio e si dice per intero alla fine del salmo. Nelle ore minori di Prima, Terea, Sesta, Nona e Completa si accenna sempre al principio e si dice per intero alla fine dei tre salmi. Intonare l'a. è un onore che, ad es., si Vespri solenni, nelle chiese cattedrali, collegate e conventuali si manifesta con una preintonazione fatta dal primo cantore il quale, vestito di sacri paramenti, si reca al posto di chi deve intonare.

Filippo Oppenheim
Musica. - Il canto dell'a. era eseguito in più ma-

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niere : sia riunendo simultancamente la stessa melodia in tessitura diversa, ad es. all'ottava; sia seguendo la stessa melodia a due cori distinti, oppure con melodia diversa. In Oriente, nei secc. III e Iv, i salmi erano così eseguiti antifonicamente : gli uomini da una parte, le donne e i bambini dall'altra. E stata chiamata a. anche un ritornello o corta frase (col tempo d'allungo) che si intercalava tra i versetti dei salmi, o almeno si cantava al principio e alla fine. Questa maniera di canto era come opposta ad un'altra forma, chiamata indirectum o sine antiphona, eseguendosi allora tutto il salmo senza intercalazione.

Il testo dell'a., preso dallo stesso salmo, ha una forma musicale semplicissima, tale de poter essere appresa bene a memoria da tutri i fedeli alternantisi col clero o col solista. Ma quando, in seguito, il testo fu desunto da altri libri biblici, da composizioni agiografiche o fu appositamente composto, allora anche la melodia è, a volte, più sviluppata. Il tono del salmo dipende assolutamente dal modo dell'a., anzi la stessa finale del succulorum anew (E.U.O.A.E.) è scelta preferendo quella che meglio favorisce il passaggio del salmo all'a.; cosa ancor più necessaria quando l'a. si ripeteva tra i versetti del salmo. In certe solennitá questa ripetizione, ad es. nel canto del Minguifical, si diceva «far trionfare l'a.». La scelta di una sola dominante è stata fissata, nel gregoriano, per comodità dei cantori, ma non sempre è quella richiesta dalla costruzione. Nel canto ombrosiano si prende come dominante del salmo quella propria dell'a. A volte il tema musicale dell'a., specialmente se il testo è dello stesso salmo, è così ben cadenzato ed armonica nelle sue proporzioni, che si è adoperato come formola melodica dei piccoli responsori con l'Alleluia. E stata emessa l'ipotesi che parecchi temi di queste a. semplici sarebbero presi da canti popolari profani per meglio facilitare il canto dei fedeli. Niente può affermarsi di concreto, però si deve dire che non è impossibile, come non è impossibile che vi siano temi orientali. In ogni modo, la Chiesa ha saputo assimilare e adattare perfettamente tali temi, santificandoli.

La musica segue, nelle a., quasi passo passo la fraseologia del testo, con la sua accentuazione melodica propria. Non si può negare che alcune melodie, fatte originariamente per un testo determinato, siano diventate come tipo e modello da adottarsi a diversi testi che presentano disposizione letteraria simile, e anche con modifiche cadenziali o di semplice passaggio, che ci rivelano tutto un sistema proprio del canto gregoriano. Nelle a. troviamo in modo particolare la forma di centone con i suoi nomoi. Questo procedimento antichissimo, anche anteriore al canto gregoriano, costituisce musicalmente un vero musaico di formole vaganti, ma che rivelano un gusto squisito. Altre volte la melodia dell'a., a causa del testo, è disposta come in strofa, a modo di inno o sípuos (v. Irsso). La costruzione delle melodie delle a. presenta specialmente la forma ad arco, come corrispondente alla melodia della parola; cominciando dalle note inferiori, si sviluppano in alto verso il centro e ritornano alla base. Non sono, però, rari i casi che la melodia cominci in alto, come ex abrupto, particolarmente ispirata nella stessa espressione del testo.

Bim.: A. Gevaert, La Mélopée antique dans le chant de l'Eglise latine, Gand 1892: P. Gastoud, Les origines du chant romain, et l'art gregorien. Parigi 1907: P. Wagner, Origine e sviluppo del canto liturgico, trad. ital., Siena 1910: H. Leclercq, s.v. in DACl., I, coll. 2282-2319: R. Aigrain, Liturgie. Pariai 1931, pp. 322361; G. Destefani, La S. Messa nella liturgia romana, Torino s.d., p. 337 199.: I. Schuster, Liber Sacramentorum, I, Torino 1932. p. 71 : II, p. 121 ; P. Ferretti, Estetica Gregoriana, Roma 1934: P. Alfonso, L'antifonario dell' Ufficio romano, Subiaco 1935: M. Righeni, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 911-16. Gregorio M. Suhol

ANTIFONARIO. - Il nome deriva etimologicamente da antifona (v.); oggi, però, quando si parla di a. s'intende il libro liturgico che contiene tutti i
canti che servono per l'ufficio divino: quindi non solo antifone, ma anche inni, versetti, ecc. Non di rado, specialmente dagli studiosi di canto gregoriano, il termine viene usato per designare l'insieme di canti liturgici che si fanno rimontare per tradizione a s. Gregorio Magno, e ciò specialmente quando vi si aggiunge l'appellativo gregoriano. Nome e contenuto han subito diverse vicende nel corso dei secoli. Nel medioevo si trovano le denominazioni : Liber antiphonarius, Antiphonarium, Antiphonale, con vari significati a seconda dei tempi e lunghi. Nel sec. viII, ad es., a. significava la raccolta dei canti che servivano per la Messa, mentre l'insieme dei canti per l'ufficio si chiamava Liber responsalis. Ma dil tempo di Amulario cioè dal sec. Ix in poi, il libro dei canti della Messa si chiama Grochale come oggi (o anche Antiphonale Missarum), e quello dei canti dell'ufficio a. Questo però a sua volta venne a sdoppiarsi in due libri distinti : l'insieme dei canti che servivano per gli uffici diurni conservò il nome di a., cui si aggiunge spesso l'appellativo diurno, mentre la raccolta dei canti per gli uffici notturni prese il nome di Responsoriale. Questa è anche la terminologia attuale. Tra il x e il xili sec. si operò anche per l'a. un processo analogo a quello subito dal Sacramentario, che divenne il Messale plenario. Al primitivo a.-responsoriale si aggiunsero il Salterio e l'Innario, poi ancora il Lezionario e l'Omiliario di Alcuino, e si ebbe cosi l'a. plenario. Quando, più tardi, se ne fecero delle copie senza note, ne nacque il Breciario, cosi chiamato perché nella sua mole relativamente piccola si presentava molto ridotto e abbreviato rispetto al suo predecessore.

Autori antichi e moderni attribuiscono l'a. a s. Gregorio Magno. La questione è stata molto dibattuta tra 1
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Antiponario - Liber de festivitacibus Sanctarum, copiato da Damiano Borelli di F. Damiano (Asti), nell'anno 1332. Asti, biblioteca del Seminario.

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Antigonario - A, con miniature di scuola ferrarese (sec. xv). Ferrara, Capitolo della Cattedrale.
dotti, specialmente alla fine del secolo scorso. Si mise decisamente contro la tradizione, sebbene altri prima di lui avessero mossi dubbi e difficoltà contro l'opinione comune, Augusto Gevaert, che tolse la paternità dell'a. a s. Gregorio Magno per attribuirla al papa Gregorio II (715-31). Al Gevaert rispose G. Morin, che in una breve ma acuta analisi esaminò tutti gli argomenti pro e contro, e concluse affermando i diritti della tradizione. Col Morin si schierò tutta una serie di studiosi, e cosi prevalse ben presto l'opinione tradizionale. Non si può però affermare che la controversia sia definitivamente chiusa in favore di s. Gregorio Magno, e non mancarono tentativi anche recenti nel senso antigregoriano. Comunque, la tesi tradizionale ha ottimi argomenti in suo favore, e le difficoltà che le si oppongono sono per lo più di carattere negativo. Nessuno, del resto, ha mai preteso di affermare che s. Gregorio sia autore dell'a., com'è autore, ad esempio, della Regola pastoralis o dei Dialoghi: la sua opera personale al riguardo deve essere stata analoga a quella comunemente ammessa per il Sacramentario che porta il suo nome. Egli dové prendere il fondo dei canti del sec. IV con le aggiunte e modificazioni dei due secoli seguenti, scegliere quelli che gli parvero più convenienti, rifonderli «imprimendo loro», come dice bene il Morin, "le note caratteristiche del suo genio: naturalezza e descrizione, semplicità e armonia ", e poi distribuirli per l'anno liturgico da lui riordinato. Probabilmente vi aggiunse anche qualcosa di suo, secondo i bisogni delle nuove feste; ma i pezzi da lui composti non devono essere molti. Anche riducendo a queste proporzioni l'attività personale del grande Pontefice, crediamo che l'a. non porti a torto il suo nome. Quest'opera di revisione e di ritocco fu, in parte almeno, definitiva : nessuno ardi poi metter mano su ciò che si credeva fosse stato ispirato al santo Papa dallo stesso Spirito divino. L'a. autentico di Gregorio si conservò per lunghi anni, al dire di Giovanni Diacono che ne scrisse la vita, nel Laterano, legato con una catenella all'altare maggiore della basilica. La Schola cantorum, istituita dallo stesso Papa, lo considerava come una delle reliquie più care e più preziose del sun fondatore.

I papi nel corso dei secoli vir, viir e ix si occuparono dei canti dell'a.; tra essi è da ricordare Bonifacio IV
ellievo della schola e greco di nascita. Dal suo pontificato datano gli uffici della S. Croce, dell'Annunziazione e della Natività della Madonna, e in parte anche della Purificazione. E facile accorgersi che questi canti presentano uno stile ben diverso da quelli gregoriani. Alcuni sono presi di sana pianta dalla liturgia greca, tanto per il testo che venne tradotto in latino, quanto per la melodia. Altri papi che si interessarono attivamente del canto furono Gregorio II e Adriano I (772-95), il quale inviò nelle Gallie, su richiesta dei re franchi, copie dei libri liturgici romani, che ebbero cosi una nuova diffusione. Ci sono noti anche i nomi di tre abati di monasteri vicini a S. Pietro a Roma, i quali lavorarono diligentissime sul repertorio di canti: Cataleno, Mauriano e Virbono.

I manoscritti più antichi dell'a. per l'ufficio sono rappresentati dal codice della biblioteca Nazionale di Parigi, Lat. 17. 436, della seconda metà del sec. IX, proveniente dall'abbazia di S. Cornelio di Compiègne, e dal cod. 390 di S. Gallo del x sec., chiamato l'a. del beato Hartker, dal nome del monaco che lo scrisse. A partire dal sec. IX fino al xiv, abbondano i manoscritti dell'a. che riproducono il fondo più antico, ma con tutte le aggiunte di uffici nuovi creati dal sec. xi in poi. I pezzi nuovi però sono facilmente riconoscibili, e si fanno diversi sempre più dallo stile gregoriano, anche se non mancano di valore artistico. Da notare in particolare il tipo di a. che si fissò tra il sec. xi e xir a Roma, nelle due basiliche del Laterano e di S. Pietro. Fu questo l'a. della Curia, che poi passò nel breviario di Pio V e quindi anche nel breviario e a. attuali. I più notevoli a. miniati sono quelli del sec. xiri, nella biblioteca Civica di Padova e quella di Girolamo da Cremona nella biblioteca Piccolomini di Siena.

Dal sec. xiri in poi, l'interesse musicale verso la nascente polifonia, l'ignoranza delle antiche regole, l'incuria ed altre cause prepararono la decadenza del canto sacro. Tuttavia, fino al sec. xvi, nonostante il cattivo gusto dell'esecuzione, la struttura del canto rimase inalterata, e si continuarono a riprodurre per quanto possibile le antiche melodie. Ma nel 1582 comparve il famoso Directorium chori di G. Guidetti (v.), il quale ebbe l'infelice idea di correggere il canto secondo i gusti del tempo, riservando in particolare tutti i gruppi di note alla sillaba accentata. La via era ormai aperta ad ogni sorta di contaminazioni. Nel 1614-15, la stamperia del card. de' Medici pubblicò l'edizione dell'a., chiamata poi Medicea, in cui l'antico canto fu sottomesso a una vera e propria mutilazione, sopprimendo i melismi o accorciandoli, cambiando, spostando e componendo anche qualcosa di nuovo. Non rimase che uno scheletro nullo e senza vita. Si volle far passare questo sfregio all'arte sotto il nome del Palestrina, ma ricerche più accurate hanno sfatato questa leggenda. Nel 1871 l'editore Pustet di Ratisbona ristampò la Medicea, che nel 1873 venne dichiarata ufficiale dalla S. Sede. Ma frattanto andavano maturandosi i tempi della restaurazione. Gli studi liturgici, per opera soprattutto di Dom Guéranger, rifiorivano a nuova vita. Molti studiosi cominciarono ad interessarsi dell'antica melopea gregoriana e a compulsare gli antichi manoscritti che la presentavano com'era nella sua epoca d'oro. Tra questi ricordiamo i nomi di G. Pottier e di A. Mocquereau, monaci ambedue di Solesmes, che si posero a capo del movimento di restaurazione.

Il favore di Leone XIII prima, e l'avvento al soglio pontificio di Pio X poi, segnarono il trionfo della causa gregoriana. Pio X istitui un'apposita commissione per restituire il canto ad fidem codicum. Frutto di tanti studi, uscirono nel 1908 il Graduale e nel 1912 l'a. per gli uffici diurni. Non si può dire che questa edizione ufficiale vaticana risponda a tutte le esigenze della critica paleografica gregoriana; ma è certo che essa segna

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Antille - Le Grandi A. I. Ferrovie: 2. Confini di circoscrizione ceclesiastica.
un enorme passo in avanti rispetto all'edizione medicea. Più accurato e aggiornato sotto l'aspetto critico è l'Antiphonaie Monasticum, pubblicato nel 1934 a cura dei monaci Solesmensi. v. Corale e Notazione Musicale.

Bibl.: Amalario di Metz, Liber de ordine Antiphonarii: PL 102: Agobardo di Lione, De correctione Antiphonarii: PL 104: A. Geraort, Les origines du chant liturgique de l'Eglise latine, Gand 1890: G. Morin, Les véritables origines du chant grégorien, Maredsoos 1890: A. Gastinot, Le Graduel et l'Antiphonaire romaine, Lione 1913: J. Baudot, L'Antiphonaire. Parigi 1913: F. Cabrol. Les âtres de la liturgie latine, Parigi 1930: P. Alfonso, L'Antifonaro dell'Ufficio Romano, Subiaco 1932: R. J. Hesbert, Antiphenale missarum sextupleo, Bruxelles 1932. Cf. pure La Paléographie musicale, edizione fototipica di molti manoscritti gregoriani, a cura dei monaci di Solesmes (dal 1890 in poi). Pelagio Visentin - ANTIFONE O. - Il 17 dic. nella liturgia romana incomincia al Magnificat una serie di antifone speciali in preparazione alla festa di Natale. Si chiamano Antiphonae Maiores, per ragione della particolare solennità con cui vengono cantate, oppure Antiphonae O, perché tutte cominciano con questa interiezione. Oggi sono sette, ma questo numero non è stato sempre costante. Nel medioevo arrivavano a nove in alcune chiese, e altrove fino a dodici. Una di esse, non più in uso, era diretta alla Vergine: O Virgo virginum, un'altra all'arcangelo Gabriele: O Gabriel, una terza all'apostolo s. Tommaso: O Thomas Didyme, la cui festa cade appunto in queste ferie. Le altre, meno frequenti anche nel medioevo, erano: O Rex pacifice, O Mundi Domina, e, a mo' di apostrofe alla città santa: O Hierusalem! Per lo più erano cantate al Magnificat durante i vespri, ma in alcune parti si eseguivano al Benedictus. Il gruppo primitivo pare fosse composto solo delle sette a. attuali, mentre le altre sarebbero un'aggiunta posteriore.

Precisare l'origine di queste a. non è possibile: certo risalgono a tempi molto remoti. I documenti più antichi che ce le fanno conoscere, sono il responsoriale ( 2ᵃ metà sec. IX), pubblicato dai PP. Maurini tra le opere di s. Gregorio Magno (PL 78, 732-33), e alcuni
antifonari romani, posteriori, editi dal card. G. M. Tommasi (Opera omnia, IV, ed. Vezzosi, Roma 1749, pp. 1-360). Sono ricordate anche da Amalario, Bernone di Reichenau, Onorio d'Autun, Durando, ecc. Amalario di Metz ( 780-850 ) afferma esplicitamente che sono d'origine romana' e che furono introdotte in Gallia nel secolo a lui precedente. Si può dunque ritenere che ebbero origine nel sec. viI-viII, forse anche poco dopo la morte di s. Gregorio Magno (604). Esse aprono la settimana di preparazione immediata al Natale, che ha una particolare importanza liturgica. Queste ultime ferie, infatti, dal 17 al 25 dic. formano come il nocciolo dell'Avvento, e probabilmente presentano anche il primitivo nucleo di questo tempo, perché già uno dei primi documenti che possediano sull'Avvento, il Concilio di Saragozza del 380 , ha delle prescrizioni speciali per il tempo che va dal 17 dic. al 6 genn. E facile comprendere quindi come queste ferie si siano arricchite di pezzi liturgici speciali. L'autore si ispira quasi sempre alla Sacra Scrittura, ma sceglie e unisce i testi con molta libertà. Tutte e sette le a. si indirizzano al Messia, che viene invocato con gli epiteti più belli ed i simboli più espressivi. Ognuna si chiude con veni l, grido ardente quasi accorato, seguito da una domanda in relazione ai titoli attribuiti a Cristo.

Il canto di queste a. è stato ritenuto sempre solenne e spesso fu accompagnato da cerimonie particolari e da grande pompa esterna. Gli usi però variano da luogo a luogo. Si sa, ad es., che nel sec. XI i fedeli accorrevano in folla ad ascoltarle. Oggi sono quasi del tutto ignorate dal popolo. Le rubriche le considerano ancora solenni, perché prescrivono che si cantino sempre in piedi anche dai canonici, ed eseguite per intero, prima e dopo il Magnificat. Per nessuna ragione possono essere omesse, ma devono essere cantate tutte, e ognuna al giorno stabilito.

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Caratteristica è la melodia di cui sono rivestite, di buona fattura gregoriana, il che indica anche la loro discreta antichità. E il secondo modo, eguale per tutte, pur con le differenze imposte dalla diversità dei testi. Vi si nota un sentimento di desiderio intenso verso il Messia, che si armonizza molto bene col senso delle parole.

Bibl.: Amalario di Metz, Liber de ordine Autiphonarii, cap. 13: Durando di Mende, Rationale dicinorum officiorum, VI, capp. 2, 5: P. Guicranger, L'Année liturgique, I, Parigi 1878. pp. 526 -20; H. Leclercq, s. v. in DACL, XII, coll. 1817-19; Les Grandes Antiennes, in Le Messager des Plidées, Maredsous 1886, pp. 512-16; L.
Bouduin, Notre piè̀d pendant l'Avent, Mont César 1919. pp. 90-97.

Pelagio Vicentin
ANTIGO-
NISH, diocesi di. - Nella Nuova Scozia,Canadà, diocesi suffraganea di Halifax.

Il 21 sett. 1844 la diocesi della Nuova Scozia, cioè Halifax (erotta il 15 febbr. 1842), fu scissa per costituire la diocesi di Arichat. Il 23 ag. 1886 questa ultima fu trasferita ad A. e comprende, attualmente, le contee di A., Cap Breton, Guysborough, Inverness, Pictou, Richmond e Victoria. Statistiche: 102.183 cattolici, sopra un totale di 256.000 ab.; 119 parrocchie e 148 sacerdoti diocesani.

Bibl.: Arch. della S. Congregas. di Propaganda Fide: Acta, vol. 207 (1844), pp. 225-67; J. C. Mac Millan, The Early History of the Catholic Church in Prince Edward Island, Quebec 1905; A. Mac Donald, s. v. in The Cath. Enc., I, ed. in, 1956. p. 602 ; Le Canada ecclésiastique, Montréal 1939, pp. 434-41: The Official Catholic Directory for 1939, Nuova York 1939, parte 3*, pp. 61-67.

ANTIGONO. - Nome di due principi giudei della dinastia asmonea.
I) Figlio di Giovanni Ircano I, n. verso il 135 a. C. Dopo la morte del padre (105), partecipò al regno del fratello Aristobulo I (v.), che in seguito a scandaloso intrigo nel 104 lo fece uccidere (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 10, 2; 11, I sg.).
2) Di nome giudaico Mattatia, figlio di Aristobulo II (v.), fu l'ultimo re degli Asmonei. Raggiunse il trono, prima invano agognato, con l'aiuto dei Parti, che avevano invaso la Giudea, e regnò dal 40 al 37 a. C., in continua guerra col pretendente Erode, proclamato dal senato romano su desiderio di Antonio. Aiutato dagli Ebrei dimoranti presso il Carmelo, A. prima della Pentecoste del 40 penetrò in Gerusalemme e chiuse Erode col fratello Fasaele nella regia rocca di Baris; avuto nelle mani lo zio Giovanni Ircano II, incautamente recatosi con Fasaele al campo del comandante parto, gli fece tagliare le orecchie per inabilitarlo alla dignità sacerdotale. Divenuto re, prese, nelle monete, il titolo di «sommo sacerdote Mattatia, re A. ".

Spese inutilmente le sue energie ad assediare Giuseppe, fratello di Erode, nella fortezza di Masada. Sopravvenuto

Erode, nominato re, con truppe romane, A., che aveva corrotto il generale romano Ventidio, ricondusse i Parti in Palestina. Ma Ventidio sconfisse i Parti ( 8 giugno 38) ed ebbe ordine da Antonio di aiutare Erode. Nell'ott. del 37, nel giorno della Espiazione, Erode espugnò Gerusalemme. A., sceso dalla rocca di Baris, implorò vita dal romano Sosio, e l'avrebbe avuta fino al trionfo di Antonio sui Parti; ma Erode ottenne che Antonio lo facesse decapitare in Antiochia (nov. 37 a. C.; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIV, 4, 5 - 16, 4).

Giovanni Ongaro
ANTIGUA: v. indiE OCCIDENTALI BRITANOICHE. ANTI-INTELLETTUALISMO: v. AONOSTICISMO; INTELLETTUALISMO.

ANTILIAS. -
Sede del patriarcato armeno di Sis degli Armeni non-uniti. Trasferito nel Libano nel 1930, questo patriarcato ha riorganizzato le sue diocesi, ha istituito un nuovo seminario e una biblioteca, e ha fondato anche una tipografia propria. La sede patriarcale ha anche un organo ufficiale, il periodico Hash (spiga).

Serafino Akclian
ANTI - LIBANO: v. libano.
ANTILLE. -
Si indica con questo nome il lungo plesso insulare che, distendendosi fra le due Americhe
dalla Florida al Venezuela, chiude il Mediterraneo Americano e vi separa il Golfo del Messico (a N. della penisola di Yucatan e di Cuba che la continua) dal Mar Caraibico. La tradizione distingue Grandi da Piccole A. Le prime - Cuba (v.), Giamaica (v.), Haiti (v.) o Hispaniola, e Puertorico (v.), con le dipendenze - costituiscono la parte occidentale e mediana del grande arcipelago; le seconde, in numero molto maggiore, ma tutte piuttosto piccole o piccolissime, si dispongono fra Puertorico e la costa venezolana in due serie, una interna di carattere spiccatamente vulcanico, e l'altra esterna, calcarea e discontinua. A quest'ultima si riconnettono anche le Bahama, che, esterne come sono alle Grandi A., più settentrionali di tutte, e con caratteri in parte peculiari, si possono considerare come a sé stanti.

Le Piccole A. comprendono il gruppo delle Isole Vergini immediatamente ad E. di Puertorico, le Isole Sopravento (Windward) da Anguilla a Grenada, e Isole Sottovento (Leeward) le altre, da Trinidad a Oruba. Va tuttavia ricordato che gli Inglesi dànno al settore Anguilla-Dominica il nome di Leeward Islands (anche Isole Caraibiche settentrionali) e quello di Windward Islands (anche Caraibiche meridionali) al resto fino a Grenada inclusa.

Le A. hanno clima tropicale oceanico con precipitazioni abbondanti, vegetazione ubertosa, grande fertilità e varietà di prodotti, ma sono funestate di frequente da cicloni, da terremoti o da eruzioni vulca-

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niche. La popolazione, relativamente densa e talora densissima, si compone soprattutto di creoli e di negri, discendenti i primi dai vecchi coloni europei, i secondi dagli schiavi importati dall'Africa per i lavori delle piantagioni.

Delle A. solo Cuba e Haiti costituiscono Stati indipendenti (la seconda suddivisa tra la Repubblica di Haiti e la Repubblica Domenicana; v. pominiCato); le altre sono suddivise in più colonie dipendenti: dalla Gran Bretagna - che ne possiede la maggior parte: Bahama (v.), Isole Leeward, o Sottovento, Isole Windward, o Sopravento, Barbados (v.); Trinidad e Tobago (v.) -; dalla Francia: Guadalupe e dipendenze (v.), Martinica (v.) -; dagli Stati Uniti - cui spetta parte delle Isole Vergini (v.) -; e dall'Olanda - Curaçao (v.), Aruba, Bonaire, S. Martino e S. Eustachio, mentre alcune delle più prossime alla costa dell'America Meridionale (Margarita, Coche, Arcipelago di Los Roques, Crasquit, Los Testigos, La Tortuga, Blanquilla, Orchilla ed altre disabitate) appartengono al Venezuela. Per la parte ecclesiastica, vedi le singole voci.

Boll.: C. Lloyd Jones, Caribbean Bachgrounds and Prospects, Nuova York-Londra 1931; A. Aspinall, The Pocket Guide to the West Indies, ecc., Londra 1935: West Indies Year Book, including also the Bermudas, the Bahamas, British Guyana and British Honduras, Montreal-Londra (annuale dal 1926); I. W. van Balen, Een zids door de Caraibiishe wereld, Amsterdam 1935: M. SorrelF. Ortiz, Antillas, Barcellona 1936.

GiustinO Caraci
ANTILOGIA. - Il termine ( dot{α} ν τ λ λ γ^{′} α ) significa "contraddizione"; dai cultori di scienze bibliche è impiegato per designare quei casi in cui due passi della Bibbia appaiono in contraddizione fra loro.

Le contraddizioni possono essere reali, allorché il testo originale o tradotto ha subito delle alterazioni che ne hanno cambiato il senso, ovvero soltanto apparenti, e in tal caso sono chiamate anche enantiofanie ("apparenze contrarie"). Frequenti sono le a. reali nei dati aritmetici, che nelle antiche grafie erano facilmente soggetti ad errori; ma anche fuor del caso dei numeri si riscontrano a. reali dovute a errori grafici o di traduzione. E compito dell'interprete biblico correggere tali errori ricorrendo ai mezzi suggeriti da una sana critica. Le a. apparenti sorgono dal fatto che i relativi passi biblici si riferiscono o ad argmenti somiglianti ma diversi, o a circostanze diverse di uno stesso argomento, o sono dovure a maniere differenti di presentare lo stesso argomento, e a cause somiglianti. In genere vale la norma di a. Agostino: «Si aliquid in eis offendere Litteris quod videtur contrarium veritati, nihil aliud quam vel mendosum esse codicem, vel interpretem non assecutum esse quod dictum est, vel me minime intellexisse non ambigam» ( E p .82, n. 3). v. frsIENEUTICA.

ANTIMENSION. - E l'altare portatile dei greci. La Chiesa latina col tempo adottò solamente altari portatili di pietra, mentre la Chiesa greca si servì del legno ed anche della stoffa, usando poi definitivamente solo questa. Oggi l'a. è comunemente un rettangolo (talvolta un quadrato) di m. 0,40 × 0,60, di seta o anche di tela, che porta cucita nella parte posteriore una piccola borsa con dentro reliquie, inclusevi dal vescovo nella consacrazione. Gli dette origine la necessità frequente di celebrare i divini misteri lontano dalle chiese, o nei luoghi privi di altari fissi; ma dati storici positivi si hanno soltanto nel sec. viII e IX. Anticamente si usava solo quando l'altare non era consacrato; oggi invece si usa indifferentemente su tutti gli altari. Fuori della Messa, esso resta sull'altare piegato in quattro : il sacerdote nella celebrazione del divino sacrificio lo spiega a suo tempo secondo le prescrizioni rubricali. Ordinariamente viene consacrato durante la cerimonia della consacrazione della chiesa, quando il vescovo, lavato l'altare una seconda volta
con il vino profumato o con l'acqua di rose, l'asciuga con gli a., e poi ripete la stessa azione dopo aver unto l'altare col sacro crisma. Gli a. cosi consacrati devono restare sull'altare finché non vi siano celebrate sette Messe. In caso di necessità possono consacrarsi anche in altri tempi dal vescovo o da un sacerdote a ciò delegato. Ai sacerdoti di altro rito è vietato celebrare la Messa sull'a. (can. 823, § 2).

Boll.: S. Petridos. s. v. in DACL. I. II, coll. 2319-26: id., L'Antimension, in Echos d'Orient, 3 (1899-1900), pp. 193-202; R. Snuorn, Memento de thologie morale d l'utage des missionnaires, Parigi 1907, pp. 79-81. Cosiso Dante.

ANTIMO I, patriarca di Costantinopoli. - Occupò la sede dal luglio 535 al marzo 536. Adepto segreto del monofisismo, fu un favorito dell'imperatrice Teodora. Dapprima nominato al seggio di Trebisonda verso il 533 , fu poi trasferito sul seggio di Costantinopoli, alla morte del patriarca Epifanio (535), in seguito alle premuve dell'imperatrice. Il papa s. Agapito in questo frattempo venne a Costantinopoli, amascherò l'eretico, le depose e consacrò suo successore il patriarca Menna. Questi, dopo la morte del Papa, avvenuta poco dopo, presiedette l'importante Concilio di Costantinopoli (2 maggio-4 giugno 536) e condannò di nuovo A. insieme con gli altri capi del monofisismo: Severo d'Antiochia, Pietro d'Apamea e il monaco Zoara. Il 6 ag. seguente, Giustiniano confermò la sentenza del Concilio con una legge di stato (Necella 42). A partire da questo momento, la storia perde di vista A. Sono rimasti di lui gli Antihenatismi ancora inediti, conservati nel libro X del Tesoro dell'ortodossia di Niceta Acominato, e il frammento di un Trattato indirizzato a Giustiniano (Aúyos após l'ovotiviarvóv: Mansi. XI, col. 440).

Boll.: G. Barhebraeus, Chronicon arlesiasticum, ed. J. B. Abbeinos - T. Lamy, I. Lovano 1872, p. 204; Mansi. VIII, coll. 817. 886, 891: Liberato, Breviarium cuneus Nestorianorum et Eutychiunorum: PL 68. 20: K. Ahrens - G. Krueger, Die sogemunte Kirchengeschichte des Zucharias Rhetor in drastiker Übersetzung, IX, Lipsia 1889, p. 14; K. Krumbacher, Geschichte der byzantinischen Literatur, ²² ed., Monaco 1897, p. 54; P. Pargoire, L'Eglise byzantine de vir d 827, ³² ed., Parisi 1973, pp. 27. 29. 38, 121. 126, 131: G. Bardenhewer, Ueschichte der altkirchlichen Literatur, V, Friburgo in Br. 1932, p. 22.

ANTIMO VI, patriarca di Costantinopoli. Occupò il patriarcato per ben tre volte negli anni 1845-48, 1853-55, 1871-73, dopo essere stato monaco all'Athos e metropolita di Seres, Brusa ed Efeso; mori nel 1878. Nel 1848, in risposta all'enciclica di Pio IX In suprema Petri Apostoli Sede ( 6 genn. 1848) che invitava alla unione gli Orientali separati, A. pubblicò insieme con i patriarchi Ieroteo di Alessandria, Metodio di Antiochia e Cirillo di Corusalemme la cosiddetta Enciclica dei Patriarchi, benché il vero autore della lettera fosse Costanzio Sinaita, già patriarca di Costantinopoli (1830-34). Nella Enciclica dei Patriarchi si presenta il Papato e «l'ambizione» della Chiesa di Roma come un insieme di errori dottrinali e di riprovevoli usi liturgici e canonici.

Boll.: Tasto dell'Ene. dei Patriarchi, a cura di mons. L. Petit, in Mansi. XL, coll. 377-418. Da parte cattolica la confutò il p. Matteo Liberatore, Confutazione di A., Patriarca scismatico costantinopolitano, Roma 1854. Sull'Enciclica radicea copioso materiale storico M. Popescu, Enciclica Patriarchilor arzidasi dela 1828, in Biserica Orzidand Raxidind, 53 (1935), pp. 545-688. Sulla persona del patriarca v. M. Gedson, Harperegmai avuanz, Costantinopoli 1890, pp. 697-705. Maurizio Gordille

ANTIMO VII, patriarca di Costantinopoli. N. a Gianina verso il 1835 , m. nel 1913. Dopo aver occupare diverse sedi, fu nominato Patriarca di Costantinopoli nel genn. 1895. Vi rimase in carica soltanto fino al sett. 1896. Nel sett. 1895 emanò la sua lettera Enciclica contro quella del pontefice Leone XIII

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Praeclara gratulationis ( 20 giugno 1894). In essa A. passa in rivista le cosiddette "novita della Chiesa Romana ", aggiungendo ai soliti capi di accusa i dommi recentemente definiti dell'Immacolata Concezione e dell'infallibilía del Romsno Pontefice.

Bim.: L'Evolclica apparve prima in russo nella rivista Tserkovyia Viedomosti, 6 (1894), pp. 1223-34, poi nell'originale greco in Eudromoscoq 'Alddou, 13 (1803), p. 373 sgg. Su di essa e la polemica suscitata in campo cattolico ed orientale separato v. gli arricch: La polemica religiosa in Oriente, in Betsariane, 1-3 (1896-98) e L. Duchesne, L'enveclique du Patriarche Antitime, in Egilies séparées, Parigi 1896, pp. 29-112. Maurizio Gordillo

ANTIMO, vescovo di Nicomedia. - Presule di detta città in Ilitini3, martirizzato agli inizi del sec. iv (3 sett. 302 ?) durante la persecuzione di Diocleziano. La festa si celebra il 27 apr. Di lui si conserva un frammento di un'opera De sancta ecclesia, nel quale sono illustrate le caratteristiche che definiscono la vera Chiesa di fronte alle sète eretiche: unità, cattolicità, apostolicità. Il frammento è con tutta probabilità interpolato giacché in esso si nominano personaggi (Asterio il Sofista ed Eusebio di Cesarea) posteriori ad A. Non è detto però che l'inautenticità di questo passo conforti quella del resto dell'opera, a noi ignoto.

Bim.: G. Mercati, Note di letteratura biblica e cristiana antica (Etudi e testi, 3), Roma 1901, pp. 87-89; O. Bardenhewer, Geschichte der altchristlichen Literatur, II, ²² ed., Friburga in Br. 1914, pp. 333-34.
Mario Niccoli
ANTIMO, vescovo di Tiana. - Contemporaneo di s. Basilio (sec. Iv) e per un certo tempo anche amico, divenne ben presto il suo antagonista, quando, divisa la provincia di Cappadocia, e fatta Tiana capitale della II divisione, A., insistendo perché la giurisdizione ecclesiastica seguisse la circoscrizione civile, cominciò a reclamare diritti di metropolita su parecchi vescovi suffraganei di s. Basilio, e ricorse anche a misure di coazione contro i recalcitranti. I buoni uffici di s. Gregorio Nazianzeno riuscirono, per un certo tempo, a ristabilire la pace tra i due. Ma essi si guastarono nuovamente a causa della consacrazione episcopale di un certo Fausto, vescovo di una chiesa armena. Sembra che in seguito una seconda riconciliazione abbia avuto luogo, poiché s. Basilio parla di A. in termini amichevoli.

Bim.: S. Basilio, Epp. 38, 92, 120-122, 210: PG 32, 477 sgg.; Gregorio Nazianzeno, Epp. 47-50: PG 37, 93-104; Tillemont, IX, Venezia 1732, pp. 133, 172 sgg., 182, 196 sgg., 241. Mario Scaduto
ANTINOMIA. - Dal greco áv:ıvojı́x (ávì contro, vóuos legge) è la contraddizione o incoerenza di una legge, che dà luogo a interpretazioni in senso opposto, oppure il contrasto, reale o apparente, fra due leggi diverse (Quintiliano, VII, 7, 1; ibid., 10, 2). In senso derivato, e oggi comune, a. vale in genere contraddizione, conflitto, incoerenza, originati da situazioni, principi, ragionamenti che si presentano come ugualmente legittimi (a. pratiche, sociali, storiche ecc.).

In Kant a. sono le contraddizioni in cui si involge la ragione umana quando considera i contenuti delle sue idee (che valgono solo come rappresentazioni unificatrici dell'esperienza) come oggetti possibili di scienza (metafisica). Esse concernono in particolare l'idea cosmologica o sono da Kant formulate in forma di resi e di antitesi suscettibili entrambe di eguale dimostrazione. Kant ne enumera quattro che insieme costituiscono "la a. della ragion pura" (cf. Kr. der r. Vernunft, Die Trose. Dial., II, cap. 2; trad. it., Bari 1940, parte ²², p. 333 sgg.). Kant ammette inoltre un'a. della ragion pratica (al conretto del sommo bene è essenziale l'accordo indissolubile tra virtù e felicità; invece nel mondo naturale l'attuazione della virtù non va congiunta con la felicità: cf. Kr. der prakt. Vernunft, parte ¹², II, cap. 2; trad. it., Bari 1942, p. 136-37); un'a.
del giudizio teleologico, riguardante il meccanismo e la finalità, e infine un'a. del gusto estetico (cf. Kr. der Urtheilskraft, § 36 sgg. e 69 sgg.; trad. it., Bari 1938, p. 193 sgg. e 246 sgg.). v. kint.

Bim.: E. Blanc, in Dictionnaire de philosophie, Parigi 1906, coll. 90-82: J. Mareschal, Le point de départ de la métaphysique, III, Parisi 1942, pp. 227-43. - Per Kant: P. Martinetti, Kant, Milano 1943, pp. 113-33. Ugo Viglino

ANTINOMIANI. - La parola fu coniata dallo stesso Lutero nella controvertia con Giovanni Agricola, suo discepolo, per caratterizzare la dottrina con la quale si sosteneva che il cristiano era stato liberato dall'osservanza della Legge antica, e quindi dagli stessi progetti del decalogo.

Fin dai tempi primi del cristianesimo vi furono settari, tra cui i nicolaiti, gli gnostici ecc., i quali sotto il pretesto che era stata abolita la Legge antica, proclamavano leciti anche gli atti più peccaminosi. Rinacque questo errore nei nuovi nicolaiti del sec. xI e, secondo alcuni, negli apostolici del sec. xir. Gli anabattisti poi del sec. xvı si dicevano liberi dall'osservanza di qualsiasi legge civile. Nella prima metà del sec. xvi Giovanni Agricola dalla dottrina del suo maestro della "fede senza le opere" ricavò che, se il cristiano si salva solo per la fede, era inutile preoccuparsi della moralità o immoralità dei suoi atti. Benché Agricola si riconciliasse, almeno esteriormente, con Lutero e ritrattasse il suo errore, questo continuò, dilagando soprattutto in occasione della disputa fra Giorgio Major, che sosteneva la necessità delle buone opere, e Nicola Amsdorf, il quale, sviluppando la dottrina di Lutero, asseriva che le buone opere, oltre che inutili, erano anche di ostacolo alla salvezza. Con la "formola di concordia" del 1377 la questione si calmò per qualche tempo. Rinacque vigoroso l'antinomianismo del sec. xvir tra i puritani e gli indipendenti inglesi. Alcuni lo derivavano dalla teoria calvinista del decreto, poiché, se era decretato da Dio che parte degli uomini si salvasse e parte si dannasse, il decreto doveva inesorabilmente compiersi, qualunque fosse la vita condotta da tali uomini; altri, invece, lo deducevano dalla dottrina dell'nammissibilità della giustizia per cui i peccati commessi dal giusto - e turò coloro che sostenevano questa dottrina si credevano tali - non erano peccati, perché non toglievano la giustizia.

Queste teorie estreme, con la restaurazione della monarchia e dell'anglicanesimo, non si manifestarono più apertamente. I vescovi anglicani vigilarono, e lo stesso Wesley, accusato di antinomianismo, dovette discolparsi dinanzi al vescovo di Londra, Edmond Gibson. Anche i "fratelli moravi" furono accusati di antinomianismo. Al principio del sec. xix l'antinomianismo rinacque con nuova forza in un gruppo scelto della società inglese, né è da considerarsi ancor oggi del tutto scomparso.

Bim.: M. Adamus, Dignorum Laude Vitorum Immortalitas seu Vita, 3* ed., Francoforte s. M. 1706; Schaff-Herzog, Encyclopaedia of Relizious Knowledge, I, Nuova York 1891, p. 93; F. Plonnet e J.J. Claris, Dictionnaire des lebeisès, des erreurs et des schismes, 2 voll., Parigi 1863; L. Tyermann, The Life and Times of Rev. 7. Wesley, 3 voll., Londra 1878; J. Hostinas, Encyclopaedia of Religion and Ethics, I, Nuova York 1928, pag. 381. Camillo Crivelli
ANTIOCHIA di Pisidia. - Città dell'Asia Minore, fondata da Seleuco I (312-280 a. C.) con coloni di Magnesia, in un sito celebre per il santuario del dio frigio Men. Sorgeva a metri 1200 sul livello del mare, su un'altura del versante meridionale dei monti della Frigia Pardeeia, al confine della Pisidia (Strabone, XII, 8, 14). Dai Romani, dichiarata città libera, fu attribuita alla Pisidia (Plinio, Hist. Nat., V, 24). Da Augusto, forse fin dal 30-27 a. C., fu costituita colonia imperiale (Colonia Caesarea A.); fu poi capitale della Pisidia.
W. Ramsay vi scoprì, oltre una basilica paleocristiana con pavimento in musaico, nel 1912 una iscrizione in onore di P. S. Quirino (v.), nel 1914 il testo latino inciso su pietra (io lastre) delle Res gestae divi Augusti (completato dagli scavi dell'Università del

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Michigan nel 1924), conforme al testo del monumento d'Ancira in Galazia e d'Apollonia in Pisidia. Presso le rovine di A. (arcate di un acquedotto romano che portava alla città le acque del Sultan Dagli) sta ora la borgata turca di Yalovač, del distretto di Konia o Iconio (v.), che ne dista ca. 120 km . a cst.
A. prosperava sulla grande via commerciale che da Efeso, attraverso l'Asia Minore, comunicava con l'Oriente, e aveva attratto molti Giudei, ai quali già i Seleucidi avevano concesso i diritti civili (Flavio Giuseppe, Ant. Jud., XII, 3, 4). Nella loro sinagoga, tra il 45 e il 47 , s. Paolo annunciò, in un lungo discorso, Gesù Messia e Figlio di Dio, ottenendo molte conversioni (Act. 13, 14-52). Paolo con Barnaba (primo viaggio apostolico) venivano da Perge, distante da A. ca. 168 km .

Impedito dall'ostilità giudaica di predicare nel sabato seguente, Paolo continuò, "volgendosi ai gentili ", l'apostolato in A. (per un anno, secondo J. Holzner), tra molti pericoli e vessazioni, finché le mene dei Giudei lo espulsero col socio. Partirono per Iconio "scuotendo la polvere dei piedi contro di essi ". Ma riposarono per A., al ritorno, rianimando e organizzando gerarchicamente la comunità (Act. 14, 20-23). Al termine della sua vita, Paolo (II Tim. 3, II) ricorda le persecuzioni ivi sofferte; verosimilmente, fra queste sono da includersi alcune delle 5 flagellazioni e delle 3 fustigazioni ricordate in II Cor. 6, 5; 11, 23-25.

Sede fondata dall'Apostolo, A. ha vescovi noti fin dal sec. III. Tra i più antichi, M. Le Quien menziona Eudossio, Optato, Antimo. Al Concilio di Nicea (325) compare Antonio d'A. tra i vescovi della provincia d'Isauria, mentre a capo dei 14 vescovi di Pisidia è quello d'Iconio, Eulalio. Già prima, però, del 381 , A. è sede del metropolita di Pisidia: al Concilio di Costantinopoli (381), Optimio si firma a capo dei 15 rappresentanti le diocesi di Pisidia (Mann., II, p. 695; III, p. 570). Nei concili seguenti, fino al sec. VII, compaiono vari nomi di metropoliti di A. di Pisidia. Le città fu quindi sommerse dall'invasione islamica. Presa nel ro97 dai crociati di Boemondo di Taranto, vi fu ripristinata dai latini la sede; dal medioevo è sede titolare arcivescovile. Il metropolita greco-«ortodosso " di Pisidia risiede ora a Isbarta.

Bris.: M. Le Quien, Oeimo christianus, I, Parigi 1740, coll. 1032-42; F. V. J. Arundell (cappe)iano anglicano a Smirne, che scoprì il sito di A. nel 1833), Discoveries in Asia Minor, 2 voll., Londra 1834; F. Le Camus, s. v. in DB, I, coll. 674-79; W. M. Ramsay, The Cities of st. Paul, Londra 1907, pp. 245 314; id., The bearing of recent Discoveries, ivi 1912; K. Pieper, Die Missionspredigt des hl. Paulus, in Predigtstudien, a. Paderborn 1921, pp. 21-31; V. Schultze, Altrhristliche Städte und Landschaften, II : Kleinasien, II, Gütersloh 1926, pp. 357-77; H. V. Morton, In the steps of st. Paul, Londra 1936, pp. 182 194; C. Barini, Res gestas divi Augusti ex monumentis Ancyrano Antiocheno Apolloniemi, Roma 1937; J. Holzner, L'Apostolo Paolo (trad. italiana), Brescia 1939, pp. 114-30.

Antonino Romeo
ANTIOCHIA di Siria. - Città nella fertile valle del fiume Oronte, a 25 km . dal mare, oggi Antähijeh.

Sosmano.: I. A. nella Bibbia. - II. A. nell'archeologia cristiana. - III. Il patriarcato di A. - IV. I concili di A. - V. La scuola di A. - VI. Il rito antiocheno. - VII. A. dei Maroniti. VIII. A. dei Melkiti. - IX. A. dei Siri.
I. A. nella Bibbia. - A. fu la capitale del regno seleucida, fondata nel 300 a. C. da Seleuco I Nicatore, che cosi la denominò in onore di Antioco suo padre. Grazie al porto di Seleucia e alla sua posizione sull'incrocio delle vie dall'Eufrate al Mediterraneo e dalla Siria all'Asia Minore, ebbe grande importanza commerciale, ma fu anche centro di corruzione. Città cosmopolita, contava all'inizio dell'èra volgare ca. 300.000 ab., oltre gli schiavi (ca. 200.000 ). Nel

64 a. C. Pompeo ridusse la Siria (v.) a provincia romana, con capitale A., divenuta la più grande città dell'impero romano dopo Roma e Alessandria.
A. ebbe parte rilevante nella primitiva diffusione del cristianesimo. La sua evangelizzazione si iniziò, poco dopo la morte di Stefano, per opera di giudei convertiti espulsi da Gerusalemme; presto vi si aggiunse Barnaba (v.) che chiamò in suo aiuto Saulo (Paolo): la comunità fu presto prospera e ivi i discepoli di Cristo furono per la prima volta chiamati cristiani (Act. 11, 19-26). A. fu il punto di partenza e di arrivo del primo e secondo viaggio apostolico di s. Paolo (Act. 13, 1-14, 27; 15, 35-18, 22), ed il terzo mosse pure di là (Act. 18, 23). Ad A. sorse la disputa intorno ai rapporti delle osservanze legali con la nuova religione (Act. 14, 26-15, 1); perciò fu dapprima comunicata ad A. la soluzione data dagli Apostoli adunatisi a tale scopo a Gerusalemme (Act. 15, 2-32). Ivi troviamo pure s. Pietro (Gal. 2, 11) come capo di quella comunità (Eusebio, Hist eccl., 3, 36: PG 20, 228), benché ignoriamo la data e la durata del suo governo.

Bris.: H. Dieckmann, Antiochien, ein Mittelpunkt urchristlicher Missionsätiqheit, Aquisgrana 1920; E. S. Bouchier, A Short History of A., Oxford 1921; G. Lavi Dalla Vida, s. v. in Euc. Itul., III, pp. 207-11; V. Schultze, Altrhristliche Städte n. Landschaften, III Antiochcia, Gütersloh 1930; K. Pieper, Antiochien am Oronte im apostolischen Zeitalter, in Theol. a. Giude. 22 (1930), pp. 710-28; Nativ-Palestine (Les Guides bleu), Parigi 1932, pp. 190-94; H. V. Morton, In the Steps of st. Paul, Londra 1936, pp. 79-98; J. Holzner, L'Apostolo Paolo, trad. ital., Brescia 1939, pp. 80-88; G. Downey, The Political Status of Remna Antioch, in Beretia, 6 (1939-41), pp. 1-6.

Importanti scavi sono stati compiuti dal 1932 in poi dalla Università americana di Princeton: C. S. Fisher, F. O. Waspe, J. Lassus, Antioch on the Oronte, The Excavations of 1937, Princeton 1934; R. Stillwell (con altri), It. II : The Excavations 1937-36, ivi 1938; W. A. Campbell, The Third Season of Excavations at Antioch on the Or., in American Journal of Archaeology, 40 (1936), pp. 1-10; R. J. Braidwood, Mounds in the Plain of Antioch: An Archaeological Surve