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 1 / 30, o poco più, della popolazione del continente (e del resto la riconosciuta autonomia nazionale trova un riflesso, sia pure esteriore, nella struttura federativa dello Stato sovietico). Comprendendo poi nel novero degli Stati indipendenti anche la Palestina, l'Insulindia olandese e la Federazione indocinese, per le quali non si può parlare più, ad ogni modo, di forme co-
loniali, le proporzioni riducono il dominio europeo in A. ad appena il 2,4 \% del territorio e l' 1,4 \% della popolazione, cioè, in sostanza, a lembi residuali, di cui i più importanti sono quelli inglesi (Ceylon e Unione malese soprattutto).

Va nondimeno avvertito che la situazione di fatto differisce spesso da quella giuridica, non solo nei territori di fresco indipendenti, ma anche in quelli ritenuti tali da tempo (Afganistan, Arabia, Cina, Iran, Iraq, Mongolia, Nepal, Tailandia), la cui politica interna è in stretto rapporto con le vicende del conflitto esistente o latente fra le principali potenze extrasiatiche (ivi compresa in primo luogo l'U.R.S.S.) interessate. Solo con simile riserva si può dare qui appresso il quadro statistico del continente.

| Territori | Superfice <br> mathrm{kmq}. | Abitanti |
| :--: | :--: | :--: |
| Afganistan | 650000 | 12000000 |
| Arabia | 2800000 | 9000000 |
| Birmania | 604721 | 16824000 |
| Cina | 9240000 | 463200000 |
| Corea | 220788 | 27200000 |
| Filippine | 296285 | 19511000 |
| Giappone | 382253 | 78025000 |
| Iran | 1643558 | 15000000 |
| Iraq | 452500 | 4611000 |
| Mongolia esterna | 1612000 | 900000 |
| Nepal | 140000 | 7000000 |
| Libano | 10170 | 1146793 |
| Siria | 171104 | 2901316 |
| Tailandia | 513447 | 17359000 |
| Transgiordania | 89975 | 340000 |
| Turchia [asiatica] | 743500 | 17600000 |
| Asia indip. | 19570301 | 692618109 |
| U.R.S.S. [parte asiatica] | 17030000 | 43200000 |
| Industan | 4095686 | 400000000 |
| Pakistan |  |  |
| Cipro | 9282 | 462000 |
| Bhutan | 46600 | 250000 |
| Aden, Perim e dip. | 15200 | 150000 |
| Ceylon | 65905 | 6880000 |
| Singapore | 730 | 950000 |
| Feder. malese | 131193 | 4780000 |
| Borneo brit. | 190567 | 860000 |
| Hong-Kong e Kowloon | 980 | 1750000 |
| Palestina | 26158 | 1912000 |
| Asia britannica | 4582401 | 417994000 |
| Stabil. dell'India | 513 | 346150 |
| Feder. indocinese | 740400 | 23850000 |
| Asia francese | 740913 | 24196150 |
| Goa, Darnāo e Diu | 3983 | 625000 |
| Macao | 16 | 375000 |
| Timor e Cambing | 18990 | 500000 |
| Asia portoghese | 22989 | 1500000 |
| Asia olandese | 1488000 | 71534000 |
| Isole greche d'Asia | 7050 | 460000 |
| Sinai [Egitto] | 61000 | 30000 |
| Mari interni | 505746 | - |
| Totale | 44008423 | 1251532259 |

Bibl.: W. Sievers, Asien. 2² ed., Lipsia-Vienna 1904; A. H. Keane, Asia, Londra 1906-1909; E. E. Hisch, Changing Asia: Nuova York 1925; L. W. Lyde, The continent of Asia, Londra 1933; R. Bergamark, Economic Geography of Asia, Nuova York 1935; G. J. Miller, Life in Asia, Bloomington 1936; K. T. Whittemore, Asia; the great Continent, Indianapolis 1937; K. Boutewerk-H. Anger-G. Wegener-H. Rosinski, Asien, in F. Klues, Handbuch d. Geogr. Wissensch., Potsdam 1937; S. Passeres, Geographische Völkerkunde: Asien, Francoforte sul M. 1938; G. Caraco, Asia, in Geografia Universale, I, 1, Torino 1939, pp. 114 232; L. Dudley Stamp, Asia: a regional and economic Geography, Londra [1944].

Giuseppe Caraci

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## II. Etnografia e religioni

I. Sotto il punto di vista antropologico si possono nel continente asiatico ricordare i seguenti gruppi razziali : a) i Pigmei, di statura piccolissima, respinti agli estremi limiti meridionali (Malacca, Andamane, Filippine); b) i Pigmoidi, di statura piccola, differenziati per varie evidenti mescolanze; sono rappresentati al nord dagli Eschimesi, Lapponi, Ainu, ecc., al sud dai Vedda, Dravida, ecc.; c) gli Indi-Afganici, di grande corporatura; d) i Turco-Tartarici, di statura media, occupanti la parte occidentale dell'Asia centrale; e) i Mongoli, dai caratteristici sigomi sporgenti.
2. Linguisticamente vanno ricordati : a) il gruppo vetero-pigmeo (Negritos, Andamanesi); b) il gruppo paleoasiatico (Ainu, Yukaghiri); c) il gruppo Dravida; c) il gruppo tibeto-cinese; e) il gruppo austro-asiatico; f) il gruppo indocuropeo; g) il gruppo uralo-altaico; h) il gruppo somitico-camitico.
3. Etnologicamente è qui dato constatare una crescente specializzazione: a) la cultura primordiale della caccia e raccolta è rappresentata dai Pigmei; b) la cultura artica può ritenersi una fine particolare della precedente; c) la cultura pastorale è riccamente presente nelle grandi steppe nordiche; d) la cultura tote-mistico-patriarcale si ritrova presso le tribù occidentali; f ) restano infine le grandi culture miste, indiana, cinese, giapponese.

Tutte queste culture si sono per lunghissimo tempo più o meno fissamente cristallizzate; solo da poco, dopo cioè l'incontro con la moderna civiltà europea, le grandi culture miste hanno intrapreso un nuovo cammino ascensionale.

Per le grandi religioni non cristiane dell'A., v. le voci: brahmanesimo; buddhismo; confucianesimo; giainismo; induismo; islamismo; lamaismo; parsismo; scintoismo; taoismo; vediismo.

Bibl.: G. Buschan, Illustrierte Völkerkunde, Stoccarda 1923; W. Schmidt e W. Koppers, Völker und Kulturen, Rathbone 1924; A. Tromberti, Elementi di Giustalagia, Bologna 1925; I. Deniker, Roces et peuples de la terre, Parizi 1926; W. Schmidt, Die Sprachfamilien und Sprachenkreise der Erde, vol. I e aclante, Heidelberg 1926; G. Montandon, Troité d'Ethnologie culturelle, Parigi 1934; R. Biasutti, Razze e Papali della Terra, 3 voll., Torino 1941.

Bernardo Bernardi

## III. L'A. nella Bibbia

Non designa mai l'intero continente. Nei libri dei Maccabei indica il regno dei Seleucidi : il primo a cui troviamo attribuito il titolo di «re d'Asia» è Antioco III (223-187 a. C.: I Mach. 8, 6) e dopo di lui lo ricevono anche i successori (ibid. 11, 13; 12, 31; 13, 32; II Mach. 3, 3), benché con Antioco III il regno seleucide conservasse, delle province asiatiche di Alessandro Magno, solo la Siria e la Cilicia.

Nel Nuovo Testamento A. (Act. 2, 9; 4, 9; 16, 6; 19, 10. 22. 26; 20, 4. 16. 18; 21, 27; 24, 19; 27, 2; Rom. 16, 5; I Cor. 16, 9; II Cor. 1, 8 II Tim. 1, 15; IPt. 1, 1; Apoc. 1-3) indica la provincia romana di A. (costituita nel 129 a. C.), la quale occupò parte dell'A. Minore. Nel sec. I comprendeva la Misia, la Lidia, la Caria e la Frigia occidentale (Cibyra, Apamea e Synnada) e, dal 27 a. C., era retta dal senato mediante un proconsole residente ad Efeso. In Apoc. 1, 4. II Giovanni si rivolge alle « 7 chiese che sono in A.», e le enumera : Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea; ma omette Colossi, Gerapoli, Magnesia, Tralles, Mileto, ecc. Nel Nuovo Testamento il termine assume talora un senso più ristretto; ad es., negli Atti spesso indica la sola regione efesina.

Da A. (provincia proconsolare) deriva il termine Asiarca (Act. 19, 31; come altrove il Bitinarca, il Ga-
latarca), magistrato che, presente il proconsole, presiedeva a Efeso all'annua assemblea provinciale dei legati di tutte le città (Koinón o Commune Asiae), in cui si celebrava il culto di Roma e dell'imperatore, e si deliberava in merito per tutta la provincia; la sua carica era distinta da quella dell'Archiereús, gran sacerdote, benché si trovino, alle volte, unite nello stesso individuo.

Bibl.: J. Brandis, s. v. in Pauly-Wissowa, Reulenc. der blass. Altertumsivis., I, coll. 1538-78; V. Chapot, La procince romaine proconsolnire d'A., Parigi 1904; G. Cardinali, s. v. in Enc. Ital., IV, pp. 921-31, 937.

Gaetano M. Perrella

## IV. Il Cristianesimo nell'A.

Epoca antica. - Per la diffusione del cristianesimo nel continente asiatico nell'epoca antica, v. le voci ababia; arnienia; asia minore; cina; india; persia.

Epoca medievale e moderna. - I. Dal sec. XIII al XV. - Nel sec. xim, dopo la conquista delle stirpi germaniche del nord, la Chiesa sembrava dover essere condannata a vivere chiusa entro i confini europei, senza possibilità di espandersi verso il gran mondo pagano. Al sud dell'Europa gli Stati islamici avevano innalzato un infrangibile muro divisorio tra i paesi mediterranei e l'Africa; e l'Oriente cristiano, rompendo i legami che l'avvincevano a Roma, aveva chiuso ogni via della Chiesa verso le popolazioni dell'interno asiatico. Solo un fatto nuovo, o un complesso di avvenimenti, avrebbe potuto mutare quella situazione senza uscita.

E il fatto nuovo fu l'irruente invasione dei Mongoli, che, mentre pareva dover minacciare la distruzione della stessa cristianità, in realtà abbatté quel muro divisorio, rendendo possibile il passaggio dell'Occidente cristiano al lontano Oriente. La Chiesa poteva così ripigliare il suo programma espansivo a profitto di quei nuovi popoli, tanto più fervidamente quanto più, attraverso le incursioni mongole, questi popoli si erano rivelati numerosi, potenti, e - a quanto si vociferava anche accessibili alla predicazione evangelica. I fatti si incaricarono di dimostrare che quest'ultima supposizione non era esatta (v. Missioni, storia), ma rimane il fenomeno notevole della presa di contatto della Chiesa col mondo orientale, tanto più interessante in quel tempo in cui la cristianità era in preda al terrore davanti all'avanzata di quelle orde selvagge, la quale, se era stata due volte evitata non per questo si poteva credere scongiurata. Contatto tra due mondi, che, attuato per iniziativa del papato - non meno benemeriti i papi del periodo avignonese - non maturò la sperata conquista cristiana di quelle genti, né la loro alleanza contro il più vicino pericolo musulmano, e non riuscì, allora, a far entrare stabilmente quelle nazioni nel generale e vivo movimento della cristianità; ottenne però di allacciare stabili relazioni tra l'Europa e l'A., che impararono a conoscersi, con incalcolabili vantaggi della scienza geografica ed etnografica.

Non si può tuttavia negare che siano mancati del tutto i vantaggi religiosi dell'apostolato. Non si stabili il cristianesimo in Oriente, ma si stabilirono le missioni e si punteggiarono tutte le vie dell'A. di piccoli fari cristiani, destinati col tempo a maturare in cristianità saldamente piantate, se non ancora dominanti, in quell'immenso mondo allora inesplorato.

Principali attori di quest'avanzata cristiana in A. sono i due nuovi Ordini meridicanti dei Francescani e dei Domenicani. Il secolo che va dalla metà del ' 300 alla metà del '400, dal viaggio cioè di Giovanni da Pian de' Carpini (v.) a quello del Marignolli (v.), segna le tappe più significanti e la creazione di vesco-

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Asia - Agnello e tralcia di vite, simbolo del cristianesimo. Pittura giapponese - Roma, Pont, musco missionario etnologico del Laterano.
vati nel vicino e nell'estremo oriente, ne costituisce la consacrazione ufficiale. La prima sede episcopale eretta è quella di Khanbaliq, nella parte più lontana dell'impero mongolo, e dal 1257 nuova capitale in luogo di Karakorum; da quella prima diocesi si smembrano, nel torno di pochi decenni, i territori di nuove diocesi nelle diverse parti dell'impero : sono quelle di Sultanieh (1318) per la Persia, di Kaffa, Tana (1317) e poi Sarai, la capitale (1321), per il Kipchak o l'Orda d'Oro; alle quali si aggiungono, più tardi (1333), le due diocesi minori di Kerteh e Matrega; indi quella di Meschehd per il Turchestan e il Corassan. Anche l'India, allora terra di passaggio per queste missioni mongoliche, ebbe, in quel torno di tempo, il suo vescovato, Colombo (che non è la Colombo dell'isola di Ceylon, ma una città della costa occidentale, probabilmente Quilon); diocesi tutte, salvo Khanbaliq, suffraganee di Sultanieh, e quasi tutte create sotto il pontificato di Giovanni XXII. Nonostante la turbolenza di quei tempi e di quei regni, che non godettero una gran pace, dopo lo smembramento dell'unico impero mongolo in seguito alla morte di Gengiskhan (1226), la Chiesa pigliava possesso - per così dire - di tutta l'A. quanto era grande, per gettare le fondamenta di nuove cristianità tra quelle genti nuove, irrorandone le terre col sudore e col sangue dei suoi pionieri.

Con la caduta dei Gengiscanidi, l'avvento della dinastia dei Ming in Cina (1368), e il trionfo dell'islamismo alla corte persiana, l'accesso all'estremo oriente
veniva definitivamente chiuso, e d'altra parte le vie di terra attraverso la Persia, il Kipchak e il Turchestan erano diventate quasi impossibili : la seminagione di punti d'approdo missionario subl un arresto. Anche qui, per ripigliare il cammino, necessitava un qualche fatto grandioso provvidenziale, che non tardò a determinarsi per l'intraprendenza di una giovane e ardita potenza europea, il Portogallo.
2. Dol sec. XV al XVIII. - L'avvenimento fu la scoperta della via delle Indie (1497-98) con il doppiamento del Capo di Buona Speranza. Per quella via si lanciarono i navigatori e i missionari portoghesi, che da quel giorno per un secolo e mezzo terranno incontrastato il monopolio coloniale e missionario dell'A. Comunque lo si voglia giudicare dal punto di vista metodico-missionario, valutazione che sarebbe qui fuori di luogo (v. missioni, storia), è questo indubbiamente il primo grande periodo apostolico a largo orizzonte e di grande portata che si presenti nella storia dell'apostolato : periodo che realizza la presa di possesso cristianæ dell'A. e che vede portate sulla scena le più eminenti personalità missionarie: s. Francesco Saverio (v.) che fu l'iniziatore della nuova epoca missionaria, il Ricci (v.), il de Nobili (v.). Tutti i grandi paesi asiatici, che ancor oggi costituiscono quello storico continente - l'India, la Cina, il Giappone, le Filippine, la Malesia, il Tibet - vedono le loro vie di terra e di mare, le loro città costiere ed interne percorse dal missionario cattolico, il quale studia le loro lingue, i loro costumi, adotta i loro usi, e trasfonde, o almeno tenta di trasfondere in quelle civiltà, tanto distanti dalla nostra, la universale religione di Cristo. Sorgono cosi - frutto e speranza insieme di quest'attività - sul suolo asiatico nei punti più strategici le prime cellule di vita cristiana che si ramificano e si moltiplicano. Il sec. xvi è il secolo della creazione delle grandi diocesi asiatiche, di cui le primissime Funchal (1514) e Goa (1534) - comprendevano, oltre tutta l'A. anche l'Africa, con cui l'apostolato era venuto in contatto. Nel 1558 da Goa si stacca Cochin e Malacca (che si estende fino al Giappone), nel 1579 si crea la diocesi di Macao e quella di Manila, e nel 1587 quella di Funai, col che abbiamo la presa di possesso ufficiale delle cinque maggiori regioni asiatiche, l'India, l'Indocina, la Cina, le Filippine e il Giappone. Da questi quattro centri originari o anche indipendentemente da essi, i vicariati apostolici di Propaganda, non legati al patronato portoghese, svilupperanno dal sec. xvir e nei secoli seguenti gli altri centri minori, meno ampi, ma più redditizi, che segnarono le altre tappe del cammino, in estensione ed in profondità, dell'apostolato nel mondo orientale.

Profondità, però, relativa, con diverse, alterne e sempre sudate vicende. I secc. xvir e xviri, infatti, furono i secoli delle più dure esperienze per la Chiesa circa la facilità o meno della vera conquista di quelle civiltà orientali da secoli guadagnate all'induismo e al buddhismo. E viene così la rottura : i tre più grandi paesi estremo-orientali si isolano dall'Occidente, mettendo al bando i messaggeri del cristianesimo. A rendere sempre più ardua l'impresa sopravvennero, nel sec. xviri - in aggiunta alla disorientante questione dei riti (v. cinesi, riti), apertasi nel sec. xvir - ulteriori complicazioni di genere religioso-politico: l'abolizione della Compagnia di Gesù, col conseguente depauperamento personale delle missioni; la controversia circa la giurisdizione dei vicari apostolici, avversati dai sostenitori della politica missionaria portoghese; la lotta delle Potenze protestanti contro le missioni cat-

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foliche e in ultimo la Rivoluzione Francese, che rompe i ponti fra i due mondi.
3. Dal sec. XVIII al XX. - Con la Restaurazione del sec. XIX, la Chiesa, nonostante il perdurante stato di persecuzione in tre almeno di quei paesi, tornava a rivolgere lo sguardo all'Indocina e all'Estremo Oriente, verso cui la portava come d'istinto il suo zelo. Il compito nuovo, però, del cristianesimo in A, era estremamente difficile, non solo a causa dei pregiudizi dominanti in quei paesi in seguito agli avvenimenti cui si è testé accennato, ma perché si poneva daccapo la questione della penetrazione in quei territori, ermeticamente chiusi allo straniero; per giunta, non si trattava più ora di una impenetrabilità geografica, ma politica, difficilmente superabile. Invero, l'ostacolo - che non interessava solo la Chiesa, ma gli Stati civili di Europa fu eliminato a viva forza, ma appunto questo riversò anche sulle missioni, in quanto tali, l'antipatia e l'odio naturalmente provocato da ogni imposizione; per cui la ripresa delle missioni avveniva in clima di diffidenza, che coloriva sempre più di politicantismo la loro azione religiosa, evangelizzatrice e caritativa. Non tutto il bilancio però fu passivo, in questo periodo; le missioni, infatti, provvedute e sostenute di personale e di mezzi, come non mai per il passato, e ufficialmente tollerate, se non riconosciute, estesero largamente la loro zona di occupazione nell'interno dell'A., e, pur non ottenendo successo negli ambienti religiosamente dominati dall'induismo e dal buddhismo, raccolsero discreta messe un po' in tutte le popolazioni minori, e, comunque, s'imposero all'attenzione, spesso pure all'ammirazione dei ceti superiori e dei governi indigeni. Il diffuso movimento di rinnovazione che le grandi religioni organizzate dell'A. hanno iniziato sulla fine del secolo scorso e continuano in questo, tanto dal punto di vista dottrinale quanto, e soprattutto, da quello etico, tendendo a minimizzare i lati contrastanti col cristianesimo, di cui talvolta adottano la nomenclatura, e spesso ricopiano le attività caritative, è un indice dell'indubbio influsso, sia pure indiretto, che le missioni hanno esercitato ed esercitano sulla mentalità asiatica.

Permane - è vero - il formidabile problema della penetrazione in profondità nella roccaforte di quelle religioni, che raccolgono milioni e milioni di aderenti; permano, cioè, l'antico problema della conquista morale dell'A., la cui aridità, emersa nel periodo precedente, aveva provocato le note controversie. Oggi, però, la questione si presenta in condizioni nuove e più promettenti, in quanto non c'è più da temere il risorgere di antiche dispute o il suo accantonamento con provvedimenti sbrigativi; la questione dello studio del metodo o adattamento si è imposta al mondo missionario, in alto e in basso, avendola maturata i tempi e le esperienze; e alcuni passi, veramente grandiosi, sono stati fatti sulla via di quella agognata conquista, come la creazione della gerarchia indigena (v. indigeno, cargo, questione del), in Cina, Indocina, India, Giappone, Corea e l'abolizione del giuramento per i riti malabarici e cinesi e la permissione delle cerimonie civili cinesi e giapponesi (v. miti cinesi, malabarici, giatminesi). Si ha l'impressione che altre notevoli innovazioni siano allo studio, mentre i nuovissimi avvenimenti imporranno e, in certa misura, faciliteranno l'adozione di esse. Per questo pare potersi dire che le premesse per la conquista cristiana dell'A. siano sicuramente poste. - Vedi Tavv. XI-XIV.

Bib.: Per il primo periodo: L. Lemmens, Die Heidenmision des Spätmittelalters, Münster 1919; id., Missionsge-
schichte der Frauushinner. Münster 1927; B. Altaner, Die Dominikanermissionen det 13. Jahrhunderte, Habelschwerdt 1924; G. Soranno, Il Papato, l'Europa cristiana e i Tartari, Milano 1930; R. Lomerts, La Société des Frères Pérégrinants, Roma 1937; G. Messine, Cristianesimo, Buddhismo, Manicheismo nell'Asia antica, Roma 1947. - Per il secondo periodo: A. Jann, Die katholischen Missionen in Indien, China u. Zopon. Ihre Organisation und das portugiesische Patronat vom 13. bis zum 18. Jahrh., Paderborn 1912; B. Aufhauser, Christentum u. Buddhismus im Ringen um Fernosten, Monaco 1922. - Per il terzo periodo: J. Schmidlin, Missions-und Kulturverhältnis im fernen Osten, Münster 1912; G. B. Tragella, Chima Conquistatrice, Roma 1941.

Giovanni B. Tragella
ASIA MINORE. (Aoi̇ ἠ ἀ τ̇ τ ε ν ν, ἠ μ ε μ ἀ 'Aoi̇). - Denominazione piuttosto tarda (sec. iv d. C.: cf. Orosio, I, a) che ha preceduto nell'uso dotto la bizantino-medievale Anatolia (o "Paese del Levante", ἀ ν α τ o λ ἠ, come doveva apparire ai Greci dell'Egeo; onde il nostro Natolia ed il turco Anatolia; od anche Rumili, con allusione alla antica dominazione romana); toponimi, l'uno e l'altro, di significato territoriale oscillante e ad ogni modo diverso dalla più definita accezione moderna.

Sommario: I. Geografia. - II. Le religioni dell'A. M. - III. Il cristianesimo nell'A. M. - IV. Il Vicariato Apostolico dell'A. M. V. Archalologia.
I. Geografia. - L'A. M. è, dopo l'Arabia e l'India, la maggiore penisola del continente asiatico, del quale forma l'estremità occidentale. Limitata su tre lati dal mare (Eusino o M. Nero a N., Egeo ad O. e Mediterraneo a S.), si salda ad oriente alla massa continentale con l'altopiano armeno, dove ogni linea divisoria avrebbe evidentemente solo valore convenzionale: se ne può tracciare una, che dalla foce del Fasi (Rion) vada al fondo del Golfo di Alessandretta. Al di là del primo limite gli antichi ponevano la Colchide (Georgia), col secondo la Cilicia era separata dalla Mesopotamia (Iraq).

L'area della penisola vera e propria supera di poco i 500 mila kmq . ed è oggi tutta compresa, politicamente, in quella della Turchia (v.) ch'è però alquanto maggiore, dato che comprende anche parte delle regioni finitime. L'A. M. ha subito, in epoca storica, variazioni considerevoli, più che nel paesaggio naturale (alluvionamento dei fiumi, specie di quelli sfocianti nell'Egeo, che ha dilatato le piccole pianure costiere; mutamenti di livello dei laghi interni, ecc.), nella composizione etnica dei suoi abitanti. Dopo l'esodo dei Greci dalle regioni litoranee occidentali e la quasi totale soppressione degli Armeni, diffusi soprattutto nelle zone interne orientali, la popolazione dell'A. M. è costituita oggi in assoluta prevalenza da Turchi mao mettani.

Per altre notizie geografiche, v. TURCHIA.
Bib.: Vivien de Saint-Martin, Description de l'Asie mineure, Parigi 1842; W. M. Ramsay, The historical geography of Asia minare, 13² ed., Londra 1911; E. Banse, Die Türkei, Brunswick 1929.

Giuseppe Caraci
II. Le religion dell'A. M. - Il panorama religioso dell'A. M. prima dell' èra cristiana era complesso, e in via di sviluppo. La complessità gli veniva dalla varietà dei popoli, che l'abitavano con lingue, usi e culti diversi. Lo sviluppo rendeva a far scomparire le discrepanze, e introdurre in tutte le forme un certo carattere comune.

I re ellenisti dell'Asia e dell'Egitto, successori di Alessandro Magno, volevano riunire i vari popoli asiatici, greci e macedoni, con i legami di una sola cultura civile, sociale e religiosa, vedendo in ciò un vantaggio per la durata del loro dominio. Ad ottenere ciò nel campo religioso non potevano far troppo affidamento sulla religione greca, la quale, prima ancora della spedizione di Alessandro, si era avviata ad un inarrestabile decadimento. Ad eccezione di Dioniso, che ebbe larga

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Asia Minore - Carta storica dell'A. M. anteriore al sec. viI.
diffusione in territorio ellenistico, le altre divinità greche esercitarono poco influsso. Ed è notevole che persino in Lidia, una regione che più delle altre si aperse all'ellenismo, delle iscrizioni trovate di carattere religioso, 237 riguardano divinità anatoliche, mentre solo 171 si riferiscono a divinità greche.

Ma ad ottenere una certa unità di concezione religiosa lavorarono sia la filosofia del tempo, lo stoicismo, sia le religioni orientali.

Lo stoicismo insegnava che una forza divina, il lógos, anima tutto l'universo, e gli esseri in esso contenuti, compreso l'uomo. Poiché tutti gli uomini partecipano a questa forza e ne ricevono la loro nobiltà, essi sono eguali, nonostante la diversità di razza o di nazionalità. Con questa dottrina lo stoicismo aboliva la distinzione, cara ai Greci, tra elleni da una parte e barbari dall'altra. Lo Stato ideale era quello che aboliva ogni barriera nazionale, per far del mondo intero una sola grande città. Lo stoicismo riconosceva inoltre una sola ed unica divinità, e la identificava con la forza, che governa il mondo e ne regola lo sviluppo. Poiché questa era concepita come immanente al mondo e a tutti gli esseri, e non come trascendente, la concezione stoica era panteista. Agendo inoltre tale forza secondo leggi fisse ed immutabili, si ammetteva il determinismo più rigido in tutti gli avvenimenti e si veniva a negare la libertà dell'uomo.

Che nonostante il panteismo tale concezione fosse capace di suscitare negli animi dei suoi aderenti veri sentimenti religiosi, si può rilevare dal noto inno di Cleante, uno dei primi stoici, e poi a Roma dagli scritti di Marco Aurelio ed Epitteto. Inoltre per un felice illogismo, pur ammettendosi il determinismo in tutte le cose, si insisteva molto sullo sforzo volontario e sulla pratica della virtù. L'ideale della moralità consisteva soprattutto nella piena e assoluta conformità dell'animo con la legge del cosmo, nella tranquilla e incrollabile sicurezza che essa, nonostante qualsiasi apparenza esterna, conduceva tutto ad un ottimo fine.

Va da sé che in una dottrina filosofica solo pochi spiriti inclini alle meditazione potevano trovare appa-
gamento. La massa del popolo seguiva le vie antiche e si rivolgeva alle sue divinità. Essc eran tollerate dallo stoicismo, il quale le interpretava, conforme al suo sistema, come personificazioni ingenue ed infantili di fenomeni fisici.

Una diffusione universale aveva l'astrologia (v.); e non solamente nei ceti colti ma anche presso il popolo. Poiché si era scoperto che il moto degli astri si compiva secondo leggi fisse, s'insegnò che quanto avveniva sulla terra era determinato ed ineluttabile. E ciò sia che si tratti di fenomeni fisici sia che si tratti di fenomeni sociali e morali. Tale dottrina ammetteva il fatalismo, e di nuovo negava la libertà dell'uomo; i suoi eventi, le sue vicende, il termine della vita era scritto negli astri. Bastava saper leggere in questa scrittura celeste, per poter tracciare un oroscopo (v.) esatto sul corso della vita di ogni uomo. Bisognava solo conoscere il momento preciso della nascita o della concezione. Da quel momento egli difatti veniva ad ingranarsi nel vasto organismo dell'universo e ne doveva seguire fatalmente i movimenti e i contraccolpi. Conosciuto ciò, si indagava sulla posizione degli astri in quel dato momento, e si prediceva il futuro in tutti i minimi particolari.

La dottrina trovò buona accoglienza presso i maestri stoici (ad eccezione di Panezio) e i loro aderenti, concordando essa con la loro idea della forza divina, che governa il mondo con leggi fisse e ineluttabili; ma ebbe anche vasta diffusione in tutti i ceti della società. L'astrologia peraltro riducendo l'uomo a semplice ruota di un gigantesco organismo, che seguiva invariabilmente le sue vie, alla lunga fece sentire il suo peso opprimente. E gli uomini cercarono scampo dal fato.

Come reazione contro il fatalismo si ebbe nel tempo ellenistico un rinvigorimento e una vasta diffusione della magia. Si pensò che esistevano formole e pratiche, con cui si poteva forzare la mano degli dèi, e cambiare il fato avverso.

Se gli astri divini potevano, in seguito alla connessione unitaria di tutte le parti dell'universo, esercitare il loro influsso sulla terra e sull'uomo, dovevano trovarsi

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![img-1.jpeg](img-1.jpeg)

In alto: RUDERI D'UNA GRANDE CHIESA da ovest - Djambazli.
In basso: TEMPIO DI ZEUS DI OLBA - Uzundia Burdj.

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(da G. de Jorphanion, Une nouvelle province de l'art bysoutin, Les églises rupestres de Cappadace, l'urge 1850)

In alto: CAPPELLA RUPESTRE n. 21 di Guerémé (secc. 1x-x) - Cappadocia.
In basso: NASCITA DI GESÚ CRISTO. Affresco nella chiesa rupestre di Qeledjar (secc. 1x-x) - Cappadocia.

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mezzi, in forza dello stesso principio, per contrastarne in un modo o l'altro l'azione. Si trattava di conoscerli e di saperli adoperare. Il solo lato buono della magia era la reazione dell'uomo contro una dottrina, che lo rendeva semplice marionetta nelle mani del burattinaio. Ma di religione nelle pratiche magiche non si può parlare. L'atto religioso difatti tende a disporre benevolmente la divinità per averne l'aiuto; l'azione magica invece vuole forzarla. Nel primo caso l'atteggiamento interiore dell'uomo è di umile soggezione alla divinità, nel secondo si ha quello di presuntuosa superiorità, o come si è detto, di egoistica arroganza. Ad ogni modo diffusissima divenne la credenza che con simili pratiche si potesse mutare il proprio destino avverso, ed esser liberati dalla propria stella.

Ma il popolo vi ricorreva anche per altri scopi particolari. Ci sono pervenuti una quantità di papiri magici con le formule più diverse e strane o per ottenere la liberazione da una malattia, o per il prospero successo di una impresa amorosa, o per la felice conclusione di un affare e cosi via. Si costringevano in tal caso dal mago gli spiriti ad apparire e con incantesimi si forzavano a render servizio e a svelare la causa di una malattia o la natura del rimedio. Poi si trattava di allontanarli e di evitare che essi si vendicassero, e si ricorreva nuovamente a pratiche magiche per ottenere ciò.

Astrologia e magia connessc insieme si diffusero in ogni regione dell'A. M. e nell'Egitto e di là passarono a Roma, dove misero salde radici, e si estesero nelle altre parti di Europa, resistendo a tutti gli assalti fin nel medioevo.

Se l'astrologia venne dalla Babilonia e la magia prevalentemente dall'Egitto, un culto che ebbe diffusione universale fu opera dei re ellenistici : si tratta del culto dei re.

Alessandro, dopo le vittorie che lo portarono fino alle terre dell'Indo, si era fatto riconoscere dio dai greci. Lo scopo di ciò era politico : si volevano mettere sullo stesso livello tutti i popoli che componevano il nuovo impero: snacedoni, greci ed asiatici dovevano sentirsi eguali davanti ad un re-dio. Nello stesso tempo si intendeva conferire una potestà assoluta al regnante con la sua elevazione a divinità. Per le stesse ragioni, allo amenderamento dell'impero dopo la sua morte, i successori dell'Asia e dell'Egitto, i Seleucidi e i Tolomei, si diedero ad istituire il proprio culto. Procedettero per tappe : prima furono divinizzati monarchi defunti, poi si passò ad istituire il culto del re vivente. Tale istituzione costituì lo sgabello, su cui si sollevava l'assolutismo del regnante. La partecipazione a questo culto fu richiesta a tutti i sudditi dei regni ellenistici, e divenne il simbolo di fedeltà. Ma di contenuto spirituale c'era ben poco in esso; e tra le migliaia d'iscrizioni a contenuto religioso, non se ne trova alcuna che mostri essersi qualcuno diretto al re, vivo o morto, per aver soccorso nei suoi bisogni religiosi. Ad ottenere ciò gli animi si rivolgevano agli dèi antichi.

Queste divinità locali erano numerose, ma, come abbiamo detto in principio, seguivano una tendenza unificatrice. Protettrici di un determinato Stato e del popolo che lo componeva, ora che i vari Stati erano stati assorbiti dai grandi regni ellenistici, non potevano più considerarsi come tutrici di uno Stato particolare inesistente: dovevano perdere i caratteri locali e tagliare i loro legami etnici o statali, per acquistar caratteri più universali. In tali nuove condizioni esse potevano rivolgersi a tutti i popoli, anche fuori degli antichi confini, in cui fioriva il loro culto. Gli uomini facevano
ora parte di un impero e avevano perduto il loro Stato particolare, non si sentivano quindi più legati alla divinità dell'antico Stato, ma potevano rivolgersi liberamente anche a divinità, ad essi prima forestiere, nei propri bisogni religiosi.

Per rispondere meglio alle più vaste esigenze degli uomini, i propagandisti di una divinità ne allargavano il campo di attivita, attribuendo ad essa proprietà e qualità desunte da altre. I cultori di una forma religiosa inoltre non escludevano le altre forme o le altre divinità, ma le consideravano come diversi aspetti e nomi vari della stessa divinità. E si poteva liberamente seguire uno o più culti diversi. Non si può in questo movimento parlare di monoteismo, ma piuttosto di una tendenza verso una unità di credenze, o meglio di culto, che peraltro non arrivò al suo termine neanche poco prima che le varie religioni scomparissero quando il cristianesimo trionfo. Lo sviluppo descritto si nota maggiormente durante l'epoca romana al tramonto dell'ellenismo, ma gli inizi si ebbero in quest'epoca.

Le aspirazioni di greci ed orientali nei decenni prima dell'era nostra si volgevano verso la salvezza. E poiché gli uomini si sentivano impotenti a conseguirla con le proprie forze, volgevano gli sguardi verso un aiuto dall'alto. La liberazione peraltro non era da tutti concepita in identica forma. Le guerre che desolavano le varie regioni dell'Asia, il perturbamento dell'ordine interno, facevano desiderare la pace e il ristabilimento di una ordinata convivenza civile. Questa era considerata come la salvezza; e quando Augusto la diede, allora fu esaltato con i titoli più divini e considerato come salvatore. Altri gemevano sotto la credenza nel fato, e salvezza per loro significava l'esser liberati dalla propria stella infausta. I Persiani invece avevano una dottrina la quale mostrava la vita come una lotta continua tra il bene e il male, e gli uomini divisi in due opposti campi sempre in lotta tra di loro. E poiché vedevano che il male e la menzogna prevalevano, aspettavano un messaggero divino che venisse a far trionfare il regno della giustizia e della verità, e ristabilisse un ordine nuovo con una umanità trasformata e concorde nel bene. Il soccorritore che essi aspettavano era stato preannunziato, cosi essi pensavano, dallo stesso fondatore della loro religione, Zoroastro; ed essi vivevano nella sua attesa. Più che i culti, erano i nobili aneliti dell'uomo verso la salvezza, che avrebbero aperto i cuori al messaggio cristiano.

BibL.: P. Wendtend, Die hellenistisch-römische Kultur, 3² ed., Tubings 1912; J. Kaerst, Geschichte des Hellenismus, 2² ed., Lipsia 1926; W. W. Tarn, Hellenistic Civilisation, 2² ed., Londra 1930.

Giuseppe Messina
III. Il CRistianesimo nell'a. M. - L'occupazione dell'A. M. da parte dei Romani, preceduta da un lungo dominio greco, s'iniziò con la morte di Attalo ( 133 a. C.), che lasciò loro il suo regno in eredità, ed attraverso successive vicende fu completata soltanto al principio del sec. II. L'estensione del territorio, ma soprattutto la diversità dei popoli e la graduale sottomissione di essi consigliarono i Romani a non farne una sola provincia. E le province variarono man mano di numero e di estensione secondo le varie sistemazioni date alla regione dagli imperatori.

L'A. M., di cui tante città ascoltarono la parola di s. Paolo e poi di s. Giovanni verso la fine del sec. I, è una delle regioni imperiali dove la parola di Gesù fu più predicata. La Chiesa di Efeso, la più ricca città dell'A. M., deve la sua fondazione a s. Paolo e, secondo una tradizione generalmente accolta, l'apostolo Giovanni la governò per molti anni. Le Chiese di Alessandria Troade, di Laodicea, di Gerapoli, ove dimora-

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rono il diacono s. Filippo, confuso più tardi con l'Apostolo omonimo, e le sue figlie, conosciute come profetesse, sono ricordate nelle lettere paoline. Quelle di Smirne, Pergamo, Sardi, Filadelfia e Tiatira, Efeso e Laodicea, sono le destinatarie dell'Apocalisse di Giovanni. Le cristianità di Tralli e di Magnesia sul Meandro sono ricordate ca. l'anno 100 nelle lettere di s. Ignazio di Antiochia, successore d'Evodio, lasciato nella città da s. Paolo, quando l'Apostolo dovette recarsi altrove. Oltredìè nella zona costiera dell'A. M., il cristianes'mo penetrò in Pisidia per mezzo di s. Paolo; Iconio, Antiochia di Pisidia, Listri, Derbe, ebbero molto presto le loro comunità cristiane e nel resto del paese il Vangelo si diffuse rapidamente. Le cristianità della Galazia sono pure figlie dell'apostolato di s. Paolo, il quale indirizzò ad esse una delle sue più celebri lettere. Egli scrisse anche ai cristiani di Colossi nella Frigia, che però non sembra essere stata evangelizzata da lui personalmente. L'isola di Cipro fu visitata da s. Paolo e dal cipriota s. Barnaba verso l'anno 47, quando anche il proconsole Sergio Paolo si converti al cristianesimo. La dottrina evangelica si sviluppò abbastanza rapidamente nell'isola, mercé l'apostolato di predicatori venuti dalla vicina Siria. La Bitinia sulle coste del Mar Nero fu evangelizzata evidentemente prima della fine del sec. I, poiché al principio del seguente Plinio il Giovane, il quale sotto Traiano governò la provincia, attesta che il cristianesimo non solamente inondava le campagne, ma formava il vuoto attorno ai templi. Poco tempo dopo, la città di Sinope aveva un vescovo, che fu il padre dell'eretico Marcione.

Ma ca. l'anno 95 i cristiani di Pergamo e di Smirne furono molestati, per causa della persecuzione di Domiziano, che, secondo la tradizione, fece rifulgerese non un martire, almeno il più glorioso dei confessori, l'evangelista Giovanni (Tertulliano, De praescriptione, 36).

Nonostante i gravi pericoli della gnosi alla fine del secolo apostolico, e quindi del marcionismo e del montanismo, dei quali i vescovi dell'A. M. riuscirono ad avere partita vinta con i sinodi celebrati in Frigia, il cristianesimo aveva fatto i più rapidi progressi. Nel sec. in Dionigi di Alessandria dichiara che la Frigia possiede la chiesa più popolosa, mentre il retore pagano Luciano d'Antiochia lamenta il gran numero di cristiani che riempiono il Ponto fin dal tempo di Marco Aurelio, e verso il 190 i vescovi di questa regione scrivono al papa Vittore a proposito della questione pasquale. Al contrario solo nel sec. III il Ponto inferiore venne metodicamente evangelizzato.

Nel sec. II ebbe comunità cristiane anche la Cappadocia, nella parte centrale dell'A. M., ove era restata a lungo acquartierata la famosa "Legio Fulminata", in cui, fin dal tempo di Marco Aurelio, militava un buon numero di soldati cristiani, in gran parte reclutati nell'estremità orientale di detta provincia. Tuttavia la sua capitale, Cesarea, non figura nella storia cristiana che verso il 200, quando il suo vescovo Alessandro, discepolo di Panteno e di Clemente nel Didascaleo di Alessandria, venne imprigionato durante la persecuzione di Settimio Severo.

Intorno al 300 la cristianizzazione dell'Oriente era molto progredita e perfezionata l'organizzazione della sua gerarchia, nonché formate le circoscrizioni ecclesiastiche in genere sul modello delle divisioni amministrative. Le suddivisioni imposte da Valente e Teodosio fecero salire a venti le province civili e di conseguenza le ecclesiastiche. Alle antiche metropoli asiatiche, Efeso, Cizico, Sardi, Afrodisiade, Mira, Antiochia di Pisidia, Laodicea di Frigia, vennero ad aggiun-
gersi quelle di Side, Eucarpia ed Iconio. Le metropoli del Ponto, Cesarea di Cappadocia, Ancira, Nicomedia, Gangre, Amasca, Neocesarea, furono completate con l'aggiunta di Tiana e di Melitene.

Bisc.: Pouly-Wissona, Realenc., II. col. 1358 sge.; e X. coll. 232-63: W. M. Ramsay, Hist. Geogr. of Asia Minor, 3ed., Londra 1911; id., Cities and Bishaprits of Phrygia, Oxford 1805; id., The Church in the Roman Empire before a. D. 17 a. 8* ed., Londra 1904: Th. Zahn, Apostet und Apostelschüler in der Provinz Aden, in Forschungen zur altsbriet. Liturg. und Dogmengeschichte, 6 (1900), pp. 1-224; G. Bondy, Aste, in DHG. IV, col. 966 sgg., con bibliogr.: V. Schultze, Altsbrietl. Städte und Landschaften, II: Kleinasien, Gütersloh 1928; e III: Antiochia, in 1930: A. Harnack, Die Mission und Ausbreitung des Christentums, II, 4² ed., Lipsia 1924, p. 73 sgg.; A. Götze. Kulturgesch. des alten Orients, 3² ed., Monaco 1933. Alberto Goleti
IV. Il vicabato apostolicodell'A. M. - E una fondazione della Congregazione di Propaganda, la quale diede la cura spirituale dell'A. M. ai presuli di Costantinopoli e di Smirne già nel sec. xvir. Dopo varie vicende, nel 1818 fu eretto formalmente il vicariato apostolico dell'A. M. ed affidato all'arcivescovo di Smirne, poco prima ristabilito. Rimanevano però al vicariato apostolico di Costantinopoli la parte settentrionale dell'A. M., dalla quale la Missione indipendente di Trebisonda fu distaccata nel 1931. Il vicariato apostolico dell'A. M. (in senso stretto) ebbe sino ad oggi pochissimi cattolici.

Bisc.: L. Lemmens, Hierarchie Latina Orientis, in Orientalia Christiana, i (1923), p. 223-95; Guida delle Missioni Cattoliche, Roma 1935, p. 127; G. Hofmann, L'Archivescovato di Smirne in Orientalia Christiana Periodica, i (1935), pp. 434-66.

Giorgio Hofmann
V. Archeologia. - L'archeologia dell'A. M. ha ricevuto in questi ultimi tempi grande impulso, ma è ben lungi dall'aver dato i maggiori risultati, specie per ciò che riguarda le origini cristiane. Ad ogni modo, è necessario distinguere i monumenti delle città costiere (Efeso, ecc.) impregnati d'ellenismo ed anche di romanità, da quelli dell'interno che rivestono più spiccati caratteri orientali.

Per quanto riguarda l'età precostantiniana, diversi materiali epigrafici sono stati raccolti nella Frigia, che era molto penetrata dal cristianesimo e gravemente soffri nella persecuzione dioclesianea. Celebre è l'epitaffio di Abercio (v.). Ma sono pure interessanti i gruppi di epigrafi cripto-cristiane con la formula: ε σ τ α : α v̂ γ ω̃ τ ρ δ ς τ v̂ ν vartheta ε v̂ ν (particolarmente nella Frigia del sud) e quelli con l'ostentazione della qualità cristiana ( χ ρ ε σ τ ι α ν ω̂ ), e non di rado la croce (Frigia del nord) che devono spettare alle congreghe eretiche dei montanisti. Merita anche d'essere ricordata l'iscrizione d'Aricanda (v.). Una memoria di martire che si propende a credere autenticamente precostantiniana è la teca marmorea a sarcofago (ora nel museo di Brussa) che, come asserisce l'epigrafe, contiene reliquie delle ossa del martire s. Trofimo (è s. Trofimo d'Antiochia di Pisidia, sacrificato a Sinnada sotto Probos: 276-82). E invece dubbio che si riferisca ad un vescovo e ad un confessore della fede l'epitaffio metrico di un giovane chiamato Gennadio, che fu scoperto nel territorio dell'antica Laodicea Combusta. Ma fu milite e confessore (al tempo di Massimino) Marco Giulio Eugenio che, dopo la pace, diventato vescovo di Laodicea riedificò splendidamente la chiesa e da ultimo si preparò il proprio sepolcro. Ciò egli assevera in un interessante epitaffio che spetta ca. all'anno 340: dal quale sappiamo pure alcune particolarità della ricostruita basilica, poiché si accenna ai portici, alla fonte, agli intarsi, alle pitture. Un'altra epigrafe, trovata sul luogo di una città fondata dall'imperatore Adriano in Bitinia (Hadriani ad Olympum) parla di un giovane lettore o

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cantore di salmi che ora dorme protetto da Cristo ed è andato a richiedere il suo posto all'agape superna. L'epigrafe può appartenere al sec. III.

Questo materiale epigrafico ha tuttavia bisogno di essere ulteriormente indagato e meglio datato e interpretato. Occorrerà poi ben distinguere ciò che è pagano e ciò che è cristiano, poiché diverse espressioni epigrafiche possono prestarsi ad equivoci. Vi sono inoltre formulari (come quelli circa la violazione delle tombe) che si ripetono da un luogo all'altro. Attenzione meritano anche i simboli figurati sulle stele. Talune figurazioni si ripetono fin dai tempi delle più antiche civiltà locali.

Per quanto riguarda le reliquie monumentali, a prescindere da qualche piccolo ipogeo (es., la catacomba dei Sette Dormienti ad Efeso) e da qualche camera sepolcrale scavata nella roccia, i cimiteri dell'A. M. erano all'aperto cielo ed ivi si vedevano stele (come quelle montaniste ricordate) ed arule. L'epigrafe di Abercio è su di un cippo ad ara (Soṣcóc). Vi si vedevano anche sarcofagi, ma si è assai all'oscuro intorno alla scultura del primitivo cristianesimo in queste regioni. Può supporsi che avessero sviluppo i sarcofagi a nicchie e a colonne del tipo cosiddetto asiatico, ma di esso il più antico esemplare con soggetto cristiano è del principio del sec. v e non proviene dall'A. M.: è il frammento di Psamatia (Costantinopoli), ora nel museo di Berlino. Anche doveva esservi il tipo a figure molto rilevate su fondo neutro, come in un altro frammento (museo di Berlino) che si dice provenga da Sinope e che ha un gruppo assai movimentato e di non chiara interpretazione (ma l'origine asiatica del frammento, che è del sec. v, non è bene accertata). Sembra che la scultura ravennate del sec. v rifletta modi asiatici. Tutto ciò ha bisogno di studi ulteriori. Si deve tuttavia presumere che si sviluppasse per tempo in A. M. una ricca iconografia cristiana, se tanto importante appare la serie dell'Evangeliario sinopense (sec. vi; frammentario, oggi nella bibl. Naz. di Parigi), strettamente imparentato col famoso Evangeliario di Rossano (pure del sec. vi). Un grande impulso alla iconografia mariana dovette manifestarsi dopo il Concilio di Efeso (431), e noi pensiamo che il dittico eburneo berlinese con il Cristo fra Pietro e Paolo e la Madonna in trono fra gli Angeli possa essere una delle più antiche manifestazioni (forse 2^{mathrm{a}} metà del sec. v) di questa iconografia post-efesina. La Theotóhos fra gli angeli ritorna in una icona sinantica e nella Madonna della Clemenza nella basilica di S. Maria in Trastevere in Roma. Ebbe quindi larga diffusione in Oriente e in Occidente. Molto più tardi le chiese rupestri di Cappadocia avranno una serie notevolissima di figurazioni pittoriche, le quali svolgeranno gran copia di temi iconografici desunti dai libri canonici e dagli apocrifi. Come abbiamo veduto dall'epigrafe del vescovo Eugenio, vi fu sviluppo assai per tempo anche nei sacri edifici. Ad Efeso, dove prevalevano gl'influssi ellenistici e romani, si eressero importanti basiliche (v.). Una tradizione vetusta asseriva che ivi la Madonna avrebbe seguito s. Giovanni (e la tradizione doveva essere stata dettata dall'adozione voluta da Gesù quando per l'ultima volta dall'alto della croce parlò alla Vergine). A Korykos c'è un'altra basilica con mausoleo del sec. Iv, elevato in onore di due martiri ignoti, e c'è anche una grande necropoli con sarcofagi in calcare, taluni dei quali sono a fossa nella roccia, o ricavati da un blocco di roccia in forma di arca. A Meriamlik (l'antica Seleucia) esistono le tracce del grandioso santuario di S. Tecla, attorno a cui si formò una vera cittadella. Ad Uzundia-Burdj (l'antica

Diocesarea) c'è l'utilizzazione del grande tempio di Giove avvenuta molto per tempo. Demolita la cella, si aggiunse un'abside al peribolo colonnato che si tramutò con riempimenti in un muro perimetrale.

C'è poi una serie grandissima di costruzioni sorte a pianta centrale con il solito corredo di coperture a cupola o ad imbotti. Interessante è il santuario di S. Nicola a Mira, che però è stato rimaneggiato anche in età relativamente recenti. C'è poi S. Clemente d'Ancira e soprattutto l'imponente chiesa di Dere-Ağzi, che ha pure a fianco due mausolei ottagoni. Queste strutture risentono molto dell'arte della prima età d'oro bizantina, pur avendo caratteristiche locali. Di edifici ottagonali parlano i Padri della Chiesa del sec. Iv. Ma un tipo rimastoci è quello di Suwasa, forse del sec. v. Un centro di grande interesse per le molteplici costruzioni ecclesiastiche è Binbirkilisa in Licaonia: è una vera città cristiana i cui edifici, datati dallo Strzygowski al sec. Iv o v, sono stati dal Ramsay restituiti ad epoche posteriori in base a testimonianze epigrafiche. Si può credere che il sec. v sia l'epoca più antica. Ancora nei secc. x-xi si costruiva secondo l'antico stile, ma con esecuzione più mediocre. Vi sono chiese a semplice pianta basilicale, chiese a croce, chiese con matronel, edifici ad ottagono, ecc., con largo impiego di vòlte a botte o di areate trasversali (specie nelle navate minori per servire di controspinta alla volta girata sulla nave intermedia) e una certa preferenza per gli archi a ferro di cavallo. Le facciate dovevano talvolta avere due torri laterali ed un portale ad arco doppio ricadente su colonna centrale. Di grande interesse architettonico è la chiesa di Alahan-Monastir (Kogia-Kalessi) in Isauria. E una basilica con profondo presbiterio absidato, che ha nei lati i due pastofori. Le navatelle terminano ad abside all'altezza dell'arco trionfale. Colonne addossate a pilastri reggono gli arconi traversi della navata centrale. Le divisioni fra questa e le laterali sono a colonne e pilastri. Sulle navate stanno i matronel. La vòlta a botte intermedia si apriva in una cupola, ora caduta. Sulla fronte si apre una trifora. Costruzione di tipo più spaziale è S. Clemente d'Ancira. E una costruzione a larga croce con cupola centrale e coro profondo absidato ed affiancato da celle tricore coperte da cupole. Però questa basilica tradisce l'influenza delle strutture giustinianee di Costantinopoli. Essa è stata con ragione attribuita al vi-IX sec.

Indubbiamente l'A. M. è il massimo centro da cui s'irraggiò l'arte bizantina. Non bisogna dimenticare che i due costruttori di S. Sofia di Costantinopoli erano micrasiatrici. Qui la rarità del legno da costruzione e l'abbondanza della pietra, costrinsero a cercare tutte le esperienze statiche e ad ovviare a tutti gl'inconvenienti di una costruzione massiccia. N