al vi-IX sec.
Indubbiamente l'A. M. è il massimo centro da cui s'irraggiò l'arte bizantina. Non bisogna dimenticare che i due costruttori di S. Sofia di Costantinopoli erano micrasiatrici. Qui la rarità del legno da costruzione e l'abbondanza della pietra, costrinsero a cercare tutte le esperienze statiche e ad ovviare a tutti gl'inconvenienti di una costruzione massiccia. Naturalmente più tardi l'arte bizantina giunta al suo fulgore riflui nelle contrade asiatiche. Ma il problema s'impernia sulle origini di quest'arte. E stato rilevato che, se vi penetrarono antichissimi elementi orientali, assai più forte fu la volontà di rendere in strutture di tutta pietra le concezioni spaziali dell'età romana e non sembra doversi escludere nemmeno l'irraggiamento dell'arte grandiosa dell'Urbe. Quindi, modi orientali, modi ellenistici (locali e del non lontano centro antiocheno), modi romani dettero l'impulso a queste esperienze architettoniche, che si appalesano tanto variate e così suggestive. Certo gli architetti micrastiatici seppero dare una perfetta rispondenza fra gli esterni e gl'interni ed una armonia che non si trova in altri luoghi. Ma oltre le costruzioni all'aperto cielo non sono da trascurare
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neanche le importanti chiese sotterrance, specialmente quelle di Cappadocia (Göreme, Soğanle, ecc.). - Vedi Tavv. XV-XVI.
Bibs.: G. Perrot, Exploration de la Galatie et de la Bithynie executée en 1061, I, Parigi 1863, p. 63. n. 14; A. C. Headlam, Ecclesiastical sites in Insuria, in Journal of Hellenistic Studies, Supplementary Papers, 1 (1805); J. Strzygowski, Kleinasien, ein Neuland der Kunstgeschichte, Lipsia 1903; id., Orient oder Rom, Lipsia 1901, p. 46 sg.; J. W. Headlam, The procedure of the Gerrysian Inscription, 13 (1802-93), pp. 48-69; A. Muñoz, Sarcofagi asiatici, in N. Bull. di arch. crist., 11 (1903), pp. 79-103, e in L'Arte, 1906, p. 130 sg.; id., Il radice parpures di Rosano e il frammento Sinopense, Roma 1907; H. Rott, Kleinasiatische Denkmäler aus Pisidien, Pomphylien, Kappadokien und Lqhien (Studien über christliche Denkmäler, dir. da J. Ficker, 3-6), Lipsia 1908; G. Mendel, Catalogue des monuments grecs, romains, byzantins du macto imperial ottoman de Brousse, in Bulletin de correspondance hellénique, 33 (1900), pp. 342-43, n. 14320 (548); W.M. Ramsay e G. L. Bell, The Thousand and one Chairhes, Londra 1909; A. Birnbaum, Die Öktaqque von Antiochia, Naxiana und Nyssa, in Repertoriun für Kunstscissenschaft, 36 (Berlino 1913), pp. 181-209; W.-M. Csider, Philadelphia und Moutanism, in Bulletin of the John Nylands library, 7 (Manchester 1923), n. 3; id., The epigraphy of the Anatolian Herets, in Anatolian Studies, Manchester 1923, pp. 39-67; H. Grégoire, Epigraphie chrétienne, I: Les inscriptions hérétiques d'Asie Mineure, in Byzantion, 1 (1924), pp. 695-710; G. de Jerphanion, Les églises rupestres de Cappadoci, I-III, Parigi 1922-27; id., La voix des Monuments, 1-II, Ivi 1930, 1938; P. Franchi de Cavalieri, in Nota agiografiche, VII (Studi e Testi, 49), Roma 1928, pp. 101 sg. e 241 sg.; J. Keil, in Jahreshefte des ästerreichischen Arch. Instituts, 25 (1929), Belblatt 3; 26 (1930), Belblatt: 27 (1931); (per la basilica di S. Giovanni ad Efeso), H. Herzfeld e S. Guyer, Meriandih und Korykos (Monumenta Asiae Minoris antiqua, 2), Manchester 1930; J. Keil e A. Wilhelm, Denkmäler aus dem rauben Kilihien (Monumenta Asiae Minoris antiqua, 3), Manchester 1931; E. Reisch, F. Knoll, J. Keil, Forschungen in Ephesus, IV, 1; Die Marienkirche in Ephesus, IV, 11, Augusta 1932; S. Guyer, Les monuments chrétiens en Asie Mineure, in Atti del III Congresso Internaz. di archeol. crist., Rome 1934, pp. 433-58 (v. anche in Byzantinische Zeitschrift, 32 (1933), pp. 78-107 e 313-30); Fr. Miltner ed altri, Das Cosmeterium der Sieben Schläfer, Baden 1937.
ASI BEN SIMAJ. - Amoreo (v.) babilonese della sesta generazione, n. nel 352 e m. nel 427. Riaprì l'accademia di Sura, della quale fu il capo dal 375 alla sua morte. La sua attività fu rivolta a raccogliere e coordinare il materiale talmudico accumulato dai rabbini babilonesi nel corso di due secoli. Godé di molto prestigio presso i suoi contemporanei per la sua dottrina. A lui e al suo successore Rabinā (v. ABINA) si attribuisce la definitiva redazione del Talmūd babilonese.
Bibs.: H. L. Strack, Einleitung in Talmud und Midras, 2² ed., Monaco 1921, p. 148.
Alfredo Ravenna
ASIDEL. - Uomini «pii» del giudaismo dell'epoca maccabaica e asmonea. L'ebr. hāsidhīm "pii» (nei Settanta { }^{text {Aos. }} mathbf{s}[mathrm{c}] (os) ricorre spesso nel Vecchio Testamento (Ps. 4, 4; 11, 2 ecc.; Prov. 2, 8; Mich. 7, 2, ecc.); nel sec. II a. C. designa gli aderenti di un forte gruppo costituito dai migliori del popolo giudaico, votati all'osservanza più rigida della legge mosaica (I Mach. 2, 42; 3, 44; 7, 13 sgg.) per cui soffrirono e lottarono anche con le armi. Non se ne conosce l'origine. Al tempo di Mattatia (m. nel 166 a. C.) erano già potenti e dovevano aver reagito all'ellenismo invadente. Appartenevano forse a quei fedeli, di cui mille furono massacrati per essersi rifiutati di combattere in giorno di sabato (I Mach. 2, 29-38). Pronti all'appello di riscossa di Mattatia, presero parte alle guerre maccabaiche contro Anticos IV Epifane (v.) e successori (ibid. 2, 42). Di fede profonda ma ingenua, caddero nel tranello teso da Demetrio I Sotere ( 162-190 ) che insieme all'esercito di Bacchide aveva inviato in Giudea l'intrigante Alcimo (v.), dopo averlo creato pontefice, ad offrire fraudolentemente libertà ai Giudei. Gli a. non potendo dubitare della sincerità di un discendente di Aronne, credettero ad
Alcimo e diffidarono del guardingo Giuda Maccabeo (165-161). E stimando essere giunto il tempo di poter attuare il loro programma religioso, deposero le armi ed insieme alla «sinagoga degli scribi» vennero a domandar pace. Ma Alcimo (o Bacchide, secondo Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., XII, 10, 2), fedifrago, ne trucidò 60 in un giorno, avverando con questa strage Ps. 78, 2-3 (I Mach. 7, 12-17). Scopertol'inganno e riprese le armi con maggior accanimento, ridussero a mal partito Alcimo, che a Demetrio confessò che gli a. formavano il nerbo principale dell'esercito di Giuda Maccabeo, rinfocolavano la guerra, provocavano ribellioni minacciando la saldezza del regno, e gli impedivano di esercitare il pontificato (II Mach. 14, 6 sg.). Da questo momento se ne perdono le tracce.
Poiché al tempo di Gionata (161-143), Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., XIII, 5, 9; cf. XII, 10, 1), accennando per la prima volta alle sétte giudaiche (farisei, sadducei, esseni) non li nomina, e perché il loro programma si avvicina a quello dei farisei (v.), alcuni sostengono l'identità dei due partiti. E strano il silenzio di Flavio Giuseppe a loro riguardo, dato che utilizza i libri dei Maccabei. I farisei si possono considerare continuatori del partito degli a. Secondo alcuni la corrente più rigida degli a. si sarebbe confusa con gli esseni, la più moderata con i farisei. Forse sono da rintracciarsi nei «santi» (Gove) dei Salmi di Salomone (2, 40; 3, 10; 4, 7-9; ecc.) e nel «popolo santo» dei Giubilei (33, 20-31). Nell'apocrifo di Enoch (di cui alcuni attribuiscono il nucleo primitivo ad un a.) 90, 6-7, verrebbero raffigurati negli agnelli nati dalle pecore bianche, verso le quali non avrebbe belato il gregge del popolo d'Israele.
Secondo W. Bousset, W. Baldensperger, A. Causse ed altri, gli a. diedero origine in Israele a una corrente spirituale importante (i «pii» o «silenziosi» o « poveri d'Israele» [v. zRONITI] o "messianisti-pietisti") che, lontana dagli intrighi politici e fidando solo in Dio, guardava la religione ufficiale con diffidenza.
Nel Talmūd i hāsidhīm sono i rigidi osservanti della Legge, con tendenza all'ascetismo (Bērāhhōth, 5, 1; Haghighāh, 2, 7 ecc.). Vi si distinguono i hāsidhīm hā-ri'šōnīm (gli antichi), o 'anšē ma'áèeh (gli uomini dell'opera). Forse esisteva una Mēghillath hāsidhīm (v. HASSIDISMO).
Bibs.: J. Drusius, De Hasidosis, in Critici sacri, VIII, Londra 1660, 2017-22; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, I, 30 ed., Lipsia 1920, pp. 190, 203, 217; II, 40 ed., ivi 1907, p. 404; M. Schloessinger, Hasidismus, in Jewish Enc., VI, coll. 250-52; S. H. Horodezky, Chassidōer, in Enc. Judaica, V, coll. 357-59; A. Causse, Les "Pautres d'Israëls, Prophète, Psalmètes, Messianistes, Parigi 1922; M.-J. Lagrange, Le judaïsme avant Jésus-Christ, ivi 1931, pp. 56, 114 sg., 119, 138, 272; G. Rizzotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, § 243; L. Gukkowitsch, Die Entwicklung des Begriffes Hasid im Alten Testam., Tartu 1934; B. D. Eerdmans, The Chasidion, in God-testament. Studies, 1 (1942), pp. 176-257.
Bonaventura Mariani
ASIDO. - Asidonia (oggi Medina-Sidonia, provincia civile e diocesi di Cadice, Spagna), diocesi dell'epoca visigotica e mozarabica (secc. viI, xII), oggi semplice arcipretura. v. CADICE.
ASILO. OBRITO di. - E il diritto di immunità che acquista chi, reo o in contrasto con l'autorità che amministra la giustizia, si rifugia in un luogo sacro o presso una cosa sacra. Il luogo stesso viene detto a. (dal vocabolo greco āroào; «inviolabile») ad indicarne appunto l'inviolabilità.
L'uso, privilegio o legge per cui persone o cose erano in determinati luoghi al riparo da ogni possibilità di arresto, offrì difesa all'individuo e rappresentò un correttivo alla tradizione barbarica della vendetta
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del sangue e, nel tempo stesso, alla legislazione dello Stato. Fu largamente diffuso tra i popoli semitici ed in particolare tra gli Ebrei. L'idea della giustizia, insita nell'uomo, si era trasformata in quella della vendetta che veniva esercitata dalla famiglia dell'ucciso; a correggere gli eccessi e a distinguere l'omicidio colpevole dall'accidentale e dal provocato, nella Legge mosaica venne stabilito il diritto d'a. e furono designate sei città dove i rei di sangue involontari ( p u i nolens sauguinem fuderit) potessero trovare sicuro rifugio mentre si svolgeva il processo a loro carico (Ex. 21, 13-14; Num. 35, 6 e 11-34; Deut. 4, 41-43). Il beneficio di a. era esteso anche ai cittadini di altra nazionalità o religione; ne erano esclusi i rei di delitti quali il furto, l'adulterio, ecc. Il reo restava nell'a., anche se riconosciuto colpevole, per un anno o fino alla morte del gran sacerdote perché l'odio si sopisse negli animi ed egli potesse in seguito godere incondizionatamente della sua libertà.
Anche in Egitto, soprattutto nell'epoca ellenistica, si hanno testimonianze sul diritto d'a. che veniva concesso dai sovrani ai luoghi di culto. Nel in e it sec. a. C. sembra fosse riservato ad alcuni templi di "prima classe" quale quello di Menfi. Si largheggiò più tardi, forse perché la dinastia intendeva accattivarsi gli abitanti. Il privilegio, molto ambito dai sacerdoti perché costituiva una valorizzazione del loro tempio, si estendeva anche ad una zona limitrofa stabilita per ogni singolo caso e determinata da stele calcaree poste "ai quattro venti». Pene severe venivano comminate ai trasgressori. Lo strategis era tenuto a sorvegliare l'osservanza del decreto reale.
In Grecia questo diritto fu largamente praticato; ma, mentre in principio la maggior parte dei templi godeva di questo privilegio, a causa degli abusi che ne erano derivati fu necessario regolare e limitare il diritto stesso che nell'epoca classica era già ristretto a pochi templi. L'a. ( ἀ π ἀ λ α ) poteva essere richiesto da qualsiasi criminale o individuo senza protezione (schiavo, debitore insolvibile) e durava fin tanto che il rifugiato si trattenesse nel recinto sacro. La legislazione ateniese escludeva però i condannati a morte.
I Romani, conquistata la Grecia e l'Asia Minore, rispettarono dapprima tutte le pretese di a. rivendicate da templi e città, ma, essendosi verificati disordini e abusi, Tiberio, nel 22 d. C., ordinò una verifica dei titoli sui quali si basava l'asserito privilegio. I templi ai quali venne riconosciuto il diritto d'a. affiggevano una targa di bronzo riproducente il senatus consultum di autorizzazione. Primo fra questi fu il tempio di Diana in Efeso.
Questo diritto di a., che occupò grande posto nella storia greca ed orientale, non fu ammesso dai Romani (cf. anche Livio, XXXV, 51), salvo nei tempi più antichi, come dimostra il diritto di a. annesso al tempio di Diana Aventina (Festo, s. v. Servorum dies) e il rito di successione del sacerdozio nel tempio di Diana Nemorense, dove lo schiavo ivi rifugiatosi ne diveniva sacerdote (rex Nemorensis) purché avesse ucciso il sacerdote in carica (Ovidio, Pasti, III, 971 sgg.; Strabone, V, 3). Forma minore di a. era quello che schiavi, debitori, criminali, trovavano rifugiandosi presso un'ara o un simulacro (cf. esempi in Plauto e Te. renais) tanto che tra i significati di ara v'è anche quello di refugium. Servio (Aen., II, 76I) informa che il diritto di a. era limitato a quei templi che lo avevano scritto nella lex dedicationis.
Il cristianesimo rivendicò per le sue chiese e per i cimiteri che le circondavano il privilegio di cui avevano goduto i santuari d'Oriente. Le cause che avevano dato origine all'a. nei templi pagani non erano scomparse con il trionfo del cristianesimo, anzi erano forse aumentate perché proprio allora si iniziava un lungo periodo di torbidi e di barbarie.
Quanto all'origine, si presume che l'istituzione del diritto d'a. sia stata prima introdotta di fatto e poi consacrata dal diritto, perpetuandosi in base agli antichi privilegi dei templi pagani, soprattutto orientali. Dato che l'Egitto greco aveva numerosi di questi a. e che il cristianesimo occidentale ha avuto frequenti contatti con l'Egitto cristiano, non è improbabile che sia l'Egitto il luogo ove si debba cercare l'origine dell'a. cristiano. Analogie numerose e caratteristiche si riscontrano perfino nelle misure che delimitano le aree di immunità (bolla di Niccolò II del ro59) e nelle 'stele che vengono sostituite, nell'a. cristiano, dalle quattro croci (termini salvationis) fissate nei quattro punti cardinali.
Fin dal sec. Iv le chiese cristiane erano luogo di a.; numerose sono in proposito le testimonianze di s. Ambrogio e di Ammiano Marcellino. Nel 392 una legge di Teodosio I introdusse alcune limitazioni; ma nel 399 il diritto d'a. fu legalizzato dal Concilio di Cartagine. Inizialmente doveva limitarsi alla chiesa; nella costituzione del 21 nov. 419 il privilegio veniva esteso a 50 passi al di là delle porte della basilica e nel 431, con editto di Teodosio e Valentiniano, al chiostro ed al terreno che questo racchiudeva.
Il diritto di a. nelle chiese cristiane differiva dal comune diritto d'a. delle religioni pagane e orientali, perché al rispetto del luogo e della divinità si aggiunse la "carità", cui sono obbligati particolarmente i religiosi e il clero, e si ricollegava al potere d'intercessione riconosciuto ai vescovi a favore di coloro che si fossero rifugiati «in ecclesiam».
Nei tempi barbarici, nei regni germanici, non potendosi ammettere in via assoluta il diritto di a., era proibito violare il diritto del santuario, ma il colpevole doveva essere consegnato dopo che fosse stato solennemente giurato di non condannarlo a morte; e così la pena capitale veniva spesso commutata in ammenda. Il Concilio di Orléans del 511 stabili la stessa cosa ed il Decreto di Graziano (c. XVII, q. IV) assorbì questa disposizione che prevedeva per i violatori la pena di scomunica. Altre disposizioni sono contenute nelle decretali di Innocenzo III (c. 6, 10, X, de immunitate ecclesiarum, coemeterii, et rerum ad eas pertinentium. III, 49).
Dalle chiese il diritto di a. si estese a poco a poco alle case dei vescovi, dei cardinali, dei principi e ambasciatori, divenendo anche secolare, e gli abusi che ne derivarono fecero sentire l'assurdità di tale privilegio così largamente esteso. Nel sec. 91 II , in attesa di tempi più propizi per una limitazione o soppressione delle immunità locali, si tentarono progetti di procedura per conciliare le ragioni ecclesiastiche, i diritti sovrani e le esigenze di ordine pubblico. Queste proposte servirono ad elaborare leggi e concordati. Si ottenne che venissero escluse dall'immunità alcune categorie di delinquenti, ma il principio di immunità locale fu sempre mantenuto dalla Chiesa. La costituzione Apostolicae Sedis del 12 ott. 1869, § 2, art. 5, puniva la violazione del diritto d'a. con la scomunica "latse sententiae", riservata al Pontefice. Questa disposizione non fu riprodotta dal vigente CIC, il quale però mantiene intatto il principio del diritto di a. nel can. 1179: "Ecclesia iure suyli gaudet ita ut rei, qui ad illam confugerint, inde non sint extrehendi,
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nisi necessitas urgeat, sine asšensu Ordinarii, vel saltem rectoris ecclesiae ".
In Inghilterra, dove la prima menzione del diritto di a. si trova in un codice di leggi emanate dal re Etelberto nel 600 d. C., l'ammissione dei fuggitivi nelle chiese era regolata da numerose condizioni ed il diritto stesso circoscritto a un determinato numero di chiese, ridotto da Enrico VIII, nel 1540, a sette. Limitato da Giacomo I nel 1623, per quel che riguardava i responsabili di delitti, venne successivamente ( 1697 e 1723) soppresso anche in materia civile.
In Francia, limitato da un editto di Francesco I nel 1539, fu soppresso con la Rivoluzione. In Germania l'abolizione definitiva avvenne solo nel 1780.
In Italia il diritto di a. fu abolito con la legge Siccardi del 9 apr. 1850 . Il Concordato del 1929 non lo ha propriamente rimesso in vigore; ma prescrive, all'art. 9, che "salvo i casi di urgente necessità, la forza pubblica non può entrare, per l'esercizio delle sue funzioni, negli edifici aperti al culto senza averne dato previo avviso all'autorità ecclesiastica \%. Una più larga immunità è riconosciuta dall'art. 22 alle basiliche romane di S. Giovanni in Laterano, di S. Maria Maggiore e di S. Paolo, non già in virtù del diritto di a., ma in dipendenza della extraterritorialità di cui esse godono insieme ad altri immobili pontifici.
Birl.: P. Farinacius, De immunitate ecclesiarum et confugientibus ad eas, Roma 1631; Z. J. Van-Espen, Dissertatio canonica... et de confugientibus ad ecclesias, sive de immunitate locali seu Asylo templarum, Colonia 1729; C. Pistorozzi, Regionamento sul diritto de' sacri suili, Roma 1766; E. Calliemer, Asylos, in Daremberg-Saglio, Dictionnaire des Antiquités grecques et romaines, I, 1873, pp. 309-10; A. P. Busci, The Law of Asylum in Israel, Lipsia 1884; 2. v. in Real-Encycl. des Judentums, I, p. 1088 sgg.; S. Mant, Proderetiones de loris sacris, Parigi 1904, p. 94 sgg.; J. Grill, Die Elemente des kirchlichen Preisugarechts, (Kirchentechtliche Abhandlungen, voll. 75-76), Stoccarda 1911; H. Hirsch, Die Klosterimmunitilt seit dem Investiturstreit, Weimar 1913; A. C. Jemolo, Stato e Chiesa negli scrittori italiani del '200 e del '700, Torino 1914, p. 211 sgg.; F. Martroye, L'asile et la législation impériale du IVe siècle au VIe siècle, in Mémoires de la Soc. Nationale des Auteurs de France, 75 (1918), pp. 159246; G. Lefebvre, Egypte gréco-romaine, in Annales du Service des Antiquités de l'Egypte, 19 (1919), pp. 38-62; P. Perdriaut, Asiles gréco-égyptiens et asiles romains, in Annales sopra cit., 20 (1920), pp. 232-35; F. v. Wossa, Das Asylwesen Ägyptens in der Ptolemäerzeit und die spätere Entwicklung, in Münchener Beiträge zur Papyrtsiforschung und antiken Rechtsgeschichte, 1923; G. Le Bras, Asile, in DHG, IV, coll. 1035-47; P. Timbal Duclaux de Martin, Le droit d'asile, Parigi 1939.
Noemi Crosturoso Scipioni
ASILO D'INFANZIA. - Che l'educazione dell'uomo debba avere inizio fin dalla prima infanzia è un'esigenza che può essere avvertita in tutta la storia della pedagogia. Da Aristotele a Quintiliano ai pedagogisti dell'Umanesimo a Comenio a Rousseau, per dire dei maggiori, tutti pensano che sarebbe seriamente compromessa l'educazione del fanciullo se ad essa non si provvedesse fin dalla più tenera età. Però gli a. d'i. propriamente detti sono, si può dire, una istituzione del tutto moderna, comparendo essa in Europa sulla fine del Settecento e al principio dell'Ottocento. Ciò però non vuol dire che durante tutto il corso della storia dell'educazione e delle istituzioni educative non si possano registrare esigenze pedagogiche ed iniziative intese a raccogliere in appositi locali, e per meglio custodirli e per dar loro una qualche istruzione, bambini fino all'età dei sei o dei sette anni. Non c'è bisogno qui di notare come la cura dell'infanzia sia, sotto molti aspetti, un prodotto del cristianesimo; non che nel mondo antico non si avesse cura e amore pei fanciulli, ma soltanto Gesù sollevò i fanciulli fino a sé esaltando la loro purezza e il loro candore. "Chiunque accoglie uno di questi pargoli,
dice Gesù, accoglie me stesso" (Mt. 18, 5). Cosi fin dal medioevo ci può essere dato di trovare buoni esempi che ci dicono di questa particolare cura che i cristiani posero nella educazione dell'infanzia. Il sacerdote Dateo nel 787 fondò a Milano un ospizio per i bambini poveri, ospizio che durò fino al 1456. In questo ospizio i più piccoli erano curati da nutrici e i più grandetti venivano ammaestrati nel canto e nelle nozioni. Altri benefattori dell'infanzia non mancarono di fondare via via nel corso degli anni altre istituzioni del genere, come s. Girolamo Miani nel primo Cinquecento a Venezia e in altre città; s. Giuseppe Calasanzio a Roma e nei dintorni nel 1597, il sacerdote Lorenzo Garaventa che fondò in Liguria nel 1770 un ospizio per i bambini abbandonati; senza dire dell'opera svolta a Parigi da s. Vincenzo de' Paoli attorno al 1638 e di quella, a Roma, di Tata Giovanni come era comunemente chiamato il caritatevole muratore romano Giovanni Borghi (1732-98). Comenio nel sec. xvir, tra le altre sue felici intuizioni, ebbe anche quella di concepire una vera e propria scuola materna "schola materni gremii" che aveva il compito di impartire in forma semplice e attraverso l'intuizione sensibile e i giuochi, i primi elementi di vita morale e religiosa e i primi rudimenti del sapere (cf. O. Cicogna Argentini, s. v. in Dizionario delle scienze pedag., Milano 1929). Il pensiero invalso che la prima educazione spetta alla madre ebbe la conseguenza di impedire che potesse sorgere, fino alla soglia dell'età contemporanea, una vera e propria organizzazione scolastica atta a raccogliere e ad educare i fanciulli fino ai sei anni. Ora non c'è dubbio che presso molte famiglie l'educazione dei piccoli si rendeva impossibile per il fatto che le madri o perché incapaci o perché occupate per l'intera giornata nel lavoro, spesso fuori e lontano dalla propria casa, non erano in grado di curare i figlioli, che, abbandonati a se stessi, erano costretti a vivere più nella strada che nella casa, esposti, naturalmente, a tutti i cattivi esempi che da quella potevano loro provenire. Ad evitare ciò sorsero qua e là, nei vari paesi d'Europa, sale di custodia che mentre cercavano di evitare un inconveniente ne creavano altri, perché quelle tenere creature venivano, per lo più, raccolte in sale non sempre igienicamente idonee, costrette in ambienti e in banchi angusti, governate da un personale non sempre preparato, che se anche era buono alla custodia; non lo era alla educazione.
Per aver in Europa l'a. d'i. che avesse nello stesso tempo la finalità dell'assistenza e quella dell'educazione dobbiamo arrivare alla fine del Settecento e al principio dell'Ottocento. La prima vera opera a carattere educativo è quella fondata in Alaazia da Jean Fréderic Oberlin (v.) di Strasburgo, pastore protestante, che, con la collaborazione di Luisa Schepler (1763-1837) istituì, fino dal 1769 , vari a. nei villaggi della sua parrocchia di Waldersback affidandone la cura a donne, contadine dei villaggi stessi, però ammasestrate precedentemente al compito a cui venivano chiamate. Il primo a. fu inaugurato nel 1771. A mano a mano essi si vennero estendendo nei vari villaggi della parrocchia. In questi a. si impartiva ai fanciulli l'insegnamento del canto, facili elementi di storia e di geografia, si leggevano loro episodi della Bibbia e si addestravano in piccoli lavori. Le donne sedevano in mezzo ai fanciulli intrattenendoli col racconto di fiabe e storielle, organizzando i loro giuochi, guidandoli nella costruzione di oggetti di carta, mostrando inoltre figure, animali, piante. L'Oberlin partiva dal principio che si doveva parlare ai fanciulli soltanto di quelle cose che cadevano sotto i loro sensi. La vita dei fanciulli poi si doveva svolgere, per quanto ciò fosse possibile, all'aperto in modo che fosse loro sempre
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possibile godere e osservare la natura nei suoi vari fenomeni. I fanciulli poi a contatto con le istitutrici e nel mutuo rapporto con i compagni dovevano imparare i modi di ben comportarsi in società e dovevano abituarsi a superare il dialetto per parlare la lingua nazionale.
Un altro filantropo a cui si deve all'inizio dell'80o la fondazione di a. è lo scozzese Roberto Owen (v.), il quale nel 1800 istitui nella sua filanda di cotone a NewLanark il primo dei suoi a. (s infant schools») per i bambini dai due anni in su e sussidando quelle opere educative che a lui sembrava contribuissero a promuovere il progresso del popolo. L'Owen fu indotto alla fondazione dell'a. dal fatto che molte delle sue operaie erano costrette, per accudire al proprio lavoro nella fabbrica, a lasciare incustoditi a casa i propri teneri figlioli. L'istituzione dell'Owen nota perciò da un motivo uncenitario sortì poi una finalità tutta educativa. Nell'a. dell'Owen non si impartiva nessun insegnamento religioso, e ciò perché si potesse, secondo l'Owen, permetterne la frequenza a fanciulli di tutte le confessioni religiose. Allo scopo di prevenire nei fanciulli gli atti non buoni e al fine di far loro acquistare l'abito della gentilezza e della bontà, si esercitava sui fanciulli una continua sorveglianza. Nell'a. dell'Owen l'apprendimento era intuitivo. L'Owen, che sveva visitato la scuola del Pestalozzi, voleva che i corpi e le loro qualità fossero dai fanciulli appresi col mostrie loro gli oggetti o i loro modelli. Le conversazioni nell'a. dell'Owen perché meglio contribuissero all'apprendimento si svolgevano e carattere familiare. Il giuoco veniva coltivato come svago e passatempo. Nell'a. dell'Owen però, come più tardi in quello dell'Aporti, i maestri non riuscivano a liberarsi dall'uso dei libri e dall'insegnamento a carattere erudito, onde l'Owen sentì, ad un determinato momento, il bisogno di affidare (1815) l'a. ad un suo operaio, Giuseppe Buchanan, che, per la sua indole buona e per la sua intelligenza, meglio degli altri aveva compreso la natura dell'istituzione e le sue finalità. Il Buchanan che amava i fanciulli risolveva appunto nell'amore verso i fanciulli molti problemi dell'educazione infantile che fuori dell'amore e del sacrificio del maestro difficilmente possono trovare una soluzione. Il Buchanan più tardi (1819) fu mandato a Londra dove spense il primo a. e subito dopo una scuola per la preparazione delle maestre d'a. Il metodo dell'Owen fu perfezionato da un altro apostolo dell'educazione infantile, Samuele Wilderspine. Intanto l'istituzione attecchi in Inghilterra ove si costitui una società per gli a. d'i. il cui numero salì a 200. Nelle Infant Schools come, del resto, in tutte le istituzioni analoghe in Europa, prima del Fröbel, permaneva, in generale, il difetto di preoccuparsi un po' troppo dell'istruzione a danno della vera e propria educazione. Difetto questo, che un italiano, Pierre Giordani, doveva avvertire quando, scrivendo nel 1844 a Nicolò Puccini, notava che il fine degli a. è di "moralità non di vanità " e a mezzo di essi si tratta di fare "buoni i bambini poverelli", "non di farli dottori o piuttosto pappagalli, caricando e opprimendo quelle intelligenze ancora chiuse con vanissime e inutilissime ciancie".
L'inisiativa dell'Oberlin, e, soprattutto, quella dell'Owen non rimasero senza imitatori e si può dire che in tutte le parti d'Europa e in vari paesi d'America, specialmente nella prima metà dell'Ottocento, si corse alla fondazione di a. che prendevano vari nomi, come Salles d'asile, in Francia, Scuole guardiane nel Belgio e in Danimarca, Bervar School in Olanda, Infant Schools in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America, scuole e a. d'i. in Italia. Inoltre non mancano istituzioni infantili in Russia, Austria, Prussia e Portogallo.
Le Salles d'asile francesi possono, in un primo tempo, essere considerate come una filiazione delle scuole dell'Owen sebbene poi se ne scostino per porre un qualche limite all'istruzione da darsi ai bambini. Il primo a. in Parigi fu fondato dalla Pastoret (1766-1843), la quale promosse un comitato femminile per l'istituzione di Salles d'asile, inviando una delle direttrici in Inghilterra per visitare l'istituto del Buchanan e per studiarne il metodo. Un altro francese in questo stesso tempo, il Cochin, sindaco del 72 e circondario di Parigi, si pose a studiare il metodo del Buchanan di cui curò la traduzione del Ma-
mule per le educatrici; inoltre aprì un a. modello con annesso un corso, diretto dalla Millet, per la preparazione delle insegnanti. La Millet dopo aver visitato le infant schools scrisse un libro, Observations sur le système de l'Ecole d'Angleterre pour la première enfance. Essa prospettava la necessità di avere una vasta sala ed un ampio cortile, ricco questo di piante utili per l'osservazione. Voleva che nell'a. si attivassero istruttive conservazioni, e vi regnasse il silenzio. I canti sacri venivano eseguiti in coro; i fanciulli dovevano imitare collettivamente movimenti ginnastici eseguiti dall'insegnante. L'alfabeto, la numerazione, l'abbaco venivano cantati. Difetto quest'ultimo che non mancò di trasferirsi poi in Italia ed essere lamentato nei nostri a. Le salles d'asile non sempre risposero ai fini per i quali erano state costituite, soprattutto per l'impreparazione delle insegnanti, le quali mancando di una buona fondamentale cultura non riuscivano nei tre mesi di frequenza della scuola di preparazione ad acquisire l'idoneità al loro ufficio. Una riforma del metodo adottato in questi a. tentò Maria Pape Carpentier (1815-75) con il raccomandare lezioni facili, brevi ed intuitive. In Francia anche dopo tutti gli esperimenti europei le Salles d'asile non si liberarono mai del loro difetto di essere cioè delle vere scuole che sovraccaricavano d'un bagaglio di cognizioni le tenere menti dei bambini incapaci di sopportarle : lettura, scrittura, storia, storia naturale, geografia, calcolo.
L'Italia, anche se dopo gli esempi francesi ed inglesi, non mancò tuttavia di dare vita e incremento alla istituzione di a. d'i., la cui fondazione è dovuta all'ab. Ferrante Aporti (v.) il quale nel 1827 fondava in Cremona il primo a., accogliendovi bambini agiati da 2 a 6 anni; e il 24 genn. 1829 istituiva una scuola infantile a pagamento a capo della quale pose il cremonese don Alessandro Gallina. Sul finire del 1830 l'Aporti poté aprire il primo a. gratuito accogliendovi 34 bambini da 3 a 6 anni; nel 1833 aprì un a. per bambino e nel ' 34 a S. Martino dell'Argine, il primo a. d'i. rurale. L'istituzione sportiana in breve volgere di tempo si diffuse in ogni parte d'Italia, soprattutto di quella centrosettentrionale, suscitando ovunque larghi consensi e opposizioni. Tutta la corrente liberale si fece banditrice della nuova istituzione, la quale però non mancò di suscitare diffidenza in alcune correnti della pubblica opinione italiana, onde è da notare come, ad es., il conte Della Margherita in Piemonte temesse che negli a. si educassero i figli del popolo a diventare indifferenti in religione, e come in un primo tempo ( 17 ag. 1837) una circolare del S. Ufficio vietasse l'introduzione degli a. nello Stato Pontificio, anche se subito dopo ( 27 nov. 1837) un'altra circolare chiavisse che non erano proibite in genere le scuole infantili da gran tempo introdotte, essendovene in Roma stessa giusta regolamenti approvati; ma rassativamente quelle tali giustificate nella circolare (La Civiltà Cattolica, 1908, 1, 1847; 17, 181, pp. 229-30). Con l'avvento di Pio IX al trono pontificio, in Roma e in altre città dello Stato della Chiesa vennero fondati a. infantili per iniziativa privata, e nel 1847 il prefetto della Congregazione degli Studi scriveva ai vescovi perché promuovessero la fondazione e l'incremento di tali a. Dopo la caduta della Repubblica Romana gli a. continuarono la loro vita. Nel Veneto e in Lombardia, in Piemonte e in Toscana gli a. infantili si diffusero largamente sostenuti da educatori, da pedagogisti, da uomini politici, da filantropi che ne fecero come un motivo della lotta politica che in altri settori combattevano. A Firenze l'istituzione degli a. fu propugnata, tra gli altri, dal Lambruschini, il quale vedeva negli a. «i germi di quell'unione tra classi e classi, di quella alleanza tra il povero e il ricco, tra il nobile e il plebeo, di quel consorzio di idee d'affetti d'azioni che fanno degli uomini una società vera». A Pisa e a Livorno sostenevano l'istituzione e concorrevano alla fondazione di a., Luigi Frassi, Matilde Calandrini, Enrico Mayer, tutti di religione protestante e in rapporti d'amicizia con il Lambruschini. In Piemonte gli a. trovarono sostenitori negli uomini della corrente liberale tra cui sono da ricordare Camillo Cavour e Carlo Boncompagni (1804-80). Nel luglio 1837 venne fondato a Rivarolo Canavese da parte di Maurizio Farina, amico delI'Aporti, il primo a.piemontese e un anno dopo ( 24 ag. 1838)
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veniva indirizzata al re di Sardegna una domanda firmata, tra gli altri, dallo stesso Farina, da Camillo Cavour, da Cesare Alfieri, da Carlo Boncompagni per ottenere la licenza di costituire una società delle scuole infantili. La domanda, personalmente contrastata dal ricordato conte Della Margherita, fu nel 1839 personalmente accolta dal re disponendo però che la custodia e l'educazione dei bambini fossero affidate a corporazioni religiose. Sempre in riferimento alla istituzione degli a. in Piemonte non si può non ricordare brevemente l'opera spesa da Carlo Tancredi Falletti marchese di Barolo ( 1782-1838 ) e da sua moglie Giulietta Colbert de Manlevrier ( 1785-1864 ) che tentarono di aprire un a. nel 1825 riuscendovi, come testimonia Silvio Pellico, pienamente nel 1829 , ispirandosi alle calles d'asile della Pastorer dai marchesi visitate a Parigi. Il Barolo, che aveva una visione realistica degli a. e della loro funzione nella prima formazione dei fanciulli, pubblicò a Torino nel 1832 un opuscolo Sull'educazione dell'infanzia nella classe indigente. Brevi cenni dedicati alle persone caritatevoli. I Barolo vollero che la condotta degli a. fosse affidata a suore per lo spirito di sacrificio che tale missione richiede, e a questo fine fondarono la Congregazione delle Suore della Provvidenza poi dette di S. Anna. Sempre in Piemonte non mancarono altre istituzioni di a.: la contessa Eufrasia Valperga Masino, nel 1833, aprì un a. nel suo palazzo a Torino e lo stesso Carlo Alberto nel 1838 aprì un altro a. nelle adiacenze del Palazzo Reale affidandone la direzione alle suore di S. Anna.
A Napoli ogni tentativo di dar vita alla istituzione degli a. rimase, si può dire, infruttuoso per l'avversione che essa incontrava nel governo. Di questo stato di cose si lamenta Giacomo Savarese, quando scrivendo il 10 giugno 1840 al Vieusseux deve notare che agli a. venivano frapposti "tutti gli opposti ostacoli, che la più insensata e balorda indifferenza per il bene pubblico possono opporre ad una utile novità».
Anche in Sicilia non mancò da parte del principe di Scordia un tentativo, rimasto però infruttuoso, di aprire degli a., che poterono realizzarsi soltanto nel 1860.
Dopo l'insuccesso politico del 1849 gli a. vennero decadendo qua e là, ma il germe era stato gettato e non poteva non dare buoni frutti. Compiutasi di fatto l'unità nazionale gli a. infantili crebbero in tutta Italia estendendosi anche ai territori del vecchio regno delle Due Sicilie e nell'ex ducato di Modena ove meno l'istituzione aveva potuto mettere radici. Nell'anno 1871-72 si ebbero in Italia di soli a. pubblici 1099 con 130.806 iscritti. Nell'a. infantile intanto una riforma s'imponeva. In fondo, pur nei suoi vari aspetti l'istituzione aveva un fondamento comune che poteva essere individuato nella preoccupazione di impegnare le tenere menti dei piccoli nell'acquisto di un'istruzione che non può essere tutta la finalità di questa istituzione. Il giuoco anche se vi era tenuto in onore e notevolmente considerato vi restava sempre come svago e passatempo, non già come un atto, il solo, della vita del fanciullo. A una riforma del metodo negli a. infantili si accinse con successo Federico Guglielmo Augusto Fröbel, il quale dalla dottrina del Pestalozzi, che visitò ad Yverdon, trasse la profonda convinzione della libertà del fanciullo che si manifesta tutta nel giuoco come intimo atto della sua vita. La natura dell'uomo si realizza nel fare, e nel giuoco che è un modo, l'unico modo, del fare del fanciullo, il fanciullo si pone al centro del suo mondo e lo sente come sua creazione. Attraverso il suo fare egli si fa creatore, e, perciò, imita e può conoscere Dio, il creatore di tutte le cose. La vita del fanciullo poi si esplica meglio a contatto con la natura, e perciò l'istituzione fröbeliana si fonderà nel giardino e si chiamerà difatti Kindergarten. I giardini d'infanzia del Fröbel si diffusero rapidamente nei vari paesi d'Europa. In Italia il metodo fröbeliano si in-
contrò con quello aportiano contribuendo certamente a meglio intonarlo psicologicamente alla natura del fanciullo.
Banditrice del metodo fröbeliano si fece la baronessa Berta di Marenholtz Bülow (1810-93) che in varie sue opere spiegò il pensiero del maestro e indicò il giuoco come l'occupazione più idonea si diversi gradi di sviluppo dei fanciulli, affermando anche l'esigenza di avviare il fanciullo al lavoro come alla migliore forma atta a sviluppare la sua spontaneità artistica. La Marenholtz dopo la morte del Fröbel fu a Londra, a Parigi, nel Belgio, nella Svizzera ovunque diffondendo le idee del suo maestro e promuovendo la fondazione di giardini di infanzia. In Italia l'interesse per i giardini d'infanzia non mancò; difatti l'abate Iacopo Bernardi e Giuseppe Sacchi (v.) studiarono il nuovo metodo, mentre il pedagogista ab. Rayneri fu, attorno al 1858, dal governo piemontese, su proposta dell'Aparti, inviato all'estero per visitare alcuni giardini d'infanzia e riferirne, come ne riferì, al ministro sardo della P. I. del tempo. Qualche anno dopo (1863) Gaetano Cammarota si recava, per incarico del governo italiano, in Svizzera per visitare i due giardini d'infanzia colà esistenti, uno a Ginevra, l'altro a Losanna. Nel 1867 il sacerdote Carlo Ottini (v.) sperimentò con successo, nella sua scuola infantile di Piacenza, alcuni procedimenti del metodo fröbeliano opportunamente adattati alla mentalità italiana. Attorno al 1870 i giardini d'infanzia ebbero in Italia un notevole impulso soprattutto per l'opera piena di fervore di Adolfo Pick (v.), boemo di nascita ma italiano di elezione, il quale si fece propugnatore del metodo fröbeliano in Italia. A Venezia nel 1871 inaugurò il giardino d'infanzia "Vittorino da Feltre", da cui uscirono anche le migliori maestre giardiniere del tempo. Sempre a Venezia nel 1868 la signora Adele Levi della Vida aveva fondato un a. d'i. nel quale si preparavano anche le insegnanti. Ma negli ultimi anni del secolo scorso i giardini fröbeliani si vennero a poco a poco quasi irrigidendo in un formale meccanismo che sembrava che arrestasse piuttosto che promuovere la spontaneità e la libertà dei fanciulli; onde all'inizio del secolo si procedette ad una riforma dell'a. soprattutto per opera di Rosa Agazzi (v.) e di Maria Montessori (v.) questa con le sue Case dei bambini, quella col Nuovo a. di Mampiano (Brescia), coadiuvata, l'Agazzi, efficacemente dalla sorella Carolina e dal direttore delle scuole di Brescia P. Pasquali. Al principio fröbeliano dell'attività del fanciullo l'Agazzi aggiunge la necessità di mettere il fanciullo nella condizione di operare, riducendo la scuola ed un momento essenziale della vita, anzi ad un vero e proprio atto di vita che si estrinseca soprattutto nel lavoro. Al mondo meccanico fröbeliano si sostituisce tutto un mondo della realtà, quello che la scuola stessa ci presenta con il contatto tra fanciullo e fanciulli, tra questi e la maestra e l'ambiente. Una scuola che si fa società e quindi atto pratico e morale. Il metodo della Montessori, come la Montessori stessa lo espone nelle sue due opere: Il metodo della pedagogia scientifica applicato all'educazione infantile nelle case dei bambini, Città di Castello 1909 e L'isosieducazione, Roma 1917, si fonda sulla "libertà", autodiducazione del bambino, virtualmente guidata dalla maestra, mediante l'ambiente proporzionato (case del bambino) dove esso può "polarizzare la sua attenzione" e conoscere da se stesso gli errori nell'uso dei vari oggetti, del "materiale" e tale scopo preparato (incastri, lettere intagliate ecc.). Il metodo montessoriano venne spesso interpretato in senso naturalistico, nel senso, cioè, del Rousseau, ma esso è invece suscettibile di retta interpretazione ed attuazione anche nell'istruzione religiosa (cf. M. Montessori, I bambini soventi nella Chiesa, Napoli 1922) come sostiene il p. Mario Barbera (Le case dei bambini e il metodo Montessori, Roma 1927, e in La Civiltà Cattolica, 1919, II, 37, 219, 430; 1922, IV, 431; 1930, II, 238). Nell'ordinamento degli a. in Italia intervenne lo Stato, prima per mezzo del Ministero dell'interno poi del Ministero della P. I., prescrivendo con R. D. 1^{°} ott. 1923, in. 2185 un titolo legale per le maestre giardiniere, dopo un corso triennale della "Scuola di metodo ", e i programmi per il "grado preparatorio" o "scuola materna" : religione, preghiera, canti religiosi, disegno spon-
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taneo, recitazione, giuochi ginnastici, abitudini igieniche, facili esercizi di lavori manuali, giardinaggio, rudimenti di nozioni e correzione di pregiudizi e superstizioni popolari.
Sono ancora da ricordare : le scuole infantili della Montessa e di Rovigliano fondate per i figli degli agricoltori da Alioe e L. Franchetti, scuole in cui regna il culto della natura e dove i fanciulli si esercitano al giardinaggio e al lavoro dei campi; l'a. annesso alla Scuola rinnovata di Giuseppina Pizzigoni a Milano, in cui mentre si esercita il giardinaggio si ha cura di promuovere lo sviluppo dello spirito di iniziativa e di autodisciplina dei fanciulli. Un'altra iniziativa è l'a. d'i. di Rina Nigrisoli a Portomaggiore (Ferrara), dove la natura vien sentita pascolianamente con giuochi all'aperto, cultura dei campi, ecc. Fuori d'Italia sono da ricordare le esperienze di John Dewey (v.) negli Stati Uniti d'America e di Ovidio Decroly (v.) nel Belgio. Il giardino d'infanzia del Dewey trova il suo fondamento nell'istinto di associazione e di fare dei fanciulli. Il Decroly mira a preparare il fanciullo alla vita creando al fanciullo stesso un ambiente naturale e non convenzionale, in modo che tra scuola e vita non ci sia divario o discordanza.
Dal 1870 in poi, gli a. d'i. in Italia sono cresciuti via via e di numero e di frequentanti. Cosi se nel 1881-82 si ebbero in Italia 2516 a. con 243.972 iscritti e nel 1901-1902, 2314 a. con 355.594 iscritti, si ebbero nel 1921-22 5902 a. con 397.610 iscritti, per arrivare all'anno 1941-42 a 10.653 a. con 755.489 iscritti (cf. La politica e la legislazione scolastica in Italia dal 1922 al 1943, Milano 1947, pp. 422-23). Per gli a. rurali, v. scuole rurali. - Vedi Tav. XVII.
Bibl.: Vedi alle singole voci: adazzi, aponti, operlin, ecc. Inoltre: D. Sacchi, Sole d'u. in Torino, in Annali Universali di statistica, apr. 1835; id., A. di carità per l'infanzia in Milano, ibid., apr. 1837; G. Sacchi, Intorno alla fondazione ed allo stato attuale degli a. di carità per l'infanzia in Milano, Milano 1837; id., Cenni sulle scuole infantili di carità istituite nel Regno Lombardoveneto, in Gazzetta privilegiata di Milano, 28 nov. 1836; G. Saleri, Ragionamento intorno all'istruzione del popolo, Brescia 1843; D. Michelotti, Rapporto sulle scuole infantili di Torino, Torino 1843; Scuole dei bambini, Sole d'u., in Giornale agrario, mathrm{r}^{′} trim. 1834 ; Rapporti sugli asili di Firenze, in Guida dell'educatore, 1836, pp. 110 e 366; G. M. De Gerando, Ragionamento intorno all'origine, ai principi e alle condizioni delle sale d'a. per l'infanzia; estratto dall'opera dello stesso autore sulla Pubblica beneficenza, tradotto e pubblicato da G. Saleri in appendice all'opera Ragionamento intorno all'istruzione ipecialmente del popolo, Brescia 1843. Il Saleri aggiunse alla trad. parecchie notizie intorno agli asili italiani e alle pubbi, relative; A. Anzilotti, Un amico napoletano di G. P. Viemseus, in Archivio storico ital., 1 (1921), p. 339 parla di G. Savarese e dei suoi rapporti con gli educatori della Toscana e del Fiumonte e sull'opera svolta dal Savarese stesso per gli a.; E. Mayer, Degli a. infantili considerati come istituzione sociale, in Frammenti di un viaggio pedagogico, Firenze 1887, pp. 96-110; C. Gioda, Rapporto sugli a. per l'infanzia in Italia, Roma 1889; E. P. Paslini, Lo Stato e l'educazione dell'infanzia all'estero e in Italia, Roma 1888; A. Mozzinalli, Sciluppi moderni dell'educazione infantile in Italia, in L'Educazione nazionale, 9 reg.-nett. 1927), p. 523 sgg.; G. Lombardo-Radice, Il metodo italiano nella educazione infantile, in L'Educazione nazionale, 9 (1927), p. 145 sgg.; id., Il problema dell'educazione infantile in Italia, Firenze 1953.
Nino Sammarrano
ASIMBOLIA. - Dal gr. á privativo e oúqSoàov, simbolo, segno rappresentativo; scomparsa temporanea o definitiva di gruppi di ricordi o d'immagini rappresentative che segue a distruzione o blocco funzionale di determinate zone corticali (v. localizzazioni cerebrali), donde impossibilità di riconoscere gli oggetti esterni o di estrinsecare particolari attività pratiche.
Per comprendere il meccanismo e il valore d'un tale disturbo, va ricordato come l'identificazione degli oggetti esterni, nel significato e nel valore pratico da essi gradatamente assunto nella nostra esperienza, è possibile per il riferimento e i legami associativi tra la sensazione attuale, sempre parziale e più o meno frammentaria, e le tracce mnemoniche acquisite, de-
positate in determinate zone corticali da precedenti sensazioni di oggetti simili. Tali tracce, immagini rappresentative del valore oggettivo degli oggetti esterni, costituiscono i "simboli", specifici in rapporto alle sensazioni da cui ebbero vita e perciò distinti in visivi, uditivi, tattili, ecc. Anche le nostre attività pratiche (movimenti, azioni, linguaggio) sono legate a "simboli ideo-motori", capaci di suscitare e coordinare il complesso giuoco neuro-muscolare degli apparati periferici della vita di relazione (v. vita vegetativa e di relazione). Comunemente viene usata la parola "agnosia" (à priv., e γ vúvıs, conoscenza) come sinonimo di a.; alcuni autori invece risorhano la prima esclusivamente ai disturbi dell'identificazione primaria e propriamente concettuali frutto d'una mancata identificazione plurisensoriale (A. Ceconi, p. 44).
Possono distinguersi varie forme di a. in relazione alle varie categorie di immagini che vengono a mancare: la sordità psichica, per cui l'infermo non intende il valore rappresentativo dei suoni e delle parole; la cecità psichica, in cui, pur vedendo, l'individuo non riconosce persone, cose, segni grafici; l'afasia motoria e sensoriale (v. afasia) forma tra le più caratteristiche di a.; l'amusia, particolare forma d'afasia limitata al cantare; l'aprasia identoria, allorché il paziente non è in grado di compiere l'atto perché incapace di formularne mentalmente il progetto; l'aprasia ideomotrice, in cui, pur esistendo il progetto mentale del movimento, questo non è eseguibile per la perdita delle necessarie immagini muscolari; l'agrafia, particolare forma di apriasia limitata all'attività scrivente; l'astereognosia, impossibilità di riconoscere un oggetto al tatto per la perdita delle immagini geometriche di origine tattile e muscolare; l'astereognosia congiunta alla cecità psichica dà origine al quadro dell'a. totale di Wernicke (demenza asimbolica di Heil-Bronner o agnosia completa) per cui diviene impossibile afferrare il significato e il valore pratico di un qualsiasi oggetto.
La conoscenza dell'a. e delle varie sue forme è necessaria per chi venga in rapporto con infermi colpiti da apoplessia o che presentino forme d'alienazione mentale; infatti può riuscire difficile in determinati casi distinguere un demente da un apossico o da un afasico sensoriale. D'altra parte, mentre un infermo colpito da afasia motoria, per lesione dell's area estesa di Broca» nel lobo frontale di sinistra, non può esprimersi a parole, rimane a lui la possibilità di farsi comprendere a gesti perché l'intelligenza è conservata; al contrario se l'afasia è sensoriale esso è incapace anche d'intendere la parola parlata o scritta perché affetto da cecità psichica e sordità psichica; riesce quindi impossibile di porsi in rapporto concettuale con lui.
Bibl.: O. Bumke, Trattato di psichiatria, Torino 1907; E. Tanzi-E. Luzaro, Trattato delle molattie mentali, Milano 1923; G. Bumke, Psychologische Vorlesungen, 2a ed., Wiesbaden 1923; R. Mallet, Semeiologie mentale, in E. Sergent, Traité de Pathologie médicale, VII, 1, Parigi 1926; R. Bonfigli, a. v. in A. Rubino e M. Camis, Dix, pratico di scienza mediche, Milano a. d., p. 293; G. Mingazzini-G. Fumarola, in Trattato it. di med. interna, a cura dell'Ist. Biochimico ital., Milano 1931; A. Ceconi, Medicina interna, V, Torino 1936; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946; U. Cerletti, Materie nervose e mentali, Roma 1946.
Giuseppe de N