volume-02

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Bonfigli, a. v. in A. Rubino e M. Camis, Dix, pratico di scienza mediche, Milano a. d., p. 293; G. Mingazzini-G. Fumarola, in Trattato it. di med. interna, a cura dell'Ist. Biochimico ital., Milano 1931; A. Ceconi, Medicina interna, V, Torino 1936; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946; U. Cerletti, Materie nervose e mentali, Roma 1946.

Giuseppe de Ninno
ASIN, ISOLE: v. COOK, ISOLE.
ASINI, Festa degli. - Manifestazione religiosa medievale, paraliturgica, volta a ricordare la parte avuta dell'a. in vari episodi della S. Scrittura (a. della fuga in Egitto, dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, l'a. di Balaam e soprattutto l'a. del presepio di Betlemme, noto soltanto dai vangeli apocrifi). Fiorì specialmente in Francia nei secc. xit-xx, e l'azione drammatica prese diversi aspetti a seconda dei luoghi e degli avvenimenti commemorati.

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Così a Rouen la festa degli a. si celebrava a Natale, dopo il canto dell'Ora terza. Dal chiostro della Cattedrale partiva una processione composta di profeti e altri personaggi del Vecchio Testamento e guidata da due chierici cantori. Entrati in chiesa si arrestavano a mezzo la navata, dove era accesa una specie di fornace (linteo et stuppis constituit), fiancheggiata da sei giudei da una parte e sei gentili dall'altra. I due chierici, allora, chiamavano ad uno ad uno i vari personaggi e ciascuno, avanzandosi, recitava la sua profezia. Quando è la volta di Balaam, questi s'accosta seduto su di un'a., la quale s'arresta testarda; il profeta la batte, la sprona invano; e questa geme e gli parla: "Perche mi percuoti?". Chi realmente parla è uno nascosto sotto i padudamenti della bestia (quidam sub asina dicat). Terminato l'appello, i personaggi e i ministri cantavano dal pulpito una specie di inno, indi s'intonava la messa natalizia.

A Beauvais, invece, la festa si celebrava il 14 genn. (si voleva ricordare la fuga di Maria in Egitto), ma rivestiva un tono più scanzonato. Si sceglieva la più bella fanciulla, la quale, seduta su di un a. riccamente bardato e portando tra le 'braccia un bambino, faceva in gran pompa il suo viaggio dalla Cattedrale alla parrocchia di S. Stefano, e assisteva a tutta la Messa solenne, ferma al lato destro dell'altare. Finita la Messa, il sacerdote, invece di cantare l'Ite, missa est, imitava tre volte il raglio dell'a. (ter hinhannabit), e il popolo, in lungo del Deo gratias, rispondeva hin-han! hin-han! hin-han! Anzi, durante la stessa Messa, si cantava dopo l'epistola, la cosiddetta prosa dell'a., composta in versi leonini, nella quale, a ciascuna strofa che esponevano le qualità e i servizi prestati dalla bestia, si aggiungeva un ritornello in volgare: "Hez, sir asne, hez - belle bouche rechignez - on aura du foin assez - et de l'avoine a planté».

La rappresentazione, dapprima contenuta entro limiti discreti, non tardò a evolvere verso un tono sempre più buffonesco. Così a Sens, nel 1247, i chierici partecipavano alla festa, ornati di fiori e anche travestiti. Nel sec. xiv, facendo una contaminazione probabile con «la festa dei matti», l'a. entrato trionfante in chiesa, veniva accolto dai canonici recanti in mano bottiglie e bicchieri e si faceva mostra di incensarlo con budini e salsicce ("hoc die incensabitur cum budino et saucita ").

Cresciuti col passare degli anni gli eccessi, la festa degli a. non poté più essere né ammessa, né tollerata; e il sec. xv ne segnò quasi da per tutto la cessazione definitiva.

BibL.: L. Du Tilliot, Mém. pour servir à l'histoire de la Fête des Fous, Losanna 1741; C. Du Cange, Glossarium medioe et infimae latinitatis. III, Parigi 1844, pp. 255-56; M. Sépet,

Le drame chrétien au moyen âge, ivi 1877 ; id., Les prophètes du Christ, ivi 1878; Petit de Julleville, Histoire du théâtre en France au moyen dge, ivi 1880-86; A. D'Ancona, Origini del teatro italiano, II, 2^{°} ed., Firenze s. d., pp. 177 sgg.; P. Moncalle, s. v. in DHG. II, coll. 1816-26.

Celestino Testore
ASINO. - Tra i molti animali che l'arte paleocristiana ha ammesso nel suo repertorio, è da annoverare anche l'a. In un affresco del cimitero di Pretestato (Wilpert, Pitture, Roma 1903, tav. 51, 1), nel quale il Buon Pastore sembra difendere il gregge contro un a. e un porco, esso fu considerato come selvatico (onager) e interpretato come figura del diavolo o degli eretici (Physiologus, 14). Non sembra peraltro, che l'arte cristiana abbia attinto alle molteplici allegorie dell'a.nell'età classica o patristica. Sin dal sec. iv, l'introduce, sulla scorta degli apocrifi, nella scena della Natività e l'utilizza, come elemento storico, nell'apparizione dell' angelo a Balaam, nell' entrata di Gesù a Gerusalemme e, col sec. vi, nella fuga in Egitto. Nel graffito del Palatino, l'a. è probabilmente figura blasfematoria del Crocifisso.

BibL.: H. Leclercq, Axe, in DACL. I, 2, coll. 2041-68; L. Charbonneau - Lasser, Le bestiaire du Christ. 1940, pp. 223-33, 237240. L. Du Bruyne

ASINO, ADORAZIONE dell': v. ACCUSE CONTRO I CRISTIANI.

ASIN PALACIOS, Miguel. - Sacerdote e arabista spagnolo, n. a Saragozza il 5 luglio 1871, m. il 12 ag. 1944. Membro della Reale Accademia Spagnola (presidente dal 1943), dell'Accademia della storia e di quella di scienze morali e politiche, per ca. quattro decenni l'A. ha tenuto la cattedra di arabo nell'Università di Madrid, illustrandola col rigore e l'efficacia del suo metodo, di cui una recente prova è la Crestomatia de árabe literal con glosario y elementos de gramática (1939). Dal 1932 alla morte fu direttore della Scuola di studi arabi di Madrid e Granada e della rivista Al-Andalus.

Numerosissime sono le pubblicazioni dell'A. intorno alla cultura araba, specie filosofico-teologica e mistica, senza escludere il campo della letteratura comparata, del folklore, della toponomastica, ecc. Opere di grande lena quelle da lui consacrate ad al-Gazzālī: Algazel: dogmatica, moral, ascética (1901), El justo medio en la creencia (1929), La espiritualidad de Algazel y su sentido cristiano (1934-40); a Ibn Hazm, Abenhdzam de Córdoba y su Historia critica de las ideas religiosas (1927-32); a Ibn 'Arabī, El Islam cristianizado (1931). Le origini della filosofia araba in Spagna sono state studiate dall'A. in Abemmasarra y su escuela (1914). Oltre a studi su Avempace, Ibn Tumlūs ed altri,

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l'A. ha dato nel 1940 l'edizione con versione spagnola dell'opera filosofica di Ibn as-Sid di Badajoz (Al-Andalus, 5 [1940], pp. 45-155), ed ha incominciato quella degli scritti di Avempace. Vivamente ammirata e anche discussa fu la sua originalissima tesi su La Escatologia musulmana en la Divina Comedia (1919) : l'A. stesso riunì i documenti della discussione in Historia y critica de una polémica (1944), ristampata di recente (1943) insieme con la Escatologia. L'A. è anche autore di importanti scritti sui rapporti di Raimondo Lullo, s. Tommaso, s. Giovanni della Croce, Pascal con l'Islâm.

Fra i cultori dell'arabismo l'A., con sagacia, vasta conoscenza delle fonti, padronanza della teologia e filosofia, eleganza di stile ha molto contribuito a far conoscere all'Occidente il ricco patrimonio culturale islamico, la sua filiazione dall'Oriente cristiano e il suo influsso sull'origine della scolastica e su diversi settori della mistica cristiana.

Biol.: G. Gómez, Don M. d., in Al-Andalus, 9 (1944), pp. 267-319; S. Lator, La scuola moderna degli arabisti spagnoli, in Ciuffa Cattolica, 1942, II, pp. 230-37. Per una bibl. ampia, sebbene incompleta, v. Enc. Univ. ill. Europae-Americana, appendice, I, 921. Numerosi articoli dell'A. in Al-Andalus (1933-44).

ASIOLI, Bonifazio. - Musicista, n. a Correggio il 30 ag. 1769 ; m. ivi il 18 maggio 1832 . Studiò composizione a Parma e divenne maestro di cappella di Correggio nel 1786; passò poi a Torino (1786), Venezia (1796) e Milano (dal 1799 al 1814) dove fu nominato, dal viceré d'Italia, maestro di cappella e quindi direttore degli studi al Conservatorio. Compose messe, mottetti, Magnificat, Te Deum e l'oratorio Jacob. Come teorico scrisse alcune opere a carattere didattico, quali i Principi elementari di musica (1809) che fu tradotto in varie lingue; Primi elementi per il canto (1809); Trattato d'armonia; Osservazioni sul temperamento (1816); L'allievo al cembalo; Elementi per il contrabbasso (1823); Il maestro di composizione (uscito postumo nel 1832), ecc.

Biol.: A. Amadci, Intorno allo stile della moderna musica da chiesa, s. l. 1841.

Luisa Cervelli
ASIONGABER (cbr. 'Esjön-gébher *boschetto di Gébher [nome di uomo ?]»). - Città del territorio edomita sul Mar Rosso, al vertice del Golfo Elanitico, presso Elath (v.) che è l'odierna el-'Aqabah. Ivi nell'esodo si accamparono gli Israeliti (Num. 33, 35; Deut. 2, 8). Salomone vi costrui un porto e una flotta commerciale; Josafat un secolo dopo vi costrui una nuova flotta destinata a Ofir, ma fu distrutta nel porto di A. da una tempesta (I Reg. 9, 26 sgg.; 22, 48 sg.; II Par. 8, 17; 9, 21; 20, 35-37). Già sotto Joram (849842 a. C.) Edom insorto toglie al regno di Giuda (cf. II Reg. 8, 20-22; II Par. 21, 8-10) l'agognato sbocco sul mare. Dopo, la Bibbia non parla più di A., bensì di Elath ripresa a Edom da Ozia ( 789-38 a. C.).

Fu identificata nel 1934 da F. Frank con Tell el-Helzif, a 500 m . dall'odierno litorale, a km. 3,5 a N -Edi el-'Aqabah. Dal 1938 al 1940 vi sono state condotte tre campagne di scavi, diretti da Nelson Glueck.

Da tali scavi risulta che A. fu fondata come centro industriale e commerciale al tempo di Salomone e fortificata con mura larghe da 2,50 a 3 m .e alte 8 m .; era dotata di impianti metallurgici, specie per la lavorazione del rame. Fu forse distrutta da Sesac (Sošenk) verso il 950 a. C., poi riedificata (A. II) nel sec. Ix. Dopo un incendio, fu ricostruita su nuova pianta (A. III) nel sec. viri, probabilmente da Ozia. Distrutta ancora dal fuoco, risorse (sec. vir) probabilmente per opera degli Edomiti : questo 4^{°} strato (A. IV) durò fino al periodo persiano o ellenistico (sec. V o iv a. C.).

Biol.: F. Frank, Aus der Araba I, in Zeitschr. des deutschen Palästina-Vereins, 57 (1934), pp. 191-280; E. Sellin, Zur Lage
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(Int. Pont. Comm. Arch. Sacra)
Anno - Ingresso di Cristo a Gerusalemme. Particolare del sarcofago di Giunio Basso (a. 359) - Grotte Vaticane.
von Exion-Geber, ibid., 39 (1936), pp. 123-28; L. Koehler, Zum Ortsnamen Exion-Geber, ibid., pp. 193-95; N. Glueck, The First Campaign at Tell el-Kheleifeh, in Bull. of Amer. School of Oriental Research, 71 (1938), pp. 3-18; id., The Topography and History of Exion-Geber and Elath, ibid., 72 (1938), pp. 2-13; id., The Second Campaign at Tell el-Kheleifeh (Exion-Geber: Elath), ibid., 73 (1939), pp. 8-22; id., The Third Season of Excavation at T. el-Kh., ibid., 79 (1940), pp. 2-18; id., Ostraca Irem Elath, ibid., 80 (1940), pp. 3-10; 82 (1941), pp. 3-11; id., Salomon's Seaport Exion-Geber, in Asia, 38 (1938), pp. 591-93; G. Bvekmann, Un fragment de jarre avec caractères miniens à T. el-Kheleyfeh, in Revue Biblique, 48 (1939), pp. 247-49; A. Bea, Archid. Beiträge zur israel.-jüdischen Geschichte; II Esiongeber-'Elath-Tell el-Helzif, in Biblica, 21 (1940), pp. 437-45; J. Pinkerfeld, Excavations, Exion-Geber, in Kedem, I (1942), pp. 57-60.

Antonino Romeo
ÄŠIPU. - L'â. (« scongiuratore, esorcista») è uno dei sacerdoti maggiori della religione babilonese-assira. Egli ha il compito, a mezzo di atti magici, di togliere dalla persona l'ira e la vendetta di un dio o di un demone. Perciò l'â. è il servitore del dio Ea, il quale, per mezzo di scongiuri, fu vittorioso degli dèi Apsu e Mummu.

L'â. ha la sua origine nella città di Eridu, la città del dio Ea. Il sacerdote faceva gli scongiuri (sum. en.tu; acc. šiptu), a mezzo dei quali egli poteva scacciare malattie, impurità e peccati a cui si attribuivano secondo la superstiziosa credenza dei Babilonesi tutte le malattie e le disgrazie. Era pertanto naturale che lo scongiuratore fosse una persona assai autorevole ed a contatto con tutte le classi della società. L'â. era consultato anche in caso di avvenimenti straordinari.

Biol.: G. Furlani, La religione babilonese e assira, II, Bologna 1929.

Giustino Boson
ASIR : v. arabia.
AŠKENAZ (plur. 'Ašhēnāzīm).-Nel giudaismo moderno, denominazione degli ebrei tedeschi, in contrapposto a Sēphärädh (plur. Sēphardhīm). Dal sec. x A. nella letteratura ebraica designa la Germania e gli Ebrei tedeschi (v. ascenez).

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Gli Ebrei A. si diffusero anche nella Polonia e nella Russia, e di là nel Nordamerica e nel Sudafrica. Parlano un dialetto medio alto tedesco, in cui sono stati introdotti numerosi elementi ebraici e slavi, che è usato anche letterariamente (jiddis). Hanno pure sviluppato un particolare rito e si distinguono per una loro pronuncia dell'ebraico. Si calcola il numero degli A. a ca. il 90 \% del numero totale degli Ebrei. Dal punto di vista antropologico, presentano un'alta percentuale di elementi di color chiaro.

Bun.: Encycl. Judaica, III .pp. 493-98; P. Rieger, Asch-benaz-Deutschland, in Monatscheib für Geschichte und Wiss. des Judentums, 80 (1938), pp. 455-59. Per l'influsso finanziario: 1. A. Agus, The Development of the Money Clause in the Ashbe. nazie Ketuboh, in Jewish Quarterty Review, 30 (1939-40), pp. 221 256.

Albedo Ravenna
ASKIDAS, Teodoro. - Monaco origenista della Palestina. Appare la prima volta nella storia come egumeno della "Nuova Laura» presso Gerusalemme, al Concilio costantinopolitano del 536. Godeva gran credito presso l'imperatrice Teodora ed era non solo imbevuto degli errori di Origene, ma segretamente favorevole al monofisismo.

Forse fin dal 537 riusci a farsi nominare metropolita di Cesarea di Cappadocia, ma risiedette più spesso a Costantinopoli che nella sua diocesi. L'ortodossia trovò fortunatamente degli illustri difensori nel monachismo palestinese, e l'apocrisario romano Pelagio agi così abilmente contro gli errori origenisti che tanto l'imperatore Giustiniano quanto il patriarca di Co stantinopoli Menas si decisero a condannarli, l'uno in un edito solenne, l'altro in un piccolo concilio nel 543. A., obbligato a sottoscrivere l'editto, meditò la sua vendetta contro i Calcedonesi. D'intesa con Teodora, suggerì all'imperatore che il miglior mezzo per ricondurre i monofisiti all'unità era di condannare come infetto di nestorianesimo ciò che si volle chiamare i "Tre Capitoli». L'imperatore cadde eppieno nella trappola tesagli, e fin dal 543 condannò i "Tre Capitoli". Quest'atto sollevò nella Chiesa, così in Occidente come in Oriente, una tempesta che ebbe termine solo nel V Concilio ecumenico, II di Costantinopoli (552553). I "Tre Capitoli" furono di nuovo condannati, ma A. non ebbe di che rallegrarsi, poiché cinque anatemi, che egli dovette pur sottoscrivere, colpirono anche l'origenismo, inferendogli un colpo dal quale non poté più riaversi. Durante la rottura sopravvenuta tra Giustiniano ed il papa Vigilio, A., com'è naturale, si schierò dalla parte dell'imperatore ( 550-51 ), ciò che gli fruttò una condanna e la deposizione da parte del Papa. Fece la sua sottomissione nel 552 e m. a Costantinopoli nel genn. 558.

Bun.: V. Dishamp, Die origoziäischen Streitigheiten im sechsten Jahrhurdert und das fünfte allgemeine Concil, Münster in V. 1899, pp. 37-40; 50-52; J. Pargoire, L'Eglise byzantine de 527 d. 421, 3 ed., Parigi 1923, pp. 34-40. Martino Jugie

ASMARA. - Residenza del vicario apostolico dell'Eritrea (v. eritrea, vicariato apostolico di) e dell'ordinario per i cattolici di rito etiopico dal 1930. La città conta 25.500 mathrm{ab}., vi è una bella cattedrale latina di recente costruzione e una chiesa cattolica di rito etiopico.

Guglielmo de Vries
ASMODEO : v. Aesma daeva.
ASMODEO. - Demonio (Tob. 3, 8) che causò la morte dei sette mariti di Sara, figlia di Raguele, fin dalle prime notti di matrimonio (ibid. 6, 14-17). Seguendo le direttive di Raffaele (v.), il giovane Tobia lo ridusse all'impotenza ( 6,5 sgg.), e Raffaele lo allontanò per sempre da Tobia, relegandolo nel deserto dell'alto Egitto (8, 3).

Il nome (ebr. 'Ašmēdaj) deriva probabilmente dalla radice ebraica tämud "distruggere", e significa "devastatore». Molti lo accostano fondaramente all'iranico Aelma doera (demonio dell'ira) che nell'Avesta rappresenta la perversa potenza diabolica. A. ricorre nelle leggende talmudiche e cabbalistiche ('Ašmēdaj, 'Ašmēdān, Šamdaj), poi nelle formole "magiche", come principe dei demoni.

Bun.: J. H. Reusch, Der Dämon Asmadäni im Buche Tobias, in Theol. Quartalschrift, 38 (1857), pp. 422-45.

Vincenzo Cavalla
ASMONEI (ebr. Hašmōnim; lat. Hasnanaei). Nome con cui Flavio Giuseppe e gli scrittori giudaici posteriori designarono la dinastia dei discendenti dei Maccabei (v.). Il bisnonno di Mattatia, padre dei Maccabei, si chiamava Σ_{text {máxio }} 'A σ χ μ ω σ χ i o s (Antig. Jud., XII, 6, i; ma cf. II Mach. 2, i); non è chiaro però se "Asamoneo" sia un'appusizione di Simeone o indichi una persona diversa. Il significato del nome ci sfugge; alcuni lo derivano da un ebraico hašmamùm, nel senso di "maggiorente" (cf. Ps. 67 [68], 32).

Mattatia, che iniziò l'insurrezione armata contro la feroce persecuzione di Antioco IV Epifane (v.), ebbe cinque figli : Giovanni soprannominato Gaddis, Simone detto Thassis, Giuda detto Maccabeo, Eleazaro detto Anaran, Gionata detto Affus.

Con la morte di Simone nel 134 a. C. terminò il periodo eroico, per iniziarsi quello, privo di fervore religioso, delle beghe dinastiche e delle lotte civili. I re a., su cui abbiamo solo le informazioni di Flavio Giuseppe, furono : il 3^{°} figlio di Simone, Giovanni Ircano (134-104), Aristobulo I (104-103), Alessandro Janneo (103-76), Alessandra Salome (76-67), Aristobulo II (67-63), Ircano II (63-40); l'ultimo fu Antigono, fatto decapitare nel 36 a. C. da Antonio, su richiesta di Erode il Grande, il nuovo re di Giudea.

Salvatore Garofalo
AŠOKA (pāli Asoka). - Imperatore dell'India, nipote del fondatore della dinastia Maurya, Candragupta. Salito al trono nel 272 a. C., regnò fino al 233 e condusse alla sua massima estensione l'impero dell'India con la conquista della regione dei Kalinga. Ma, profondamente angosciato dagli orrori della guerra, si convertì al buddhismo, del quale fece parte dapprima come laico e più tardi come monaco. Durante tutta la vita si prodigo, oltre che a diffondere la dottrina dell'Illuminato, ad attuarne severamente i dettami in se stesso e in ognuno dei suoi sudditi. Assunse il nome di Priadasai (sanserio Priyadartin, "il pietoso"), nome con cui appunto si designò nei numerosi editti sparsi per tutta l'India e dei quali oggi ben 34 ci sono noti.

Opere di pubblica utilità, quali piantagioni di alberi lungo le vie, scavi di pozzi e di canali per irrigazioni, costruzioni di ricoveri per viaggiatori e di ospedali; provvedimenti diretti a formar funzionari illuminati e atti a ben curare tutto quanto potesse tornar di giovamento a poveri, a infermi, a vecchi e a promuovere il benessere delle loro rispettive giurisdizioni e a mitigare e a differire pene per il bene spirituale dei condannati; precetti di alta moralità, come l'imposizione dell'obbedienza ai genitori, di spirito generoso verso il prossimo nelle sue diverse classi sociali; divieto di sacrificare animali con la conseguente abolizione delle partite di caccia che egli sostitui con pubblici pellegrinaggi; illustrazione della dottrina del Buddha ed esaltazione di fatti importanti della vita di lui : tutto ciò ed altro ancora, a noi noto dagli accennati editti scolpiti in rocce, colonne, grotte, ci palesa l'opera illuminata e benefica del grande imperatore indiano.

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Si deve ad A. la testimonianza del luogo di nascita del Buddha (Rummindei) per una iscrizione su una colonna ivi eretta, tuttora esistente, a ricordo di un suo pellegrinaggio in quella località.

Fra i suoi editti, degni di particolare ricordo, sono il 12^{°}, in cui raccomanda il più largo spirito di tolleranza verso ogni forma di religione, e il 13^{°}, nel quale egli accenna all'opera da lui svolta per la diffusione del buddhismo in tutta l'India e nei vari paesi fuori di essa (Siria, Egitto, Macedonia, Epiro, Cirene), opera affidata all'attività dei missionari.
A. costruì santuari, chiostri ed elevò stäpa (monumenti per la conservazione delle reliquie), particolarmente nei luoghi percorsi dal Buddha.

Nel 245 a. C. si sarebbe, secondo la tradizione, svolto a Pátaliputta (sanserito Pátaliputra, odierna Patna) un concilio (il terzo dopo la morte del Buddha), convocato da A., nel quale i testi canonici, purgatasi la dottrina da ogni eresia e ricondotta agl'insegnamenti degli "anziani ", (pāli thera, sanserito sthavira), avrebbero ricevuto la definitiva codificazione.

Bibl.: V. A. Smith. A. the Buddhist Emperor of India, Oxford 1901.

Ambrogio Bellini
ASOLA, Giovanni Matteo. - Musicista n. a Verona ca. il 1560 , m. a Venezia il 1^{°} ott. 1609. Le scarse notizie biografiche si desumono da isolate indicazioni delle sue stesse opere: si sa soltanto che fu di condizione ecclesiastica e diventò nel 1578 maestro di cappella a Treviso e nel 1581 a Vicenza. Fu autore eccezionalmente fecondo di composizioni polifoniche, da 4 a 12 voci, di esclusivo stile religioso, parte pubblicate e parte inedite; comprendono soprattutto messe, mottetti, inni, lamentazioni, improperi, laudi e forme affini. La quantità delle opere a stampa indica il favore che le sue musiche godettero presso i contemporanei.

L'A. compone nel periodo della Controriforma ed è nella scia dell'arte post-palestriniana, cosicché si attiene rigorosamente alle prescrizioni del Concilio di Trento, specie per quel che riguarda la comprensibilità del testo religioso da serbarsi nella composizione musicale. Svolgendo la sua attività nell'Italia settentrionale, l'A. subisce in parte l'influenza della scuola veneziana, e di questa accoglie in larga misura la tendenza verso lo stile omofono nonché il gusto di una efficace declamazione ritmico-melodica.

Bibl.: F. Caffi, Della vita e delle opere di G. M. A. Musurgo veneto celeberrimo, Padova 1862.

Luigi Ronga
"A SOUS ORTUS CARDINE". - Inno del Breviario romano per le Lodi della festa di Natale. Ne è autore Sedulio, poeta latino del sec. v. E la celebrazione della nascita del Redentore fatta in una forma molto elegante. In tono elevato il poeta esalta la divina maternità della Vergine, l'annunciazione dell'Arcangelo Gabriele, la visita a s. Elisabetta, la nascita nel presegio, l'annunzio gaudioso degli angeli ai pastori. La viva ispirazione è tutta pervasa dal mistero dell'incarnazione, e la limpida vena sviluppa il tema quasi a forma di pacata nenia pastorale. Altre strofe dell'inno sono ai vespri dell'Epifania.

Bibl.: C. Albin. La poésie du Bréviaire. I. Lione s. a., p. 125; G. G. Belli. Inni del Breviario romano tradotti, Roma 1856, pp. 118-19; L. Venturi, Gli inni della Chiesa tradotti e commentati, 2^{mathrm{a}} ed. Firenze, 1880, p. 160; S. Colombo, La poesie cristiana antica, Roma 1910, pp. 136-61; G. Bossi, Gli inni del Breviario romano. Versione ritmica, Roma 1919, p. 77; U. Moricca, Storia della letteratura latina cristiana, III, Torino 1932, p. 38 .

Silverio Mattei
ASOLO. - Piccolo municipio del Veneto, nei colli trevigiani. Era sede vescovile alla fine del sec. vi,
quando il suo vescovo fu con gli scismatici nella contesa dei Tre Capitoli. Un altro vescovo partecipò al Concilio di Mantova nell'827. Quando invece Ottone I nel 969 unì il castello di A. alla sede di Treviso, il vescovato era ormai cessato e van furono i tentativi fatti dai canonici di quella collegiata durante il sec. xvir per ottenere il privilegio di concattedralità con Treviso.

Bibl.: Cappelletti, X. pp. 704-709; Lanzoni, p. 904.
Pio Paschini
ASOR (ebr. Hâsôr). - Nome di varie località della Palestina antica.

1. Piazzabene cananea, che Giosuè espugnò ed incendiò (Ios. 11, 1. 10. 13), detta Aser in Tob. 1, 2 (testo greco), assegnata alla tribù di Neftali (Ios. 19, 36). Situata presso Cades di Neftali (I Mach. 11, 63, 67.73), a nord del lago di Semaconitide o Húleh (Flavio Giuseppe, Ant. Sud., V, 3, 1), è identificata talora con Hirbet Hûreibeh (Revue Biblique, 35 [1926], p. 215), ma comunemente con Tell el-Qedah (o Tell Wagady).
2. Città della tribù di Giuda (Ios. 15, 23), forse l'odierna el-Hadireh a nord-est di 'Ain Qedeis (Cades).
3. Altra città di Giuda (Ios. 15, 25), forse l'odierna el-Hindejreh, a 8 km . a nord-est di el-Qeritein (Carioth).
4. Città abitata dai Benlaminiti dopo il ritorno dall'esilio (Neb. 11, 33); è l'odierna Hirbet Hazzûr, ad est di Nebi Samwill.
5. In Ier. (49, 28. 30. 33) Asor indica probabilmente tribù arabe sedentarie in opposizione a Cedar o tribù arabe nomadi.

Gaetano M. Perella
AŠOT I. - Re d'Armenia, primo della dinastia dei Bagratidi nell'885-90, creato dal califfo Maometto Pullah, su unanime richiesta dei principi armeni. Favori molto il culto religioso, appoggiò l'opera di Zaccaria I katholikós per l'unione della Chiesa armena con quella bizantina, per creare una concordia specialmente nelle questioni riguardanti il Concilio di Calcedonia. A tale scopo, radunato il Concilio di Širagavan (862), A. intervenne personalmente alle sessioni. Morì mentre ritornava da Costantinopoli, ove si era recato per stringere un patto d'amicizia coi Greci, lasciando gran parte dei suoi beni ai poveri ed alle chiese.

Bibl.: L. Ališan. A. I e l'Armenia prima del mille, in Pazaracarb (rivista armena), anno 1863: H. Thepduchian, Politische und Kirchengeschichte Armeniens unter A. I. und Sembat I., Berlino 1902; K. Aslan, Etudes historiques sur le peuple arménien, Parigi 1928, pp. 293-304.

Giacomo Cianzian
"ASPERGES ME". - Formola con cui si fanno le aspersioni rituali di acqua benedetta (v. ASPERSIONE). Non è facile decidere se l'uso della formola coincidesse sempre con quello dell'acqua. Nel sec. in si usava certamente per l'aspersione sugli infermi (Teodulfo di Orléans [m. nel 815], Capitulare alterum, 105, 220; Sinodo di Nantes, can. 4, in Mansi, XI, 658, falsamente attribuito al 658). Probabilmente si usava anche nell'aspersione domenicale del popolo (nella quale forse ognuno si aspergeva senza essere asperso da altri), che Incmaro di Reims (Capitula Synod., I, 5: PL 125, 774) prescrive nell'852, mentre sembra che in principio l'aspersione dei luoghi e delle cose fosse fatta al canto dei salmi (S. Baluze, Capit. Regum Francor., I, Parigi 1677, p. 903) o forse solo con la recita di collette. E conosciuto con certezza l'uso dell' A. al sec. xi nell'aspersione domenicale dalle Consuetudinee cassinesi dell'abate Oderisio (E.Martène, De ant. Eccl. ritibus, ed. di Anversa 1738, lib. IV, p. 134).

Nel tempo pasquale in suo luogo si canta Vidi aquam, composizione ispirata ad Ez. 47, 1, con evidente allusione al Battesimo di cui la Pasqua celebra il ricordo. Nella processione pasquale vespertina dei neofiti, infatti, si cantava a Roma questa stessa anti-

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fona (Ordo Roman., I, cap. 13 : PL 78, 966). Il senso battesimale, che nel medioevo subentrò al primitivo senso lustrale ed esorcistico del rito e della formula di aspersione, nonché il tradizionale uso di non cantare il salmo 50 durante il periodo pasquale, diedero forśe motivo, più che la reminiscenza storica romana, all'introduzione del Vidi aquam nello stesso periodo liturgico.

BibL.: A. Franz, Die birchlich. Benedurtionen im Mittelalter, I. Friburgo in Br. 1909, p. 86 seg. Salvatore Marsili

ASPERSIONE. - E l'atto di spruzzare sulle persone o sulle cose l'acqua benedetta, di solito usando uno strumento di metallo o ramoscelli di alcune piante (v. ASPERSORIO). L'acqua è stata sempre usata per la purificazione, donde il suo largo impiego nelle varie religioni (v. RITO). Nessuna meraviglia, quindi, che anche le religioni rivelate si servissero di un tal rito per significare la purificazione del corpo.

Nella Legge mosaica la purificazione con l'acqua si faceva in tre modi : per abluzione, per a. e per immersione. Nel libro dei Numeri (19) abbiamo una curiosa a. dell'acqua lustrale, mischiata alle ceneri di una vacca rossa. Nella festa dei Tabernacoli le lusstrazioni erano più numerose. La religione cristiana ereditò dall'ebraica l'uso dell'acqua lustrale, e scelse nei libri sacri le preghiere e i canti che accompagnano ancor oggi il rito dell'a. Esso risale alla più remota antichità, e ne vediamo tracce negli Atti di Pietro, scritti verso il 200, e negli Atti di s. Tommaso, scritti verso il 232. Nel Sacramentario di Serapione, oltre la benedizione dell'acqua battesimale, vi sono varie formole per la benedizione dell'olio, dell'acqua e del pane. In Oriente, almeno dal sec. III, si ha l'uso liturgico dell'acqua benedetta per ottenere la guarigione dalle malattie e contro le tentazioni del demonio; in Occidente, invece, dobbiamo risalire alla metà del sec. vi per avere delle notizie certe. S. Agostino, infatti, s. Gregorio di Tours e s. Cesario di Arles tacciono su tale soggetto. Se ne parla nella lettera di papa Vigilio a Profuturo di Braga (538), nelle vite di s. Emiliano, di s. Mabo e di s. Vilffido, nel Liber Pontificalis, ove si accenna all'uso occidentale di mischiare il sale all'acqua nella benedizione. L'a. dell'acqua nelle domeniche, poi, rimonta ad Incmaro (sec. IX); e dalla liturgia gallicana è passata alla romana. Quanto al Battesimo per a. v. battesimo.

Birl.: G. Bona, Remus liturgicarum libri duo, II. Torino 1749, pp. 81-84; P. M. Paciandi, De sacris christianorum balneis, Roma 1798; A. Gastoué, L'eau bénite, son origine, son histoire. con usage, Parigi 1907.

Enrico Dante
ASPERSORIO. - E uno strumento di argento, oro od altro metallo, che serve a spruzzare di acqua benedetta le persone e gli oggetti. Oltre le pile per l'acqua santa all'ingiesso delle chiese, furono presto in uso dei vasi minori, portatili, per poter più facilmente eseguire le varie aspersioni richieste dalla liturgia. I primi cristiani le praticavano con ramoscelli d'issopo o di altre erbe profumate, come alloro, mirto, olivo. Nella forma oggi più usata, l'a. consiste in un'asta di metallo, terminante in una palla traforata, o in setole bianche. Il Pontificale romano prescrive l'a. d'issopo per la consacrazione o benedizione di chiese e di altari, e ciò in armonia alla formola di benedizione: Asperges me hyssopo. Enrico Dante

ASPERTI, SAMUELE. - Direttore spirituale gesuita, n. a Gorlago (Bergamo) nel 1818, m. a Mantova il 20 giugno 1896.

Ordinato sacerdote a Bergamo, fu per alcuni anni missionario in Inghilterra, poi addetto alla curia di Bergamo.

Entrato (1857) nella Compagnia di Gesù, funse da direttore spirituale nei collegi di Padova, Bressanone, Cremona e nel seminario di Brescia. Quando il seminario per le missioni dell'Africa centrale, eretto a Verona da mona. Comboni nel 1866, si trasformò in Congregazione religiosa missionaria (1885), il p. A. ebbe nella costituzione e formazione del nuovo istituto una parte preponderante: direttore spirituale e primo maestro dei novizi dal 1885 al 1892, ne plasmò lo spirito e ne scrisse le regole, dando loro il nome di "Figli del Sacro Cuore". Nel 1892 ne divenne superiore, ma si ritirò l'anno seguente per malattia.

BibL.: L. I. Mazza, Il Padre Spirituale, ossia alcune memorie sulla vita del p. S. A., Verona 1914. Edinondo Lamalls

ASPETTI, Tiziano. - Scultore, n. a Padova nel 1565 e m. a Pisa nel 1607 . Si mantiene costantemente nell'àmbito del manierismo toscano, particolarmente del Giambologna, temperato solo, nelle prime opere veneziane, da un certo senso naturalistico venutogli dal Vittoria. Sue opere sono conservate nel Palazzo Ducale e in S. Francesco della Vigna a Venezia: due statue di Virtù, e due di Mosè e S. Paolo (firmate); nel Duomo di Padova restano figure di santi d'ispirazione donatelliana, scene del Martirio di s. Daniele, e in S. Trinita a Firenze un rilievo con Martirio di s. Lorenzo oltre a numerose statuette in bronzo in collezioni pubbliche e private.

BibL.: A. Moschetti, s. v. in Thieme-Becker, II, p. 193; L. Planiacig, Venerianische Bildbener der Renaissance, Vienna 1921 (v. indice); M. Benacchio Flores D'Arcais, Vita e opere di T. A., Padova 1946. Mario Donati

ASPIROMOSTE, SCONTRO di. - L'atteggiamento tortuoso del gabinetto Rattazzi, che pareva promettere, se non appoggio, neutralità benevola; l'illusione che la Francia si sarebbe limitata a proteste formali; la speranza di poter risolvere, come nel 1860 , in una atmosfera di passione travolgente anche la questione romana, indussero Garibaldi, pur sconsigliato da molti dei suoi amici più autorevoli, a raccogliere attorno a sé, al grido di "Roma o morte", alcune migliaia di volontari (luglio 1862). Incerte ed inerti le autorità locali (anche il proclama del re del 3 ag. non fu inteso se non come un espediente politico), infiammati dalle invocazioni di Garibaldi e dalle sue apostrofi contro Napoleone III, i volontari mossero da Catania verso lo stretto, mentre tardi, di fronte alle proteste e alle minacce francesi, il governo italiano proclamava lo stato d'assedio e affidava al Cialdini l'azione militare. Sbarcato in Calabria, Garibaldi fu accerchiato sul massiccio dell'A., ove il 29 ag. ebbe luogo un breve sanguinoso scontro. Garibaldi, colpito gravemente ad un piede, fu arrestato e tradotto al Varignano, donde uscì per l'amnistia dell'ott. Il Rattazzi, considerato il maggior responsabile della situazione, dovette dimettersi il 1^{°} dic.

BibL.: F. Guardione, A., 2^{mathrm{a}} ed., Palermo 1923; A. Luzio, A. e Mentana, Firenze 1935. Alberto Maria Ghisalberti

ASSALONNE : v. ASSALOM.
ASSALONNE, arcivescovo di Lund (Absalon). Primate di Danimarca e Svezia, n. nel 1128 da nobile famiglia, m. il 21 marzo 1201 e sepolto nel monastero di Sorò, da lui fondato, presso Copenhagen. Compì gli studi a Parigi e, tornato in patria nel 1156, ebbe subito una attiva parte nella vita politica, come consigliere e valido appoggio del grande re Valdemaro (1157-82) nell'opera di unificazione del regno di Danimarca. Nel 1157 vescovo di Roskilde e Seeland, nel 1177 fu designato alla sede primaziale di Lund, come successore dell'arcivescovo Eskill. Durante lo scisma del 1159, A. tenne le parti di Alessandro III. Vasta è l'opera di A. come uomo di Chiesa e di Stato : contribuì efficacemente alla diffusione ed affermazione

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del cristianesimo nei paesi scandinavi, fondò monasteri e città (è merito suo la fondazione di Copenhagen), favorl largamente la cultura, in particolare il grande storico della Danimarca medievale, Saxo Grammaticus, che dedicò ad A. i suoi Gesta Danorum, e larga parte diede al suo protettore nel racconto. Morto Valdemaro, con il nuovo sovrano Canuto VI ancor maggiore fu l'influenza di A., che fu il vero capo politico del regno per 20 anni.

Bibl.: J. Metzler, s. v. in LThK. I, col. 44, che riferisce la letteratura danese: cf. anche: L. Helveg, Den Danske Kirhes Historie til Reformation, I, Copenhagen 1862. Michele Maccarrone

AŠ-ŠĀM: v. DAMASCO.
ASSAM: v. SHILlONG.
ASSAROTTI, OTtavio Giovambattista. - Scolopio, n. a Genova il 25 ott. 1753 e m. ivi il 24 genn. 1829. Entrato nella congregazione delle Scuole Pie, si diede con zelo e con successo all'insegnamento della fisica, della filosofia e della teologia. Ma l'opera sua principale per la quale merita un degno posto nella storia della pedagogia è quella svolta per l'educazione dei sordomuti. Animato da profondo spirito di carità cristiana e pensando come la mente colga e intuisca con un suo atto vivo le cose, l'A. si volse alla loro educazione con risultati, per quei tempi, soddisfacenti. Fu in rapporti col Sicard e anche, naturalmente, con gli altri fondatori di istituti dei sordomuti in Italia, i quali si recarono a Genova per informarsi di quello da lui fondato. Napoleone e Vittorio Emanuele I favorirono l'opera dell'A. che poté così in Genova reggere in vita la sua istituzione.

L'A. non si può dire che avesse un metodo preordinato e fisso, e a chi gliene richiedeva la ragione poteva rispondere che aveva quello di non averne alcuno; non nel senso che egli non avesse o non desse una regola o una legge alla sua opera educativa, ma piuttosto nel senso che ad ogni caso particolare egli applicava un metodo, e, si potrebbe dire, una cura particolare. Difatti egli si attiene ora alla mimica naturale, ora a quella convenzionale, tenta qualche volta anche l'emissione della parola articolata o la scrittura. Gli è che l'A., come dice del suo metodo un critico, "seguiva l'ordine rigoroso della genesi e della concatenazione delle idee, tanto nell'impartire le cognizioni che nell'insegnamento linguistico, in cui, percorrendo la celebre teoria esaminions dei gradi e degli ordini delle intellezioni nello sviluppo mentale del fanciullo, partiva da una idea elementarissima per innalzare gradatamente tutto l'edificio linguistico, non passando ad una nuova forma di lingua senza che la prima fosse ben intesa ed assimilata». L'A. si preoccupava di risolvere il problema teorico dell'apprendimento linguistico nel problema più propriamente educativo del risveglio e dell'articchimento spirituale del sordomuto. A questo fine si serviva anche del giuoco, del lavoro e delle pratiche religiose. Enrico Mayer, che nel 1823 visitò l'Istituto di Genova intrattenendosi con lo stesso A., nel ragguaglio che ne dava al Vieusseux, lamentava che l'educazione dell'A. impartita ai sordomuti fosse troppo teorica. Meglio, pensava il Mayer, se si fosse provveduto a sviluppare in essi le attitudini pratiche come quelle che possono essere più proprie a questo genere di minorati : "Perché - dice il Mayer - non farne buoni artigiani invece di letterati superficiali? ". I mezzi di comunicazione di cui si serviva l'A. erano la mimica naturale, una mimica da lui invenzata, la dattilogia, la scrittura e la parola articolata. Quest'ultima per quelli che avevano già parlato.

Bibl.: M. Marcacci, Elogio funebre del p. O. A., Livorno 1831; G. Scaniglia, O. A. Ragionamento storico, Genova 1839; E. Mayer, Frammenti di un viaggio pedagogico, Firenze 1867, p. 312 sgg.; S. Monaci, Storia dell'Istituto Nazionale bei Sordomuti in Genova, Genova 1901; L. Picanyol, Il primo apostolo dei sordomuti in Italia. P. O. G. B. A. delle Scuole Pie, Roma 1941.

Nino Sammartano
ASSE ECCLESIASTICO: v. beni ecclesiastici; italia (condizione giuridica della chiesa in).

ASSE EREDITARIO: v. SUCCESSIONI.
ASSEGNI FAMILIARI. - Hanno assunto in Italia tale denominazione le indennità corrisposte ai dipendenti da imprese private, in aggiunta alla retribuzione derivante dalla disciplina contrattuale dei rapporti di lavoro, in relazione agli oneri derivanti ai lavoratori dalla composizione della famiglia. Non essendone possibile la erogazione diretta da parte delle singole aziende, poiché in tal caso i lavoratori con minori carichi familiari sarebbero preferiti come meno costosi, si provvede alla corresponsione delle indennità attraverso un congegno mutualistico di perequazione degli oneri, nel senso che le aziende concorrono, mediante contributi calcolati con riferimento a tutto il personale dipendente, alla formazione dei fondi necessari da cui si traggono le indennità spettanti ai singoli dipendenti. La necessità del sistema di compensazione non si presenta quando trattasi di aziende o di enti che non agiscano sul piano della concorrenza economica: di conseguenza l'amministrazione dello Stato e gli Enti pubblici in genere provvedono al pagamento diretto ai propri dipendenti di speciali indennità di famiglia, aventi la stessa natura e finalità degli a. f.

Originariamente gli a. f. vennero istituiti quale particolare concorso, di natura anche assistenziale, per sopperire alla carenza del salario per i lavoratori con carichi di famiglia, in fase di eccezionale aumento del costo della vita, come in Francia nel 1922, ovvero, come in Italia nel 1934, in occasione della riduzione del salario dipendente dalla corrispondente riduzione delle ore di lavoro settimanali. Ben presto, peraltro, da tale origine di natura contingente, l'istituzione degli a. f. si è estesa e perfezionata, in forma non condizionata, pervenendosi sostanzialmente ad un sistema che realizza, se pure in parte ed in forma imperfetta, il principio del salario familiare.

In quanto non rappresentano un corrispettivo del lavoro prestato, gli a. f. non costituiscono un elemento della retribuzione, ai vari effetti giuridici. E discussa la questione se essi possano considerarsi come facenti parte della previdenza sociale: si propende, di recente, per l'affermativa, tenuto conto del concetto evolutivo della previdenza che, dallo schema originario innestato sulle assicurazioni sociali, tende ad evolversi in un sistema di protezione e di sicurezza sociale, impostato sul principio della redistribuzione dei redditi attuata in base ad un concetto di solidarietà.

Per il fatto di essere corrisposti con riferimento ad una condizione di bisogno, obiettivamente valutata in relazione al carico familiare, l'importo degli a. f. è indipendente dall'ammontare della retribuzione individuale ed è uniforme per tutta la categoria dei lavoratori aventi diritto. Attualmente in Italia tale misura si differenzia a seconda della appartenenza dei lavoratori ai grandi gruppi dell'industria, del commercio, del credito, dell'assicurazione e dell'agricoltura.

Sono beneficiari degli a. i familiari viventi a carico del lavoratore. Di fronte alla tesi sostenuta da alcuni, e realizzata fra l'altro nella legislazione francese e inglese, secondo cui gli a. f. debbono essere corrisposti, salvo particolari eccezioni, solo quando la famiglia abbia una composizione numerica superiore ad una data media (in genere ad un figlio), e di fronte alla tesi, in parte collegata alla precedente, di tener conto del numero dei figli al fine di dare alle famiglie più numerose un trattamento preferenziale, realizzata nella legislazione italiana fino al 1934, si è ora affermato in Italia il principio che gli a. f. siano dovuti rispetto a tutti i figli a carico, senza carattere di progressività in relazione al loro numero; oltreché per i figli, poi, essi

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sono dovuti anche per la moglie, nonché per i genitori viventi a carico, quando abbiano superato determinati limiti di età ovvero siano invalidi.

La corresponsione degli a. viene effettuata di regola dalla stessa azienda, che si rivale presso l'Istituto che gestisce gli assegni dell'importo erogato : nell'agricoltura la erogazione è effettuata direttamente dall'Istituto ai lavoratori aventi diritto, identificati con appositi elenchi.

E da considerare connessa con le finalità cui si ispirano gli a. f., l'assicurazione per la nuzialità e la natalità, attuata in Italia nel 1939, avente lo scopo di corrispondere speciali assegni in occasione del matrimonio e della nascita di figli dei lavoratori.

Bibl.: C. Arena, L'Assicurazione familiare e il salario, in Assicurazioni sociali, i (1937), p. 23-42; U. Borsi, Sul carattere degli a. f., in Rivista di diritto pubblico, 1 (1938), pp. 29-38; L. Levi, Gli a. f. ai lavoratori, in Trattato di diritto del lavoro, Padova 1938, pp. 333-66; C. Vannutelli, La tutela della famiglia nell'ambito delle previdenza sociale, in Riv. Internaz. di Scienze Sociali, 1948, pp. 235-45; G. Mazzetti-G. Orsini-M. Pizzicannella, Manuale della previdenza sociale, Roma 1948. Cesare Vannutelli.

ASSEMANI. - Nomo di quattro celebri orienta-
listi cattolici, appartenenti ad un illustre famiglia maronita del Libano. Il nome in arabo è as-Sim'ānī, non as-Sam'ānī.

1. Giuseppe Simone o Simonio. - N. a Tripoli (L. bano) da una famiglia del villaggio di Hasrūn il 27 luglio 1687 ; m. a Roma il 3 genn. 1768. Studio nel Collegio maronita di Roma e si apprestava a tornare al Libano, quando il padre Eva (Efavred), confondatore dell'Ordine antoniano maronita, denunziò l'esistenza di manoscritti nei monasteri egiziani e, autorizzato dal Papa, incaricò di comprarli Elia Assemani, che ne mandò a Roma 40 . Giuseppe Simone, allora ventenne, fu da Clemente XI chiamato a recensirli e indicarne il contenuto, e il 10 marzo 1710 fu nominato scrittore della Biblioteca Vaticana. Nel 1715 fu mandato in Oriente per acquistare manoscritti e, aiutato validamente dal patriarca maronita, parecchi ne acquistò in Egitto e in Siria (A., Bibl. Orient., I, pp. viI e ix).

L'A. fu canonico vaticano, viceprefetto e prefetto della Biblioteca Vaticana, e finalmente, nel 1766, arcivescovo titolare di Tiro. Nel 1735 Clemente XII lo mandò ablegato per convocare il famoso Sinodo dei Maroniti del 1736, confermato da Benedetto XIV con la bolla Singularis. La sua redazione in arabo e in latino è dovuta alla penna di A., che indirizzò poi alla S. Congregazione di Propaganda la Relazione sull' ablegazione apostolica alla nazione dei Maroniti..., stampata in Roma senza data. Il diario (jaumijjah), scritto in quella circostanza da A., fu pubblicato da L. Boleibel (in alMašriq, 25 (1927), nn. 6, 7 e 8). Nel 1739 Carlo IV, re di Napoli, nominò l'A. storiografo del regno e gli concesse la cittadinanza onoraria.

Oltre i suddetti manoscritti, la Biblioteca Vaticana si era arricchita dei codici offerti dal patriarca caldeo Giuseppe I (Amidenses), da Pietro della Valle, dalla biblioteca dell'Istituto delle Scienze di Bologna, da quella di S. Pietro in Montorio, da quella del Collegio maronita di Roma, dai maroniti Abramo Ecchellense (v.) e Fausto Naironio (Ecchellenses), da Gabriele Eva sleppino (Bourenon), e da Abramo Massad (A., Bibl. Orient., I, praef., pp. viII, Ix, x; A. Mai, Script. Vet. nova collectio, IV, praef., p. viII). Questa preziosa collezione gli diede occasione di mettere mano alla Bibliotheca Orientalis, che doveva comprendere 12 voll., ma di cui ne uscirono solo 4 (Roma 17191728) : I. De Scripturibus Syris orthodoxis; II, De Scripturibus Syris monophysitis; III, 1, De Scriptoribus Syris nestorianis, e III, II, De Syris nestorianis. Quest'opera fu universalmente riconosciuta come basilare per la letteratura siriaca e colmata di encomi. Un incendio, scoppiato nella
biblioteca privata di A. il 30 ag. 1768 , distrusse, oltre tanti manoscritti e stampati, la maggior parte degli esemplari di questi volumi e il manoscritto degli 8 rimanenti (Mai, ibid., p. 166).

Altre opere sono: Menologium Graecorum (Urbino 1727), di cui la 1² e 2^{°} parte furono tradotte da Clemente XI prima del presbiterato, e la 3^{°}, che è la metà dell'opera, fu tradotta dall'A.; Chronicon Orientale di Ibn ar-Rāhib, ed. da Abramo Ecchellense e ristampata da A. con nuova traduzione latina (1731); S. Ephraem Syri opera omnia, 6 voll. in-fol., di cui solo i primi tre furono da A. tradotti in latino dal greco (Roma 1732-46); Kalendaria Ecclesiae Universae, 6 voll. in 4^{°} (ivi 1750-55), che hanno per sottotitolo Kalendaria Ecclesiae Slavicne, etve Graeco-Muschae (anche quest'opera non è completa e doveva constare di 12 voll.); e Bibl. Iuris Orient. canon. et civil., in 3 voll. (ivi 1762-66).

Il card. Mai (op. cit., voll. IV e V), pubblicato vari scritti inediti di A., specialmente la nota dissertazione sulla validità del sacramento dell'Ordine presso i copti (V, II, pp. 171-237). La sua Series chronologica Patriarcharum Antiochiae fu pubblicata da Giovanni Notain nel 1881. Finalmente, i voti inediti da lui scritti per il S. Uffizio e la Propaganda formerebbero 100 volumi preziosi (cf. Mai, op. cit., IV, p. 168). Il prezioso Evangelioito glagolitico del sec. x-xi acquistato a Gerusalemme nel 1736 è stato riprodotto fotograficamente da J. Vaja e J. Kurz (Praga 1929).

Della sua vita fu scritto un suolo con l'elenco delle opere, che è conservato nell'archivio della basilica di S. Pietro (277, 22), passato ora alla Biblioteca Vaticana.

Bibl.: G. Notain, Series chronologica Patriarcharum Antiochiam, Roma 1881, pp. 1-11; G. Debe, Tüviş, Sürü̈k, VIII, Beirut 1905, pp. 1073-77; G. Khattar Gānīn, Barndinng̃ abanxī̄ot ol-qiddis Mūrūn, II, ivi 1903, pp. 105-13; G. Levi Della Vida, Ricerche sulla formazione del più antico fondo dei mss. orientali della Biblioteca Vaticana (Studi e Testi, 92), Città del Vaticano 1939.

Pietro Blair
2. Stefano Evodio. - Pronipote di Giacomo e nipote di Simone 'Awwād, ambedue patriarchi maroniti, italianizzò il suo cognome in Evodio e vi aggiunse quello dello zio materno Giuseppe Simone A. sotto cui è più noto. N. in Hasrūn (Libano), o nella vicina Tripoli da una famiglia di Hasrūn, nel 1709 o, secondo altri, nel 1707, mentre E. Tisserant, basandosi sul Ristretto della vita di mons. S. E. A. (Archivio bibl. Vat., 12, f. 100), confermato dal registro parrocchiale della basilica Vaticana per i decessi, ritiene sia nato nel 1711 (in Oriens Chr., 1932, pp. 267269). Studiò nel Collegio maronita di Roma e, terminati gli studi sotto gli auspici del predetto zio materno, fu, nel 1730, nominato scrittore della Biblioteca Vaticana. Il patriarca Giuseppe Khazen lo consacrò arcivescovo titolare il 6 ott. 1736, nominandolo suo procuratore in Roma. Nel 1768 successe allo zio Giuseppe Simone come primo custode della Biblioteca Vaticana e mori il 24 nov. 1782.

Compilò il catalogo dei mss. orientali della Biblioteca medicea nel 1742 ; nel 1746 diede alla luce il suo Catalogo della Bibl. Chigiana e pubblicò, nel 1748, il testo siriaco con la versione latina degli Acta SS. Martyrum Orient., in 2 voll., con gran copia di note e dettagliati indici. Portò a termine la traduzione del 5^{°} vol. siriaco di s. Efrem, interrotto per la morte del padre Benedetti. Inoltre, in collaborazione con suo zio Giuseppe Simone, scrisse: Bibliothecae Apost. Vaticanae codicum mss. catalogus, che doveva uscire in 20 tomi, divisi in 3 parti, ma di cui uscirono solo i primi 3 tomi della parte prima, rispettivamente nel 1756 , 1758 e 1759. Un esemplare si trova nella Biblioteca Vaticana, mentre gli altri perirono nell'incendio che il 30 ag. 1768 distrusse la biblioteca privata di S. E. e G. Simone Assemani. Il ms. di S. E. però, fu poi stampato dal Mai (Script. vet., IV, p. 64, nota). P. Efrem Dirani, in al-Mukdouk, pubblicato nel 1899, resa (pp. 103-182) la traduzione araba di