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Prese parte nella controversia sulla povertà di Cristo e degli Apostoli, senza perdere la grazia di Giovanni XXII, che lo nominò amministratore dell'Ordine francescano (1328-29).

Tra gli scolastici ebbe nome di Doctor famosus, probabilmente per le sue opere omiletiche molto diffuse e in parte edite: Sermones de tempore et de sanctis cum quadragnionali epistolari (2 voll. in 4^{°}, Strasburgo 1501 sotto il nome storpiato di Berbardus Cura). Il card. Pitto (Analecta novissima Spicilegii Solesmentsis altera continuatio, II, Tuscob 1888, 466-512), dà i titoli delle prediche contenute nei codd. Vat. lat. 1240-42. Nell'edizione di Strasburgo, I, f. cclxix sgg. sono inseriti 32 sermoni sull'Eucaristia, che sono forse di s. Alberto Magno. Un riassunto del trattato sulla povertà di Cristo fu edito da F. Tocco, La quistione della povertà nel secolo XIV (Napoli 1910, pp. 64-74).

Bisc.: E. Albe, Autour de Jean XXII, III : Les Ouercynois en Italie, Roma 1904, pp. 71-78 (estratto da Annales de St-Louis-des-Français, VIII); L. Oliger, Fr. B. de T. Processus contra Spirituales Aquitanios (1313), in Archivere Franc. hist., 16 (1923), p. 323 sg.; Ch. V. Langlois, in Histoire littéraire de la France. XXXV, Parigi 1927, pp. 190-205; P. Gaudiat, Cardinal B. de T. His participation in the theoretical Controversy concerning the Poverty of Christ and the Apostles under John XXII, Città del Vaticano 1930.

Livario Oliger

BERTRIN, Georges. - Sacerdote e scrittore francese, n. a St-Bazeille il 5 luglio 1851, m. a Marmande il 12 luglio 1924. Fu dapprima vicario di Marmande, poi professore al seminario di Agen, dove si distinse per la sua profonda cultura e venne perciò chiamato ad insegnare all'Istituto cattolico di Parigi.

Egli è autore di varie e importanti opere come: Les grandes figures catholiques du temps présent (1895), La question homérique (1898), La sincérité religieuse de Chateaubriand (1900), St Laurent O'Toole (1903), La criminalité en France (1904), Histoire critique des événements de Lourdes (1905), trad. in varie lingue, Sainte-Beuve et Chateaubriand (1906), L'expiation et la doctrine catholique (1916), ecc.

Carmine Starace
BERULLE, Pierre de. - Cardinale, fondatore dell'Oratorio di Francia, n. il 4 febbr. 1575 nel castello di Serilly (presso Troyes), m. a Parigi il 2 ott. 1629.

Compic gli studi presso i Gesuiti di Parigi. Alla Sorbona studia retorica sotto Giovanni Morel, logica sotto il p. Eustachio di S. Paolo. Nelle vie dello spirito, fin verso il 16 io, è guidato da dom Beauconsin. «A 17 anni pa. reva già un consumato dottore nella scienza della salvezza " (Caraccioli); a 22 anni scrive il Traité de l'abnégation intérieure. Il 5 giugno 1599 sale all'altare, e inizia la sua opera di direzione spirituale e di controversia. Assiste il card. Du Perron nella disputa col Du Plessis, alla presenza di Enrico IV. Dal Mémorial de direction scongiamo le note caratteristiche del suo ministero: taito e perspicacia; dagli opuscoli di controversia sull'Eucaristia e la Messa, specialmente dal Discours contro il ministro calvinista Pierre Du Moulin (1609) la sua dialettica sostanziale, ricca d'accostamenti, larga di deduzioni, efficace e cortese. Nella Retraite de monsieur le card. de B., ci è conservato il lungo ragionamento che nel 1600 , sul punto di abbracciare lo stato religioso, tenne a se stesso, ed i motivi che l'indussero a conservare la sua libertà.

Rimasto nel mondo vien fatto "aumônier» del re; ma non abbandona né la direzione spirituale d'un gran numero d'anime, specie nei conventi e comunità femminili, né l'attività polemica contro gli eretici. Fra le anime da lui dirette è m.me Acaric. Persuaso che tale è la volontà di Dio, si reca in Spagna (1604) e, dopo laborioso trattative, trapianta in Francia il Carmelo riformato. Delle Lettres aux Carmélites de France risulta che B. non ha inteso affatto di fondare un Carmelo diverso da quello teresiano. Nominato da Paolo V, insieme al Gallemand e al Duval, superiore delle Carmelitane francesi, deve affrontare vivaci opposizioni.

Declina l'incarico di educare il Delfino offertagli da Enrico IV. Riceve nel Carmelo (1605) la propria madre (Louise Ségnier). Confessore di Maria de' Medici, rimane al di lei fianco col p. Cotton, quando, morto Enrico IV (1610), la regina assume la reggenza. Intanto m.me Acaric gli dice che Dio lo destina a fondare nella Chiesa una nuova Congregazione e ne scrive al p. Cotton, che allora dirigeva il B. Altre anime piissime, come la badessa di Notre-Dame-de-Xaintes, gli chiedono di dare alla Chiesa santi sacerdoti. Intorviene il card. de Reta, mosso dalla sorella, marchesa di Maigrelay, e, su preghiera d'entrando, l'arcivescovo di Parigi. Avendo già il disegno di formare una società di sacerdoti dediti alla preghiera e all'istruzione, B. si consulta col p. Cesare de Bus, si rivolge a s. Francesco di Sales perché voglia mettersene a capo, e poi al p. Romillon; chiede invano a Roma alcuni Filippini che inizino l'opera.

Infine l'i i nov. 1611, a Parigi, con cinque compagni, dà vita alla Congregazione dell'Oratorio di Gesù. Paolo V concede tosto la bolla di approvazione e la nuova Congregazione si diffonde rapidamente in Francia. "Lo stesso Dio che ha ristabilito, in parecchi Ordini, lo spirito ed il fervore della loro prima istituzione, sembra voler ora procurare la stessa grazia agli ecclesiastici rinnovandoli nella perfezione che loro conviene; per accogliere questa grazia celeste, affin di vivere ed operare sotto la condotta di Gesù Cristo stesso, noi siamo qui adunati» (Discorso ai Padri dell'Oratorio, in Ouvres complètes, col. 29). Verso il 1612 B. compose la sua triplice Elévation (à Jésus sur ses principaux états et mystères à la T. S. Trinité sur le mystère de l'Incarnation, à Dieu en l'honneur de le part qu'il a voulu donner à la V. Marie dans le mystère de l'Incarnation). Aspre controversie teologiche ne seguirono. Col suo capolavoro, Discours de l'état et des grandeurs de Jésus par l'union ineffable de la disonite avec l'humanité... (1623), B. riscuote vasti consensi.

All'Oratorio gli studi, sia teologici sia profani, sono molto curati. Venuto in possesso di numerosi codici platonici, B. ne inizia lo studio e la pubblicazione. Nel 1628, fa venire a sé Descartes che aveva udito presso il nuncio, a Parigi, e gli fa obbligo di proseguire e pubblicare i

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suoi studi, da più parti impugnati. I collegi berulliani sono, come quelli del tempo, di stampo umanistico; tuttavia nelle prime classi è prescritta la lingua nazionale nell'insegnamento della religione e della storia patria. Ebbene grande floridezza, nonostante vivaci opposizioni dell'università e di altri collegi.

Verso il 1616, B. comincia ad occuparsi attivamente di politica; fino all'avvento di Richelieu era stato più un confidente che un consigliere di Maria de' Medici nella lotta tra la regina e Concini da una parte, e le grandi famiglie dei Condé, dei Bouillon, dei Nevers che avevano fatto causa comune con gli ugonotti contro la «straniera», dall'altra. In queste vicende, più che il lato politico, B. vedeva quello religioso, limitando la sua azione alla controversia dottrinale ed alla difesa dell'unità religiosa del suo paese. Richelieu trova già il B. accanto alla regina e se ne serve.

A Maria de' Medici B. era grato per la costante protezione del Carmelo e dell'Oratorio e a lei dedicò la sua traduzione della Vita di s. Carlo Borromeo. Nel 1617, la regina madre è relegata a Blois, mentre Richelieu si ritira ad Avignone, profetendo di non guastarsi col Lupino: B. rimane a Parigi e si adopera per riconciliare il figlio (Luigi XIII) con la madre; il che avviene nel 1620.

Richelieu manda B. a Roma per ottenere la dispensa per il matrimonio di Enrichetta di Francio col principe di Galles (il futuro Carlo I), che è celebrato nel 1625 . B. accompagna in Inghilterra l'infelice principessa, e, capo della sua casa ecclesiastica, le rimane al fianco finché il duca di Buckingham, sotto l'accusa di attentare alla sua vita e ai suoi beni, non lo obbliga a riattraversare la Manica. Per confortare Enrichetta, B. scrive le sue Elévations sur ste Morie Madeleine.

Nello stesso anno 1625 , per ordine di Luigi XIII tratta col card. Barberini, legato di Urbano VIII, per la questione della Valtellina e dei Grigioni; ma le sue proposte non sono accettate. Al B. dispiace la politica di Richelieu che sembra far causa comune con i protestanti e danneggia la causa cattolica, ma la segue per ragioni d'interesse nazionale: meglio i protestanti con la Francia, che non i cattolici con l'Austria. Richelieu l'accuserà falsamente, nel suo Testament politique di vari anni dopo, d'avere, per piacere al Papa, contro gli ordini ricevuti, negoziato nel 1627 la pace con la Spagna.

Nel 1627, proprio dopo i negoziati con la Spagna, B. è creato cardinale. Nel 1629 è nominato capo del consiglio della regina. Durante l'assenza del re, intervenendo in nome della regina, B. fa arrestare, dopo averla invano ammonita, Maria dei Gonzaga di Mantova, amante del fratello del re. Ritornando da Casale, Luigi XIII trova riaccesa la lotta contro B., in dissidio con Richelieu. B. rifiuta di firmare il trattato di pace con l'Inghilterra e s'oppone al trattato d'alleanza con gli Olandesi, voluti dal Richelieu. Maria de' Medici tenta ancora una volta di favorire B. e toglie al Richelieu la sovraintendenza della sua casa: Richelieu presenta le sue dimissioni al re che, smarrito, conferma Richelieu come suo primo ministro e sovraintendente della casa della regina. Volendo allontanare B. dalla regina, Richelieu gli affida un'ambasceria a Roma. B. declina l'invito e si ritira dalla corte.

Poco dopo, Luigi XIII lo trae dalla sua solitudine perché s'abbocchi di nuovo col fratello. B. si mette in viaggio, ma è costretto dalla febbre a fermarsi a Parigi, e muore presso i suoi padri di St-Meglotte, mentre celebra la S. Messa. Calunniosa è la voce d'avvelenamento da parte dei suoi nemici.

Nonostante una vita tanto divisa, B. compose molte opere d'altissima spiritualità.

Alcune di esse furono variamente pubblicate, lui vivo; le manoscritte furono raccolte con le precedenti dal p. Bourgoing, successore di B., arricchite di sommari e di qualche nota dal p. Gibieuf, e stampate a Parigi nel 1644 e di nuovo nel 1657 .
B. è comunemente ritenuto il fondatore della grande scuola spirituale francese del sec. xvir; a lui variamente si riallacciano, oltre l'Oratorio, s. Vincenzo de' Paoli, l'Olier e s. Sulpizio, s. Giovanni Eudes, s. Lodovico Grignion de Montfort, s. Giovanni B. de La Salle. Alla sua dottrina s'ispiracono poi fra molti altri, il ven. Libermann e i Padri dello Spirito Santo, de Renty, de Bernières, Boudon, mons. Gay. L'oblio che copri le sue opere è dovuto, in parte, al valore stesso dei suoi discepoli, come Condren e Olier, che ne esposero la dottrina in modo più facile e accessibile.

La dottrina di B., in cui confluiscono tutte le forme anteriori di spiritualità cattolica, dai Padri a S. Framesco di Sales, si fonda sul dogma della nostra incorporezione a Gesù Cristo, mediante l'opera dello Spirito Santo che riproduce in noi le virtù interiori di Lui, costituendoci in uno stato di mistica aderenza al Verbo Incarnato, in quello dei suoi misteri ch'Egli vuole comunicato e come continuato in ciascuno dei suoi fedeli, che formano il suo Corpo Mistico. Da Urbano VIII fl. fu detto «l'apostolo del Verbo Incarnato ".

La forma della sua orazione è detta «elevazione». Ne abbiamo cospicui esempi nelle Elévations sur les mystères di Bossuet: soprannaturalmente dialettica, parte dall'atto di fede su di un fatto o massima scritturale, per elevarsi a Dio.
B. aveva un fratello consigliere di stato, da un cadetto del quale discende l'abbé de Bérulle, priore di St-Roman-du-Puy, presso Lione, morto nel 1704.

Bint.: Opere: Cliuer. compl., ed. Migne, Parigi 1857, cui precede la Vie du card. de B. di L. Caraccioli. - Studc M. Houssaye, M. de B. et les Carmélites de France (1373-1611), Parigi 1872; id., Le p. de B. et l'Oratoire de Jésus (1611-13), ivi 1873; id., Le card. de B. et le card. de Richelieu (1623-29), ivi 1873; A. Perraud, L'Oratoire de France, ivi 1866; H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux, III, ivi 1921, e VII, ivi 1931; J. Huijben, La spiritualité française au XVIIe siècle, in La Vie Spirituelle, Supplément, dic. 1930 - apr. 1931; A. Mollen, s. v. in OHG, VIII, coll. 1113-32; id., in DSp, I, coll. 1230-79; id., Le card. de B., 2 voll., Parigi 1947. Fratel Emiliano

BERZÉ, Hugues de. - Trovero borgognone, vissuto tra il sec. xir e il xiri, autore di un poemetto satirico-morale di 838 versi (Bible), dove narrando la storia del genere umano mette in luce la caducità della vita terrena e il male prodotto dal peccato e dai vizi umani. Il poemetto, che contiene varie allusioni agli avvenimenti degli anni 1204-1207, può anche esser considerato come il sincero atto di contrizione di un uomo che aveva condotto una gioventù dissoluta e spregiudicata. Infatti il B. aveva preso parte alla IV Crociata (1201-1205) menando a Costantinopoli vita scandalosa e si era poi completamente ravveduto. Di lui resta anche una raccolta di poesie liriche, pubblicata da K. Engelcke (Rostock 1885).

La Bible au Seigneur de B. è stata pubbl. da E. Barbazan e M. Méon, in Fabliaux et contes des poètes françois, II (Parigi 1808), pp. 394-420, e più recentem. da F. Lecoy (ivi 1938).

Bint.: Hist. littér. de la France, XVIII, Parigi 1895, pp. 816824; J. Bédier, Sur deux chansons de Croisade, in Romania, 35 (1906), pp. 387-93; F. Lecoy, Pour la chronologie de H. de B., ibid., 67 (1942-43), pp. 243-54. Ruggero M. Ruggieri

BERZELIUS, JOAS JACOB. - Chimico svedese, n. a Våversunda il 20 ag. 1779, m. a Stoccalma il 2 ag. 1848. Per operosità scientifica, precisione sperimentale e fervida genialità dominò su tutti i chimici del tempo, portando contributi importanti in ogni campo della chimica teorica e pratica (determinazione di pesi atomici, scoperta di nuovi elementi, creazione della nomenclatura chimica, teoria dei radicali, ecc.). Scrisse il primo grande trat-

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tato di chimica che servì di modello a quanti vennero dopo e pubblicò rapporti annuali dei progressi di questa scienza, dove sottoponeva a critica obiettiva i lavori di chimica che si andavano pubblicando.

Nato povero, condusse vita modesta; figlio di un pastore protestante fu di animo religioso. E nel suo trattato di chimica volle apertamente dichiarare la sua fede in Dio creatore, desunto dalla finalità che si riscontra in ogni elemento della natura; e ballò l'ateismo come teoria illogica e incapace di darci la ragione dei fatti constatati dalla scienza.

Bibl.: C. L. Kneller, Il Cristianesimo e i naturalisti moderni, vers. ital. di A. Boni, Brescia 1906, pp. 245-47; I. Guareschi, Suppl. ann. Enciclop. di Chimica, 31 (1915), pp. 307-406; A. G. Soderbaum-Bugge, Buch der grossen Chemiker, I, Bcr. lino 1920, p. 428; M. Giua, Storia della Chimica, Torino 1946, pp. 128 -34.

Giulio Provenzal
BERZELLAI (ebr. Barzillaj). - Ricco possidente di Rogelim in Galaad. Ospitò David fuggiasco per la ribellione di Absalom (II Sam. 17, 27). Invitato poi dal re riconoscente a stabilirsi presso di lui a Gerusalemme, oppose un gentile rifiuto per la sua tarda età: So anni (ibid. 19, 31-39). I suoi discendenti condivisero le sorti del popolo d'Israele (I Reg. 2, 7). Al tempo di Eadra e Neemia alcuni di essi, non potendo provare la loro appartenenza alla classe sacerdotale, furono privati dell'ufficio fino allora esercitato (Eid. 2, 61; Neh. 7, 63). Un B., oriundo di Molothi (Mébôlâh), era padre del marito di Michol, Hadriel (II Sam. 21, 8).

Angelo Penne
BERZI, Angelo. - Teologo bergamasco, n. a Chiuduno l'8 maggio 1815 e ivi m. il 10 genn. 1884. Compì gli studi nel seminario di Bergamo e, ordinato sacerdote, vi insegnò filosofia. Di sincera pietà e di fervido ingegno, esercitò fascino potente sui chierici, che iniziò a un nuovo sistema filosofico-teologicomistico, che per impulsi interiori (come diceva) andava maturando. La novità della dottrina e dei metodi provocarono violente reazioni, che costrinsero B. a recarsi da Bergamo a Roma, a Cremona, a Brescia. Condannato dal S. Uffizio ( 7 marzo 1855) e sospeso "a divinis " per cinque mesi, si raccolse nella casa paterna a Chiuduno, dove passò 28 anni di solitudine, di preghiere e di indefesso studio, lasciando ca. 80 opere tutte inedite, ad eccezione di due.

Il berzismo è una teologia misticheggiante, a fondo tendenzialmente gnostico e con metodo sostanzialmente monistico. Prendendo le mosse dal problema della conoscenza, conclude all'incapacità della ragione a colmare l'abisso che passa tra il finito e l'infinito, quale si manifesta nell'ordine delle cognizioni (distanza immensa tra la sensazione particolare e l'idea universale) e nell'ordine reale (il creato e l'increato) senza ricorrere all'unico ponte che congiunge in sé i due estremi, Gesù Cristo (onde la necessità della rivelazione e la vanità del razionalismo). Il Verbo Incarnato è il nesso tra il finito e l'infinito, la misura dell'universo, il principio e la fine di tutte le cose, perché in lui c'è, oltre a quello temporale, un aspeto eviterno (sopratemporale). L'umanità di Cristo infatti partecipa dell'eternità secondo il concetto dell'evo e dell'immensità secondo il concetto del cielo; però in questa partecipazione non diventa né eterna né immensa (attributi esclusivi di Dio), ma ottiene un'espansione celeste a tutti i tempi e a tutti i luoghi (per una certa analogia con la presenza sacramentale del corpo di Cristo nell'Eucaristia), in forza della quale non è resa in modo esterno contemporanea a tutti i tempi né diffusa in tutti i luoghi, ma in modo interno (mistico, celeste, inaccessibile) è interiore, posteriore e presente a tutti i luoghi e a tutti i tempi, onde dal mistico nascondiglio può irrompere ognora nella realtà esterna e manifestarsi. Cosl l'Uomo-Dio, quasi innestato
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(bl. L. Bissin)
Besançon - Mensa per oblazioni (secc. v-vi), con monogramma costantiniano e la scritta: "Hoc signum praestat populis caductia regna".
tra l'eternità e il tempo, è il primogenito di tutte le creature e la forza immanente che tutte le unisce. Di questa prerogativa partecipa la Vergine ; l'Eucaristia deve essere considerata come la comunione eviterna tra il Figlio e la Madre. Il Cristo poi effonde in tutto il creato lo Spirito Santo; perciò tutti gli esseri godono di una reale, sebbene diversa, partecipazione dello Spirito, che nell'uomo forma il terzo principio costitutivo (tricottonia) e l'ultima ragione del soprannaturale. Se lo Spirito-Amore, immanente negli esseri, ricircola nei medesimi riconducendoli a Dio, allora gli esseri sono buoni ; se non ricircola, sono cattivi. Così la storia umana è spiegata dalla opposta circolazione dello Spirito Santo (città di Dio) e dello spirito cattivo (città di Satana). Il cristiano deve sviluppare in sé la circolazione dello Spirito Santo, attraverso i Sacramenti; cosi raggiungerà la perfezione.

Questo sistema contrastante con la tradizione pa-tristico-scolastica, ma fortemente organico, sedusse molte anime pie ed incaute. Il B. ebbe numerosi discepoli, raccolti in piccoli cenacoli nelle città ove dimorò, specialmente nella diocesi di Brescia. Malgrado il sospetto di cui erano circondati e le abiure cui furono sottoposti, rimasero fedelissimi al loro "angelico padre".

Bibl.: L. Fossati, D. A. B.: vita e pensiero, Brescia 1942 (pp. 411-17, enumerazione delle opere di B. e dei suoi discepoli).

Antonio Piolanti
BESANÇON, ARCIDIOCESI di. - Si estende per 11. 200 kmq . nei due dipartimenti dell'alta Saona e del Doubs. Ha 560.000 cattolici su una popolazione di 587.476 mathrm{ab} . ; 888 parrocchie, 925 sacerdoti diocesani e 735 regolari (1948). B. è l'antica Vesontio, città forte e capitale dei Sequani, conquistata da G. Cesare; organizzata poi la regione in provincia romana, Mazzina Sequanorum, B. fiorì anche con scuole. Venne saccheggiata dai Germani e dai Vandali nel sec. v, e nel sec. vir dai Saraceni. Passò poi ai Carolingi e fece parte della Franca Contea fino al 1674 in cui fu conquistata da Luigi XIV.

Per i fasti della chiesa di B. una prima { }² liata di vescovi risale al tempo del vescovo s. Ugo di Salins (10311067), perché con lui terminano parecchi cataloghi episcopali inseriti poi nei libri liturgici. Il Duchesne considera incerta la prima parte della lista fino a tutto il sec. vi. Tra i firmatari del falso Concilio di Colonia (346) si trova un Pancario Vesontentium forse identificabile con Pacato; certo è invece Chelidonio deposto ca. il 444 e poi confermato da s. Leone Magno; di Silvestro, presente al Concilio di Parigi nel 573, da un frammento del suo epitaffio, si apprende che mori dopo 22 anni di episcopato. Manca nelle liste un vescovo Adone attestato da un documento dell'a. 869 .

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Divenuta sede metropolitana B. ebbe come suffraganee le altre diocesi della provincia, cioè Aventicum, Augusta Rauracorum, Civitas Equestris, e Vindonissa.

Nel 1742 l'abbazia di St-Claude venne costituita diocesi con un gruppo di parrocchic del territorio del Giura. La Costituente fece di B. la metropoli dei territori dell'est. Un decreto della S. Congregazione Concistoriale del 10 luglio 1874 vi aggiunse il territorio di Belfort. Ha per suffragance le diocesi di St-Dić, Belley, Nancy e Verdun.

Patroni della diocesi sono i martiri Ferreolo e Ferruccio, ricordati al 5 sett. nel Martyr. Hieronymianum ma la loro passio ha grandi affinità con quella di s. Benigno.

L' antica cattedrale di S. Stefano venne demolita dal Vauban (Sebastiano de Prestre marchese di) per costruire la roccaforte ( 1674 ). Da essa proviene una mensa del v-vi sec. per oblazionia forma di un disco marmoreo di m. 1,07 di diametro con otto lobi semicircolari ed in giro l'iscrizione hoc signum praestat populis coelestia regua, mentre nel centro, racchiuso in un cerchio, sta il Signum Christi a tra le due lettere A e 6 ; sull'asta del P è innestata la croce latina; ai piedi della croce sta un agnello, al di sopra di essa una colomba. (G. Rohault de Fleury, La Messe, études archéologiques sur ses monuments, I, Parigi 1883, p. 161, tav. 37).

L'odierna cattedrale dedicata all'apostolo s. Giovanni fu consacrata nel 1148 dal papa Eugenio III; venne danneggiata da un incendio nel 1213; sussistono i grandiosi archi della nave maggiore con capitelli istoriati; ha due absidi terminali, in quella occidentale è posta la Resurrezione di Carlo Vanloo. Contiene inoltre il capolavoro di fra' Bartolomeo della Porta (v.), la Vergine col Bambino tra i se. Sebastiano, Bernardo e Antonio e l'offerente (Ferry Carondelet, abbate di Montbenolt) ivi sepolto. Altre chiese di B. sono quelle di Notre-Dame eretta sopra l'antica abbazia di S. Vincenzo (sec. xi), S. Pietro, S. Francesco-Saverio (1680) a imitazione del Gesù di Roma, e La Maddalena con due torri all'esterno, sulla destra del Doubs. Moderna è la grande basilica dedicata ai santi protettori Ferreolo e Ferruccio.

L'arcidiocesi possiede un grande seminario e 4 piccoli seminari. Fra le molte abbazie, oltre la più celebre di Luxeuil (v.) si ricordano quelle di Cherlieu, Clairefontaine, Faverney, Lure, Montbenolt, Mont-Sainte-Marie, Rosières.

Fra gli arcivescovi di B., furono i cardinali: Giovanni d'Algrin, Guglielmo III de Vergy, Antonio de Granvelle, Clériade de Choiseul, Francesco Augusto de Rohan. L'Università fondata a Dôle nel 1422 e dotata dal 1497 delle facoltà di Teologia e diritto canonico fu trasferita a B. nel 1671. Attualmente comprende le facoltà di Lettere, Medicina e Scienze. La biblioteca Civica contiene preziosi manoscritti quali un codice del sec. ix con i quattro Vangeli, forse proveniente dall'abbazia di SaintClaude, un salterio del sec. xi, Evangeliari dei secc. xi e xir, un breviario greco del sec. xim, un rotolo di giustificazione in etiopico, ecc. (H. Leclercq, s. v. in DACL, II, coll. 824-28).

Bibl.: J. Gauthier, L'universite de B., Besançon 1900;
L. Loye, Histoire de l'église de B., 6 voll., ivi 1901-1903; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, 2² ed., I, Parigi 1907, pp. 48-62; III, ivi 1912, pp. 198-216; G. Bardy, Les anciennes listes épiscopales de B., in Mémoires des Sociétés d'émulation du Doubs, 8² serie, 9 (1918), pp. 97-119. Enrico Josi

BESANT, ANNIE. - Teosofa, n. a Londra il I ott. 1847, m. ad Adyar (Madras) il 20 sett. 1933. Di famiglia irlandese protestante, sposò a 21 anni il ministro F. Besant, da cui ebbe due figli; ma delusa e assalita da dubbi religiosi se ne separò (1873) per sposare un libero pensatore, Ch. Bradlaugh, e diventare atea militante (1874). Conosciuta la Blavatsky
(v.), si diede alla
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(per cortesia del prof. E. Josi)
teosofia, e alla morte di lei (1891) le succedette nella direzione della Sezione esoterica, propagandola e difendendola con libri e riviste.

Però la sua missione credette fosse quella di presentare all'umanità il Messia. Associatasi al pastore C. W. Leadbeater, dopo un primo vano tentativo, si rivolse a un giovane indù, Krishnamurti, che presentò in vari luoghi come il veicolo o l'incarnazione del Cristo. Ma la corte di Madras condannò il Leadbeater per «opinioni immorali» e l'obbligò a rendere il giovane indù alla madre. Lo scandalo portò scissioni nella Società teosofica e per ripicco la B. si diede alla politica, dapprima in favore dell's India agli Indiani ", poi contro i tentativi indiani di indipendenza, il che compromise assai la stima di cui godeva (v. teosofia).

Molte opere scrisse la B.; principali: An autobiography (Londra 1893; vers. it., Torino 1912); The ancient wisdom (Londra 1897; vers. it., Roma 1901); Esoteric christianity (Londra 1901; vers. it., Roma 1912); The coming of World Teacher (Londra 1925). Diresse pure vari periodici teosofici: Lucifer, Theosophist, The Adyar Bulletin, ecc.

Bibl.: Oltre all' Autobiografia che dà l'elenco di molte opere della B., tradotte o no. cf. L. de Grandmaison, Le futur bloc, Parigi 1910; id., in DFC, IV (1922), coll. 1658-61; E. Lévy, M.me A. B. et la crise de la société théosophique, Parigi 1919; J. Brugerette, Théosophie, in DThC, XV (1946), coll. 243-46.

Celestino Testore
BESCHI, Costanzo Giuseppe. - Missionario e linguista della Compagnia di Gesù, n. a Castiglione della Stiviere l'8 nov. 1680, m. a Ambalacate il 4 febbr. 1747. Entrato nel 1698 nel noviziato di Novellara, partì il 1710 per l'India, dove fu addetto alla provincia del Malabar, e quasi subito alla missione di Madura; dal 1720 al 1738, ebbe la cura del distretto di Tanjore. Non gli mancarono i pericoli e le persecuzioni (nel 1714 per poco non subì il martirio); ma seppe guadagnarsi la protezione del principe musulmano ChandraSahib, che conquistò Pondichéry nel 1736; quando questi fu vinto e catturato dai Mahratti, il B. si ritirò sulla costa della Pescheria (nel 1743 era a Tuticorin), visitatore del Madura, poi del collegio di Ambalacate (distretto di Cochin); rimase in questo collegio fino alla morte. Fece uso, fra i primi in questa missione, degli Exercizi spirituali di s. Ignazio, e lottò contro i missionari protestanti, che per primo incon-

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trò nel Madura (i luterani danesi si erano stabiliti a Tranquebar nel 1705).

Si rese celebre principalmente per la sua padronanza della lingua tamil, si da comporre in prosa e in versi. La sua grande opera, il Thembacdni, o "Ghirlanda immarcescibile", in onore di s. Giuseppe, è un'epopea di 14.000 versi, in cui seppe far entrare tutta la storia del Vecchio e del Nuovo Testamento; considerato ancora oggi come uno dei capolavori della letteratura tamil, non fu tuttavia stampato se non nel 1831-52 a Pondichéry (con varie ristampe in prosa ed in versi). Nello stesso genere, compose cantici in onore della Madonna e un poema di 2342 versi sulla martire portoghese s. Quitteria.

Fra le sue opere in prosa, è da ricordare il Vediar Olukham, un manuale di vita spirituale per i catechisti, sul modello della Cura Pastoralis di s. Gregorio (stampato a Pondichéry nel 1840 e spesso ristampato, anche dai protestanti); il Veda Vilakham è una esposizione sistematica della dottrina cattolica in 18 capitoli (stampato a Pondichéry nel 1728[?], 1840, ecc.); si aggiungano i suoi opuscoli di polemica contro i luterani. Al genere polemico si riallaccia in qualche modo il romanzo satirico Le avventure del Gura Paramarta, che ridicoleggia i difetti dei brahmani. Il B. lo scrisse per iniziare i nuovi missionari alla lingua parlata e alla psicologia popolare indiana, dandogli una intensità di vita, un colorito, e talvolta un tono faceto che diverte (traduzione latina dello stesso B.; versioni moderne in inglese, francese, tedesco e varie lingue dell'India).

L'opera più tecnicamente linguistica del B. comprende una grammatica del tamil volgare (stampata già nel 1737 dai protestanti di Tranquebar, ristampata cinque volte nell' '800 e rimasta la base delle grammatiche seguenti); una grammatica in latino del tamil letterario (stampata solo in versione inglese, Madras 1822 e Trichinopoly 1917); un trattato grammaticale sul medesimo tamil letterario, Tounl Vilakham (Pondichéry 1838, Ne'gapatam 1864); due dizionari, cioè un dizionario quadruplice del tamil (senso delle parole, sinonimi, generi letterari, rime; 8^{°} ed. nell' '800) e un dizionario tamil-latino (Trichinopoly 1881); un altro lessico portoghese-latinotamil, rimase manoscritto. Alcuni autori attribuiscono pure al B. una grammatica telegu.

Le opere del B., salvo la grammatica tamil, circolarono prima in copie manoscritte, per mancanza d'una tipografia tamil cattolica in India.

Bim... L. Besso, Pather B. S. I. His times and his writings, Trichinopoly 1918; Streit, Bibl., VI, pp. 30-41, 53, 55, 64, 83,84,88,92,106 ; M. Ledrus, in DHG, VIII, coll. 1167-70; Sommervogel, I, coll. 1402-1409, e VIII, col. 1829.

Edmondo Lamalle
BESELEEL (ebr. Bésal'el, "all'ombra di Dio"). Figlio di Uri, della tribù di Giuda, fu il principale artefice (Ex. 31, 1-11; 35, 30-35; 37, 1-38) del Tabernacolo dell'alleanza, e di tutto il mobilio sacro con quanto era destinato al culto, dal crisma e dall'incenso fino all'Arca dell'alleanza. Fu scelto per tale lavoro da Dio che lo aveva «riempito del suo spirito», dandogli intelligenza e perizia in qualsiasi lavoro artistico in oro, argento, bronzo, pietre preziose, legno (Ex. 31, 3-5). B. aveva imparato i segreti dell'arte in Egitto. Per la lavorazione dei metalli trovò i mezzi nella penisola sinaitica, ove erano allora sfruttate dagli Egiziani le miniere di Sarābīt el-Hādim. Dio gli associò nella direzione dei lavori Ooliab ('Ohálí abh).

Esd. 10, 30.44 nomina un altro B. tra i 9 figli di Fahat, degli 83 del popolo giudaico, che Esdra indusse a ritoviare la moglie infedele presa durante l'esilio.

Domenico Trisoglio
BESOIGNE, JÉrôME. - Teologo giansenista, n. a Parigi nel 1686 e m. ivi il 25 genn. 1763. Sacerdote nel 1715 e dottore in teologia nel 1718, insegnò filosofia nel collegio du Plessis. Giovane sacerdote, si schierò tra
gli oppositori della bolla Unigenitus, che condannava il giansenismo; per cui nel 1729 fu radiato dal novero dei dottori della Sorbona e nel 1731 esiliato. Tornato dall'esilio l'anno dopo, e ritiratosi a vita privata, attese alla compilazione della numerosissime sue opere.

Sostenne la tesi presbiteriana dell'indipendenza della giurisdizione in foro interno del sacerdote o almeno del parroco dal proprio vescovo, dato che il potere giurisdizionale di assolvere è da Dio stesso concesso al sacerdote insieme con il potere di ordine nel rito dell'ordinazione. Con pari calore difese la tesi della separabilità del contratto dal Sacramento nel rito matrimoniale.

Con le sue molte opere ascetiche, si è imposto come lo scrittore più compito della spiritualità giansenista : Dissertation spéculative et pratique sur la confiance et la crainte (s. I. 1735); La concorde des livres de la sagesse ou morale du St-Esprit (Parigi 1737-46); Concorde des épitres de s. Paul et des Epitres canoniques, ou morale des apôtres (10 1747); Principes de la perfection clochienne et religieuse (ivi 1748); Histoire de l'Abbaye de Port-Royal (6 voll., Colonia [Parigi] 1752).

Bim... (L. E. Rondet]. Mémoires sur la vie de T. B., docteur de la Sorbonne, Parigi 1763; Hurter, II, col. 1482; B. Heurnsbise, s. v. in DThC, II, coll. 800-801; E. Proclin, Les joussinies du XVIII eiccle et la constitution civile du clergé, Parisi 1920, pp. 144-48; J. Carreyre, s. v. in DSp. I, coll. 1581-85.

Vito Zollini
BESOZZI, Giampietro. - Scrittore ascetico, n. a Milano da nobile casato nel 1503 , m. ivi in fama di santo nel 1584. Appartenne all'albo dei notari cittadini ed esercitò l'avvocatura. Si fece barnabita, mentre la consorte entrava tra le Angoliche di S. Paolo. Nel 1546 fu proposto al governo della sua Congregazione, carica rinnovatagli più volte. Fu intimo di s. Carlo Borromeo e ricercato consigliere di eminenti personaggi. Difese il suo Ordine da accuse e calutnii, favorito da s. Pio V e da s. Ignazio di Loyola. Curò la pubblicazione delle Costituzioni del suo Ordine per le quali aveva molto lavorato.

Il B. è autore di diverse opere spirituali, tra cui: Discorsi intorno alla vita di s. Paolo Apostolo confermati ecc. (Milano 1573; ed. riveduta e corretta con l'aggiunta di nuovi discorsi, Brescia 1576); Discorsi intorno alla vita della beata M. Maddalena et le sue meravigliose virtù et gratia (Venezia 1575); Lettere spirituali sopra alcune feste et sacri tempi dell'anno (dedicate a s. Carlo, Milano 1578).

Bim...: I. Gobin, Vita del ven. p. G. P. B., Milano 1861; O. Premoli, Storia dei Barmobiti nel '500, Roma 1913, pp. 6, 9. 12, 15 e passim; G. Boffito, Bibl. Barmobities, I, Firenze 1933, pp. 202-206.

Salvatore M. De Ruggiero
BESSARIONE. - Periodico di studi orientali pubblicato in Roma dal 1896 al 1923, fondato da mons., poi card., Niccolò Marini (1843-1923). Ispirandosi ai documenti pontifici, il B. si propose un duplice programma: far conoscere ai cattolici occidentali la storia, il patrimonio liturgico, dogmatico, artistico, ecc. delle cristianità orientali e promuovere l'utrione delle Chiese. Per meglio conseguire lo scopo fu ideata anche un'edizione greca della pubblicazione, ma il progetto non ebbe seguito. Dal 1919 all'ag. 1922, il B. divenne organo ufficiale del nuovo Pontificio Istituto per gli studi orientali.

Bim...: A. Palmieri, In memoriaen Nicolai Morini S.R.E. Cardinalis, in Bessarione, 39 (1923), pp. 111-xxvi. Marco Pena
BESSARIONE. - Cardinale greco, metropolita di Nicea, n. in quel di Trebisonda il 2 genn. 1402, da genitori di umile condizione, battezzato col nome di Basilio (?). Destinato allo stato ecclesiastico, venne affidato, giovanissimo, al metropolita di Trebisonda, Dositeo, che lo condusse a Costantinopoli dove fu iniziato alle lettere, alla filosofia e alla vita ascetica da Ignazio (Giovanni) Cortasmeno arcivescovo di Selimboa. Alla scuola del retore Crisococca fu condiscepolo di Francesco Filelfo e forse di Giorgio

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Scolario. Vesti l'abito monastico il 30 genn. 1423, col nome che divenne celebre.

Il primo suo scritto è appunto l'encomio del nuovo patrono (inedito nel cod. Marc. Gr. 533). Si segnalò con una monodia (orazione funebre) per l'imperatore Manuele II (m. il 25 luglio 1425 ); fu inviato alla corte di Trebisonda (1426?), scrisse un'orazione in onore per l'imperatore Alessio IV e tre monodis sull'imperatrice Teodora Cantecusena Comnena (m. il 17 nov. 1426). Diacono nel 1426, sacerdote nel 1431, si recò nel Peloponneso dove acquistò il favore del despota Teodoro II e fu uditore di Giorgio Gemisto Pletone, con cui mantenne sempre i migliori rapporti. Scrisse un epitafio e una monodia su Cleopa Malatesta, moglie del despota Teodoro (m. nel 1433); un epitafio per Teodora Tocco, sposa di Costantino Palcologo (che fu poi l'ultimo imperatore di Bisanzio); versi da collocare sotto un ritratto di Manuele II e della consorte. Risalgono a quel soggiorno dodici lettore, di cui una lunga a Giovanni Lascari leondari con una esposizione della morale cristiana; una difesa del suo protettore Dositeo (passato alla sede di Monemvasia); un elogio della natia Trebisonda e un'omelia (inedita nel cod. Marc. Gr. 533 ).

Avendo contribuito a comporre un litigio, sorto nel 1436, tra l'imperatore Giovanni VIII e il fratello
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Bessarione - Loggia della villa del card. B. (sec. xv) - Roma.

Teodoro, fu richiamato nella capitale e preposto al monastero di S. Basilio. Eletto metropolita di Nicea (1437) salpò con l'imperatore per l'Italia (24 nov. 1437).

Al Concilio di Ferrara-Firenze fu con Marco Eugenio il principale oratore greco e contribuì efficacemente all'atto d'unione del 6 giugno 1439 (discorsi del 9 ott. e 1^{°} nov. 1438 a Ferrara; grande discorso dogmatico sull'equivalenza delle formole "8ıò тoü vísü" e "ex Filio" a Firenze, 13 e 14 apr. 1439). Dopo l'unione, Eugenio IV gli assegnò una pensione annua di 300 fiorini aumentabile a 600 se egli si fosse stabilito in Curia (i i ag. 1439). Il B. tornò a Costantinopoli con l'imperatore e il nunzio apostolico Cristoforo Garatoni ( 1^{°} febbr. 1440). Scrisse tre Consolazioni per l'imperatore Giovanni VIII che aveva perduta la moglie Maria ( 17 dic. 1439), fece ricerche sui Padri nelle biblioteche della capitale, prese parte all'elezione del patriarca Metrofane II ( 1^{°} maggio 1440), lavorò probabilmente alle sue confutazioni di Gregorio Palama e di Massimo Planude intorno alla processione dello Spirito Santo. Creato cardinale col titolo dei SS. Apostoli (18 dic. 1439) tornò a Firenze, dove stava ancora la Curia (io dic. 1440). Studiò l'italiano ed il latino, cercando di acquistare in questa lingua la perfezione e l'eleganza volute dalla corrente umanista nella quale egli entrò risolutamente, divenendone uno dei luminari. Ebbe l'arcivescovato di Tebe
nel ducato d'Atene (1440-49?) e l'abbazia benedettina di S. Giuliano di Rimini (?-1449). Firmò, il 5 febbr. 1442, il decreto d'unione dei Giacobiti; consacrò nello stesso anno, col rito latino, la chiesa francescana di S. Croce in Firenze. Giunse con la Curia a Roma il 28 sett. 1443 e si stabili presso la sua chiesa titolare della quale si occupò attivamente.

Del soggiorno fiorentino o dei primordi di quello romano sono la lettera ad Alessio Lascari Filantropeno nella quale difende l'operato suo e del concilio d'unione, la prefazione alla versione latina del Contro Eunomio di s. Basilio (fatta a sua richiesta da Giorgio di Trebisonda), la versione dell' omelia dello stesso santo sulla Natività, dedicata a Tommaso da Sarzana, futuro Niccolò V. L'interesse per tutto ciò che riguarda la sua patria si rispecchia nella lettera al despota Costantino (1444) piena di suggerimenti per rialzare in Grecia le arti della pace e della guerra. Nel 1444 il B. dedicò a Giuliano Cesarini, cardinale vescovo di Tuscolo, la sua versione dei Memorabilia di Senofonte. Anche la correzione della versione medievale della Metafisica di Aristotele, dedicata al suo amico Alfonso re di Napoli (m. nel 1458), può risalire a quest'epoca.

Quale abate commendatario di S . Giovanni Evangelista in Ravenna, cedé ai Minori dell'Osservanza il priorato di S. Mamante (1444). Ebbe pure in commenda l'abbazia di S. Cristoforo di Castel Durante (Urbania; 1445-68) e quella di S. Stefano in Pinis a Spalato, di cui, nel 1450 , cedette un priorato (S. Maria della Palude) ai Minori Osservanti. Protettore dell'Ordine di s. Basilio, ne celebrò, nel nov. 1446, nella basilica dei Dodici Apostoli, un capitolo generale con gli abati di Puglia, Calabria e Sicilia, approvato da Eugenio IV (14 dic. 1446). Per i Basiliant compose un'epitome delle regole di s. Basilio. Il diritto di visita sui monasteri greci d'Italia gli fu confermato da Niccolò V il 22 giugno 1451 e ciò gli offrì l'occasione, forse, di scoprire nel monastero di S. Nicola di Casola, in terra d'Otranto, i codici di Quinto Smirneo e di Colluto. Negli stati d'Alfonso d'Aragona, il B. ebbe in commenda l'arcivescovado di Manfredonia (1447-49) e i monasteri basiliani S. Angelo di Brolo (1447-64), S. Filippo Grande (1449-64), SS. Pietro e Paolo di Forza d'Agrò (14501452), S. Giovanni a Piro (?-1468). Fu incaricato nel 1447 della ricognizione delle reliquie di s. Lorenzo martire, e nel 1449, della canonizzazione di s. Bernardino da Siena. Vescovo di Sabina ( 5 marzo 1449) ritenne in commenda fino alla morte la basilica dei dodici Apostoli, nella quale sostituì il Capitolo secolare con un convento di Frati minori ( 30 giu-

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gno 1463). Cambiò, il 23 apr. 1449 , la sede di Sabina con l'altra suburbicaria di Frascati, poi, nello stesso anno, quella di Manfredonia con quella di Mazzara e lasciò probabilmente quella di Tebe per il patriarcato di Gerusalemme (1449-58). Ottenne da Niccolò V, nei primordi del pontificato, che Lorenzo Valla potesse, da Napoli, rientrare in Roma, dove Niccolò Perotti, segretario del B. fu uditore di quell'umanista.

Negli ultimi anni del soggiorno romano il B. incoraggiò il Valla quando per la prima volta applicò agli studi biblici i nuovi metodi filologici con le sue Amotationes in Novum Testamentum. Anche l'opuscolo del B. In illud - Sic eum vado munere», appartiene a quest'ordine di studi. Risalgono allo stesso periodo le origini di quella che fu poi chiamata l'accademia di B. Il carteggio con Pletone, che è del 1447 ca., ci mostra quale interesse egli continuasse ad avere per la filosofia.

Il ro sett. 1449 Niccolò V creò il B. legato a latere per i negoziati di pace fra Venezia e Milano e tra Francesco Sforza e la Repubblica ambrosiana, ma senza buon esito. Dal 1450 al 1455 , poi, la legazione di Bologna strappò il B. agli umanisti romani. In quel governo il B. si appoggiò alla nascente signoria dei Bentivoglio; ma particolarmente alla decaduta Università il legato prodigò le sue cure, facendovi, tra l'altro, insegnare il suo Perotti. Intanto Costantinopoli era caduta in mano del Turco ed un nuovo elemento entra nella vita del Cardinale greco: riscatta i connazionali ridotti in schiavitù, provvede a quelli che vanno raminghi per il mondo, esorta i principi alla guerra contro l'invasore; soprattutto, concepisce e comincia ad attuare il progetto di una biblioteca in cui radunare i tesori della letteratura greca, minacciata, come crede, di andar perduta, non avendo più il suo popolo alcun centro di studi. Traspare questa nobile preoccupazione dal carteggio con Michele Apostoli (1453-55). Nel Conclave del 1455, dal quale parve per qualche tempo che il B. dovesse uscire Pontefice, fu eletto invece Callisto III, che portò sulla Cattedra di Pietro lo spirito della reconquista spagnola. Orientamento graditissimo al Cardinale greco che, approfittando d'una cura a Pozzuoli e d'un ricevimento dato in suo onore da re Alfonso a Napoli ( 5 giugno 1457), lo esorta alla guerra santa. Ma fu tentativo privato, poiché il pontificato di Callisto IIl segnò per il B. un tempo di minore attività politica e in compenso un guadagno per gli studi. Così quando nel 1455 Giorgio di Trebisonda, nelle sue Comportationes, attaccò Platone, il B. difese il sommo filosofo nei 4 libri In Calumniatorem Platonis, sua opera principale. La confutazione dei Sillogismi di Marco Eugenio risale invece, probabilmente, al tempo della legazione bolognese. La commenda dell'abbazia camaldolese di S. Croce di Fonte Avellana (1456-72) gli dette occasione di stringere sempre più le sue relazioni con la casa del bibliofilo conte Federico III di Montefeltro ed Urbino. Diventò (1456-57) coadiutore, poi archimandrita, del monastero basiliano di S. Salvatore in Messina. Dal 1458 al 1462 fu vescovo di Pamplona. Di Pio II, umanista come Niccolò V e zelante per la crociata quanto Callisto III, il B. diventò ben presto amicissimo, quantunque, nel Conclave del 1458, non gli avesse da principio dato il voto. Il nuovo Papa diede il B. come protettore all'Ordine minoritico (ro sett. 1448) e gli commise la canonizzazione di Caterina da Siena (1459).

Al Congresso di Mantova (autunno 1459) il Papa e il Cardinale greco si adoperarono senza frutto ad ottenere l'adesione dei principi a una lega offensiva
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Croce di S. Teodora di Vencza, in Irabica, epoca B/5 Bessarione - Stauroteca del card. B., opera della fine del sec. xiv. Venezia, scuola della Carità.
contro il Turco. La legazione conseguente del B. in Germania (1460-61) fu uno scacco di cui la colpa va attribuita non tanto al legato, quanto alle circostanze per niente propizie. Egli approfitò di questo viaggio per acquistare codici e allacciare relazioni con dotti tedeschi. Di ritorno in Italia fu creato patrizio veneto ( 2 dic. 1461) e amministratore del vescovato di Negroponte nella veneta Eubea ( 13 dic. 1461) in attesa del titolo vescovile che ebbe il 1^{°} apr. 1463. Nel 1462 prese parte alla solenne traslazione del capo di s. Andrea Apostolo, portato in Italia dal profugo despota di Morea, Tommaso Paleologo (discorso del 13 apr. 1462), e cambiò l'archimandria messinese di S. Salvatore con la badia basiliana di S. Maria in Grottaferrata, di cui provvide a restaurare gli edifici, riordinare l'amministrazione, arricchire la biblioteca e la sacrestia. Promosso patriarca di Costantinopoli, indirizzò (27 maggio 1463) ai suoi fedeli greci viventi sotto il dominio veneto, un'enciclica in cui ritornava sul grande tema dell'unione. Anche il trattatello sulle parole della consacrazione è di questo periodo. Intanto Trebisonda sua patria era caduta nelle mani del Turco (1461). Di nuovo bisognò soccorrere infinite miserie. Giorgio Amirutzi, un concittadino già amico, ma da molto tempo passato nelle schiere degli avversari, non esitò, in quei frangenti, a rivolgersi al B. con una lettera curiosa quanto memorabile. Nel 1463 la presa di Argo e la conquista della Bosnia maturarono un nuovo progetto di Crociata. Pio II

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mandò a Venezia quale legato a latere il B., che contribuì a far trionfare, nei consigli della Serenissima, la causa della guerra. Ma quando, con la flotta veneta capitanata dal doge, il B. arrivò ad Ancona dove si radunava l'esercito, trovò il Papa morente: con la morte dell'animatore tramontò l'impresa. Quando, dopo il Conclave del 1464, il nuovo eletto Paolo II dichiarò di non essere obbligato ad osservare i «capitoli» giurati che limitavano l'esercizio del potere pontificio, sorse un malinteso fra lui ed il B., e questi più intensamente si dedicò ai suoi studi. Compose verosimilmente allora il De natura et arte e mise in latino i propri scritti teologici-polemici. Nel 1465 giunsero in Italia i figli del despota Tommaso Paleologo, dei quali divenne protettore: abbiamo tre lettere in greco volgare nelle quali traccia regole di condotta ai precettori dei principi esiliati. Nel 1466 restaurò a Viterbo (dove dal 1462 usava far delle cure) i bagni detti di re Pipino. Fu camerlengo del sacro collegio per il 1467-68. In quest'anno fece il suo testamento e donò la sua biblioteca, la più ricca, allora, di codici greci, alla repubblica di Venezia ( 14 maggio 1468). Il processo contro gli accademici di Pomponio Leto (1468), alcuni dei quali facevano parte di quella del B., gli diede occasione d'adoperarsi ancora una volta per gli umanisti, specialmente per il Platina, che l'anno seguente ricambiò il benefattore scrivendo un suo panegirico. Vediamo qui ed in altri documenti il B. riconciliato con Paolo II, di cui gode la fiducia. Il 4 luglio 1468 egli ebbe una pensione sulle rendite dell'abbazia benedettina di S. Pietro di Villanova presso Lusiana, in diocesi di Vicenza. Lo troviamo anche, alla sua morte (ma non si sa da quando) commendatario del priorato cluniacense di S. Giacomo di Pontida nel Bergamasco. Il 14 ott. 1468 passò dalla sede tuscolana a quella di Sabina. Nell'ag. 1469 uscì per le stampe la versione latina dell'In calumniotorem Platonis, offrendo occasione a uno scambio di lettere con molti letterati, tra i quali Marsilio Ficino. Non mancarono nemmeno le solite controversie, una con Giovanni Argiròpulo, cortese, e un'altra, veemente, con Giorgio di Trebisonda. La conquista turca dell'Eubea (1470) mosse il B. a scrivere un'orazione ai principi cristiani che l'amico Guglielmo Fichet, rettore dell'Università di Parigi, diffuse subito con la stampa, mentre a Roma una commissione cardinalizia, radunata in casa del B., si occupava del pericolo turco. Sisto IV, amico del B., successo a Paolo II, nominò il B. legato a latere in Francia, Borgogna ed Inghilterra ( 22 dic. 1471) in favore della Crociata. Ma ben presto la legazione fu limitata a regolare le questioni pendenti tra la S. Sede e la Francia; tuttavia il B. si lasciò persuadere dagli amici (specie dal Fichet e da Iacopo Ammannati) e da un invito personale di re Luigi XI, ad assumersi questo difficile incarico. Se sperava in cuor suo di attirare quel potente monarca alla guerra santa, rimase deluso, e, nell'insieme, la sua legazione francese non ebbe esito più felice di quella germanica. Affranto dalla malattia e dalle fatiche del viaggio il B., tornato in Italia, moriva santamente a Ravenna il 18 nov. 1472. I suoi resti furono portati a Roma, dove il 3 dic., nella basilica dei Dodici Apostoli, ebbero luogo le esequie alla presenza del Papa. Niccolò Capranica, vescovo di Fermo, ne recitò l'elogio funebre in latino, mentre a Creta il fedele Apostoli ne scrisse un altro in greco. Il cardinale riposa nel sepolcro che si era fatto preparare (1466) nella stessa Basilica. Vi si può vedere la sua effige in bassorilievo e il suo stemma: due braccia
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Bessarione - Ritratto del card. B. Particolare del Passaggio del Mar Rosto di Piero di Cosimo - Vaticano, { }² cappella Sistina.
(raffiguranti le chiese latina e greca) sorreggono la croce: emblema della causa cui dedicò la vita e della quale egli stesso è rimasto il simbolo.

BibL.: L. Mahler, Kard. B. als Theologe, Humanist und Staatsmann, 3 voll., Paderborn 1923-42 (opera capitale, ma che va