o 1913.
La scuola ha compiuto in seguito molti altri lavori, curando anche le oreficerie, gli arredi, i ricami.
I beuronensi ebbero la tendenza a sintetizzare le forme entro schemi geometrici; il loro misticismo li condusse anche sulle orme dei trecentisti e dei quattrocentisti italiani particolarmente dell'Angelico.
Il rigore del metodo, fissato dallo stesso d. Desiderio Lenz in un formulario, ha tuttavia generato talvolta manifestazioni di un nuovo genere di manierismo. Resta però sempre il fascino di un lavoro compiuto da una comunità con perfetta unità di intenti, con l'armonica fusione di tutte le arti maggiori e minori e con il massimo sfruttamento estetico delle varie tecniche e dei più diversi materiali.
Bibl.: C. Costantini, L'arte benedettina, in Emporium, febbe. 1911; L. Janssens, L'arte della Scuola benedettina di B., in Arte Cristiana, I (1913), pp. 161-84; Z. J. Kreitmeyer, Beuroner Kunst, Beuron 1923; D. Lenz, Zur Aishetik der BeuronerSchule, ivi 1927. Corrado Mezzana
BEUST, Friedrich Ferdinand. - Diplomatico e uomo politico protestante, n. a Dresda il 13 genn. 1809, m. ad Altenberg il 24 dic. 1886. Laureatosi in legge, entrò nel 1836 in diplomazia come segretario
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della legazione di Sassonia a Berlino; passò poi a Parigi, a Monaco, a Londra, per tornare a Berlino nel ' 48 quale ministro, per breve tempo. A lui si devono la costituzione dinastica dell'impero (1867), varie riforme interne e, fra l'altro, l'emanazione delle cosiddette Leggi Confessionali ( 25 maggio 1868), nettamente laicistiche ed anticoncordatarie, nonché l'avvicinamento a Napoleone III e i negoziati per la triplice alleanza austro-franco-italiana (1868-69), falliti per il rifiuto francese di sgom-brare Roma. Tenuta l'Austria estranea alla guerra francoprussiana, osteggiò in ogni modo il Concilio vaticano, non si impegnò neppure in difesa del potere temporale e finl, crollata la Francia, con l'orientare la propria politica in senso più favorevole a Berlino. Dimessosi per motivi di politica interna, andò ambasciatore a Lon-dra (1871) e successivamente a Parigi (1878-82).
BibL.: P. Bolon, Continuasione alla Storia della Chiesa Catt. dell'Ab. Rohrbecker, II, Torino 1879; F. W. Ebeling, F.F. Graf von B., 2 voll., Lipsia 1890 . Alberto M. Ghisalberti

Bevagica - Facciata della chiesa di S. Silvestro. Maestro Binello (1193).
reggere il vescovato. Nel 649 reggeva la chiesa di B. Marciano presente al Concilio lateranense di quell'anno. L'ultimo vescovo di B. è Fabio consacrato verso l'844 da Sergio II. In seguito, distrutta la città, scomparve anche la cattedrale, e l'antica diocesi fu incorporata a Spoleto (v.).
Bim.: Ugholli, X, coll. 137-39; P. B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae catholicae quotquot innotuerunt a B. Petro apostolo, I, Ratisbona 1873, p. 729; Lanzoni, pp. 434-35; F. Bonnard, s. v. in DHG, VIII, coll. 1286-88. Benedetto Pecci Arte sacra. Manifestazioni d'arte a B. non si trovano prima del periodo romanico. AquelI'epoca appunto appartengono la chiesa di S. Silvestro(1195) equella di S. Michele Arcangelo, opere di un Binello, abbastanza conservate, nelle linee architettoniche essenziali, e ricche, specie la seconda, di decorazione scultorea nella facciata.
Romanico-gotica è la chiesa di S. Maria in Laurenza ricordata fin dal 1293; di poco posteriore è la chiesa di S . Francesco che conserva i caratteri originari quasi esclusivamente nella facciata.
Ai primi del ' 300 , se non alla fine del ' 200 appartiene il Palazzo dei Consoli, che ha in basso una loggia ad archi acuti e vòte a crociera.
Posteriore, ma ugualmente del ' 300 , è la chiesa di S. Domenico, che nella zona absidale tiene affreschi e sculture lignee della fine del sec. xiri; della stessa epoca è la chiesa di S. Agostino. Modesta costruzione della fine del ' 400 è la chiesa dell'Annunziata, ov'è un altare di terracotta invetriata raffigurante l'Annunciazione, opera robbiana del sec. xvi. Nel 1640 fu rifatta la chiesa di S. Margherita, che ha di notevole solo il Martirio della Santa, dipinto di Camassei.
Del sec. xvir è la chiesa della Misericordia ov'è conservata una statua lignea cinquecentesca del Cristo Ri. corto. La chiesa di S. Filippo fu edificata e decorata nel sec. xviri; e gli affreschi sono attribuiti al pittore folignate G. B. Michelini.
BibL.: G. Urbini, Spello, B., Montefalco, in Italia artistica, 71 (1913), pp. 58-86; U. Gnoli, Pittori e Miniatori nell' Umbria, Spoleto 1923, passim.
Guido Boccolini
BEVEREGIUS, Guillelahus (Beverides William). - Teologo protestante e orientalista inglese; n. a Banow (Leicestershire) nel 1638, m. il 5 marzo 1708. Appartenne a una famiglia di clergyman e prese lui stesso gli Ordini. Nel 1704 venne nominato vescovo di St-Asaph. Dei molti suoi scritti hanno interesse canonistico le due seguenti elaborazioni di fonti : Synodicon seu Pandectae conciliorum et apostolorum, ab ecclesia graeca receptorum (2 voll., Oxford 1672), dove sostiene la tesi della genuinità della collezione dei Caruani dei dodici Apostoli, e Codex canonum ecclesiae primitivae vindicatus ac illustratus (Londra 1678, Amsterdam 1697).
Antonio Rota
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BEVIGNATE (Bevegnate). - Benedettino, architetto, n. a Perugia intorno al 1240, m. forse nonagenario. Nel 1277 è ricordato insieme a Nicola e Giovanni Pisano scultori e a Boninsegna idraulico nella iscrizione della fonte di Perugia di cui è detto costruttore (structor).
Verso il 1290 era ad Orvieto per la costruzione del Duomo, e vi lavorava ancora nel 1295 quale operarius e nel 1300 quale capo maestro. Nel 1305 era a Perugia preposto alle fabbriche del Comune. Fra gli architetti del sec. sili la figura del B. acquista chiara determinatezza per le testimonianze documentarie e il preciso giudizio che di lui è possibile dare in base alle opere. Gli equilibrati rapporti di massa della fonte perugina, le ardite strutture del Duomo orvietano, alla cui costruzione certo attese, anche se a lui non si deve il progetto dell'edificio, e infine le eleganti forme della chiesa di S. Francesco a Gubbio, assegnatagli con quasi assoluta certezza, pongono il B. fra i maggiori architetti del suo tempo. Interpretti con libero spirito le nuove forme gotiche armonizzandole e innestandole al saldo ceppo della più schietta tradizione romanica locale.
Bibl.: Anon., s. v. in Thieme-Becker, III, p. 339; A. Briganti, Guida di Perugia, Perugia 1907, pp. 1-3. Emilio Lavagnino
BEYZYM, JAN. - Gesuita polacco, missionario e vittima della carità, n. a Beysym in Pcdolia il 15 maggio 1850, entrato l'i I dic. 1872 nel noviziato di Starawias, ordinato sacerdote a Cracovia il 26 giugno 188 r . Nel 1897, si sentì irresistibilmente attirato all'apostolato presso i lebbrosi: offertosi per Mangalore, sbarcava il 1898 a Madagascar, dove prese dapprima la cura del lebbrosario del governo a Ambohivoroka. Volle poi fondare un lebbrosario proprio per la missione, a Marana (presso Fianarantsoa), con elemosine in grande parte ricevute dalla Polonia. Poco dopo l'inaugurazione (1911), vi moriva di stenti (a ott. 1912), avendo già contratto la terribile malattia.
Bibl.: M. Czerminski, Un volontaire de la lèpre, le p. B., Tolosa 1931 (in polacco, Cracovia 1913). Edmondo Lamalle
BEZA, Tesogoro. - Erudito protestante (Théodore de Beze) discepolo e collaboratore di Calvino, n. a Vézelay (Borgogna) il 24 giugno 1519, m. a Ginevra il 13 ott. 1605. Ultimo di 7 figli di una famiglia cattolica, bambino ancora fu chiamato a Parigi da un suo zio magistrato che nel 1528 lo mandò ad Orléans alla scuola di Melchiorre Womar. Da questi imparò il B. l'amore alla letteratura e le dottrine protestanti. Nel 1530 essendo stato il Wolmar chiamato a Bourges da Margherita d'Angoulême, il B. non volle staccarsi da lui e lo seguì fino al suo ritorno in Germania. Allora a malincuore ritornò ad Orléans per iniziare gli studi di diritto, compiuti poi a Parigi nel 1539. Appena laureato in diritto civile ed ecclesiastico, il B. ottenne, secondo l'uso di allora, il conferimento di alcuni benefici ecclesiastici. Poco incline al foro e piuttosto proclive alla letteratura, durante la sua permanenza a Parigi il B. scrisse i Poemata iuvenilia, e con un simulacro di matrimonio fatto davanti ad alcuni amici si unì con Claudia Desnoz (1544), con la quale si recò a Ginevra nel 1548 , ove la sposò, dopo aver professato apertamente il calvinismo. Dal 1549 al 1558 fu professore di greco all'accademia di Losanna e durante questo tempo scrisse contro il Castellion la famosa apologia di Calvino sul supplizio di Serveto dal titolo: De haereticis a civili magistratu puniendis. Intervenne pure, con i cantoni protestanti svizzeri ed alcuni principi tesdeschi, in favore dei valdesi e degli ugonotti. Nel 1558 da Losanna passò a Ginevra, dove da Calvino fu fatto rettore della scuola teologica, alternandosi con lui nell'insegnamento. Fu strumento abile nelle mani di Calvino. Nel 1560 si
recò a Nerac, e seppe piegare al calvinismo la regina di Navarra, Giovanna d'Albret. Nel 1561 ritornò in Francia per prendere parte a varie conferenze tra cattolici ed ugonotti, che culminarono, senza risultati, nel colloquio di Poissy. D'allora in poi i calvinisti francesi ebbero il B. come uno dei loro consiglieri e direttori principali. Dopo breve sosta a Ginevra il B. si recò di nuovo in Francia come consigliere principale del ribelle Condé, e fu presente alla battaglia di Dreux, dopo la quale si ritirò a Ginevra. Morre Calvino (27 maggio 1564), fu eletto «Moderatore», e come tale si può dire che resto, fino alla morte, il capo del calvinismo. Nel 1571 presiedette il Sinodo della Rochelle; nel 1572, dopo la famosa notte di S. Bartolomeo, ricoverò molti rifugiati francesi. Durante questo tempo spiegò anche grande attività letteraria; mantenne trattative con gli suingliani, e con i calvinisti e puritani inglesi. Pochi mesi dopo la morte della moglie, nel 1588 , già settantenne sposò la vedova Genoveffa del Piano; fu visitato dal fratello ed anche da s. Francesco di Sales, i quali tutti procurarono, ma inutilmente, di trarlo di nuovo alla fede avita, prima della morte (cf. A. J.-M. Hamon, Vie de s. François de Sales, I, Parigi 1909, pp. 239-61).
Il carattere e la personalità del B. sono stati oggetto di polemiche e di giudizi contraddittori, non solo tra cattolici e protestanti, ma anche fra gli stessi protestanti. Per i suoi ammiratori egli fu uomo di costumi puri; nelle guerre civili di Francia, fino alla battaglia di Dreux, si mantenne rigorosamente nell'ufficio di semplice ministro o cappellano delle truppe, e poi in quello di consigliere degli ugonotti. La sua moderazione ed il suo equilibrio sono celebrati in modo singolare. Per i Bezaenastigi, come sono chiamati i suoi contradditori, il giudizio è tutt'altro. Non è facile trovare il giusto mezzo. Certamente il B. nella sua gioventù fu libertino, e i suoi Poemata iuvenilia lo manifestano tale: ma più tardi se ne pentì, e biasimò quelle sue poesie. Dello stesso tempo è il simulacro di matrimonio con la Desnoz; non è possibile scusarle dalla taccia di esser vissuto per alcuni anni in pratico concubinato. Anche il nuovo matrimonio contratto a settanta anni diede buon gioco alle critiche degli avversari suoi.
Riguardo alle guerre religiose di Francia, se pur non si può provare che abbia avuto parte nell'assassinio del duca di Guisa perpetrato dal Poltrot, e molto meno nella congiura di Amboise, tuttavia, secondo la confessione di uno dei suoi ammiratori e biografi, «non tantum pubblicis concinnibus profuit, sed documentis, admonitionibus, cohortationibus privatim illum (il principe di Condé) ac reliquam nobilitatem gallicam, quae a partibus illius principis stabat, plurimum adiuvit». Se ben si considera il senso che possono avere tali parole in tanti anni di guerre accanite, che desolarono la Francia e durante le quali gli occhi degli ugonotti, come dice un altro scrittore protestante, erano fissi su di lui, non si avrà difficoltà ad attribuirgli molta responsabilità in quelle rovine. Se in molte occasioni si manifestò equilibrato e moderato, è certo che nel libro De haereticis a civili magistratu puniendis, ammise e consigliò cose che gli stessi protestanti condannano nel tribunale dell'Inquisizione; anzi andò molto più oltre quando scrisse al duca del Württemberg che l'eretico doveva essere respinto con tutti i mezzi che Dio aveva posto nelle sue mani, e non trovava nessun tormento adeguato all'enormità dell'eresia. Questo trattato è stato anche acerbamente criticato dagli stessi protestanti. Nella polemica poi con il Castellion non si scorgono sensi di moderazione, come pure nel cap. 7 della sua Confessio Christianae Fidei, dal titolo Brevis antithesis Papatus et
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Christianismi. In generale poi nelle sue polemiche si trovano espressioni ed epiteti, che, se si possono spiegare con la virulenza del linguaggio allora in uso in tale genere di scritti, pure dimostrano la falsità del detto: "Bezam sine felle vivere", poiché certamente "cum felle scripsit".
Non c'è dubbio che il B. si sforzò di difendere le dottrine di Calvino, anche le più radicali, ed attaccò le dottrine contrarie, sia cattoliche che luterane; tuttavia quando si vide costretto dalla necessità o per evitare ulteriori polemiche, si separò da lui in punti dottrinali anche importanti. Così nel suo memoriale al luterano duca del Württemberg, che alcuni considerano come una esposizione irenica della fede riformata, fece taliconcessionisulla presenza reale, che suscitarono dalla parte dei suoi correligionari aspre censure. Nella Confessione elcetica seconda ammise alcune espressioni sulla predestinazione, che non sono conformi alla dottrina di Calvino.
I numerosi scritti di B. si possono classificare in questo modo :
Scritti letterari: I Poemata iuvenilio; una tragedia sul Sacrificio di Abramo ed alcune poesie latine.
Scritti storici: La vita di Calvino, o piuttosto il panegirico di Calvino; La storia delle Chiese riformate in Francia, collezione di memorie inviate a Ginevra; la sua Autobiografia nella prefazione della Confessio Christianae Fidei, ecc.
Scriti biblici : edizioni de I Salmi; del testo latino (1556) e testo greco (1565) del Nuovo Testamento, molto accurata per la quale si servi del Cad. D. o Codice di B., che gli venne alle mani dopo il saccheggio fatto dagli agonotti del monastero di S. Ireneo a Lione, e del Codice Claromontano scoperto da lui a Clermont. Cooperò alla traduzione della Bibbia fatta dai pastori di Ginevra. Scrisse vari commentari su diversi libri, come quello di Giobbe.
Scritti polemici: Il più celebre è quello già citato De puniendis haereticis. Scrisse inoltre contro i Luterani sulla cena e sull'ubiquità di Cristo; contro il Castellion sulla predestinazione; contro Ochino sulla poligamia; contro Saravia sulla gerarchia e sulle missioni tra i pagani, dove si mostra contrario alle missioni; contro i cattolici, ecc.
Scritti teologici: sono del B. i tre volumi di Tractationes... theologicae, che consistono in una collezione di opuscoli, dei quali il primo è la sua Confessio Fidei Christianae, il cui cap. 7 è diretto contro la Chiesa cattolica; Scritti vari, cioè varie lettere, omelie, discorsi, ecc.
Boll.: A. Adam, Dignorum laude virorum quae Musa vetat mori, immortalitas, parte 2², Francodorte s. M. 1706, pp. 191123; A. Ruchat, Histoire de la Reformation de la Suisse, V. Parigi 1858, p. 395 sgg.; H. M. Baird, T. B. the Councillor of the French Reformation, 1319-1603, Londra 1899; E. Giron, Sébastien Castellion et la Réforme calviniste, Parigi 1914, pp. 209, 323, 375, 418 sgg.; Iesu Cbristi Nonum Testamentum ex interpretatione T. B. impressa, Berlino 1925; R. N. Hunt, Cal-
vino, trad. ital. di A. Prospero, Bari 1939, p. 255 sgg., passim; P. Polman, L'élément historique dans la controcerse religieuse du XVIe siècle, Gembloux 1932, pp. 126-35. Camillo Crivelli
BEZETHA ( β η ζ α vartheta α, β η ζ ε vartheta α, β ε σ σ α vartheta η ). - Il più alto dei 4 colli di Gerusalemme ricordati da Flavio Giuseppe (Bell. Iud., II, 11, 6; 15, 5; 19, 4; V, 4,2 ; 5,8 ; 6,2 ; Antiq. Iud., XIX, 7, 2), che incominciava dal profondo fossato dell'Antonia e si estendeva a nord della città fuori del secondo muro. Al tempo di Erode Agrippa vi era sorta la nuova città (Kainopolis: V, 2, 12),

(fol. Archives Photographiques)
de Flavio Giuseppe e da Heider è interpretato "città nuova", da altri "casa dell'ulivo" o "dell'oliveto" (Bèth-cajith); ma con più probabilità deriva da beza' "fenditura, spaccatura ", cioè il quartiere della roccia tagliata, con riferimento al fossato dell'Antonia. v. bethsAida.
Bibl.: A. Legendre, in DB, I, col. 1794; L. Fonck, Yerusalem, Roma 1911, p. 25; U. Holzmeister, Historia aetatis N. T., 2² ed., ivi 1938, p. 126 sgg. Bonaventura Mariani
BÉZIERS, Diocesi di. - B., compresa tra i territori della provincia narbonense prima nella Notitia Galliarum, è oggi sede di sottoprefettura nel dipartimento di Hérault.
La tradizione imperniata nella vita di s. Paolo di Narbona indica s. Afrodisio quale primo vescovo di B. ricordato come tale nel martirologio di Usuardo al 22 marzo. B. fu sede di parecchi sinodi, tra i quali celebre quello del 356 . La diocesi fu soppressa nel 1790 e dopo un tentativo di ricostruirla nel 1817 venne unita a Montpellier. Il suo territorio venne devastato dai Goti e dai Saraceni. Dopo il 752 si iniziò la ricostruzione delle sue chiese. La più antica di esse è s. Afrodisio con cripta del sec. x. La cattedrale, S. Nazario, edificata nella seconda metà del sec. x, fu bruciata nel 1209, e ricostruita tra i secc. xili-xiv; alla fine del sec. xili venne munita all'esterno di due torri; il chiostro annesso è del sec. xiv. Al sec. xil appartengono anche le chiese di S. Giacomo e della Maddalena, trasformata nel seo. xvili.
Alla società archeologica di B. si devono il museo
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Béziers - Interno della Cattedrale (secc. xili-hiv).
lapidario nel chiostro di S. Nazario e il museo municipale che contiene tra l'altro un ritratto del papa Gregorio XV opera del Domenichino.
Bib.: L. Noguier, St-Nazaire, l'église, le cloître, le musée lapidaire, Béziers 1905; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, 2^{°} ed., I, Parigi 1907, pp. 309-16; HelleLeclevez, I, II, p. 884; J. Dardé-J. Sournies, L'histoire de B. razantée par ses pierres, Béziers 1912; M.-H. Laurent, s. v. in DHG, VIII, coll. 1321-27.
Enrico Joal
BEZWADA, diocesi di. - Nell'India, suffraganea di Madras, abbraccia i distretti civili del Kistna e del Godaveri occidentale, più tre distretti del Godaveri orientale. La popolazione è di 3.500 .000 ab ., tutti di stirpe dravidica, di cui il 30 per cento sono paria; lingua prevalente il telegu. Religione induista per i nove decimi.
La missione sorse nel 1933 per distacco dalla diocesi di Hyderabad (Deccan), in seguito allo sviluppo dell'apostolato determinatosi in quella regione. Continuando il successo, Al 13 apr. 1937 fu elevata a diocesi. La nuova missione, come Hyderabad, è retta dai padri dell'Istituto missioni estere di Milano. I cattolici, da 23.000 che erano alla fondazione della missione, salirono a 38.000 nel '39, e sono attualmente (ultimo resoconto del '43) 41.543. Parecchie sono le opere scolastiche (scuole: industriale, magistrale, medie ed elementari), caritative (ospedale di maternità, orfanotrofi, dispensari), e sociali (fondo di previdenza per catechisti, casse rurali per i paria, ecc.); viva è l'Azione Cattolica (gruppi scoutistici, feste annuali collettive dei distretti, convegni dei capo-villaggi, gare catechistiche, giornaletto mensile).
Coadiuvano la missione le suore di S. Anna di Torino, quelle omonime di Lucerna, e due Congregazioni indigene: le catechiste indigene di S. Anna e quelle. di Maria Bambina, con un totale di una
sessantina di suore. I catechisti passano i 200 . Il totale della popolazione scolastica è di 7041 ragazzi.
Le difficoltà della missione sono rappresentate dalla intensa propaganda protestante (vi sono a missioni di ogni denominazione), dal comunismo diffuso qua e là, e dal nazionalismo indiano poco benevolo verso il proselitismo cristiano.
BibL.: Le Missioni Cattoliche, Milano 1933, pp. 687-77; G. B. Tragolla, Italia Misconaria, Milano-Roma 1939, pp. 3541; Catholic Directory of India, Burma and Ceylon, Madras 1939, pp. 321-25; MC, p. 46.
Giovanni B. Tragolla
BHĀGAVADGĪTĀ. - Il «Canto del beato», è un poema didascalico di 700 strefe, inserito nel I. VI del Mahābhārata, capp. 23-40 secondo l'edizione critica di Poona (1945). La decisiva battaglia fra Kuruidi e Panduidi per il possesso del Madhyadeśa, durata 18 giorni, sta per incominciare. In piedi sul suo carro da battaglia, guidato dal cugino Kṛ̣̣na, che si darà poi a conoscere per il dio Viṣnu fatto uomo, l'eroe Panduide Arjuna ha sollevato l'arco per scagliare la prima freccia, quand'è improvvisamente assalito da sgomento nel vedere fra gli avversari i suoi parenti. Prega il divino auriga di fermare il carro in mezzo ai due eserciti, e dopo aver riscontrato che padri e figli, nonni e nepoti, parenti ed affini, sono schierati gli uni contro gli altri, lascia andare l'arco e si accascia sul sedile rinunciando a combattere. Krṛṇa lo consola e lo esorta a compiere il suo dovere di soldato perché combattendo si uccidono i corpi, non le anime che sono immortali.
Su quest'episodio s'innesta il poema filosofico, che appartiene a un periodo di transizione, nel quale le istituzioni e i riti brahmanici erano caduti in discredito, e la salvezza si cercava non più nel sacrificio e nella preghiera, ma nell'inattività e nella rinunzia a ogni interesse umano: famiglia, averi, gioie celesti, per raggiungere l'immedesimazione con l'Ātman (v.) mediante la contemplazione estatica. Questa concezione antisociale della vita religiosa, a cui la (Bhagavad)-gītā si oppone, è già delle più antiche Upanisad, e però il poema potrebbe anch'essere anteriore di alcuni secoli all'èra volgare. Ad Arjuna, che gli aveva chiesto consiglio (II, 7), il Beato, in figura di Krṛṇa, prescrive una norma di vita, che si compendia in questa triade: opera (harmau), conoscenza (jūdna) e devozione (bhokti). L'azione dev'essere disinteressata e conforme al proprio dovere (II, 47; XVIII, 43). L'etica nuova che la Gītā proclama è appunto quella dell'azione spassionata (harmayaga) che non lega alla rinascita ed è accetta a Dio, creatore delle caste e delle loro incombenze. Ma l'attività deve esser regolata dalla conoscenza che culmina nel riconoscimento dell'unità di tutti gli esseri, distruggendo l'egoismo. A ciò non si arriva senza un esercizio moderato dello Yoga (v.) ch'è il miglior mezzo di combattere la naturale inclinazione all'incredulità e all'ignoranza. La pratica dello Yoga conduce all'amore (bhakti) e alla conoscenza di Dio. Scoperta e sperimentata la presenza divina, l'opera di chi attua lo «Yoga nell'azione» diventa conforme al volere di Dio in virtù dell'esperienza mistica raggiunta (XVIII, 55-56). La grazia divina è aperta a tutti; gli appartenenti a caste inferiori ed infime, le donne, fin anche i peccatori raggiungono il fine supremo se cercano rifugio nel Beato. Il quale è un dio soccorrevole e pietoso; si fa uomo e compare nel mondo in ogni età cosmica, quando la virtù declina e l'ingiustizia trionfa, per salvare le anime che sono una particella di lui (XV, 7). Fin una discesa e l'altra nel mondo, serve di guida agli uomini il dharmaāstra, il trattato delle leggi divine e umane, a cui Arjuna deve uniformare la sua condotta. Del resto il Beato è sempre presente nel mondo, e tutto penetra e regge come il filo le perle di una collana (VII, 7). "Tutto questo mondo - egli dice (IX, 4) - è pervaso da me che ho assunto una forma impercepibile; in me stanno tutti gli esseri, ma io non sto in loro ». "Tutti gli esseri, o figlio di Kund (Arjuna) ritornano nella mia natura alla fine di un evo co-
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smico, e al principio di un evo, il ricreo (IX, 7 ) s. Il dio della Gità è quindi immanente e trascendente; panteismo e teismo si trovano associati in una concezione cosmica, assurda per noi, ma non per la mente indiana. Dice la Taittirīya-upanizad, II, 6: aEgli (Brahman), fatta penitenza, creò tutto questo (universo), qualunque esso sia. Dopo averlo creato, vi penetrò n. Ciò premesso, le asserzioni di Viṣnu-Krṣna: io sono "increato ed eterno, il Signore di tutte le creature", "il grande Dominatore del mondo", "l'origine di ogni cosa" (IV, 6; X, 3; 8), non devono sorprendervi. Prima della sua manifestazione, il Beato e l'Assoluto, il Principio cosmico, il Brahman (v.).
L'incompatibilità, dal punto di vista curopeo, di conciliare l'immanenza con la trascendenza, indusse il prof. Garbe a pensare che il poemo, originariamente teistico, fosse rielaborato in senso panteistico, verso il sec. it d.C. Egli espunse perciò tutte le strofe, 170, che giudicò incompatibili col culto di un dio personale. H. Jacobi dimostrò l'infondatezza di questa ipotesi, e il miglior conoscitore indiano della Gìtā, il prof. Belvalkar, ha indicato nella sua dotta e profonda introduzione alla versione inglese del poema, come si possono conciliare le apparenti antinomie. Lungi dall'essere frutto di un rifacimento, il panteismo della Gìtā è originario, e i riti prescritti dal brahmanesimo ortodosso, se non costituiscono il sumииm bonum, sono tuttavia considerati mezzi per raggiungerlo (XVIII, 5). Il carattere del poema è conservatore: rito sacrificale (yajña), doveri dello stato sociale (sarvā̄rama), obbedienza ai precetti dei dharmatāstra, sono la parte pratica che esso continua a raccomandare e difendere. Nella parte dottrinale e teorica, il poema assume invece un atteggiamento conciliativo, come quando riconosce che tanto il Sāmkhya quanto lo Yoga, sono mezzi di selvezza egualmente validi. Soltanto gli atti vengono irremissibilmente condannati a rinascere sotto forme diaboliche (XVI, 19-20). Quanto alle coincidenze fra la Gìtā e i Vangeli, le quali indussero il Lorinser (1869) a sostenere che l'autore del poema aveva conosciuto e plagiato il Nuovo Testamento, devono essere considerate puramente casuali.
Bibl.: R. G. Bhandarkar, Vaisnavism, Salviam, ecc. (Grundriss der indaarischen Philologie, 3, vi), Strasburgo 1913. pp. 14-32; R. Garbe, Die B., 2* ed., Lipsia 1921; H. Jacobi, Die B. in Deutsche Literaturzeitung (24 dic. 1921, 8 apr. 1922); S. K. Belvalkar, The B. English translation, Poona 1943; A. M. Pizzagalli, Il canto del Beato, Lanciano 1917.
Ferdinando Belloni Filippi
BHAKTI. - Dalla radice sanscrita bhaj ("adorare"), è nell'India brahmanica e induistica l'atteggiamento di devozione mistica verso una particolare divinità. Già noto nell'epoca antica, che con il sistema filosofico ortodosso Yoga garantisce la salvezza dell'individuo mediante la devozione al dio Jśvara, senza la pratica della meditazione, questo atteggiamento si è assai sviluppato durante l'epoca medievale, quando il brahmanesimo per riaffermare la sua vittoria sull'eternobossia buddhista ha favorito - contro le pratiche minuziose del ritualismo brahmanico e le difficoltà della meditazione, in uso come mezzi di liberazione nelle scuole filosofiche e nel buddhismo del "piccolo veicolo" - la devozione tenera e ardente, come da sposa a sposo, verso le divinità care alla devozione popolare: Viṣnu, Rāma, Krṣṇa, devozione trascesa negli spiriti più grossolani a pratiche di osceno erotismo.
Questo atteggiamento di devozione mistica, vera e propria via di salvezza (bhahtimārga) può esser seguito anche da chi non ha sacrifizi da offrire, né capacità di contemplazione: è una via universale e quindi accessibile anche alle popolazioni anarie sottomesse,
per la quale si è messo anche il buddhismo mahāyānico, sostituendo la preghiera alla meditazione liberatrice. Appunto nel buddhismo mahāyānico l'epiteto di bhāgavat (beato, glorioso), sostanzialmente identico a quello di bhahta, viene attribuito al Buddha e ai bodhisattva, a coloro cioè che sono sulla via di diventare Buddha.
L'esempio più notevole di devozione mistica che proclama la superfluità dei sacrifici o delle pratiche rituali si ha nel "canto del Beato" o "canto divino" (Bhāgavadgīta, v.). La più antica scuola di b. è quella dei Bhāgavata sorta in epoca precristiana e fondata sul culto di Krṣna-Vāsudeva.
Bibl.: S. Konow, Die Inder, in P. D. Chantepie de la Saussaye, Lehrbuch der Religionsgeschichte, II, 4^{°} ed., Berlino 1925. §§ 19-23; R. Otto, Indiens Gnadenreligion und das Christentum, Gotha 1930; M. Eliade, Yoga, Parigi-Bucarest 1936.
Nicola Turchi
BHAMO, prefeftura apostolica di. - Venne eretta nel 1938 con territorio distaccato dal vicariato della Birmania settentrionale (al quale in quell'occasione fu mutato il nome in quello di Mandalay). E affidata ai missionari (irlandesi) della Società di s. Colombano per le missioni cinesi. Essa ha una superfice di ca. 100.000 kmq . ed una popolazione stimata da 6 a 700.000 anime. La parte più settentrionale è abitata da tribù ancora selvagge e incontrollate, tra le quali sono ancora in vigore i sacrifici umani e di cui non si possono avere statistiche attendibili. La parte meridionale comprende i distretti civili di B., Mytkyna e Kama (eccettuato il circondario di Mogok) con una superfice di 58.176 mathrm{kmq}. e 718.615 ab. (Birmani e Shan, di religione buddista, e Kachin, animisti). I protestanti sono ca. 16.000 , i cattolici, quasi tutti di stirpe hachin, sono ca. 3.802 e i catecumeni 4.206 .
La prefettura ha 10 residenze di missionari con altrettante chiesette in legno, e 33 sacerdoti. Le suore sono 16 e attendono ai vari orfanotrof e scuole. Nei secc. xvir e xviri alcuni missionari vi passarono per andare nel Tibet.
Bibl.: AAS, 31 (1939), pp. 101-62; per la storia retrospettiva della missione, cf. Société des Missions Etrangères. Compte rendu des travaux de 1938, Parigi 1939, pp. 193-200; MC, p. 47; Archiv. di Propag. Fide, Prospectus status missionis, Pos. Prot. n. 3819 / 48.
Valentino Belgeri
BHUTAN. - Piccolo stato himalaiano, di 50 mila kmq., chiuso fra Tibet, Sikkim ed Assam; indipendente di nomz, di fatto sotto controllo britannico. E tutto montuoso. La popolazione, composta di Tefu e di Tibetani ( 250 mila animz), allevatori e contadini, è tutta buddhista. Nel B. è vietato l'accesso ai missionari cattolici; esso dipende dalla diocesi di Shillong.
Bibl.: C. J. Morris, A Tourney in B., in Geogr. Journal, 86 (1935), pp. 201-17; GM., 129.
Giuseppe Caraci
BIAGIO, santo, martire. - Incerte ed oscure sono le notizie della sua vita e del suo martirio.
Secondo la Passio largamente diffusa sebbene molto favolosa sarebbe stato medico prima di essere eletto alla cattedra vescovile di Sebaste in Armenia, sua città natale. Scoppiata la persecuzione di Licinio (307-23) si sarebbe nascosto in una caverna dove garava le bestie che a lui accortevano; scoperto da alcuni cacciatori e condotto dal preside Agricolao sarebbe stato sottoposto ad orribili tormenti. Condannato alla pena capitale, mentre veniva condotto al supplizio tra gli altri miracoli avrebbe guarito un fanciullo che stava per soffocare per aver inghiottito una spina di pesce. Grazie a questo prodigio B. viene invocato specialmente per i mali di gola che il giorno della sua festa ( 3 febbr.) si suole benedire con l'apporvi due candele benedette. Fu lar-
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Biagio, santo - Martirio del Santo. Scomparto di predella attribuito al Vecchietla (ca. 1412-80) - Pienza, museo.
gamente venerato in Occidente, e fu annoverato fra i santi ausiliatori (v.). In Roma 34 fra chicse e oratori erano dedicati a s. B. Festa: in Oriente 11 febbr., in Occidente il 3 dello stesso mese.
Bibl.: BHG, 276-77; BHL, 1370-80; Acta SS. Februaril, I, Parigi 1838, pp. 334-37; Ch. Huelzen, Le chiese di Roma nel mediocca. Firenze 1927 (v. indice) ; A. Pazzini, I Santi nella storia della medicina, Roma 1937, pp. 208-14. Agostino Amore
S. B. nel folklore. - Il culto popolare del Santo trae origine da alcuni elementi della sua leggenda. L'episodio di s. B. che salva il fanciullo traendogli dalla gola una spina di pesce, è quello che più fortemente ha colpito la fantasia popolare: per cui si invoca s. B. quale miracoloso guaritore di ogni forma di male di gola, compresa la difterite, come anche nel caso che vada un boccone di traverso. Nel giorno della sua festa, che ricorre il 3 febbr., si fabbricano e si mangiano per devozione i "panini di s. B.", in diversi tipi per i diversi luoghi. In corrispondenza con altre miracolose guarigioni attribuite a s. B. dalla leggenda, si invoca la sua protezione anche per svariate malattie degli uomini e degli animali.
E poiché, tra gli strumenti con cui fu torturato, la leggenda indica soprattutto i pettini di ferro, e nell'iconografia è questo uno dei suoi attributi distintivi, come appare, ad es., nell'immagine dipinta da Domenico Ghirlandaio (galleria Mazzarosa, Lucca), il Santo è stato scelto a protettore dei cardatori di lana. E venerato anche come protettore dei contadini, che lo festeggiano in taluni luoghi (ad es., in Francia) con un corteo composto da carri adornati e da gruppi in costume. Alcuni etnografi vedono in ciò la sostituzione di un precedente culto pagano di qualche divinità campestre la cui festa ricorreva alla stessa data. Il Santo viene pure invocato dalle ragazze del popolo per trovare un marito.
Bibl.: H. Ling Roth, Bishop Blaise, martyr and woulcowbers' patron, Halifax 1915; A. van Gennep, Le culte populaire de st Clair et de st Blaise en Savoie, in Reo. Eilnour. Pop., 5 (1924); K. Künstle, Ihonographie der christl. Kunst., II, Friburgo in Br. 1926, pp. 137-39.
Paolo Toschi
BIALYK, Chajim Nachman. - Il maggior poeta ebreo contemporaneo. N. a Radi (Volinia) il 9 genn.
1873, m. a Vienna il 6 luglio 1934. La sua attività poetica si svolge ininterrottamente dal 1891 al 1911; dà qualche frutto nel 1915; l'ultima poesia è del 1923 in occasione del suo cinquantesimo genetliaco. Lirico vigoroso, dà alla lingua ebraica plasticità e originalità, e si eleva ad interprete di tutto il popolo; compose anche canti popolari. Come prosatore, pubblicò novelle, traduzioni, saggi critici e scritti per bambini.
Meritamente celebri le sue Leggende intorno al re David e al re Salomone. Notevoli, fra le sue pubblicazioni a scopo didattico, un commento alla Mibnib, una grande antologia della Haggadhâh tradizionale e antologie bibliche. Inoltre ha pubblicato e commentato poesie di autori medievali. In Russia ed in Palestina è stato a capo di importanti case edivici, fondò e diresse riviste letterarie.
Bibl.: D. Lattes, N., Roma 1923; E. Simon, C. N. B. Eine Einführung in sein Leben nad Werb. Berlino 1935.
Alfredo Ravenna
BIANCHI, Andrea. - Missionario ed architetto, n. il 1677 nell'Italia settentrionale (a Chiampo presso Vicenza!), entrato il 1716 a Roma nella Compagnia di Gesù come fratello coadiutore, e partito lo stesso anno per il Paraguay. Applicato successivamente ai collegi di Buenos Aires e di Córdoba (Tucumán), m. in quest'ultima città il 25 dic. 1740. Valente architetto, disegnò i piani e diresse la costruzione di varie chiese a Córdoba (El Pilar, S. Francesco...) e lavorò alle cattedrali di Córdoba e di Buenos Aires, per lo più con il suo confratello, il milanese Giambattista Primoli. Il suo nome s'incontra spesso spagnolizzato in Blanqui.
Bibl.: M. Solá, Historia del arte hispano-americano, Barcelona 1935, p. 256; G. Furlong, Arquitectes argentinos durante la dominaccha hispánica, Buenos Aires 1946, pp. 149-91.
Edmondo Lamalle
BIANCHI, CONFraternita dei. - Penitenti, vestiti di bianco, diffusi in Italia negli ultimi anni del sec. xiv.
A Chieri, racconta il Chronicon parvum Ripalise, alcuni popolani, stanchi per i danni provocati da Facino. Cane nella guerra tra Savoia e Monferrato, uscirono in piazza gridando "pace e misericordia", flagellandosi a sangue in segno di penitenza. S'iniziò cosi il movimento religioso popolare dei "flagellanti" detti B., che percorse le
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(lat. Sansoni)
Braun, santa - Reliquiario con reliquie del Santo, donato dal card. Enrico Minutofo nel 1402 - Città del Vaticano, tesoro di S. Pietro.
varie contrade e città d'Italia nel 1399. Portavano sugli abiti consucti vesti di lino che scendevano sino ai piedi. La testa e il volto erano coperti da un cappuccio con due fori per gli occhi; sul capo e sul petto spiccava una croce rossa; una cintola di corda serrava i fianchi. Processionando procedevano a due o a tre portando in mano candele accessi, battendosi forte con una sferza mentre contavano laudi e chiedevano perdono dei peccati.
Gli inni, di scarso valore letterario, erano composti per l'occasione o erano presi da un repertorio o laudario delle confraternite preesistenti. In una miniatura della cronaca manoscritta di G. Sercambi si ha una riproduzione a stampa della lauda ufficiale, un canto dolente, Misericordia, eterno Dio.
Alla passata dei B. aderiva il popolo in massa, e insieme alla plebe anche le autorità ecclesiastiche e civili (come il b. Giovanni Dominici a Venezia, l'arcivescovo Fieschi a Genova, il marchese Niccolò d'Este a Ferrara, Carlo Malatesta e Carlo Gonzaga a Rimini). Si attendeva e si sperava dai B. un rinnovamento degli spiriti e dei costumi. Bonifacio IX, prima diffidente, poi attratto dalla pietà dei pellegrini e dal miracolo avvenuto a Sutri (v.), li favorl, e partecipò egli pure alle processioni. I B., dopo aver attraversato tutta l'Italia, senza però varcarne i confini, si estinsero per la peste del 1400 . Precipua opera loro fu di ricondurre pace fra le città discordi.
Bibl.: G. Lami, Delle sitte dei flagellanti in Toscana, lez. xvili in Lezioni di Antichità toscane e specialmente delle città
di Firenze recitate nell'Assudenio della Cruca, Vivenza 1766: V. Federici, Il miracolo del crocefisso della compagnia dei Bianchi a Sutri, in Miscell. naziale Fedele-De Fabriziis, Napoli 1908. p. 107 sgg.: G. M. Monti, Un laudario umbro quattrocentesco dei B., Città di Castello 1920.
Benvenuto Matteucci
BIANCHI, Francesco Saverio Maria, beato. Barnabita, n. ad Arpino il 2 dic. 1743 e m. il 31 genn. 1815 a Napoli, dove è sepolto nella chiesa di S. Giuseppe a Pontecorvo. Fu per molti anni superiore di S. Maria a Portanova di Napoli (1767-85); la lunga dimora in quel collegio, anche dopo la soppressione del 7 ag. 1809 , assieme alle opere di carità e ai frequenti miracoli (tra i quali famoso l'arresto della lava del Vesuvio), lo fecero il santo popolare di quel quartiere. Dal 1804 fu immobilizzato da un misterioso ed acerbo male alle gambe: la sua cella divenne allora luogo di convegno di persone di ogni classe, tra cui l'esule Carlo Emanuele IV con la consorte Maria Clotilde di Savoia. Per 17 anni diresse nello spirito s. Maria Francesca delle Cinque Piaghe (v.).
Caratteristiche della sua spiritualità sono la devozione eucaristica e una piacevole giocondità che facevano dire alla stessa santa: "Due Filippi abbiamo: uno nero e uno bianco ". Fornito di vasta cultura teologica, letteraria e scientifica, fu nominato professore straordinario di teologia all'Università di Napoli e membro dell'Accademia ecclesiastica fondata dal card. Savelli; ma delle sue lettere per lo più ascetiche e dei suoi componimenti ascetici e letterari, in prosa e in versi, italiani e latini (dei quali vedi la descrizione nell'opera del Boffito) nulla diede alle stampe se non alcune orazioni-gisculatorie per i tempi di calamità. Fu beatificato da Leone XIII il 22 genn. 1893: Pio XI il 12 luglio 1932 firmò il decreto di riassunzione della sua causa di canonizzazione.
Bibl.: A. M. Baravelli, Vita del b. fr. S. M. B., 2² ed., Roma 1893: F. T. Molnedo, Vita del b. fr. S. M. B., Firenze 1893: G. Boffito, Scrittori barambiti, I, ivi 1933, pp. 212-17. Virginio M. Colciago
BIANCHI, FRATELLI: V. FRATELLI BIANCHI.
BIANCHI, Giovanni Antonio. - Letterato, teologo e giurista, n. a Lucca il 2 ott. 1686 e m. a Roma il 17 genn. 1768. Entrò nell'Ordine francescano e divenne lettore di filosofia e teologia, e consultore dell'Inquisizione. Compose operette con fine morale per il teatro. Ma il suo nome è ricordato specialmente come quello del difensore dei diritti e della potestà ecclesiastica nel periodo illuminista e giansenista. La sua opera fondamentale è una confutazione del Giannone sopra gli argomenti gallicani delle opere attribuite a Bossuet: Della potestà e politica della Chiesa trattati II contro le nuove opinioni di Pietro Giannone ( 6 voll., Roma 1745-51).
Bibl.: Mazzuchelli, II, it, p. 1149 sg.: G. De Luca. Ristretto della vita dell'autore, in Tragedia del p. B., I, Roma 1761, pp. 1-10; J. F. v. Schulte, Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts von Gratian bis auf die Gegenwart, III, 1, Stoccarda 1880, p. 512 sg.: A. Mariani, De vita et scriptis f. 7. A. B. Lucensis, Roma 1942 (ined.).
Felice Antonio Wilches
BIANCHINI, Francesco. - N. il 13 dic. 1662 a Verona, m. il 2 marzo 1729 a Roma, dove si recò dopo gli studi a Bologna e a Padova. Pur avendo i soli Ordini minori, ebbe un beneficio canonicale a S. Maria ad Martyres, poi a S. Lorenzo in Damaso ed infine a S. Maria Maggiore, dove fu sepolto. Illustrò la Camera ed iscrizioni sepolcrali della casa di Augusto scoperte nella via Appia (1727) e poi Il Palazzo de' Cesari in un ampio volume che però usci postumo a Verona nel 1738.
Uomo di vasta e profonda cultura, oltre a studi sull'archeologia sacra e profana, ne pubblicò vari riguardanti
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la storia, la cronologia, la matematica e l'astronomia. A proposito di quest'ultima, tracciò quella linea meridiana (gnomone clementino) ancora oggi visibile in S. Maria degli Angeli e pubblicò nel 1703-1704 De halendario et cyclo Caesaris ac de paschali canone s. Hippolyti martyris dissertationes duce.
Lavori storici : 5 voll. della Istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli degli antichi, che ebbe varie edizioni, e le 6 tavole della Demonstratio historine ecclesiasticae quadripartitae comprobatae monumentis pertinentibus ad fidem temporum gestorum completate e pubblicate nel 1752 dal nipote Giuseppe. Questi completò e pubblicò anche il IV vol. (1735) del Liber Pontificalis che il B., seguendo il Panvinio, attribuì erroneamente ad Anastasio Bibliotecario. I primi 3 voll., editi a Roma nel 1718 , 1723 e 1728 , portano perciò il titolo Anastasii Bibliothecarit de gestis Romanorum Pontificum cum praefatione, prolegomenis, variantibus et notis historicis atque chronologicis.... Il testo del Lib. Pont. dato dal B. è stato riprodotto dal Migne (PL 127-28) fino alla vita di Stefano VI inclusive.
Nel 1727 apparve un lavoro di carattere iconografico relativo ai massici di S. Maria Maggiore De sacris imaginibus musini operis a s. Xisto Papa III past oecumenicam Synodum Ephesinam in Basilica Liberiana constructis et de dominicae notivitatis praesepi ac venerabilibus cuois infantiae Christi Domini ibique custoditis dissertationes duce.
Bibl.: A. Mazzoleni, Vita di mont. B. Iveronese, Verona 1732; P. A. Paravia, Vita di F. B., ivi 1825; A. Spagnolo, F. B. e la sua opera, in Atti dell'Acc. di Verona, 3² serie, 84 (1898); Hurter, IV, coll. 1191-94; F. Cabrol, s. v. in DACL. II, coll. 837-38.
Giuseppe Bovini
BIANCHINI, Giuseppe. - Storico, archeologo, n. a Verona il 9 sett. 1704, m. a Roma il 13 ott. 1764. Nel 1732 entrò nella Congregazione dell'Oratorio a Roma, dove Benedetto XIV lo elesse segretario dell'Accademia di Storia ecclesiastica, da lui istituita nel 1740. Già Clemente XII lo aveva incaricato di continuare gli Annales ecclesiastici del Baronio. Si procurò con le sue opere larga fama in Italia e all'estero.
Notevoli, fra i suoi lavori sui testi latini biblici: Vindiciae canonicarum Scripturarum Vulgatae latinae editionis (Roma 1740), in difesa della Volgata; Evangeliarium quadruphex latinae versionis antiquae (ivi 1749). In materia storica ultimò l'edizione del De gestis Romanorum Pontificum di Anastasio Bibliotecario (ivi 1735) iniziata da suo zio Francesco; Methodus historiae ecclesiasticae quadripartitae (ivi 1746); Historia chalcographica septendecim annorum jubilaei (ivi 1750); Demonstratio historiae ecclesiasticae (ivi 1754). In materia archeologica pubblicò : Liturgia antiqua (ivi 1746); Raccolta de' più illustri pezei d'antichità sacre di Roma (ivi 1746); Delle magnificenze di Roma antica e moderna (ivi 1747). Lasciò inoltre molti lavori manoscritti, tra cui studi sui profeti, sul Salterio, sul Cantico dei Cantici.
Bibl.: C. A. Marchese di Villarosa, s. v. in Memorie degli scrittori filippini o siano della Congregazione dell'oratorio di s. Filippo Neri, Napoli 1837; E. Mangenot, Joseph B. et les anciennes verrions de la Bible in Revue des sciences ecclésiastiques, 7^{text {a }} serie, 3 (1892), pp. 150-75; id., s. v. in DR, I, coll. 1774-75.
Carlo Gasbarri
BIANCO (di SANTI) da Siena. - Poeta mistico, gesuato, una delle più notevoli figure del movimento iniziato dal b. Colombini e il migliore lirico religioso della seconda metà del sec. xiv. N. a Lanciolina (o Anciolina) nel Valdarno superiore, fu detto anche il B. da Lanciolina. Poco sappiamo della sua vita. A Siena esercitò, nella giovinezza, come tessitore, l'arte della lana, e nel 1567 fu ricevuto tra i Gesuati dal fondatore Giovanni Colombini (v.). Per molti anni peregrinò nell'Italia centrale, cantando pubblicamente i suoi versi. Fu dotato di grazie straordinarie, e mori dopo una vita santa a Venezia al principio del
sec. xv. Rimane di lui un Landario edito la prima volta da T. Bini nel 1851 e da F. Ageno nel 1939.
Da ammiratori eccessivi fu uguagliato a Iacopone da Todt. Se le sue lande sono artisticamente inferiori, non mancano di vigore linguistico e di originalità di contenuto; dopo Iacopone è il più grande poeta mistico italiano. Cantando l'amore di Gesù, di Maria S.mo, i misteri dell'anima, specialmente la rinuncia a tutte le vanità del mondo. Spesso con parafrasi di preghiere liturgiche o di salmi, non si limita al gioco delle immagini, come i poeti lirici dei secc. xiv e xv, ma rievoca vive esperienze spirituali. La sua lirica assume perciò un singolare interesse non soltanto letterario, ma teologico. Particolarmente significative per le somiglianze con i motivi poetici di s. Giovanni della Croce, le Lande XVIIIr, Ottima tendenza prinosai della luce, e XX* Ferito m'ha l'Amore di saetta di fuoco.
Bibl.: Testi, Prose di Fco Belceri, II, Roma 1843, pp. 23-28; T. Bini, Landi spirituali del B. da Siena, pacero gesuato del sec. XIV, Lucca 1851; F. Ageno, Il B. da S., Notizie, testi inediti, Roma 1939. - Studi: G. Manacachi, Il B. di Lanciolina, Città di Castello 1910; G. M. Monti, Lande mitiche del B. da S., Lanciano 1925, con copiosa bibliografia; B. Croce, Letteratura di decuzione, in La critica, 29 (1931), pp. 337-40.
Benvenuto Matteucci
BIANCONI, Giacomo, beato. - N. il 7 marzo 1220 a Bevagna, ivi m. il 22 ag. 1301; domenicano nel 1236 a Spoleto, studiò a Perugia. Fondò il convento del suo paese, di cui fu priore; nella più espres penitenza si maturò all'apostelato esercitato soprattutto contro i nicolaiti, di cui converti il capo in un pubblico dibattito a Bevagna. Fu priore anche a Spoleto e a Pisa. Ebbe spirito profetico e fu acclamato taumaturgo ancora vivente. Il suo corpo, dopo tre traslazioni (1401, 1555, 1589), fu riposto sotto l'altar maggiore della chiesa domenicana (S. Giorgio) di Bevagna. Il suo culto ab immemorabili fu confermato da Clemente X il 18 maggio 1672. Scrisse: Speculum humilitatis Christi e Speculum peccatorum, in cui parla della vita di Nostro Signore e del giudizio finale.
BibL.: G. M. Pió, Delle vite degli hommini illustri di s. Domenico, Bologna 1620, coll. 291-93; Anon., Vita del b. G. da Besogna, Foligno 1644; J. Quatif-J. Echard, Scriptores O. P., I. Parigi 1719, p. 492 ; F. Bccchetti, Vita del B. G., Bevagna 1865; Acta SS. Augusti., IV, Parigi 1867, pp. 719-37; I. Taurisano, Catalogus biagiographicus O. P., Roma 1918, pp. 23-24.
Alfonso D'Amato
BIARD, Pierre. - Gssuita francese, uno degli iniziatori delle missioni della Compagnia nella «Nuova Francia». N. a Grenoble nel 1567 ed entrato in religione nel 1583 , insegnava teologia da sette anni, quando il p. Coton lo scelse, con il p. Ennemand Massé, per fondare una missione in Acadia (Nuova Scozia), dove il calvinista Giovanni di Poutrincourt doveva creare una colonia francese. Una ricca benefattrice, la marchesa di Guercheville, comprò per i padri una parte nell'associazione dei coloni, per vincere l'opposizione dzi protestanti; quando la missione, iniziata nel r611 a Port-Royal d'Acadia (Annapolis), urtò con nuove difficoltà, la Guercheville fece trasferire i padri sulla costa opposta, dove fondarono nel 1613 St-Sauveur (oggi Bar Harbor, nello Stato del Maine, U. S. A.). Se non che il pirata inglese Samuel Argall distrusse un mese dopo StSauveur e l'anno seguente Port-Royal ; trasportato in Inghilterra e tornato in Francia nel 1614, il B. mori ad Avignone il 17 nov. 1617.
Le lettere nelle quali racconta ai superiori gli avvenimenti in America sono pubblicate da A. Carayon, Documents inddits concernant la Compagnie de Jésus, XII (Poitiers 1864), ristampati in R. G. Thwaites, The Jesuit Relations and allied documents, I-III (Cleveland 1896-97).
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Attaccato dai protestanti, come causa dello scacco della colonia e della rovina di Port-Royal, il B. si difese scrivendo la sua Relation de la Nouvelle prance, de ses terres, miturel du païs et de ses habitants, item du voyage des pères fésuites audictes contrées et de ce qu'ils y onct faict jusques à leur prinse par les Anglois (Lione 1616, ristampa nel Thwaites, III, pp. 21-283; IV, pp. 7-117), che annunzia già la serie delle famose Relations de la Nouvelle France, cominciata nel 1627 .
Bibl.: Sommervogel, II, coll. 1440-42: C. de RochemonteixLes Sézules et le Nouvelle France au XVIc siècle, I, Paris! 1893, pp. 1-22; Streit, Bibl., II, pp. 773-81; M. C. Hane, s. v. in Dict. of American biography. II, Nuova