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les Anglois (Lione 1616, ristampa nel Thwaites, III, pp. 21-283; IV, pp. 7-117), che annunzia già la serie delle famose Relations de la Nouvelle France, cominciata nel 1627 .

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 1440-42: C. de RochemonteixLes Sézules et le Nouvelle France au XVIc siècle, I, Paris! 1893, pp. 1-22; Streit, Bibl., II, pp. 773-81; M. C. Hane, s. v. in Dict. of American biography. II, Nuova York 1920, pp. 234-35.

Edmondo Lamalle
BIBAUX (Bibaut, Bibance, meglio Biebuyck), Guillaume: v. biebuyck, guillaume.

BIBBIA. - Collezione di libri ritenuti sacri in numero differente dagli Ebrei e dai cristiani.

Sommarig: f. Nomi e divisioni. - II. Carattere sacro. III. Canone. - IV. Testi originali. - V. Versioni antiche. - VI. Versioni moderne. - VII. B. poliglotte. - VIII. Interpretazione della B. - IX. Lettura della B. - X. La B. nella letteratura. - XI. La B. nell'Ufficio divino. - XII. La B. nell'arte.
I. Nomi e divisioni. - Il termine è la trascrizione del greco Stṡ̌̌la (plurale di β ι β λ lov) "libri", significando i libri per eccellenza, i libri sacri che formano la suddetta collezione. Nel latino volgare, come in casi analoghi, divenne un singolare femminile, biblia, da cui è ulteriormente passato nelle varie lingue moderne : italiano bibbia, francese bible, spagnolo biblia, inglese bible, ecc. La stessa collezione, per analogo procedimento, è chiamata anche la Scrittura per eccellenza, ovvero Sacra Scrittura. Questo termine corrisponde a quello greco di ἠ γ ρ α varphi ἠ ( α i ' γ ρ α varphi α i, α i íspai γ ρ α varphi α i, ecc.), che fu impiegato già nell'antichità ed è tuttora in uso presso i Greci.

Questa collezione di libri è differente per quantità presso gli Ebrei e presso i cristiani, e tra i cristiani è differente presso i cattolici e presso i non cattolici. I cristiani, indistintamente, dividono la collezione in Vecchio (o Antico) Testamento, che è di origine ebraica, e Nuovo Testamento, che è di origine cristiana; per questa sua origine gli Ebrei respingono il Nuovo Testamento. A loro volta i protestanti convengono con gli Ebrei nel numero e quantità di libri che costituiscono il Vecchio Testamento, dissentendo dai cattolici.

Gli Ebrei antichi dividevano i libri della B. (Vecchio Testamento) in tre gruppi : la Töräh « legge », ossia il Pentateuco; i Nébht'ím "profeti", ossia i loro scritti, e i Kétthibhím, "scritti (sacri)", ossia agiografi. Questo raggruppamento è antichissimo, e risulta già nel sec. II a. C. dal prologo premesso al libro dell'Ecclesiastico dal suo traduttore greco; è il più impiegato dagli Israeliti odierni per designare la B., meno frequentemente da essi designata con i termini complessivi di séphärim, "libri (sacri)", hithbhê haq-qödeš, "scritti santi", e simili.

Riferendosi al contenuto, i libri del Vecchio Testamento si possono raggruppare in libri legali, o storico-legali, che contengono specialmente la legislazione sacra del popolo ebraico, in libri storici, che narrano la storia di quel popolo, in libri profetici, contenenti scritti composti dai profeti ebrei, in libri sapienzali o didattici, i quali impartiscono specialmente norme pratiche per comportarsi onestamente e sapientemente.

Quanto alla forma letteraria, i libri del Vecchio Testamento sono prosaici o poetici : alcuni, specialmente i libri legali, usano soltanto la prosa; altri, come
il libro dei Salmi, soltanto la poesia; altri mescolano a tratti l'una con l'altra, dando di solito una prevalenza più o meno grande alla poesia, come Giobbe e i libri profetici.

Il Nuovo Testamento, sotto l'aspetto del contenuto, consta di scritti storici, quali i Vangeli e gli Atti degli Apostoli; di scritti didattici, quali le varie Epistole o Lettere; e di uno scritto profetico, che è l'Apocalisse.

Il termine Testamento, con cui i cristiani designano le due parti dell'intera B., ha un significato storicoteologico, poichè allude ai due grandi periodi in cui si è attuata la Rivelazione divina. Il termine corrisponde all'ebraico bérith, e al greco δ ι α θ ἠ ω η, indicanti un "patto" o un' "alleanea" conclusa fra più persone, e più recentemente il "testamento" fatto da una persona morente riguardo ai propri beni. Quindi, come Vecchio Testamento (cf. Hebr. 8, 13) fu designato l'antico periodo della Rivelazione in cui Dio aveva fatto un "patto" o "alleanza" con la sola nazione d'Israele; come Nuovo Testamento (cf. Mt. 26, 28; II Cor. 3, 6), invece, fu designato il secondo ed ultimo periodo, in cui l'antico "patto" fu sostituito dal nuovo e tutte le nazioni furono chiamate indistintamente a partecipare ai frutti della redenzione di Gesù Cristo. E poiché tale redenzione è effetto della morte di Gesù Cristo, il nuovo "patto" è insieme il "testamento" di lui (cf. Hebr. 9, 15-17).

Oggi tutti i libri dell'intera B. sono divisi in capitoli, e ogni capitolo è diviso in brevi tratti chiamati "versetti"; capitoli e versetti sono numerati in ordine progressivo, e secondo tale numerazione essi vengono citati: p. es., Gen. 3, 15, indica il versetto 15 del cap. 3^{°} del Genesi. Questa divisione in capitoli fu introdotta sul principio del sec. xir dal cardinale inglese Stefano Langton nel testo della B. latina volgata, donde in seguito fu riportata nei testi ebraico e greco; i manoscritti latini e greci anteriori all'epoca del Langton seguono altri criteri di divisione in capitoli, mentre il testo ebraico è diviso in relazione alla lettura pubblica da farsi nelle sinagoghe e secondo le norme delle scuole rabbiniche dei primi secoli del cristianesimo. Anche la divisione in versetti ha per il testo ebraico la stessa origine; per il Nuovo Testamento furono tentate lungo i secoli varie divisioni in versetti, finché prevalse a mezzo il sec. xvı quella introdotta da Roberto Stefano (Estienne) nella B. latina. Spesso né la divisione in capitoli né quella 'in versetti corrispondono logicamente ai concetti del testo, e sarebbe facile migliorarle in molti punti : ma esse hanno oggi un valore esclusivamente pratico, per citazioni e confronti.

Ecco pertanto la lista dei libri che costituiscono la B. cattolica (l'asterisco * indica i deuterocanonici, l'asterisco fra parentesi (*) i libri che hanno tratti deuterocanonici) :

Vecchio Testamento: A) Pentateuco (Libri storicolegali): Genesi; Eiodo; Lecitico; Numeri; Deuteronomio. B) Libri storici: Giosuè; Giudici; Rut; I e II Samuele (o I e II Re); I e II Re (o III e IV Re); Ie II Paralipomeni (o Cronuche); I e II Esdra (o Esdra e Neemia); * Tobia; * Giuditta; (*) Ester; * I e * II Maccabei; C) Libri sapienzali o didattici: Giobbe; Salmi; Proverbi; Ecclesiaste; Cantico dei Cantici; * Sapienza; * Ecclesiastica. D) Libri profetici : Iosia; Geremia; Lamentazioni; * Barac (con la Lettera di Geremia) ; Ezechiele; (*) Daniele; 12 Profeti minori (Osea, Ioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zuccaria, Molochia).

Nuovo Testamento: A) Libri storici. Vangeli; Matteo; Marco; Luca; Giovanni; Atti degli Apostoli. B)

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Scritti didattici. Lettere di Paolo: Romani; I Corinti; II Corinti; Galati; Efesini ; Filippesi; Colossesi ; I Tessalonicesi; II Tessalonicesi; I Timoteo; II Timoteo; Tito; Filemone; Ebrei. Lettere cartoliche: Giocomo; I Pietro; II Pietro; I Giovanni; II Giovanni; III Giovanni; Giuda. C) Libro profetico: Apocalisse.

Questa è la serie secondo cui, eccetto I-II Mach., sono disposti i libri della B. nelle odierne edizioni della versione latina volgata. Ma, per il Vecchio Testamento, tale serie non corrisponde a quella tenuta nella B. ebraica e, in minor misura, nella versione greca dei Settanta, dalle quali dipende la latina volgata. Costante è la serie dei primi cinque libri (dal Genesi al Deuteronomio), che costituiscono nella B. ebraica il primo gruppo, detto Töräh ("legge"); il secondo gruppo, detto Nébhi'ím ("profeti"), si divide nella B. ebraica in "anteriori" e " posteriori": i primi contengono i libri da Giusus fino a tutti i Re, i secondi contengono i 12 Profeti minori, Isaia, Geremia ed Ezechiele; infine il terzo gruppo, detto Kétbäbhím ("scritti", o agiosrafi), contiene per ordine Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Eadra e Neemia, Cronache. I cinque libri, dal Cantico dei Cantici fino ad Ester incluso, costituiscono una collezioncina a sé chiamata dei Cinque Volumi (o Rotoli : ebr. Mégilläth).

I libri del Vecchio Testamento contenuti nella B. ebraica sono dunque 24 ; e questi la B. latina volgata, conforme alla versione greca dei Settanta, aggiunge i 7 libri "deuterocanonici" ( 8 , se si stacca la Lettera di Geremia da Baruc).
II. Carattere sacro. - A questo punto si presenta spontanea una questione fondamentale: perché soltanto i libri testé elencati, e non anche altri, sono entrati a far parte della collezione chiamata B. ? Quale è stato il criterio secondo cui essi soli, a differenza di altri, sono stati scelti, o per quale qualità sono stati accolti nella collezione chiamata B.?

Il criterio generico della loro scelta fu che l'antica tradizione, prima giudaica e poi cristiana, li riconobbe come libri «sacri», a differenza di altri libri che non furono riconosciuti tali; la base poi di questo riconoscimento, ossia la qualità intrinseca per cui un libro venne riconosciuto come "sacro", fu l' "ispirazione" del libro stesso, per cui questo non è un libro umano, bensì divino, e ha Dio come autore principale e l'uomo come autore secondario o istrumentale. Ma questa qualità dei libri della B. è così importante, dal punto di vista sia storico sia teologico, che va studiata a parte (v. ispirazione).
III. Canone. - La parola greca "canone" (κκνών), che significa "regola", "norma" è impiegata fin dal sec. Iv per designare la collezione dei libri sacri della B. Da allora si parla di libri canonici in contrapposizione ai non-canonici, a seconda che facciano o no parte della suddetta collezione o canone. I termini protocanonici e deuterocanonici sono, invece, di formazione recente: risalgono a Sisto da Siena (sec. xvi), il quale in questo modo volle distinguere, fra i libri che compongono il canone del Vecchio Testamento, quelli che concordemente furono riconosciuti da tutti come facenti parte della collezione, da quelli sul cui carattere ispirato era sorto qualche dubbio lungo i secoli. Tale distinzione è in uso quasi esclusivamente presso i cattolici, giacché i protestanti e gli Ebrei chiamano i libri deuterocanonici apocrifi, escludendoli dal canone biblico. Tali libri, come è detto sopra, sono: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruc, i due libri
dei Maccabei, e taluni passi di Daniele (3, 24-90; 13; 14) e di Ester (10, 4-16, 24).

Trattandosi di un carattere soprannaturale, solo la Chiesa, depositaria della dottrina di Gesù Cristo, ha la facoltà di dichiarare infallibilmente quale libro sia dotato del carattere dell'ispirazione, e sia perciò da inserirsi nel canone biblico. Quindi il criterio sicuro per conoscere se un libro debba far parte di questa collezione è la tradizione, che risalga fino all'età apostolica. In pratica a tale criterio si riduce per diversi aspetti anche quello, propugnato da alcuni cattolici, dell'origine profetica o apostolica dei libri componenti la B.
I. Canone del Vecchio Testamento. - E innegabile che tale tradizione, anche quando se ne possa dimostrare con sicurezza l'origine apostolica, non fu sempre scevra di ogni dubbio, specialmente riguardo al canone del Vecchio Testamento. Presso i Giudei nel sec. I d. C. troviamo una divergenza notevole, che forse risale ad un periodo anche più antico.

Lo storico giudeo Flavio Giuseppe (Contra Apionem, I, 8-9) tramanda, senza nominare esplicitamente i singoli titoli, un canone che escludeva i libri deuterocanonici; c'altra parte la versione greca detta dei Settanta, fatta da Giudei alessandrini qualche secolo prima di Cristo, contiene anche i libri deuterocanonici, il che dimostra che tali libri venivano letti nelle adunanze sinagagali e considerati ispirati. La divergenza sembra dovuta ad un rigorismo degli scribi e rabbini palestinesi, che non tollerarono alcun libro scritto originariamente in greco, e che anche verso libri composti originariamente in ebraico od arcanico si mostrarono sospettosi quando non si presentassero come dovuti a un autore insignito del carisma profetico (cf. I Mach. 4, 46; 14, 41); cosicché i requisiti indispensabili di un libro sacro furono quasi fissati nella lingua ebraica, nella qualità profetica dell'autore supposto anteriore ad Esdra, e nella origine palestinese del libro. Tale rigorismo non era condiviso dai Giudei ellenizzati della diaspora, che leggevano generalmente la B. nella versione greca. Del resto non mancano indizi per supporre che anche presso i Giudei palestinesi in un primo tempo questi libri, specialmente i più antichi, fossero ammessi. Basti ricordare che i Giudei della diaspora dovettero ricevere in origine il loro canone dai correligionari della Palestina, centro di tutto l'ebraismo, e quindi ricevettero da essi anche i libri deuterocanonici. Quando però, più tardi, il rigorismo degli scribi palestinesi ridusse il canone ai soli protocanonici, anche gli alessandrini accolsero tale sentenza, ripudiando l'antica versione dei Settanta. Riguardo a Gesù Cristo e gli Apostoli, per quanto non abbiano lasciato un catalogo ufficiale dei libri ispirati e canonici, dalle loro allusioni conservate nel Nuovo Testamento e dall'uso frequente della versione dei Settanta, risulta in pratica che ritenevano per ispirati anche i deuterocanonici. Tale è la norma anche dei più antichi Padri, i quali citano o usano indifferentemente le due serie di libri (Clemente Romano, Ippolito, Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Cipriano). Di modo che per i primi due secoli non risulta alcuna incertezza circa l'ispirazione e l'autorità dei libri deuterocanonici. Solo verso la fine del sec. in, le controversie frequenti con i Giudei, che ormai concordemente rigettavano i libri deuterocanonici, condussero gli apologisti a non desumere i loro argomenti da questi scritti non ammessi dagli avversari. Si trattava di una norma pratica da seguire, più che di un principio teorico; tuttavia presto sempre, anche presso taluni cristiani, veri dubbi. Ne riscontriamo i sintomi in Melitone di Sardi (ca. 160-80), che in un passo conservatoci da Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., IV, 26) riferisce come canone autentico quello palestinese, affermando esplicitamente di riportare informazioni avute in un suo viaggio in Palestina. Il medesimo canone è riferito da Origene, che tuttavia usa i deuterocanonici come libri ispirati. In tempi successivi tale opinione si diffuse più sensibilmente nella Chiesa greca; ad essa si attennero

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Atanasio, Cirillo di Gerusalemme, Lipifanio, Gregorio di Nazianzo, e alcuni altri, nel compilare l'elenco dei libri sacri, sebbene anch'essi in pratica non si mantenessero aderenti a quella opinione, giacché non è difficile ritrovare nelle loro opere citazioni di deuterocanonici come di libri ispirati.

Allura cominciò a circolare presso i Greci una triplice distinzione di libri della B.: si parlò di libri certi od ammessi da tutti ( α μ ν λ ν γ γ^{′} α ε ν x ), di controversi ( ε ν τ ι λ ε γ^{′} α ε ν x ), e di spuri o apocrifi. Con il secondo termine si comprendevano i nostri deuterocanonici. Ma quanto poco fosse radicato il rifiuto di tali libri è confermato dall'accettazione incandizionata di essi da parte di numerosi altri dottori della Chiesa e dalla decisione del Concilio di Costantinopoli del 692, detto Trullano, che sebbene in una forma non del tutto perspicua riferi il canone integrale, mantenuto sempre incontrastato nella Chiesa greca, almeno fino al sorgere del protestantesimo.

Nella Chiesa
latina i primi ad attenersi al canone giudalco furono 1 lario di Poitiers, Rufino di Aquileia e Girolamo. I primi due furono indotti dall'esempio di Origene, di cui si professavano discepoli: il terzo, che prima di recarsi in Oriente sembra che ritenesse il canone completo, con la sua autorità ingemerò dubbi in autori posteriori. Tuttavia la grande maggioranza degli scrittori mantenne categoricamente l'ispirazione e la canonicità dei libri controversi. Rappresentante di questa opinione fu Agostino, che con l'opera personale e con proclamazioni conciliari da lui promosse, conservò la genuina tradizione della Chiesa. La Sede Romana già con Innocenzo I (405) si pronunziò in modo reciso in favore di tali libri; alcuni anni più tardi il Decreto, erroneamente detto Gelasiano, segrel la norma costante di fede per i secoli successivi, finché i Concili ecumenici Fiorentino (1441) e Tridentino ( 1546 ) la sancirono solennemente. Tuttavia l'autorità di Girolamo, che aveva fatto esitare e fuorviare taluni nel medinevo (Ugo di S. Vittore, Niccolò Li rano e qualche altro), si risente ancora in s. Antonino, arcivescovo di Firenze (m. nel 1459), e nel card. Gaetano (1532), che negavano ai libri deuterocanonici un'autorità impegnativa in materia di fede.

Lutero, pur rigettando la tradizione ecclesiastica, manifestò una certa esitazione nel ripudiare i deuterocanonici, e si accontentò di relagarli in fondo alla sua traduzione. Però già Andrea Carlostadio si mostrò più risoluto: nel suo libro De canonicis Scripturis (1520) egli adottò il canone giudalco, divenuto presto universale presso i protestanti, i quali cosi esclusero i libri controversi delle loro edizioni della B., qualificandoli apocrifi. L'atteggiamento dei protestanti fu rinnegato anche dalla Chiesa greca ecclesiastica, che condannò alcuni suoi seguaci propensi all'opinione dei riformatori (Cirillo Lucaris e Metrofane Critopulos); tuttavia nel sec. xvir l'ostilità ai deuterocanonici si diffuse in Russia, nei paesi slavi, ed anche in Grecia, ove annovera molti rappresentanti, essendo la questione del canone dichiarata questione libera e non dogmatica dall'autorità ecclesiastica.

Presso la critica razionalistica, che rinnega l'ispirazione, tale questione riveste un carattere secondario poiché tutti
i libri della Scrittura sono trattati come qualunque libro profano.
2. Canone del Nuovo Testamento. - Meglio documentata è la formazione del canone del Nuovo Testamento. Qui, sovente, gli autori stessi ispirati indicano l'occasione e altre circostanze che causarono la composizione dello scritto; troviamo anche chiari accenni alla formazione di collezioni più o meno ampie, contenenti almeno una parte degli scritti apostolici. S. Pietro parla delle lettere di s. Paolo come se podessero uguale autorità dei libri del Vecchio Testamento (II Pt. 3, 15-16). I Padri apostolici non tramandarono un catalogo completo dei libri componenti il Nuovo Testamento; spesso anche nelle loro citazioni, fatte più a senso che letteralmente, è difficile stabilire con esattezza il libro a cui si riferiscono; tuttavia il numero sempre più esteso di tali citazioni, più o meno dirette, negli scritti di Clemente Romano, Policarpo e Ignazio, ci permette di ritenere che tali autori, specialmente l'ultimo, possedesseroun corpus completo almeno degli scritti di s. Paolo. Altri autori testimoniano l'esistenza di altri libri, come Papia di Gerapoli per i Vangeli, dai
quali Taziano verso la fine del sec. it compose il suo Diatessaron. Una prova che presso i primi cristiani già fosse in uso un canone dei libri del Nuovo Testamento è la reazione sorta contro Marcione (v.), quando volle redigerne un altro secondo principi suoi personali ed eterodossi. Dalle repliche di Ireneo, Tertulliano ed Ippolito, appare chiaro che Marcione non fu il primo a fissare una collezione di scritti ispirati, come vorrebbe A. Harnack, ma solo un riformatore del canone comune secondo le sue idee particolari. Può darsi, tuttavia, che la sua audacia inducesse la Chiesa a manifestare in modo più preciso il proprio pensiero tradizionale; è infatti di quel tempo (ca. 170-80) un documento nella Chiesa romana importantissimo per la storia del canone del Nuovo Testamento, cioè il Frammento o Canone Muratoriano, scoperto da L. A. Muratori nel 1740 : esso testimonia ch'erano riconosciuti ispirati a Vangeli (non risulta il primo, e del secondo è superstite un solo accenno, essendo il documento mutilo all'inizio), 13 lettere di s. Paolo (non parla di quella agli Ebrei), gli Atti, due o tre lettere di Giovanni, la lettera di Giuda, l'Apocalisse, e forse due lettere di Pietro, di cui una sarebbe stata controversa.

Da questo documento, quasi ufficiale, appare già il formarsi e il persistere di un leggero dubbio: alcuni libri non sono nominati affatto, qualche altro si può leggere come indicato solo se si accetta una felice correzione del resto, come vogliono alcuni dotti riguardo alle lettere di Petro. Attestazioni più esplicite di autori successivi confermano una reale perplessità presso alcune Chiese nell'ammettere alcuni libri. Erano contrastati in modo particolare la lettera agli Ebrei e l'Apocalisse, per le quali il dubbio era quasi suddiviso fra la Chiesa occidentale e l'orientale: la prima mostrava riluttanza ad incorporare la lettera

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paolina, mentre l'altra per considerazioni specialmente letterarie nutriva una certa diffidenza per l'Apocalisse giovannea.

Se si aggiungono i dubbi ed i dissensi, manifestarisi qua e là, verso alcune lettere cattoliche, ossia Giacomo, Giuda, II Pietro, II e III Giovanni, si possono computare anche per il Nuovo Testamento 7 libri controversi (ávtiléy6jeva). Ma tale disaccordo, dovuto ad altre ragioni ma in parte anche alla difficoltà di far giungere in origine a tutte le Chiese i singoli brevi scritti ispirati, era meno profondo di quello avvenuto per il canone del Vecchio Testamento.

A poco a poco le divergenze si appianarono, i dubbi diminuirono; specialmente in Occidente svanirono le diffidenze verso la lettera agli Ebrei, in seguito all'insegnamento dei grandi dottori che si pronunziarono in favore delle opere controverse. Girolamo e Agostino, i Concili di Ippona (393) e di Cartagine ( 397 e 419) sostennero in modo reciso la loro ammissione; nel medesimo senso si esprime il papa Innocenzo I (403; Denz-U, nn. 92, 96). In Oriente, invece, i dubbi persistettero più a lungo; specialmente nella Chiesa di Antiochia, e presso i Siri che da quella ricevevano l'indirizzo, si stentò a riconoscere la canonicità dell' Apocalisse e di alcune lettere cattoliche (II Pietro, II e III Giovanni, Giuda). All'epoca di Giustiniano ogni disaccordo nell'impero bizantino era svanito. Presso i Siri il riconoscimento andò più a rilento, giacché nella loro versione mancavano da principio i libri contesi ; i nestoriani non ammisero mai l'Apocalisse, II Pietro, II e III Giovanni, Giuda, come ci testificano Κo dâdd di Merv (850) e Ebediesu (1318).

Lutero da principio avversò in modo particolare la lettera di Giacomo, chiamandola la lettera "di paglia", perché contraria al suo caposaldo teologico della salvezza per la sola fede. In pratica, all'inizio della Riforma vi fu gran dissenso su questo punto fra i più autorevoli protestanti; in seguito, a poco a poco, si tornò ad ammettere i libri discussi, di modo che dal sec. xvir in poi non vi fu nessuna differenza per il canone del Nuovo Testamento fra cattolici e protestanti.

Per gli scritti non ammessi nel canone biblico v. apocrifi.
IV. Testi originali. - Presupposto essenziale nello studio di qualunque scritto antico è la fedeltà ed esattezza dei documenti che ce lo hanno conservato. Sotto questo aspetto nessuno scritto profano ha avuto tanti indagatori nella storia della sua trasmissione quanti ne può vantare la B., specialmente il Nuovo Testamento. L'indagine, naturalmente, si estende tanto sui testi originali quanto sulle più importanti versioni antiche.
I. Vecchio Testamento. - Esso fu scritto nella sua maggior parte in ebraico (con alcuni brevi tratti in aramaico), e solo alcuni suoi libri, quali II Maccabei e Sapienza, furono composti originariamente in greco; parimento solo in quest'ultima lingua possediamo gli altri libri deuterocanonici, scritti originariamente in ebraico o aramaico.

La storia del testo ebraico del Vecchio Testamento è assai semplice se scendiamo già dai primi secoli cristiani, allorché detto testo prese una forma precisa tramandata in seguito quasi perfettamente inalterata. Ben poco, invece, sappiamo del periodo anteriore, quando il testo subì modificazioni rilevanti, che noi oggi possiamo solo vagamente valutare. Si annunziano (1948) cstoli biblici del sec. II a. C. rinvenuti tra i monti di Giuda. Molti codici ebraici, sebbene poco antichi, giacché nessuno risale oltre il sec. x d. C., furono pazientemente collazionati da eruditi, fra i quali eccelle, ca. i8oo, Gian Bernardo De Rossi (v.); ma così vasto lavoro ci ha fruttato un testo ebraico omogeneo, giacché le rare varianti sono del tutto secondarie e non intaccano mai profondamente il senso;
cosicché quest'csame minuzioso ci testifica un testo ch'era già uniforme al tempo della stesura dei nostri più antichi codici cbraici. Tuttavia tale sicurezza non si riferisce ai mille e più anni che separano i nostri codici dagli scritti originali. Ricorrendo però al confronto delle antiche versioni e seguendo le testimonianze degli antichi scrittori giudei e cristiani, si può ancora risalire fino ai primi secoli dell'éra cristiana; e anche per questo periodo le indagini più scrupolose non fanno che confermare la fedele trasmissione del testo, protetto dalla meticolosa «siepe della Tôrâh», come fu definita la vasta opera dei Masoreti (v.).

Ma risalendo al periodo precristiano, le divergenze testuali appaiono tanto evidenti quanto importanti. Per questo periodo noi possediono il Pentateuco Samaritano, la versione dei Settanta che è la più importante e fu condotta su una redazione del testo ebraico anteriore alla maveretica, il brevissimo papiro Nash e gli scritti di Flavio Giuseppe; oltre a ciò, anche il testo ebraico della B. offre la prova palese che nei tempi antichi la trasmissione del testo biblico non fu accurata e precisa. Troviamo infatti passi ripetuti più volte, anche in uno stesso libro (come nei Salmi), che testimoniano spesso diversità di testo difficilmente attribuibili soltanto a sviste di copisti; inoltre la maggiore abbon. denza di varianti nei libri che formano le due ultime collezioni della B. ebraica (ossia i «Profeti» e gli «Agiografi») dimostra che tali collezioni sorsero in un'epoca in cui l'attività degli scribi, iniziatasi nel periodo persiano, era ancora poco efficace. Tuttavia tali divergenze di testo, per quanto gravi in singoli libri come Samuele, Ezechiele, Gerenia, Proverbi, non toccano la sostanza complessiva delle singole opere. Le modificazioni, quando non sono dovute a incuria di amanuensi o a libertà di redattori, dipendono talvolta da incomprensione del testo, la quale era spesso provocata dalle imperfezioni della scrittura ebraica che difettava delle vocali. L'introduzione, infatti, dei segni particolari (ca. sec. vi d. C.) per indicare le vocali ebraiche contribuì molto, insieme con tutto il lavorio dei Masoreti, a conservare fedelmente il testo fissato; è il testo che, come abbiamo detto, si trasmise con singolare precisione fino all'invenzione della stampa.

Nel 1525 uscì la prima B. ebraica intera a Venezia, per cura di Jacob ben Chajjim (B. rabbinica); da quella fino alle edizioni critiche di C. D. Ginsburg (Londra 1908-26) e di R. Kittel (Lipsia 1906; 3^{°} ed. di P. Kahle, completamente riveduta sui codici più antichi, Stoccarda 1929) le stampe si sono moltiplicate, sempre con massima fedeltà. Perciò possiamo dire di avere oggi fra mano il testo ebraico quale era letto nei secc. i-II d. C., ossia una copia sostanzialmente, ma non letteralmente, sicura degli autografi originali perduti. Il confronto con le antiche versioni, particolarmente con quella dei Settanta, spesso può suggerire giuste correzioni; altre volte una prudente e fondata congettura può restituire la lezione primitiva.
2. Nuovo Testamento. - Se per il Vecchio Testamento abbiamo una larga interruzione nella storia della trasmissione manoscritta, per il Nuovo Testamento siamo più fortunati. Nessun antico testo, neppure dei più celebrati autori classici, può vantare codici tanto numerosi e di cosi alta antichità come la può vantare il Nuovo Testamento, i cui codici sommano a oltre 4000; alcuni di essi risalgono al sec. iv, mentre papiri più o meno frammentari (di Chester-Bcatty, Egerton, ecc.) ci riportano perfino al sec. II. La moltitudine dei codici ci presenta, è vero, un numero straordinario di varianti, forse superiore a quello delle parole, ma tale disaccordo è molto più apparente che reale. E infatti la maggior parte delle varianti o sono palesi aviste di amanuensi, o sono alterazioni insignificanti dovute a particolari grafie, nel greco della Koiné dominato dal «iotacismo».

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![img-30.jpeg](img-30.jpeg)
(da Iritish Nusrom, The Codce Alccandrinus, Londra 1510)
Bibita - Testo greco. Codice Alessandrino (A), sec. v. M i .28,19-20 e serie dei capp. di M r.

Secondo il computo di esperti intenditori (Westcott-Hort), la parte del testo neo-testamentario che mostri una qualsiasi divergenza nei codici è soltanto un'ottava, di fronte a sette parti letteralmente identiche; ma le divergenze di questa ottava parte sono in massima parte tali da non alterare il senso, p. es. inversioni nella serie delle parole, congiunzioni in più o in meno, e simili. Le divergenze, poi, che riguardano veramente il senso del testo, sono ca. la millesima parte di tutto il Nuovo Testamento.

Questa singolare abbondanza di codici ha reso da oltre due secoli il testo del Nuovo Testamento oggetto di lunghi e dotti studi. Dopo che Erasmo di Rotterdam pubblicò nel 1516 la prima edizione greca, basata su codici, di scarso valore, si continuò per molto tempo a ristampare quel medesimo testo, ampollosamente chiamato textus receptus; ma da quando si cominciò ad indagare e collazionare i codici migliori e più antichi, tale testo fu sempre più screditato dai critici, fino a che fu definitivamente abbandonato e sostituito con altri ottenuti mediante i suddetti studi. Riguardo a questi nuovi testi proposti dai critici è sintomatico l'accordo quasi perfetto a cui i vari studiosi sono pervenuti, nonostante i diversi criteri adottati.

Uno dei problemi fondamentali che i critici han dovuto risolvere è stato quello di determinare la storia della trasmissione del testo, e a tale scopo si sono catalogati in diverse famiglie tutti i codici e gli altri documenti. In questo campo lavorò in modo particolare H. von Soden, e i suoi risultati, per quanto non definitivi né immuni da dubbiezze, fecero progredire molto la critica testuale.

Fra i primi critici, che tentarono di restituire un testo migliore del receptus, qui basti ricordare J. J. Wettstein (1751), al quale risale la catalogazione dei codici secondo un sistema in parte ancora in uso, ossia l'indicazione dei codici unciali per mezzo delle lettere maiuscole. Fra gli ultimi critici eccellono B. F. Westcott, F.J. A. Hort, C. von Tischendorf ed il nominato von Soden. I primi due offrirono un testo basato su codici chiamati da loro «neutrali» ( B e compagni); al Tischendorf si deve la scoperta e l'impiego dell'importante Codice sinaitico ( α, o S, oppure or), che naturalmente è il più rappresentato nel testo offerto dalla sua monumentale edizione Octava maior. Il von Soden, infine, escogitò un nuovo sistema per contraddi-
stinguere i singoli codici (sistema, invero, abbastanza complicato e che perciò si è affermato poco) nell'eruditissima opera Die Schriften des N. T. (4 voll., Berlino-Gottinga 1902-12). Tuttavia tanto lavoro non soddisfece appieno i dotti; perciò una commisione, con a capo E. von Dobschütz, si propose di offrire una nuova edizione critica del Nuovo Testamento.

Numerose edizioni manuali hanno contribuito a diffondere il testo criticamente vagliato: tali l'edizione minore di von Soden (1913), quella divulgatissima di E. Noale, basata sul confronto delle tre maggiori (Tischendorf, Westcott-Hort, B. Weise), quelle dei cattolici M. Hetzenauer (1892-1900), E. Bodin (2 ed. 1918), H. I. Volges (2^ ed. 1922) e A. Merk (1933, 6^ ed. 1948).

Tenendo conto dei lavori del von Soden e di altri critici, si propende oggi a raggruppare i codici in tre o quattro classi secondo i vari libri, contraddistinte da caratteristiche peculiari. La prima di queste classi, che il von Soden designò con la sigla H ( = Herschius), è considerata la migliore, perché scerra di contaminazioni dovute ad influssi di passi paralleli e meno ritoccata dai puristi: principali codici rappresentanti di questa classe sono il Vaticano (B) con il Sinaitico ( α ). La seconda classe, contrassegnata dal von Soden con la sigla I ( = Innuolens) e rappresentata dal Cod. D (Beza), ha varie particolarità di amplificazioni, parafrasi, omissioni, ecc. che caratterizzano il cosiddetto testo occidentale. La terza famiglia, contrassegnata con la sigla K ( = Keiné, - comune -), ha caratteristiche proprie alla scuola antiochena, dovute in modo particolare all'influsso di Luciano: questa famiglia si distingue per castigatezza di lingua e per la tendenza ad aggiunte, e ne è rappresentante principale il Cod. A (Alessandrino). Infine molti codici, secondo diversi dotti, dipendono dalla scuola di Cesarea di Palestina, quali il gruppo Lake e Ferrar, con note particolari. Questa classificazione, propria dei Vangeli, subisce lizvi variazioni quando viene applicata agli altri libri del Nuovo Testamento. Spesso un codice, secondo i diversi libri, è da catalogarsi in varie famiglie e classi. Di tutte le classi la migliore è la prima, propria dell'Egitto, sulla quale principalmente si fondano le edizioni critiche (v. critica testuale).
V. Versioni antiche. - La B. è oggi il libro più diffuso in tutto il mondo; ma questa diffusione è stata raggiunta lungo i secoli in minima parte dai suoi testi originali ebraico e greco, e per la massima parte dalle numerose versioni nelle varie lingue antiche e moderne. Dei testi originali, infatti, quello ebraico poteva esser letto e compreso soltanto da un esiguo numero di persone, essendo la lingua ebraica compresa da pochi fra gli Ebrei stanziati fuori di Palestina, e anche da non molti di quelli di Palestina già qualche secolo prima dell'èra cristiana; i testi greci, invece, e fra essi tutto il Nuovo Testamento, erano accessibili a una cerchia di persone assai più vasta, essendo il greco negli ultimi secoli a. C. la lingua internazionale dell'Impero romano, anche per gli Ebrei della diaspora. Tuttavia, diffondendosi il cristianesimo anche in regioni ove la lingua popolare non era la greca, e più tardi sorgendo nuovi idiomi in regioni già raggiunte dal cristianesimo, la B. fu tradotta man mano in altre lingue perché durante la liturgia il popolo comprendesse il contenuto dei libri sacri : infatti il motivo comune per cui si prepararono le varie traduzioni antiche, dapprima presso gli Ebrei e poi presso i cristiani, fu quello di comprendere la B. nella lettura liturgica pubblica e secondo riamente in quella privata.

La lunga serie delle versioni comprende versioni in lingue antiche e moderne. Mentre talune versioni antiche già cominciarono a sorgere quando il canone del Vecchio Testamento non era ancora fissato e chiuso, le versioni moderne continuano ancora oggi e continueranno anche in futuro. Le versioni antiche godono

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di particolare importanza come documenti per l'accertamento o la ricostruzione critica del testo biblico primitivo, e la loro importanza è di solito tanto maggiore quanto è più alta l'antichità della versione. Le versioni moderne, nel loro periodo più antico, sono insigni monumenti delle rispettive lingue, giacché la traduzione intera o parziale della B. in volgare è quasi sempre uno dei primi prodotti delle varie letterature europee; nel loro periodo più recente, le versioni moderne possono avere un valore esegetico, come saggi d'interpretazione del senso biblico.

Poiché le versioni antiche saranno tutte trattate singolarmente a parte, ne diamo qui una presentazione sommaria collettiva, rinviando per ciascuna alla rispettiva voce.

Le prime traduzioni del Vecchio Testamento furono in lingua greca. La più antica, l'unica conservatasi per intero, è quella detta dei Settanta (v.), i cui inizi risalgono al sec. III a. C. Col sorgere del cristianesimo questa versione fu adottata dai cristiani, i quali da essa traevano le citazioni bibliche nelle loro polemiche contro i Giudei. Questa fu la principale ragione per cui, lungo il sec. II d. C., i Giudei ripudiarono come infedele la versione dei Settanta (sebbene in precedenza l'avessero circondata di particolare venerazione) e la sostituirono con altre versioni greche, totali o parziali, fatte da Giudei e giunte a noi soltanto frammentarie (v. GRECHE, VERSIONI, della B.).

Quasi contemporaneamente alla traduzione dei Settanta, egualmente presso i Giudei, si andavano formando traduzioni in aramaico, che, dopo l'epoca cristiana, cominciarono ad esser messe per iscritto, dando così origine a quel complesso di versioni chiamate genericamente Targumim, ossia "traduzioni" (v. Targum).

Frattanto in Occidente, col diffondersi ivi del cristianesimo, s'intese la necessità di avere la B. tradotta in latino, e particolarmente nel latino popolare. A tale necessità si cominciò a provvedere già nel sec. II d. C. con una, o forse più d'una, versione latina, fatta però non dal testo ebraico ma da quello greco dei Settanta. Complicatissime e fino ad oggi poco esplorate sono le vicende di queste iniziali versioni latine, chiamate talvolta complessivamente col termine inesatto di Italia; esse più tardi furono in parte soppiantate e in parte incorporate nella nuova versione fatta sul testo ebraico da s. Girolamo, e chiamata oggi Volgata (v. Latine, Versioni, della B. e volgata).

Già nel sec. III cominciarono, ad uso dei cristiani di Egitto, le versioni in copto, ossia in quella lingua formata da una mescolanza di antico egiziano e di greco ch'era parlata colà dai bassi ceti. Si hanno versioni copte nel dialetto meridionale, o sahidico, nei dialetti del medio Egitto, ossia faţiāoico e aḅmimico, e nel dialetto settentrionale, o boheirico, condotte sul testo greco dei Settanta, e a noi sono giunte solo in parte (v. COPTE, VERSIONI, della R.).

In siríaco, il Vecchio Testamento fu cominciato a tradurre fra i secc. II e III d. C. direttamente dal testo ebraico; fu fatta poi la traduzione dei libri deuterocanonici dal greco dei Settanta, e la serie cosi completa fu chiamata la versione P'ṣ̆tita, "semplice». Il Nuovo Testamento fu tradotto più volte e con criteri vari : la traduzione più antica è quella del Diatessaron di Taziano (v.), che in questa sua opera fuse insieme i quattro Vangeli, chiamati perciò "mescolati»; poco più tardi, ma già nel sec. II, furono tradotti i Vangeli ognuno a sé, chiamati perciò "separati", di cui abbiamo due differenti recensioni, la Coretoniana (dal suo scopritore W. Cianton [v.]) e la Sinaitica (dal monte Sinai, ove fu ritrovata). Nel sec. v apparve una nuova versione, o radicale revisione, del Nuovo Testamento attribuita a Rabbūlā di Edessa, che fu unita con la Pṣ̆tita del Vecchio Testamento; al testo di Rabbūlā mancavano i deuterocanonici del Nuovo Testamento, che furono aggiunti più tardi. Versioni sirische posteriori sono: la Plioceniana (sec. vi), dal testo dei Settanta secondo la recensione
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(da Coder Bovar, phatnomyhies repraesentatus, Cambridge 1989. Bihina - Testo greco-latino. Codice Beza (D), sec. vi. Testo latino di Afr. 1, 38-2, 3.
di Luciano; la Siro-esuplore (sec. viI), dal testo dei Settanta secondo la recensione delle Esople di Origene; e qualche altra minore (v. sithache, versioni, della R.).

La versione Etiopica o abissina fu cominciata nel sec. v: condotta sul testo greco dei Settanta, fu in seguito sottoposta ad alcune recensioni. La versione Armena (v. MESROP), del sec. v, fu condotta sul testo greco dei Settanta. La versione Gaitzo fu compiuta nel sec. IV, sul testo greco dei Settanta, da Ufflia vescovo ariano dei Goti. La versione Georgiana sembra risalire al sec. v; fu condotta sul testo greco dei Settanta, ma risenti anche dell'influenza dell'antica versione armena. La versione Siana antica (paleostava) fu iniziata nel sec. IX dai ss. Cirillo e Metodio; ma in seguito subì numerose integrazioni e modificazioni. Le versioni Arobe, di vario tipo, non risalgono oltre il sec. IX, e dipendono dai testi ebraico o greco a seconda dei vari autori.
VI. Versioni moderne. - Italiane. - I primi tentativi di traduzione della B. in volgare risalgono in Italia a prima di Dante. Più che vere traduzioni, sono di solito parafrasi ampliative ed esplicative, fatte a scopo devozionale, ed estese a singoli libri o a soli estratti, specialmente dei Vangeli. Il volgare impiegato è di solito il toscano, talvolta il veneto. Il testo da cui si traduce è normalmente il latino della Volgata, in qualche caso rappresentata da una delle recensioni anteriori a quella fissata all'Università di Parigi agli inizi del sec. xiri, che si diffuse subito anche in Italia: il che indurrebbe a concludere che alcuni di questi volgarizzamenti risalgono ai princìpi del Duecento; eccezionalmente si traduceva anche da versioni francesi. Questi primi saggi, quasi tutti inediti, non sono ancora stati sufficientemente esplorati e studiati.

Col Trecento cominciano ad apparire le prime B. intere in volgare, sorte dalla unione di precedenti

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traduzioni parziali, in massima parte anonime; cosicché, a seconda della scelta fatta dai diversi raccoglitori, le copie intere potevano risultare diverse nei diversi libri tradotti. Queste B., trasmesse ancora manoscritte, sono oggi assai rare e quasi sempre, o per incompiutezza della collezione originaria, o per ingiuria del tempo, mancano di qualche libro. Talvolta singoli libri recano in testa il nome del traduttore: fra i vari nominati il più degno di menzione è fra' Domenico Cavalca, a cui è attribuita la traduzione degli Atti; tale attribuzione si ritrova anche in copie solitaric di detto libro, ma può rimanere sempre il dubbio che il Cavalca sia stato non il traduttore ma solo l'autorevole recensore di una precedente traduzione degli Atti, come sembra risultare dal confronto dei testi contenuti nelle varie copie. Altri celeberi nomi messi avanti a proposito della B. volgare trecentesca, quali Iacopo da Varagine e Iacopo Passavanti, non hanno alcuna giustificazione nella tradizione manoscritta. Un celebre esemplare di queste B. intere è quello già appartenuto a Francesco Redi (oggi conservato solo dal Genesi fino a parte dei Salmi: Firenze, Laurenziana Ashburnham i 102, dell'anno 1466); di esso si servi il Redi per le annotazioni al suo Diti-rambo e l'Accademia della Crusca per il suo Vocabolario.

Con l'invenzione della stampa, la B. volgare completa venne ben presto in prima linea con due edizioni nel 1471, ambedue a Venezia. La prima apparve il I ag. (a B. d'ag. a) per i torchi del tipografo tedesco Vendelino da Spira col titolo B. dignamente vulgarizzato per il clarissimo religioso duon Nicolao Malermi Veneziano..., 2 voll. in-fol., su 2 coll.; la secon-
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(da Codice Babblonlras Petrapolitanas, cd. da H. Sttork, Hietrahargo 1630.

Brabla - Testo ebraico. Codice Petrapolitano (anno 1009). Is. 20, 1-21,6. Contiene, oltre al nato ebraico, la masora marginale. I segni vocalici sono quelli del sistema babilonese, precedente al tiberiense, oggi in uso.
da apparve il I ott. ( B. d'ott. ) col titolo La B. sacra del Testamento Vecchio e Nuovo in lingua volgare tradotta, 3 voll. in-fol., in 2 tomi, senza nome di luogo e di stampatore, ma uscita certamente dai torchi del tipografo francese Niccolò Jenson (altri l'attribui ad Adamo di Ammergau). Il monaco camaldolese Malermi (o Malherbi, Manermi) a cui è attribuita la "B. d'ag." fu, piuttosto che traduttore, un semplice compilatore; egli impiegò varie traduzioni parziali del Trecento, fra cui quella degli Atti attribuita al Cavalca, e le ritoccò qua e là conforme al testo latino della Volgata, non senza sostituire vocaboli e modi di dire toscani con corrispondenti veneziani.

La B. completa cosi ottenuta mostrò certamente una fedeltà e uniformità che le singole traduzioni parziali non potevano avere, ma guasto anche parecchio la loro lingua trecentesca diminuendo perciò notevolmente il loro quasi unico pregio. Grande tuttavia fu il favore incontrato dalla B. del Malermi, che ebbe II edizioni nel periodo degli incunaboli e quasi 20 lungo il Cinquecento; l'edizione apparsa a Venezia nel 1773, sebbene rechi ancora il nome del Malermi, è in realtà un rifacimento del padovano Alvise Guerra, di tendenze gianseniste, che in gran parte sostituì l'antica traduzione con traduzioni sue o di altri. La "B. d'ott.", ossia quella jensoniana, impiegò manoscritti del Trecento senza alterarli - a quanto pare - ma forse integrandoli la dov'erano lacunosi con tratti tolti dalla "B. d'ag.": certo è che le due B. concordano quasi alla lettera nel Nuovo Testamento e anche nei Salmi, mentre sono ben differenti nel Vecchio Testamento. Perché cosi grezza e di origine varia, la B. jensoniana non incontrò alcun favore e non fu più ristampata, si da diventare di una rarità estrema. Fu invece edita nuovamente lungo il sec. xix, per il riacceso amore dei testi in volgare del "buon secolo" della lingua: ma un primo tentativo fatto dalla Società Veneta dei Bibliofili s'arrestò al primo volume (B. volgare, testo di lingua secondol'edizione del 1471 di Nicolò Jenson, Venezia 1846) per difficoltà sorte con l'autorità ecclesiastica e col tipografo, e tutte le copie finirono distrutte in tipografia o disperse; riusci invece ad apprestarne l'edizione intera Carlo Negroni (La B.Volgaresecondola roraedizione del 1 ott. MCCCCLXXI, 10 voll., Bologna 1882-87). Il testo della jensoniana ha valore non già per la critica biblica, ma solo per la storia della lingua italiana, sebbene anche su questo punto si sia alquanto esagerato.

Molte poi sono le edizioni di versioni trecentesche, soprattutto dei Salmi, stampate lungo il sec. xix per amore dei testi di lingua: le quali perciò interessano i filologi.

Ai tempi del protestantesimo cominciano anche in Italia versioni bibliche di nuova indole. Quasi contemporaneamente alla B. tedesca di Lutero, usci in Italia la versione del fiorentino Antonio Brucioli, dapprima limitata al Nuovo Testamento (Il Nuovo Testamento di Cristo Jesu Signore e Salvator nostro, di greco nuovamente tradotto in lingua toscana, Venezia, Lucantonio Giunti, 1530, riprodotto più volte in seguito) e poco dopo estesa a tutta la B. (La B., quale contiene i sacri libri del Vecchio Testamento tradotti nuovamente da la hebraica verità... Coi divini libri del Nuovo Testamento, in-fol., Venezia, Lucantonio Giunti, 1532).

Il Brucioli era di apiccate tendenze protestanti, sebbene ufficialmente non si staccasse dalla Chiesa, e la sua versione, divenuta ben presto comune per i protestanti italiani esuli, fu messa all'Indice già nel 1559; quanto alla sua indole letteraria, è versione rozza e incolta, e la sua asserita derivazione dai testi originali fu ottenuta in realtà con assiduo impiego della versione latina di Sante Pagnini per il testo ebraico e di quella di Erasmo per il Nuovo Testamento. Fu ricompaio più volte, anche con commenti del Brucioli in cui più chiaramente appaiono le sue tendenze protestanti; una nuova edizione con ampie modificazioni fu preparata ad uso dei protestanti di Ginevra (ivi, presso Francesco Durono, 1562) da Filippo Rustici.

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Da parte cattolica, poco dopo la versione del Brucioli, apparve quella del domenicano del convento fiorentino di S. Marco, Sante Marmochino (La B. muovamente tradotta dalla Hebraica verità in lingua Thoscana per Maestro Santi Marmochino, in-fol., Venezia, Lucantonio Giunti, 1538).

Questa versione, che l'autore dice compiuta in ventidue mesi, è stata condotta in realta, più che sul testo ebraico, sulla relativa versione di Sante Pagnini, con frequenti riavvicinamenti alla Valgata; per il Nuovo Testamento essa impiega la versione fatta poco prima da fra Zaccaria dello stesso convento di S. Marco, condotta sul testo greco (II nuovo Testamento tradotto in lingua toscana dal r. p. fra Zaccheria, Venezia, Lucantonio Giunti, 1536). La versione del Marmochino incontrò poco favore, e fu ristampata solo nel 1546 .

Durante lo stesso sec. xvı numerose furono le versioni parziali, specialmente del Nuovo Testamento, talune pubblicate anche fuori d'Italia, moltissime in versi. Quasi tutte sono prive d'ogni valore scientifico, e quelle in versi mancano anche di valore letterario : alcune tradiscono tendenze protestanti. Ma quanto fossero diffuse in Italia le versioni volgari della B., anche prima che sorgesse il protestantesimo, risulta dalla prefazione che il canonico regolare Isaia o «Esaya da Este Patavino» premise alla sua Espositione sopra la cantica di Salomone stampata nel 1504 a Venezia, "per Bartolomeo de Zanni da Portese»; ivi egli, giustificandosi di avere scritto detta Esposizione biblica non in latino ma in volgare, afferma che essa era «etiam dio necessaria : impero che per la commodita del stampar li libri : tutta la sacratissima bibbia a questa bassezza era reducta : E da le donnezuole fra le roche e fusi : fra li mulinelli da filar la lana: ne le compagne (compagnie, crocchi) de le vicine si se cantava, Ne la quale etiandio la cantica se contene». E possibile che l'autore parlando di «tutta la sacratissima bibbia "alluda alle due edizioni veneziane del 1471 , le sole complete che esistessero al suo tempo, ma certamente intende insieme riferirsi ad altre edizioni parziali apparse qua e là dopo di quelle, e che messe insieme costituivano quasi altrettante B. complete: assai importante è poi il fatto che coteste versioni erano divulgatissime fra il popolino, tanto che si cantavano «da le donnezuole fra le roche e fusi».

Curiosa è poi la notizia offerta da u