volume-02

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tolica di Coquilhatville (già Thsuapa).

Il medesimo distretto, integrato da una parte di territorio sulla sinistra del fiume Congo, da Irebu alla confluenza col Kasai, presso Kwamouth, appartenente al vicariato di Léopoldville, costituì dapprima ( 3 genn. 1931) la missione sui inris di B., divenuta poi prefettura ( 25 giugno 1940 ).

Superfice del territorio km9. 60.000; popolazione totale (computo appross.) 79.8 mathrm{I} 2 mathrm{ab}., di cui nel 1948 cattolici 12.608 e catecumeni 8050 , protestanti 11.135 , pagani 30.590 . I missionari sono 12, fratelli 4 , suore 12 , catechisti 140 . Stazioni primarie 6 , secondarie 143 , scuole elementari 57 con 3208 alunni.

La missione si sviluppa normalmente, anche là dove precedettero i protestanti (reg. di Bolobo, Tondo, ecc.), come pure fra i Batwa (pigmei equatoriali), popolazione fra le più primitive (stazione di Bokongo, fondata nel 1936). Ovunque le opere di carità (assistenza alla maternità e infanzia, cura dei lebbrosi) guadagnano il cuore degli indigeni, cooperandovi anche il forte nucleo di catechisti e maestri, i quali ultimi escono dalla scuola di Bamanya (Coquilhatville).

BibL.: AAS, 18 (1926); 23 (1931), pp. 328-29; 32 (1940), pp. 338-39; Abbé Corman, Amuaire des Missions Catholiques au Congo Belge, Bruxelles 1935, pp. 366-73; Guida delle Missioni Cattoliche, Roma 1935, p. 262; MC, pp. 47-48; archivio di Prop. Fide, Prospectus statuu missionis, pos. n. prot. 3902/48.

Giuseppe Monticone
BILDT, Carl Nils Daniel. - Diplomatico e storico svedese, n. a Stoccolma il 15 maggio 1850, m. il 26 genn. 1931 a Roma. Ambasciatore di Svezia presso il Quirinale dal 1889 al 1902 e dal 1905 al 1920, si occupò con particolare interesse della regina Cristina, consultando molti archivi italiani e stranieri, e particolarmente l'archivio Vaticano.

Tra le sue opere ricordiamo: Christine de Suède et le Cardinal Azzolino (Parigi 1899); Christine de Suède et le Conclave de Clément X (ivi 1906); Cristina di Svezia e Paolo Giordano II duca di Bracciano (in Archivio della Società Romana di Storia Patria, 29, [1906], pp. 5-32).

Bibl.: R. Valentini, Necrologio in l'Arch. della R. Sor. romana di storia patria, 53-55 (1930-32), 409 sge. Silvio Furiani

BILIO, Luigi. - Cardinale, n. il 25 marzo 1826 ad Alessandria (Piemonte), m. il 30 genn. 1884 a Roma. Di famiglia pervirissima (il padre era calzolaio, la madre venditrice di ortaggi) entrò fra i Barnabiti di Genova. Dopo un periodo di insegnamento a Parma e a Roma, fu creato cardinale il 24 giugno 1866, vescovo di Sabina nel 1873, abate perpetuo di S. Maria di Faria, prefetto della Congregazione dell'Indice e penitenziere maggiore. Il card. B. passa comunemente come estensore del Sillabo. Durante il Concilio Vaticano presiedette la commissione di teologia dogmatica e fu uno dei presidenti del concilio stesso. Pio IX gli affidò l'alta sorveglianza sulla stampa dei rendiconti delle ottantanove Congregazioni generali del concilio. Dal 1875 al 1884 uscirono cinque volumi in folio dal titolo Acta Congregationum generalium, e di ogni volume furono tirate dieci copie.

Bibl.: L. Pica, Le card. B. bornabite un des présidents du Concilo du Vaticano, Parigi s. a.; G. Buffon, Bibl. barnab. client., Firenze 1933, p. 220 sge. Sul card. B. durante il Concilio Vaticano el. P. Granderath, Geschichte des vaticanischen Ksocah, Friburgo in Br. 1903-1906, passim. Sul Conclave del 1878 si veda R. De Cesare, Il Conclave di Leone XIII, Roma 1888, passim. Silvio Furiani

BILIVERT (Biliverti), Giovanni. - Pittore, n. secondo alcuni a Maastricht, ma più probabilmente a Firenze da padre fiammingo nel 1576 , m. a Firenze nel luglio 1644. Fu allievo di Ludovico Cardi, detto il Cigoli. Tra le sue opere principali di soggetto sacro si ricorda l'Angelo che ricusa i doni di Tobislo nella galleria Pitti e la Castità di Giuseppe agli Uffizi. Assai nota è la tela con Lucrezia e Targuinio nella galleria dell'Accademia di S. Luca a Roma. Il B. fu un ottimo disegnatore ed ebbe nel contempo un senso vivissimo dei valori cromatici.

BibL.: Geisenheimmer, s. v. in Thieme-Becker, IV, pp. 28-29 (con bibl.), Per la Lucrezia cl. C. Ricci, Il Cognomi e le Lucrezia romana, in Annunzia dell' Arrad. di S. Luca, 1913-1914, pp. 109-31; R. Longhi, Gentileschi, padre e figlia, in L'arte, 19 (1916), p. 304. Vincenzo Golzio

BILLERBECK, Paul. - Esegeta tedesco, n. nel 1853, m. a Francoforte sull'Oder, dov'era pastore protestante, il 23 dic. 1932. Dal 1906 dedicò la sua attività allo spoglio del Talmud e dei Midhrāšīm onde raccoglierne i passi che per somiglianza o contrasto servono a lumeggiare i rapporti di forma e di dottrina tra l'insegnamento di Gesù e la tradizione rabbinica.

L'opera, che porta anche il nome di H. L. Strack come primo dei due autori, benché scarsa ne sia stata la collaborazione, uscì a Monaco (editore Beck) negli anni 1922-28, in 4 voll. (il 4^{°}, in due tomi, contiene gli Excursus) con il titolo: Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch. L'ampio e eruditissimo lavoro commenta per ordine i singoli libri neotestamentari. Faustino Salvoni

BILLIA, Lorenzo Michelangelo. - Filosofo, n. a Cuneo il 1^{°} dic. 1860 , m. a Firenze il 10 apr. 1924. Unitosi al Morando nel difendere le proposizioni rosminiane condannate, ne L'esilio di s. Agostino (Torino 1899) ha dato opera a tener viva, valendosi di erudizione ed acutezza non comune, attraverso il Rosmini, la tradizione idealistico-cristiana, esiliata, secondo lui, dal nootomismo di Lovanio.

Fondò nel 1890 il Nuovo Risorgimento e lo diresse fino al 1901. Altre opere : Intorno ad un fatto contemporaneo (Padova 1899); Le quaranta proposizioni attribuite a Antonio Rosmini (Milano 1889); Antonio Rosmini nei suoi frammenti di filosofia del diritto (Rovereto 1890); Max Müller e la scienza del pensiero (Milano 1890; ecc.)

Bibl.: G. Tarozzi, Necrologio, in Riv. di filus., 4 (1924), pp. 259-60; M. F. Sciacca, Il secolo XX, Milano 1942, pp. 623624 e 946-47. Alberto Scala

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BILLIART, Marie-Rose-Julie, beata. - Fondatrice delle Suore di Nostra Signora di Namur (v.), n. da umile famiglia il 12 luglio 1751 a Cuvilly presso Compiègne, diocesi di Beauvais, m. a Namur l'8 apr. 1816. Nel 1782 perdette per paralisi l'uso delle gambe e lo riacquistò miracolosamente solo dopo ventidue anni. Durante la Rivoluzione, rifugiatasi ad Amiens, vi conobbe Maria Luisa Francesca Blin di Bourdon, di nobile e agiata famiglia; nel 1803 aprì con lei una casa per orfanelle abbandonate ed una scuola di catechismo, alla quale la B. portò tutte le sue cure, convinta della fondamentale importanza dell'istruzione catechistica. Nel 1805 si formò il primo nucleo della Congregazione. Ma una prova più dura delle lunghe sofferenze fisiche la B. sopportò con la stessa inalterabile serenità nel 1809 , quando, per gli intrighi di un ecclesiastico e l'incomprensione di altre persone, ella e le sue suore furono espulse dalla diocesi di Amiens. Il vescovo di Namur accolse la comunità, e l'istituto continuò a fiorire e a largamente propagarsi. La B. fu beatificata il 13 maggio 1906.

BibL.: V. Sardi, Vita della beata G. B., fondatrice delle Suore di N. Signora, Marritta secondo i processi, Roma 1906: T. RÉalot, La bienheureuse Julie B., 1906, 2 e ed. Namur 1922: M. Halcaut, Les idées pédagogiques de la bienheureuse mère Julie B., 3ᵉ ed.. Parigi [s. d. ma dopo 1914]: P. Renault, La perchuse biroïque, Bruxelles [1938]. Claudia De Sanctis

BILLIK, Eberhard. - Teologo carmelitano, n. a Colonia nel 1499-1500 e m. il 12 genn. 1557. Suo nome di famiglia era Steinberger. Professore a Colonia e priore del convento, nel 1542 fu eletto provinciale della Bassa Germania. Tenace avversario dell'apostata arcivescovo di Colonia, Erm. de Wied, contribuì validamente alla sua deposizione, salvando così la fede alla città. Oppositore di Bucero, Melantone e di Oldendorp, li combatté validamente con la parola e con gli scritti. Su invito del card. Morone confutò nel 1540 la Confessione augustana. Convocato a Trento come teologo, nel 1551 vi accompagnò il nuovo arcivescovo di Colonia, Ad. de Schauenburg. Il 22 dic. 1556 da Paolo IV fu nominato vescovo ausiliare di Colonia, ma morì poco dopo senza esser stato consacrato.

Di lui andò smarrita una storia del Concilio di Trento; rimangono però, oltre all'epistolario, prezioso per la storia dell'epoca: Judicium deputatorum universitatis et secundarii cleri coloniensis de doctrina et vocatione Mart. Bucesi ad Bononia (Colonia 1543); Judicii universitatis et cleri coloniensis adversus calumnias Ph. Melanchthonis, Mart. Buceri, Oldendorpii et eorum asseclorum defensio cum diligenti explicatiome nosteriorum controversorum (ivi 1545).

BibL.: L. Pastor, s. v. in Kirchenlex., II, coll. 836-38; Hurter. IV, coll. 1224-26; A. Postina, Der Karmelit, E. B., Friburgo in B. 1901: E. Mengenot, s. v. in DThC, II, coll. 889-90; E. Rick, P. Everbardus Billirus, in Analecta Ord. Carm., III, Rom: 1914, pp. 112-22; 131-39; 174-82; 193-203; 229-36; 292301; 323-34; A. Postina, s. v. in LThK, II, col. 357; P. Ferdinand, s. v. in DHG, VIII, coll. 1480-81. Vito Zollini

BILLITON, ISOLE: v. BANKA e BILLITON, PREFETTURA APOSTOLICA di.

BILLOT, Louis. - Eminente figura di teologo moderno, n. a Sierck (Metz) il 12 genn. 1846 e m. a Galloro (Roma) il 18 dic. 1931. Fece gli studi teologici nei seminari di Metz e di Blois, fu ordinato sacerdote nel 1869 e subito dopo entrò nella Compagnia di Gesù ad Angers. Insegnò S. Scrittura e Laval, poi teologia dogmatica ad Angers, donde passò a Jersey. Nel 1885 fu chiamato a Roma, nell'Università Gregoriana, dove, salvo una breve interruzione, tenne la cattedra di dogmatica fino al 1911, quando fu creato cardinale. In seguito ad un incidente determinato dalle sue convinzioni sull'Action Française, rinunziò spon-
taneamente alla sua dignità cardinalizia nelle mani del papa Pio XI (H. du Passage, Reponse à une calomnie, in Etudes, 1932, 1, 491-92) e si ritirò a vita privatissima nel noviziato di Galloro (1927), dove finì la sua operosa vita.

Il B. passa alla storia per la profondità del suo ingegno, per l'efficacia del suo lungo magistero e per il complesso delle sue pubblicazioni, che rappresentano una tappa importante sul cammino del pensiero teologico. Se nel campo storico e patristico resta inferiore all'erudito card. Franzelin, che lo precedette alla Gregoriana, nel campo della speculazione teologica egli lascia un solco luminoso, per cui si ricollega ai migliori maestri della teologia classica.

L'opera sua abbraccia quasi tutto il campo della teologia dogmatica: De Verbo Incarnato (Roma 1892); De Sacramentis (2 voll., ivi 1894-95); De peccato personali (ivi 1894); De Deo uno et trino (ivi 1895); De Ecclesia (ivi 1900); De virtutibus infusis (ivi 1909); De necissimis (ivi 1902); De inspiratione S. Scripturae (ivi 1903); De sacra traditione (ivi 1904); De peccato originali (ivi 1910); De Gratia (ivi 1912, 1921).

Degno di nota due serie di articoli comparsi prima in Etudes, 1917-19: La Parousie (a parte, Parigi 1920), e La Providence de Dieu et le nombre infini des hommes bars de la vie du salut (ibid., 1919-23). La tesi ivi difesa: che pure in mezzo alle più brillanti civiltà, come quelle di Babilonia, Atene e Roma, "non c'era per la grande massa, possibilità alcuna di giungere alla nozione del vero Dio e della legge, e che perciò essa si trovava in uno stato di ignoranza invincibile, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto alla responsabilità morale e le sanzioni della vita futura" (Etudes, 1920, iv, p. 555), non raccolse molti consensi perché parve eccessiva (cf. S. Harent, Infidèles, in DThC, VII, coll. 1891-93; 1898-1912).

In questa vasta opera il B. si rivela un vero teologo, che non ripete ma ripensa tutte le ricchezze del dogma, con pieno dominio della materia e con tono personale. I più organici e armoniosi tra i suoi trattati sono il De Deo trino, il De Verbo Incarnato e il De S.ma Eucharistia, in cui le più ardue questioni trovano una soluzione, che si può ritenere definitiva.

Il B. parlò il linguaggio di s. Tommaso e della migliore tradizione teologica, inteso ed applaudito da migliaia di discepoli, in un momento nel quale in seno alla Chiesa fremeva lo spirito di pericolose novità, che sfociò nel modernismo, contro cui combatté con vigore dialettico e con sodezza di dottrina, contribuendo a stroncarlo per sempre. Fu un uomo che aveva assimilato bene il pensiero teologico classico, sulla linea tomistica, senza però perdere il contatto e la sensibilità per le correnti del pensiero e della cultura moderna.

BibL.: J. Lebreton, Son Emin. le card. B., in Etudes, 1911, iv, pp. 514-25; A. Michel, in Dict. pratique de counsies religieuses, I, 844-47; supplens. 793-94; J. Bittremieux, Le r. p. L. B., in Ephemer. Theologiae Lacanienzes, 9 (1932), pp. 292-95; C. Figini, Il p. L. B., in La Scuola Cattolica, 60 (1932), pp. 61-4; H. Le Floch, Le card. B., lumière de la théologie, Parigi 1947. Pietro Parente

BILLOTET, Edouard. - Missionario francese, morto per la fede. N. a Villefrancon (Haute-Saône) il 3 maggio 1812 ; sacerdote nel 1836 , fu vicario a Rioz, poi entrò nella Compagnia di Gesù nel 1843. Inviato (1846) nella missione di Siria, ne divenne superiore (1850): a lui si deve l'installazione a Beirut d'una piccola tipografia araba, destinata a un avvenire grandioso. Era da un anno superiore della residenza di Zalhe (Libano), quando la città fu presa dai Drusi, dai quali il B. fu ucciso il 18 giugno 1860 , con quattro fratelli coadiutori gesuiti e molti fedeli. Il processo di beatificazione di questi «martiri del Libano", è stato iniziato a Beirut nel 1932.

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Bibl.: P. M. Martin, Notes historiques sur cinq Fénites massacrés au Mont-Libau en 1860, in A. Carayon, Documents inédits concernents la Compagnie de Fénus, XVIII, Poitiers 1862; M. Jullien, La nouvelle mission de la Compagnie de Fénus en Syrie, I. Parigi 1899, pp. 271-302; L. Rocci, I sei martiri del Libano della C. d. G. uccisi nel 1860, Isola del Liri 1927; Sommervogel, I, col. 1477. Edmondo Lamalle

BILLUART, Charles-René. - Teologo tomista, n. a Revin sulla Mosa (Ardenne) l's genn. 1685, m. ivi il 20 genn. 1757. Domenicano (1701), fu cinque volte priore nel convento di Revin, e tre volte provinciale del Belgio. Insegnò a Douai (1710), a Revin (1711-15), poi di nuovo a Douai, dove fu successivamente maestro degli studenti (1715), baccelliere (1717-19), vice-reggente (1719-21) e reggente (1725).

La sua opera principale è la Summa s. Thomae hodiernis Academiarum moribus accommodata ( 19 voll., Liegi 1746-51); cui fece seguire il Supplementum cursus theologiae contineus tractatus de opere sex dierum, de statu religioso et de mysterio Christi (edito postumo, ivi 1759, dal suo confratello ed amico P. A. Labye, che vi premise una breve Vita del B.) Per renderla più facilmente accessibile, dall'opera, che ebbe molte edizioni, egli stesso compilò un riassunto: Summa Summae s. Thomae sive compendium theologiae ( 6 voll., ivi 1754, Gand, Würzburg 1765, Venezia 1788, Roma 1834, Parigi 1884-90, Mondovì 1903). Scrisse pure vari opuscoli polemici in difesa di s. Tommaso e della sua dottrina, specialmente a proposito del problema della predestinazione e della grasia. Ricordiamo : Le Thomisme songé de sa prétendue condamnation par la constitution Unigenitus (Bruxelles 1720); Lettre du p. C.R.B. à MM. les docteurs de la faculté de théologie de l'université de Douai (s. I. 1723); Le Thomisme triomphant par le bref «Demissas preces» de Benoît XIII (s. n. t.); Apologie du Thomisme triomphant contre les neuf lettres anonymes qui ont paru depuis peu etc. (Liegi 1731). Lasciò anche due volumi di prediche, edite da H. Lelièvre: Sermons (Parigi 1846). B. fu il più illustre tomista del suo tempo e forse il più noto e stimato teologo nel sec. xix. Anche ai nostri giorni la sua Summa è uno dei manuali di teologia più consultati. Questa fama gli è giustamente dovuta per l'assoluta fedeltà alla dottrina di s. Tommaso, la chiarezza dell'esposizione e la precisione del linguaggio.

Bibl.: A. Labye, Vita edita con la Summa; P. Mandonnat, s. v. in DThC, II, coll. 890-92. Alfonso D'Amato

BIIOCAZIONE. - Dal latino bis e locatio, presenza simultanea di una persona in due luoghi diversi.

Tra i fatti portentosi di cui è ricca l'agingrafia cattolica questo è uno dei più rari. Lo leggiamo di s. Filippo Neri, di s. Caterina de' Ricci, di s. Pietro d'Alcantara, di s. Alfonso de' Liguori, che, pur trovandosi in S. Agata dei Goti, dichiarò di aver assistito il morente Clemente XIV (cf. A. Tannoia, Della vita ed istituto del ven. servo di Dio Alfonso M. Liguori, II, Napoli 1800, p. 283), di s. Francesco di Girolamo (cf. F. S. D'Aria, S. Francesco di Girolamo, I, Roma 1944, pp. 320-21) e di parecchi altri santi.

I teologi cattolici attribuiscono questo fenomeno a una causa soprannaturale, ma non sono d'accordo sulla spiegazione metafisica del modo. Alcuni ammettono la presenza simultanea «circoscritta» di un corpo con la sua quantità dimensiva in due luoghi, commensurando le sue parti ed agendo simultaneamente in due spazi, in virtù della «potenza obedenziale» (v.). Per s. Tommaso (IV Sent., dist. 44, q. 2, a. 2) e gli scolastici in genere cio implica un assurdo metafisico, perché, mentre è possibile la presenza essenziale (in questo senso Dio è dappertutto), e quella sacramentale (Gesù sotto le specie eucaristiche), di un essere in più luoghi, quella corporale è necessariamente legata alla quantità, la quale non può essere posta che in un luogo determinato che la circoscrive. In tal caso la grazia mistica consisterebbe nella formazione miracolosa di un soggetto rappresentativo che faccia le veci del sesto.

La metapsichica non ha finora accertato casi di b.

I fenomeni ectoplaamici sono molto incerti. L'uscita in astrale (b. soggettiva) prodotta per autosuggestione, conduce il paziente all'alienazione mentale. Sicché le scienze non possono per ora concludere nulla circa la b. agiografica.

Bibl.: J. v. Görres, Die christi, Mystik, II, 2* ed., Estisbona 1879, pp. 578-94; B. M. Maréchaux, Le merveilleux divin et le merveilleux démoniaque, 2^{°} ed., Parigi 1901, p. 273 sq.; vers. it., Siena 1907, pp. 187-90. Per le trame metapsichiche: E. Bozzano, Considerazioni ed ipotesi sui fenomeni di b., Roma 1911; Ch. Richet, Traité de métapésichique, 2^{°} ed., Parigi 1922, pp. 700-10. Innocenzo Casati

BILYCHNIS. - Rivista mensile di studi religiosi, pubblicata in Roma dal 1912 al 1930 (l'emblema, la b., lampada delle catacombe romane a duplice lucignolo e dalla fiamma bipartita, doveva simboleggiare il connubio tra fede e scienza). Promossa dalla facoltà teologica del seminario dei Battisti, si pubblicò sempre sotto il nome del direttore Ludovico Paschetto e del redattore per l'estero D. B. Whittinghill, ma redattore effettivo, specie nell'ultimo decennio, fu Giovanni Costa (nato cattolico e mai passato al protestantesimo). Eclettica risulta la collaborazione, che si apri con ogni larghezza a scrittori variamente orientati : protestanti di diverse denominazioni, modernisti, israeliti, studiosi laici indipendenti. B. superò quindi i limiti del confessionalismo; ma riecheggiò, spesso con tono acceso, polemiche dottrinali. Con lo stesso nome di B., una casa editrice divulgò varie pubblicazioni.

Bibl.: P. Chiminelli, Bibliografia della storia della Biforma religiosa in Italia, Roma 1021, p. 272. Piero Chiminelli

BINA, Andrea. - Benedettino cassinese della badia di Polirone (Mantova), n. a Milano nel 1724, m. ivi l's marzo 1792. Insegnò filosofia nei monasteri di Padova, Perugia e Milano, teologia a Roma, matematica e fisica nell'Università di Parma. E dovuta a lui l'invenzione del sismografo a pendolo che per primo delineò nel suo Ragionamento sopra la cagione de' tremuoti, ed in particolare di quello della terra di Gualdo e Nocera nell' Umbria seguitol'auno 1751 (Perugia 1751). Ha pubblicato anche altri scritti scientifici, specialmente circa l'elettricità e per primo tradusse in latino la fisica di Cristiano Wolff.

Bibl.: G. C. Poggendorf, Biographisch-literarisches Handwörterbuch für Mathematik, Astronomie, Physik, Chemie und verwandte Wissenschaftsgebiete, I, Lipsia 1863, p. 191; G. Terenzi, L'inventore del sismografo a pendolo, in Riv. scientificoindustriale, 19 (1887), p. 32 e in Boll. del moleculismo ital., 14 (1887), p. 33; G. Assmannone, L'inventore del sismografo a pendolo, in La meteorologia pratica, 7 (1926), p. 264.

Tommaso Leccisotti
BINAGO, Lorenzo. - Barnabita, architetto, n. e m. a Milano (1556-1629). La sua opera più significativa è la ricostruzione del S. Alessandro in Milano, in forme ampie e solenni, iniziata nel 1602 e lasciata incompiuta. Notevoli anche la chiesa dei Barnabiti di Casale, inaugurata nel 1594, e il S. Marco di Novara, Allievo del B. fu F. M. Richino (v.).

Bibl.: H. V., s. v. in Thieme-Becker, IV, p. 35; C. Baroni, L'architettura lombarda da Bramante al Richino, Milano 1941, pp. 133-34. Elsa Gerlini

BINAZIONE. - E la celebrazione di due Messe nello stesso giorno da parte del medesimo sacerdote.
I. Cenni storici. - Istituendo il S. Sacrificio, Gesù non stabili il numero delle Messe che il sacerdote può celebrare ogni giorno; tale determinazione restò affidato all'autorità ecclesiastica; la quale, a questo riguardo, non intervenne con una vera e propria legge universale, che assai tardi. Prima, come si può rilevare da alcuni concili provinciali e da accenni dei Padri e degli scrittori ecclesiastici, l'uso di dire più Messe al giorno da uno stesso sacerdote, s'era a poco a poco assai esteso (cf., ad es., s. Leone Magno, Epist. 9, a : PL 54, 626). La sua origine dai più era attribuita a Roma, derivata dalla necessità,

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in alcune feste più solenni (Natale, Giovedì Santo, Pasqua, Pentecoste, s. Giovanni B.), quando la basilica non bastava a contencre tutti assieme i fedeli, o un solo sacerdote aveva cura di due chiese. Ora, ciò che da principio si faceva solo in alcuni giorni, prese a ripetersi più di frequente. Si trattava di Messe solenni o cantate; ma ciò diede occasione alla b. anche per Messe private o lette, quando, a cominciare dal sec. vi, queste diventarono sempre più frequenti. A poco a poco, al motivo della necessità, si aggiunse quello della devozione, e anche (quando si fissarono gli onorari) quello dell'interesse. Donde abusi inevitabili, che finirono con il provocare l'intervento ufficiale della Chiesa. Tuttavia c'erano già alcuni che cercavano di ovviare al male con la parola e con l'esempio, asserendo che come Gesù Cristo una volta sola aveva patito per noi, e tutti così ci aveva salvati, cosi bastava ad ogni sacerdote celebrare una volta sola al giorno. Altri, invece, dal fatto che più Messe al giorno si dicevano sia pure da celebranti distinti, deducevano che anche lo stesso sacerdote poteva celebrare più volte, pensando che tanto più facilmente Dio si piega a misericordia, quanto più volte si commemora la passione di Gesù. Walafrido Strabone, riferendo questi uni diversi, cita da una parte l'esempio di s. Bonifacio, che celebrava una volta sola, e dall'altra di Leone III, che avrebbe celebrato talora fino a sette o nove volte nel medesimo giorno (cf. Walafrido Strabone, De rebus ecclesiasticis, I, cap. 21: PL 114, 945).

L'intervento ufficiale della Chiesa partí da prima da autorità ecclesiastiche inferiori, ma in diversa misura. Mentre vescovi riformatori del sec. x, come Dunstan di Canterbury e Oswald di York non permettevano che tre Messe al giorno (P. Batiffol, Legato sur la Messe, 7ᵃ ed., Parigi 1920, p. 58), allo stesso modo che i canoni pubblicati sotto Edoardo, re d'Inghilterra (m. nel 975; cf. Mansi, XVIII, 516) e il can. 5 del Concilio di Seligenstadt del 1022 (ibid., XIV, 397), il Concilio di Londra del 1200 e quello di Lambeth del 1206 non permettevano la b. se non di rado e per una necessità urgente: Natale, Pasqua, o per un funerale o un matrimonio o per supplire un parroco assente (L. Thomassin, op. cit., III, I. 1, capp. 72 e 73). In questo volgere di tempo cominciano a reagire anche i Papi : Alessandro II (m. nel 1073) dichiara essere sufficiente che il sacerdote celebri una sola volta al giorno, pur non riprovando una seconda Messa, se necessaria, specialmente ex devotione pro defunctis (Grat., Dist. I, De consecrat., cap. 3); Innocenzo III nel 1212 (Decr., I. III, tit. 41, cap. 3); e Onorio III (ibid., cap. 12) stabiliscono il principio di una sola Messa al giorno, riconoscendo l'eccezione delle tre Messe per Natale e di una necessità urgente. Ciò nonostante nelle chiese dell'Aragona l'uso di celebrare tre Messe anche il giorno dei morti rimase. Benedetto XIV lo concesse espressamente a tutti i sacerdoti latini soggetti alla corona di Spagna e di Portogallo (1748, P. Gaspari, CIC Juntas, II, n. 391, p. 169), privilegio che si mantenne nell'America del Sud, anche dopo la scomparsa dei regimi spagnuolo e portoghese; e che Leone XIII confermò (1897; ibid., III, n. 633, p. 512). E finalmente Benedetto XV lo estese a tutta la Chiesa latina (io ag. 1915; ibid., III, n. 706, p. 852).
II. La disciplina del CIC. -. L'attuale legislazione ecclesiastica della Chiesa latina è regolata dal can. 806, secondo questi princípi : 1) Salvo indulto apostolico o autorizzazione dell'Ordinario del luogo, ogni sacerdote non può celebrare che una sola Messa al giorno; si ammette però l'eccezione per il Natale e il giorno dei morti, in cui se ne possono celebrare tre ( S ); anche da quei sacerdoti che per privilegio dicono solo la Messa della Madonna o dei defunti (S. Congregazione dei Riti, 26 genn. 1920). 2) Gli Ordinari delle diocesi possono permettere la b. solo nei giorni di precetto, quando nella loro prudenza giudicano che per l'assenza o penuria di preti una parte notevole di fedeli non potrebbe assistere alla Messa (§ 2). «Penuria di preti - si ha qualora sul
posto non ce ne sia nessuno che possa o voglia celebrare all'ora fissata per comodità dei fedeli; «parte notevole» è computata la cifra di 20-30 fedeli (anche meno, quando si tratta di carcerati o di monache di clausura, che altrimenti non potrebbero usufruire della Messa); come «feste di precetto» si devono intendere quelle vigenti, e non le «soppresse», tranne il caso di consuetudine centennita o ab immemorabili. 3) La b. può essere concessa dall'Ordinario sia in una chiesa parrocchiale, distante dall'altra almeno un quarto d'ora di cammino, o in oratorio pubblico, situato a ca. un km . e mezzo dalla chiesa; o in oratorio semi-pubblico, anche se prossimo alla chiesa, in favore di monache di clausura o di gruppi o comunità importanti che hanno il proprio oratorio e non possono facilmente trasportarsi in chiesa; ma non in favore di un oratorio privato. 4) Il permesso di binare non può presumersi che nel caso di estrema necessità e quando non è possibile ricorrere all'Ordinario. 5) E necessario l'indulto della S. Sede per la b. in giorni non di precetto e per la trinazione (v.). 6) E ammesso che il sacerdote possa binare, senza necessità di particolare licenza, quando si tratta di compiere il S. Sacrificio, cominciato da un altro e accidentalmente interrotto o per procurare il Viatico ad un moribondo. 7) Il sacerdote che bina, se non è altrimenti dispensato, deve mantenersi digiuno per la seconda Messa; quindi nella prima non prendere le abluzioni. 8) Chi bina non può prendere due onorari per sé; ma se la seconda Messa ha onorario, questo va applicato all'opera indicata nell'indulto; può però accettare per sé un'indennità o retribuzione per qualcosa che è «estrinseco» alla Messa (canto, ora tarda, viaggio). 9) Il sacerdote che avrà presunto di celebrare due Messe nello stesso giorno, in violazione del can. 806, si espono a che l'Ordinario lo sospenda dalla celebrazione per un tempo determinato (can. 2229, § 2).

BimL.: Oltre ai comuni trattati di morale, cf. L. Thomassin, De veteve et nexus Ecclesiae disciplina, III, 1* ed. it., Lucca 1728. 1. 1. capp. 72-73: L. Eisenhofer, Handbuch der Kathol. Liturgie, II, Friburgo i. Br. 1933, pp. 20-23; E. Jombart, Binage, in DDC, II, coll. 889-98; C. Holbäck, Die Bination. Rechtsgeschichtliche Untersuchung, Roma 1943; Ch. de Clercq, Des Sacrements (Traité de Droit run., sous la direct. de R. Nav.), II, Parigi 1947, pp. 89-91.

Celestino Testore
BINBIRKILISA (Bin bir kilisâ, "Mille e una chiesa»). - Così vengono denominati i ruderi di una antica città bizantina della Liczonia(Axia Minord, caratterizzata da un gran numero di chiese. La zona desertica su cui sorge, ai piedi del Kara Dagh, fu visitata prima da L. de Labord, poi da H. Holtzmann, J. Smirnov, J. W. Crowfoot, J. A. Wilson, W. M. Ramsay e G. L. Bell, che ne studiarono i monumenti.

In origine B. doveva essere una tipica città provinciale della prima età bizantina e si è tentato { }² di identificarla con Barata. L'abbondanza degli edifici sacri, liturgicamente orientati, fa riconoscere la città come un importante centro religioso.

Sono state difatti rilevate una cinquantina di chiese; la { }^{°} datazione delle più antiche riasle al sec. v: queste sono raggruppate nella città bassa (dove ne vennero contate 28); le altre sorgono sul vicino altopiano, su cui si stabili, dopo l'invasione araba della fine del sec. viI, la nuova città fortificata. Molte delle chiese più antiche appaiono restaurate verso il sec. Ix, quando subentrò un nuovo periodo di relativa floridezza. Gli aspetti tipologici di tali edifici non si differenziano da quelli delle città vicine (Daouleh, p. es.). Si tratta di costruzioni in pietra da taglio, coperte per lo più a vòlte. E frequente l'adozione di uno schema basilicale a tre navate, divise da pilastri, con unica abside e nartece, fiancheggiate da ambienti laterali; le vôlte a botte vengono spesso rafforzate da

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arconi trasversali. Le dimensioni degli edifici sono generalmente assai modeste, ad eccezione di una basilica che - solo sotto tal riguardo - si differenzia notevolmente dalle altre.

Oltre agli organismi basilicali, si notano chiese ad unica navata con transetto disposto a croce egizia, edifici cruciformi a cupola ed alcuni esemplari di chiese a pianta poligonale.

La modestia dell'impianto costruttivo si rispecchia nella decorazione, dai poveri e scarsi ornati; nei monumenti di B. si nota talvolta l'arco oltrepassato, detto a ferro di cavallo, ed è possibile scorgervi influenze architettoniche siriache ed armene.

BbR.: J. Strzegowki, Kleinasien. Ein Neuland der Kunstgeschichte, Lipsia 1903, pp. 1-27 e passim; W. M. Ramsay e G. L. Bell. The Thousand and one Churches, Londra 1909; V. Clopiot, Galatie, in DACL, VI, coll. 67-74; H. Lederen, Kane Dagh, ibid., VIII, coll. 673-80. Guglielmo De Angelis D'Ossat

BINDI, Enrico. - Vescovo, scrittore, n. a Canapale (Pistoia) il 29 sett. 1812, m. a Pistoia il 3 giugno 1876. Fu per 24 anni, fino al 1856 , esperto professore di lettere nel liceo Forteguerri di Pistoia, indi rettore fino al 1859 , quando dovette ritirarsi perché giudicato di idee antiliberali. Ma già nel 1861 passava alla cattedra di teologia nel seminario, di cui fu nello stesso tempo rettore, finché nel 1867 fu nominato vescovo di Pistoia e Prato, e nel 1871 arcivescovo di Siena.

Dimostrò la sua valentia di letterato prima con i commenti ai classici latini della collezione di Prato: Cesare (1844-45), Orazio (1850), Plauto e Terenzio (1853), aggiungendovi notevoli studi introduttivi sugli autori e sul teatro comico latino, che, raccolti insieme, formarono poi il volume: Scritti sulla letteratura latina (Firenze 1865), e poi con la classica versione delle Confessioni di s. Agostino, uscita nella Collezione Diamante del Barbèra (ivi 1864) e in seguito, in edizione a sé stante con l'aggiunta della versione della Vita del Santo, scritta da Possidio (ivi 1869). Degne di nota anche le prefazioni alle Storie del Davanzati (2 voll., ivi 1852-53) e alle Poesie e prose dell'Arcangeli (ivi 1857). Uguale dignità e urbanità s'incontrano nei Panegirici e discorsi sacri e morali (2 voll., ivi 1861-64), nelle Lettere pastorali e umelie (Pistoia 1884) e nei trattatelli di filosofia, arte, estetica e morale, raccolti negli Studi varii (2 voll., ivi 1861-62), e ripubblicati postumi con il titolo di Religione e Morale (ivi 1904).

BbR.: G. Bensi, Mons. E. B. arcto. di Siena, Firenze 1876; C. Guasti, Ragguagli ed elagi, in Opere, III, Prato 1896, pp. 233-41; R. Fornaciari, E. B., in Rassegna nazionale, I (1913), pp. 361-68.

Celestino Testore
BINER, Joseph. - Gesuita e canonista svizzero, n. a Glaringen (Vallese) il 16 luglio 1697, m. a Rottenburg il 24 marzo 1766. Ricevuto nel 1715 nel noviziato di Landsberg, insegnò filosofia, teologia e poi 16 anni diritto canonico a Innsbruck, Dillingen eAmberg e fu rettore a Friburgo di Brisgovia e Rottenburg.

Oltre a una serie di scritti di controversia contro i protestanti, compilò una sposta di enciclopedia ecclesiastica (non però in forma di lessico), con speciale riguardo alla parte canonica: Apparatus eruditionis ad iurisprudentiam praesertim ecclesiasticam ( 6 voll., Innsbruck-Vienna 1747-49; la 3ᵃ ed. 1754-66 in 12 voll. [vi fu poi aggiunto un vol. d'indice] fu ristampata a Bologna; 5ᵃ ed. 1767 in 8 voll.). L'Apparatus è una vera miniera: dà, p. es., i canoni dei concili, i trattati di pace, ecc. Contiene molte dissertazioni canoniche ed anche storiche assai ampie; parecchie sono riprese in collezioni posteriori, come quelle di Zaccaria e di Migne.

BbR.: Sommersvogel, I, coll. 1484-88; VIII, col. 1840 ; Ruland, s.v. in Allgemeine deutsche Biographie, II, p. 650; E. Staehelin, Der Jesuitenorden und die Zehnate, Basilea 1923, pp. 86-88; B. Dube, Grech. der Jesuiten in den Ländern deutscher Zange, IV, Monaco 1928, p. 118; J. B. Mundwiler, s. v. in DHG, VIII, coll. 1923-1924.

Edmondo Lamalle
BINET, Etienne. - Scrittore ascetico, n. a Digione nel 1569, m. a Parigi nel 1639. Entrò nella Compagnia di Gesú in Italia a Novellara nel 1590;
tornato in Francia nel 1603, fu rettore a Rouen e Parigi, e tre volte provinciale. Amico di s. Francesco di Sales e di s. Giovanna Francesca di Chantal, che trovava il suo spirito «singolarmente conforme nella solida divisione a quello di monsignore» di Ginevra, può considerarsi fra i Gesuiti come il tipo del cosiddetto «umanesimo divoto».

Dei suoi numerosi scritti (più di 40), bisogna citare La pratique solide du saint amour de Dieu (Mons 1623), L'entrée royale de Jésus-Christ au monde (Rouen 1631, e sembra già nel 1623 l'anno stesso del capolavoro di Bérulle sullo stato e le grandezze di Cristo), Des attraits tout paissants de Jésus-Christ (Parigi 1631). Scrasse pure una serie di vite di santi, modelli per le diverse classi di persone, e tradusse dall'italiano il famoso Compendio intorno alla perfezione (Rouen 1620) della milanese Isabella Bellinzaga. Il trattatello Quel est le meilleur gouvenuement, le rigoureux ou le doux? (Parigi 1636) è d'ispirazione prettamente salesiana. Il B. si distingue per il suo ottimismo; ha cura di consolare, di presentare la pietà come fonte della vera felicità; notevoli in lui le effusioni affettive, l'abbondanza d'imagini e ricordi biblici, il tono familiare e concreto.

BbR.: Sommersvogel, I, coll. 1488-1503; P. Guéclore, E. B. et ses "merveilles de nature", in Revue d'hist. littéraire de la France, 9 (1902), pp. 640-45; M. Olphe-Guilhof, s. v. in D9o, I, coll. 1620-23; H. Bremond, Hist. littéraire du continent religieux en France, I, 10* ed., ivi 1924, passim; A. Piatier, Le p. L. Lallemand et les grands capitaux de son temps, II, ivi 1928, pp. 39-71, e III, ivi 1928, pp. 268-80; H. Fouqueraz, Hist. de la Comp. de Jésus en France, IV, Parizi 1923, pp. 124-26, 271-72. Ednando Lamalle

BINET, François. - Teologo e predicatore dell'Ordine dei Minimi, n. nel 1452, m. nel 1524, in fama di santità nel convento di Trinità dei Monti.

Era priore dell'abbazia benedettina di Marmoutiers presso Tours, quando conobbe s. Francesco di Paola, che Luigi XI aveva chiamato presso di sé per ottenerne la guarigione. Fu così colpito dalla sustea vita del Santo calabrese che se ne fece discepolo e abbracciò la regola dei Minimi. E divenne cerissimo al Santo. Suo segretario, lo coadiuvò nella redazione del Cerimoniale dell'Ordine.

Alla morte del Santo (1507) fu eletto a Roma, nel primo Capitolo, generale dell'Ordine. Per parecchi trienni alternò la carica suprema con quella di procuratore generale, lavorando con tanto zelo per il nascente Ordine, da meritare il titolo di "secondo fondatore".

Promosse la glorificazione di s. Francesco, conducendo la causa a compimento: sei anni dopo le morte del Santo la beatificazione (1513), dopo altri sei anni (1519) la canonizzazione. Le cronache del suo Ordine gli dànno il titolo di bente.

BbR.: G. Rebetti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, I, Roma 1902, p. 78 sgg. Gennaro Moretti

BINGHAM, JOSEPH. - Teologo anglicano, n. nel sett. 1668 a Wakefield (Yorkshire), m. il 17 ag. 1723. Dottore nella Università di Oxford, poi curato ad Headbourn-Worthy poi a Havant presso Portsmouth. Il suo lavoro principale è Origines ecclesiasticae or the Antiquities of the christian Church (io voll., Londra 1708-22; nuove edizioni si ebbero nel 1838-40 e nel 1855). Una traduzione latina fu subito curata da J. H. Grischow ad Halle nel 1724-29 che è anche più citata dell'originale, ed ebbe in seguito altre due edizioni. L'opera costituisce il primo saggio d'una visione sintetica del vasto campo delle antichità cristiane, abbracciante la gerarchia, l'ecclesiologia, l'organizzazione territoriale, i riti, la disciplina e il calendario della Chiesa primitiva. La materia abbondantissima, la perspicace chiarezza e l'oggettiva esposizione ne impongono ancor oggi il rispetto. Tuttavia per lo spirito anglicano che la informa fu messa all'Indice nel 1733.

BbR.: R. Bingham, Life of 7. B., (premessa alla ed. delle sue opere), Londra 1821-29; S. L. Ollard e G. Grosse, Dictionary of English Church history, ivi 1919, pp. 25-56. Benedetto Gioia

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BINI (Binius), Sevebino. - Canonista, n. a Randerath (presso Aquisgrana) nel 1573, m. il 14 febbr. 1641 a Colonia, dove svolse tutta la sua attività sacerdotale, magistrale e letteraria. Ordinato sacerdote e ottenuto la laurea in teologia ( 1600 ), fu ivi nominato canonico ed insieme professore universitario. Insegnò la storia ecclesiastica e il diritto canonico. Più tardi divenne rettore magnifico della stessa università ( 1627 -29) e vicario generale ( 1631-41 ).

La sua opera principale è Concilia generalia et provincialia (che ebbe tre edizioni: 1606 e 1618 a Colonia in 4 voll., 1636 a Parigi in 9 voll.). Essa contiene gli atti ed i canoni dei concili con i rispettivi commentari storicocanonici ispirati dagli Annales ecclesiastici del Baronio, nonché le lettere decretali e la vita dei romani pontefici. Oltre i Concilia il B. curò una nuova edizione delle Historiae ecclesiasticae: Scriptores Graeci (Sacrates, Theodoretus, Sazomenus, Eicagrins, Colonia 1612).

Bim.: J. Hartzheim, Bibliotheca Colonienis, Colonia 1747. p. 202: F. J. von Bianco, Die chemalice Universitit und die Gymnasien zu Köln, II, ivi 1850, p. 1369 sg.; Q. Quentin, J. O. Mani et les grandes collections conciliaires, Parigi 1900, pp. 21 34: Hefele-Leclereq. II, p. 102 sg.; F. J. Schaeper, s. v. in The Cult. Enc., II, p. 570: H. Koussen, Die alte Universitit Köln, Colonia 1934, pp. 403, 419, 432; J. B. Martin, s. v. in DThC. II, col. 900 sg .

Giovanni Crisostomo Jaros
BINTERIM, Anton Joseph. - Storico ed archeologo, n. il ig sett. 1779 a Düsseldorf, m. il 17 maggio 1855 a Bilk. Francescano nel 1796, nel 1802 secolarizzato in seguito alla soppressione dei conventi, parroco a Bilk (sobborgo di Düsseldorf). Pastore zelante e scrittore fecondo.

L'opera sua principale è Die voreäghichsten Deulozürdigheiten der chisithatholischen Kirche aus den ersten, mittleren und letzten Zeiten, mit besonderer Rücksichtnahme auf die Disciplin der hath. Kirche in Deutschland (Magonza 1825-41; 2² ed., 7 voll. in 17 tomi, ivi 1858 sg.). Il B. segue lo schema del De christiana ecclesiae primae, mediae et novissimea aetatis politia (Napoli 1777-81), di A. Pelliccia, archeologo napoletano, arricchendone di molto il contenuto, specialmente per quanto riguarda la Chiesa germanica. L'immenso materiale ivi accumulato è ancora molto utile, sebbene l'opera come tale in molte parti sia superata. Da notare anche la sua Pragmatische Geschichte der deutschen Concilien ( 7 voll., ivi 1833-48; 2² ed., 1851 sgg.) primo tentativo di una storia ragionata dei concili nazionali e provinciali germanici.

Una quantità di scritti minori, di carattere prevalentemente pastorale e polemico-apologetico, esercitarono a suo tempo un benefico influsso nella lotta dei cattolici contro l'aggressivo luteranesimo prussiano.

Bibl.: J. F. v. Schultze, Geschichte der Quellen u. d. Literatur des Kan. Rechtes von Gratian bis auf die Gegenwart, III, 1, Stoccarda 1880, pp. 323-29; C. Schönig, s. v. in LThK, II, col. 363. - La opera principali del B. sono elencate in W. Kosch. Das Kath. Deutschland, I, Augusta 1933, coll. 183-84.

Giovanni Crisostomo Jaros
BIOCENOSI. - Con il termine b. o associazione biologica, introdotto dal Moebius nel 1877, si definisce tutto il complesso degli esseri viventi, che convivono entro uno stesso ambiente e presentano perciò scambievoli rapporti, derivanti sia dalla semplice coabitazione dello spazio, che dall'istituirsi di scambi nutritivi o di altro genere. In una b. le piante dànno nutrimento ad animali vegetariani, i quali a loro volta cadono preda di animali carnivori; i vegetali autotrofi, capaci di produrre materia organica da sostanze minerali, funzionano perciò da organismi produttori, e gli animali da consumatori. Onde si svolga una completa circolazione della materia, è necessaria però la coesistenza dei cosiddetti organismi riduttori, rappresentati essenzialmente da batteri che degradano le sostanze organiche degli animali e vegetali morti, ritrasformandole in sostanze minerali utilizzabili nuovamente dalle piante.

Si dice autarchica una b. in cui i suddetti componenti son tutti rappresentati e funzionanti, e che pertanto sussiste in piena indipendenza dal mondo circostante. Sono frequenti però le b. meno sufficienti ai propri bisogni e dipendenti perciò da altre associazioni biologiche vicine : ne abbiamo esempi nelle profondità marine e nelle grotte, ove difettano i vegetali produttori. In generale, l'insieme dei viventi che popola la terra può definitsi una b. gigantesca, più o meno nettamente frazionata in associazioni biologiche minori. Fra i componenti di una b., oltre al suddetto rapporto di sopraffazione reciproca fra predati e predatori, sussiste sempre una competizione per la ricerca del nutrimento e della spazio; per ambedue questi fatti, ciascuna specie animale o vegetale vien limitata dalle altre nella propria moltiplicazione ed espansione, fino al raggiungersi di uno stato di equilibrio, denominato equilibrio biocenotico. Questo dipende anche da influenze fisiche ambientali, ed è soggetto a frequenti fluttuazioni per il variare dei fattori che lo regolano. Una violenta rottura di un equilibrio biocenotico può essere prodotta dall'introduzione di una nuova specie, che si moltiplica eccessivamente se non trova competitori efficaci nella b.; la successiva immissione di un nemico naturale ristabilisce però uno stato di equilibrio. Su ciò si basa la cosiddetta lotta biologica, usata largamente contro gli insetti dannosi per l'agricoltura.

Una teoria matematica per lo studio degli equilibri biocenotici è stata sviluppata dal Lotka (1925) e soprattutto dal Volterra (1927).

Bibl.: L. Cuénot, La genèse des espèces animales, 3ᵉ ed., Parigi 1932; U. D'Ancona, La lotta per l'esistenza, Torino 1942. Enrico Vannini
BIOCHIMICA. - La b. è quella parte della fisiologia che studia la composizione chimica e le proprietà chimico-fisiche degli organismi animali o vegetali per poter, successivamente, interpretare il dinamismo dei processi chimici e fisico-chimici che in quelli si verificano. Fine ultimo ed essenziale della b. è quello di stabilire le relazioni che intercorrono tra detti processi e le molteplici manifestazioni (funzioni) della vita. A seconda che l'oggetto è un organismo sano o malato abbiamo la b. normale o patologica.

I primi albori della b. risalgono a Paracelso (14931541), ed agli iatrochimici del sec. XVII; ma solo in quest'ultimo sessantennio, dopo l'impulso datole da Giusto V. Liebig (1850), essa si è sviluppata in modo vertiginosamente accelerato ed ha acquistato la forma e la sostanza di una scienza a sé. I progressi della b., oltre ad essere connessi con quelli compiuti in questo ultimo secolo dalla chimica e dalla fisica, sono anche da riferirsi alla geniale creazione di una metodologia multiforme e originale, appropriata alle necessità della nuova scienza che andava sorgendo e che sempre più attraeva gli studiosi per la sua promettente fecondità. E fuori discussione che oggi la b. rappresenta il portentoso fermento che, permeando tutte le scienze biologiche e la medicina in particolare, è riuscito in breve tempo ad incanalarle verso un nuovo indirizzo, aggiunto a quello vecchio morfologico, il quale, pur vantando un passato glorioso, si palesa ormai largamente sfruttato. Fra le più recenti conquiste della b. ricorderemo le vitamine, gli ormoni, l'individuazione di sempre nuovi enzimi e della loro costituzione chimica, i fenomeni di ossido-riduzione endocellulari, l'interpretazione dei fenomeni immunologici, la scoperta dei gamoni, degli organizzatori, ecc.

Per arrivare ad una obiettiva valutazione della

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posizione della b. nel campo delle scienze biologiche si tenga presente che l'unica forma di energia, di cui dispongono gli animali, è l'energia chimica, che essi introducono dal mondo esterno mediante gli alimenti. D'altra parte ogni manifestazione della vita può essere considerata, in senso lato, come una estrinsecazione energetica; e poiché la legge della conservazione dell'energia non ammette deroghe, ne deriva che anche le manifestazioni della vita devono essere interpretate come la risultante di trasformazioni dell'originaria energia chimica in altre forme di energia (meccanica, osmotica, di superfice, ecc.). Così, ad es., la funzione dei muscoli essenzialmente consiste nella trasformazione dell'energia chimica del metabolita fondamentale dei muscoli, il glicogeno, in energia meccanica.

Gli organismi vegetali, a differenza di quellianimali, oltre che di energia chimica, derivante dalle sostanze energetiche che essi possono assumere, dispongono anche di energia raggiante solare; ma quest'ultima, appena captata dal vegetale, viene trasformata, in virtù dell'azione clorofilliana, in energia chimica, mediante la sintesi di sostanze organiche, ricche di tale forma di energia. Ne consegue che anche per i vegetali, come per gli animali, l'energia iniziale, dal cui sfruttamento derivano le diverse funzioni, è sempre energia chimica.

Basterebbe questa semplice constatazione per collocare la b. alla base di qualunque branca della biologia (v.). Essa infatti punta direttamente sul determinismo fisico-chimico delle funzioni biologiche e tende a rilevare ed a ordinare gli anelli costituenti le complesse catene di fenomeni che intercorrono fra una determinata funzione e l'energia chimica che di tale funzione è la ragione prima e necessria, attraverso i processi metabolici. Poiché la b. è riuscita a decifrare e conoscere i processi biochimici che stanno alla base di molti fenomeni della vita e poiché le ininterrotte sue conquiste lasciano credere, con fondata speranza, che tale conoscenza si estenderà a tutti i fenomeni di tal genere, può farsi strada la convinzione che attraverso i continui progressi della b., verrà, presto o tardi, soddisfatta l'antica e persistente tendenza dell'uomo di spiegare la vita con un semplice ed esclusivo meccanicismo fisico-chimico. Questa convinzione però è frutto di una superficiale impressione sorta di primo acchito; a chi, invece, si addentra alquanto nello studio della b. s'impone ben presto la constatazione che i progressi, via via sempre più sensazionali di questa scienza, conducono inevitabilmente alla dimostrazione che al di sopra dei fenomeni fisico-chimici verificantisi negli esseri viventi, esiste un fatto che quelli domina e sovrasta; e questo fatto è precisamente la sorprendente coordinazione, con cui tali fenomeni sono condotti verso una finalità, che solo un cieco partito preso può tentar di misconoscere e di negare. Di qualunque estrinsecazione vitale noi imprendiamo ad indagare il determinismo fisico-chimico, sempre dovremo pervenire alla conclusione che i processi fisico-chimici, che di tale estrinsecazione vitale rappresentano il substrato materiale ed energetico, nella loro enorme complessità e nella loro infinita modalità di evolversi, sono in ogni caso coordinati nel tempo e nello spazio in modo cosi perfetto e cosi adeguato che il loro risultato è evidentemente diretto alla soddisfazione di un qualche scopo, che si identifica con una qualche funzione dell'organismo. Ma nell'atto stesso in cui una funzione scaturisce da questa complessità di processi chimici e fisici, che su-
pera ogni immaginazione e che è sempre coordinata, il trapasso tra il materiale e l'immateriale è già avvenuto, perché nella funzione, appunto perché tale, noi siamo costretti, volenti o nolenti, a riconoscere sempre una qualche finalità di ordine più o meno elevato; e tra questa finalità ed i singoli processi chimici e fisici che hanno preceduto la funzione, a cui la finalità stessa si riferisce, non riusciamo a trovare alcun nesso di causalità, ma di semplice determinismo, in quanto essi processi permangono inesorabilmente ciechi e fatali, come è caratteristico di qualunque processo fisicochimico.

Ciò dunque che contraddistingue la vita e che la b. tanto più fa spiccare, quanto più essa progredisce, non è l'infinita possibilità di fenomeni fisico-chimici, insita nei tessuti e negli organism