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da Acri (1669-1731), cappuccino, beatificato da Leone XII nel 1823 .

Bibl.: G. Fiore, Calabria illustrato, III, 2, Napoli 1743. pp. 347-49; L. Pagano, B. in Euc. dell'Eccles., IV (1845), pp. 423 432; id., B., Napoli 1833; F. Gallo, Cronistoria dello citto di B., Cosenza 1901; B. Donizidvi, La sede tevvesile e la cattedrale di R., in Cronaca di Calabria, 18 giugno 1936.

Francesco Russo
BISMARCK, diocesi di. - Nello Stato del North Dakota (Stati Uniti d'America), suffraganea di S. Paolo di Minnesota. Eretta il 31 dic. 1909 con lo smembramento della diocesi di Fargo, B. comprende la parte occidentale dello Stato con una superfice di più di 96.375 mathrm{~kmq}. In questa diocesi, a Richardson, si trova l'abbazia benedettina di S. Maria dell'Assunzione, fondata nel 1901 dal padre dom Vincenzo Werle, O.S.B., il quale fu, in seguito, il 9 apr. 1910, eletto primo vescovo di II.

Statistiche: 48.809 cattolici, appartenenti per la maggior parte a famiglie tedesche immigrate soprattutto dalla Russia e dall'Ungheria, 154 sacerdoti diocesani e 79 regolari, 78 parrocchie, 29 cappelle, 74 missioni, 4 stazioni, I collegio maschile, 10 scuole superiori diocesane e parrocchiali; nel 1947 si ebbero 219 conversioni.

Bibl.: AAS, 2 (1910), p. 290; 3 (1911), p. 396; M. C. Coyle, s. v. in The Cuth. Eoc., XVI; Index, (1914), pp. 10-11; XVII (Suppl. 1922), p. 110 sg.; J. H. O'Donnell, The catholic hierarchy of the United States 1750-1922, Washington 1922, pp. 205206; E. Van Cauwenbergh, s. v. in DIIG, IX, coll. 8-9; The Official Catholic Directory, Nuova York 1947, parte 2*, pp. 333-36.

Carrado Mario
BISMARCK, Otto Eduard Leopold, von. - Statista tedesco, detto il Cancelliere di ferro, n. a Schönhausen il 1^{°} apr. 1815 , m. a Friedrichsruhe il 30 luglio 1898 . Dimostrò ben presto speciali attitudini alla vita politica; infatti entrò giovanissimo a far parte della Dieta riunita da Federico Guglielmo IV; fu quindi ambasciatore a Parigi ed a Pietroburgo. Nominato presidente del Consiglio nel 1862, la sua politica fu rivolta soprattutto all'affermazione dell'egemonia prussiana sui minori Stati tedeschi, in opposizione all'Austria, la quale, dal canto suo, mirando a contrastare la Prussia, aveva convocato il 17 ag. 1863 in Francoforte una Dieta di principi tedeschi cui sottoporre una riforma federale. Ma l'astensione, per suggerimento del B., di Guglielmo I di Prussia, che nel frattempo era succeduto al fratello Federico Guglielmo IV, frustrò i disegni degli Asburgo.

Fu questo il primo successo politico del B., giacché la posizione dell'Austria si faceva sempre più delicata, trovandosi essa isolata dall'Inghilterra e dalla Francia e con la Russia avversa. Nuovi disaccordi sorsero ancora tra Austria e Prussia in seguito alla vittoriosa conclusione della guerra contro la Danimarca, condotta insieme, per i ducati di Schleswig, Holstein e Lauenburg, dissensi che, del resto, il B. si adoperava sempre più ad incrementare, per giungere

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(Int. Pont. eacmissione di archrologia suene)
BISOMUS - Lastra sepolcrale del sec. IV - Roma, cimitero di Priscilla.
ad una completa rottura. Assicurata, infatti, la neutralità della Francia e stretta una formale alleanza con l'Italia, ne venne un conflitto, conclusosi con la vittoria di Sadowa ( 2 luglio 1866) in favore della Prussia, per cui l'Austria si vide esclusa da ogni influenza negli Stati tedeschi, mentre la Prussia procedeva all'annessione dell'Hannover e dei ducati dell'Holstein e dello Schleswig, e d'altra parte l'Italia otteneva il Veneto. Furono i prodromi dell'impero germanico fondato e tenuto dalla Prussia e compiutosi poco dopo con la vittoria di questa sulla Francia (1871) e con la conseguente creazione dell'Impero germanico.

La politica aggressiva di B. e l'istituzione dell'Impera germanico turbarono duramente la politica dei moderati, che negli anni 1870-71 ebbero a veder crollare il sogno europeistico-liberale, proprio perché la politica di B. fu l'attuazione del puro spirito di conquista (cf. F. Chabod, Il pensiero europeo della Destra di fronte alla guerra franco-prussiana, in La Comunità internazionale, I [1946], p. 221 sgg.). Anche all'apogeo dei suoi successi il B. fu costretto a superare difficoltà gravissime, soprattutto nel tentativo di asservire ai suoi disegni la Chiesa ed i cattolici tedeschi. Ebbe appunto in tal modo inizio quella lotta, alla quale fu dal Virchow dato il tendenzioso nome di Kulturkampf (lotta per la civiltà), e che il B. condusse col pretesto di difendere i diritti dello Stato e di combattere l'ultramontanismo politico del clero, ma che di fatto con ogni mezzo tendeva a staccare il cattolicesimo germanico da Roma, asservirlo al governo, renderlo facile preda alla penetrazione luterana, distruggendo, se possibile, le fiorenti organizzazioni sociali e di partito dei cattolici tedeschi. Iniziatasi nel 1871 col rifiuto da parte del governo di riconoscere il dogma della infallibilità pontificia ed in concorso con altri fattori, tale lotta si prolungò fino al 1887 , toccando il suo culmine con le cosiddette «leggi di maggio» del 1873 -74-75, decisamente oppressive, per cuinon pochi vescovi furono imprigionati. Ma di fronte al risoluto atteggiamento mantenuto dai cattolici, guidati dal Windthorst e da altri energici capi, la contesa andò man mano risolvendosi in netta vittoria cattolica, fintantoché non si addivenne ad una riconciliazione. Le leggi di maggio furono riesaminate, le relazioni diplomatiche col Vaticano riprese, e dallo stesso B., che aveva avuto modo di riconoscere il grave errore politico in cui era caduto, fu richiesto a Leone XIII l'arbitrato nella questione delle isole Caroline (1887).

La stella del B. andò poi fatalmente declinando; infatti l'assunzione al trono di Guglielmo II segnò la fine del suo prestigio e della dispotica sua autorità, per cui egli il 18 marzo 1890 abbandonava il potere ritirandosi a Friedrichsruhe, ove m.

Bibl.: P. Matter, B. et son temps, Parigi 1903-1908; G. Govan, B. et l'Eglise, ivi 1911-13; H. Plohn, Bismarck's auswärtige Politik, Monaco 1919; O. Becker, B. und die Eisberiung Deutschlands, 2 voll., Berlino 1923-25; A. O. Meyer, Bismarck's Kampf mit Österreich (1831-30), ivi 1927; S. Kardorff, B., 2² ed., ivi 1930; E. Wertheimer, B. im politischen Kampf, ivi 1930: O. Quandt, Die Anfänge der Bismarchschen Sozialgesetzgebung und die Haltung der Parteien, ivi 1938; W. Windelband, B. und die europäischen Grossmächte (1879-83), Essen 1940; T. T. Häjer, B., Decazes och den Europeiska Krisen 1873, Uppsala 1940; E. Eyck, B., Leben und Werk, 3 voll., Erlenbach 1941-44; E. Schmidt, B.s Kampf mit dem politischen Katholizismus, Amburgo 1942; H. U. Rentsch, B. im Urteil der schweizerischen Presse, 1880-89, Basilea 1943. Niccolò Del Re

BISMILLAH : v. ISLAMISMO.
BISOMUS. - Sottinteso locus, significa una sepoltura per due salme ed è terminologia propria dei cimiteri romani. Come i vocaboli simili trisomus e quadrisomus, si riferisce propriamente ai profondi loculi praticati orizzontalmente nelle pareti verticali delle gallerie sotterranee, mentre le ampie fosse scavate nel suolo, con posti multipli separati da lastre marmoree, si dicevano piuttosto biscandone e terucandone. Quella terminologia fu pure applicata ai grandi sarcofagi e alle fosse degli arcosoli. Il suo carattere ibrido grecolatino ne rivela l'origine e l'uso popolare; rarissima e di uso non cristiano è la forma schiettamente greca disomus. v. pure toxiba.

Bibl.: G. B. De Rossi, Roma sotterranea, III, Roma 1877, pp. 412 e 416; H. Leclercq, s. v. in DACL. II, col. 910 sg.

Antonio Forna
BISPING, August. - Esegeta cattolico tedesco, n. ad Albersloh l'ir maggio 1811, m. a Münster il 17 marzo 1884. Sacerdote nel 1836, fu libero docente all'Accademia teologica di Münster, professore straordinario nel 1850 , ordinario nel 1855 , e rettore dell'Accademia negli anni 1861-62 e 1875-76.

E stato il primo dei moderni esegeti cattolici a commentare tutto il Nuovo Testamento; prima le Epistole di s. Paolo ( 3 voll.), poi gli Evangelì e gli Atti (4 voll.); infine le Epistole cattoliche e l'Apocalisse (2 voll.). Questi nove volumi, usciti in diversi anni ed edizioni, formano il suo Exegetisches Handbuch zum N. T. (Münster 1854-76).

L'esegesi del B. non si distingue molto per la sua originalità, e manca di profondità di pensiero nei luoghi di qualche importanza dommatica. Particolari riserve sono state fatte sul suo commento dell'Apocalisse. Ma la bre-

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vità, la chiarezza ed il metodo di esposizione sono il merito principale dell'opera, che si raccomanda per la sua praticità.

Bibl.: Literarische Rundschau für das katholische Deutschland, 10 (Friburgo in Br. 1884), col. 219 sg.: F. H., in Literarischer Handwaber zunächst für das katholische Deutschland, 1867, col. 245 sg. e 341 sg.: A., ibid., 1875, coll. 345-48; Lauchert, in Allgemeine deutsche Biographie, XLVII (1903), pp. 1-2; Horter, V. col. 1384 .

BISTICCI, Vespasiano da. - E il più famoso dei grandi cartolari (1421-98), come si dicevano i librai del Rinascimento prima della stampa; e il suo paradigma nel mondo classico potrebbe essere Attico, l'amico di Cicerone.

Finché la cultura rimase medievale, cioè circoscritta alla cerchia ecclesiastica, il copiare e miniare codici fu cura e privilegio dei monaci; né rappresentarono una rivelazione gli scriptoria del pur tanto fecondo rinascimento carolingio. Ma, in seguito, con il divulgarsi e laicizzarsi del sapere, attraverso le scuole vescovili e le universita, gli strumenti di esso furono sempre più largamente richiesti. Non si trattava di domandar cose nuove (sebbene, in ogni tempo, lo scoprir codici non sia stato altro che un sapersi informare dove fossero e come si potessero raggiungere), ma di ottenere nuove copie; ed entrò in scena il cartolaro. Il quale non è lo scopritore, ma il divulgatore della scoperta. Il signore che voglia possedere nella sua biblioteca un antico nell'originale (o, talora, se greco, in latino) si rivolge a lui. Cosi il B. vide alla sua bottega molti potenti della terra (prima che l'avvento della stampa lo spodestasse); fu, in quella materia, l'uomo di fiducia dei Medici; s'assise intermediario fra i cercatori e i distributori di sapienza (i dotti); di molti di questi ci lasciò il ritratto in un libro meritamente famoso e sempre piacevole alla lettura: Vite di Comini Illustri del secolo X V. L'Umanesimo con il religioso sentimento della sapienza da esso infuso nella coscienza del mondo vi traspare candido, esemplare. Per chi scrive quelle pagine, luce, onore, forza del mondo non è il potente, ma l'uomo di lettere. Il quale però raggiunge il massimo della sua dignità non quando crea ex novo, ma quando contribuisce al ricupero e alla rifecondazione dell'antica sapienza traducendo e componendo (due verbi inscindibili nella prosa del B. quasi come un'endiadi). E, per comporre egli intende ricavare florilegi dell'antica sapienza (e ne uscirono i famosi «trattati»). Papa Niccolò V, egli dice, avendo condotto a Roma molti uomini dotti con grandissimi salari, iscrisse a Firenze a messer Giannozzo Manetti che venisse a Roma per «tradurre e comporre». Cosi, offrendo gli strumenti al risorgimento della Sapienza, il buon cartolaro si sente coadiutor minimo di quel Niccolò V che nel propugnare quest'immensa opera di pietà universale è il più grande e il più strenuo. Dice il B.: «Se al tempo di Scipione Africano, non fosse stato Livio e Sallustio, ed altri degli scrittori, periva la fama di si degno uomo insieme con lui e con essa periva quel grande esempio di virtù».

L'illuminare il mondo, attribuito dal B. a scrittori e storici, significa nettamente «salvare». Nel suo libro egli vuole solo raccontare le "vite» dei grandi sacerdoti che egli, povero scaccino, ha visto officiare nel tempio della sapienza. Li ha conosciuti troppo da vicino per non averne avvertite anche le debolezze; ma li venera troppo per non essere naturalmente portato a idealizzarli : fra i due estremi procede con misura e con garbo; dove non servono alla morale li riduce o li caccia dal tempio.

Bibl.: V. Rossi, Il Omattracroto, Milano 1933, pp. 36 sg., 191 sg.; G. Toffanin. Storia dell'umanesimo, Bologna 1943, pp. 219 -24. Giuseppe Toffanin

BISTOLFI, Leonardo. - Scultore, n. a Casale Monferrato il 14 marzo 1859 , m. a Torino il 2 ott. 1933. Da una preparazione naturalistica passò ad una idealizzazione della realtà ispirata alle simasse eleganze dello stile floreale e, specialmente nei bassorilievi, mostrò una sensibilità più pittorica che plastica. Anche quando affrontò temi monumentali (la Croce per la tomba Orsini) a Staglieno (Genova), il monumento a Segantini a S. Maurizio e quello a Carducci a Bologna, raramente raggiunse la necessaria sintesi plastica e architettonica. Le sue opere d'arte sacra, come il Crocefisso per la tomba Brayda a Villarbasse (1901), che, per le sue braccia non perfettamente distese, fu accusato di giansenismo, danno la sensazione che egli in qualche modo restasse al di fuori della stretta tradizione dell'arte cattolica. La sua produzione, in ogni modo, per una certa vena spiritualistica, é in aperto contrasto col gusto materialistico allora diffuso.

Fu senatore del Regno e ricoprì importanti cariche pubbliche.

Bibl.: L. Motta Ciaccio, s. v. in Thieme-Becker, IV, pp. 6971 (con bibl.): U. Ujetti, L. B., in Ritrattt d'arristi italiani, Milano 1911, pp. 127-41; L. B. (so tavole), ivi 1912; K. Parker, L. B., in Art in America, 11 (1923), pp. 260-68; A. Giglianti d'Andrea, L. B. nelle sue ultime concezioni artistiche, in Emporium, 27 (1923), pp. 240-48; V. Falletti, L. B., il Maestro del sentimento, in Torino, 10 (1933), pp. 39-49; E. Marchetti, L'arte di L. B., in Marmi, Pietre, Graniti, 5 (1933), pp. 3-10; E. Mazzucro, Per L. B., in Alexandria, 2 (1934), pp. 342-44; A. Biancotti, Il Cristo nell'arte di L. B., ibid., 6 (1938), pp. 109-14. Corrado Mezzana

BISTRICA. - Piccola città della Croazia settentrionale con grande santuario mariano, le cui origini rimontano all'anno 1545 , quando il popolo, fuggendo dinanzi ai Turchi, vi portò la miracolosa statua della Madonna col Bambino in braccio, prima venerata a Vinski Vrh. D'allora B. diventò il centro del culto mariano, dei pellegrinaggi e della devozione popolare di tutta la Croazia superiore. La cronaca del santuario registra innumerevoli miracoli e grazie ottenuti per l'intercessione della Vergine. I pontefici Benedetto XIV e Clemente XIII arricchirono il santuario di insigni e numerosi privilegi, mentre Pio XI lo innalzò alla dignità di basilica minore. Nel 1935 la statua della Vergine, proclamata regina dei Croati, fu solennemente incoronata dal metropolita croato di Zagabria. Cosi oggi il santuario di B. è per la Croazia una seconda Pompei.

Bibl.: B. Braidit, La venerazione per la Madonna in Croazia, in Croazia Sacra, Roma 1943, pp. 284-88. Pietro Capkun

BISTUA. - Ai Sinodi di Salona del 530 e 533, appare anche Andria, vescovo bestaensis ecclesiae. La sua diocesi era vasta ma molto povera; il Sinodo salonitano del 533 decise di smembrarla a cum Divinitas propitiata concesserit n. Non consta se ciò sia anche avvenuto poiché, in seguito, le invasioni degli Avari e degli Slavi annientarono quasi completamente il cristianesimo in quelle regioni.
B. Nova era un municipio romano sul luogo dell'odierna città di Zenica (Bosnia), dove fu scoperta una celebre basilica paleocristiana a due navate (basilica gemina), mentre B. Vetus si trovava alle sorgenti del Rama presso il villaggio di Varvara. Il vescovato di B. era il predecessore della diocesi medievale bosnica.

Bibl.: D. Farlati, Illyricum Sacrum, II, Venezia 1753, pp. 162-74; M. Venino, Proa pojava hrklaustva u Bosni, Povirat hrv. zemalja Bosne i Hercegovine, Sarajevo 1942, pp. 140-42. Stefano Draganović

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BitONTO - Loggetta romanica del fianco destro della Cattedrale (fine sec. XII-inizio sec. XIII).

BITINIA. - Regione occidentale dell'Anatolia settentrionale confinante a nord col Mar Nero, a est con la Pallagonia, a ovest con la Propontide (Mar di Marmara) e il Bosforo, a sud con la Galazia e la provincia dell'Asia. I suoi più importanti centri furono Calcedonia sul Bosforo, a sud di essa Nicomedia (oggi Ismid), ancora più a sud Nicea e Prusa (oggi Brussa), antica residenza dei re bitini. Occupata dai Romani nel 74 a. C. dopo la morte dell'ultimo re Nicomede III, che la cedette per testamento, divenne una delle sei province romane dell'Anatolia, dapprima amministrata dal senato, più tardi dall'imperatore. Nel 65 o 64 a. C., sconfitto Mitridate, le fu annessa la parte occidentale del Regno Pontico col litorale della Paflagonia, e la provincia si denominò Bithynia et Pontus. Ma le differenze etnico-religiose delle due regioni B. e Ponto rimasero: cosi troviamo i gran sacerdoti e presidenti del popolo distinti, ossia il bitiniarca ed il pontarca. La B. è una delle regioni dell'Asia Minore in cui il cristianesimo fece più rapidi progressi. E menzionata in I Pt. 1, 1, tra i destinatari dell'epistola: ciò che fa supporre che sia stata evangelizzata dallo stesso apostolo Pietro. Si vuole che il primo vescovo sia stato Procoro, uno dei sette primi diaconi. Nella famosa lettera di Plinio il Giovane a Traiano (Ep. 10 ad Trai.) leggiamo che la religione cristiana era largamente diffusa non solo nei grandi centri ma anche nei villaggi e nelle campagne, e che le leggi persecutorie contro i cristiani esponevano alla morte una grande moltitudine di gente d'ogni età e condizione ("multi omnis actatis, omnis conditionis "). In quell'occasione molti versarono il sangue per la causa della fede. Altri martiri vi furono nella persecuzione di Decio, tra i quali Trifone, a cui fu dedicato un
" titolo " in Roma. Ma il più grande numero di martiri si ebbe sotto Diocleziano (v.), che nel 285 aveva fissata la sua residenza a Nicomedia, e divenne per istigazione del genero Galerio, il più fiero persecutore dei cristiani, con l'editto del 303. La grande chiesa di Nicomedia e gli altri edifici sacri vennero distrutti; molti furono i martiri. Il retore Lattanzio (v.), che da Diocleziano era stato chiamato a Nicomedia a tenere la cattedra di eloquenza, fu tratto alla religione cristiana dall'esempio di questi martiri. La persecuzione continuò ancora sotto Galerio e Massimino Daia, finché l'editto di Milano (313) restituì la pace alla Chiesa di B. Poco dopo si accesero le controversie ariane, e la B. vi fu coinvolta, massime per l'influsso di Eusebio vescovo di Nicomedia. Il 1^{°} Conc. ecumenico si tenne a Nicea (v.) di B. (325), per reprimere l'eresia ariana. Altri due concili ecumenici si tennero in B. : il IVo a Calcedonia (v.) contro il monofisismo (451), e il VII { }^{°} ecumenico, a Nicea (787). Anche la vita monastica fiorì largamente nella B. e molti monasteri erano disseminati per tutta la regione, particolarmente nell'Olimpo bitinico. L'invasione persiana e la conquista turca cancellarono quasi del tutto le tracce d'un passato cosi glorioso.

Bull.: G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., IV. Torino 1914, pp. 172-75; R. Janin, Bithynie, in DHG, IX, coll. 20-28; U. Holzmeister, Comment. in I Ep. 1. Petri (Curs. Script. Sacros, 3² serie, XIII, 1), Parigi 1937, pp. 187-90. Gaetano Stano

BITONTO, diocesi di. - In provincia di Bari. Abitata da una colonia greca della quale sono rimaste tracce di suppellettile e monete con l'iscrizione BYTON'TINON fu poi conquistata dai Romani e divenne municipio, ma andò in decadenza per le inva-

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(fel. alinari)
Bitonto - Portale principale della Cattedrale
(fine ser. xil - inizio sec. xili).
sioni barbariche. Non si hanno notizie sicure circa l'erezione della diocesi di B. Molto incerto è il vescovo attribuito alla metà del sec. viII. Solo verso la fine del sec. xi si può ricordare il vescovo Arnolfo (1087). Successivamente sono noti i vescovi Bisanzio (i i i3), Giovanni (1179) e due anonimi: al primo ca. il 1200 scrisse Innocenzo III, il secondo fu traslato a Mileto da Innocenzo IV nel 1252. Poi si stabilisce un elenco regolare fino al 1818 , quando Pio VII unì aequo principaliter B. a Ruvo, suffraganea di Bari. Nel sec. xvi ne furono amministratori alcuni cardinali come Giambattista e Gianfrancesco Orsini, Giulio de' Medici e per due volte Alessandro Farnese.
B. ha conservato la sua curia episcopale con seminario minore; ha oltre 36.000 ab. con 15 parrocchie, 52 sacerdoti diocesani e 6 regolari. Si ricordano le abbazie di S. Leone degli Olivetani e le due femminili di S. Pietro Nuovo delle Olivetane e delle Benedettine alle Vergini.

Bibl.: H. W. Kiewitz, Zur Geschichte der Bistumsorganisation Campaniens und Apuliens, in Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken (Preuztisches historisches Institut), 24 (Roma 1932-33), p. 57; L.-H. Cottineau, Répertoire topo-bibliographique des abbayes et prieurés, I, Mâcon 1939, coll. 384-83.

Enrico Iosi
Arte sacra. - Monumento principale della città è il Duomo (S. Valentino) cominciato a costruire nel xir sec. nel luogo medesimo dove era una chiesa benedettina dedicata all'Assunta e portato a compimento nel corso del '200. Nella disposizione generale la grande chiesa ripete il modello del S. Nicola di Bari.

All'esterno la facciata è divisa in tre zone da due lesene che fiancheggiano il corpo centrale; questo ha uno splendido portale con archi molto adorni ed un architrave con rilievi e due grifi su colonnine sorrette da leoni. Sopra è
una coppia di bifore e quindi il rosone pur esso ricco di decorazioni a rilievo. Il fianco ha sei arcate su pilastri e quindi un loggiato o matroneo composto di sei esafore con trenta colonnine. Molto ricca di decorazione anche la testata del transetto di destra con il doppio ordine di due bifore ed una grande rosa. Bellissimo anche il tratto absidale con una finestra riccamente intagliata e fiancheggiato da due campanili più volte restaurati nel corso dei secoli. L'interno imponente ed armonico, è diviso in tre navate da 8 colonne e 4 pilastri. Lo schema della pianta è a croce egiziano trasformata in un rettangolo per via delle cappelle laterali che sporgono fino alla larghezza del transetto. Bellissimi i capitelli delle colonne su cui impostano solenni archi a pieno centro. Al di sopra sei grandi bifore e quattro monofore per lato. La navata maggiore ed il transetto hanno il tetto a capriate, le navate laterali invece hanno coperture a vòlta ma del sec. xviri. Nell'interno del Duomo hanno lasciato testimonianze notevoli della loro attività alcuni artisti pugliesi della ctà romanica. Primo fra tutti quel Nicola - magister et sacerdos - che a ridosso del pilastro di destra presso il presbiterio scolpiva nel 1220 il bellissimo ambone, e quindi quel Bonifacio che nel 1240 scolpiva il pergamo ove il rilievo è rinvigorito da incastri di vetri colorati, e infine quel Qualtiero da Foggia che qualche anno più tardi scolpiva il ciborio di cui rimangono solo alcune graziose colonnine ed una cornice oggi balaustra del seicentesco sepolcro del card. Fabrizio Carafa.

Interessante la cripta vasta quanto la nave trasversa e divisa in quattro navate da 30 belle colonne. Nel tesoro si conservano alcuni reliquari e arredi sacri di pregio. Attiguo alla Cattedrale è il seminario e il palazzo vescovile ove sono raccolti frammenti di scultura romanica. La chiesa di S. Francesco costruita negli ultimi anni del sec. xir conserva la primitiva facciata con il portale ad ogiva e sopra una trifora con l'arco mediano più alto dei laterali. La chiesa di S. Domenico invece è quattrocentesca. Di qualche interesse per la storia dell'architettura sono anche la chiesetta di S. Valentino probabilmente fondata nel sec. xir, e l'abbazia di S. Leone. E questa una costruzione che vanta origini molto remote (sec. III). Fino al ' 300 l'ebbero i Benedettini poi gli Olivetani e quindi i Francescani. Le sue parti più antiche risalgono al sec. xili e al xiv. Ha finestre ed arco trionfale ad ogiva e, nell'abside, una interessante serie di affreschi trecenteschi. Il campanile invece è del Duccento, mentre il chiostro fu costruito nel primo venticinquennio del Cinquecento.

Fra le costruzioni chiesastiche dell'età barocca è opportuno rammentare, oltre la chiesa di S. Gaetano e quella del Crocefisso, anche la chiesa di S. Francesco di Psola rifatta nel ' 700 con il suo alto campanile.

A B. s'incontrano di frequente interessanti edifici civili medievali, e del Rinascimento. Fra questi ultimi sono da ricordare la palazzina Grottola, con un piano terreno a bugnato e quindi una loggia a due arcate; il palazzo Sylos Labini con il bel portale quattrocentesco ed il palazzo Sylos Calò.

Bibl.: E. Bernich, L'architettura nelle Puglie: Il Monastero di Z. Leo a B., in Rassegna Pugliese, 11 (1894), pp. 163-66; F. Carabelleze, L'attivita artistica nella citta di B. attraverso il sec. XV e XVI, in Napoli Nobilissima, 8 (1899), pp. 8-11; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904, passim; P. Tuesca, Storia dell' Arte Italiana: il Medioevo, Torino 1927, pp. 602, 832, 906; E. Grazia, s. v. in Enc. Ital., VII, pp. 115-16.

Emilio Lavagnino
BIXIO, Giuseppe. - Missionario, fratello del generale garibaldino Nino. N. in Genova il 23 maggio 1819, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1838. Professore di retorica a Cagliari, quando la rivoluzione del 1848 cacciò i Gesuiti dalla Sardegna, passò negli Stati Uniti, e lavorò fino al 1855 nel Maryland, poi nella California. La guerra di secessione (1860) lo richiamo negli Stati dell'est, dove assunse le funzioni di cappellano presso i soldati, non senza correre gravissimi pericoli per sospetto di spionaggio. Dopo la guerra riprese in California (salvo un anno in Australia, 1878-79), le sue mansioni

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pastorali a S. José, poi a S. Clara, dove m. il 3 marzo 1889. Addolorato per l'atteggiamento preso dal fratello, ebbe vivo desiderio di compensare, col suo zelo apostolico, il danno recato da lui alla Chiesa.

Edmondo Lamalle
BIZACENA: v. afRICA SETTENTRIONALE.
BIZANTE: v. PAMMAchio.
BIZANTINA, ARTE. - Della civiltà che si sviluppò nell'Impero romano d'Oriente, con centro Costantinopoli, tra il sec. vi e il xv, l'espressione artistica fu senza dubbio la più alta e la più raffinata. Fu il linguaggio figurativo d'una società sulica, che ereditò e tramandò ininterrotto, insieme con le forme del cerimoniale monarchico tardoromano, il patrimonio formale e iconografico del cristianesimo primitivo.

Il problema delle origini dell'a. b. è uno dei più dibattuti e controversi di tutta la storia dell'arte; ma le ragioni di tale inquictudine critica potrebbero risiedere in un equivoco, dovuto alla stessa impostazione del problema, che appare in larga misura illegittimo. Infatti la cultura artistica bizantina non ebbe, propriamente, origini : il suo carattere specifico fu fin dagli inizi quello d'una piena, raffinata maturità, e quasi seniltà. Essa fissò in una tradizione secolare l'aspetto più colto e sulico dell'arte tardoromana e paleocristiana: cioè, non già dell'arte ellenistica, come sostengono alcuni studiosi (Ainalav, Morey, scuola di Princeton), poiché questa era già stata assorbita da tempo nell'ars una dell'Impero romano; né, come vorrebbero altri (Strzygowski, Duthuit, scuola francese), da quella orientale, che, nella seccsione che qui interessa, non fu se non un aspetto provinciale dell'arte greco-romana; e neppure di quella romana vera e propria, come opinava l'archeologia del secolo scorso; bensì dell'arte tardoantica, la quale, pur accogliendo - né poteva accadere altrimenti tutti i filoni della stanca tradizione greco-romana, con le sue venature di orientalismo, fu qualcosa di profondamente diverso da coteste. Fu appunto in tale cultura cosmopolita dell'immenso Impero unificato da Roma che, specie dal sec. III in poi, s'affermarono i "principi" dell'arte paleocristiana - ben diversa tanto dalla visione plastica greca, quanto dalla visione illusionistica medioromana - e furono yuestí principi che, accolti da Costantinopoli, rimasero a fondamento della visione bizantina attraverso la sua storia, mentre l'Occidente barbarico se ne distacca e matura l'arte del medioevo (Wickhoff, Riegl, Schlosser, Sas-Zaloziecky, Bettini). Del che s'ha una riprova nella stessa vicenda millenaria dell'a. b. che, nel passaggio dei secoli, sembrò non già concretare in forme variabili una rinnovantesi capacità creativa, quanto piuttosto dedicarsi allo sfruttamento ed al raffinamento d'un patrimonio formale, già tutto raccolto all'inizio.
I. Architettura. - Dalla fondazione di Costantinopoli (330) all'età di Giustiniano (sec. vi) l'architettura bizantina non si distingue per caratteri veramente propri da quella dell'altre grandi città della parte orientale dell'Impero.

Benché assai poco ce ne sia rimasto nella capitale, vi ritroviamo i fondamentali edifici, ormai dovunque diffusi in forme simili, del culto paleocristiano: per la sinassi liturgica, basiliche greco-romane (aule absidate longitudinali divise in navate da colonnati e coperte da tetti a capriate : tali erano, p. es., S. Sofia, S. Irene, ecc.; la sola che ancora sussista è quella di S. Giovanni Studita - oggi Mirachar giamia - fondata nel 463); martyria, di regola a simmetria accentrata, per il culto dei martiri, dei santi, delle reliquie e dei luoghi santificati; e battisteri, a pianta circolare o poligonale. Carattere distintivo, rispetto agli edifici paleocristiani analoghi della parte occidentale dell'Impero, è rimasto periodo, a Costantinopoli come in tutto il Levante, la repugnanza per l'uso delle vôlte e specialmente delle cupole, di regola surrogate da tettoie lignee persino negli edifici a pianta centrale : ciò per effetto del persistere qui, a differenza dall'Occidente, dei residui di gusto ellenistico, che si oppongono agli ultimi risultati dell'architettura vellata e cupolata romana, e impediscono che essa vi raggiunga
l'estrema maturità dei monumenti occidentali contemporanei, come il S. Lorenzo di Milano e il S. Vitale di Ravenna (Zaloziecky, Bettini). E soltanto con Giustiniano e con il suo riallacciarsi, in un ultimo tentativo di unificazione dell'Impero, alla cultura della madre patria Roma, che l'architettura di Costantinopoli decisamente accoglie e fa sua la sintassi costruttiva romana occidentale e la diffonde nelle province orientali. Dopo la grave sedizione Nika (332), che distrusse i più begli edifici della capitale, Giustiniano, valendosi specialmente dell'opera dei due grandi architetti Antemio di Tralle ed Isidoro di Mileto, fece ricostruire la città in forme più genuinamente tardoromane, specie per quanto riguardava le coperture, che da allora divennero, anche nell'architettura religiosa, quasi esclusivamente vôlte e cupole : a ciò consigliato e dall'esperienza recente dell'estrema peribilità delle capriate in caso di incendio, e dalla particolare intenzione simbolica, che, nel vi sec. in Oriente, investe la forma stessa del tempio cristiano. Alla basilica greco-romana, che fino allora aveva avuto incontrastato dominio, si sostituisce allora, anche per il culto eucaristico normale, il tempio accentrato e cupolato, che per l'innanzi era stato usato, seppure privo di vera cupola, quasi esclusivamente per i martyria. A tale preferenza, senza dubbio deliberata e divenuta poi sistematica nell'architettura bizantina fino al suo tramonto, ed ereditata da quella greco-scismatica che ne derivò, portarono tanto l'evoluzione del culto delle reliquie in Oriente e l'influsso dei martyria di Terra Santa, quanto e soprattutto la diffusione, che s'ebbe appunto nel sec. vi, della mistica dello Pseudo-Dionigi l'Areopagita, la quale guidò a riconoscere nel tipo di santuario martiriale (essenzialmente : un cubo sormontato da una mezza sfera), l'immagine del cosmo (Grabar). E infatti da questo momento che l'edificio della chiesa bizantina diviene, tanto nella forma architettonica, quanto nella decorazione pittorica, a musaico o a fresco, una figura di Dio e della Sua opera di salvazione nel mondo. Ciò spiega la caratteristica «inversione» che notiamo nell'architettura delle province orien-
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(par roctesia del dott. B. Degeehari)
Bizantina, arte - Davide che suona la cetra.
Salterio miniato per un imperatore bizantino del sec. xit. Biblioteca Vaticana, cod. Barb. 97. 372.

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tali rispetto a quelle occidentali in tutto il medioevo. Mentre nell'Occidente, che pure aveva creato e sviluppato gli edifici accentrati a cupola, il "tipo * dominante di chiesa per la sinassí liturgica rimane l'antica basilica protocristiana e pianta longitudinale, l'Oriente cristiano per effetto della suddetta precisa intenzione simbolica, accoglie, fa suo e tramanda nei secoli il modulo architettonico accentrato e cupolato, che pure non gli era proprio alle origini.

Il capolavoro di tale nuova architettura basilicale bizantina è S. Sofia di Costantinopoli, costruita per Giustiniano, in cinque anni ( 332 -37), da Antemio di Tralle e da Isidoro di Mileto.
La grande chiesa, anche nella sua dedicazione (Divina Sapienza), attesta il concetto "pseudoareopagitico * cui vuole dar forma. Dal lato architettonico essa è, con il S. Vitale di Ravenna, il massimo raggiungimento dell'arte di costruire tardoromana.

A differenza da tutte le altre architetture antiche, in particolare dalla greca ed ellenistica, l'architettura romana aveva fondato la propria espressione sullo spazio interno dell' edificio: il monumento romano tipico è il pantheon, formato da un blocco di spazio interno definito da una parete cilindrica continua e unitaria, conclusa in elevazione da una cupola. Cotesta forma spaziale interna permane anche nell' architettura tardoromana, nella quale però il blocco di spazio centrale non è più definito da una parete compatta, ma da una parete traforata, circondata a sua volta da spazi minori (nicchie, ambulacri) e perciò trasformata in una "parete ottica", chiaroscurale ("Tempio di Minerva Medica ", S. Costanza, S. Lorenzo a Milano, S. Vitale a Ravenna). Su tale parete, disciolta in colore, è ovvio che una decorazione coerente non può essere che cromatica: perciò in cotesti edifici tardoromani la scultura (capitelli, fregi, transenne, ecc.) diviene una specie di trina marmorea senza più nulla di plastico; e la pittura una decorazione di senso assolutamente cromatico (mussaci).

In S. Sofia di Costantinopoli, questo raffinato linguaggio architettonico e pittorico viene portato ad esprimere, con grandiosità e sicurezza senza pari, il senso di romanità cristiana e universale della cultura giustinianea, interpretato dalla personale genialità del sommo artista Antemio. Una tale convergenza di motivazioni di cultura e di genio non s'è mai più ripetuta e ciò spiega perché nulla fu mai più costruito nel medioevo orientale che potesse uguagliare la pienezza e la coerenza d'espressione di questo monumento singolare : che oggi, liberato dalle deturpazioni che ne ave-
vano intorbidato il senso allorché la chiesa fu trasformata in moschea, con i suoi splendidi mussici che tornano alla luce di sotto agli intonaci islamici, si dispiega davanti a noi come una delle massime espressioni di tutta l'arte. S. Sofia domina la storia dell'architettura bizantina; ma ne rimane un edificio eccezionale. Il concetto simbolico della chiesa, intesa come specchio della creazione divina del mondo, persiste nell'arte di Costantinopoli, ma viene realizzato in forme meno grandiose, sebbene forse più cavillosamente coerenti. Al tempo di Giustiniano le piante conservano ancora una certa varietà paleocristiana: accanto a S. Sofia s'innalzano la chiesa dei SS. Apostoli in forma di croce libera (ottenuta con l'incrocio di due nevate di lunghezza pressappoco eguale, coperte da una cupola finestrata sul quadrato centrale e da quattro calorie cieche sui bracci .un vero e proprio martyrimo che ospitava le sepolture imperiali; oggi scomparso, ma replicato al suo tempo nel S. Giovanni di Efeso ed echeggiano più tardi nel S. Marco di Venezia); la chiesa dei SS. Sergio e Bacco (un uttagono inserito in un perimetro quadrangolare: edificio tuttora esistente, sebbene trasformato in moschea, il quale riflette, anche nella forma della cupola bassa e depressa, un tipo di mausoleo romano anteriore d'un secolo); la chiesa di S. Irene (basilica a croce latina a cupola; trasformata in museo militare turco), ecc. Ma, dopo il sec. in, cioè dopo la crisi dell'iconoclastia, che provocò una cesura nella storia della civiltà, specie artistica, bizantina - l'ore che si ricostruisce a Bisanzio sotto la dinastia macedone appare ormai staccata dalla sua radice tardoromana e paleocristiana, e assume forme più «nazionali», meno romanamente grandiose e pervase da un'aspirazione nostalgica verso l'impossibile resurrezione del grande passato ellenico. Non si tratta, beninteso, di un vero neollenismo : basterebbe una pur frettolosa riflessione sul fatto, che l'arte greca classica fu la più pienamente plastica di tutte le altre, mentre l'a. b. fu, con quasi pari assolutezza, un'arte cromatica, per indurre ad espungere cotesto dal vocabolario d'ogni storia o critica concreta. E se nella scultura e nella pittura delle dinastie dei Macedoni, dei Comneni e infine dei Paleologi riaffiorano, pur ridotte ad ombre di colore senza corpo, alquante delle figure dell'arte greca, l'architettura bizantina rimane, anche per tutto il tempo che va dal ristabilimento delle immagini alla caduta di Costantinopoli (842-1453), sempre legata alla sintassi costruttiva romana. Ma i suoi spazi subiscono una sorta di rattrappimento : lo spirito si ripiega, perde di vigoria creativa. Creazione di questo periodo è la chiesa bizantina tipica, a croce inscritta, derivata da uno dei molti moduli di martyria protocristiani cruciformi. Generalmente di dimensioni assai minori di S. Sofia e

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degli altri grandi templi giustinianei, questo tipo di chiesa restringe e articola la grande espansione spaziale ancora romana di codesti. La cupola, sul centro dell'incrocio della navata, non è più la vasta e aerea calotta di S. Sofis: rimpicciolita, innalzata su un tamburo sempre più elevato e snodato, è divenuta una globosità quasi staccata, dove la figura dello spazio tende ad assumere, ellenicamente, un valore quasi plastico. La spinta della cupola si trasmette ai muri laterali attraverso le volte a borie che prolungano 1 quattro arconi che la reggono, e disegnano all'esterno la croce greca. Questo scarico all'esterno, d'origine tardoromana, consente di assottigliare all'estremo i piloni che per l'innanzi accoglievano alla crociera la caduta dei grandi archi, o di sostituirli con esili e svelte colonne. Ne risulta una forma di spazio composito, in cui ciascun vano viene nitidamente definito e coordinato intorno al blocco cupolato centrale, con lo stesso senso pseudoplastico, con cui una figura a musaico, p. es. di Dafni, si campisce sul suo fondo aureo. A tale ordinamento rispondono, con varianti secondarie, a Costantinopoli la Budrum gimmia (Myrelean di Romano Lecapeno, 920-44), la Kiliase gimmia, la Kahvié gimmia (S. Salvatore in Chura, sec. x-xi), il Panto. cratore ( 1126-36 ), ecc.; il primo e più famoso esempio di chiesa di codesto tipo era stata la Nea di Basilio I. oggi scomparsa. Il modello costantinopolitano viene seguito soprattutto a Salonicco, che in questo tempo è la «secondo capitale dell'Impero»: lo si riconosce, pur attraverso variazioni locali di carattere decorativo, nella Madonna dei Fabbri (1028), nel S. Pandeleimon (sec. xit), nei SS. Apostoli (sec. xirI), ecc. Il periodo della restaurazione dei Paleologi, che segue la conquista latina (1261) e dura fino alla caduta della capitale in mano dei Turchi (1453), non porta nulla di sostanzialmente nuovo nell'arte di Costantinopoli, se non un'accentuazione di quelle preziosità decorative e di quell'inquietudine esoticheggiante, che già s'erano annunziate all'epoca dei Comneni. Nell'architettura domina sempre il modulo della «croce inscritta», il cui spazio si va ancor più allontanando dalla vasta espansione romana delle origini. Le cupole restringono il loro diametro e s'innalzano: ridotte quasi a lanterne, si sottraggono all'immagine dello spazio interno della chiesa per assumere un valore squisitamente, talora capricciosamente ornamentale: ad es. Fetylè giamia (Vergine Pammasàristos) ecc. Si suole opporre alla scuola costantinopolitana, nell'architettura bizantina del medioevo, una "scuola greca" (Millet), dove la «croce inscritta» ha un modulo più accorciato (chiese dell'Antica) e dove sono presenti anche basiliche longitudinali a vòlte, che hanno qualche somiglianza con le basiliche romaniche dell'Occidente (Macedonia, Tessaglia, Epiro, Creta, Cipro). Specie nell'ultimo periodo, e in epoca postbizantina, si possono riconoscere sottogruppi provinciali, nei quali alla derivazione co-
stantinopolitana si sommano influssi diversi, determinando varietà interessanti dal punto di vista decorativo, ma costruttivamente ed architettonicamente poco organiche (Serbia, Romania, Russia, ecc.). Un gruppo di particolare interesse è costituito dalle chiese dei monasteri del Monte Athos (Laura, fondata nel 963 ; Vatopedi, sec. xi; Chilandar, 1197, ecc.) e delle Metcore in Tessaglia : sempre a «croce inscritta», ma con la giunta di due absidi alle terminazioni dei bracci laterali, sì da disegnare una pianta a trifoglio.

Assai poco è rimasto dei monumenti d'architettura civile.

Del periodo giustinianeo, detto "primo periodo aureo" dell'a. b., gli edifici civili grandiosi, restaurati o innalzati da Giustiniano: il Palazzo Sacro, le Terme di Zeuxippo, il Foro augusteo con la statua bronzera dell'imperatore, ecc., sono scomparsi: del Grande Palazzo gli scavi vanno ora scoprendo parte della pavimentazione musiva. Eran fabbriche in tutto e per tutto romane. Rimangono, a testimonianza della perizia di quei costruttori, le immense cisterne dette Jerebatan Serai (Palazzo sommerso) e Binbir Derek (Le mille ed una colonne), con le loro innumerevoli vòlte sorrette da selve di colonne; e i resti del palazzo detto di Hormisdas sul Mar di Marmara. Anche del "secondo periodo aureo" (regni degli imperatori Macedoni e Com-
neni) e del terzo (regno dei Paleologi) assai poco rimane: il rudere maggiore, e molto pittoresco per la sua facciata policroma a marmi e mattoni alternati e disposti in figure geometriche, è il palazzo detto Tekfur Serai (probabile padiglione del palazzo imperiale delle Blackerne), a Costantinopoli. Qui, come a Salonicco e in altri tra i centri maggiori dell'Impero, restano anche lunghi tratti delle mura cittadine e degli acquedotti. Dell'ultimo periodo, fuori della capitale, è di particolare interesse la città morta di Mistra nel Peloponneso: oltre alle numerose chiese ornate di magnifici affreschi (Perivleptos, Metropoli, Pandànassa, Vrontochion) vi si vedono, al sommo della pittoresca collina, i resti grandiosi dell'immenso palazzo dei Despoti.
II. Scultura e artiminori. - Il processo di crescente scadimento della scultura, specie della statuaria - intesa dalla Grecia classica come espressione pienamente plastica - che s'era iniziato nell'arte tardoromana e paleocristiana, è portato innanzi dall'a. b. : sicché non v'è da stupire, come fanno alcuni (Duthuit), se la statuaria vi scompare quasi completamente, e la scultura si riduce alla decorazione dell'architettura, o al lieve modellato dei preziosi rilievi di marmo, d'avorio, di metallo. Si tratta d'un processo perfettamente coerente; per intendere il senso del quale tuttavia non giova ricorrere al mito degli influssi di un Oriente romantico; ma è necessario tener presente la forma

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particolare che assumono, già in periodo tardoromano e protocristiano, gli spazi architettonici : i quali, come s'è detto, non sono più limitati da pareti compatte, di accusata materialità, ma da sottili diaframmi che, per essere trasformati in corone continue di esedre, si riducono ad una alternanza di pieni e di vuoti, cioè di chiari e di scuri: ad una definizione quindi non più di valore plastico ma di valore cromatico. Anche la decorazione scultorea perciò, per essere coerente con questa smaterializzata forma spaziale, deve abbandonare ogni risalto plastico e tradursi in una piatta stesura chiaroscurale, che raggiunge spesso risultati di un'estrema preziosità.

In S. Sofia il vasto spazio interno è un denso fluido colorato, tinto non solo dai marmi chiari o policromi delle colonne, del pavimento, dei pannelli che rivestono la zona inferiore della chiesa; ma anche dal balenante chiaroscuro dei capitelli, delle cornici, delle transenne, dei piutoi: scolpiti in stiacciato a croci, monogrammi o ad ornamenti vegetali, ma più spesso traforati. Una splendida trina marmorea, a continui racemi di palme o di minute foglie d'acanto, ricopre i capitelli a forma di antichi crateri (altrove simili a canestri di varia foggia),
i parapetti della tribune, le cornici che
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Bizantina, ante - Cappella funeraria presso la chiesa della Panimacaristas (metà del sec. xiv) - Costantinopoli.
segnano il nascimento degli archi. Cotesto modo di scolpire, piatto e chiaroscurale, rimane fermo per tutto il millennio della storia dell'a. b.: non solo continua a decorare le chiese del secondo e terzo periodo aureo, ma s'estende anche ai rilievi di soggetto antropomorfico e più genericamente iconografico, che ornano i vari oggetti di culto e di lusso. Ciò avviene perché a Bisanzio, per eredità romana, l'arte conduttrice rimane l'architettura con quel suo particolar senso che s'è detto: vale a dire, è sempre l'impianto strutturale dell'oggetto edificio o cappella - a prevalere, ed a preordinare il piano che la scultura dovrà decorare. La scultura non vi raggiunge forme isolate e autonome, come avviene nelle arti "spaziali" della Grecia e del Rinascimento italiano. Che si tratti d'un capitello o d'una transenna - cioè di membrature architettoniche decorate sculturalmente - oppure d'una cattedra episcopale o d'un cofanetto eburneo - cioè di oggetti autonomi, non legati alla struttura d'un particolare edificio - il rilievo che vi si dispiega si comporta alla stessa maniera : è sempre tenuto nei limiti d'un modellato tenuissimo e tutto soltanto cromatico, tale cioè da non rompere l'unità della superfice ch'esso impreziosisce e decora, sia questa la parete d'una chiesa ornata di pannelli marmorei con figure di Madonne o di santi, oppure la fronte d'un sarcofago, il lato d'una capsella d'una pisside, la valva d'un dittico, la faccia d'una moneta o d'un sigillo. E si comprende, specie se si pensa alla grande importanza che in una civiltà così raffinata assumono le arti suntuarie, che le massime espressioni della scultura bizantina siano realizzate negli oggetti d'avorio. All'epoca di Giustiniano questa classe di preziose piccole sculture è rappresentata dai grandi dittici a cinque compartimenti di soggetto religioso o profano, che continuano la tradizione dei dittici consolari e imperiali (es.,forse massimo, l'«Avorio

Barberini * al Louvre, rappresentante un imperatore, forse Anastasio, a cavallo); dalle pissidi (es., tra i molti, la pisside di Berlino con la raffigurazione di Cristo tra gli Apostoli), dalle scatole per eulogie, dai pannelli per cassette, mobili, suppellettili. Il capolavoro della scultura eburnea del sec. vt è la grande cattedra di Massimiano a Ravenna (museo dell'Arcivescovado), che molti studiosi ritengono d'origine classandrina, specialmente per il carattere iconografico dei pannelli con le Storie di Giuseppe Ebreo; ma che è più probabile sia stata eseguita, se non a Costantinopoli stessa, ad Antiochia: sia per la forma del trono che presuppone la sua visibilità da ogni lato - e quindi fa pensare ad un uso più compatibile con le particolari disposizioni e con la liturgia della chiesa siriaca - sia anche per lo stile degli intagli, che s'avvicina a quello di foglietti eburnei a cinque riquadri, di origine antiochena appunto (pannelli di Murano al museo di Ravenna, del museo Britannico, del Vaticano, di Eğmizdam, del "Cabinet des Médailles"). Nel s secondo periodo aureo a la produzione di cassette e di rilievi d'avorio dovette essere a Costantinopoli assai intensa, a giudicare dal numero elevatissimo di esemplari, che son rimasti e si trovano oggi disseminati nei musei d'Europa e d'America, nei Tesori delle chiese e in collezioni private. Tra le cassette più famose sono quella Veroli del museo South Kensington e quella del Burgello a Firenze (sec. x); tra i rilievi - spesso vere icane d'avorio, o trit-
tici per il culto domestico - i più raffinati sono quelli dovuti ad artisti di corte, lavoranti per gli stessi imperatori e la loro cerchia, nel sec. x: importante, anche perché giova come riferimento cronologico, il rilievo del "Cabinet des Médailles" rappresentante Cristo che incorona Romano II ed Eudossia (Berla di Provenza: l'avorin è quindi di poco posteriore al 994); particolarmente fine - forse il capolavoro della serie - il pannello con la Vergine e il Bimbo, che si trova al museo Arcivescovile di Utrecht (sec. x). E da notare, che alquanti pannelli marmorei, di grandi dimensioni, di questo tempo, s'avvicinano agli avori tanto per il soggetto delle loro sculture, quanto per il carattere del loro modellato; sicché, se nel sec. vi la scultura dei minuti oggetti dell'a. b. si ispirava ancora alla scultura monumentale, dal sec. x in poi sembra avvenire l'inverso; in ogni caso anche nei grandi pannelli riconosciamo le stesse composizioni largamente spaziate e semplificate, le stesse figure allungate, eleganti, appena staccate dal fondo unito per mezzo d'un rilievo leggero limitato da contorni d'una estrema finezza, variato all'interno da nitide linee, che creano a fiore del modellato lievissime ombre. Molti di codesti pannelli si ritrovano riadoperati fuor di Bisanzio (p. es. in S. Marco a Venezia); l'esemplare più alto, sebbene mutilo, è quello con la Vergine Orante, proveniente dal