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na estrema finezza, variato all'interno da nitide linee, che creano a fiore del modellato lievissime ombre. Molti di codesti pannelli si ritrovano riadoperati fuor di Bisanzio (p. es. in S. Marco a Venezia); l'esemplare più alto, sebbene mutilo, è quello con la Vergine Orante, proveniente dal monastero delle Mangane, oggi al Museo di Costantinopoli (metà del sec. xi). Lo stesso stile degli avori si riconosce nei meno frequenti rilievi su steatite (esemplare particolarmente fine: L'Arcangelo Gabriele, assegnabile al sec. xiv, al museo Bandini di Fiesole) e su altri minerali dai colori delicatissimi; e su oggetti d'argenteria e d'orificeria. Questi sono piuttosto rari nel primo periodo: il più delle volte associati agli smalti, costituiscono quegli smalti «cloisonnés» o alveolari, la cui tecnica deriva, forse per tramite dei nomadi, dall'Oriente, è particolarmente dalla Persia. Famosa è la

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croce reliquario del Tesoro del Sancto Sanctorum del Laterano: la sua superfice è decorata da sette episodi dell'infanzia di Gesù, eseguiti a smalti (zone di pasta di vetro traslucido e colorato, legate con fili d'oro). Il prezioso oggetto si può assegnare agli inizi del sec. vi, ed è perciò uno dei monumenti più antichi della smalteria bizantina. Ma è nel secondo periodo, dal sec. x in poi, che il gusto per il lusso e per le preziosità cromatiche della società bizantina sotto le dinastic macedone e comnena, trova risposta in infiniti oggetti d'oreficeria, tra i quali autentici capolavori di questa tecnica: specie tra i grandi reliquiari contenenti frammenti della Vera Croce (stauroteche) : es. la stauroteca di Limburgo, ecc.; le rilegature di Evangeliari e di altri libri liturgici (esempi nel Tesoro di S. Marco a Venezia); le decorazione dei "rempia" e dei dossali d'altare (es., gli smalti riadoprati nella "pala d'oro" di S. Marco); le suppellettili liturgiche (potene, calici ecc.); le corone imperiali e gli altri preziosissimi oggetti di ornamento delle vesti di cerimonia del basileo e dei dignitari di corte (esempio la corona di Costantino Monomaco [1042-54] al museo di Budapest) ecc. In questi oggetti, l'abilità degli orafi bizantini unisce spesso tecniche diverse: il rilievo ottenuto a sbalzo dal metallo, all'incisione a bulino, al niello, agli smalti alveolari, ecc., riuscendo talora a veri prodigi di tecnica; p. es. in certe figure ottenute con un solo getto di smalto rilevato e convesso (es. nel Tesoro di S. Marco a Venezia). Questa ambiguità e commistione di tecniche, queste opere dove scultura, oreficeria, musaico e pittura si uniscono confondendo i loro limiti e scambiandosi le loro normali prerogative, sono una prova di più del fatto che la civiltà bizantina ha del tutto abbandonato il senso plastico e spaziale della classicita: non nella sola pittura, ma in tutte le altre tecniche: musaici, affreschi, icone, miniature. Anche, e soprattutto per la pittura bizantina vale quanto si disse per la scultura: che non si può capire se non si tiene presente che in primo luogo essa è sentita come decorazione dell'architettura, e di un'architettura, come fu quella tardoromana, "smaterializzata". In una chiesa d'a. b. l'espressione di carattere pittorico comincia ad affermarsi già con le stesse pareti, con le stesse membrature della costruzione. S'entri in S. Sofia e ci si guardi intorno : non si vedranno che colonnati e trafori; s'avrà dunque una immagine non plastica, ma chiaroscurale, pittorica. Questa prima, larga partitura di colore riceve un'accentuazione ed un'elementare aggettivazione ad opera delle rivestiture di marmi policromi, delle stesse colonne marmoree, dei capitelli e dei fregi ridotti a trine. La stesura dei musaici, che riveste del suo splendido monto tutta la parte superiore dell'edificio, s'aggiunge infine a dare a questo spazio un valore cromatico ancor più vivo, più vario, più coerente.

Nulla è rimasto a Costantinopoli dei musaici fattivi eseguire dagl'imperatori tra Costantino e Giustiniano; pochissimo anche del "primo periodo aureo". In S. Sofia un rifacimento della decorazione fu ordinato subito dopo il disastro del 558 da Giustino II : e pare, da passi di Teofane e di Corippo, comprendesse un ciclo di scene tratte dal Nuovo Testamento. La ripulitura, che si sta attualmente compiendo, ha messo in luce, specie nel nartece, musaici di carattere ornamentale (grandi croci, rosoni, ghirlande) di esecuzione accuratissima, risalente con ogni probabilità al sec. vi.

Quanto rimane fuori di Costantinopoli (S. Caterina del Sinai, Cipro, ecc.) ha caratteri d'arte provinciale; se si eccettuano tuttavia le mirabili aggiunte giustinianee ai musaici di Ravenna (pannelli imperiali in S. Vitale; processioni di Vergini e di Martiri in S. Apollinare Nuove) e i riquadri, di circa un secolo dopo, di Salonicco (specialmente in S. Demetrio), i quali con la loro qualità altissima attestano l'opera di artisti di corte. Nel periodo iconoclastico la produzione dei musaici non cessa, sebbene si limiti a soggetti non antropomorfici: un'idea di come dovessero essere le decorazioni di questo tempo a Costantinopoli (specie nel Palazzo) ci è conservata dagli splendidi musaici, di commissione islamica, ma opera di artisti bi-
zantini della moschea di Omar a Gerusalemme (691-92) e della moschea degli Ommiadi a Damasco (715 ca.).

La pittura, beninteso, non si limita ai musaici : assai diffusa dovette essere la decorazione a fresco, sebbene oggi di questa tecnica non rimangano, del primo periodo, che riflessi provinciali, soprattutto a Roma (S. Maria Antiqua); non potendosi considerare propriamente a. b. i tardi affreschi della Siria e quelli, pure numerosi e interessantissimi, di arte copta in Egitto; a Costantinopli qualche ombra rimane nella cripta dell'Odalar giamia (sec. viI). Dei manoscritti religiosi ornati di miniature è assai difficile accertare la provenienza, data la grande commistione stilistica del tempo; più agevole riconoscere quelli che seguono una tradizione pittorica di carattere piuttosto romano (da altri definito "alessandrino"), come la "Genesi" di Vienna, o il "Rotulo di Giosuè" alla Vaticana, da quelli ancora legati al persistente "neoatticismo" siriaco (Evangeliari di Rossano, di Sinope). La quasi totalità delle icone porratili del primo periodo fu distrutta durante la lotta per l'iconoclastia; qualche rarissimo esempio, tratto dai conventi del Sinai, è conservato al museo di Kiev.

Nel "secondo periodo aureo", come nell'architettura così nella decorazione pittorica dell'a. b. prende forma precisa il concetto che nella chiesa si debba simboleggiare l'opera divina di creazione e di redenzione. Nella Nuova Chiesa, la "Nea" di Basilio I (867-86), era per la prima volta presente nella sua connessa integrità l'ordinamento decorativo, che dovea poi divenire canonica nei secoli in tutte le chiese greco-scismatiche. Nella cupola (chiesa celeste) si vedeva il Cristo pantocratore e demiurgo, circondato dalle gerarchie angeliche; nei pennacchi, i quattro Evangelisti; nell'abside (passaggio dalla chiesa celeste alla chiesa terrestre),
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(per cortesia del prof. S. Bettiad) Bizantina, arte - Bassorilievo bizantino (steatico) con l'Arcangelo (sec. xiv) - Fiesole, museo Bandini.

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la Vergine in atto di preghiera e di intercessione; nelle navate (chiesa terrestre) le "Grandi Feste"; rappresentazioni del racconto evangelico dall'Annunciazione alla Pentecoste - con preminenza anche topografica nel corpo della chiesa delle due più importanti: Crocefissione e Resurrezione nel rimanente, figure di patriarchi, profeti, martiri e santi. Questo ordinamento dogmatico e liturgico, il cui sollematismo si riflette anche nell'interno dei singoli riquadri iconografici, non ha, oggi, alcun esempio nella capitale; ma si può vedere riflesso nelle decorazioni musive di due chiese greche: quella di Hossios Lukas nella Focide ( 998 1030 ca.) e quella di Dafni nell'Attica (ca. 1080). Lo stile pittorico propriamente costantinopolitano è attestato da due lunette recentemente scoperte nella grande S. Sofia: l'una del tempo di Leone VI (886-912), l'altra di poco posteriore. Alle varie correnti, in cui si dirama l'arte del musaico del medioevo bizantino si possono assegnare altre grandi decorazioni provinciali : a S. Sofia di Kiev (ca. 1037), alla chiesa della Dormizione di Nicea (1023-28), oggi distrutta; alla Nes Moni di Chio (1042-56), ecc.; all'una o all'altra di coteste correnti, ancora non ben precisate, si riallacciano anche larghi tratti di esecuzione o di diretto influsso bizantino, nelle grandi decorazioni a musaico italiane; a Venezia soprattutto (S. Marco) e altrove sul litorale adriatico, e in Sicilia. Nel "terzo periodo aureo" l'arte del musaico ha un'ultima splendida rifioritura a Bisanzio: capolavoro ne è la decorazione, per fortuna conservatasi quasi integralmente, dei due norteci e di parte del noas della Kahrie giamia (dal 1303) : opera d'una raffinatezza cromatica senza pari; estremo, maturissimo risultato d'una civiltà figurativa tutta volta al colore, già avviata al tramonto, che ci ha lasciato qui davvero il suo canto del cigno. Carattere più popolaresco e narrativo conservano in genere gli affreschi, de' quali però, se si eccettuano quelli del parecclisio (vano aggiunto alla chiesa) nella stessa Kahrie giamia, press'a poco contemporanei ai musaici, si son salvati quasi soltanto esempi nelle province, e rivelano quindi, più o meno, accenti provinciali: da quelli delle chiese rupestri di Cappadocia, a quelli di chiese russe (es. Nereditzi presso Novgorod, 1199) o macedoni (es. Nerez, 1164), o della Serbia, o dell'isola di Creta. Qui sul finire del medioevo, si sviluppa una fecondissima scuola pittorica, che poi diffonde opere e artisti in Grecia (soprattutto nelle numerose chiese di Mistra e, dopo la caduta dell'Impero, nei conventi dell'Athos, delle Meteore, e altrove nei Balcani : dove si affianca alla "scuola macedone "). I pittori cretesi, che sono gli eredi più diretti e fedeli della tradizione propriamente costantinopolitana, passano anche in gran numero a Venezia e nelle Isole Ionie: assorbendo via via sempre maggiori accenti dall'arte veneziana, costituiscono quella scuola di pittura, soprattutto di icone, creteseveneziana, la quale, permeando delle proprie immagini tutto l'Oriente cristiano, ne trasformerà lentamente la cultura artistica tenacemente bizantineggiante, in cultura propriamente europea. Giacché, specie nell'ultimo periodo, e in epoca postbizantina, è la pittura di icone che ha un prevalente sviluppo: e queste tavole, opera di pittori quasi esclusivamente cretesi o ioni, operanti a Venezia o nelle terre rimaste sotto il dominio veneto, si diffondono, quali isolati oggetti di culto, o raggruppate nei grandi iconostasi delle chiese, per tutto il mondo di religione greco-scismatica; accanto ai preziosi, e assai più rari, musaici portatili (es., pannelli del museo dell'Opera del Duomo a Firenze).

Tra i manoscritti ornati di miniature - che nel "secondo periodo aureo" raggiungono una qualità artistica spesso eccezionalmente alta - continuano ad essere in auge gli Evangeliani, e, del Vecchio Testamento, gli Ottateuchi (contenenti i primi otto libri della Bibbia); ma la predilezione dei Bizantini del medioevo va al Salterio, che può essere alluminato seguendo due sistemi: quello delle miniature marginali (es. Salterio Chludov a Mosca, sec. IX), e quello (es. famoso il ms. gr. 139 di Parigi) con tavole a piena pagina, illustranti la vita di David e i cantici che seguono i Salmi. Altri libri di grande diffusione nel
medioevo bizantino, spesso splendidamente miniati, sono i Menologi, che illustrano la vita dei santi seguendo l'ordine del calendario (es. il Menologio di Basilio II alla Vaticana). Nel terzo periodo s'hanno ancora "frontespizi "splendidamente miniati anche in libri di soggetto profano, come la Cronaca di Skylitzes a Madrid (sec. xiv); e le opere di Giovanni Cantacuzeno (1341-54), con due bellissimi ritratti a piena pagina dell'autore: raffigurato, in uno nel costume imperiale, nell'altro sotto il nero saio dei monaci (Parigi, Bibliotheque Nationale, gr. 1242); ecc.

L'a. b. non rimase ristretta ai limiti geografici e cronologici dell'Impero. Durante tutto il medioevo le sue opere furono esemplari (la loro funzione storica civilizzatrice fu precisamente questa) tanto per l'Occidente barbarico e postbarbarico (alla cui arte, più che lo stile, cedette i fondamentali moduli iconografici), quanto e soprattutto per l'Oriente barbarico e slavo, cui diede addirittura le basi d'una cultura figurativa, che vi sopravvisse a lungo alla caduta di Bisanzio; e costituì il fondamento delle arti «nazionali» di quei popoli : possiamo dire fino a non più di due secoli fa, cioè fino al momento della loro faticosa adesione all'arte postrinascimentale dell'Occidente europeo. Vedi Tavv. XCIX-C.

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Sergio Bettini
BIZANTINA, LETTERATURA. - Viene esclusa qui quella di carattere puramente profano. Inoltre i principali scrittori e scritti appartenenti all'epoca patristica anteriore al sec. viri vengono trattati nelle singole voci. Degli scritti poi di carattere liturgico e giuridico si parla in appositi capitoli.
I. I teologi. - Una enorme quantità di scritti bizantini sono ancora inediti, e perciò non è permesso ancora un giudizio definitivo. Viene però sempre più corretta quella tendenza a considerare con disprezzo gli scrittori di "questioni bizantine». La produzione teologica bizantina del medioevo, quantunque inferiore a quella latina nella speculazione scolastica, è in grado di sostenere confronto con essa. Sua nota caratteristica è quella di essersi sviluppata in circuito chiuso fino al sec. xiv in cui comincia a subire l'in-

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(let. Attualità Arte Sacra - Roma)
Sopra: SOLENNE PONTIFICALE IN S. PIETRO per il centenario della conversione di s. Vladimiro (21 maggio 1939). Canto delle ectenie (litatnie), prima del Credo.
Sotto: SOLENNE PONTIFICALE IN S. PIETRO per il centenario della conversione di s. Vladimiro (21 maggio 1939). Benedizione finale e congedo (apolisi) dei fedeli.

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DES CAS DES NOBLES HOMMES ET FEMMES
Miniatura iniziale con la ruota della Fortuna umana, codice francese miniato, ca. 1450. Propr. Olachki.

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flusso dell'Occidente. Altra caratteristica è la stretta dipendenza dagli scritti patristici postniceni spinta alle volte fino a un gretto conservatorismo restio al progresso scientifico. Lo stesso saggio di Giovanni Italo e Michele Psellos (sec. xi) in senso scolastico fu tron. cato dalle autorità bizantine. Quindi quella mancanza di originalità che pervade tutta la teologia bizantina.

Essa si riscontra nell'esegesi biblica, sempre tradizionalista. Questo spiega anche la predilezione per le catene bibliche (v.). L'ignoranza dell'ebraico è causa di regresso nella critica testuale. Si lasciano scompatire gli Hexapla di Origene. La stessa mancanza di originalità fece svanire la diversità fra l'esegesi antiochena e alessandrina. Malgrado tutto, è merito dei Bizantini quello di averci conservato frammenti di scomparsi commentari patristici. Tra i commentari dopo l'età patristica citiamo quelli di Teofilatto di Bulgaria e di Eutimio Zigabeno (secc. xi-xit). Nei secc. xit e xir il Salierio è commentato dai monaci Neofito il Recluso e Niceforo Blemmydes. I commentari in forma di domande e risposte sono numerosi e alcuni veramente notevoli, come quelli messi sotto il nome di Anastasio Sinaita (v.), gli Amphilochiana di Fozio, le Questioni di Michele Psellos, i capitoli sulle difficoltà della S. Scrittura di Michele Glykas e i 6 opuscoli di Marco di Efeso (v.). Anche scritti patristici sono stati commentati dai Bizantini. Vengono in questione principalmente i Discorsi Teologici di s. Gregorio Nazianzeno, studiati da Elia di Costa, da Basilio il Giovane, da Niceta di Eraclea e da Giorgio Acropolita, e il Pseudo-Dionigi interpretato da Giorgio Pachimere ed altri.

Per quel che riguarda la teologia dogmatica non polemica, essa non fu molto in auge a Bisanzio dove non furono compilate "Somme teologiche" fuori di quelle di s. Giovanni Damasceno e di Emmanuele Calecas; quest'ultima al principio del sec. xv. Di carattere più personale e un po' polemiche sono le raccolte dogmatiche di Eutimio Zigabeno (Panoplia dogmatica), l'Arsenale sacro di Andronico Camateros, ancora inedito, e il Tesoro dell'ortodossia di Niceta Acominatos, grossa compilazione in 27 libri non tutti pubblicati. Abbondano invece le monografie, come quelle De vitae termino, scritte da Michele Psellos, Niceforo Blemmydes, Marco d'Efeso e soprattutto Giorgio Scholarios. Anche le omelie sacre sono piene di contenuto dottrinale, come quelle che celebrano la Madre di Dio. Nessuno ne ha parlato meglio degli oratori bizantini. Essi predicano pacificamente l'Immacolata Concezione della Vergine mentre se ne disputava in Occidente. Anche la dottrina della mediazione universale di Maria è proclamata senza reticenze da Teofane di Nicea (sec. xiv) in un discorso recentemente pubblicato (M. Jugie, in Lateranum, nuova serie, I [1935]). La coeva oratoria latina non ha nulla che stia a confronto con le belle omelie di Nicola Cabasilas, di Gregorio Palamas e di Giorgio Scholarios. Si spiega bene che la produzione dogmatica polemica superi quella irenica se si pensa alle continue controversie religiose che hanno avuto luogo a Bisanzio. Chiusa con la festa dell'ortodossia (II marzo 843) quella iconoclasta, l'ultima fra quelle dell'epoca patristica, non tardò molto ad accendersi la polemica antilatina. Aprì il fuoco Fozio con la sua Mistagogia dello Spirito Santo. I due temi della processione dello Spirito e i pretesi abusi liturgici latini, specie quello dell'uso eucaristico degli azimi, fornirono la materia principale ai più celebri polemisti bizantini, fra i quali primeggiano Nilo Cabasilas (edito in parte da E. Candal, in Studi e Testi,

116, Roma 1945), e Giorgio Scholarios, controbattuti da altri teologi «latinofroni» come Niceforo Meliteniota, Giorgio Metochita, Giorgio Acropolita, Demetrio Cidone, traduttore di s. Tommaso, suo fratello Procoro ed Emmanuele Calecas, fattosi cattolico e poi domenicano, autore di un trattato polemico Contra Graecos. Nella prima metà del sec. xv risplendono gli unionisti restati fedeli all'unione di Firenze, ossia Bessarione, Gregorio Mammas e Giuseppe di Metone. Sono piuttosto scarsi gli scritti bizantini nella polemica contro i monofisiti armeni e contro gli ebrei, e, quel che meraviglia di più, in quella contro i musulmani. Invece la controversia sul palamismo (v.) ha data origine a una ingente massa di libri, quasi tutti inediti.
II. I moralisti. - Rische di contenuto morale sono specialmente le omelie ispirate SS. Padri, e soprattutto al Crisostomo. Ci sono pervenuti molti sermonari completi per tutto l'anno come quello di Giovanni Agapeto, detto "Meromnemon", patriarca bizantino nel sec. xir, erroneamente attribuito a volte a Giovanni Xifilino, a volte a Teofilatto di Bulgaria (sotto questo nome ne ha pubblicato la metà S. Eustratiades). Degni di nota sono anche i sermoni di Giovanni Glykas, ancora inediti, e quelli di Gregorio Palamas già pubblicati.

Nel campo dell'ascetica e della mistica la 1. b. ci ha lasciato abbondanti e pregevoli scritti, in gran parte inediti. Di indole ascetica sono le conferenze di s. Teodoro Studita ai monaci. Ma specialmente la mistica ha goduto delle preferenze dei Bizantini. Il più grande mistico è Simeone il Giovane, il teologo ( 949-1022 ), non sempre ortodosso, di cui il suo discepolo Niceta Stetato ci ha illustrato la vita e la dottrina (cf. I. Hausherr, in Orient. Christiana, 12 [1928], pp. 1-254). Nei secc. xiri e xiv si incontrano i rappresentanti dell'esicasmo dell'Athos con Gregorio il Sinaita, Teolepto di Filadelfia e Gregorio Palamas. Nicola Cabasilas scrisse un vero trattato di vita spirituale nel suo De vita in Christo, non esente da influenze latine. Nel sec. xv Giorgio Scholarios condensa la morale evangelica in un piccolo capolavoro che ha per titolo: Sul primo servizio di Dio o la legge evangelica. Anche nel terreno della morale i Bizantini hanno avuto gusto per le compilazioni, fra le quali menzioneremo L'interpretazione dei divini comandamenti del Signore del monaco Nicone di Raithu nel sec. xi.

I recenti lavori di Ehrhard, passando in rassegna i fondi agiografici bizantini, quasi sempre raccolte di sermoni panegirici, contenuti nelle diverse biblioteche, hanno svelato un abbondantissimo materiale non ancora sfruttato (cf. Texte und Untersuchungen, dal vol. 50 in poi). Da questo rapido sguardo si nota che nei vari rami della scienza religiosa, i Bizantini hanno prodotto opere notevoli, non ancora completamente elencate e imperfettamente note. Se non hanno avuto l'originalità e le vaste sintesi dei Latini, si deve loro riconoscere il gran merito di aver mantenuto il contatto diretto con i grandi rappresentanti della patristica greca dei primi sette secoli. Però l'aver ignorato la tradizione latina ha favorito lo scisma e la sua persistenza. Troppa è stata la polemica e troppo poca l'attenzione severa alle verità della fede. In alcuni punti dogmatici, come nella mariologia, e nell'ascetica e mistica, i Bizantini non hanno nulla da invidiare ai coetanei latini.

Bibl.: Opera fondamentale: K. Krumbacher, Geschichte der byzantinischen Literatur, 2⁴ ed., Monaco 1897 dovuta a A. Ehrhard. Da compietare con gli studi apparsi specialmente in Byzantinische Zeitschrift, Byzantion, Vizantinchi, Vremennik, Ethos d'Orient, Studi bizantini, Bessarione, Roma e l'Oriente,

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Orientalia Christiana. Revue de l'Orient chrétien e Budavriani Zmoubal. Un compendio della teologia bizantina in M. Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium..., I, Peculi 1926, pp. 392-490. Cf. anche S. Sabrille, Philosophic et theologie ou épisodes scolastiques d B. de 1039 a 1117, in Echos d'Orient, 29 (1930), pp. 132-36.

Martino Jugie

BIZANTINA, LITURGIA. - Si designa cosi la liturgia alla quale Bisanzio diede la sua impronta ed il suo carattere specifico.
I. Origine. - Bisanzio non fu la culla del rito che porta il suo nome, perché ripete le sue origini da Antiochia, prima capitale dell'Oriente. Nel rito antiocheno infatti troviamo il suo nucleo primitivo, il quale, passando attraverso l'Asia Minore, trovò il suo completamento sulle rive del Bosforo.

Il Ponto e la Cappadocia avevano ricevuto a loro volta la fede dalla Siria, ed era naturale che i primi missionari vi portassero, con l'insegnamento del Vangelo, le forme cultuali in uso nella Chiesa madre. Quando però Costantinopoli divenne la capitale dell'impero d'Oriente e, nel Concilio di Calcedonia (451), fu riconosciuta sede di un patriarcato, la sua situazione in confronto con le altre province ecclesiastiche, le consentiva una indipendenza sempre più rilevante. Tale autonomia, con la presenza di un clero numeroso e di uomini dotti e influenti, si manifestò nel campo liturgico con la formazione di riti particolari e con la creazione di un calendario e di una cortologia locale. Questo periodo di trasformazione e di sviluppo corre tra l'viI e il xir sec.
II. Espansione e Lingue liturgiche. - La traduzione dei libri liturgici in varie lingue è connessa con l'espansione del rito bizantino. Quasi sempre l'originale greco ha preceduto, ma il principio per il quale i fedeli debbono partecipare attivamente alla preghiera liturgica ha fatto sì che solo la lingua parlata e compresa dal popolo avesse la preminenza.

1) Lingua greca. Essa fu in vigore in tutte le province dominate o influenzate dall'impero bizantino e conquistate in epoche diverse. Ora tutti i Greci sparsi in Egitto, in Siria ed in Palestina con le loro colonie fondate nel vecchio e nel nuovo continente, conservano la lingua greca nella quale fu composto il loro ricco repertorio liturgico. In Italia, lo stesso è da notarsi per le province meridionali e per la Sicilia, una volta alle dipendenze del patriarcato di Costantinopoli, e poi divenute asilo dei monaci perseguitati dagli iconoclasti e dagli Arabi e, più tardi ancora, degli Albanesi e dei Greci cacciati da: loro paesi dai Turchi. Queste nuove colonie, oltre che nella Sicilia, nella Calabria e nelle Puglie, si stabiliscono in parecchie città, soprattutto a Napoli e a Venezia ove stettero più a lungo. A Roma il rito bizantino fu praticato in numerosi monasteri popolati da monaci e da monache greci, dei quali l'ultimo avanzo è il cenobio di Grottaferrata. Né si deve passare sotto silenzio il collegio greco di S. Atanasio, eretto da Gregorio XIII nel 1576, nel quale sono oggi accolti giovani elleni e greci della repubblica turca, delle eparchie di Lungro e di Piana dei Greci, melchiti ed albanesi.
2) Lingua armena. Il cristianesimo penetrò in Armenia attraverso due correnti. I Siri orientali prima, poi i Bizantini vi mandarono i loro missionari e con essi portarono le loro usanze liturgiche. Testi liturgici greci furono tradotti in armeno fino dalla metà del sec. v cui seguirono altre infiltrazioni.
3) Lingua siriaca ad araba. Nell'anno 969 i Bizantini ripresero agli Arabi Antiochia e la Siria, che conservarono fino al 1084. La loro influenza si estese
quindi ai patriarcati di Alessandria e di Gerusalemme. In quelle Chiese dal sec. v la gerarchia ecclesiastica, con i fedeli suoi dipendenti, era divisa in due rami: i monofisiti ed i melchiti, cioè «imperiali», cosi chiamati perché rimasti fedeli agli imperatori di Bisanzio che difendevano la dottrina ortodossa. Queste divisioni in materia religiosa dapprima non avevano ripercussioni sul rito. Però sotto l'influenza dei Bizantini a poco a poco i Melchiti ne adottarono il rito. Essendo siriaca la lingua corrente in Siria, i libri liturgici greci furono tradotti in un primo tempo in quell'idioma: ma quando il siriaco andò in disuso per essere sostituito dall'arabo, questo divenne la lingua liturgica ufficiale o semiufficiale. Tuttavia il greco non è totalmente escluso sia presso i cattolici come presso i dissidenti.
4) Lingua slava. Essa è usata dai Bulgari, dagli Slavi del sud (Serbi, nuclei in Dalmazia, in Croazia, in Slavonia e Montenegro), dai Ruteni ed Ucraini, dai Bielo-Russi (Russi Bianchi) sparsi nelle province orientali della Polonia e nella Russia attigua, e dai MaloRussi e Veliko-Russi (Piccoli e Grandi Russi) che abitano il resto delle repubbliche sovietiche. I libri liturgici della Chiesa bizantina furono tradotti nel sec. x nella lingua allora parlata dalla maggior parte di questi popoli e che si conserva tuttavia sotto il nome di paleoslava. Nei secoli seguenti avvennero parecchi rimaneggiamenti che permettono di distinguere due recensioni alquanto diverse. Nella seconda metà del sec. xiv il metropolita Cipriano intraprese una nuova revisione dei testi liturgici sul greco e finalmente, sempre sugli originali greci, i libri furono corretti sotto la direzione del patriarca Nicone (1654-55). Alcune differenze di lingua si notano presso i Ruteni e presso gli altri Slavi.
5) Lingua georgiana. La Georgia, convertita al cristianesimo nel sec. v da missionari venuti da Antiochia, non tardò ad essere attratta nella sfera d'influenza del patriarcato di Costantinopoli, di cui ricevette i libri liturgici. Il greco rimase in uso fino a quando i monaci iberiti, che abitano il Monte Athos, li tradussero nella loro lingua nazionale verso il sec. x-xi. Però, con la conquista della Georgia da parte della Russia, si cercò d'introdurre la lingua russa con tutti i mezzi.
6) Lingua romena. Nella Dacia la luce del Vangelo fu portata da missionari occidentali. Nel sec. vir la Valacchia e la Moldavia furono invase dai Bulgari i quali poi imposero ai paesi occupati la loro liturgia e la lingua slava. Dal sec. xvi cominciò il predominio dei Bizantini e la lingua greca fu in onore in molte chiese e in molti monasteri. Finalmente nei secc. xvir e xviri fu compiuta la versione romena dei libri liturgici.
7) Lingua ungherese. Nel corso del sec. xiv, sotto il dominio della Lituania, i Ruteni si stabilirono a Mukacevo e nelle regioni circostanti, formando col tempo una vasta provincia detta poi Podcarpazia. Sono quasi tutti cattolici. In seguito passarono sotto i re d'Ungheria, e l'ungherese, insegnato nelle scuole, divenne presto la lingua ufficiale. Una parte dei Ruteni, principalmente quelli della pianura, dimenticarono la lingua nalla e adottarono quella magiara: sotto l'influsso di queste circostanze, fu d'uopo tradurre e stampare in ungherese una grande parte di libri liturgici. Questo lavoro fu compiuto dalla seconda metà del sec. xviri al sec. xix. La S. Sede più volte ha voluto contenere queste iniziative prescrivendo alcune limitazioni, specialmente nella versione delle liturgie eucaristiche.

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Bizantina, liturgia - Solenne Pontificale in S. Pietro per il centenario della conversione di s. Vladimiro (21 maggio 1939). Tra la Conascrazione e la Comunione.
8) Lingua albanese. Da quando nel 1912 le eparchie metroplitane dell'Albania si costituirono in Chiesa autocefala, il movimento in favore dell'adozione della lingua albanese per la liturgia ha sempre progredito. Promotore di queste idee e autore della versione in albanese di parecchi libri liturgici è il sacerdote Fan Noli residente in America. Le edizioni fino ad ora apparse sono stampate parte a Boston, parte a Korçè.
9) Altre lingue. Troviamo la versione almeno delle liturgie cucaristiche e delle preghiere sacerdotali e diaconali più comuni, recitate ad alta voce, nelle lingue dei Paesi Baltici, soprattutto dacché essi si costituirono in Chiese autonome. Senza parlare dell'uso delle lingue moderne quali il francese, l'inglese ecc., la Società russa dei Missionari di Kazan istituì un comitato per la traduzione e la diffusione dei testi liturgici nelle varie lingue dell'Estremo Oriente, dal tartaro all'indiano, al giapponese ecc. Di queste versioni si servivano i numerosi sacerdoti e monaci russi mandati dalla Chiesa ortodossa in tutte le parti del Medio ed Estremo Oriente.
III. Liturgia bizantino-bomana. - Con questo nome si può designare la Messa romana inquadrata nello schema della 1. b. che ha ricevuto la denominazione di Liturgia di s. Pietro. La troviamo in parecchie versioni greche, georgiane e slave. Diversa da questa è la Liturgia di s. Gregorio Magno che è la traduzione della messa latina in greco con alcune infiltrazioni bizantine o il Canone di detto Messa semplicemente adottato dagli Armeni cattolici. Questa sembra essere stata in uso a Costantinopoli, almeno in qualche chiesa, dopo la conquista dei Crociati nel 1204, mentre la liturgia di s. Pietro è più antica ed il testo greco ha trovato molto favore nell'Italia meridionale.
(lat. Gloriam)
IV. Libri liturgici bizantini. - Notiamo qui soltanto i principali di essi. V'angelo ( τ ἀ boldsymbol{z} ἀ times γ γ ἐ λ λ 0 ν, evangelia, evangelia) diviso in pericopi per ogni giorno dell'anno, alle quali fanno seguito quelle proprie delle feste o circostanze particolari. - Apostolo ( ἀ ἀ π ἀ τ τ λ̇ λ ς, apostol, apostolul) contiene gli Atti degli Apostoli e le Epistole. La divisione in pericopi è analoga a quella dei Vangeli. - Salterio ( τ ἀ ἀ times λ τ ἠ ρ ι ° ν, psaltir, psaltirea) altre ai salmi contiene i cantici scritturali. - Eucologio ( τ ἀ ἀ ἀ χ ἀ ἀ ἠ τ ι ν, euchologiul) contiene le preci comuni del Vespro e dell'Ottro, le tre liturgie, i Saccamenti, i riti per i defunti e per i monaci, le consacrazioni e benedizioni. Non di rado, sempre presso gli Slavi odierni, la liturgia eucaristica con le preci del Vespro e dell'Ottro formano un libro speciale, il Liturgiario ( τ ἀ λ ε ι τ τ o ρ γ ι α ἀ ρ ι ° ν, ' operatorname{l} ε ρ α τ ι α ἀ ν, slyzehnik, liturgiare,) mentre gli altri riti sono contenuti nell'Aghiasmatario ( τ ἀ ἀ γ ι α σ μ α τ ἀ ρ ι ° ν, trebnik, aghiasmatar). - Orologio ( τ ἀ ἀ ἀ ἀ ἀ ἠ τ ι α ν, časoslar, orologiul) nel quale si trovano tutte le parti fisse delle ore canoniche con alcuni estratti del temporale e del santorale e alcune scolutie di devozione corrente. - Octoeco e Parakletiké ( ἀ ἀ ἀ τ ω η χ ° ς, ἠ π α ρ α α ἠ η τ ι α ἠ, oktoich, octoichul) contiene le parti comuni del temporale, le quali sono disposte per ordine secondo gli otto toni del sistema musicale bizantino. - Triodio ( τ ἀ τ ρ ι ἀ δ ι ° ν, triodul) contiene le parti proprie del periodo detto della Grande Quaresima. - Pentecostario ( τ ἀ π ε ν τ η κ α σ τ ἀ ρ ι ° ν, penticostarul) con le parti proprie dei cinquanta giomi che seguono la solennità di Pasqua. - Gli Slavi, come una volta tutti i Bizantini, distinguono il «triodio di digiuno» (triodu postnaja) ed il «triodio fiorito» (triodu tuvetnaja), che corrispondono ai due libri precedenti. - Menoí ( τ ἀ μ η ν α i α, minea, mjcšacnaja, mineiul) sono dodici libri corrispondenti ai dodici mesi dell'anno e contengono tutto il santorale. - Tipico ( τ ἀ τ ι σ ι α ἀ ν, typik, tipicul) è il libro che definisce le rubriche delle sacre funzioni e descrive le cerimonie sacre.
V. Caratteri generali della liturgia bizantina. - In primo luogo bisogna notare il conservatorismo e il tradizionalismo di essa, mercé il quale

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le preghiere liturgiche sono per i fedeli uno strumento di dottrina dommatica, ascetica e morale. Ciò non esclude alcune modificazioni e sviluppi di vario ordine avvenuti nel corso di secoli.

Oltre l'antichità della maggior parte del repertorio liturgico è d'uopo fatto risaltare la sua nota sociale. In una chiesa bizantina tutta l'assemblea prega. Il diacono, che si tiene tra il Santuario e i fedeli, esprime l'oggetto delle suppliche e questi, o il lettore e il cantore in vece loro, rispondono ad ognuna delle sue formole invitanti alla preghiera. Il sacerdote, nel Santuario, traduce i voti del popolo con orazioni recitate a voce sommessa, alzandola soltanto quando a conclusione di esse glorifica la S.ma Trinità o rivolge ai fedeli calde e insistenti esortazioni. La parte di ciascuno dei funzionanti è dunque rilevante e ognuno può facilmente scorgerti ed ascoltarli. Riguardo all' ufficiatura, le ore del Vespro e dell'Ortro (aurora) sono eseguite nella chiesa e con l'uso dell'incenso come nella liturgia eucaristica. Le acolutie di mezzanotte e delle altre ore canoniche sono celebrate senza solennità (ad eccezione delle grandi Ore in alcuni giorni dell'anno e del grande Apodipno in Quaresima). Nei monasteri sono recitate nel nartece, in ricordo dei solitari che si recavano in chiesa soltanto per le funzioni maggiori. L'amministrazione dei Sacramenti è sempre solenne e l'eucologia ridonda di benedizioni e di orazioni per tutti i bisogni spirituali e temporali della cristianità. Il rito bizantino si compiace della concelebrazione di numerosi officianti (vescovi, sacerdoti, diaconi, ministri inferiori) e ciò non solamente nella liturgia eucaristica. Quali caratteristiche del rito bizantino bisogna ancora segnalare la venerazione delle iconi, le prostrazioni, le unzioni con l'olio delle lampade, la benedizione e la manducazione del pane benedetto (artoclasia, antidoro), ecc.
VI. Commentatori. - Dopo gli scritti di s. Massimo, sec. vir, notiamo fra i principali l'interpretazione della liturgia attribuita a s. Teodoro Studita (826); la teoria mistica passata alla tradizione sotto il nome di s. Germano I di Costantinopoli; la spiegazione della divina liturgia di Nicola Cabasilas (1341); i trattati liturgici di Simeone di Salonicco (1499); il catechismo di Nicola Bulgari (sec. xvir), ecc. - Vedi Tav. CI.

Bibl.: L. Allatius, De libris et rebus ecclesiasticis graecorum, Parigi 1646; J. Gour, Ebyphéquer sive Rituale graecorum, 1² ed., ivi 1647; J. G. King, The rites and ceremonies of the Church in Russia, Londra 1772; A. von Muralt e Muraviev, Briefe über den Gottesdienst der euergesiändischen Kirche (dal runes), Lipsia 1838; Arciv. Benjamin, Novaja shrizal, Pietroburgo (molte
cdd.); A. Dmitrievskij, Staslenik, Kiev 1904; Pl. de Meester, Grecques (Liturgies), in DACL. VI, coll. 1591-1662, ove si trova una copiosa bibliografia; id., Genèse, Sources et Désaloppements du texte grec de la liturgie de s. Jean Chrysostome: estratto dal Xgивaбтopuвá, Roma 1908, pp. 245-358, raccolta nella quale si trovano parecchi studi sulla liturgia; A. Fortezza, The Orthodox Eastern Church, Londra 1907. Placido de Meester

BIZANTINA, MUSICA. - E così generalmente chiamato il sistema musicale delle Chiese di rito bizantino che hanno avuto comeloro centro principale Bisanzio.

I Periodo. - Con il Vangelo gli Apostoli portarono,
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(propr. Eic. Cull.)
lie loro tradizioni. Inni e salmi risonarono nelle prime assemblee cristiane come nella sinagoga, forse nelle stesse melodie ebraiche. Man mano, però, che le masse elleniche venivano guadagnate alla fede, quelle melodie non soddisfacevano più, poiché troppo grande era nel popolo greco il senso dell'arte. E facile quindi pensare che, dopo la pace costantinians, i nuovi grandiosi templi delle cristianità greche dovettero risonare di inni e salmi eseguiti nelle antiche melodie doriche, lidie, frige, ecc. In tutto il periodo che corre fra i secc. I-viII siamo però ben lungo dall' avere un unico sistema di canto Clemente Alessandrino, nel Pedagogo (PG 8, 445), raccomanda di abbandonare il modo cromatico, perché stimolo alla passione. E ad Alessandria il canto non era che una recita più o meno modulata. A Cesarea di Cappadocia, s. Basilio, che più di ogni altro cercò di conciliare lo spirito classico con la nuova fede, stando a quanto ci narra Michele Psellos, formò per la sua chiesa dei forti cori, come presso gli antichi Greci; compose nuovi inni e nuove melodie e nel canto affidò talune parti anche ad elementi femminili. Ciò per combattere gli ariani, che con le loro musiche teatrali attiravano nelle loro chiese molti ingenui. Parecchi Padri tollerarono, per la stessa ragione, persino l'introduzione di strumenti (Niceforo, Historia, IX, 16) di cui però, cessata la causa, fu vietato l'uso, o meglio l'abuso. Il Concilio di Laodicea (can. 55) proibi nelle chiese il canto ad individui che non avessero ricevuto l'ordinazione del cantorato, ed inoltre vietò che si eseguissero salmi non canonici (can. 49). Col tempo, però, molti nuovi inni e nuove melodie furono ufficialmente accettate; Sofronio di Gerusalemme, Romano il Melode e molti altri, hanno lasciato tracce profonde nell'innologia e nella musica che, dal centro propulsore, può ormai chiamarsi bizantina.

In tutto questo periodo la scrittura musicale o semiografia, è quella alfabetica, usata già dai classici.

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I documenti sono rarissimi e il tutto si riduce a qualche papiro di grande valore, la cui interpretazione presenta difficoltà insormontabili.

Nella seconda metà di questo periodo sorge una nuova semiografia detta ecfionetica, cioè declamatoria. A quanto sembra, dai documenti a noi pervenuti, essa non fu usata che per la declamazione delle letture profetiche, apostoliche ed evangeliche. I segni sono 14. I manoscritti che sino ad oggi si conoscono (una ventina), appartengono ai secc.viI-xiII; in seguito scompaiono. La loro interpretazione è difficile, perché mancano le chiavi e non si conosce il valore esatto dei singoli segni.

II Periodo (secc. viII-xiII). - E il periodo aureo dell'innologia e della m. b. La liturgia si arricchisce di composizioni poetico-musicali di altissimo valore artistico-letterario. I compositori delle stesse chiese greche dell'Italia meridionale non sono secondi agli Orientali; fra i molti italo-greci vanno ricordati Marco di Otranto, Giuseppe di Siracusa, Nilo di Rossano fondatore del famoso monastero di Grottaferrata, e il suo discepolo Bartolomeo. Fra tutti però emergono i due sommi, Cosma di Maiuma e Giovanni Damasceno. A questi due, e soprattutto all'ultimo, la tradizione attribuisce la riforma musicale che incomincia nel sec. viII.

Il sistema musicale viene diviso in otto modi : 4 propri e 4 plagali. Questi mantengono le vecchie denominazioni: dorico, lidio, frigio, missolidio, ma sono anche semplicemente chiamati primo, secondo, plagale del primo, ecc. Nuovi segni diastematici sono creati, ad indicare i vari intervalli o gruppi di note. Si noti però subito, che questi segni non indicano un solo preciso intervallo di 2, 5, ecc., bensi un gruppo di note susseguentisi con norme stabilite, ma anche con diverso movimento, a seconda che lo
stesso segno si trovi in un "modo" o nell'altro, in una posizione o nell'altra. Questi segni erano dunque, più che altro, dei sussidi mnemonici al cantore, il quale per tener degnamente il suo ufficio doveva avere una forte memoria musicale. A facilitare però maggiormente il compito, furono creati altri segni detti di χ χ ι ρ ° ° σ μ i α (legge del movimento delle mani), i quali, posti sotto o sopra i segni diastematici, indicavano al cantore più chiaramente i vari movimenti della frase musicale contenuta in quel segno. Esperti maestri, con il movimento delle mani (da cui il nome χ χ ι ρ ° σ ω μ i α ), facilitavano ancor di più il compito del coro. I segni diastematici sono 14 , di cui 11 ancora oggi in uso. I segni chironomici sono anch'essi 14 , col tempo poi aumentati di numero. All'inizio di ogni melodia si trova segnato il "modo" e cui appartiene e la μ α ρ τ o μ i α - chiave. I manoscritti di questo periodo conosciuti sino ad oggi sono poco più di 30 , di cui buon numero nella badia di Grottaferrata. Tenendo conto della tradizione tuttora vivente e dei manoscritti del periodo seguente, sebbene l'opera sia sempre ardua, è tuttavia possibile ricostruire queste antiche melodie.

III Periodo (secc. xili-xix). - Con i secc. viit-xi l'innografia bizantina raggiunge il suo apogeo. Le composizioni poetico-musicali abbondano ormai in tutto il ciclo liturgico. I grandi maestri dal sec. xi in poi si prefiggono, come compito principale, d'insegnare, mediante le leggi della "chironomia", ad interpretare fedelmente le composizioni dei grandi inno. grafi. Il sistema inventato da costoro non era facile: il significato stenografico, non solo dei segni chironomici ma anche di molti segni diastematici, dava luogo a non poche divergenze. Si prospetto una nuova riforma e questa avvenne nel sec. xim. La si attribuisce a Giovanni Kukusélis, maestro della cappella imperiale prima e poi monaco nella Grande Laura dell'Athos. Probabilmente però egli non fu che l'espo-
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(prepr. Euc. Catt.)
Bizantina, musica - Scale dell'ottoeco bizantino. Inno natalizio di s. Romano il Melòde. Melodia tradizionale bizantina.

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nente maggiore di un sistema che ebbe inizio assai prima di lui, e non terminò che con l'ultima riforma.

In questo sistema a quasi tutti i segni diastematici viene dato un valore preciso (salto di 2, 3, ecc.). La melodia non viene però ancora scritta per esteso. Ad indicare lo sviluppo della melodia (che, come essi si esprimero, è contenuta nel segno diastematico come la spiga nel chicco di grano), si usano ancora i segni di chironomia, le cui regole sono più chiaramente determinate, e il numero di questi segni assai aumentato. Notisi pure che lo stesso segno mutava di valore secondo la sua posizione e persino se era scritto rosso o nero. Le μ α varrho τ ω mathrm{i} α mathrm{i} o chiavi sono indicate non solo all'inizio della melodia, ma anche dopo ogni periodo musicale, indicando l'ultima nota cantata. A nessuno sfugge il grande beneficio di questa introduzione. Le varphi vartheta varrho ρ α i o accidenti, propri a ciascun "modo", sono generalmente segnate, mentre anche questo era, precedentemente, affidato alla memoria del cantante. Si scrivono anche molte grammatiche, alcune delle quali giunte sino a noi (v. L. Tardo, L'antica melurgia bizantina, Grottaferrata 1938, pp. 145-260). Anche queste però hanno bisogno dell'interpretazione del maestro, non essendo né chiarc né complete.

Col tempo i segni chironomici andarono sempre aumentando, cercandosi con ciò di affidare sempre più esattamente allo scritto quanto la tradizione aveva riportato. Famosi maestri di questo periodo, tra i tanti, Giovanni Kladàs, Manuele il Vecchio (sec. xv), Manuele il Giovane e Balasios (sec. xvi). Quest'ultimo soprattutto incomincia a porre il problema di scrivere più esattamente le melodie con i segni diastematici, senza troppi sottintesi. Inizia questo suo sistema interpretando molti dei segni chironomici. Altri maestri lo seguono, sino a Pietro del Peloponneso, lambadharios (capo del coro sinistro) della Grande Chiesa (sec. xviII). Questi, lasciata l'antica semiografia sintetica a poche frasi di ciascun "modo", delle quali era facile ricordarsi, e queste scritte ancora con i vecchi segni chironomici, analizza quasi tutto il resto. Era il metodo di Balasios ma condotto assai più avanti. Insegna il suo metodo ad una schiera di discepoli. Ciò fatto, intraprende un'opera che deve immortalarlo negli annali della m. b. : la trascrizione di tutte le melodie sacre tramandate dalla tradizione sino a lui, anche di quelle di tipo andante, mai scritte per l'addietro, ma solo tramandate oralmente. Nessuno poteva fare quest'opera meglio di lui, dotato come era di una incomparabile memoria musicale, cosi da poter trascrivere qualsiasi melodia, dopo averla intesa una sola volta. L'intelligente lambadharios aveva cosi spianata la via verso una riforma radicale. Oramai con la stampa non aveva più ragione di esistere la semiografia stenografica.

IV Periodo (sec. xix). - Sulle orme di Pietro, alla fine del '70o, tre dotti e coraggiosi maestri : Crisanto, vescovo di Prusse, Gregorio lambadharios e Curmusio cartofilace, si accingono a dare gli ultimi colpi al vecchio sistema. Nel 1815 essi presentano i frutti del loro lavoro al patriarca ecumenico, il quale, dopo lungo tergiversare, finisce per approvarlo. Il cieco attaccamento alla tradizione fece si che da molti fosse combattuto questo sistema; tra questi lo stesso protopsàltis (primo cantore) della Grande Chiesa, Costantino; anzi è interessante sapere (a dimostrare la esattezza della trascrizione delle melodie) che mentre questi cantava da libri con il vecchio sistema, il lambadharios Gregorio, contemporaneamente, cantava da libri con il nuovo sistema.

Cosi riformato, il sistema musicale bizantino prese il suo assetto definitivo, ed è ancora oggi sistema ufficiale nella Chiesa bizantina.

La riforma consistette in questo: 1) Abolizione di ogni residuo di stenografia. 2) A tutti i segni diastematici si dà un valore preciso (intervallo di 2, 5, ecc.). 3) Alcuni segni, che nel vecchio sistema avevano valore stenografico (ad es., ξ̇ ξ ε i α, π ε λ α α τ o ́ v, ecc.) vengono senz'altro aboliti.
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(do O. Tifos, La mostra bizantina, Milano 1891) Bizantina, musica - Semiografia crisantina. Una pagina della zqnегораӧвıа єккһрнлегою́s di Giovanni Sakellaridis, Atene 1880.
4) Aboliti sono pure quasi tutti i segni chironomici, divenuti oramai inutili. A qualcuno di essi, rimasto, si dà solo valore espressivo. 5) Il solfeggio che dagli antichi maestri era insegnato con i monosillabi: mathrm{Na}, mathrm{Ne}, mathrm{Te}, mathrm{To}, mathrm{Ru}, mathrm{Rem}, ecc. viene ora insegnato con le note musicali, in numero di 7 , prese dall'alfabeto : π mathrm{A} (re) - Bov (mi) I'e (fa) - Δ ( (sol) - times mathrm{E} (la) - mathrm{Z} ω (si) - mathrm{vH} (do). In quasi tutto il resto si rimane fedeli alla tradizione. I modi sono ugualmente 8 e seguono le vecchie denominazioni e le vecchie scale. Cosi anche le μ α ρ τ ω mathrm{i} α mathrm{s} o chiavi e le varphi vartheta varrho ρ α i o accidenti. Si noti, infine, che i tre riformaturi, trascrivere, nel nuovo sistema, tutte le antiche melodie dell'anno liturgico.

Conclus