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per lo sviluppo della controriforma cattolica nei Paesi Bassi.

Solo con la distruzione del monastero e con la dispersione dei monaci, ad opera della rivoluzione, terminò a Liessies il fervore di vita religiosa che vi si era conservato inalterato fin dalla morte del santo abate.

Il B. è ormai conosciuto più per i suoi scritti ascetici che come riformatore monastico. Lasciò, infatti, Speculum monachorum (Lovanio 1538); Paradisus animae fidelis (ivi 1540); Psychagogia ex SS. Patribus collecta (ivi 1549); Collyrium haereticorum (ivi 1549); Institutio spiritualis (ivi 1553); Consolatio pusillanimum (ivi 1555); Margaritum spirituale (ivi 1555); Conclave animae fidelis (ivi 1558) che ebbero presso i religiosi straordinarie accoglienze.

Lo scopo pratico ed immediato che il B. ebbe non gli permise un ordinamento sistematico e razionale della sua dottrina, e inutilmente si cercherebbe un piano organico nelle sue opere, se si eccettuano l'Institutio spiritualis e lo Speculum animae, dove lo sviluppo graduale del pensiero è più evidente. Tutta la dottrina ascetica è trattata da B., che vuol rispondere ai più urgenti bisogni delle anime. Talvolta egli si addentra in questioni teologiche, che espone con chiarezza e precisione. Ma il suo vero scopo è di aiutare nell'ascesa spirituale i monaci e altre anime che si rivolgono a lui. Non è un autore di grande originalità; la sua dottrina deriva dall'assidua lettura dei più grandi dottori della spiritualità cristiana, a cominciare dai Padri. Suoi autori preferiti, dopo la S. Scrittura e la Regola di s. Benedetto, furono s. Agostino e s. Gregorio; nei suoi scritti si nota anche l'influsso di s. Gertrude e di s. Mectilde; segue inoltre anche autori più recenti come il Taulero e Ruysbroek, e manifesta molta simpatia per gli Esercizi di s. Ignazio.

Scaturita soprattutto dalla Regola di s. Benedetto scrupolosamente osservata, la dottrina spirituale del B. è anzitutto cristocentrica, dimostrando in questa sua caratteristica anche la sua ispirazione liturgica. Cristo, "al quale nulla deve essere preferito" (s. Benedetto), e i suoi misteri dominano il pensiero del B. Egli ne raccomanda lo studio e lo meditazione in ogni suo trattato, insistendo soprattutto sulla passione di Gesù come sul mezzo più adatto all'unione con Dio; e ne compose una spiegazione.

La contemplazione di Cristo e delle sue sofferenze sarà un continuo richiamo alla mortificazione e al raccoglimento. L'anima allora vive abitualmente alla presenza di Dio, che la riempie di sé, tanto da non farle

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cercare più consolazioni al di fuori di lui. Essa non ha più quindi che aspirazioni alle cose celesti, alla beatitudine. Anche l'attenzione abituale alla presenza di Dio e l'aspirazione costante alla gioie del cielo rivelano l'aderenza della dottrina del B. al pensiero di s. Benedetto.

Nulla di nuovo dunque nella dottrina spirituale del B. quanto a contenuto, ma un metodo di vita interiore adatto a tutti, anche ai più deboli, allo stesso modo che il suo ideale monastico, una volta liberato delle eccessive rigidezze del primo tempo, fu seguito per oltre due secoli da monaci di diverse grado di virtù.

La sua dottrina è ancora oggi studiata e nuove traduzioni delle sue opere si fanno un po' dovunque (ne è annunziata una completa anche in italiano negli Scripta monastica della badia di Praglia), ciò che indica l'attualità del B., che il papa Pio XI avrebbe desiderato sardo e dottore della Chiesa. Il titolo di «venerabile» gli è stato universalmente riconosciuto per la fama acquistata attraverso le sue opere e in omaggio alle sue virtù. E commemorato nel Martirologio benedettino il 7 genn.

Bibl.: Opere: Opera Blasi1, Anversa 1632, in cui è anche inserita la Vita scritta da un monaco di Liessies. - Studi: Acta SS. Isonarii, I. Parigi 1863, pp. 430-36; J. Peter, L'Abbaye de Liessies en Hainaut depuis ses origines jusqu'après la réforme de L. de B., Lilla 1912; P. De Puniet, La place du Christ, la contemplation, l'union selon la doctrine de L. de B., in Vie Spirituelle 1920-21; L. de B. Savie et ses traités ascétiques (con prefaz. di P. De Puniet [Coll. Pux, 32]), Marcdsoux 1927-32; U. Berlière, Ven. Lud. Blasi Statuta monastica (Scripta monastica, 19), Praglia 1929; M. Balz, s. v. in DIIG, IX, coll. 228-42; P. De Puniet, s. v. in Dllp, I, coll. 1730-38; A. Zimmermann, Kalendarium Benedictinum, I, Metten 1933, pp. 23-25 e 26-27; IV-VI, ivi 1938, p. 9; P. Gallini, La Regola di vita spirituale di L. Blasiin, interpretazione e commento, Roma 1939; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de st Benuft, III, Marcdsoux 1948, pp. 225-29; A. Beguin, L. B. L'impercieste, vers. it., Milano 1949. Ambrogio Mancone

BLOUNT, Charles. - Deista inglese, n. nel 1654, m. nel 1693. Critico rigidamente razionalista svalutò ogni criterio di apologetica del soprannaturale, fondando il suo cosiddetto cristianesimo, pura religione di natura, unicamente sulla ragione. Principali ispiratori del suo pensiero nel campo religioso e socialepolitico furono Herbert di Cherbury e Hobbes.

Opera principale: Anima mundi, or an historical narration of the opinions of the ancients concerning man's soul after this life (1679).

Bibl.: G. V. Lechler, Gesch. des englischen Deismus, Stoccarda e Tubinga 1841, p. 114 sgg.

Ugo Viglino
BLON, Léon. - Scrittore, n. a Périgueux [11] luglio 1846 e m. a Bourg-la-Reine il 3 nov. 1917. Spirito appassionatamente cattolico, ignaro di dolce tolleranza ("tout ce qui n'est pas exclusivement, éperdument catholique n'a d'autre droit que celui de se taire-ci, in guerra costante col suo secolo materialista, nemico dello spirito laico ai suoi occhi colpevole delle transazioni maggiori; dispregiatore della classe borghese conciliante, piatta, troppo pratica; pronto a gettare l'anatema su ogni mediocrità e menzogna sociale, si trattasse di cristiani tiepidi o di scrittori pronti al compromesso, questo entrepreneur de démolitions osteggiato soprattutto nello stesso ambiente cattolico, ha dedicato alla glorificazione sempre più alta di Dio tutta l'opera sua, che comprende una trentina di volumi.

Di questi particolarmente significativi gli 8 che costituiscono il fournal, e cioè : Le mendiant ingrat, Mon journal, Quatre ans de captivité à Cochons-sur-Marne, L'invendable, Le vieux de la Montagne, Le Pélerin de l'Aboula, Au seuil de l'Apocalypse, La porte des humbles (e che, pur con le differenze che intercedono nell'atteggiamento dei due scrittori, ci fa pensare al fournal di Jules Renard).

Di un cattolicesimo integrale, apocalittico, che gli ispirava l'attesa fremente del regno dello Spirito, mis-
sionné pour le témoignage nella sua crociata contro i nemici della verità e della giustizia, egli afferma incessantemente la solidarietà cristiana; diffonde nelle sue lettere parole di consolazione; ma, natura di elementare violenza e impulsività, incapace di equilibrio o serenità, si rivela sempre polemista appassionato per indignation et par amour. Sempre sincero ma disuguale e mosso talora da animosità personale, è spesso ingiusto e cade, perciò, in contraddizioni: procede per intuizione, si esprime mediante visioni e profezie, crea un'atmosfera allucinante, ammanta la realtà di un carattere mistico. Egli denuncia la mediocrità del clero che considera depositario incosciente dei misteri e delle rivelazioni divine; è antimoderno in quanto ostile alle esagerazioni materialistiche del mondo moderno: l'odio si afferma in lui in funzione d'amore, e nella esagerazione e nella ribellione, pur se talora sembri oltrepassare il segno, svela ansie di tenerezza, si dimostra adoratore ardentissimo di Dio. Negli ultimi anni, finalmente, l'opera sua conoscerà la serenità e la commovente umiltà che attestano le Méditations d'un solitaire (1916) o Dans les ténèbres (1917).

Poeta in prosa, capace di raffinate analisi, ebbe il dono di narrare e dipingere con la più perfetta evidenza; lo stile sa allargarsi nell'ampia invettiva, farsi caustico e fremente, incendiarsi nell'anatema folgorante, che richiama Tertulliano, perdersi nella tenerezza più sentita. Il romanzo: La femme pauvre termina con le celebri parole: «Il n'y a qu'une misère: c'est de n'être pas des sains».

Vanno menzionati: Le Révélateur du globe (Parigi 1884) su C. Colombo, Le désespéré (ivi 1886); La Chevallère de la Merz (ivi 1896) dedicato a Maria Antonietta, La femme pauvre (ivi 1896); Belluaives et parchers (ivi 1905); Celle qui pleure (ivi 1908), dedicato alla Madonna de la Salette, a cui si riferisce anche la Vie de Mélanie (ivi 1912); Le sang du pauvre (ivi 1909); L'âme de Napoléon (ivi 1912); postume sono state stampate le Lettres de jeunesse e quelle alla fidanzata.

Bibl.: S. d'Amico, Le strade che portano a Roma, Firenze 1924, pp. 29-37; J. Maritain, Quelques pages sur L. B., in Cahiers de la Quinzaine, 18 (1927), pp. 7-49; P. Souday, Les livres du temps, 1re serie, Parigi 1929, pp. 116-36; L. Daudet, Plonmes, ivi 1930, pp. 207-41; H. Colleye, L'âme de L. B., ivi 1930; P. Arrou, Les logis de L. B., ivi 1931; S. France, Mission de L. B., ivi 1935; M. Rommeisen, Katholizismus als Mystik bei L. B., Lipsia 1935; J. Bollery, Le «Désespiré» de L. B., Parigj 1936; W. Dillinger, Das Frankreichsbild im Werke L. B. (16361917), Bonn 1937; M. L. Herboulet-R. Lacroix, Un va-au-cours: L. B. Aspects importants de l'bousse et de son encore, Parigi 1937; P. Vulliaud, L. B., prophète et martyr, in Mercure de France, 280 (1937), pp. 38-61; E. Buenzod, Une époque littéraire, 16301916, Parigi 1941, pp. 39-42.

Jule Scudieri Ruggieri
BLUDAU, Augustin. - Esegeta e filologo neotestamentario, n. il 6 marzo 1862 a Guttstadt nella Prussia orientale, m. vescovo di Ermland il 9 febbr. 1930, a Frauenberg, sua sede residenziale. Ordinato sacerdote nel 1887, fu poi cappellano a Marienwerder, si laureò ( 1891 ) in teologia a Münster, quindi fu cappellano e dal 1894 vicerettore del seminario a Braunsberg. Professore di esegesi neotestamentaria a Münster dal 1895 , condirettore dal 1907 al 1909 della Theologische Reune, il 26 nov. 1908 fu eletto vescovo di Ermland, e consacrato il 20 giugno 1909.

L'importanza scientifica di B. sta nella critica testuale del Nuovo Testamento. Pubblicò molto in materia, e scrisse anche notevoli studi sulla versione greca di Daniele (1897), sui Giudei ad Alessandria (1906), su Eteria (1927), ecc. Specialmente sono da notarsi i suoi articoli sul Comma Ioannanum (I fo. 5, 76-8a), che forse hanno contribuito alla modifica del decreto del

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S. Uffizio sul = Comma Joannacum = del 13 genn. 1897, verificatasi il 2 giugno 1927.

Bibl.: A. Steinmann, in Ermldudische Zeitung, 1930, n. 38; id., in LThK, II (1931), coll. 399-400; H. Höpff-B. Gut. Introductio specinlis in Novum Tratamentum, 4² ed., Roma 1938, pp. 495497.

Arduino Kleinhans
BLUEFIELDS, vicariato apostolico di - Fu eretto il 2 dic. 1913, quando fu reso autonomo dalla diocesi di León nel Nicaragua; è suffraganeo di Managua ed è diretto dai Cappuccini.

Superfice del territorio comprendente il dipartimento di Zelaya, già B., la comarca di Cabo Gracias a Dios e le isole atlantiche appartenenti al Nicaragua, incluse le Isole Corns, già della missione sui iuris di S. Andrea e Provvidenza: kmq. 70.300. Popolazione totale (computo approssim. 1941): 41.654 (Moschiti, Negriti oriundi africani o delle Antille, meticci, mulatti), tra cui 20.963 cattolici (in maggioranza Moschiti), 15.960 protestanti, 38 musulmani, pochi ebrei, 3860 pagani. I 18 sacerdoti cappuccini (prov. reg. di Barcellona e prov. reg. di Monte Calvario, Detroit, S. U., alla quale ultima il vicariato è affidato dal 1942) attendono a 9 quasi-parrocchie (con 20 stazioni secondarie) coadiuvati da 8 fratelli delle Scuole cristiane e da 15 suore della Madre del Divin Pastore di Barcellona, 104 catechisti, 29 insegnanti addetti a una scuola elementare (89 alunne) e due medie ( 186 alunni), e ad un ospedale ( 95 letti). Vi si pubblica il Boletin Dominical ( 2500 copie).

Prima dell'arrivo dei Cappuccini i cattolici erano rimasti spiritualmente abbandonati per mancanza di clero diocesano, mentre vi si affermava il proselitismo protestante, specialmente (dal 1849) per opera dei Fratelli moravi. Tra i Moschiti si va intensificando l'evangelizzazione metodica, mentre altrove la missione ha fatto rifiorire il pubblico costume e quello privato, con l'aumento dei matrimoni legittimi, raggiungendo periodicamente anche le regioni più remote, malgrado gli estremi rischi dei viaggi e le asprezze del clima tropicale. I missionari dirigono con profitto la scuola primaria governativa di B. ed il locale istituto di grado universitario.

Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionum, Posiz. n. prot. 2437/1913, 1996/1948; MC, pp. 49-50.

Giuseppe Monticone
BLUM, Peter Joseph. - Vescovo di Limburg, n. a Gelsenheim il 18 apr. 1808, m. a Limburg il 30 dic. 1884. Studiò filosofia a Würzburg e teologia a Bonn, entrando quindi nel seminario di Limburg, ove il 17 maggio 1832 fu ordinato sacerdote. Il 26 genn. 1842 fu eletto vescovo di Limburg. Si occupò con molto zelo della diocesi; fece erigere scuole, istituti, pensionati ed ottenne maggiore libertà per l'esercizio del culto. Venuto a contrasto col presidente della provincia di Assia-Nassau per la questione delle nomine nelle parrocchie vacanti, fu invitato a presentare le sue dimissioni. Egli rifiutò, ma fu costretto a fuggire in Boemia; poté tornare a Limburg soltanto il 19 dic. 1883 in seguito ad un decreto reale.

Bibl.: M. Höhler, Geschichte des Bistums Limburg mit besonderer Rächsichtnahme auf das Leben und Wirken des dritten Bischofs P. 7. B., Limburg 1908, pp. 141-378; F. Lauchort, s. v. in LThK, II, col. 490.

Emma Santovito
BOANERGES (Boavegyéz). - Soprannome dato da Gesù ai due apostoli figli di Zebedeo : Giacomo e Giovanni, secondo Mc. 3, 17, ove è spiegato \& figli del tuono * ( δ̇ éavs uloi β povtís).
B. è l'ebraico bènē régeē; la radice rgs (come rga) significa «tumultuare» (Ps. 2, 1), ed è usuale in aramaico (Dan. 6, 7.12.16); al tempo di Gesù doveva avere anche il senso di «tuonare», come l'arabo raf̧asa e raf̧asa. E. Kautzsch intende «figli d'ira» cioè «iracondi» (l'e-braico-aramaico rgz significa «ira»: Is. 23, 11; 32, 11;

37, 28 sg.; Dan. 3, 13; ecc.). L'o di B. è «inspiegabile» (Lagrange); la Pētiţiā lo tralascia (béné reget), e qualche codice minuscolo (604) ha Bavygzyz. S. Girolamo (in Dan. 1, 7: PL 25, 497): "non ut plerique putant boanerges, sed emendatius legitur benereem (var. baneraem) ", perché in ebraico "tuono" si dice râam (da ri'am "tumultuare»). D. Voelter intende a torto "figli dell'Orsa".
"Figli del tuono" cioè "tuonanti" ("tuonare" è detto di Dio: I Sam. 2, 10) potrebbe intendersi della fervida eloquenza (Origene, M. Chladen, F. Zorell è incerto); si suol vedervi un'allusione al carattere impetuoso dei due fratelli, che (come Elia: II Reg. 1, 10-14) volevano far cadere "il fuoco del cielo" sugli inospitali Samaritani (Le. 9, 54; cf. 9, 49 e Mc. 9, 38). I Padri vi vedono un'allusione alla predicazione giovannea, da Origene chiamata "tuono intellettuale" (voyyţ β povy ζ : Philos. 15, 18 : PG 14, 1313; cf. C. Cels. VI, 77; PG 11, 1416).

Il cod. di Freer ( W ) con vari della Vetus latina ( e c, b q ) applica il soprannome B. a tutti gli apostoli: Kouvú̌s Aà zú̀vú́c ázá́zatez Bvavcgyz; lat. : communiter autem vocavit eos B. In origine communiter doveva intendersi solo di Giacomo e Giovanni; poi i nomi di questi furono spostati e il soprannome B. sembrò applicarsi ai 12 . In un sermone del sec. iv attribuito a s. Basilio si dice di tutti gli Apostoli uloi β povy ζ ς úvquaz θ évzc (PG 30, 813); e così lo Ps.-Atanasio (PG 28, 1248). E. Preuschen, M. Fischer, in parte G. Bardy, sostengono questa tradizione isolata, che F. Zorell ritiene non improbabile.

Bibl.: M. Chladen, De cognomine B., Wittenberg 1712; J. F. K. Gurlitt, Über die Bedeutung des den Söhnen Zebedàl Ms. 3. 17 erthellten Beinamens B., in Theologische Studien u. Kritiken, 2 (1829), pp. 715-38; E. Kautzsch, Grammatik des Bibliothek-Aramätschen, Lipsia 1884, p. 9 sg.; D. Voelter, B., in Zeitschr. f. d. neutestam. Wiss., 17 (1916), p. 212; E. Preuschen, Die Domnerssïhne (Mc. 3, 17), ibid., 18 (1917), pp. 141-44; M. Fischer, Die Donnerssïhne, ibid., 23 (1924), p. 310 sg.; G. Bardy, B., in Recherches de science ref., 15 (1925), p. 167 sg.; M.-J. Lagrange, En. relan et Marc. 4ᵉ ed., Parigi 1929, p. 85 sg.; F. Zorell, Lexicon graecum N. T., 2 e ed., ivi 1931, col. 234 sg.; H. Hirschberg, Sinuca Italiana, ille Ebiomites, in 7. of Bibl. Lit., 61 (1942), p. (17) 1917 180.

Antonino Romeo
BOARETTI, Francesco. - Predicatore e poligrafo, n. a Masi, presso Padova, il 16 ag. 1748, m. a Venezia il 15 maggio 1799. Studiò nel seminario patavino, insegnandovi poi filosofia. Dal 1785 insegnò eloquenza nelle «scuole dei chierici» di Venezia, allora istituite.

Fra le varie sue opere e traduzioni, per lo più di letteratura classica e italiana, notiamo la parodia dialettale dell'Iliade in ottava rima, dal titolo Omero in Lombardia (2 voll., Venezia 1788) ; le versioni dall'ebraico dell'Ecclesiante, della Supienza e dei Salmi; e l'opera storica sulla Dottrina de Padri greci relativa alle circostanze della Chiesa nel sec. XVIII (2 voll., ivi 1791).

Bibl.: G. A. Moschini, Delle attter. veneziana, I, Venezia 1806, pp. 273-76; G. Vadova, Biografia depsi scrittori padovani, I, Padova 1832, pp. 115-18 (con elenco delle opere); Hurter, III, coll. 321-22.

Lorenzo Di Fonzo
BOBBIO, diOCESI di. - In Lombardia, provincia di Piacenza, suffraganea di Genova. Comprende comuni appartenenti alle province di Genova, Piacenza, Pavia e Parma. Superfice della diocesi, 613 kmq.; con 35.000 ab., ripartiti in 60 parrocchie, raccolte in 13 vicariati foranei; 79 sacerdoti diocesani ( 1948 ) e seminario proprio. Il centro cittadino (in provincia di Pavia) conta 6000 anime. Venere come patrono diocesano s. Colombano, festeggiato il 24 nov.; la Cattedrale è dedicata a Maria Assunta e a s. Pietro Apostolo.

La diocesi fu eretta soltanto nel 1014; soppressa all'epoca dell'invasione francese (1803) fu annessa alla diocesi di Casale Monferrato; Pio VII la ristabili entro i primitivi confini nel 1817, dietro domanda del re Vittorio Emanuele I.
B., nella valle della Trebbia, deve la sua origine

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al monaco irlandese s. Colombano. Rifugiatosi nel 612 presso il re longobardo Agilulfo, di recente convertito al cattolicesimo, ebbe il permesso di stabilirsi, come eremita, in luogo montuoso ove esisteva un antico oratorio in rovina dedicato a s. Pietro. Colombano lo restaurò e lo fece pernio della vita monastica, che intendeva impiantarvi. Pose il monastero sotto la protezione di Maria Vergine; e i monaci vi affluirono, attratti dalla fama di santità dell'abate. Intorno al nuovo monastero e lungo il torrente Bobi, donde il nome al centro abitato, sorsero abitazioni sempre più numerose. Dopo la morte di Colombano (615) fu creato abate il suo compagno s. Attala di Borgogna, che illustrò il monastero con la dottrina e la virtù, e vi morì nel 622 circa. Il terzo abate, s. Bertolfo, ebbe confermate dal re Adaloaldo le precedenti donazioni longobarde, ed ottenne nel 638 una bolla di Onorio I, che metteva il monastero alle dipendenze immediate della S. Sede, emancipandolo da ogni giurisdizione episcopale. Successe come abate s. Boboleno, a cui papa Teodoro I con nuova bolla confermava i diritti di esenzione del monastero. Lo scozzese Cumiano, lasciata la sede vescovile
![img-19.jpeg](img-19.jpeg)

Brimo - Vaso eburneo in rilievo con la scena di Orfeo (sec. vi). riadoperato per pisside. - Tesoro della chiesa di S. Colombano.

Primo vescovo fu Attone (1014-27), cui successe Sigefredo. Il vescovo Luizo ebbe il titolo di conte della città (1046), mentre gli abati conservarono quello di conte del territorio. Per santità si distinse Alberto Avogadro (1184-85), trasferitovi da Vertelli, e passato poi a Gerusalemme (1205); subì il martirio in Acri l'8 apr. 1214. Al tempo del vescovo Marliano Buccarini l'abbazia di B., ormai decaduta, fu affidata da Niccolò V ai Benedettini cassinesi della Congregazione di s. Giustina di Padova (1449). Buona parte dei vescovi appartennero ad Ordini religiosi. Giovanni Mondani (1477-82) fece la solenne traslazione del corpo di s. Colombano dalla chiesa del monastero (cf. Ughelli, IV, p. 943). Morì in fama di santità il 15 dic. a Piacenza e vi fu sepolto nella Cattedrale. Il card. Augusto Trivulzio amministrò la diocesi dal 1522 al 1524 . Francesco Abbondio Castiglioni resse la diocesi dal 1562 al 1568 , e nel 1565 fu elevato alla porpora cardinalizia. I vescovi ebbero vivi contrasti anche col governo cittadino, che cercava sottrarsi alla giurisdizione temporale del vescovo. A contrastare la giurisdizione episcopale venne poi la famiglia Dal Verme, alla quale il duca di Milano Filippo Visconti concesse B. in feudo.

Nel 1748 il Bobbiese veniva staccato dal ducato di Milano e aggregato agli Stati Sardi. Il monastero andò decadendo fino alla soppressione e alla finale dispersione della biblioteca (1795). I locali del monastero, rimodernati nei secc. xvir-xviII, vennero adibiti per abitazione del clero e per scuole.
B. era una delle più importanti e ricche abbazie di Italia. Caratteristico e di somma importanza era il suo "scriptorium", che, con quello cassinese, ha l'onore di essere stato all'avanguardia nella conservazione e trasmissione dell'eredità culturale degli antichi. La sua biblioteca era fra le più ricche, sebbene dopo gli studi recenti, specie del card. Mercati, non possa più sostenersi l'opinione finora corrente che la faceva erede e depositaria di quella Vivariense di Cassiodoro. Come vi era un "custos chartarum qui omnia praevidest monasterii monimenta ", così un bibliotecario presiedeva allo "scriptorium" e alle collezioni dei libri.

Da B. provengono il De republica di Cicerone; il De reditu suo di Rutilio Namaziano; la Pharsalia di Lucano; il Virgilio mediceo, ecc. Nei secc. xv-xvi pur-

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![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

MADONNA IN TRONO E SANTI
Perugia, pinacoteca.

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![img-21.jpeg](img-21.jpeg)

PROTOCOLLO INIZIALE E FINALE DELLA BOLLA D'INDIZIONE DELL'ANNO SANTO 1930 (26 maggio 1949).

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troppo cominciarono le emigrazioni di codici e di documenti : al tempo di Carlo Emanuele I un primo gruppo passò a Torino; per opera di Federico Borromeo molti codici passarono all'Ambrosiana (1806) ed altri alla Vaticana per opera di Paolo V (1618). Il Mabillon ed il Muratori trovarono la biblioteca già dilapidata; nel 1720 vi rimaneva soltanto un centinaio di codici. L'ultima dispersione avvenne quando il dott. Buthler comprò all'asta il restante ( 1801 - 1803).

Per incarico del governo piemontese A. Peyron rintracciò un centinaio di codici bobbiesi per la biblioteca di Torino; questo fondo andò però distrutto per metà nell'incendio del 1904. A. Mai, studiando il fondo dell'Ambrosiana, fece importantissime scoperte sui polinsesti. Nell'archivio della cattedrale di B. si conservano ancora carte importanti.

Dei monumenti artistici sicci, oltre gli avanzi del monastero, v'è la chiesa di S. Colombano, che fu ricostruita dai Benedettini nella seconda metà del sec. xv e ultimata nel sec. xvir. La facciata a tre scomparti, corrispondenti alle tre navate interne, ha un portico unico antistante. La navata principale venne affrescata nel 1576 da Bernardino da s. Colombano. Pregevoli gli intagli e intarsi del coro, opera di Domenico da Piacenza (1488). Nella cripta (restaurata nel 1910 secondo le linee del sec. xv, per iniziativa del card. Logue e degli Irlandesi) il sarcofago di s. Colombano, con la figura del santo giacente, scolpita da Giovanni Patriarco milanese (1480). Nelle pareti laterali lapidi tombali, in stile romanico, degli abati Attalo e Bertolfo. In reparto chiuso da cancellata in ferro battuto cimeli e frammenti della chiesa primitiva e lapide di s. Cunniano (sec. vili). Il campanile è del sec. xi : tra gli arredi sacri, busto reliquiario d'argento di s. Colombano del sec. xv ed un corale miniato dello stesso secolo. La chiesa del monastero è semplice parrocchia.

La Cattedrale, ricostruita nel 1456, è pure a tre navate; presbiterio sopraelevato; cripta ottagonale su pilastri laterizi (sec. xiii) : transetto e presbiterio rifatti e affrescati dal Pozzi nel 1725. L'edificio, a croce latina, è lungo m. 63 e largo 22.

Nella parte sotterranea della chiesa di S. Maria dell'Aiuto (eretta nel 1621) su di un pilone, notevole l'affresco rappresentante la Madonna col Bambino (sec. xvi). Le chiese di S. Maria delle Grazie, di S. Lorenzo e di S. Francesco (quest'ultima oggi disaccata) risalgono al sec. xvir. L'episcopio ed il seminario furono edificati a più riprese durante i secc. xvi-xviII; tra i cimeli : una
serie delle ampolle (v.) metalliche istoriate, portate dal Luoghi Santi, medaglie in terra cotta pure ricordo dei medesimi, sigilli medievali; un Agnus Dei di Alessandro VI, un pastorale del 1479 .
BibL.: Uehelli, IV, coll. 925-50; B. Rossetti, B. illustrato, 3 voll., Torino 1795; Cappelletti, XIII, pp. 613-63; F. Kehr, Italia pontificia, VI, 2, Berlino 1914, p. 243; varii autori, s. v. in Enc. Ital., VII, pp. 211-14; F. Bonnard, s. v. in DHG, IX, coll. 375-84. - Per il monastero e la sua biblioteca: A. Ratti (Pio XI), Le ultime vicende della biblioteca e dell'archivio di S. Colombano di B., Milano 1901; C. Cipolla, I codici bobbiesi, della biblioteca Nazionale di Torino, ivi 1907; G. Celi, Cimeli bobbiesi, 24 ed., Roma 1023; C. Cipolla, Codice diplomatico di B., ivi 1928; A. Wilmart, Mamanitis de B., in DACL. II, coll. 935-36; id., Missed de B., ibid., coll. 939-62; G. Mercati, M. T. Ciceronis De re publica libel. Pralegomena, Città del Vaticano 1934; P. Verrus, Le scrittorie di B., in Bibliofilia, 37 (1935), pp. 183-99; id., Bibliografia bobbiesse, Piacenza 1936; L. H. Cottineau, Répertoire transbibliographique des A b bages et Présurés, Mâcon 1939, coll. 400402; P. Collura, La psoromalina e carolina in B., Milano 1943.

Carlo CastiglioniTommaso Leccisotti

## BOBO-DIULASSO, vicariato

APOSTOLICO di - La missione sorse come prefettura apostolica nel dic. 1927 con territori staccati dagli immensi vicariati di Bamako e di Ouagadougou (Africa occidentale francese), e misura ancora 102.926 kmq . di superfice, con una popolazione che non raggiunge il milione, costituita, oltre poche centinaia di europei, di un agglomeramento di razze diverse, senza che alcuna sia predominante. Di qui la molteplicità di dialetti, che rappresenta una delle principali difficoltà dell'apostolato.

La prefettura era affidata ai pp. Bianchi. Nel 1938 essa contava 6857 cattolici, distribuiti in 10 stazioni primarie e 60 secondarie; nel 1937 essa venne elevata a vicariato apostolico e nel 1939 ebbe il primo sacerdote indigeno, mentre giungevano le prime Francescane Missionarie di Maria, stabilitesi a Dissen, tra i Diggari. In questo stesso anno la missione partecipò alla fiera campionaria della Costa d'Avorio, promossa dal governo coloniale. Nel 1947 con una parte del suo territorio fu eretta la prefettura apostolica di Sikasso (v.).

Secondo le statistiche del 1947 i cattolici indigeni sono 17.728 , esteri e misti 975 , catecumeni 2505 . Dissidenti 53 , protestanti ca. 500 , musulmani ca. 80.000 , pagani 828.000 . Quasi-parrocchie 6, stazioni primarie 4, secondarie 84. Scuole elementari 14 con 1291 alunni, di artigianato a

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Boccaccino - Sposalizio mistico di s. Caterina - Venezia, galleria dell'Accademia.
con 91. Vi sono 25 missionari francesi e un sacerdote indigeno, 5 fratelli, 28 suore. Varie opere di carità e pie associazioni coadiuvano l'opera dell'apostolato.

BibL.: GM., p. 240; P. Lesourd, Les Pères Blancs du card. Lavigerie. Parigi 1935, p. 89; Le Messager de B.-D. Nwoules spécial de Noël sur la prefecture de B.-D. (25 dic. 1935): Au pays des Bobo-Fings (Messager, n. 10, Natale 1936); MC, pp. 50-51; Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionis: posiz. n. prot. 639 / 48.

Giovanni B. Tragella
BOBOLA, ANDREA, santo:V. ANDREA BOBOLA, santo.
BOCCACCINO, Boccaccio. - Pittore, n. a Ferrara nel 1467 ca., m. a Cremona nel 1524 o 1525 . Compì la prima educazione artistica in patria sugli esempi di Ercole Grandi e Ercole de' Roberti, poi, a Venezia, seguì Alvise Vivarini e Cima da Conegliano; derivò elementi dal Costa, dal Foppa e dal Bramantino, e subì l'influsso di motivi düreriani.

L'opera maggiore del B. è costituita dagli affreschi del duomo di Cremona (1506: Cristo e santi, nell'abside; 1515-19: Storie della Vergine, nella navata sinistra) in cui, soprattutto nella tipologia dei personaggi, è evidente un superficiale intervento del Perugino. Tra le altre pitture del B. sono lo Spasalizio di s. Caterina (condotto sotto l'influsso di Cima) significativo per l'equilibrio della composizione e per lo splendore del colore: gli affreschi della cattedrale di Ferrara, dove il B. lavorò con L. Costa e col Grimaldi (1498-99); la Zingarella agli Uffizi. Benché poco originale, la personalità del B. influenzò notevolmente la contemporanea pittura cremonese. Allievo del B. fu il figlio Camillo (m. nel 1546) che nella stessa Cremona dipinse nel Duomo, imitando il Pordenone, e nell'abside del S. Sigismondo.

BibL.: F. Malaguzzi Valeri, s. v. in Thieme-Becker, IV, pp. 149-50 (con Höl.): A. Venturi, Storia dell'Arte, VIII, in, Milano 1914, pp. 723-28; VIII, iv. ivi 1915, pp. 294-95. Su pitture particolari cf.: A. Venturi, Un capolavoro del B. in Roma, in L'Arte, 28 (1923), pp. 128-39; G. Gronau, Unveräffentlichte Bilder des B. B., in Belvedere, 8 (1929), pp. 250-55; G. A. Dell'Acqua, Visto do vicino: gli affreschi cremonesi del B., in

Emporium, 86 (1937), pp. 631-42. Per l'elenco delle opere cf.: B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, Firenze 1936, pp. 73-76.

Elsa Gerlini
BOCCACCIO, Giovanni. - I. La vira. - Fino a poco tempo fa i biografi, sulle orme di molte pretese pagine autobiografiche, avevano fatto della vita del B., almeno fin verso i suoi trent'anni, una vita alquanto favolosa, combinando insieme avvenimenti veri con avvenimenti che son poi risultati immaginari. Così, si credeva che egli fosse nato a Parigi da una Giovanna, di stirpe regale (da qualcuno detta De La Roche, dando fede alla sottoscrizione che il B. fece ad una sua lettera in dialetto napoletano); anche si credeva che, portato assai presto dal padre a Firenze, avesse conosciuto non già l'affetto della madre, abbandonata dal padre in Francia, ma l'animosità di una matrigna, Margherita de' Mardoli, e poi anche di un fratellastro, Francesco; e pareva sicuro che fosse stato mandato a Napoli ad esercitar la mercatura, ancora in tenera età (nel 1323 secondo il Della Torre o nel 1325 secondo il Torraca o nel 1328 secondo lo Hauvette) e si diceva che a Napoli, cresciuto negli anni, avesse lui bastardo, ma di sangue regale e francese per parte di madre, innamorato di sé (nel 1331 secondo il Della Torre o nel 1333 secondo i. Torraca o nel 1336 secondo lo Hauvette), una giovane, come lui bastarda, ma, al pari di lui, di sangue regale e francese per parte di padre, Maria de' Conti d'Aquino, figlia naturale del re Roberto d'Angiò, sposa ad un nobile di corte, la Fiammetta cantata in versi e in prosa, in fantasiose storie di amore e di dolore, bella, seduttrice e infine anche traditrice, per quante proteste e per quante suppliche le avesse rivolto l'innamorato poeta. Ma ora si è acutamente potuto dimostrare che tali notizie sono caratteristiche di tutta una illustre tradizione letteraria, da cui il B., già forse per natura smanioso di eccellenza e di nobiltà, si lasciò finalmente conquidere. Sicché i dati più sicuri della

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sua giovinezza restano questi pochi: la illegittimità della nascita, anche se non parigina, ma toscana e forse certaldese più che fiorentina; l'anno di nascita, 1313; il nome, venutogli dallo zio paterno; il padre, Boccaccio di Chelino, di Certaldo in val d'Elsa, di professione mercante; il nome della matrigna e dei fratellastri, Michele, Iacopo, Minacoda, un Donato (?) e forse un Francesco prematuramente morto; l'andata a Napoli (ma non più a dieci anni) e l'esercizio della mercatura (fino al 1330 ?) e poi lo studio del diritto canonico (fino al 1336 ?); la frequenza alla corte napoletana e la amicizia con persone del gran mondo, o con dotti, quali Andalone del Negro, espertissimo di astronomia, e Paolo Perugino, bibliotecario del re e amatore dei classici e della mitologia; l'addio intorno al 1340 alla città indimenticabile, che gli aveva offerto nulla primavera della vita una irrepetibile fiorita di gioie, forse anche in amore turbato o no da molto dolore, ma certo in arte giacché a Napoli aveva provato le sue doti ed avuta piena la lode di poeta. Lasciata Napoli, e stabilitosi in Toscana, fra Firenze e Certaldo, continuò gli studi e le opere, e ancora amò, e alternò l'arte e l'amore con viaggi da sé cercati e con incarichi offerti da altri. Nel 1346 fu a Ravenna presso Ostasio da Polenta e nel 1347-48 a Forlì, presso Francesco degli Ordelaffi; nel 1350 andò come ambasciatore di Firenze in Romagna, e di li tornò a Ravenna per consegnare, per conto della Compagnia di Or S. Michele, dieci fiorini d'oro a suor Beatrice, la figlia di Dante Alighieri; nello stesso anno ebbe la ventura di conoscere, di persona, il Petrarca. Nel 1351 fu de' Camerlinghi del Comune di Firenze; e da Firenze fu mandato, prima a Napoli, per trattare dell'acquisto di Prato; poi nel Tirolo, presso Lodovico di Baviera, per averlo alleato contro Milano; e, infine, a Padova dal Petrarca ad annunciargli la restituzione dei beni e per offrirgli una cattedra nello Studio fiorentino. Nel 1353 fu di nuovo a Ravenna; nel 1354 fu per due volte ambasciatore di Firenze presso Innocenzo VI, ad Avignone; nel 1355 fu chiamato a far parte dell'Ufficio di Condotta, e nel 1359 s'incontrò di nuovo col Petrarca a Milano. Nel 1362 si lasciò attrarre da un invito, a Napoli, di Francesco Nelli "spenditore" e di Niccolò Acciaioli "gran siniscalco" di quella corte; ma sia a Napoli sia a Tripergoli, presso Baia, si trovò male e se ne tornò via un'altra volta deluso; ebbe però conforto dal Petrarca, a Venezia, nel 1363, e da Venezia si ritirò nella patria Certaldo. Ma nel 1365 e nel 1367 Firenze lo mandò ancora ambasciatore presso Urbano V, prima ad Avignone e poi a Roma; nel 1367 fu anche a Venezia per incontrare il Petrarca, ma non lo trovò ed ebbe in sua vece affettuosissima accoglienza dalla figlia del poeta, Francesca, e dal genero, Francescuolo da Brossano e dalla nipotina Eletta, che gli ricordò la sua figliola Violante, una illegittima anch'essa, e da lui teneramente amata e dolorosamente poi sempre rimpianta dopo la morte prematura. Nell'autunno del 1370 si lasciò un'altra volta attirare a Napoli; e di li avrebbe dovuto trasferirsi in Calabria, ospite di un suo vecchio amico, Niccolò da Montefalcone, in quel tempo nominato abate di S. Stefano in Calabria; ma questi, dopo l'offerta, se n'era pentito e se n'era andato alla chetichella e per di più portandosi via un quaderno di Tacito, prestatogli dal B. E il B., ancora una volta deluso, rifiutò ogni altra offerta, anche quella di Ugo conte di S. Severino, fatta a nome suo e a nome della regina Giovanna, e quella di Giacomo di Maiorca, marito della regina, e quella di Niccolò Orsi-
ni, conte palatino; e nella primavera del 1371 riparò ancora in Toscana e forse addirittura in Certaldo donde non si mosse più se non, per ca. un anno, quando venne chiamato a Firenze, nell'ott. del 1373, a leggere la Commedia dell'Alighieri in S. Stefano di Badia; e a Certaldo mori il 21 dic. del 1375.

Mori solitario e povero, come era stato per quasi tutta la sua vita, per conservare la sua libertà di fronte ai compromessi nelle relazioni con gli uomini e nell'intrigo delle corti. E mori da buon cristiano, a mano a mano staccato dal mondo, e dal gusto del mondo licenzioso già esaltato nel Decameron; e da quindici anni ( 1360 ) fatto degno, lui forse già chierico, di un beneficio ecclesiastico che gli concedeva la facoltà di ottener prebende e cura d'anime anche in chiesa cartedrale, e che non glisarebbe stato accordato se non fossero stati retti i suoi sentimenti e i suoi modi di vita; e da tredici ( 1362 ) fatto sempre più pensoso di questa e dell'altra vita, dopoglianmonimenti severie paurosiche il monaco Ciani gli fece per incarico del certosino Pietro Petroni morto da poco in odor di santità, e per i quali avrebbe perfino gettato alle fiamme il suo capolavoro, se il Petrarca non fosse riuscito a dissuaderlo.
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(Ust. Alinari)
Boccaccio, Giovann - Ritetto in un affresco di Andrea Bonaiuti (sec. xiv) - Firenze, S. Maria Novella, cappellone degli Spagnoli.

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11. Le opere. - Anche per le opere i critici, su le orme desanctisiane e carducciane, avevan fatto del B. il cantore della commedia umana, in contrapposto alla dantesca che era divino, e il rappresentante di una nuova età lontanamente preparatrice della moderna e attuale, che per alcuni rappresenterebbe il trionfo del laicismo e dell'idealismo insieme. Sicché la sua figura e la sua opera si è trovata e si trova ad essere o condannata in toto da parte di alcuni cattolici o esaltata da parte di non cattolici sia in nome di quel preteso atteggiamento laiciatico sia in nome dell'arte che, se è vera arte, è per gli idealisti sempre morale. Ma ora più di uno studioso ha provato che le cose non stanno proprio cosi. E verissimo che nelle opere di invenzione il B. ha sempre esaltato l'ingegno con una costante simpatia per chi ne ha di più e con una conseguente giustificazione delle azioni scaltre e avvedute anche se invereconde; ed è verissimo che spesso proclama la legittimità dell'amore libero da ogni legge con una costante simpatia per chi liberamente ama e con una conseguente polemica contro tutti coloro che vorrebbero condannare eccessi e licenze e in particolar modo contro i religiosi presentati di gusto come gente finta, utilitaria, e lussuriosa. Ma, come la esaltazione del libero amore e la satira contro i religiosi non sono voci isolate nel medioevo e tutte proprie del B., così non può esser preso il B. come vessillifero di un antimedioevo, e tanto meno come un Voltaire ante litteram sia perché non ebbe qualità e velleità speculative sia perché ebbe invece e soltanto momenti di sbrigliata e spregiudicata moralità; e come le pagine immorali e irreligiose non riempiono affatto da un capo all'altro tutte le opere incriminate, ma si alternano a pagine ricche di nobili e squisiti sentimenti, cosi anche l'atteggiamento condannevole del B. ha un arresto e una redenzione ancora nel vigore delle forze del corpo e della mente.

Se poi si voglia definire le caratteristiche del B. scrittore, si dovrà dire che, per lo stile, egli aspira a dare al volgare la eleganza, la perspicuità e la armonica architettura del periodo latino e ciceroniano; e che, per il genere, egli è, nelle opere di invenzione come in quelle di erudizione, il novellatore per eccellenza. Novelle, in sostanza se non nella forma, sono le sue opere prima del ritorno a Firenze, cioè fino al 1340 circa: la prima, in 18 canti, in terzine, la Caccia di Diana ( 1336 ca .) descrive la caccia condotta sotto la guida di Diana da alcune leggiadre donne tra le quali la donna amata dal poeta che, non appena è terminata l'impresa, non vuol più sapere di Diana e si consacra con le compagne a Venere; la seconda, il Filocolo, in 5 lunghi libri di prosa, racconta gli amori prima contrastati e poi felicemente conclusi di Florio, figlio del re spagnolo Felice, e Biancofiore, figlia di Quinto Lelio Africano discendente degli Scipioni e di Giulia Topazia discendente di Giulio Cesare, con frammisti molti altri racconti; la terza, il Filostrato ( 1338 ?), in ottave distribuite in 9 parti, canta l'amore sfortunato di Troilo figlio di Priamo per Criseida, cioè Briseida, figlia di Calcante e prigioniera dei Troiani, leggera e traditrice; e la quarta, il Teseida (1339-40?), in 12 libri in ottave, presenta le tristi e immeritate vicende d'amore di Arelta, e le liete e immeritate di Palemone, due giovani prigionieri tebani, innamorati di Emilia, cognata di Teseo, duca d'Atene, e vincitore delle Amazzoni e dei Tebani; in ciascuna delle quali opere, e più spiccamente nel Filocolo, o attraverso narrazioni dirette o attraverso le allusive vicende dei protagonisti, si intrecciano quelle pagine cosiddette autobiografiche, in cui episodi della vita del B. e dei suoi casi d'amore sono presentati con abile mistura di vero e di falso.

Novelle, pure, le opere dopo il ritorno da Napoli: la prima, miata di prosa e di terzine, l'Ameto o Commedia delle Ninfe fiorentine (1341-42) celebra gli amori di Ameto e della ninfa Lia, con intrecciate allegorie moraleggianti e
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iola Mastro delle biblioteche italiene a cura del Minatore dell Ed. Soc., Bono Bili. Boccaccio, Giovanni - La Teseide. Ms. autografa del sec. xiv. Firenze, biblioteca Mediceo Laurenziana.
pagine autobiografiche nelle quali difficile sarà discernere ancora una volta il vero dal fantastico; la seconda, in 50 capitoli in terzine, l'Amoreo: visione (1342), attraverso figurazioni e allegorie e ancora richiami a Fiammetta, vuol stilnovisticamente indicare la virtù redentrice dell'amore; la terza, in 9 capitoli di prosa, la Fiammetta (1343 ?) narra, sempre fantasiosamente, la vicenda amorosa di Fiammetta e dell'autore, ma rovesciandone la situazione, facendo, cioè, tradite e non traditrice Fiammetta, e mettendo in bocca di lei una invettiva contro gli uomini infedeli in amore, mentre nel Filocolo, nel Filostrato, nel Teseida, era comparsa la condanna della donna infedele o addirittura la invettiva contro tutte le donne che poi, dopo il Decameron, si concluderà nel Corbaccio ; e la quarta, in 473 ottave, il Ninfale fiesolano ( 1344-46 ca.), canta il grande e tragico amore di Africo per la ninfa Mensola, in quel di Fiesole con un'altra allusione (secondo alcuni) autobiografica.

Novelle tutto il Decameron ( 1348-53 ca.), il capolavoro; 100, raccontate da 7 belle giovani donne e 3 giovani uomini in ro giornate, sui colli al nord di Firenze, ai quali la comitiva aveva chiesto scampo dalla peste del 1348 ; novelle ora tragiche ora burlesche, ora nobili ora sconvenienti, ora lunghe e avventurose, ora rapide e concentrate in un motto improvviso e felice; tratte a volte da fonti letterarie e a volte da tradizioni orali e da episodi di vita contemporanea, ma sempre liberamente rimaneggiate; e presentate entro una cornice di raffinata vaghezza, di persone di ambienti di ornamenti di paesaggi, secondo un gusto che fa la prima apparizione nella Caccia e di poi più largamente nel Filocolo e nell' Ameto. E novella, infine, il Corbaccio (13541355), in cui tra visioni figurazioni e interventi divini son portati ad una rabbiosa esasperazione i precedenti temi misogini, atroce vendetta contro una bella vedova di cui il B. si sarebbe innamorato e di cui avrebbe sofferto il tradimento. Compiute, anche se non tutte iniziate, dopo le opere di fantasia, son quelle di erudizione. Ma anche i

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9 11. De casibus virorum illustrium (1355-60 e fin verso il 1374 riveduti) sono essi stessi racconti e casi di fortuna, a fine moralistico, di personaggi antichi e contemporanei che mal hanno saputo usare della prospera sorte; e il trattato De claris mulieribus, scritto subito dopo il De casibus e ricorretto fin verso il 1374 e contenente 194 biografic di donne di tempi antichi o recenti famose per virtù o per vizi, ha l'intento moraleggiante e insieme di piacevole divulgazione narrativa; e i 15 ll. De genealogiis deorum gentilium (iniziati prima del 1350 compiuti nel 1360 e successivamente ricorretti) mostrano ancora l'interesse narrativo e moralistico insieme dell'autore per le antiche favole; e ad un simile interesse va riportato anche il De montibus, sitvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, et de nominibus maris liber, raccolta di notizie e di racconti scritta quasi ad appendice del De genealogiis; e cosi le numerose postille che il B. fece ad alcune sue opere van riferite per gran parte allo stesso gusto e allo stesso interesse di conoscere e di far conoscere i casi raccontati da altri quando la sua fantasia non ebbe più sfavillante il fervore creativo. Che del resto mai si spense del tutto, perché anche le opere d'erudizione, e anche per le parti nelle quali l'autore si dice testimone diretto, risultano miste di vero e di fantastico, come la stessa Vita di Dante (scritta in una prima e più lunga stesura fra il 1357 e il 1362 e poi rifatta in forma più breve e più efficace), se non anche qualche parte del Comento alla Commedia (giunto al principio del canto XVII dell'Inferno).

Delle altre opere, oltre agli Argomenti, in terzine, e alle Rubriche, in prosa, della Divina Commedia ; e alle 24 superstiti Epistole, di cui alcune frammentarie e due volgarizzate, di qualche interesse stilistico e non più; e oltre agli altri scritti latini e volgari di minor conto, comprese 135 Rime sicure e 12 incerte, si ricordi il Buccolicum carnem. 15 ecloghe scritte fra il 1351 e il 1366 . In alcune di esse tratta di argomenti che riguardano il regno di Napoli (III-VI) o Firenze (VII e IX); in altre tocca più da vicino la propria vita (I, II, VIII, XIV) o la fede cristiana (X-XI); ma insieme con la XIV che piange l'immatura morte di Violante, fermano l'attenzione la XII, che contiene il proposito, sotto la guida del Petrarca, di lasciare la poesia volgare per la latina e la XV, che elogia il Petrarca maestro di vita virtuosa e religiosa; e poi ancora la XIII, che mostra la superiorità della poesia su ogni altro bene terreno, e la XVI che, insieme con la dedica dell'opera all'Albanzani, esprime il senso di sfiduciata stanchezza che l'A. prova nel contemplare la sua povera vita e riafferma la fede nell'antica aspirazione, la dulcis et ingens libertas. Queste pagine, insieme con le altre variamente sparse nelle opere di fantasia esaltanti la deitrina l'ingegno la poesia, e insieme con quelle del De genealogiis o della Vita di Dante o del Comento scritte a difesa della poesia e del suo amore per essa, anima del mondo e dono di Dio e mezzo di redenzione e di elevazione, sono da tenere particolarmente presenti per capire l'uomo, il poeta, e anche il cristiano, che bene del resto è presentato nell'epitaffio che par suo e che fu inciso su la sua tomba nella chiesa di S. Iacopo a Certaldo: Hac sub mole iacent cineres ac ossa Johannis. / Mens sedet ante Deum, meritis oruntis laborum / mortalis vitae. Genitor Baccaccins illi, / patris Certaldum, studium fuit alma poësis. - Vedi Tav. CII.

Bibl.: Questi tutto le opere possono essere ora lette in pregevoli edizioni della collezione Scrittori d'Italia del Laterza diretta da L. Russo; ma per il De casibus virorum illustrium, il De claris mulieribus, il De montibus e il De genealogiis bisogna ancora ricorrere allo stampe del ' 200 e del ' 300 , meno i proemi dei Il. I-XIII e interi i Il. XIV e XV del De genealogiis pubblicati da G. Hecker, Baccaccio-Funde, Brunswick 1902.

Per la fortuna del B. e delle sue opere v.: F. Zambrini e A. Bocchi della Lega, Bibliografia boccaccesca. Serie delle ediz. delle opere di G. B., latino, volgari, tradotte e trasformate, in Propugnatore, 8 (1875); G. Traversari, Bibliografia boccaccesca, I: Scritti intorno al B. e alla fortuna delle sue opere, Città di Castello 1907; V. Branca, Linee di una storia della critica al - Decamerone, Milano 1939; e, come attimo esempio della fortuna del Decameron, sia pur limitata alla prima novella, v. L. Fassò, Saggi e ricerche di storia letteraria, ivi 1947, pp. 31-90.

Per la biografia v.: H. Hauvette, B. Etude biographique et littéraire, Parigi 1914; C. Grabher, B., Torino 1941, e per molte nuove correzioni G. Billanovich, Restauri boccacceschi, Roma

1943 e V. Branca, Schemi letterari e schemi autobiografici nell'opera del B., in La bibliofilia, 49 (1947).

Per la conoscenza dell'uomo e dell'opera, oltre i libri già citati, si veda: B. Croce, La novella di Andreuccio da Perugia. Bari 1911; id., Il B. e il Sacchetti, in Poesia popolare e poesia d'arte, ivi 1935, pp. 81-105; C. Bosco, B., Rieti 1929; A. Schiaffini, Il B., in Tradizione e poesia, Genova 1934, pp. 243-87 e anche pp. 218-42 (2* ed., Roma 1943, pp. 167-97 e anche pp. 151166); N. Sapegno, Il B., in Il Trecento, 2* ed., Milano 1942, pp. 276-400; A. Chiari, Polemica sul B., in Indagini e letture, Città di Castello 1946, pp. 33-87; G. Billanovich, La leggenda dantesca del B., in Prime ricerche dantesche, Roma 1947, pp. 20 88; - Tex i commenti: A. Momipliano, Quarantannue novella commentate, Milano 1924, e L. Russo, Venticinque novelle del Decamerone, Firenze 1939.

Alberto Chiari
BOCCALINI, Traiano. - N. a Loreto nel 1556 da Giovanni da Carpi, studiò a Perugia e a Padova; infine si fermò a Roma quale giudice in Campidoglio e maestro privato. Protetto dai cardd. Scipione Borghese e Bonifacio Gaetani, ottenne da Gregorio XIII il governo di Benevento e da Paolo V quello di molti altri paesi, successivamente. Amico del Sarpi, si trasferì a Venezia verso il 1611 , vi morì nel dic. 1613, e si sospettò che a quella morte, quasi improvvisa, non fossero estranei gli Spagnoli, che molto temevano l'ingegno polemico del B.

Le lettere furono quasi tutte messe insieme dopo la morte del B. ed edite nella Bilancia politica di tutte le opere di T. B. (Castellana 1678 : l'opera, lo stesso anno, fu posta all'Indice). Anche i Commentari di Tacito - nei quali, prendendo spunto dalle più notevoli sentenze di Tacito, il B. giudicò gli atti e le idee dei principi contemporanei furono posti all'Indice con decr. del 19 sett. 1679. Nei Ragguagli del Parnaso (Venezia 1624) egli, con anima di pubblicista, immagina di salire sul Parnaso, dove assiste a una riunione di uomini "virtuosi» di ogni tempo e di ogni nazione, i quali, sotto il governo di Apollo, ragionano di