principale è dato dalla materia cavalleresca del ciclo carolingio, ma la simpatia del poeta è per il ciclo bretone. Alle vecchie storie dei paladini di Francia il B. induceva una nuova vita che sconvolgeva le forme tradizionali, tanto da non potersi dire che egli abbia fuso i due cicli, secondo l'espressione comune, ma che invece abbia alterato la materia carolingia, non la sola figura di Orlando, ma tutti i personaggi pagani e cristiani che si mettono in avventure e si accomunano allo spirito nuovo. Ha variato i suoi racconti con diverso argomento, con vera indipendenza dalle sue fonti, con inesauribile vivacita, in virtù delle sue facoltà inventive veramente atropotenti. Il B. ha fatto tesoro dei racconti eroici dei due cicli, delle epopee classiche, dei rozzi racconti del cantastorie popolari. Egli spazia libero fra le altrui inverzioni; ne trae frammenti di episodi e dà unità anche all'altra materia che cavava dall'osservazione del reale. Lasciamo da parte la questione oziosa se con ciò mostrasse più fantasia dell'Ariosto. Si sente nel poema il piacere del raccontare, caratteristico della letteratura del trattenimento, del romanzo di armi e di amore. Per questo carattere la poesia nascerebbe frammentaria, come serie di episodi, di duelli, di battaglic e perfino di vivaci macchiette. Questo fare episodico ha fatto nascere l'opinione recentissima di un B. prigioniero della stessa sua opera trascinato di avventura in avventura per rendere il poema più piacevole a detrimento dell'unità.
Ma l'amore, non le armi o la religione, dà unità al poema, ed essa è da ricercare soprattutto nella rappresentazione del grande e ingenuo paladino ritratto nella sua vitalità gagliarda, non con sarcasmo né con ironia, ma con l'adesione e comprensione del poeta. La comicità del B. è sempre illuminata da un sorriso aperto. Una gioia diffusa accompagna quel mondo popolato di armi e di armati, di cavalieri e di donzelle. E questo costituisce il tono caratteristico del poema.
Non è certo la religione la nota caratteristica del poema, come nella Chanson de Roland. Orlando, anche se continui ad essere cristiano e perfino ammantato dell'esercizio apostolico portando ad Agricone e a Brandimarte dei misteri della religione cristiana, quando è travolto dalla passione, si fa perfino empio. Ad es., prega Dio della tutta dall'esercito di Carlo per apparirse il salvatore e per possedere Angelica.
La religione, che è uno dei caratteri essenziali della cavalleria carolingia nell'alto medioevo, è ai margini nei nostri poemi rinascimentali.
Bibl.: Studi su M. M. B., editi e raccolti per il centenario delle morte, Bologna 1894; G. Razzoli, Per le fonti dell'Orlando furioso. I, Milano 1901; E. Santini, M. M. B., Livorno 1914; R. Croce, Ariosto, Bari 1927; V. Procacci, La vita e l'opera di M. M. B., Firenze 1931; G. Reichenbach, M. M. B., Bologna 1929; id., L'Orlando innamorato, Firenze 1936; S. A. Chimenz, La rappresentazione dell'amore nel B., Roma 1936; A. Zomoli, Di M. M. B., Firenze 1937; A. Simone, Il consooiere di M. M. B., Biella 1939; E. Bigi, La poesia del B., Firenze 1941. Emilio Santini
BOICOTTAGGIO. - Il b. consiste nell'accordo che più persone prendono di rompere i rapporti economici con una terza persona; come pure nell'azione che essi svolgono su altri soggetti per indurli ad assumere lo stesso comportamento. La rottura dei rapporti economici si concreta per lo più nell'interdire di fatto la compravendita di merci o nell'impedire l'assunzione di lavoratori da parte di uno o più datori di lavoro. Il b., come è evidente, riesce dannoso alle
persone contro cui è diretto, ma spesso danneggia pure coloro che vi ricorrono; e può avere ripercussioni di sinistra risonanza sull'economia di un paese; per cui in alcune legislazioni, come in quella italiana (art. 507 Cod. pen.), viene considerato reato contro l'interesse della collettività. Moralmente può essere giustificato solo nell'ipotesi che si sia subita un'ingiustizia e non ci sia possibilità di ottenere riparazione attraverso vie legali; e posto che vi sia una certa proporzione fra danno subito e danno inferto.
Deriva dal cognome del capitano James Boycott, amministratore delle vaste tenute di lord Erne, latifondista irlandese. La sua amministrazione era così dura che i coloni di una tenuta, unitai tra loro in lega (1880), abbandonavano campi ed armenti e inducevano altri coloni a seguirli: James Boycott fu costretto a lasciare l'ufficio ed il paese.
Bibl.: G. Carrara, Il b., Milano 1924; V. Manzini, Trattato di Diritto penale italiano. VII, Torino 1936, pp. 111 -26.
Pietro Pavan
BOIL (Bovl, Buil, BuGl), Bernardo. - N. dalla omonima nobile famiglia aragonese nella prima metà del sec. xv. Segretario di Ferdinando il Cattolico, abbandonò la corte per condurre vita eremitica a Monserrato, dove si dedicò allo studio della dottrina di Raimondo Lullo. Ordinato sacerdote nel 1481, e conosciuto s. Francesco da Paola, si fece minimo, divenendo in breve il primo vicario della Congregazione in Spagna. E ricordato nella bella di Alessandro VI del 25 giugno 1493. In questo stesso anno accompagnò Cristoforo Colombo (v.) nel secondo viaggio in America. Ritornato dopo ca. un anno in patria passò ai Benedettini; fu eletto abate di S. Michele di Cuscà, ove morì nel 1510.
Bibl.: G. M. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, dalla morte del santo Istitutore fino ai nostri tempi (1307-1902), 2 voll., Roma 1909-1908; J. Fischer, War der erste Apostel der *Indischen Inseln * ein Sohn des heil. Benediktus oder des heil. Francisien?, ivi 1924; J. Schmidlin, Catholis* Mission History, vers. inglese di M. Brown, Technr 1933, pp. 332-38, nota 18 con relativa bibliografia: A. Lambert, s. v. in DHG, IX, coll. 323-27, con ricca bibliografia. Giovanni B. Tregella
BOILEAU, Jacques. - Teologo, canonista, storico e polemista, fratello del poeta satirico Nicolas, n. a Parigi il 16 marzo 1635. Fu vicario generale della diocesi di Sens dal 1671 al 1694. M. a Parigi decano della facoltà teologica il 1^{°} ag. 1716. Ligio alla tendenza regalista e gallicana del tempo, parlò di diritti quasi esclusivi del principe in materia matrimoniale e delle università in fatto di censura libraria. Notevoli pure le sue simpatie per il presbiterianesimo richieriano : secondo il suo insegnamento i vescovi in antico non avevano sui presbiteri che un diritto di onore e di precedenza. Ben merito tuttavia nel campo sacramentario, specie riguardo all'Eucaristia e alla Penitenza.
Delle numerose sue opere ricordiamo: De antiquo jure presbyterorum in regimine ecclesiastico (Lione 1676 [sotto lo pseudonimo di C. Fontéjot]; all'Indice il 17 genn. 1690); De antiquis et maioribus episcoporum causis (Llegi [=Lione] 1678; all'Indice i febb. 1679); De sanguine Christi post resurrectionem (Parigi 1681); Historia confessionis auricolaris (ivi 1683); De adoratione Eucharistiae il. 2, quibus accessit dispulnito theologica de praecepto divino communionis sub utraque specie (ivi 1685); Historia flagellantium (ivi 1700 : all'Indice il 9 luglio 1703).
Bibl.: Hurter, IV, 741-45; C. Toussaint, s. v. in DThC, II, coll. 941-42; R. Naz. s. v. in DDC, II, coll. 929-30; J. Carreyer, s. v. in DHG, IX, coll. 329-30; id., s. v. in DSp, I, coll. 1732-56.
Vito Zollini
BOILEAU (Boileau-Despréaux), Nicolas. Scrittore francese, n. a Parigi il 1^{°} nov. 1636, m. ivi il 13 marzo 1711. Poté dedicarsi completamente alla
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poesia soltanto alla morte del padre, che gli aveva imposto lo studio della giurisprudenza.
Visse sempre a Parigi, frequentando letterati e artisti, e si guadagnò il favore di Luigi XIV che gli assegnò una pensione e insieme con Racine lo nominò storiografo di corte. Nel 1687 entrò nell'Accademia e, d'allora fino alla più tarda età, godette di quella fama e di quel prestigio che dovevano accompagnarne la memoria durante tutto il sec. xvin.
Nel 1666 fu pubblicato il volumetto delle sue Satire, che ebbero grande successo perché offrivano, tra le reminiscenze letterarie, molte allusioni a personaggi contemporanei ed una viva e realistica rappresentazione degli ambienti parigini più familiari al poeta. Seguirono poi dodici Epitres, la traduzione del Traité du sublime attribuito a Longino; Le lutrin, poemetto eroicomico che, dal punto di vista formale, è l'opera più elaborata e perfetta del B. Più che poeta, il B. fu un critico che si compiacque di giudicare e condannare molte opere dei suoi contemporanei, offrendo poi, nel famoso Art poétique in cui, fino al romanticismo, si vedrà il codice; della poesia francese ed europea, numerosi precetti di carattere estetico che, per essere espressi in maniera semplice e definitiva, acquistano il valore di vere e proprie massime, e fanno apparire il B., più di quanto non sia stato in realtà, il codificatore della poesia classica, colui che meglio seppesorientare e dirigere il gusto del pubblico contemporaneo.
Dalla filosofia cartesiana il B. deduce il concetto della ragione universale ed assoluta e l'evidenza della verità cui deve adeguarsi la bellezza che, nella sua suprema espressione, sarà soprattutto intelligibile. Bandito dall'arte il fantastico, l'inverosimile, il burlesco; condannata la storia perché contingente e la lirica perché troppo individuale, il B. proclama il trionfo della generalità e dell'astrottezza che, per non 'degenerare nel comune e nel volgare, deve però essere soccorsa dalla perfezione della forma e nobilitata da sapienti abbellimenti di versificazione e di stile. Nella disputa tra i sostenitori degli antichi o dei moderni, il B. si fa campione degli antichi, che riconosce maestri insuperati nell'arte di imitare la natura cogliendone l'essenza eterna ed immutabile.
Spirito ragionatore per eccellenza e quindi poco incline al misticismo ed alle discussioni teologiche, B. considerò la religione cristiana come regola di condotta per l'artista; non fu alieno da simpatia per i giansenisti e scrisse l'Epitre pour l'amour de Dieu, il che lo portò a polemizzare con i Gesuiti.
La prima edizione, ma incompleta, delle opere del B., ed ultima curata dall'autore, è quella del 1701; edizioni complete sono invece, fra le altre, quelle di M. Berriat-Sainz-Prix (Oeuvres complètes de B., 4 voll., Parigi 1830) e di Ch. Louandre (ivi 1886); L'Art poétique è stata pubblicata con ampio commento da P. Delaporte (3 voll., Lilla 1888); utile è l'opera di E. Magne, Bibliographie générale des oeuvres de N. B.-D. (Parigi 1929).
Bibl.: G. Lanson, B., Parigi 1892; P. Morillot, B., ivi 1892 ; C. Rerdhaut, La légende de B., in Revue des langues romanes dal 1890-93; A. Albalat, L'Art poétique de B., Parigi 1920; E. Faguet, Histoire de la poétie française de la Renaissance au Romantisme, V. N. B. (1636-1712), ivi 1931; C. Pellegrini, B. e le dottrine estetiche del sec. di Luigi XIV, Firenze 1937; P. P. Trompeo, Il lettore vagabondo, Roma 1942, pp. 29-42. Maria Teresa Sposato
BOISE CITY, diocesi di. - Nell'Idaho (U.S.A.), suffraganea di Portland nell'Oregon. Il 25 ag. 1893 il vicariato apostolico d'Idaho, creato il 3 marzo 1868 , venne eretto in diocesi sotto il titolo di B. C. Il vasto territorio che costituisce questa diocesi ha una superfice di più di 225.698 mathrm{kmq}, ed ebbe la sua prima chiesa cattolica nel sec. XIX per opera di due gesuiti italiani pp. Gazzoli e Ravalli che la costruirono tra i'pellirosse Cuori di Lesina a 97 km . dal lago che porta il medesimo nome.
Statistiche: 22.131 cattolici su un totale di 500.000 ab., 47 parrocchie, 54 sacerdoti diocesani e 17 regolari.
Bibl.: C. Van der Donck, The founders of the Church in Idaho, in The American Ecclestastical Review, 32 (1905), pp. 1-19. 123-34, 280-91; id., s. v. in The Cath. Enc., II (1907), pp. 623-24;
XVII (Supplement), 1922, p. 115; J. H. O'Donnell, The Catholic Hierarchy of the United States 1790-1922, Washington 1922, p. 33 sgg.; E. V. Cauwenburgh, s. v. in DHC, IX, col. 574; The Official Catholic Directory, Nuova York 1939, parte 2², pp. 256-57.
Corrado Morin
BOISGELIN, Jean-de-Dieu-Raymond de Cucé de. - Cardinale, n. il 27 febbr. 1732 e Rennes, m. il 22 ag. 1804 ad Angervilliers. Nel 1765 vescovo di Lavaur, nel 1770 arcivescovo di Ais, dove, oltre al governo della diocesi, ebbe pure a curare l'amministrazione della provincia, che gli dovette, infatti, nuovi sistemi di tasse, di ponti, strade e canali. Come presidente degli stati della Provenza, ottenne il ripristino delle autonomie locali; come deputato del clero agli Stati Generali del 1789, difese fermamente i diritti della Chiesa contro la nazionalizzazione dei beni del clero, la soppressione degli Ordini religiosi, la Costituzione civile del clero. Rifiutato il giuramento costituzionale, dovette rifugiarsi a Londra, donde rientrò dopo la firma del Concordato napoleonico.
Alla domanda delle dimissioni rivolta da Pio VII, in esecuzione del Concordato, agli antichi vescovi, il B. consigliò la sottomissione per il bene della religione e ne diede l'esempio. Napoleone lo nominò arcivescovo di Tours ( 1802 ) e gli ottenne il cardinalato (1803). A Tours egli si consacrò a restaurare la religione con tanto sforzo, che ne ebbe abbreviata la vita.
Bibl.: E. Lavaquery, Le card. de B., 2 voll., Parigi 1920 (opera definitiva con bibliogr. completat), L. de Langes de la Broderie, in Le Correspondant, 1921, it. p. 101 sgg.; C. Constantin, in DThC, II, 942-44; P. Calendini, in DHC, IX, 573-76.
Celestino Teanez
BOIS-LE-DUC, diocesi di; v. s'Hertogenbosch, diocesi di.
BOISSIER, Marie-Louis-Gaston. - Storico francese, n. a Nîmes il 15 ag. 1823 e m. a Viroflay il 10 giugno 1908. Sagace indagatore dell'antichità classica, ha lasciato opere erudite che, se non ricche di novità, sono notevoli per vivacità, eleganza ed equilibrio che l'erudizione mai riesce ad appesantire.
Fra i suoi molti studi storico-letterari sono particolarmente noti i vivi e chiari ritratti di Cicerou et ses amis (1865), Horace et Virgile (1866), Tacite (1903), La conjuration de Catilina (1905), mentre, fra quelli storico-religiosi, non possono dimenticarsi i bei volumi su La religion romaine d'Anguste aux Antonius (1874), e La fin du paganisme (1891). All'archeologia ha dedicato fra l'altro le Promenades archéologiques e le Nouvelles promenades archéologiques e il solido volume su l'Afrique romaine (1895). Notevoli di penetrazione psicologica anche i saggi su Madame de Sévigné (1887) e Saint-Simon (1892).
Bibl.: B. Doumic, Le romantisme de Tacite, in Revue des deux mondes, 14 (1903), pp. 923-34; P. J. Scribanti, G. B. segretario perpetuo dell'Accademia francese, Roma 1908; J. Lemaître, G. B., in Les contemporains: études et portraits littéraires, Parigi s. a., pp. 181-93.
Maria Teresa Spossto
BOITO, Arrigo. - Musicista e letterato, n. a Padova il 24 febbr. 1842, m. a Milano il 10 giugno 1918. Di padre veneto e di madre polacca, studiò al Conservatorio di Milano (1854-62), recandosi poi nei vari paesi del nord Europa. Visse in seguito quasi sempre a Milano, dove costituì la viva fiamma di quel fecondo cenacolo di artisti che va sotto il nome di "Scapigliatura milanese" (1862-74), corrente di fervida genialità, che fu detta anche "secondo romanticismo", o "romanticismo lombardo".
Scrisse libretti d'opera per G. Verdi (Falstaff, Otello, Simon Boccanegra), A. Ponchielli (La Gioconda), F. Faccio (L'Amleto), G. Bottecini e L. Mancinelli (Ero e Leandro); egli stesso musicò Mefistofele e Nerone. Inoltre lasciò un mediocre Libro di versi, alcune novelle e varie cantate.
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(da Album biografico del Teatro ill., Milano s. a.) Botto, AbbiOo - Ritratto con firma autografa. Litografia di E. Fontana.
Nel 1864 scolpisce con pochi tratti incisivi il codice, com'egli la pensava, dell'opera in musica: «1) la completa obliterazione della formula; 2) la creazione della forma; 3) l'attuazione del più vasto sviluppo tonale e ritmico possibile; 4) la suprema incarnazione del dramma». In questo avvenirismo che vuole spezzare i vincoli del convenzionale per far vivere sulla scena il tormento umano della vicenda drammatica, egli vede ricostituirsi il melodramma nella sua unità primigenia di musica e poesia, non più udita dopo i Greci. Infatti, se il Mefistofele (1868) viene ancora chiamato "opera», il Nerone (1901) riceve il titolo di «tragedia», più consono ai criteri di riforma enunciati e realizzati dall'autore.
Fertile ingegno, è viva nelle sue pagine, latente talora o palese, una fervida ispirazione religiosa che spesso sboccia qua e là in accenti di intenso lirismo. Ricordiamo, ad es., i cori degli angeli e delle penitenti, la preghiera di Margherita nel Mefistofele, l'Ave Maria nel libretto dell'Otello, per la musica di Verdi; il Pater, le Beatitudini ed altri tratti evangelici nel Nerone, opera in cui più palpitante è l'anelito della fede nel fervore del cristianesimo nascente. Però la sua religiosità non sembra andare oltre un sentimentalismo romantico.
Bibl.: R. Giani, Il Nerone di A. B., 2² ed., Torino 1904; F. Ballo, A. B. (I maestri della musica, 3), ivi s. d.; A. Pompesti, A. B. poeta e musicista, Firenze 1919; V. Gui, Nerone, Milano 1924; A. Nardi, A. B., ivi 1942; L. Ronga, A. B., in Bite, ital. del teatro, 15 sett. 1942. - Le opere letterarie del B. sono raccolte in Tutti gli scritti, a cura di A. Nardi, Milano 1942.
Luis Cerrelli
BOITO, CAMILlo. - Architetto, n. a Roma il 30 ott. 1836, m. a Milano il 28 giugno 1914. Tenne la cattedra di architettura a Venezia e a Milano. Più importante della sua attività professionale (palazzo delle Debite
in Padova, scalone del palazzo Franchetti in Venezia, i restauri del S. Antonio di Padova, ecc.) fu la sua attività teorica, particolarmente lo studio dei problemi del restauro, in cui, opponendosi al gusto diffuso dal Viollet-le-Duc, sostenne il rispetto per i rifacimenti, artisticamente pregevoli, subiti dalle architetture in vari periodi.
Importante fu anche il suo principio didattico per cui riteneva necessaria, per la formazione dell'architetto, l'unione della cultura umanistica con la preparazione tecnica.
Tra gli scritti del B. attinenti a problemi d'arte sono: L'architettura del medioevo in Italia (Milano 1880), Il duomo di Milano (ivi 1889), Questioni pratiche di belle arti (ivi 1893, sul problema del restauro).
Bibl.: R., s. v. in Thieme-Becker, IV, pp. 233-34 (con bibl.); C. B., a cura del Comitato per le onoranze alla sua memoria, Milano 1916; G. Rosadi, Le opere dell'arte e gli uomini, Roma 1930, pp. 208-14.
Elsa Gerlini
BOKELSZOON (Beukelszoon, Bockelson, BockHOLG), JOHANN. - Corifeo dell'anabattismo in Germania, e più conosciuto sotto il nome di Giovanni di Leida, n. a Münster verso il 1509 , e m. giustiziato nella stessa città nel 1536 . Non si decise ad abbracciare le nuove dottrine se non dopo una sua visita a Münster per ascoltare i «bravi predicatori» anabattisti, ai quali aderì. Nel 1533 ritornò definitivamente a Münster, dove, essendo stato ucciso Giovanni Metthiesen al principio del 1534 , si sposò con la sua vedova e divenne «apostolo».
Sfruttando le turbolenze di quella città, l'audacia di questo demagogo non conobbe limiti. Il 25 apr. 1534, per suggerimento di lui, fu decretato bando a tutti quelli che non accettassero il nuovo battesimo. Chiese, monasteri, biblioteche vennero distrutte; fu pure introdotta la comunanza dei beni. Allegando rivelazione del cielo, egli soppresse il magistrato, insediò dodici dei suoi giudici, indi prese egli stesso, con il titolo di re, il governo della città di Sion, come chiamava Münster, e spadroneggiò da tiranno assoluto. Introdusse la poligamia e dicesi che egli prendesse 16 mogli. In un manifesto proclamò la sua imminente spedizione per castigare tutti i regni della terra e sottometterli a sé, e già spartiva i paesi vicini tra i suoi confederati. Il disordine giunse al colmo. Solo dopo 10 mesi di assedio riuscì il principe arcivescovo di Münster, aiutato dalle truppe di altri principi, a prendere la città ( 25 giugno 1535). Il B., il suo cancelliere Krechting, il suo carnefice Knipperdolling furono, dopo molti vituperi, giustiziati, e le loro membra, chiuse in cassette di ferro, appiccate alla torre di S. Lamberto.
Boll.: Ph. Schaft-J. J. Herzog, s. v. in Enc. of Relig. Knowledge, I, p. 304; R. Heath, Anabaptism from its Rise at Zwickau to its Fall at Münster, 1321-36, Londra 1895, p. 163; G. Heppenzücher, Storia universale della Chiesa, 4² ed., primo trad. ital. del p. E. Rosa, VI, Firenze 1927, p. 127; J. M. Witherof, Church Rebels and Pioneers, Londra 1927, p. 54; R. FülopMiller, Leaders, Dreamers and Rebels, trad. dal tedesco, ivi 1931, p. 63; K. Algermissen, Konfessionskunde, Hannover 1939, p. 692. Eucardio Momigliano
BOLAÑOS, Luis. - Uno dei più illustri missionari francescani dell'America del Sud. N. a Marchena (Spagna) nel 1539, m. a Buenos Aires l'1r ott. 1629. Fattosi francescano, partì nel 1572 per l'America, dove lavorò per cinquant'anni alla conversione degli indigeni della regione de la Plata. Cacciato dal suo primo campo di apostolato, nella regione dei fiumi Picer e Bauay, perché pigliava le difese degli Indiani contro i colonizzatori, passava al Paraguay, lavorando specialmente nella provincia del Guaporá, dove dal 1580 cominciò a radunare i convertiti in villaggi separati, fondando così le prime Riduzioni, parecchie delle quali passò ai Gesuiti quando il suo confratello Alfonso di s. Bonaventura si fu trasferito
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nel Cile. A So anni si ritirò in un convento di Buenos Aires. Si calcola che abbia battezzato 30.000 neofiti. Scrisse pure grammatiche, opuscoli di istruzione religiosa in lingue locali, e compose il primo catechismo in lingua guaraní del Paraguay, il quale nel 1724 fu ristampato dai padri della Compagnia di Gesù.
BibL: G. P. Otero, Dos heroes de la Conquista, Buenos Aires 1903, csp. 3, pp. 50-103; A Fr. L. de B., Apostol de la fe, Fundador de pueblos, heroico en virtudes y en obras prodigioso, la provincia franciscana del Río de la Plata, ivi 1913; L. Lemmens, Geschichte der Pracoisbanerwisstenen, Münster in W. 1929, pp. 326-28; A. Córdoba, Los Franciscanos en el Paraguay, Buenos Aires 1937.
BOLDETTI, Marcantonio. - Archeologo, n. a Roma nel 1663, m. ivi nel 1749. Canonico di S. Maria in Trastevere, di grande pietà, fu per 49 anni mathrm{Cu}- stode delle reliquie e dei cimiteri, partecipando ad un grandissimo numero di scavi, eseguiti solo per cavar reliquie di martiri, non per scopo scientifico. Sebbene non si avesse alcuna cura delle gallerie scavate e si asportasse tutto quello che era asportabile, egli tuttavia teneva esatto conto delle cose notevoli che venivano alla luce.
Una ricchissima raccolta di esse, specialmente epigrafi, pubblicò nel volume: Osservazioni sopra i cimiteri dei martiri ed antichi cristiani di Roma, aggiuntavi la serie di tutti quelli che fino al presente si sono scoperti e di altri simili che in varie parti del mondo si trovano, con riflessioni pratiche sopra il culto delle sacre reliquie (Roma 1720), nel quale si trova anche la prima descrizione di tutte le catacombe allora note in Italia. Altro materiale continuò poi egli a raccogliere in seguito con il suo amico Marangoni (v.), ma l'incendio della comune casa nel 1737 distrusse tutto e troncò le forze al vecchio, che abbandonò l'opera al Marangoni. Il B. era troppo corrio a vedere martiri dappertutto, e nella sua opera più che con metodo scientifico procede con intenti apologetici; ma questi erano difetti dell'età; se meglio non provvide alla conservazione dei cimiteri è perché allora essi erano considerati solo come cave di corpi santi e non come monumenti archeologici. La trascuratezza con cui pubblica le epigrafi è in gran parte difetto dello stampatore; per le pitture non val da meno del Bosio. A lui si deve la scoperta e l'identificazione della catacomba di Commodilla e di quella di Troiano.
BibL.: Acta Eruditorum, Lipsia 1722, p. 513; F. A. Zaccaria, Storia letteraria, II, Venezia 1731, p. 538; G. B. de Rossi, Roma sotterranea, I, p. 52; G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Roma 1942, p. 206 sg. Antonio Ferrua
BOLDUC (Boulduc), Jacques. - Cappuccino della provincia di Parigi, appartenente, forse, alla famiglia parigina di Jean-Baptiste B., dell'Accademia delle scienze alla fine del sec. xvir. Fece la professione religiosa il 18 ag. 1581 , fu lettore di teologia, nel 1590 definitivo provinciale, poi superiore di vari conventi; nel 1620 tornò a dedicarsi agli studi; m. a Parigi l'8 sett. 1646 .
Nell'esegesi biblica B. si distinse per varie pubblicazioni, non scevre d'interpretazioni artificiose e forzate : Commentario in librum Job (i primi 21 capitoli: Parigi 1619, tutto: ivi 1637); Expositio in epistolam B. Judae Apostoli, in qua similia secundae B. Petri Apostoli verba pariter expenduntur (ivi 1620); De Ecclesia ante legem libri tres (Lione 1626 e Parigi 1630); De Ecclesia post legem liber unus analogicus (ivi 1630); De orgio christiano libri tres: ...eucharistiae typica mysteria (Lione 1640). Queste ultime tre opere sono tutte imperniate su confronti e analogie tra la legge e le istituzioni mosaiche o di natura e quelle cristiane.
BibL.: J. Le Long, Bibliotheca sacra, II, Parigi 1723, p. 546; Bernardo da Bologna, Bibl. script. Ord. Min. s. Franc. Capucz., Venezia 1747, p. 12; L. Wadding. Script. Ord. Min., Roma 1906, p. 123; J. H. Sbaralex, Suppl. et castigatio ad Script. trium Ord. s. Pratic., parte 2⁴, ivi 1921, p. 6 sg.; A. de Valence, s. v. in DBs, I, col. 1843 sg.; E. d'Alonçon, s. v. in DThC, II, col. 1093; A. Toetsert, Paris, Jacques de, ibid., XI, col. 2034 sg.; id., s. v. in DHG, IX, col. 603; Hutter, III, col. 1047 sg.
Teodorico da Castel S. Pietro
BOLEYN (Bolena), Anna. - Seconda moglie di Enrico VIII d'Inghilterra, n. nel 1504 (?), m. nel 1536. Figlia di Tommaso B. gentiluomo inglese di modesta e recente nobiltà, fu nella prima giovinezza damigella alla corte di Francesco I di Francia. Rientrata in Inghilterra definitivamente nel 1526 e ricevuta a corte, fu subito notata dal re Enrico VIII, che se ne innamorò perdutamente. Le vicende di questo amore furono la causa determinante lo scisma d'Inghilterra. Il re era sposato a Caterina d'Aragona e ne aveva avuti più figli, dei quali sopravvisse solo Maria; ma, ostinato a sposare Anna Bolena, volle annullato il precedente matrimonio : e allegando il pretesto che Caterina era stata sposa di suo fratello maggiore Arturo, sebbene al matrimonio con la cognata fosse stata chiesta e ottenuta la dispensa del pontefice Giulio II, ne pretese l'annullamento. Il lungo dibattito portò all'aperta ribellione del re alla Chiesa e alla di lui proclamazione a capo della Chiesa inglese. Un gruppo di vescovi ribelli pronunciò la sentenza di annullamento del matrimonio di Enrico con Caterina e finse di legalizzare il nuovo matrimonio, che del resto era già stato celebrato precedentemente in segreto sorprendendo la buona fede di un sacerdote, al quale era stato fatto credere che esisteva un regolare annullamento del primo matrimonio, pronunciato dal Pontefice.
A. B. divenne quindi regina d'Inghilterra e fu incoronata solennemente dal Cranmer arcivescovo di Canterbury, che aveva aderito allo scisma. Pochi mesi dopo dava alla luce la figlia Elisabetta, che il Parlamento dichiarava erede legittima del trono, escludendo dalla successione Maria nata dal matrimonio di Enrico con Caterina d'Aragona.
Gli eventi successivi annullarono questo deliberato del Parlamento; perché il regno di A. B. fu breve; dopo vane speranze di nuova maternità, attesa da Enrico nell'ansia di avere un erede maschio, questi si invaghiva di una damigella di corte, Jane Seymour, e mostrava la sua evidente stanchezza per A. B. Intrighi di palazzo, ostilità sorte contro i favoriti dei B., fecero circolare gravi accuse di infedeltà e perfino quella nefanda di incestuosi rapporti col fratello. Non si può dire che la prova di tali accuse sia stata raggiunta, perché le uniche testimonianze sono state estorte con la tortura. Il re ad ogni modo credette e in un rapido processo condannò a morte A. B. e i suoi pretesi complici. La regina fu decapitata il 19 maggio 1536 nel cortile della Torre di Londra, affrontando la morte con grande dignità.
BibL.: P. Friedmann, Anne B., 2 voll., Londra 1884; E. Momigliano, A. B., Milano 1934 (con vasta bibl.); Pastor, IV, 11, 432 sgg.; V, 647 sgg.; H. M. Smith, Henry VIII and the Reformation, Londra 1948 (v. indici). Eucardio Momigliano
BOLGENI, Giovanni Vincenzo. - Eminente gesuita ed insigne teologo italiano, n. a Macerata il 22 genn. 1733, m. a Roma il 3 maggio 1811. Fattosi religioso (1747), insegnò filosofia e teologia morale a Macerata fino alla soppressione della Compagnia di Gesù (1773). In seguito spiegò una prodigiosa attività letteraria di carattere prevalentemente teologico-polemico.
Le varie sue opere contro il giansenismo in difesa della S. Sede, lo fecero da Pio VI chiamare a Roma, dove continuò nella sua instancabile operosità, quale teologo della S. Penitenzieria (1787).
Nell'opera Della carità o amor di Dio (Roma 1788), si sforza di provare, contro il domenicano de Rubeis, che, secondo la dottrina della Scrittura e dei Padri, l'oggetto formale della virtù teologale della carità non è l'amore di benevolenza, ma l'amore di concupiscenza, per cui Iddio è amato, non in guanto è il sommo bene in se stesso, ma
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solamente in quanto è il sommo bene nostro. Attaccato da diversi teologi e dai suoi stessi confratelli (Regono, Cortez, Muzzarelli, Chantre y Herrera, Gentilini) egli si ostinò a difendere tenacemente il suo punto di vista ma senza successo. Quando, nel 1798, Napoleone si impadronì di Roma, il B. ebbe la debolezza di sostenere la liceità del giuramento civico di odio alla monarchia, imposto dalla Repubblica romana. Richiamato a dovere dalle competenti autorità, continuò a difendere in alcuni opuscoli il suo errore, e solo la condanna del giuramento pronunciata da Pio VI lo indusse a ritrattarsi. Pio VII tuttavia gli tolse l'ufficio di teologo della S. Penitenzieria, che venne affidato al Muzzarelli. Dopo la sua disgrazia il B. continuò a scrivere varie opere, molte delle quali vennero pubblicate dopo la sua morte. Degna di speciale menzione è l'opera postuma Dei limiti delle due patettá ecclesiastica e civile, edita a Firenze nel 1849 e messa all'Indice il 19 dic. 1830, che, secondo La Civiltà Cattolica, 1² serie, 2 (1830, II), pp. 431-38, non sarebbe del tutto autentica.
Bial.: Sommervogel. I, coll. 1611-22; G. Cernitore, Biblioteca polemica degli scrittori che dal 1750 al 1793 hanno o difesi o impugnati i dogmi della cattolica romano Chiesa, Roma 1793. pp. 19-24; Hutter, V. 613-21; L. Koch, Jesuiten-Lexikon, coll. 224-25; J. de Guibert, s. v. in DSp. I, coll. 1739-61; E. Valentini, Un inedito del B. sulla grazia, in Salesianum, 2 (1940), pp. 179 -203.
Emanuele Chiarino
BOLGI, Andrea. - Scultore, n. a Carrara il 22 giugno 1606, m. di peste a Napoli nel 1656 ; fu allievo e collaboratore del Tacca. Col Bernini lavorò nella cappella Raimondi in S. Pietro in Montorio e al monumento della contessa Matilde in S. Pietro in Vaticano, dove è pure la sua opera più nota: la statua colossale di s. Elena in una delle nicchie dei piloni che reggono la cupola. Notevole anche una sua statua della Vergine a Massa.
Bial.: O. Polluà, s. v. in Thieme-Becker, IV, p. 243 sg. Vincenzo Golzio
BOLINGBROKE, Henry Saint John, visconte di. - Uomo politico e filosofo, rappresentante tra i più avanzati del deismo inglese. N. il 1^{°} ott. 1672 a Battersea (Londra), m. ivi il 1^{°} dic. 1751 , dopo essere stato ministro sotto la regina Anna, profugo in Francia sotto Giorgio I, e dopo aver preso viva parte a lotte politiche e religiose fra i Tories ed i Wighs. Le sue dottrine si riferiscono principalmente alla teoria della conoscenza in cui segue Locke (v.), ed alla religione. Di questa ha un concetto puramente politico : essa è un freno necessario per lo Stato allo scopo di contenere l'egoismo che domina le azioni umane; per le classi più elevate è riservata la libertà di pensiero, sebbene i liberi pensatori siano la peste della società. Il B. disprezza il medioevo, la Bibbia e la Chiesa.
Le Oeuvres complètes de H. S.-Jean Vicomte de B., pubblicate a Londra (1753-54) da David Mallet, vennero subito condannate dalla grande giuria di Westminster come ostili alla religione, alla morale e al benessere pubblico.
Bial.: A. Hassall, Life of Vise. B., Londra 1888; nuova ed., ivi 1912; W. Sichel, B. and his times, ivi 1902; P. Barstier, Lord B. Ses écrits politiques, Trévoux 1939.
Alberto Scola
BOLIVAR : v. RIOBAMBA.
BOLIVAR, SIMÓn. - Fondatore degli Stati indipendenti di Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù e Bolivia, n. il 24 luglio 1783 a Caracas, m. il 17 dic. 1830 vicino a S. Marta. Nel 1810 combatté sotto gli ordini del generale Miranda per liberare il Venezuela dal dominio spagnolo, ma questo tentativo fallì. Tre anni dopo, fu a capo di una nuova lotta per l'indipendenza della patria, e nel 1819 costituì la repubblica della Grande Colombia, comprendente gli odierni Stati di Colombia, Ecuador e Venezuela. Nel 1824 divenne dittatore del Perù, e nel 1826 protettore della Bolivia. Le rivalità tra i vari Stati resero impossibile la realiz-
zazione di una grande unione panamericana degli exposedimenti spagnoli, unione che egli vagheggiava, per cui, profondamente amareggiato, dopo avere assistito allo sfaldamento della sua costruzione politica, si ritirò sulle rive dell'Atlantico nella tenuta di un amico, e morì a 47 anni d'età. L'atteggiamento della S. Sede verso gli Stati indipendenti sortì mediante l'azione di B. fu sin dal primo delinearsi della nuova situazione sollecito delle questioni e degli interessi spirituali, che essa coinvolgeva e poteva, sicché dopo la battaglia di Ayacucho (1824), il cui esito pose definitivamente termine al dominio spagnolo, Leone XII provvide alle sedi vescovili rimaste vacanti con prelati proposti da B. Il «Libertador», a sua volta, nel 1828, emanò varie leggi favorevoli alla Chiesa cattolica.
Bial.: Per una bibl. completa cf. B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, Madrid 1927. - Tra le opere più recenti si vedano soprattutto C. Parra-Perez, B., Parigi 1928 (trad. it. Roma 1930); G. Lafond-G. Tersane, B. et la libération de l'Amérique du Sud, ivi 1931; V. A. Belaunde, B. and the political thought of the Spanish American revolution, Baltimora 1938. - Sulle relazioni con la S. Sede, cf. P. Leturia, La acción diplomática de B. ante Pío VII, Madrid 1923, e B. y León XII, Caracas 1931, nonché per una rapida visione sintetica J. Schmidlin, Psalopochivica der neuesten Zeit, I, Monaco 1933, passim; cf. anche P. Leturia, Gregorio XVI y la emancipación de la America española, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, parte 2^{°}, Roma 1948, pp. 293-332.
Silvio Furlani
BOLIVIA. - Repubblica dell'America meridionale.
I. Geografia. - Confinante con Perù, Brasile, Paraguay, Argentina e Cile; fra gli Stati andini, l'unico privo di sbocco proprio sul vicino Oceano. Il territorio ( mathrm{r}, mathrm{t} milioni di kmq.) comprende (per ca. un quarto della sua estensione) una zona d'altopiano, con bacini chiusi ed elevate chiostre montuose; per il resto l'ampio, lento declivio con cui da queste si traspassa ai bacini dell'Amazzoni e del Paraguay. La prima alberga nelle sue depressioni conche lacustri senza scolo al mare; il secondo è solcato da possenti fiumane che tributano al Madura ed al Pilcomayo; là domina la steppa di graminacee o la nuda petraia; qui in parte (a NE) la foresta equatoriale, in parte, col diminuire dell'umidità (a SE), la macchia e la prateria (Chaco). Il suolo è coltivato sopra una superfice limitatissima ( 2 \% del totale). La risorsa principale consiste nella produzione mineraria (stagno, bismuto, argento, zinco, oro ecc.). Tutto il paese soffre per le comunicazioni rade e disagevoli; quelle internazionali mettono capo, con ardite ferrovie, ai porti di Arica, Antofagasta (Cile) e Mollendo (Perù), ed alla rete argentina (Tucumán), e si affidano per larga parte (passeggeri e posta) ai mezzi aerei. La B. è una repubblica unitaria, indipendente dal 1825 ; la sua costituzione è democratica con rappresentanza bicamerale. La popolazione ( 3,7 milioni di ab. nel 1945) è costituita per oltre la metà di Amerindi (tra i quali i civili Quechua ed Aymarà), per ca. un terzo di meticci, per un settimo di creoli e bianchi, e per il resto di negri. Gli Italiani sono intorno a 1500 . Sull'altopiano, dove, al di sopra dei 3 mila metri, vive il 90 \% della popolazione del paese, sono raccolti i principali centri abitati. La sede del governo è a La Paz (280 mila ab.; 3630 metri d'altezza); la capitale legale a Sucre ( 35 mila ab.; 2790 metri); altre città degne di nota sono Cochabamba ( 60 mila ab.; 2557 metri), Oruro ( 50 mila ab., 3706 metri) e Potosì ( 40 mila ab.; 3970 metri). Il culto cattolico è religione di Stato; ad esso appartiene, secondo dati ufficiali, l' 84 \% della popolazione.
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Il suolo è coltivato sopra una superfice limitatissima ( 2 \% del totale). Tutto il pacse soffre per le comunicazioni rade e disagevoli; quelle internazionali mettono capo, con ardite ferrovie, ai porti di Arica, Antofagasta (Cile) e Mollendo (Perù), ed alla rete argentina (Tucumán), e si affidano per largi parte (passeggeri e posta) ai mezzi aerei.
BibL.: M. J. von Vacand, Bolivien, in Wort und Bild. Aus seiner Vergangenheit, Gegenwart und Zuhault, Berlino 1906; P. Walle, La Bolivie et ses mines, Parigi s. d.; J. Uzarski, B., Natur und wirtschaftliche Verhältnisse, Bonn 1911; L. Crespo, Geografia de la república de B., La Paz 1911; C. Harma Espejo, B. en sus diversas fases principalmente económicas, Santiago de Cile 1922; T. Herzog, Vom Urwald zu den Gletscheru der Kordillere, Stoccarda 1923; M. J. von Vacand, Boliviens Aufstieg, Berlino 1925; R. Dienst, Im dunkelsten Bolivien, Stoccarda 1926; E. Arendt, Streifzüge durch Bolivien, Lipsia 1927; L. Balsan, Viaggia di esplorazione nelle regioni centrali del Sudamerica, Milano 1931; A. Kanter, Der Gran Chaco und seine Randgebiete, Amburgo 1936.
Giuseppe Caraci
II. STORIA CIViLE ED ECCLESIATICA. - Fino alla sua separazione dalla Spagna, questa regione era chiamata Alto Perù, ma era molto più estesa tanto da raggiungere tre milioni di kmq., così anche la popolazione indigena nel sec. xVI era molto più numerosa di oggi, essendo in seguito stata decimata dalle guerre, dalla peste e dai vizi importanti dagli europei, i quali vi andarono in gran numero, attratti dalle ricchissime miniere specialmente d'argento del Potosì. Esiste nel paese una grande diversità di razze e di civiltà; gli europei, principalmente spagnoli, fondarono accanto alle ricche miniere colonie di popolazioni bianche e si provarono a ridurre a vita civile gli indomiti indiani, i quali manifestano ancora i caratteri delle diverse zone, giacché la nazione può considerarsi geograficamente divisa in tre parti: l' interandina, l' amazzonica, e della Plata. Sono tutte e tre zone molto montuose, ciò che nel passato rese difficile la penetrazione della cultura europea e cristiana specialmente nella regione delle Ande. A questo concorse anche la pluralità delle lingue antiche, tra le quali il quechua e l'aymarà, senza parlare di quaranta dialetti. La civilizzazione del paese sembra sia incominciata dalla parte vicina al Perù e alla Colombia.
La storia civile ed ecclesiastica della B. dopo la scoperta, s'identifica in gran parte con quella del Perù, perché l'attività colonizzatrice degli Spagnoli si limitò all'altopiano, che come provincia (Audiencia) dell'Alto Perù o Charcas faceva parte integrante del Viceregno
del Perù. Le pianure del nord e dell'est rimanevano agl'indiani, i quali furono compresi in parte soltanto nell'azione missionaria. La parte occidentale della B. attuale, l'altipiano di Charcas, all'epoca della conquista spagnola del 1539 , apparteneva al regno degli Incas. Nel 1776 il territorio fu annesso al Viceregno di Buenos Aires di recente formazione.
La conquista della B. fu iniziata dai fratelli Ferdinando e Gonzalo Pizarro e compiuta attraverso durissime battaglie con gl'indiani. Pacificato in gran parte il paese, procedettero i vincitori alla formazione di alcune importanti città, la principale delle quali fu la Plata, prima chiamata Chugnisaca o Las Charcas, detta così a cagione delle ricchissime miniere d'argento della stessa contrada. Il suo fondatore, nel 1538 , fu il capitano Pedro Anzures; quello della città di La Paz nel 1548 fu il viceré Pietro La Gasca che la chiamò in tal modo per la pace ottenuta dopo la vittoria sui ribelli guidati da Gonzalo Pizarro. La costruzione di Cochabamba fu iniziata nel 1575 da Girolamo d'Osorio; un anno prima era stata fondata la città di Tarija; nel 1592 quella di S. Cruz de la Sierra e nel 1604 Oruro. Contemporaneamente alla conquista s' inizio l'evangelizzazione del pacse, ad opera dei Domenicani e più ancora dei Francescani. Nel 1551 Charcas o La Plata, attualmente Sucre, fu eretta in diocesi. I Francescani nel 1565 fondarono la provincia di S. Antonio
de las Charcas, la quale nei secc. xvi e xvir provvedeva a 17 "doctrinas" o stazioni missionarie tra gli Indiani dell'Alto Perù. Al principio del sec. xvir la gerarchia ecclesiastica fu completata con l'erezione delle diocesi di S. Cruz de la Sierra (1605) e di La Paz (1608) e con l'elevazione di Charcas ad arcidiocesi (1609).
Durante il sec. xvi l'attività missionaria si era limitata all'altopiano occidentale dell'attuale B. e nel sec. xvir la missione cominciò ad estendersi verso nord e verso est. Nel 1632 i Gesuiti tentarono, in un primo tempo senza frutto, la conversione dei Chiriguanos nel Chaco. Nel 1668 iniziarono la missione tra i Mojos del nord, fondando nel 1684 la prima Riduzione: Loreto. L'opera delle Riduzioni tra i Mojos e le tribù limitrofe ottenne buoni risultati. Nel 1732 la missione contava 21 Riduzioni con più di 35.000 cristiani. Parimente efficace fu il lavoro dei Gesuiti tra i Chiquitos dell'est, iniziato nel 1691 per mezzo del martire José de Aree; nel 1767 la missione comprendeva 10 villaggi con 22.000 cristiani. Per l'espulsione dei Gesuiti nel 1767 le Riduzioni furono distrutte; passarono nelle mani del clero diocesano di S. Cruz de la Sierra, il quale però era troppo poco numeroso per continuare la missione. Perciò i cristiani si mescolarono di nuovo con gli indiani pagani, dando luogo ad un miscuglio di costumi cristiani e pagani che poi costituì un baluardo quasi inespugnabile.
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Nel frattempo i Francescani avevano (1692) ripreso il lavoro tra i Chiriguanos del Chaco. Il collegio missionario di Tarija, fondato nel 1754, ne fu continuatore. Fino al 1810 furono fondate 22 missioni con 16.000 cristiani. Il lavoro del collegio di Tarata, fondato nel 1796, tra i Yucscores, fu ben presto disturbato dalle guerre per l'indipendenza, le quali purtroppo distrussero anche la missione tra i Chiriguanos del collegio di Tarija. Il n. Andrea Herrera O.F.M., dal 1813 missionaria nel nord-est della B., dove, nonostante le guerre, continuava imperturbato la sua opera, reclutò in Europa missionari per i collegi di Tarija e Tarata ed eresse a nuovi collegi, quello di La Paz del 1835 e quello di Sucre nel 1837 a cui seguiva il collegio di Potosi nel 1844. Questi 5 collegi dei Francescani crano i centri dell'attività missionaria tra le tribù indiane del sud, est e nord della B., finché non si ebbe una riorganizzazione della situazione ecclesiastica e missionaria.
Già nel 1847 era stata eretta la diocesi di Cochabamba. Seguirono poi nel 1924 le diocesi di Oruro, Potosi e Tarija. Nel 1943 La Paz fu elevata ad arcidiocesi con le suffraganee di Cochabamba e Oruro; ritenendo Sucre le suffragance di S. Cruz de la Sierra, Potosi e Tarija. Con l'erezione del vicariato apostolico del Beni nel 1917 s'iniziò pure la riorganizzazione delle missioni, fino a quell'epoca dipendenti dai collegi. Le missioni furono affidate alle Province europee dell'Ordine francescano: Beni alla Provincia di Andalusia incorporandosi i collegi di Sucre e di La Paz, Chaco, eretto a vicariato apostolico nel 1919, alla Provincia toscana insieme ai collegi di Tarija e di Potosi. Nel 1925 la prefettura apostolica di Pilcomayo fu eretta con territorio del vicariato apostolico di Chaco e affidata agli Oblati di Maria Immacolata; nel 1934, dopo la guerra tra B. e Paraguay, il territorio di Pilcomayo passò dalla B. al Paraguay. Il collegio di Tarata con le sue missioni passò nel 1930 alla vecchia provincia boliviana S. Antonio de las Charcas. Nel 1930 fu eretto il vicariato apostolico di Chiquitos e affidato alla Provincia tirolese dei Francescani. Nel 1942 si distaccarono le regioni occidentali del vicariato di Beni erigendo i vicariati di Pando per i Missionari di Marylanoll e di Reyes per i Redentoristi.
Riassumendo, oggi, la B. ecclesiasticamente è divisa in due sedi metropolitane: La Paz con le sedi suffraganee di Cochabamba e Oruro, e Sucre con le suffragance di Potosi, S. Cruz de la Sierra e Tarija; e cinque vicariati apostolici: Chaco, Chiquitos, Beni o El Beni, Pando e Reyes. Il governo ha una rappresentanza diplomatica presso la S. Sede, e viceversa.
Boll.: P. G. Mussani, Naticias bistóricas sobre les Missianes de B., Parigi 1854: A. M. Corrado, El Colegio Franciscano de Tarija y sus Misiones, Quaracchi 1884: I. Cardús, Las Misiones franciscanas entre las infieles de B., Barcellona 1886: J. M. Camacho, Historia de B., La Paz 1906: L. Paz, Historia general del Alto Porti, hoy B., Sucre 1919: A. Astrain, Historia de la Compañia de Jesús en la Asistencia de España, VI, Madrid 1920. pp. 542-74; VII, ivi 1925, pp. 346-71, 490-92; G. Arclla Pabledo, La Orden Franciscana en la Anoreta Meridional, Roma 1948, pp. 189-232.
Giovanni Rommerskirchen
III. Ordinamento scolastico. - Il sistema scolastico si basa su quello stabilito il 22 nov. 1872 ed ampliato il 15 genn. 1874. L'istruzione di primo grado viene impartita nelle scuole primarie, elementari e secondarie le quali insieme formano la scuola popolare. L'istruzione di secondo grado viene chiamata collegiata e si divide in liceale e collegiale propria. L'istruzione di terzo grado si chiama professionale e si divide in scientifica, artistica e in quella applicata al lavoro.
I licei o collegi hanno la durata di cinque anni. Le scuole professionali boliviane sono da considerare come facoltà universitarie staccate e si dividono in scuole di
medicina che conferiscono il titolo di dottore, in scuole di scienze ecclesiastiche che conferiscono il titolo "licenciado", in collegi per i maestri che conferiscono il titolo di «baccalaureato in lettere " o "nelle scienze ", in scuole di giurisprudenza che conferiscono il titolo di "abogado".
In B. si designano per scuole professionali la "Facultad de derecho y ciencias sociales de la República", l'"Escuela de odontologia", l'"Instituto nacional de comercio ", il Conservatorio nazionale di musica, l'Accademia nazionale di belle arti, l'Istituto agronomico e veterinario, il Collegio militare e il Collegio dell'aeronautica.
Le università sono le seguenti : "Real y pontificia universidad de s. Francisco Javier» a Sucre, fondata nel 1623, "Universidad de Gabriele René Moreno" a Santa Cruz, "Universidad de Thomas Frias " a Potosi, "Universidad de Juan Misael \Saracho " a Tarija, "Universidad de Mariscal Andrés" a Santa Cruz e la Università di Stato a La Paz.
Bibl.: N. Andrew, N. Cleven, The Political Organisation of B., Washington 1940.
Stumpf Miroslav

(da Stropri. Mante e belle pontifciri, Iar. M.) Bolla - B. di Pasquale II (1099-1118).
BOLLA. - Indica propriamente il sigillo di piombo appeso ai documenti e per estensione il documento stesso.
I. Sigillo. - L'uso del sigillo di piombo è di origino bizantina ed era già diffuso nel sec. IV. Fu adottato dai Papi almeno dal sec. vi e continua ad essere adoperato ancora oggi per le b. spedite dalla Cancelleria apostolica; lo ebbero i dogi di Venezia fino alla caduta della repubblica (1797), arcivescovi e vescovi del territorio romano-bizantino (Benevento, Ravenna, Napoli, Canosa), notai di Ravenna, giudici di Sardegna, conti e duchi dell'Italia meridionale (ad es. di Gaeta, di Capua, di Puglia, di Calabria); forse per imitazione della cancelleria pontificia usarono pure il piombo imperatori e re d'Italia (sec. IX), re di Costiglia (sec. XIV) e alcuni comuni, ad es. Pisa, Genova, e Firenze, che lo ebbe per concessione del Papa.
Era ottenuto stringendo un piastrino di piombo (o un globo, onde bulla) fra le due valve incise di una matrice, in modo da ottenere un disco schiacciato con impressioni a rilievo da ambe le parti.
In documenti sovrani di particolare importanza fu usato, in luogo del piombo, l'oro, raramente l'argento dorato, solo per eccezione l'argento. Naturalmente, data la durezza di questi metalli, l'impronta era eseguita con tecnica diversa, con incisione a bulino su due lamine rotonde, che poi venivano saldate all'intorno. La raccolta di b. d'oro più ricca per varietà di tipi ( 76 esemplari in 40 tipi) è conservata nei documenti dell'Archivio Vaticano, con sigilli da Federico Barbarossa a Napoleone e fra gli altri un esemplare di Filippo II re di Spagna (1555) di grandezza eccezionale (peso gr. 820). D'uso assai raro è la b. d'oro nei documenti pontifici. Il più antico piombo
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(du Serafini, Monete e bolle pontificie, (av. M.)
Bolla - B. di Niccolò V (1447-55).
pontificio conosciuto è di papa Agapito I (535), conservato però solo in disegno; il più antico originale è di Adeodato I (615-18) nel medagliere vaticano e rappresenta nel recto il Buon Pastore, nel verso porta il nome del Papa. Nelle altre b. fino alla metà del sec. Ix il tipo è uniforme e semplice, cioè nel recto c'è solo il nome del Papa al genitivo e nel verso la leggenda PAPAE, con due piccole croci. Leone IV (847855) e Benedetto III (855-58) hanno il nome del