volume-02

Back to Volumes
I (615-18) nel medagliere vaticano e rappresenta nel recto il Buon Pastore, nel verso porta il nome del Papa. Nelle altre b. fino alla metà del sec. Ix il tipo è uniforme e semplice, cioè nel recto c'è solo il nome del Papa al genitivo e nel verso la leggenda PAPAE, con due piccole croci. Leone IV (847855) e Benedetto III (855-58) hanno il nome del Papa in forma di monogramma, poi fino alla metà del sec. xi il nome è scritto in leggenda circolare intorno ad una stella. Leone IX (ro48) aggiunse al nome il numero ordinale e nei piombi dei suoi immediati successori si hanno rappresentazioni diverse, per lo più il busto di s. Pietro con un versetto della S. Scrittura in riferimento al primato. Con Pasquale II (ro99) si introduce il tipo che poi è rimasto costante fino ai nostri giorni salvo variazioni stilistiche : nel recto rappresenta le teste di s. Pietro e di s. Paolo, nel verso c'è il nome del Papa in caso nominativo. Solo fa eccezione Paolo II (1464-7I), che adottò un tipo diverso ispirato al piombo dei dogi veneti. L'apposizione della b. era ufficio dei bullatores (v.).

Bibl.: C. Serafini, Le monete e le b. plumbee] del Medagliere Vaticano, Milano 1910, specialmente pp. lxxxi-lci e
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(du Serafini, Monete e bolle pontificie, (av. M.)
Bolla - B. di Paolo II (1464-71).
tavv. A-N; H. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, II, 2^{°} ed., a cura di H. W. Klevitz, Berlino 1931, p. 548 sgg.; P. Sella, Le b. d'ure dell' Arch. Vaticano, Città del Vaticano 1934.
II. Documento. - Prende questo nome qualunque documento munito di sigillo in forma di b. (v. sopra) e in particolare i documenti pontifici.

Il nome di b. applicato ad essi non è anteriore al sec. xiri e non fu mai d'uso ufficiale (il nome ufficiale è Apostolicae sub plumbo litterae). E piuttosto un termine generico che scrve a designare documenti diversi per forma e per contenuto, tenendo conto come di elemento comune del sigillo di piombo, di fronte ad altri muniti del sigillo di cera (i bovci) o sprovvisti affatto di esso (ie suppliche, i chirografi, il notu-proprio).

Tutte le b. cominciano con il nome del Papa seguito dal titolo episcopus, servus servorum Dei, che i Pontefici hanno usato regolarmente a partire da s. Gregorio Magno : fino alla fine del sec. x sono scritte su papiro, nella prima metà del sec. xi sono scritte anche su pergamena, poi sono tutte su pergamena fino all'età presente. Sono sempre in latino; quanto al carattere, fu usata fino al sec. xir la scrittura detta curiale romana, nei sec. xit-xiv la minuscola diplomatica, nel sec. xv la gotica corsiva, dal sec. xvi al xix la scrittura bollatica.
![img-11.jpeg](img-11.jpeg)
(du V. Steffens,-Lateinische Paläographie, Treviri 1589, tav. 155)
Bolla - B. di Clemente XIII (1763) in scrittura bollatica.

## Page 1027

Secondo l'oggetto e la natura giuridica le b. ricevono denominazioni diverse, che variano attraverso i secoli, tanto che non si può stabilire una nomenclatura generale; secondo le forme diplomatiche si distinguono in privilegi e lettere (presso gli autori meno recenti : bullae maiores e bullae minores).

I privilegi costituiscono la classe più importante delle b.; riferendosi a concessioni o riconoscimenti di carattere perpetuo, sono redatti con l'osservanza di formalità solenni e caratterizzati dalla partecipazione personale del Papa, sia attraverso l'antica formola del Bene Valete (v.), sia attraverso la rota (v.) e la firma. I privilegi furono in uso fino al sec. xiv, poi successero in certo modo ad essi le cosiddette lettere concistoriali, dove c'è pure la firma del Papa.

Le lettere, nei secoli più antichi, portarono una subscriprio autografa del Papa in forma di saluto, a somiglianza dell'uso epistolare romano (ad es. : Deus te incolumem custodiat, carissime fili), ma nessun originale è rimasto anteriore al sec. xi, quando esse avevano perduto questo uso antico ed erano divenute di forme più semplici. Dal sec. xit si distinguono secondo il contenuto : quelle che trasmettono una concessione (litterae gratiosae) hanno il piombo attaccato con fili di seta come i privilegi, quelle che trasmettono un ordine (mandata o litterae executoriae) hanno il filo di canapa. Nel sec. xir si hanno i primi esempi di lettere chiuse (litterae clausae), in cui la chiusura era ottenuta col filo stesso che portava la b., sempre di canapa; nel sec. xim sorge una nuova classe di lettere (solenni) che hanno nel protocollo iniziale la formola A d perpetuam rei memoriam o altra simile.

I termini di lettere communes, legendae, curiales e secretae si riferiscono a varie modalità di procedura osservate dalla cancelleria o da altri uffici nella loro spedizione. - Vedi Tav. CIV.

Biml.: C. Paoli, Diplomatica, nuova ed. a cura di G. Bascapé, Firenze [1942], pp. 36-431. Giulio Battelli

BOLLA D'ORO: v. BULLA AUREA.
BOLLAND, Jean. - Gesuita belga, conosciuto per la fondazione dell'opera che prese il suo nome (v. Bollandisti), n. il 13 ag. 1596 a Julencont nel ducato del Limburgo (attuale provincia di Liegi) e m. a Anversa il 12 sett. 1665 . Fece i suoi primi studi a Utrecht ed entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Malines nel 1612. Dopo gli studi filosofici che iniziò a Lovanio e terminò ad Anversa, insegnò lettere nei collegi della Compagnia di Rurensonde, Bois-le-Duc, Bruxelles, Anversa per sei anni, prima di iniziare la teologia a Lovanio dove fu ordinato sacerdote nel 1625 . Gli anni della formazione letteraria iniziarono inconsapevolmente il B. alla sua opera futura, non solo con una eccellente formazione umanistica, ma anche con una buona conoscenza di parecchie lingue d'Europa. Destinato in seguito come prefetto di studi al collegio di Malines vi rimase per cinque anni sino al 1630 , quando, in seguito alla morte del Rosweyde, i suoi superiori lo chiamavano alla casa professa di Anversa per esaminare i materiali di erudizione agiografica che il Rosweyde non aveva avuto tempo di pubblicare. Resosi conto della loro importanza, il B. si dichiarò pronto a proseguire l'opera del confratello, purché gli si lasciasse libertà di seguire un suo piano: furono messi a sua disposizione i libri raccolti dal Rosweyde, ma né lui né i superiori sospettarono le responsabilità e i compiti immensi di un'opera, che egli avrebbe dovuto compiere nei tempi
lasciatigli liberi dal ministero sacerdotale, e che invece lo tenne occupato sino alla morte. Da questo momento la sua attività si identifica con l'opera degli Acta Sanctorum, ma molto del suo tempo fu speso nella vasta corrispondenza col mondo dotto di allora, al quale diede più di quanto non ricevesse. Egli promosse e aiutò l'attività letteraria di molti eruditi sia belgi come francesi e inglesi; cutò la pubblicazione presso tipografi anversani delle opere di Gesuiti di varie pro-
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(da Acta Sanctorum Martii, I, Anversa 1668)
Bolland, Jean - Ritratto, inciso da J. Collin nel 1667.
vince dell'Ordine, come le poesie del polacco Sarbiewski e le opere ascetiche del p. Lancizio.

A lui poi si deve l'idea e l'attuazione dell'Imago Primi Saeculi pubblicata per celebrare il primo centenario della Compagnia. Tutto ciò non impedì che nel 1643 e nel 1648 desse alle stampe i tomi degli Acta Sanctorum di gennaio e di febbraio.

Biel.: La vita del B. è stata narrata dal Papebroch, e inserita in testa al vol. I degli Acta SS. Martii, Anversa 1668, pp. 1-8xiv; Sommervogel, I, coll. 1625-27. Mario Scuduto BOLLANDISTI. - Società scientifica formata da un ristretto gruppo di pp. Gesuiti belgi, che si dedica da tre secoli alla edizione degli Acta Sanctorum, o raccolta critica di documenti coevi sui santi. Prende il nome dal suo fondatore Giovanni Bolland (v.).
I. Cenno storico. - Le origini del bollandismo risalgono al p. Eriberto Rosweyde (1569-1629) di Utrecht. Entrato nella Compagnia di Gesù a Tournai (1588) e laureatosi a Douai (1591), si era preparato

## Page 1028

ai lavori di erudizione, visitando, nei tempi che l'insegnamento gli lasciava liberi, le numerose biblioteche monastiche del Belgio, dove raccoglieva documenti, tra i quali numerose vite di santi dell'antichità cristiana, che lentamente gli offrirono le linee di una vasta raccolta agiografica. L'idea già matura nel 1603 , incoraggiata dai suoi superiori, fu da lui esposta in un volumetto intitolato : Fasti Sanctorum quorum vitae in belgicis bibliothecis manuscriptae (Anversa 1607) nel quale, col disegno del quadro entro il quale si proponeva di far entrare i materiali da lui raccolti, inviava un appello agli eruditi per aver la loro collaborazione. Il Rosweyde precisava il suo piano futuro in questi punti : ridare il testo autentico dei vecchi documenti agiografici; dare il testo completo dei mutili; pubblicare le vite dei santi ancora inedite; accompagnare i testi con commenti esplicativi. Prevedeva l'esecuzione del suo disegno in 18 volumi in-fol.: 3 preliminari (documenti relativi alla storia di Gesù Cristo e delle feste dei suoi misteri; alla vita e feste della Madonna; agli atti dei santi e martiri che godono di culto particolare); 12 di vite di santi; 2 di note e indici; I di martirologi. Prima però di iniziare il grande lavoro, agli volle fare un po' di luce su una questione preliminare intricata e connessa col soggetto : il martirologio. Cosi nel 1613 pubblicava il martirologio di Adone, preceduto dal Parvum romanum, intitolato: Martyrologium romanum... accedit Vetus Romanum Martyrologium hactenus a Card. Baronio desideratum una cum martyrologio Adonis.... recensito (Anversa 1613). Altra opera preliminare agli Atti dei santi è la grande edizione delle Vitae Patrum. De Vita et verbis Seniorum libri X (ivi 1616) in-fol. grande di LXXIV-1044 pp. e 118 pp. di indici non numerate; monumento provvisorio come il precedente, ma la cui importanza è stata comunemente riconosciuta.

Il Rosweyde, che durante la vita si era lasciato tentare da altri soggetti di erudizione storica, morì il 5 ott. 1629 senza aver scritto un rigo della grande opera progettata. Fortunatamente il vasto materiale documentario da lui lasciato non andò disperso; il Bolland che all'opera doveva dare il proprio nome, chiamato dal suo provinciale per esaminare gli scritti lasciati dal Rosweyde, seppe valutarne l'importanza, dichiarandosi anche pronto a riordinarli per la pubblicazione. Conosceva bene l'antichità cristiana, aveva inclinazione per l'erudizione, e tenace applicazione al lavoro, che lo rendevano adatto al nuovo compito, al quale si accinse a 36 anni, quando era già prefetto di studi nel collegio di Malines, che lasciò definitivamente per trasferirsi alla Casa professa di Anversa. Bolland allargò il programma del Rosweyde estendendo il campo d'investigazione anche ai santi non rappresentati nella letteratura agiografica, ma la cui esistenza è attestata dal martirologio o dal culto; modificò pure la ripartizione annunziata dai Fasti di Rosweyde, decidendo che la documentazione su un santo facesse un tutto unico con gli accessori. E poiché intanto con l'aumento dei materiali veniva a diminuire il tempo per utilizzarli, gli fu dato, dietro sua domanda, un aiuto nella persona di un suo antico alunno: Goffredo Henschen (Henschenius), n. nel 1601, che lo raggiunse nel 1635. La scelta fu feconda di risultati : l'Henschen, datosi subito allo studio dei santi di febbraio, esordiva con uno studio sui santi Vedasto (Vast) e Amando, nel quale le vite dei due santi erano oggetto di indagini accurate. Spingendosi al di là del problema filologico, i commentari
dell'Henschen affrontavano risolutamente questioni sollevate dalla natura stessa dei documenti studiati : storia, cronologia, topografia, fonti e paralleli letterari. Bolland, che era impegnato già con la stampa dei primi fogli del tomo dei santi di gennaio, non esitò, di fronte a quella rivelazione, a rifondere il lavoro per dare una forma definitiva al primo inizio degli Acta Sanctorum di cui può dirsi il secondo fondatore.

Così al termine di una comune e coscienziosa fatica apparvero nel 1643 i due tomi dei santi di gennaio accolti con vero entusiasmo dal mondo dotto. Altri quindici anni di lavoro furono necessari per la pubblicazione dei tre tomi sui santi di febbraio (1658). Ma per il rigore del metodo e la chiaroveggenza delle ricerche, questi si avvantaggiavano sensibilmente sui primi due. Crebbe l'ammirazione e finanche in campo protestante si rese omaggio al sapere e alla probità scientifica degli agiografi gesuiti. Agli elogi si aggiunse l'invito di Alessandro VII per il Bolland di recarsi a Roma. Impedito dalla malattia e dagli acciacchi, vi mandò Henschen che prese con sé un giovane collaboratore da poco destinato alla redazione degli Acta Sanctorum: Daniele Van Papenbroeck o Papebroch, n. nel 1628 e destinato a farsi presto un nome nel campo dell'erudizione agiografica. Con questa recluta l'avvenire degli Acta prendeva consistenza dopo penosi inizi, perché il Papebroch era fatto per identificarsi con l'opera stessa. I suoi commentari lo riveleranno presto critico penetrante servito da una buona penna, cercatore indefesso, ricco nella informazione, solido nella ricostruzione, mai messo in imbarazzo dai particolari minuti. Uomo modesto, ma anche coraggioso sapeva non dissimulare la verità una roita persuaso di averla trovata.

Il viaggio dei due b. durò due anni; dopo una permanenza in Roma di nove mesi, visitarono altre biblioteche d'Italia e di Francia rientrando ad Anversa il 21 dic. 1662 con una ricca mèsse di documenti trascritti da 1400 manoscritti, ma anche con una nuova esperienza fatta nel frattempo: la necessità di dar più larga parte all'agiografia bizantina, che il piano del Bolland lasciava indietro. L'ultimo stadio dal piano bollandiano ampliato e perfezionato sui dati dell'esperienza si nota nei tre tomi di marzo, con i quali s'inizia la collaborazione di Papebroch. Ma Bolland non li vide, perché morì il 12 sett. 1665 a 69 anni, tre anni prima della loro pubblicazione (1668). A prendere il posto lasciato dal defunto, fu chiamato nel marzo 1669 Corrado Janninck, n. a Groningen nel 1650 . Fu iniziato ai segreti del mestiere ancora scolastico per due anni e mezzo; quindi fu inviato all'università Gregoriana per studiare teologia. In sua assenza fu chiamato il p. Baert che, oltre a rendere segnalati servizi all'amministrazione temporale dell'opera, collaborò pure ai tomi IV di maggio e V di giugno.

Nel frattempo cessava di vivere Henschen l'i1 sett. 1681, dopo 46 anni di collaborazione indefessa agli Acta per i primi 24 tomi, dei quali 14 furono pubblicati lui vivente.

Il tranquillo lavoro degli agiografi fu turbato dopo la pubblicazione del I tomo di aprile nel quale erano discussi gli atti di s. Alberto di Gerusalemme da cui gli eremiti del Carmelo ricevettero la loro Regola. L'implicita condanna della tradizione che avrebbe voluto far rimontare al profeta Elia le origini dell'Ordine, segnò l'inizio di un'aspra querola da parte dei Carmelitani, terminata con l'intervento dell'Inquisizione spagnola che condannava il Papebroch autore

## Page 1029

![img-13.jpeg](img-13.jpeg)

Bollandisti - Esterno della biblioteca - Bruxelles.
di quei commentari nel 1695. L'incidente ebbe termine nel 1715 con la piena riabilitazione del calunniato b., il quale però non vide quel giorno, essendo m. il 14 giugno 1714 a 87 anni. L'opera da lui lasciata sorprende non tanto per l'estensione quanto per la varietà e il valore. I tomi degli Acta ai quali prestò la sua collaborazione (marzo-giugno), sono stati giudicati dal p. Delehaye i migliori dell'antica collezione.

Scomparso il Papebroch, la presidenza o anzianità passò al p. Baert, morto pochi anni dopo ( 27 ott. 1719). Il giorno dei suoi funerali una congestione cerebrale colpiva Janninck, morto nel 1723, l'ultimo sopravvissuto della generazione, che attraverso Henschen e Papebroch si riannodava direttamente a Bolland.

Dal 1723 sino alla soppressione della Compagnia di Gesù, che vide dispersa anche l'opera bollandiana, rimase ancora un considerevole periodo di indefessa attività, lungo il quale si ripeterono gli sforzi, le difficoltà e in parte anche i successi dell'epoca precedente. Se nell'insieme mancano le potenti personalità della prima generazione, che fondarono il metodo della ricerca e della critica, tuttavia alcune figure di questo secondo periodo si staccano nettamente e per le qualità personali e per il contributo dato all'opera, come i pp. Du Sollier, Stiltingh e De Bye. Al p. G. B. Du Sollier una salute robusta, una memoria esatta oltre che una forte intelligenza, permisero di sostenere per 40 anni una intensa applicazione per disseminare i suoi commentari nei 7 tomi di luglio e i 3 primi di ag., oltre che a curare l'amministrazione del Museum Bollandianum. Su di lui in particolare gravò tutto il
peso dell'opera, dopo il ritiro di Papebroch e la malattia di Janninck. Sua opera principale è l'edizione del martirologio di Usuardo, inserita nei supplementi di giugno, giudicata uno dei più pregevoli contributi ai martirologi storici.

Compagno del Du Sollier, m. nel 1740, fu sin dal 1713 il Pien, che lo segui nella tomba nove anni dopo. Prese parte notevole agli Acta di luglio e il suo commentario su s. Ignazio di Loyola costituisce tuttora una fonte d'informazione, come apprezzati sono pure i suoi lavori sulle antiche liturgie della Spagna. Pien, già vecchio, rimase solo dopo il ritiro del Du Sollier e la morte di un altro b., il p. Pietro Van den Bosche, rimasto appena quindici anni alla redazione degli Acta (1723-37). Gli fu dato un aiuto di indubbio valore, nel quale i contemporanei credettero rivedere Papebroch, perché dotato di straordinaria facoltà di assimilazione, essendo capace di acquistare rapidamente conoscenze vaste su ogni argomento.

Era il p. Giovanni Stiltingh, che, arrivato nel 1737, quando il t. V di agosto cominciava a stamparsi, si orientava cosi presto nel nuovo ufficio, da poter approntare i due terzi del lavoro per quell'in-fol. apparso nel 1739. Da allora sino al febbr. 1762, quando cessava di vivere non ancora sessantenne, pur tra le difficoltà dovute alla penuria di nuovi collaboratori, redasse non meno di 250 commentari, che in gran parte riempirono i dieci tomi pubblicati mentre viveva. Tale facilità di composizione dà anche il motivo del rapido invecchiamento della sua opera a paragone di tante altre degli Acta. Da vivo si fece la riputazione di un talento prestigioso, che possedeva realmente, e godette di una grande autorità, che la sicurezza della sua critica non giustifica però in ugual misura. Ma il suo credito servi al bollandismo per traversare gli anni difficili che si preparavano.

Il p. Cornelio De Bye, tra i tanti che in questo periodo si avvicendarono in seno all'opera bollandiana, aveva doti per divenire una figura di grande rilievo sulla linea degli agiografi antichi. Meno brillante di Stiltingh, aveva però la chiarezza di vedute necessaria per mantenere gli Acta al livello del loro passato. Gli avvenimenti avversi gli riservarono solo il posto di vittima, sostenuto del resto con coraggio. Insieme agli altri redattori, segui le sorti dell'opera dopo la soppressione dell'Ordine, ospitata nel 1775 dall'abbazia di Cawdenberg presso Bruxelles. Le riforme di Giuseppe II e la soppressione di Caudenberg nel maggio 1786 imposero un nuovo trasloco e fu necessità adattarsi in un'ala dell'ex-collegio dei Gesuiti a Bruxelles. Ma la distruzione del Museum Bollandianum era ormai decisa e fu resa di pubblica ragione il 16 ott. 1788. Magazzino delle pubblicazioni e biblioteca dovevano essere vendute a profitto del tesoro dello Stato. Per evitare la dispersione di materiali preziosi i b. entrarono in negoziati con i Premostratensi di Tongerloo. L'abbazia accettò le condizioni e con l'attrezzatura bollandiana ricevette anche, come ospiti, gli agiografi per dar loro possibilità di riprendere il lavoro. Con l'invasione francese del 1792 le ultime speranze di salvare l'opera faticosamente conservata furono distrutte: documenti e biblioteca andarono dispersi.

Dopo la restaurazione della Compagnia di Gesù nel 1814, il bollandismo emese ancora parecchi anni prima di ricostituirsi, perché i Gesuiti belgi erano sovraccarichi di opere e di collegi, ai quali le forze vive disponibili appena potevano bastare. Ma verso

## Page 1030

la fine del 1836 il vivo interessamento del rettore dell'Università cattolica di Lovanio, De Ram, sia presso il governo come presso i superiori della Compagnia in Belgio, per la ripresa di un'opera nazionale invidiata da tutto il mondo, ottennero l'effetto desiderato e il 29 genn. 1837 il provinciale p. Van Lil annunciava al capo del governo che la Società dei B. era ricostituita e si sarebbe messa presto all'opera. Essa era composta dei pp. J. B. Boone, J. Van der Moere, Pr. Coppens, e più tardi anche del p. J. Van Hecke. La nuova redazione dovette far fronte a difficoltà tecniche non comuni, perché ciò che rimaneva della vecchia eredità era solo un piano al quale uniformarsi; ma mancava la continuazione della tradizione di scuola formatasi durante un secolo e mezzo e con essa i mille segreti dell'esecuzione, oltre l'attrezzatura scientifica, che bisognò rifare penosamente per lunghi anni ancora, durante i quali si dovette spingere innanzi la pubblicazione degli Acta di ottobre, che, come è ovvio, risenti delle condizioni d' inferiorità nelle quali si affrontarono i compiti della ri-
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)
presa.

Le difficoltà dell'inizio furono attenuate dopo qualche anno (1840) dall'arrivo di due reclute di valore: Antonio Tinnebroek e Victor de Buck, ancora studenti. Il primo al t. VII di ottobre diede ben 500 pagine di contributo personale. Le promesse annunziate da questo talento, furono disgraziatamente troncate dopo il suo ritorno dalla teologia (1850); mori di tisi cinque anni dopo. Victor de Buck suo compagno di studi lasciò invece una traccia memorabile in seno all'opera bollandiana. Spirito, memoria, volontà e intelligenza erano in lui di salda tempra. Per il suo ardore nello studio e la non comune facoltà di assimilazione era l'uomo provvidenziale del momento. Ritornato dalla teologia nel 1850 , dopo aver in precedenza passati cinque anni di tirocinio scientifico al Museo Bollandiano, De Buck fu uno dei primi che intuil l'importanza dell'archeologia cristiana per lo studio dell'agiografia antica, cui le scoperte di G. B. De Rossi aprivano larghe prospettive. I progressi fatti dal de Buck in questo campo si videro nella sua dissertazione De Phialis rubricatis, che segna una data nella storia della critica agiografica, anche se sul momento essa riservò all'autore attacchi e noie da parte di ritardatari. Oggi nessuno più contesta le sue conclusioni, e cioè che le cosiddette ampolle di sangue (v.) non sono un segno del martirio.

I tomi dei santi di ottobre a partire dal VII ebbero tutti la sua collaborazione, e i numerosi commentari da lui sottoscritti sono stati giudicati i migliori di questa serie. Gli si rimprovera tuttavia il difetto di non aver saputo resistere a certe tendenze della generazione
precedente, principalmente l'importanza esagerata accordata alla dissertazione.

Il progresso annunziato dal p. de Buck sembrava confermato dal promettente contributo dei pp. Eugenio Carpentier ed Enrico Matagne. Il primo sembrava destinato a fare opera di pioniere nell'agiografia orientale. Il suo commentario sugli atti dei martiri di Nadjran inserito nel t. X di ottobre giudicato frutto di erudizione originale e solida, fu da lui compiuto con mezzi rudimentali in terra incognita. La morte lo tolse nel 1868 a 46 anni. In più giovane età si spense il Matagne trentanovenne nel 1872, quando il de Buck, anche lui nel vigore degli anni, si riduceva ad una relativa inazione a motivo del male che lo minava. Quando mori, il 22 apr. 1876 , non ancora sessantenne, ci fa un momento di crisi per gli Acta affidati a spalle deboli; che sarebbe stata mortale se non fosse arrivato un degno continuatore dell'opera: il p. Charles de Smet, chiamato a dirigerne le sorti nel 1882 . Professore di storia ecclesiastica allo scolasticato di Lovanio, il p. de Smet durante gli anni del suo insegnamento aveva seguito il progresso del metodo storico e lo sviluppo dei lavori di erudizione. Aveva scritto un libretto divenuto famoso: Principes de la critique historique (1872), che produsse una mezza rivoluzione negli ambienti ecclesiastici, dove la storiografia era in condizioni pietose e specialmente la agiografia in cui trionfavano le false leggende e le false tradizioni. Facendo appello al buon senso, egli mostrò con quali caratteri la verità storica si fa conoscere da coloro che ne vanno in cerca, e combatté lo spirito di tendenziosità e di partito preso. In concreto, tutto si risolveva in un problema tecnico in cui solo un metodo sicuro, rigidamente applicato, permetteva di ridurre al minimo il rischio dell'errore, e ad una semplice questione di metodo si ridusse tutto il piano di riforma da lui meditato lungamente per l'edizione degli Acta. I suoi predecessori credevano di poter uscire dal dedalo complicato della letteratura agiografica, prendendo come base per la storia di un santo la vita o il testo che sembrava più accettabile dissertandovi intorno e cercando di farvi convergere gli altri filoni superstiti. Egli invece pensò che bisognava far passare al vaglio della critica i testi in se stessi; perciò la documentazione di un santo deve comprendere tutti i documenti della tradizione che lo concernono (era in fondo il metodo degli antichi agiografi, sebbene non sempre applicato).

Di qui la necessità di provvedere al censimento, per quanto possibile completo, di tutte le fonti agiografiche. Vi si provvide infatti con la pubblicazione di due serie di repertori : delle fonti già edite (Biblio-

## Page 1031

theca hagiographica latina; Biblioth. hagiogr. graeca; Bi blioth. hagiogr. orientalis) e delle fonti ancora manoscritte disperse nelle varie biblioteche d'Europa (Catalogi), che trovarono posto in una nuova sezione più tardi intitolata: Subsidia hagiographica.

Al p. de Smet rimonta pure l'idea di aggiungere agli Acta un organo periodico destinato a sveltire la collezione principale di tutti i lavori d'approccio e suscettibili di revisione. Si ebbe così dal 1882 la rivista Analecta Bollandiana, che dal vol. X (1891) in poi dà regolarmente un bollettino bibliografico di pubblicazioni agiografiche.

Quest'insieme di lavori preparatori ha rallentato sensibilmente il ritmo di pubblicazione degli Acta, ma l'attesa è stata pienamente giustificata, e nei tomi sui santi di novembre, primi dopo la riforma del p. De Smet, con la bontà del nuovo metodo adottato, si nota anche un allargamento nel campo della ricerca: non solo vi ha preso il posto che si meritava l'agiografia bizantina, ma anche, a partire dal t. IV, la complicata letteratura cristiana dell'Oriente antico. Al p. de Smet, m. nel 1911, successe il p. Delehaye (v.) in qualità di anziano, che tanta autorità e prestigio ha guadagnato all'opera dei b., con la sua vasta opera scientifica, continuata sino alla vigilia della sua morte (1941). Attualmente a dirigere le sorti dell'opera attende il p. P. Peeters.
II. Il metodo bollandiano. - Questo metodo, da alcuni, non bene informati, viene giudicato una specie di iconoclasmo inteso a demolire il culto dei santi, specialmente di santi dell'antichità. La realtà è tutt'altra, perché la critica è fatta ai testi agiografici, fondati spessissimo su elementi facilmente dissolvibili. La verità storica di un santo non va necessariamente connessa con un testo, non essendovi relazione necessaria tra il valore di un racconto e il diritto che un santo ha al culto. Questo resta pienamente giustificato non appena si arriva alle coordinate agiografiche o elementi semplici ed essenziali, delle quali una di ordine topografico (il luogo cioè dov'era deposta la spoglia di un santo) l'altra di ordine cronologico, cioè l'anniversario della deposizione: il giorno e il mese.

Quando si hanno questi elementi, niente di oscuro o di sospetto al punto di partenza, allorché il culto di un santo si stabilisce normalmente. La leggenda (Acta) incomincia dopo, ma demolendo questa, non si sopprime la realtà del personaggio.
III. Le pubblicazioni bollandiane. - 1. Acta Sanctorum. Degli Acta si hanno tre edizioni differenti: l'edizione originale, quella di Venezia e quella di Parigi.

L'edizione originale si compone di 50 voll. stampati ad Anversa, di un volume stampato a Tongerloo e di 16 voll. stampati a Bruxelles, più gli Anctaria. Ad Anversa furono stampati i 2 toni di gennaio ( 1643 ), 5 di febbraio ( 1658 ), 3 di marzo ( 1668 ), 3 di aprile ( 1675 ), 7 di maggio ( 1680 -88), insieme al Propylaeum Maii, 7 di giugno (1695-1717), 7 di luglio (1719-31), 6 di agosto (1733-45), 8 di settembre (17461762), ottobre(i primi tre tomi: 1765-70). A Bruxelles vide la luce il IV e il V (1780-86); il VI a Tongerloo (1794); i rimanenti di ottobre (VII-XIII) furono stampati a Bruxelles durante il periodo 1845-83, seguiti dai primi 4 del mese di novembre (1887-1925) ai quali bisogna aggiungere il Propylaeum ad Acta SS. Non. (Synaxarium Ecclesiae Constantinopolitanae) nel 1902; la Pore Posterior, tomi II (Commentarius in Martyr. Hieronymianum) nel 1931; e infine il Propylaeum ad Acta SS. Dec. (Martyr. Romanum) nel 1940.

L'edizione di Venezia cominciata nel 1734 arriva al t. V di settembre (1770). Distribuzione dei giorni e paginazione identica a quella della edizione anversana, salvo per gli ultimi 4 volumi di maggio.

L'edizione di Parigi iniziata nel 1863 dall'editore Victor

Palmé fu curata da un sacerdote della diocesi di Langres, J. Carnandet e si compone di 60 voll. che arrivano sino al t. XII di ottobre (1867), oltre uno di indici (1875). Identica alla originale la distribuzione dei giorni, salvo per i mesi di maggio e giugno; ma la paginazione è differente.
2. Analecta Bollandiana è la rivista trimestrale dei b. cominciata a pubblicarsi nel 1882, che dal t. X (1891) in poi portò sempre aggiunto un Bulletin des publications hagiographiques in ogni numero della rivista.

Negli Analecta oltre testi inediti e dissertazioni hanno trovato posto i catalogi dei manoscritti agiografici disseminati nelle varie biblioteche d'Europa, che sono stati pubblicati a parte ogni qual volta non hanno potuto trovar posto nella rivista a motivo della loro estensione. A tutto oggi sono usciti 3 volumi d'indici: I, 1882-1902 (Bruxelles 1904); II, 1902-22 (ivi 1931); III, 1923-44 (ivi 1944).
3. Subsidia Hagiographica. - Questa serie comprende opere che rientrano nel programma degli Analecta, ma che, a motivo delle loro proporzioni, richiedono di essere pubblicate a parte. Così in questa serie hanno trovato posto i volumi di fonti agiografiche edite: Bibliotheca hagiographica latina antiquae et mediae aetatis (1898-1901); Bibliotheca hagiogr. graeca (20 ed. 1909); Bibliotheca hagiogr. orientalis (1910). Inoltre vati volumi di codici agiografici dispersi nelle varie biblioteche: Catalogus codicum hagiographicorum bibliothecae Bruxellensis (2 voll., 1886-89); Cat. cod. hagiogr. latinorum in bibliotheca nationali Parisiensi, (4 voll., 1889-93); Cat. cod. hagiogr. graecorum bibl. nation. Parisiensis (1896); Cat.cod. hagiogr.graecorum bibl. Vaticanae (1899);Cat. cod. hagiogr. lat. bibliothecarum romanarumpraeter quam Vaticanae (1909); Cat. cod. hagiogr. lat. bibl. Vaticanae (1910); Cat. cod. hagiogr. graec. Germaniae Belgii Angliae (1913). A questi bisogna aggiungere i 4 voll. del Repertorium hymnologicum curato da U. Chevalier (1892-1912) e le varie opere di critica agiografica del p. H. Delehaye per accennare ai numeri principali della collezione.
4. Pseudo-bollandiana. I b. non hanno nulla a che fare con le opere qui sotto elencate e che dal titolo'sembrano volersi riannodare agli Acta. Esse si distinguono per un'assoluta mancanza di critica: 1² Les petits bollandistes. Vies des saints de l'Ancien et du Nouveau Testament.... par mgr. Paul Guérin ( 7^{mathrm{b}} ed., 17 voll., Parigi 1888); 2^{°} Supplément aux vies des saints... par dom Paul Pudin (3 voll., Parigi s. d.); 3^{°} Les actes des saints d'après les bollandistes.... curati da J. Carnandet et J. Fèvre (4 voll., Lione 1865-68); 4^{°} Supplément aux Acta Sanctorum pour des vies de l'époque mérovingienne, par l'abbé C. Barbey (3 voll. in-fol., Parigi 1899 sgg.). - Vedi Tav. CV.

Btsc.: H. Delehaye, A travers trois siècles. L'oeuvre des Bollandistes (1813-1913), Bruxelles 1920; [P. Peeters], Après un siècle. L'cuvre des Bollandistes de 1837 à 1937, in Analecta Bollandiana, 55 (1937), pp. 1-22,11; id., L'Oeuvre des Bollandistes, (Académie royale de Belgique. Classe des lettres. Némoires, XXXIX), Bruxelles 1942; id., Figures bollandiennes contemporaines, 1111948 .

Mario Scaduto
BOLLARIO. - Viene designata con questo nome ogni raccolta di bolle o costituzioni pontifice.

Il primo tentativo di raccogliere o stampare a parte tali documenti risale al 1550, quando a Roma fu pubblicata una collezione di 60 bolle, col titolo: Bullae diversorum Pontificum a Ioanne XXII ad Iulium III ex bibliotheca Ludovici Gomes. Nel 1579 segul, ancora a Roma, la stampa di una collezione di 163 bolle, col titolo: Bullae diversorum Romanorum Pontificum a Bonifacio VIII ad Paulum IV. Ancora a Roma, nel 1579, fu stampata la collezione di Cesare Mazzutelli con 723 bolle; a cui segul la raccolta di Lorenzo Cherubini (a. 1586-1617), e quella di A. M. Cherubini, fratello del precedente (a. 1638). All'edizione di A.M. Cherubini, in 4 voll., Angelo da Lantusca e Giovanni Paolo da Roma aggiunsero 2 voll. nel 1672 . Furono questi i prodromi del Magaum Bullarium Romanum: collezione in 32 voll. composta degli 8 voll. editi da Gerolamo Mainardo come complemento del B. di A. M. Cherubini, dei 20 voll. editi da C. Cocquelines, e dei 4 voll. del B. di Benedetto XIV. Il grande B. Romanum comprende le lettere pontifice da Leone I alla fine del pontificato di Benedetto XIV. Di esso si hanno due continuazioni: l'una in 19 voll. edita a Roma dal 1835 al 1857 , e l'altra in 10 voll. edita a

## Page 1032

Prato dal 1843 al 1867. Il B. detto Taurinense, edito a cura del card. F. Gaude e di A. Tomasetti, comprende le bolle pontifice fino a Benedetto XIV, e consta di 25 voll.: 20 stampati a Torino dal 1857 al 1872 , e 5 stampati a Napoli dal 1867 al 1885 . Questi B. non costituiscono collezioni autentiche e nessuno di essi è completo.

Vi sono anche B. particolari, comprendenti documenti di un solo Papa, o documenti concernenti un Ordine religioso.

Bibl.: A. Van Hove, Prolegomena, Malines-Roma 1945, pp. 399-97 e bibl. ivi citata.

Dino Stafia
BOLLATICA, SCRITTURA. - Detta anche littera s. Petri, è la scrittura di forme convenzionali e caratteristiche con la quale furono scritte le bolle pontifice dalla fine del sec. xv al sec. xix, fino alla sua abolizione ordinata da Leone XIII con moto-proprio del 29 dic. 1876 (Acta Leonis XIII, I, Roma 1881, p. 184: vedine esempio alla voce bolla).

Essa rappresenta una derivazione dalla minuscola gotica, attuata nella cancelleria pontificia e portata fino ad una esagerazione estrema di stilizzazione cancelleresca, per cui solo a pochi iniziati era possibile scriverla e la sua lettura era tanto dif-
![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

Bolggna - Cristo fra i dottori. Miniatura di Nicola da Bologna (a. 1378) Bibloteca Vaticana, cod. Vat. Lat. 2298 (f. 1), contenente: Lecturam Bartols de Sazaferrato super I et II parte Infortiati.
ficile, che al documento si aggiungeva una copia in carattere corrente per intelligenza del destinatario. Come fenomeno grafico la sua formazione e persistenza si spiegano per la tendenza comune a tutte le cancellerie sovrane ad adottare un loro proprio tipo di scrittura, che sia di effetto decorativo e insieme dia una certa garanzia contro le facili imitazioni.

E di tratteggiamento pesante, diritta o lievemente inclinata a sinistra, con lettere a tratti staccati, i pieni esageratamente grossi, i segni abbreviativi talvolta lunghi e appariscenti, talvolta sottili e appena visibili. Mancano i segni di punteggiatura. Nella testata delle bolle il nome del Papa ed altre iniziali sono in grandi lettere maiuscole di carattere ornamentale, accompagnate da speciali decorazioni floreali.

Bibl.: G. Bascapè, in E. M. Thompson, Psitsografia greca e latina, trad. it., 4⁴ ed., Milano 1940, p. 267. Giulio Battelli BOLLO LATERIZIO. - Impronta che i Romani stampavano sopra i manufatti ceramici, specialmente piatti, vasi, tegole e mattoni. Essa riesce molto utile per determinare l'età degli oggetti e specialmente degli edifici per mezzo dei mattoni in essi usati. Tali impronte ci dànno poi molte notizie interessanti sopra l'organizzazione delle fabbriche, specialmente a Roma.
B. di mattoni si hanno sin dalla fine della repubblica, quando si cominciarono ad usare tegoloni cotti al fuoco. Con l'avvento della pace della Chiesa si introdussero poi anche in essi elementi cristiani, generalmente croci o monogrammi. Gli esempi più comuni e più caratteristici a Roma sono quelli della fabbrica Claudiana, con un bel monogramma cristologico al centro; quelli fabbricati da un certo Cassio, con b.
greco seguito dal celebre criptogramma cristiano XM1', e le tegole dei re goti Teodorico e Atalarico. Fuori di Roma sono particolarmente interessanti gli esempi spagnoli del tempo dei Visigoti. Molto frequente è nell'Andalusia il b. Brauari virus cum tuis attorno ad A. mathrm{K}_{mathrm{O}}; in uno occorre la bella invocazione spes in deo, in altro il motto aedificat X (ristus). Nell'Africa (Cilium) si ha l'invocazione † s(an)cta Maria a(d)iuba nos †. Molto meno frequenti che su mattoni sono i b. cristiani di altri oggetti. Un'unibra del museo Lateranense trovata nel cimitero di Ciriaca reca la scritta spes in deo, che sembra essere il nome del fabbricante, sopra un'altra di Modena il Cavedoni vide raffigurati
due pesci affrontati al monogramma cristologico.

Bibl.: G. B. De Rossi, in Bull. di arch. cristiana, 2² serie, 1 (1870), p. 7 sgg.; H. Drossel, CIL, XV, prolegomeni e p. 386 sgg .; V. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana, Roma 1920, p. 390 sgg.; C. Kaufmann, Handbuch der altchristlichen Epigraphik, Friburgo 1917, p. 422 sgg.; J. Vives, Iscripciones de la España romana y visigoda, Barcellona 1942, p. 405 sgg .

Antonio Perrua
BOLOGNA, ARCIDIOCESI di. Capoluogo della provincia omonima e città principale d'una regione tra le più ubertose e ricche di storia, l'Emilia, B. ha attualmente una popolazione di 270.000 ab . La diocesi ne conta in totale 691.479 , quasi tutti cattolici. Fitta di chiese (oltre centotrenta), nel suo aspetto ancor medievale, la città; e anche ricchissima di conventi e di chiese la diocesi. Numeroso il clero: 568 sacerdoti diocesani e 190 regolari, 425 parrocchie (1948). Santo patrono: s. Petronio.
I. Storia. - Sul luogo dell'etrusca Pebina, come attestano tuttora gli avanzi della sua necropoli, risalente al sec. vi a. C., i Romani dedussero nel 189 una colonia, Bononia (Livio, XXXVII, 57). Già assurta e notevole importanza economica sotto gli Etruschi, ricevette dalla sua caratteristica di scomposto verso i Galli aspetto di campo fortificato. Divenne municipio a un secolo dalla fondazione, durante la guerra sociale, e fu ascritta alla tribù Lemonia. Nel 53 d. C. andò distrutta da un incendio; Claudio la ricostruì, per intercessione del giovane Nerone. Era in piena decadenza nel sec. Iv (s. Ambrogio, Epistolae, II, 8) : ma ciò non le impedì di sostenere l'impeto dei Visigoti di Alarico nel 410. Saccheggiata e semidistrutta risorse dalle sue rovine per l'opera del suo vescovo Petronio (v.).

I martiri di B. sono ricordati alla fine del sec. Iv da Vittricio di Rouen (De laude sanctorum: PL 20, 448, 453) essi sono i medesimi che poco dopo addita Paolino di Nola: Vitalem, Agricolam, Proculumque Bononia condit. Carm. 37, 432 (ed. G. de Hartel, in CSEL, 30, II, p. 281). Di Vitale e Agricola è noto che le spoglie furono rinvenute in B. in Iudaeorum solo al tempo di s. Ambrogio (Exhort. Virg., I: PL 16, 336). Nel sec. vi erano venerati in una basilica ad oriente della città, poi chiesa dei SS. Pietro e Paolo, da dove

## Page 1033

![img-16.jpeg](img-16.jpeg)

A sinistra: ANCONA MARMOREA DELL'ALTARE MAGGIORE DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO. Opera di Jacobello e P. Paolo delle Masegne (1388-92). A destra: PORTALE PRINCIPALE DELLA CHIESA DI S. PETRONIO con sculture di Jacopo della Quercia (1427-37).

## Page 1034

![img-17.jpeg](img-17.jpeg)

ANNUNCIAZIONE E S. LUCA EVANGELISTA
Perugia, pinacoteca.

## Page 1035

furono tolti nel rorg. Ivi furono trovate iscrizioni sepolcrali cristiane della fine del sec. iv e all'inizio del sec. v, (CIL XI, I, 802-802, 814-15). Di Procolo invece non si hanno che atti scritti nel sec. xir (BHL, 6954, 6956), mentre si ha notizia d'una porta s. Procoli e di una basilica eretta sul suo sepolcro fuori città dal vescovo Gaudenzio tra i secc. vir-viri. L'elenco degli antichi vescovi di B. si trova in un manoscritto del sec. xI già dalla biblioteca di S. Salvatore di Reno (detto perciò elenco renano) il quale ha per primo Zama e per quinto Eusebio, presente al sinodo d'Aquileia del 38 I e al quale s. Ambrogio scrisse due lettere (A. Testi Rasponi, Note marginali al Liber Pontificalis di Agnello, in Atti e Memorie della v. Dep. 'di storia patria per le prou. di Romagna, 4^{°} serie, I [1911, iv-vi], pp. 397-464). Settimo è Felice ricordato da s. Ambrogio e da Paolino di Nola, tra la fine del sec. Iv e il primo trentennio del sec. v.

Ottavo della serie, nel catalogo scoperto dal Lanzoni, il vescovo s. Petronio già ai contemporanei appariva degno di essere paragonato ai più grandi vescovi della Cristianità: il suo episcopato si svolse tra il 430 e il 450 . Egli non pose tempo in mezzo a far risorgere B. dalle rovine, cui l'avevano ridotta gli eccessi di Magnenzio e di Massimo. Ottenuti fondi dal fisco, li distribuì ai bolognesi, riedificò le loro case, riparò le mura, eresse nuove chiese. Tra queste, la basilica estramurale di S . Stefano, cui era annesso il monastero, dove egli stesso viveva (F. Lanzoni, S. Petronio vescovo di B. nella leggenda e nella storia, Bologna 1907).

Il periodo dell'alto medioevo è quello di maggiore oscurità per la storia di B. : in età gotica continuò l'orientamento politico, e forse anche religioso, verso Ravenna. Dalla vicinanza della capitale dovette attingere il primo risveglio: che fu oppressione allorché, col dominio bizantino, in Ravenna si accentrò ogni iniziativa tra il sec. vi e il sec. vir. Riaffluiti i Longobardi oltre la linea del Panaro, per opera di Liutprando, che conquistò l'Esarcato, B. fu saccheggiata nel 727 o 728 . La discesa dei Franchi e la protezione della Chiesa assunta dai Carolingi strappavano però la città ai Longobardi e la concedevano, con l'Esarcato, alla Chiesa : incerta soggezione nei primi tempi, ché si potrebbe piuttosto parlare di doppia soggezione, a Ravenna ed a Roma, e sotto il controllo carolingio. B. divenne allora sede dei conti. Ma la scarsità delle fonti non lascia intravedere che un variar di rapporti tra i poteri e un restringimento della città nelle sue mura (il confine quadrato delle cosiddette "quattro croci") ; v'è motivo tuttavia di vedere nella B. pre-comunale uno svolgimento indipendente di vita. Esso rimane tuttavia sempre una dipendenza spirituale e politica da Ravenna: da cui B. si sciolse nello stesso tempo, dalla prima col Concilio di Guastalla del 1106, dall'altra con la lotta serrata contro l'impero di Enrico V, culminata nell'atterramento della rocca nel 1114. Autonomia religiosa e autonomia civile conquistate insieme posero insieme le loro basi alla formazione del comune. Ma già la chiesa di B. aveva dato saggio di un proprio orientamento, al tempo dello scisma di Cadalo, restando fedele ad Alessandro II. V'è del resto un oscillare di fortune, che segue le sorti della guerra e della politica: se il Concilio di Guastalla del 1106 distaccava B. - e con essa Modena, Parma, Reggio e Piacenza - dalla giurisdizione metropolitana di Ravenna, Pasquale II, proprio al termine del suo pontificato, la risottoponeva, con bolla del 7 ag. 1118 , all'antico primate. La guerra che doveva dividere dieci anni più tardi le due città, non mancò d'altra parte di riflessi anche nel campo dei rapporti ecclesiastici. Allora, mentre il comune libero assoggettava terre e castelli del contado, B. risentì del rinnovato ruolo imperialista della illustre vicina: nel 1132 resistette a Lotario, che discendeva in aiuto del suo protetto Innocenzo II verso Roma, e l'obbligò a porre il campo a Medicina; ma, sotto il Barbarossa, lo scisma suscitato del card. Ottaviano recò sul seggio bolognese un intruso, il canonico Samuele, deposto nel conciliabolo di Lodi il legittimo vescovo Gerardo. Lo scisma bolognese fu di breve durata; intervenne subito dopo la pace di Venezia, del 1177.

Il comune era ormai notevolmente rafforzato. Uno dei primi a svilupparsi (sin dagli albori, come sembra, del rooo), non mancò, pur con le lotte e i dissensi, d'ottenere il riconoscimento imperiale. Retto a forma consolare, con un'assemblea generale, o Parlamento, e un consiglio maggiore, passò poi, con gli altri comuni emiliano-lombardi, alla forma podestarile. Sede forse già d'una scuola di diritto in età romana, per l'opera personale d'un maestro, Irnerio, il riscopritore del diritto romano, B. era diventata dai primi del sec. XII centro di studi giuridici, fino al tempo di Onorio III, che vi stabili la scuola di teologia; così si sviluppò l'Università bolognese, una delle più famose del medioevo. Era già così fiorente nel 1225 che Federico II, a favorire la nuova università da lui fondata a Napoli, tentò di sottrarne in massa lettori e studenti, con l'interdictio, ma senza riuscirvi.

In quegli anni, B. offrì dimora a s. Domenico e a s. Francesca: attratto l'uno dalla fama dello Studio a fondarvi una comunità del suo ordine di Predicatori (e il Comune gli concesse la chiesa di S. Nicola alle Vigne), l'altro dalla vastità e dai bisogni morali della massa studentesca, oltre che dalla popolazione, a trascorrervi un periodo di fervida predicazione. A B., durante il Capitolo del suo ordine, s. Domenico mori il 6 ag. 1221 : e tanto allora, quanto l'anno dopo, per la canonizzazione decretata da Gregorio IX, il comune dispose solenni celebrazioni.

Poco dopo il terremoto del 1223 faceva crollare le volte della nuova cattedrale di S. Pietro, consacrata da Lucio III e già ricostruita sulle rovine dell'incendio del 1130. In questo tempo si organizzano a B. altre comunità : i Carmelitani, i Basiliani armeni, i Serviti. Soprattutto nota la congregazione dei · Frati gaudenti ·, mista di conventuali e di laici, al fine di proteggere le vedove e gli orfani e d'impedire le lotte civili. Ma queste ultime ardevano tra guelfi e ghibellini anche in B. Al finire del Duecento, il comune di B. declinava, mostrando tendenza a forme, sia pur larvate, signorili.
![img-18.jpeg](img-18.jpeg)
(fol. Alinari)
Bologna - Abside della chiesa di S. Francesco (1263).

## Page 1036

Secolo più grande della storia di B., il Duecento, aveva visto col manifestarsi di una somma di esperienze culturali (espressa nelle riforme del comune e nell'alacre, vigorosa condotta di governo, specie quando un dotto giureconsulto, Rolandino Passeggeri, animò l'azione politica) l'assumersi di una posizione dominante del comune in Emilia e in Romagna, consacrata nella sconfitta di Fossalta che aveva affrettato, con la prigionia di re Enzo, il tramonto della potenza imperiale in Italia (1249). Intanto B. si veste di palazzi e di torri, mentre viene allargata la piazza Maggiore, si eleva il nuovo, superbo, palazzo del podestà, si fa sorgere il tempio di S. Francesco e si affida al genio di Niccolò Pisano la tomba di s. Domenico, si amplia con le seconde mura il periplo della città. La tenace fedeltà alla causa guelfa pose, d'altra parte, propria sul limitare del 'Trecento, B. in mano della Chiesa.

Rodolfo d'Asburgo, ritunciando nel 1274 in favore del potere temporale ai diritti dell'Impero sulle terre dell'antico Esarcato, avviò a questa soluzione, consacrata sul principio del nuovo secolo dall' invio, quale legato, del card. Orsini. Tra procelle e calme, il dominio della Chiesa si eserciterà fino al 1859 e ai plebisciti, sotto forma, in un primo tempo, di alto patrocinio, reso consentibile dal declino, per interni contrasti e infiltrazioni ecclesiastiche, del comune. Al di sotto infatti della protezione chiesastica e sulle rovine delle istituzioni comunali la preminenza di alcuni casati gettò anche in B. le basi della signoria.

Nel 1337 Taddeo Pepoli, dopo un vano tentativo del padre suo, Romeo, si fece proclamare signore. Il Pontefice parò la mossa, obbligandolo a riconoscersi, anziché signore, vicario, ripetendo da lui stesso e per la Chiesa il potere. Anche i successori del Pepoli, contro lo spirito di autonomia dei bolognesi, furono obbligati a seguire l'esempio. Morto Taddeo nel 1347, i figli vendettero la città, pochi anni dopo, all'arcivescovo milanese, Giovanni Visconti. Morto anche questo, nel 1354, la signoria fu esercitata di fatto da un suo fedele, Giovanni di Oleggio, crudele e avaro. Nella restaurazione dei beni e dell'autorità della S. Sede perseguita dal card. Albornoz, nell'imminenza del ritorno a Roma dei Papi da Avignone, anche B. cadeva nel 1360 e veniva ripristinato il governo papale.

La quiete tuttavia durò pochi anni : nel 1376 la città si erigeva a repubblica indipendente. Attentarono alla sua libertà, ma facendo leva sui non sopiti spiriti d'autonomia, tra gli ultimi anni del ' 300 e i primi del ' 400 , Giovanni Bentivoglio e Carlo Zambeccari. Il dominio, per conquista, di Gian Galeazzo Visconti, conte di Virtù, vòto ad uno Stato più ampio di quello dei suoi avi, svanì con la sua morte. E la città ritornò alla Chiesa.

Proprio in quegli anni la fierezza cittadina e il desiderio di B. di non essere seconda neppure a Roma animava la sup