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a, di Gian Galeazzo Visconti, conte di Virtù, vòto ad uno Stato più ampio di quello dei suoi avi, svanì con la sua morte. E la città ritornò alla Chiesa.

Proprio in quegli anni la fierezza cittadina e il desiderio di B. di non essere seconda neppure a Roma animava la superba fabbrica di S. Petronio. Il vescovo Bartolomeo Raimondi ne pose la prima pietra il 30 giugno 1390; ma l'opera non prosegul con il primitivo stancio a causa dei contrasti e delle sopraggiunte gravi difficoltà economiche.

Le rivolte ed i moti continuarono: attraverso ardimenti e soprusi, ma anche perdite e stragi, si affermò per quasi
un secolo la signoria dei Bentivoglio: dal 1446 al 1462 governò con abilità Sante, che portò B. agli accordi del ' 47 con Niccolò V, assegnanti una quasi indipendenza alla città, per cui giunse al suo culmine, mirabilmente, per splendore di opere, il Rinascimento bolognese. Poi, dal 1462 al 1507 , col governo di Giovanni II Bentivoglio, quello splendore continuò e si compiè. Ma la vita e l'azione politica del signore bolognese si concludono nella tristezza, nel sangue e nella viltà mostrata fuggendo dinanzi alle schiere di Giulio II e patteggiando con i Francesi. In questo periodo anche contro l'alta potestà della Chiesa gli spiriti bolognesi si riaccesero: come nell'episodio dell'Albergati (v.).

Sul finire del secolo, nel 1483, il card. della Rovere, il futuro Giulio II, fu cardinale legato di B. ed ebbe lungamente in commenda la sede. Nuovi urti si produssero con l'autorità centrale, sui primi del Cinquecento, quando i Bentivoglio effettuarono, tra il 1507 e il 1511, gli ultimi due tentativi per il possesso della città, finiti con la distruzione del loro palazzo e della statua di Giulio II eretta da Michelangelo.

Mesi d'insolito fervore, dopo l'incoronazione in S. Petronio dell'imperatore Carlo V per mano di Clemente VII, furono quelli delle due sessioni del Concilio di Trento ivi trasferitosi nel 1547. Era allora vescovo Alessandro Campeg-
gi che chiamò nella città i Gesuiti.
Il io dic. 1582 Gregorio XIII, bolognese, eresse B. divenuta la seconda città dello Stato della Chiesa, a sede arcivescovile. Cessata così la formole dipendenza da Ravenna, che aveva tanto fatto soffrire i bolognesi del medioevo, divenivano suffraganee del nuovo metropolita le diocesi di Imola, Cervia, Modena, Reggio, Parma, Piacenza e Crema.

Per tutto il Seicento si successero sulla cattedra di S. Petronio i più bei nomi dell'aristocrazia romana: Borghese, Ludovisi, Colonna, Boncompagni. Giacomo Boncompagni innalzò il grande santuario della Madonna della Guardia, che il suo successore, il card. Prospero Lambertini, completò. Il Lambertini, bolognese, cardinale dal 1726 , poi vescovo d'Ancona e di là trasferito a Bologna nel 1731, è la massima figura del clero cittadino. L'impulso da lui dato agli studi, l'aver fatto rifiorire i conventi e le chiese, il suo spirito e la sua saggezza di giurista non sono stati dimenticati. Papa dal 1740 al 1758 , Benedetto XIV rimase per altri quattordici anni titolare dell'arcivescovado bolognese per riversare a piene mani i benefici della sua carica sulla diletta città e in particolare sull'Università e l'Accademia delle scienze, attivissimi centri culturali della dotta mater studiorum.

Il Settecento fu per B., ricco d'arte e di scienza: accanto alla notevole attività pittorica, a quella del massimo musicologo del secolo, p. G. B. Martini, si mille dotti che illustrano l'Università e l'Accademia risorte, ancor prima dell'opera del Lambertini, per l'azione alacre e intelligente di Luigi Ferdinando Marsili, numerosi furono gli scienziati che illustrarono la città: dal sommo naturalista Ulisse Aldrovandi, al grande medico Marcello Malpighi, al creatore degli studi sull'elettricità, Luigi Galvani.

Sotto l'arcivescovo Andrea Giovanetti le armate e lo spirito della Rivoluzione invasero le Romagne : la diocesi

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subi allora la soppressione dei conventi, la perdita dei beni ecclesiastici, la riduzione del numero delle parrocchie. Dopo il 1800 conventi e chiese risorsero, fino alla soppressione delle Congregazioni dopo l'unità attuata dal regno d'Italia.

Restituita da Clemente VIII Cervia a Ravenna, erette ad arcivescovati Modena, Parma e Piacenza, a sedi di governi autonomi, il potere metropolitico della chiesa bolognese non si estese più che su Faenza e Umola, oltre che, per qualche tempo, sulla diocesi di nuova erezione di Borgo S. Donnino. Il vento della rivoluzione riscosse B. Ai primi stupori e alle indignazioni per il sangue versato successero l'animazione patriottica, il risveglio politico, l'ammissione per Napoleone, al quale B. fece straordinaria accoglienza. E fu lieta di prendere la sua parte, nella formazione degli stati democratici, che preludono al Regno d'Italia. Atteggiamenti di autonomia non mancarono nella città, quando sembrò destinata a capo di uno Stato delle Legazioni, che alla consumata abilità del card. Consalvi riusci di smontare, ricostituendo, per un quarantennio ancora, la vecchia compagine dello stato ecclesiastico.

Nel Risorgimento B., centro sin dalla Restaurazione dei maneggi e delle cospirazioni liberali per tutte
le Romagne, ebbe nella rivoluzione del 1831 dell'Italia centrale una parte importante. Accesasi in Modena, per opera di Ciro Menotti, la rivolta, B. insorse il 4 febbr., propagando il moto alle Romagne, alle Marche ed all'Umbria. Fu l'effimero governo delle Province Unite, che vide B. capitale; finché l'intervento austriaco annientò ancora una volta le speranze dei liberali. Ma contro gli Austriaci e per la libertà e l'unità, B. serbò il suo ardimento: e lo dimostrò sui campi del ' 48 e specialmente nel combattimento della Montagnola, contro le forti schiere del Welden.

Bull.: Ponti - Corpus Chronicarum Bononienstum, a cura di A. Sorbelli, 4 voll., Città di Castello-Bologna 1903-28; Statuti di Bologna dall'a. 1543 all'a. 1567 , a cura di L. Frati, 3 voll., ivi 1868-77; Statuli dei lettori, legisti e artisti dello Studio bolognese dal 1384 al 1799, a cura di U. Dallari, 4 voll., ivi 1888 1923: A. Sorbelli, Le cronache bolognesi del sec. XIV, ivi 1900.

Raccolte bibliografiche: L. Manzoni, Saggio di una bibliografia storica bolognese, Bologna 1888; L. Frati, Opere della bibliografia bolognese che si conservano nella bibl. Municipale di B., 2 voll., ivi 1888-89.

Storiografia: L. degli Alberti, Ritz. di B., Bologna 1241 1591; C. Ghirardacci, Della Historia di B., I, ivi 1596; II, ivi 1627; III, a cura di A. Sorbelli, ivi 1928; S. Muzzi, Annali della città di B. dalla sua origine al 1796, 9 voll., ivi 1840-42; N. Rodolico, Dal Comune alla Signoria: Saggio sul governo di Taddeo Pepoli, ivi 1898; A. Gaudenzi, L'origine dello studio di B., ivi 1901; Studi e Mem. per la storia dell'Univer. di B., ivi 1907 sgg.: A. Hessel, Gesch. d. Stadt B. von 1116 bis 1280, Berlino 1910; Lanzoni, pp. 778-90; A. Gaudenzi, Il monastero di Nonantola, il ducato di Persiceto e la chiesa di B., Roma 1916; A. Vincinelli, Il passaggio di B. dal dominio pontificio al re d'Italia, Bologna 1921-22; G. Zaccagnini, La vita dei maestri e degli scolari nello studio di B. durante il Rinascimento, Ginevra 1926;
P. Sella, La diocesi di B. nel 1300, in Atti e mem. dep. st. patr. Romagne, 18 (1929), pp. 97-1552; G. Zaccagnini, Storia dello studio di B. durante il Rinascimento, Ginevra 1930; P. Ducati, Storia di B., I: L'età antica, Bologna 1937; A. Sorbelli, Storia di B., II: Dalle origini del cristianesimo agli albozi del Comune, ivi 1938; F. Filippini, S. Petronio vescovo di Bologna, ivi 1948 (con elenco dei titolari della sede di B.). Pier Fausto Falumbo
II. Arte. - I. Architettura. - Le chiese più antiche che oggi restano in B. testimonia no tutte della larga filtrazione del romanico lombardo: nulla rimane infatti degli edifici che la tradizione vorrebbe edificati dal vescovo Zama (sec. IV) e dai suoi primi successori; il più antico complesso architettonico è pertanto costituito dagli edifici stefaniani, il cui primi-
tivo nucleo si vuole risalga al tempo di s. Petronio. Tali edifici subirono rifacimenti in periodo longobardo, finché ebbero definitiva sistemazione nell'età romanica: le chiese dei SS. Pietro e Paolo, del Crocifisso, di S. Stefano, l'oratorio della Croce, il cortile di Pilato e il contiguo chiostro presentano chiari elementi romanicilombardi, cui va unita una ricerca nuova di eleganza nella decorazione. Al medesimo periodo appartengono le chiese dei SS. Vitale e Agri-
cola in Arena, di S. Giovanni in Monte e la cattedrale di S. Pietro, di cui restano la torre e le porte dei leoni. L'architettura romanica lasciava pertanto in B. un notevole complesso di edifici religiosi, cui era comune l'uso del cotto nella struttura e nella decorazione, l'assenza dei costoloni nelle crociere, la presenza dei campanili affiancati alle chiese, su modello di quelli ravennati.

Nel sec. xili le nuove forme gotiche si affermano trionfalmente, conferendo tipica fisonomia alla città, in alcuni tra i più insigni monumenti italiani del tempo: tali le chiese di S. Domenico (iniziata nel 1221, rimodernata all'interno dal Dotti nel sec. xvili); di S. Francesco (compiuta nel 1263, si ispira direttamente alle cattedrali francesi); di S. Maria dei Servi, di S. Martino, di S. Giacomo, che accentuano, nel sec. xiv, lo slancio verticale. Nelle chiese, come negli edifici civili, permane la tradizionale decorazione in cotto a stampa, di cui un elegante esempio è il campanile di S. Francesco (primi del sec. xv) di M. Antonio di Vincenzo: fu questi l'architetto di S. Petronio e ne fornì il progetto temperando il verticalismo gotico mediante l'uso della campata quadrata e di forti pilastri polistili; la costruzione a tre navi fu continuata nei secc. xv e xvi. Lo stile gotico continua anche in pieno ' 400 (abside dell'Annunziata, 1475; cappella Guidotti, 1480) ritardando l'affermarsi dell'architettura rinascimentale: questa penetra con le forme toscane introdotte da Pagno di Lapo (cappella Bentivoglio in S. Giacomo, 1445-86; cappella

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Marescotti in S. Martino, primi del sec. xvi; cappella per la S. Cecilia in S. Giovanni in Monte), cui si affiancano le soluzioni dell'architettura settentrionale quattrocentesca (facciata trilobata di S. Giovanni in Monte, 1474) e l'uso locale della sfarzosa ornamentazione in oreto (tipiche sono le facciate della chiesa della Santa, ca. 1478: il portale è attribuito allo Sperandio; dell'oratorio dello Spirito Santo, 1481-97; della Madonna di Galliera, ca. 1491). Tra i rari esempi di puro gusto rinascimentale sono il chiostro grande di S. Francesco (dopo il 1472) e quelle dell'ex-convento diS. Agnese, con motivi lombardo-bramanteschi.

Ben maggior importanza, per la fisionomia architettonica della città, assunsero le grandiose forme classicheggianti del ' 500 , importate da Roma dopo che B. passò definitivamente sotto il dominio papale; al Bramante si ispira il chiostro «della Cappella» nella Certosa, al Peruzzi la facciata di S. Michele in Bosco e la cappella Ghisilardi. Per la fabbrica di S. Petronio a B. operarono il Serlio, l'Alessi, il Vignola, il Palladio, ed essi contribuirono largamente a determinare l'indirizzo architettonico locale dell'ultimo ' 500 : così vi influirono D. e P. Tibaldi con la costruzione della cappella maggiore in S. Pietro, della facciata di S. Maria delle Laudi e della cappella Poggi in S. Giacomo Maggiore. Gli insegnamenti del Vignola, insieme con quelli del Palladio, sono riassunti sullo scorcio del secolo da un gruppo di architetti, i quali (F. Ambrosini, P. Fiorini) non giungono talvolta che ad una fredda e vacua imitazione: T. Martelli ha lasciato invece dei capolavori di classica grandiosità. La consuetudine alla severità delle forme cinquecentesche rese assai limitata l'introduzione della maniera barocca, che si affermerà solo alla fine del secolo, nell'interno delle chiese, con una pompa decorativa che tiene però sempre conto degli elementi classici, cui cerca di fondersi (interni di S. Maria della Vita, di G. B. Bergonzoni; della Madonna di Galliera, di G. A. Torri; della Santa, di G. G. Monti). I medesimi caratteri si ripetono nel sec. xvin con C. Dotti e A. Torreggiani; mentre, dopo la metà del secolo, l'architettura bolognese, che non risenti del rococò, si volse con nuovo entusiasmo alle forme cinquecentesche coni.F. Tadolini e R. Compagnini. Estraneo all'ambiente rimase il neo-classico, e i partiti cinquecenteschi continuano a dominare nel sec. xix insieme con l'interesse romantico per i monumenti medievali (testauri del Rubbiani in S. Francesco e in S. Domenico). Tipico esempio di rielaborazione di motivi romanici-orientali rimane la chiesa del Sacro Cuore (1912) di E. Collamarini.
2. Scultura. - La scarsezza del marmo nella regione bolognese dovette contribuire al disinteresse degli artefici locali nei riguardi dell'arte scultoria : così si può parlare di tradizione plastica locale solo a proposito della tipica ornamentazione in cotto; le principali opere di scultura, infatti, si devono in ogni tempo ad artisti non bolognesi.

Dopo i rari esempi di scultura del periodo longobardo, per lo più a carattere ornamentale (catino di Pilato; arco della tomba Folcherari, in S. Domenico; croce di S. Giovanni in Monte, sec. viII), la produzione plastica si fa più abbondante con la penetrazione dello stile romanico-lombardo (sarcofago dei ss. Vitale e Agricola, in S. Pietro; croce stradale di «Petrus Alberici cum patre», in S. Petronio; stucchi con i simboli degli Evangelisti e Resurrezione, in S. Stefano, sec. xirI; Crocifissione lignea nella cripta di S. Pietro), ma non raggiunge generalmente un'alta
qualità. Particolare importanza assume, nel sec. xim, l'arca di S. Domenico, opera di fra' Guglielmo.

Nel sec. xiv una larga fioritura di monumenti funebri, sullo schema del sarcofago decorato di rilievi nella fronte e nei lati, documenta l'afflusso dei modi gotici (tomba di T. Pepoli, in S. Domenico; monumento di G. da Legnano e del creduto L. Pini, nel museo Civico), interpretati poi con una rara eleganza dai veneziani Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne nel pubblico marmoreo in S. Francesco (1388) : ne riflettono le preziosità i reliquiari di S. Domenico (1383) e di S. Petronio ( 1380 ). Il gotico veneziano si affermò sullo scorcio del secolo anche ad opera dei numerosi scultori dello zoccolo della facciata o dei riquadri laterali di S. Petronio; e confluì, insieme con elementi toscani, nella mediocre scultura di Andrea da Fiesole. Jacopo della Quercia decorò il portale maggiore di S. Petronio dal 1425 al 1438 , ed impose vigorosamente i nuovi ideali plastici; seguirono numerosi scultori toscani, quali Niccolò di Pietro Lamberti, Pagno di Lapo, D. Rosselli, A. di Duccio, che tennero il campo in B. nella seconda metà del ' 400 , determinando la definitiva affermazione della maniera toscana rinascimentale; Francesco di Simone, nel monumento Tarragni in S. Domenico (1477), sostituiva al tradizionale motivo del sarcofago lo schema di monumento funebre a tabernacolo, ispirato alla tomba Marsuppini di Desiderio. Dopo la metà del secolo venne a B. Niccolò dell'Arca, la cui scultura ebbe larghissimo influsso sugli sviluppi della plastica bolognese, poi che essa riassumeva, in originale sintesi, elementi gotico-borgognoni e la complessa cultura figurativa ferrarese-emiliana (cf. Pietà, in S. Maria della Vita, 1485). Epigoni della tradizione dei plasticatori emiliani del ' 400 sono a B., nel '500, Vincenzo Onofri (Pietà, in S. Petronio) e Alfonso Lombardi (Pietà, in S. Pietro) il quale tentò di raggiungere nuovi valori monumentali accostandosi ai modelli di Raffaello e di Michelangelo. Tutta l'arte della prima metà del ' 500 è del resto dominata dagli ideali michelangioleschi, cui si cerca di unire la nobiltà espressiva di Andrea Sansovino: a convalidare tale indirizzo contribuisce la presenza del Tribolo, che lavorò in S. Petronio (1525); e la schiera di mediocri artefici (quali il Saccadenari, P. de Rossi, A. Aspertini, G. da Treviso, L. Casario, Zaccaria da Volterra), cui si debbono le formelle delle porte minori della chiesa, ripete e deforma con estrema monotonia i modelli della grande arte del tempo. Ai medesimi presupposti si rifà anche il Montorsoli nell'altar maggiore della chiesa dei Servi (1558). Una certa originalità presentano invece gli intagliatori della famiglia dei da Formigine, di cui massimo rappresentante è Andrea : essi riassumono la tradizione dell'intaglio in legno, che aveva dato opere insigni nei cori di S. Francesco (1407), di S. Petronio (1468-77) e di S. Domenico (1528-40).

Il '600 è limitatamente rappresentato dalla Decollazione di s. Paolo (1641) nella chiesa omonima, del bolognese Algardi, il quale, più che affermarvi le conquiste barocche, dimostra i legami della sua scultura con la pittura dei conterranei Carracci : algardiano è Camillo Mazza nei rilievi di S. Pietro e della chiesa dei Cappuccini. Nel sec. xviri G. Mazza e A. Piè dimostrano, negli interni di S. Maria di Galliera, di S. Maria della Vita e della Santa, di partecipare al gusto ricco ed elegante del tempo; ma si riallacciano poi alla tradizione naturalistica emiliana nella grazia umana delle Madonne o nel brio delle fi-

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gurine per presepio. Non disdegnò l'arte del figurinaio neppure Giacomo de Maria, allievo del Canova, con il quale il neo-classicismo penetrò per breve tempo in B. : ad esso succedeva quell'indirizzo veristico che ha lasciato larga testimonianza in numerose tombe del cimitero monumentale.
3. Pittura. - La pittura a B. fu, attraverso i secoli, essenzialmente "sacra" e non tanto per i soggetti quanto per quello spirito di religiosità di cui appaiono permeati, più o meno schiettamente, gli artisti.

Accanto ai resti, scarsi e di mediocre qualità, della produzione pittorica duecentesca (affreschi ora al museo di S. Stefano e in S. Vittore) ricchissimi sono i documenti dell'arte miniaturale, poi che B. fu il centro più insigne della pittura minista del '200; alla tradizionale maniera bizantina si sostituiscono presto, nella decorazione dei codici, frequenti spunti naturalistici e una vivace vena illustrativa, rendendo facile l'introduzione del nuovo linguaggio toscano e giottesco, mentre i modelli gotici rimanevano discarsa e limitata importanza. Nessuna concretezza storica presentano, a tutt'oggi, le figure di Oderisi
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Bologna - Portico della chiesa di S. Bartolomeo (sec. xvi).
da Gubbio e di Franco Bolognese, nei quali si vollero identificare le diverse tendenze della miniatura della seconda metà del ' 200 , che si riassumono invece, agli inizi del ' 300 , in Niccolò di Giacomo, il quale forza la scioltezza narrativa e l'efficacia espressiva quasi fino alla caricatura. La tradizione miniaturistica, unita ad elementi senesi di S. Martini, confisi nella pittura di Vitale da B., la maggiore personalità artistica della prima metà del ' 300 ; mentre l'indirizzo giottesco-riminese si palesa evidente in Jacopo Avanzi, identificato da taluno con il "Cugino dei Romagnoli». Allo stile di tali pittori si ricollegano variamente Andrea da B., Simone dei Crocifissi, i pittori delle scorie di Pomposa, Lippo di Dalmasio, il quale protrae la grazia di Vitale fino agli inizi del ' 400 . Nella prima metà del sec. xv la produzione pittorica ricalca le premesse trecentesche con Pietro Lianori e Orazio di Jacopo; Michele di Matteo di Calcina e Michele di Matteo da Modena rappresentano invece il gusto internazionale di Gentile da Fabriano. Alla metà del secolo la pittura bolognese viene a contatto, mediante la pala di A. e B. Vivarini e per opera di Marco Zoppo, con le conclusioni dell'arte padovana del Mantegna e con l'ampiezza costruttiva di Piero della Francesca : tali elementi, uniti al prezioso colore e alla violenza drammatica ferrarese, saranno riconfermati da F. del Cossa (attivo a B. dal 1472 al 1478) la cui scuola fu operosa fino all'ultimo ' 400 , e dal soggiorno di Ercole de' Roberti (1482-86). Con L. Costa motivi ferraresi si modificano a contatto con la personalità di Francesco Raibolini detto il Francia: questi fu il pit-
tore più rappresentativo del tardo ' 400 bolognese e la sua arte, improntata ad un religioso lirismo e ad una grazia estatica, valse a determinare una particolare fisonomia della pittura per circa due secoli: Amico Aspertini ne ripeté, nel ' 500 , le forme aggraziate.

Per tali aspetti dell'arte bolognese, enorme fu il successo della pala di s. Cecilia (1516) in S. Giovanni in Monte, di Raffaello: il raffaellismo trionfò indiscusso per il primo trentennio del secolo, e rimase poi fondamentale nell'indirizzo eclettico del restante ' 500 ; vi si adeguano anche pittori venuti di fuori, come G. da Treviso, G. da Carpi, il Garofalo, l'Ortolano, mentre con il Bagnacavallo, con Biagio dalle Lame, G. da Cotignola, I. da Imola esso scade nel più fiacco manierismo, di cui epigono fu Prospero Fontana. Agli ideali raffaelleschi si affiancano quelli michelangioleschi rappresentati dagli affreschi di P. Tibaldi, e la schiera dei mediocri eclettici che lavora alla fine del secolo (tali il Sabatini, il Samacchini, l'Aretusi, il Cesi) cercò di valersi anche dei valori pittorici veneti e dei modi correggeschi: questi ultimi dominano nella bottega aperta (1572) dal fiammin-
go Dionigi Calvaert, e alla quale si formò L. Carracci. Un posto a parte, in tale ambiente di grigia mediocrità, assume Niccolò dell'Abate, per la vivace e schietta sensibilità della sua arte. Sullo scorcio del secolo la pittura subisce un rinnovamento a fondo ad opera dei Carracci, i quali reagiscono alla sterile monotonia conformistica che li precede riaccostandosi con nuovo fervore ai grandi modelli del ' 500 : le esperienze romane si fondono programmaticamente con quelle venete e correggesche, giungendo ad affermazioni vive ed originali nella pittura decorativa e di paesaggio, meglio che nelle tele di soggetto sacro.

Numerosissimi furono i pittori educatisi nell'Accademia dei Desiderosi, poi degli Incamminati, fondata da Agostino nel 1585; e la scuola dei Carracci domina per tutto il sec. xvir, diffondendosi da B. a Roma e a Napoli con il Domenichino, l'Albani e il Lanfranco : tra i maggiori esponenti furono Guido Reni e il Guercino, al quale si deve l'inclusione della nuova corrente caravaggesca nel neo-cinquecentismo carraccesco. I problemi chiaroscurali interessarono anche B. Schedone, mentre il colorismo veneto preoccupò il Tiarini, il Cavedone, il Bonone.

La tradizione del Reni perdurò nel sec. xvir con Carlo Cignani ; ma il ' 700 fu caratterizzato dalle fantasiose decorazioni degli scenografi Bibbiena, e di V. Maria Bigari : sfondi prospettici aprono i soffitti delle chiese ad opera dei "quadraturisti» (notissimi i fratelli Haffner) e i pittori a figuristi» (il maggiore fu M. A. Franceschini) compiono la decorazione; tra i più splendidi esempi sono gli interni della chiesa della

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Santa, della Madonna di Galliera, di S. Paolo. Epigono di tale corrente fu Gaetano Gandolfi, che ravviva il proprio colore su quello veneto del Tiepolo. Posizione del tutto diversa offre Giuseppe M. Crespi, detto lo Spagnolo, il quale riassume le esperienze fuoveneziane del ' 600 per innovarle con profonda schiettezza pittorica.

Nella prima metà del sec. xix la tradizione prospettica continua a vivere con il Basoli, il Cocchi, il Ferri, il Solmi, il Fancelli, mentre pittori come il Muzzi, il Busi rielaborano le lontane premesse dei Carracci. L'indirizzo veristico veniva invece rappresentato da Luigi Serra; sullo scorcio del secolo, il Samoggia, il Cassnova, il Sesame tentarono di rinnovare romanticamente motivi medievali e quattrocenteschi nella decorazione delle cappelle di S. Francesco.

Bibl.: Per la bibliografia generale e particolare dei monumenti, cf. G. Zucchini, Edifici di B, (repertorio bibliografico e iconografico), Roma 1931; cf. inoltre: J. B. Supino, L'arte nelle chiese di B. (cecc. VIII-XIV), Bologna 1932: id. (cecc. XV-XVI), ivi 1938; A. Venturi, Storia dell'arte, Milano, passim; F. Filippini, Per la storia dell'antica pittura bolognese, in Il Comune di B., 18 (1931, vi), pp. 3-17; A. Foratti, Aspetti dell'architettura bolognese dalla II metà del sec. XVI alla fine del '600, in Il Comune di B., 18 (1931), pp. 12-24; id., Le tami camponarie di B., in Pelloido, 6 (1942), pp. 90-96; R. Longhi, Momenti della pittura bolognese, Bologna 1932; G. Zucchini, Disegni inediti per S. Petronio di B., ibid., pp. 126-66; id., Affreschi inediti bolognosi, in L'arte, 42 (1942), pp. 127-39; E. Carli, La mostra dei capolavori delle chiese di B., in Emparium, 32 (1946), pp. 163-75. Per la bibliografia degli artisti citati, v. le singole voci.

Maria Vittoria Brugnoli III. Badia di S. Stefano. - E fra le più antiche abbarie benedettine. Gregorio VII, Pasquale II, Lucio II nei privilegi rilasciati ai vescovi di B., così come l'autore della vita di s. Petronio, ne attribuiscono a questi la fondazione. Secondo alcuni poi sarebbe dei Basiliani (ca. 440), prima che dei Benedettini. Verso il 980 era tenuta da monaci chiniacensi. Nel 1167 Federico I la prese sotto la protezione imperiale. Niccolò V nel 1448 la concessa in commenda. Nello stesso secolo (1493), il card. commendatario Giuliano della Rovere la cedette al Celestini, che vi rimasero fino alla soppressione napoleonica. Da pochi anni l'afficiavano gli Olivetani di S. Michele in Bosco. Attualmente le carte sono all'archivio di Stato.

Il complesso degli edifici, che conserva tuttora il nome di S. Stefano è dei più interessanti e caratteristici. Si compone di quattro chiese principali, di oratori e chiesetri, eretti dal v al xviI sec. Importanti restauri vi sono stati eseguiti nel 1880 e nel 1924. Vi si conservano tuttora alcune delle più antiche memorie della Chiesa bolognese e poiché alcuni degli edifici furono fatti per ricordare i luoghi della Passione del Salvatore fu detta anche Gerusalemme.

Bibl.: C. Petracchi, Delle insigne abbaziale basilica di S. Stefano di B., Bologna 1747, pp. 17-27; P. F. Kehr, Italia Posoificia, V, Berlino 1911, p. 264. Tommaso Leccisotti
IV. Santuario della Madonna di S. Luca - Sul monte detto Garda o della Guardia (m. 289), presso Bologna, nel sec. xir era un eremitaggio di pie donne alla quali, secondo la tradizione, il vescovo di B., Gerardo, avrebbe concesso, l'8 maggio 1160, una tavola con l'immagine della Vergine, proveniente da Bisanzio ed attribuita a s. Luca. Avrebbe avuto inizio così la venerazione alla taumaturga effigie, di stile bizantino, notevolmente sviluppato. In onore della Vergine una pia donna, Angelica, che si dice della famiglia Bonfantini, durante il pontificato di Celestino III (1187-91), fece costruire una chiesa in onore di S. Maria in un fondo che aveva già offerto a s. Pietro e alla Chiesa Romana, cui pagava l'annuo censo di una libbra di incenso. La custodivano alcune vergini, viventi prima sotto la regola dei Canonici lateranensi, poi sotto quella domenicana, e vi rimasero fino alla sopressione napoleonica per passare a S. Mattia. Le carte di ambedue i monasteri sono ora custodite insieme nell'archivio di Stato a B.

Il culto della Madonna ebbe incremento soprattutto per cura del cardinale, vescovo di B., b. Niccolò Al-
bergati. Durante il suo governo la sacra immagine venne, in occasione di pubblica calamità, trasportata per la prima volta in solenne processione alla sottostante città ( 5 luglio 1433). L'immagine fu incoronata nel 1603 dall'arcivescovo di B., Alfonso Paleotti, e, una seconda volta, nel 1837, da Pio IX.

L'antica chiesa, più volte restaurata, fu sostituita dall'attuale, su disegno di Carlo Francesco Dotti (17231763), nella tipica forma elissoidale con bracci trasversali a croce ed una cupola ellittica. Negli ultimi anni il pittore Giuseppe Cassiolo ne ha decorata la cupola.

Il santuario è unito a B. da un porticato monumentale lungo tre chilometri e mezzo, con 666 archi e 15 cappelle (1673-1734). Nel 1931, per maggior comodità di accesso, è stata costruita la funivia fino al santuario.

Bibl.: P. F. Kehr, Italia Pontificia, V, Berlino 1911, p. 273; G. Cantagalli, Il santuario della Madonna di S. Luca in Bologna (I soutuari d'Italia illustrati, 9), Milano 1932; A. Salvini, Santuari muriani d'Italia, Alba 1940, p. 184. Tommaso Leccisotti
V. Badie di S. Procolo, bei SS. Nabore e Felice. La badia di S. Procolo è antichissima. Nel sec. xiv vi si riunivano gli studenti ultramontani e nella chiesa furono le tombe dei quattro Dottori dello Studio, che Federico Barbarossa aveva chiamati alla dieta di Roncaglia (1158). Da Eugenio IV nel 1456 venne unita alla Congregazione di S. Giustina, poi Cassinese, cui appartenne fino alla soppressione napoleonica.

La chiesa fu rifatta nel sec. xvi e rimaneggiata nel 1534.

La badia dei SS. Nabore e Felice, ove nel sec. xir visse Graziano, fu per qualche tempo unita a quella di S. Procolo. Nel 1432 apparteneva già alla Congregazione di S. Giustina. Eugenio IV nel 1436 le separò da S. Procolo.

Bibl.: P. F. Kehr, Italia Pontificia, V, Berlino 1911, pp. 267 e 244; G. Belvederi, La cripta dei SS. Nabore e Felice in B., in L'archiginnasia, 6 (1911), pp. 81-90; L. H. Cottinesu, Répertoire topo-bibliographique des abbayes et prieurés, I, Mâcon 1939, coll. 414, 416. Tommaso Leccisotti
VI. Università. - Condivide con Parigi il primato tra le città universali medievali. Merito il titolo di Alma mater studiorum e, nei sigilli e nelle monete della città, il motto Banonia ducat.

1. L'antico studio. - Le prime tracce dello Studium vanno ricercate nella seconda metà del sec. xi con l'insegnamento privato di Pepone: se ne fissa la data di fondazione ca. al 1088 , perciò nel 1868 fu celebrato l's ottavo centenario dalle origini dello Studio s. Irnerio (v.), lucerna iuris, fu l'uomo geniale che diede subito salda consistenza all'insegnamento affidatogli, provocando la decadenza di Ravenna, anche in questo. E con i suoi discepoli Bulgaro, Martino, Jacopo ed Ugo, iniziò quella gloriosa scuola di Glossatori, che doveva dare nuova vita al diritto di Roma. Intanto Graziano (v.) compilava, nel 1151, il Decretum.

Secondo lo stesso Odofredo, nel sec. xiri, lo Studium Generale di B. contava non meno di 10.000 studenti, accorsi d'ogni parte del mondo. A differenza di quella di Parigi ch'era una corporazione di professori (Universitas Magisterrum), lo Studio di B. era costituito dalla corporazione degli studenti (Universitas scholarium). E le Universitates furono due: quella degli italiani o citramontani, e quella degli stranieri o ultramontani, suddivise in nationes. Un documento del 1265 enumera, per gli ultramontani, 13 nazioni: francese, spagnola, provenzale, inglese, giocarda, bargognona, pittaviense, guascona, turonense, cenomanense, catalana, ungherese, polacca, tedesca; ma in seguito il loro numero fu raddoppiato.

Perciò il governo dello Studio era affidato a due rettori, eletti dagli studenti medesimi. Ai rettori spettava la giurisdizione civile, e in alcuni casi, anche quella penale sugli appartenenti alla corporazione. Federico Barbarossa, che invitò i doctores dello Studio bolognese alla Dieta di Roncaglia (1158) per stabilire i diritti dell'Impero, vi promulgò l'Autentica Habita in favore degli scolari giuristi, specialmente forestieri, dalla quale si informò la legislazione scolastica medievale. Così, riconosciuta la costituzione corporativa degli alunni, lo Studio

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costituì un'organizzazione autonoma, con cariche e magistrati indipendenti dall'autorità comunale, quasi un comune entro un altro comune.

Alle primitive cattedre o facoltà dei legisti (di diritto civile e canonico) si aggiunsero, a poco a poco, le altre di medicina e arti (sembra già esistenti nel 1268 come facoltà), mentre la facoltà di Teologia fu istituita da papa Innocenzo VI con la bolla Quasi lignum vitae, da Avignone il 21 giugno 1360 (Bull. Rom., IV, Torino 1839, pp. 517-19); ma, per ragioni politiche, si inaugurò solo il 2 giugno 1364 . Eretta sul modello di quella parigina, questa facoltà fu alle dipendenze dirette del vescovo; e costitui una università di maestri e non di scolari, e questi fecero parte della università degli artisti (Savigny).

Con la seconda metà del sec. xir compaiono anche i collegi dei dottori, e ne facevano parte anche dottori estranei allo Studio. Tali collegi con propri statuti e con il privilegiodi conferire le lauree, durarono fino all'eta napoleonica.

I primi statuti delle due università dei giuristi, perduti, furono composti dai rettori e dagli scolari nel 1232 , che si obbligarono con giuramento ad osservarli, come si rileva dal breve di approvazione di Innocenzo IV (12 genn. 1233). Si conservano quelli del 1317 e del 1432 , gli statuti dell'università di medicina e di arti del 1405 , con le riforme del 1442 , e gli statuti della facoltà di Teologia (pubblicati dal card. Ehrle), i più interessanti e più compiuti di quanti ne redigessero le altre facoltà teologiche derivate dalla parigina. Si conservano pure gli statuti del collegio dei dottori di diritto civile ( 1397 , con addizioni dal 1438 al 1499), del collegio di diritto canonico ( 1460 e 1466) e del collegio di medicina e d'arti ( 1378 , 1395, 1410). Tutti questi statuti furono più volte approvati dai Papi, ad es., da Pio IV, nel 1363.

Il diritto di ispezione e di sorveglianza fu da Onorio III, nel 1219, riservato all'arcidiacono, che come a Parigi prese il nome di cancelliere; per la teologia però la sorveglianza spettava al vescovo. Titolo di gloria per lo Studio, le varie collezioni delle Decretali (v.) furono promulgate con bolle dirette «ai maestri e scolari dello Studio di B.».

Da principio i professori erano scelti e pagati dagli scolari, ma nel sec. xiv cominciarono ad essere stipendiati dal Comune, e nel sec. xvi si raccolsero le loro cattedre in un unico edificio, per cui, su disegno di Antonio Terribilia, fu eretto, nel 1362-63, il palazzo dell'Archiginnasio. Gregorio XV accordo loro la giubilazione dopo 40 anni di insegnamento (bolla dell'1 ag. 1621), e Benedetto XIV ne ridusse il periodo a 30 anni (breve 18 sett. 1748).

La costituzione corporativa persistette a lungo: ma poi il governo dello Studio passò dalla corporazione al Comune, e dal Comune allo Stato pontificio, che dall'inizio del sec. xvir (dopo il 1604) esercitava il suo potere per mezzo dei cardinali legati pro tempore, divenuti così rettori perpetui dell'università.

Una ventina di collegi per scolari laici poveri (gli ecclesiastici dimoravano presso case religiose) avevano qualità di opere pie, ad es. il collegio Gregoriano, istituito dal papa Gregorio XI con la bolla Res sanctissima (Avignone 18 dic. 1372) con ampio regolamento (Bull. Rom., IV, Torino 1859, pp. 542-60), e il collegio Montalto, fondato da Sisto V nel 1586 per 50 giovani della Marca.
2. La moderna Università. - Con il crescere delle esigenze della cultura, dal sec. xv in poi le vecchie cattedre si suddivisero e se ne istituirono delle nuove. Nel 1711 Luigi F. Marsili eresse l'Istituto delle scienze, che si fuse più tardi con l'Accademia dei pittori, scultori ed artisti, ed all'inizio del sec. xix fu incorporato all'Università.

Con l'invasione francese lo Studio subì una serie di trasformazioni sino all'odierna università nazionale.
3. Sua importanza per la cultura europea. - Per il suo Studio B. ebbe il titolo di dotta, di sede e madre delle leggi; faceva perciò contare sulle sue monete la orgogliose parole: Petrus religae pater - legum Bononia mater. «Noi giureconsulti non dobbiamo mai essere tanto ingrati da obliare che la culta giurisprudenza de' giorni nostri è figlia dello Studio di B. " (Savigny, p. 547).

Il suo ordinamento servì di modello a quasi tutte le altre università medievali, francesi, spagnole, tedesche, palacche, ungheresi, svedesi, il sorgere delle quali non diminuł mai la sua grande importanza. Papi e imperatori gareggiarono nell'insignirlo di privilegi, esenzioni e immunità. I suoi maestri acquistarono rinomanza mondiale, tra i suoi alunni si contano non pochi santi.

Le sue vicende sono narrate da Albano Sorbelli e Luigi Simeoni (Storia dell'Università di B., a voll., Bologna 1940-47) e il suo contributo alla storia della cultura e della civiltà universale da Carlo Calcaterra (Alma Mater Studiorum, Bologna 1948). - Vedi Tavv. CVI-CVII.

Biss.: Fonti: M. Sarti, De claris Archigymnasti bononiensis professoribus a saec. XI usque ad saec. XIV, Bologna 1769, continuata da M. Fattorini per i professori di teologia e filosofia (ristampa a cura di C. Albicini, a voll., ivi 1888-96); Statuti delle Università e collegi dello Studio bolognese, a cura di C. Malagola, ivi 1888; Batuti dei lettori, legisti e artisti dello Studio bolognese dal 1384 al 1799, a cura di U. Dallari, a voll., ivi 1888-1923; L. Sorbelli, Le iscrizioni e gli stemmi dell'Archiginnasio, I, ivi 1916; I più antichi statuti della facoltà teologica dell'Università di B., a cura di F. Ehrle (Universitatis Bononiensis Mononovita, 1) ivi 1932; Charismetrum Studii Bononiensis, dalle origini al sec. xv, a cura della «Commissione per la storia dell'Università di B.», 12 voll., ivi 1909-1939. Del medesimo Ente: Studi e memorie per la storia dell'Università di B. (14 voll., ivi 1909-1938); cf. A. Sorbelli, L'opera dell'istituto per la storia dell'Università di B. (1907-1941), ivi 1942. - Studi: altre le opere notate di carattere generale: H. Denifle, Statuten der Territonfacultat Bolognas, in Archivo für Literatur u. Kirchengesch. des Mittelalters, 3 (1887), pp. 198-386; C. Ricci, I primordi dello Studio bolognese, Bologna 1887; G. Carducci, Lo Studio bolognese. Discorso per l'VIII Centenario, ivi 1888; A. Cundensis, La Costituzione di Federico II, che intendece lo Studio bolognese, in Arch. stor. ital., 2² serie, 42 (1908); L'Università di B., ne passato e nel presente, a cura di un comitato di professori, Bologna 1919; F. Pringaheim, Beryl und Bologna, in Festschrift für Otto Lenel, Lipsia 1923, pp. 204-82; St. d'Iscur, Histoire des Universités, I, Parigi 1933, pp. 72-97 e indice; H. Radolad, The Universities of Europe in the Middle Ages, 2² ed. a cura di F. M. Powieka e A. B. Emden, I, Oxford 1936, pp. 87-168 e indice; G. Cencetti, Gli archivi dello Studio bolognese, Bologna 1938; G. Forni, L'insegnamento della chirurgia nello Studio di B. delle origini a tutto il sec. XIX, ivi 1948.

Iaino Cecchetti
BOLSCEVISMO. - A) Teoria e prassi del comunismo nella forma specifica da questo assunta e messa in atto in Russia in seguito alla Rivoluzione dell'ott. del 1917.
I. Nozioni generali. - Il termine b. risale al II Congresso tenuto nel 1903 a Londra dal «Partito operaio social-democratico di Russia», nel corso del quale il partito si divise in due frazioni : una a tendenza radicale-rivoluzionaria, con a capo Lenin, ed una moderata, che s'accostava ai metodi della socialdemocrazia tedesca ed ebbe i suoi capi nel Martov e nell'Aksel'rod, ai quali più tardi si uni anche Plechanov. Come nella votazione delle questioni più importanti la prima frazione ebbe la maggioranza, i seguaci di essa vennero detti bolscevichi (dal russo bol'se = più) e i loro avversari menscevichi (men'še = meno).

Il contrasto fra le due correnti si andò sempre più sc惦endo negli anni successivi finché nel 1912 i bolscevichi si separarono dal menscevichi per costituire un partito indipendente. Dall'ott. del 1917 essi sono l'unico partito nella Russia. I socialisti rivoluzionari di sinistra e gli anarchici, ritenuti per breve tempo quali fiancheggiaturi, vennero anch'essi, dopo alcuni anni, liquidati integralmente (per la storia del b., v.: comunismo; mussia; u.r.s.s.).

Il b. venne chiarificando i suoi lineamenti di marxismo rivoluzionario nella lotta sostenuta contro la socialdemocrazia occidentale della II Internazionale (v.) e dei movimenti analoghi russi (economisti, marxisti legali, menscevichi, ecc.) accusati di revisionismo e di opportunismo. Questa lotta all'interno del movimento socialista riflette il contrasto da cui fu travagliato il pensiero dello stesso Marx, nei cui scritti evoluzionismo e rivoluzione non giungono mai a conciliarsi del tutto. Nessuna mera-

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viglia quindi che le correnti si appellino l'una contro l'altra al maestro proclamandosene ciascuna unica e vera interprete. Mentre la corrente evoluzionista, per lo quale la socializzazione dovrebbe venire come frutto spontaneo dell'evoluzione capitalista, si richiama di preferenza alle opere più tarde di Marx e Engels, il b. invece, predicando la necessità dell'azione rivoluzionaria, si riattacca più a Marx giovane.

Il comunismo come dottrina rivoluzionaria trovò in Russia il terreno più favorevole. Il socialismo era stato già da molti anni il sogno della intelliglencija russa (Herzen, Belinskij, Cernyševskij, Lavrov). La durezza del regime di polizia zarista, soffocando ogni libertà di movimento sia politico che spirituale, aveva contribuito ad avvicinare le varie correnti dell'opposizione. Ciò ebbe come conseguenza di fare aumentare, tra il 1860 e il '70, i moti sovversivi e di permettere la formazione di una tradizione rivoluzionaria (Nečaev, Tkačëv), sulle cui orme muove il pensiero e il sentimento di Lenin. Inoltre, facendosi sempre più sentire la miseria delle campagne, conseguente allo straordinario aumento della popolazione avutosi nella seconda metà del secolo scorso, ed essendo stata di scarso giovamento l'abolizione della servitù della gleba fatta nel 1861, i contadini divennero maturi per la rivoluzione. Una situazione ugualmente favorevole trovò il marxismo tra gli operai delle fabbriche. I salari bassi, le cattive condizioni di lavoro, l'insufficiente tutela del lavoro da parte della relativa legislazione e la crisi degli alloggi rendevano la situazione degli operai russi, all'inizio del sec. xx, per molti rispetti simile a quella degli operai inglesi al principio del xix. Oltre che come dottrina sociale il marxismo trovò in tutto cio la via aperta anche come materialismo ateo. Poiché infatti nei sostenitori dell'ordine sociale esistente le considerazioni ideali e religiose dovevano spesso essere usate in servigio d'interessi assai meno ideali e spirituali, e, per dirla col Berdjaev, l'idealismo della teoria faceva da mantello al materialismo della pratica, questi uomini nuovi, questi «idealisti della terra», che per la loro idea erano spesso pronti ad affrontare con mirabile spirito di sacrificio l'esilio e la morte, dichiararono, in nome del proprio materialismo teoretico, una guerra spietata alle più alte idee dell'idealismo teoretico, e, in conseguenza di un tragico equivoco, alla religione stessa e al cristianesimo. D'altro canto la Chiesa russa, che, come Vladimiro Solov'ev ebbe a dire in occasione dell'assassinio dello Zar nel 1881, in conseguenza del particolarismo e del cesaropopismo ereditato da Bisanzio, era internamente indebolita, non era affatto in grado di opporre un ostacolo alla marcia della rivoluzione con una dottrina sociale che fosse rispondente alle necessità dei tempi. Infine si ha da tener anche presente il carattere messianico del marxismo, il quale trovava un parallelo nel messianismo russo-ortodosso da secoli vivo nella coscienza dei Russi (Mosca = la terza Roma).

Il b. si presenta pertanto essenzialmente come comunismo marxistico rivoluzionario, ed entro questi limiti esso è nettamente definito nella teoria e nella prassi.
II. Teoria. - Per quanto concerne la teoria, il b. poggia sulla base del materialismo dialettico-storico (v.), e combatte con estrema intransigenza ogni tentativo di revisione del marxismo o di porne la dottrina economico-sociale su altre fondamento filosofiche, come diversi marxisti han cercato di fare (tookantismo, empiriocriticismo).
«In questa' filosofia del marxismo - dice Lenin che ha la compattezza di un unico pezzo di acciaio, nessuna delle premesse fondamentali, nessuna delle sue parti essenziali può essere staccata, se non si vuole sacrificare la verità obiettiva" (Opere, XIII, p. 267).

E Stalin : «Di tutto il complesso ereditario del nostro partito, l'eredità più importante e preziosa è l'eredità ideale, la sua linea essenziale, la sua prospettiva rivoluzionaria" (in Bol'žesk [1947, n. 14], p. 40). Questa eredità ideale il cui "fondamento granitico" è costituito dal materialismo dialettico, viene difeso dal partito "come la propria pupilla" (M. Leonov, ibid., p. 40). Quando perciò
in cerchie comuniste non russe viene dichiarato che il comunismo non è necessariamente legato al materialismo dialettico, ciò è dal punto di vista sovietico a una "deviazione", un'eresia, oppure una concessione temporanea fatta per ragioni tattiche.

Teoria e pratica devono formare una indissolubile unità. "La teoria diventa priva di oggetto, se non viene collegata con la pratica rivoluzionaria, allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non rischiara la strada con la teoria rivoluzionaria" (J. Stalin, Questioni del losi. ritmo, Mosca 1946, p. 22; questo ed. è stampata a Mosca in italiano). Anzitutto la teoria, specie la filosofia, ha per la tattica bolscevica il valore di mezzo necessario alla previsione scientifica dello sviluppo della società nell'avvenire, e ciò dà al movimento operaio "sicurezza, capacità di orientamento e comprensione del legame intimo degli avvenimenti circostanti" (id., loc. cit., p. 22). Che Lenin, e sulle sue orme il b., abbiano tenuto fermo al materialismo dialettico (anche contro certe tendenze semplicistiche a una forma volgare di materialismo meccanicistico: tra i russi in particolare Minin, Stepanov, Bucharin), ciò è dovuto oltre che alla venerazione verso i maestri (Marx, Engels), anche a una certa intima affinità elettiva, giacché Lenin vedeva appunto nel moto delle antitesi dialettiche il fondamento filosofico della necessità della rivoluzione. (Per le singole dottrine v.: comunismo; materialismo dialettico; materialismo storico).
III. Economia. - E nel campo dell'economia che il b. ha il terreno della propria consistenza. E il campo in cui, nel senso proprio della concezione material-stico-storica del marxismo, si devono combattere le battaglie più decisive della lotta per un avvenire migliore (v. materialismo storico). Fondamentale e a base di tutto il pensiero di Marx è l'idea che la prima attività dell'uomo sia, non il conoscere e il pensare, ma la "prassi», la sua abilità di operare sulla natura adattandola ai propri bisogni onde trarne i mezzi per la propria esistenza. A tal proposito egli non tralascia mai di ripetere che l'uomo non è solo, non vive isolato dagli altri, ma entra con essi in relazioni di natura sociale. Il moto della società verso un migliore avvenire non è dunque guidato da idee religiose, filosofiche o d'altro genere. Se anche nella lotta che essa sostiene per raggiungere il suo fine i fattori politici e ideologici hanno la loro importanza - uno dei tratti caratteristici del volontarismo proprio della dottrina leniniana è appunto di sottolineare questi fattori - tutto in ultima istanza dipende dalla base economica della società.

Interamente nel senso di questa promessa s'è mossa, fin dal primo anno della Rivoluzione, la politica economica sovietica, a cui il massimalismo caratteristico dell'anima russa, che afferrata un'idea vuole immediatamente realizzarla al cento per cento, ha dato una particolare impronta. Nel primo periodo, e cioè quello del cosiddetto comunismo di guerra, si credette di potersi immediatamente trasportare di salto nel regno del comunismo e della completa socializzazione dell'economia, e con cio anche della società: abolizione della proprietà e dell'industria privata, eliminazione del commercio privato, sostituzione dell'economia naturale a quella monetaria, lo Stato unico produttore e unico distributore dei beni. Le conseguenze furono: la cessazione dell'iniziativa individuale, uno smisurato aumento della burocrazia, la resistenza dei contadini, la fame del 1921-22 (stando ai dati della Grande Enciclopedia Sovietica le vittime ammontarono a 3 milioni). Questo costrinse Lenin ad introdurre la "nuova politica economica" (NEP, 1922). Essa comportò: il ritorno al regime monetario, la protezione della piccola proprietà agricola, la libertà del piccolo commercio all'interno e il monopolio statale del commercio con l'estero, e di nuovo l'ammissione del capitale privato straniero. L'idea della socializzazione integrale non fa per questo abbandonata : si era solo ammesso che l'attuazione della teoria doveva essere condotta con maggiore aderenza alla

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realtà. Non appena il paese si fu, mercé la NEP, rimesso dalle ferite della guerra esterna ed interna e del comunismo di guerra, Stalin credette di poter riprendere e continuare l'opera di socializzazione attraverso la industrializzazione e la collettivizzazione dell'agricoltura. A raggiungere il primo di questi due scopi dovevano servire i «piani quinquennali», i quali sono qualcosa di più che lo sforzo di razionalizzare l'economia. Il pathos solenne col quale essi furono annunciati dal governo ed esaltati dalla propaganda, e l'entusiasmo col quale senza dubbio vennero accolti da molti, soprattutto dai giovani, la mistica della tecnica da cui essi furono avvolti, mostrano ch'essi avevano fatto vibrare le corde "religiose" dell'anima popolare. Si credette di vedere attuato il sogno utopistico, di raggiungere per mezzo di questa "prassi" (che già da Marx fu concepita come prolungamento dalla filosofia nella vita) finalmente la "verità" (nel senso della parola russa pravda = verità-giustizia), di cogliere con la realtà vera la realizzazione della vera vita.

Immediatamente dopo l'introduzione dei piani quinquennali (il primo ebbe inizio nel 1928 e fu chiuso con qualche mese d'anticipo il 31 dic. del 1932), Stalin si volse alla socializzazione dell'agricoltura, e cioè - contro l'opinione di Bucharin, il quale credeva che dopo la socializzazione dell'industria i contadini si sarebbero da sé portati gradatamente al socialismo - alla violenta collettivizzazione della terra. Essa urtò