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o il 31 dic. del 1932), Stalin si volse alla socializzazione dell'agricoltura, e cioè - contro l'opinione di Bucharin, il quale credeva che dopo la socializzazione dell'industria i contadini si sarebbero da sé portati gradatamente al socialismo - alla violenta collettivizzazione della terra. Essa urtò subito contro l'ostinata resistenza dei contadini, ma questa venne spezzata dal governo in maniera brutale con la «rivoluzione dall'alto" e con la "fame organizzata".

Con l'industrializzazione del paese e la collettivizzazione dell'agricoltura la Russia toccò la prima tappa del comunismo, il socialismo. Per la distribuzione del lavoro e dei beni viene usata la formola: "da ciascuno secondo la propria capacità, a ciascuno secondo il proprio lavoro ", formola che è sancita dall'art. 12 della costituzione staliniana. Compito della socializzazione è ora di raggiungere quell'abbondanza di beni che è premessa alla seconda e definitiva tappa del comunismo perfetto, e per il quale vale la formola: «da ciascuno secondo la propria capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni». Dopo il regresso economico conseguito alle distruzioni della seconda guerra mondiale, tutti gli sforzi sono oggi di nuovo rivolti all'accumulamento di quella ricchezza che è condizione necessaria per arrivare al comunismo.

1V. Politica. - Se il b., come marxismo, vede nell'economia il fattore decisivo della lotta per la trasformazione della società, questa trasformazione esso non attende però come un prodotto passivo del progresso economico. In contrasto con diverse altre correnti marxistiche, esso afferma con particolare insistenza la necessità della lotta cosciente per il raggiungimento del fine. Di qui la dottrina della rivoluzione torna al proprio centro di dottrina della società (materialismo storico).

1. Proletariato e contadini. - Il b. tuttavia vuole essere qualcosa di più che la semplice ripetizione del marxismo rivoluzionario del secolo scorso. Esso sorge e si sviluppa in un altro stadio d'evoluzione del capitalismo, in quello del capitalismo monopolistico, dell'imperialismo e della rivoluzione del proletariato. Perciò il suo primo problema è quello della conquista del potere politico da parte del proletariato, e della dittatura del medesimo. Il b. è «la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, e la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare" (Stalin, in Piccola Enciclopedia Sovietica [in russo], I, Mosca 1928, col. 793). L'attuazione in concreto di questo scopo nello speciale ambiente storico della Russia ha dato al b. la sua particolare impronta. Poichè il proletariato in Russia era ancora relativamente scarso, esso dovette nella lotta per la conquista del potere cercare un alleato. La scelta di questo fu uno dei punti di contrasto tra bolscevichi e menscevichi. Mentre questi ultimi cercavano l'unione con la borghesia, i bolscevichi al contrario credevano che il proletariato per avere l'egemonia della rivoluzione dovesse unirsi ai
contadini. La promessa della confisca dei grandi possessi terrieri e della liquidazione della prima guerra mondiale, particolarmente invisa alla popolazione delle campagne, permise ai bolscevichi di attirare i contadini nella rivoluzione.

Il problema dell'alleanza con i contadini fu causa di contrasto in seno al partito stesso anche dopo la conquista del potere. Trotzkij (v.) pensava che il socialismo non potesse essere attuato in un solo paese e ancor meno in un paese a economia prevalentemente agricola, né credeva alla possibilità di guadagnare all'idea della socializzazione dell'agricoltura le masse dei contadini, convinto che presto o tardi si sarebbe venuti all'urto con essi; di conseguenza riteneva che bisognasse immediatamente volgere l'opera e il pensiero alla rivoluzione mondiale.

Per Stalin al contrario, prima di pensare alla rivoluzione mondiale, era necessario impiantare il socialismo in Russia, e a tale scopo riteneva che insieme con la socializzazione dell'industria si dovesse arrivare a quella della terra. Nell'attuazione di questo piano egli venne in conflitto con Bucharin (v.) e con il suo gruppo, i quali erano per la pacifica conversione dei contadini al socialismo.

Contro la "deviazione di sinistra» di Trotzkij e quella di "destra» di Bucharin il partito sotto la direzione di Stalin, condusse durante la prima metà del decennio 1930 - 40 una «guerra su due fronti».
2. Stato. - L'idea della dittatura del proletariato domina anche la dottrina sovietica dello Stato. Come in generale il marxismo così anche il b. vede nello Stato non la necessaria organizzazione della società, ma solo uno strumento creato dalla classe dominante per tener soggette le altre. Nella società dell'avvenire auspicata dal comunismo non vi saranno distinzioni di classi e quindi neanche uno Stato. Lo Stato, è condannato quindi a morire. Ma fino a quel giorno esso deve essere nelle mani del proletariato il mezzo per l'eliminazione delle classi. Sotto il comunismo lo Stato è «il proletariato organizzato come classe dominante». La dittatura del proletariato, la quale ha lo scopo di abolire lo Stato, condusse però, in pratica, contrariamente a quanto aveva predetto Lenin nella sua opera Lo Stato e la rivoluzione (Opere, XXI, p. 432), ad un ancora più formidabile potenziamento dei poteri dello Stato. "La più alta evoluzione del potere statale, con lo scopo di preparare le condizioni per l'abolizione del potere statale: ecco la formula marxista" (Stalin, Questioní del leninismo, 9² ed. russa, Mosca 1953, p. 366). Il mezzo per l'attuazione della dittatura del proletariato è costituito dai consigli (soviety) formati da membri acelti in elezioni generali (secondo la costituzione staliniana del 1936 neanche la provenienza sociale è di alcun ostacolo per l'esercizio del diritto attivo e passivo di voto) ugualitarie, dirette e segrete.

3. Partito. - Nel fatto l'indirizzo politico vien determinato non dai Consigli ma dal partito. La dottrina del partito forma uno dei punti centrali e caratteristici della teoria bolscevica. Essa è stata delineata da Lenin durante la sua lotta contro i menscevichi. Importante al riguardo il suo libro "Che fare?" del 1902, dove egli si riattacca in modo abbastanza esplicito alla tradizione cospirotoria e rivoluzionaria russa. Secondo Lenin il partito è l'avanguardia del proletariato e comprende gli elementi più coscienti ed attivi, i quali vengono tenuti sotto una ferrea disciplina e da cui si esige la più assoluta obbedienza. Il loro numero è di proposito limitato, tuttavia essi son legati per mille fili alla vita delle masse. Essi debbono partecipare a tutte le manifestazioni della vita dei lavoratori e dirigenti : nei sindacati, nelle cooperative, nei sovieti, negli istituti culturali ecc. Il controllo sullo Stato viene esercitato dal partito senza far violenza, in modo tale che i posti più importanti nel governo e nell'amministrazione vengono coperti dai membri del partito stesso. Per tal modo la dittatura del proletariato è esercitata non dal proletariato ma dal partito e in seno a questo da un gruppo relativamente piccolo di capi, i quali formano una specie di nuova "nobiltà». Quando perciò il b. dà alla propria forma di regime il nome di democrazia, ciò è possibile solo in quanto Lenin ha dato al concetto

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un nuovo contenuto. Sarebbe assurdo, egli afferma, che la più grande rivoluzione del mondo si compisse nella cornice della vecchia democrazia borghese, "senza una creazione di nuove forme di democrazia" (Opere, XXIV, p. 12). E non solo nella forma la democrazia sovietica si distingue, secondo Lenin, da quella borghese, ma anche nel contenuto. "Il proletariato ha bisogno della distruzione delle classi : ecco il contenuto reale della democrazia proletaria" (ibid., p. 398). E chiaro da ciò che essa non ha di comune con quella che il nome.
4. Rivoluzione mondiale; questione nazionale e coloniale. - La tattica staliniana di limitare all'inizio l'instaurazione e il consolidamento della dittatura del proletariato a un solo paese, non importa però affatto rinunzia allo scopo finale della rivoluzione mondiale. A ciò il b. è già di per sé portato dalla natura del fine a cui tende che è l'instaurazione di una società senza classi e senza Stato, possibile solo in una trasformazione del mondo intero. Per la attuazione concreta di questo fine è stato creato da principio il Comintern (v.) e di recente (dopo la seconda guerra mondiale) il Cominform (v.). Dipendentemente alla politica della rivoluzione mondiale il b. è stato costretto a considerare con particolare attenzione il problema nazionale e coloniale.

La posizione del b. nella questione nazionale è analoga a quella nei rispetti dello Stato : mirare alla massima fioritura delle culture nazionali nel momento presente sotto la dittatura del proletariato, avendo lo sguardo alla fusione nell'avvenire delle culture nazionali in una cultura comune, con un'unica lingua comune. Il merito principale nell'elaborazione di una dottrina bolscevica nei rispetti della questione nazionale, spetta a Stalin.

Il diritto di autodeterminazione concesso dal b. alle nazionalità, arrito a tal punto che la costituzione staliniana sancisce per ciascuna delle repubbliche dell'Unione perfino "il diritto di uscire dall'Unione delle Repubbliche Socialistiche Sovietiche». A che questo diritto non possa essere tradotto in pratica, si provvede in altro modo. Poiché infatti la Russia, focolaio della rivoluzione mondiale, non può mantenersi senza i mezzi fornitile dalle zone di confine ricche di materie prime, e d'altra parte, queste zone, senza il sostegno politico e militare della Russia, diverrebbero vittime di aggressioni imperialistiche, gli interessi delle masse operaie portano come conseguenza che il desiderio di secessione possa essere in determinati momenti considerato come un atto controrivoluzionario e pertanto cada automaticamente nel caso contemplato dall'art. 133 della Costituzione, e cioè di "un danno causato alla potenza militare dello Stato", e però venga punito come alto tradimento. Il diritto di uscire dall'Unione Sovietica viene per tal modo teoricamente rinviato alla rivoluzione mondiale, praticamente alle calende greche.

Nella questione coloniale il b. parte dal principio che l'espansione imperialistica delle potenze capitalistiche rappresenti l'ultimo stadio nell'evoluzione del capitalismo. "L'imperialismo (la più alta forma del capitalismo) non può sussistere senza l'asservimento politico ed economico delle nazioni non ancora in possesso di tutti i diritti e delle colonie" (Stalin, Il marxismo e la questione nazionale e coloniale [in russo], 1938, p. 84). D'altra parte "le nazioni non ancora in possesso di tutti i diritti e le colonie non possono essere liberate senza il rovesciamento della potenza del capitale" (id., loc. cit.). Di conseguenza il b., nel perseguimento del fine della rivoluzione mondiale, ha dedicato al problema coloniale e a quello relativo all'appoggio da dare a tutti i moti d'indipendenza nazionale, una particolare per non dire la sua principale attenzione. A tal riguardo la decisione presa dal II Congresso del Comintern suona: "L'annientamento del dominio coloniale e la rivoluzione proletaria nelle metropoli abbatterà il sistema capitalistico in Europa... Al fine di assicurare il successo finale della rivoluzione mondiale è necessario che queste due forze operino insieme" (Grande Enciclopedia Sovietica [in russo], XXXIII, Mosca 1938, col. 446). Gli avvenimenti attuali in Asia (Cina e Indocina), nei quali maturano i frutti di un lavoro pertinace
e cosciente durato molti anni, possono essere considerati come la migliore illustrazione della efficacia di questa tattica.
V. Cultura. - Il principio della dittatura del proletariato ha la sua applicazione non solo nella dottrina politica, ma anche nella vita culturale, nel campo delle "soprastrutture ideologiche", e trova una espressione originale nell'esigenza dello "spirito del partito" imposta a ogni forma di creazione spirituale, ciò che costituisce la nota caratteristica della cultura sovietica. Quello che Lenin domandava al filosofo, e cioè che "nella valutazione di ogni evento" egli si mettesse "direttamente e apertamente dal punto di vista di un determinato gruppo sociale" (Opere, I, 2^{mathrm{a}} ed., p. 276), e precisamente da quello del proletariato, viene oggi richiesto in Russia da ogni forma di lavoro culturale. Questo "spirito del partito" non è altro che l'estrema conclusione che i Russi, con la consequenzialità che loro è propria, hanno tratto dal materialismo storico. Come questo le "soprastrutture ideologiche" (diritto, morale, arte, scienza, filosofia, religione) le considera essenzialmente dipendenti dalla "base" economico-sociale, per modo che il loro sviluppo viene necessariamente a tener dietro allo sviluppo dell'economia e della società, così il b. dopo Lenin ne ha tratto la conseguenza che l'esercizio di una sana attività filosofica scientifica e, in generale, culturale è possibile solo se il filosofo, lo scienziato, e si aggiunga anche lo scrittore, il musicista, il pittore, l'attore, il regista ecc., si tengano sul terreno del proletariato e del partito che ne è l'avanguardia.

Ogni creazione culturale è pertanto essenzialmente legata alla politica. Il "Comitato Centrale" del partito "si presenta non solo come centro politico-organizzativo del movimento rivoluzionario ma anche come centro teoretico" [Mitin, Il materialismo dialettico [in russo], Mosca 1933, p. 347). Con particolare zelo il Comitato Centrale esercita questa sua funzione di "centro teoretico" del movimento rivoluzionario specialmente dopo la seconda guerra mondiale. Come teoretico della cultura marxista e difensore della vita spirituale sovietica si è distinto più di tutti lo Zdanov. In questi anni si è assistito a tutta una serie di interventi decisivi di Zdanov e del Comitato Centrale nel campo della cultura : nel 1946 si ha la critica della letteratura sovietica; nel 1947 la condanna delle Storia della filosofia nell'Europa occidentale di Aleksandrov, con una solenne ammonizione ai filosofi; nel 1948 il famoso intervento del Comitato Centrale nella controversia di biologi, con la condanna della genetica classica del Mendel e Morgan a favore delle nuove teorie genetiche dei due scienziati sovietici Miciurin e Lysenko; nello stesso anno l'opera del musicista Muradell La grande amicizia, e tutta la musica sovietica contemporaneamente, venne sottoposta ad asprissima critica. In tutti questi casi l'accusa fatta era sempre : mancanza dello spirito del partito, che si manifesta nell'ignorare i principi fondamentali di Marx e di Lenin, nell'assenza di una vera critica ed autocritica bolscevica, in una servile ammirazione della decadente cultura borghese occidentale, ecc. In tutto questo s'è venuto sempre più mettendo in luce, specie dopo la vittoria sulla Germania, un vivo sentimento di patriottismo sovietico e addirittura di nazionalismo russo, che dichiara una lotta decisa ad ogni "cosmopolitismo ". Come "nazionale" e "sciovinistico" non sono la stessa cosa, cosi "internazionalismo" non è equivalente di "cosmopolitismo".

VI. Religione. - Professando nella teoria un materialismo intransigente; proclamando l'economia come la vera realtà e il fattore decisivo per tutto il processo storico; cercando, nel campo politico, per mezzo della dittatura del proletariato di eliminare tutti i portatori di ideologie diverse, sia all'interno del paese che - per mezzo della rivoluzione mon-

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diale - all'estero; sottoponendo perfino nel campo culturale, con l'esigenza dello "spirito di partito", ogni libera attività spirituale creatrice dell'uomo alla stessa dittatura del partito, è evidente che il b. dovette sin dall'inizio porsi in contrasto inconciliabile con la religione.
"Il marxismo - scrive Lenin - è un materialismo. Come tale, esso è nemico non meno implacabile della religione, di quel che fosse il materialismo degli enciclopedisti del sec. xviri, oppure il materialismo di Feuerbach... Noi dobbiamo combattere la religione. Questo è l'abc di ogni materialismo, e dunque anche del marxismo" (Opere, XIV, p. 70).

In questa lotta chiesta contro la religione, Lenin e il b. danno molta importanza alla giusta tattica. Come tutte le ideologie (scienza, arte, filosofia, morale...) anche la religione per il marxismo non è che un riflesso di rapporti economici e sociali nella coscenza sociale; per quanto riguarda la religione, essa è considerata come "riflesso fantastico", condizionato dalle relazioni sociali perverse della società divisa in classi. Perciò, secondo Lenin, la lotta contro la religione dovrà condursi in primo luogo non con i mezzi di una propaganda ideologica (a la maniera dei materialisti borghesi e dei filosofi illuministici), benchć tale propaganda abbia anche la sua utilità e necessità; né con misure poliziesche (a la maniera del Kulturkanpf di Bismarck), il che condurrebbe solo al rafforzamento del sentimento religioso; le parti principali in questa lotta contro la religione spettano alla trasformazione dei rapporti sociali dopo la quale la religione depertrà da sé : "Il marxismo - continua Lenin - non è un materialismo che si arresta all'abc. Esso va più oltre. Esso dice : bisogna sapere condurre la lotta contro la religione, e per questo è necessario spiegare alla maniera materialistica la fonte della fede e della religione nelle masse. Non si deve limitare la lotta contro la religione ad una predicazione astratta ed ideologica, bisogna piuttosto introdurre questa lotta nell'insieme dell'azione concreta del movimento delle classi, che mira a tagliare le radici sociali della religione" (Opere, XIV, p. 70).

Se dunque Engels in qualche occasione parla della religione come di affare privato, Lenin insiste che questo vale solo dal punto di vista dello Stato, non del partito: "Per il partito del proletariato socialista la religione non è affare privato" (Opere, VIII, p. 42 I). La nuova politica religiosa, adottata recentemente nell'Unione Sovietica (v. oltre: Atteggiamento verso la Chiesa), in questa luce appare come nient'altro che una nuova edizione di questo principio engcls-leniniano.
VII. Conclusione. - Per poter dare un giudizio sul b. e precisare quale l'atteggiamento pratico che i cattolici hanno da assumere verso di esso, si deve partire dalla considerazione che le dottrine econo-mico-sociali del b. vengono dichiarate inseparabili dalla filosofia che vi fa da premessa. Una conciliazione tra b. e cattolicesimo è perciò in linea di principio da escludere. Se il materialismo dialettico non giunge alla completa negazione dell'attività dello spirito nell'uomo e della differenza formale ond'essa si distingue dai fenomeni della materia organica ed inorganica, questa attività è però considerata sempre come una proprietà della materia. Uno spirito il quale sussista indipendentemente dalla materia resta in tal modo escluso. Con ciò cade anche l'esistenza di Dio e quella dell'anima umana come principio spirituale sostanziale, e per tal modo l'intima dottrina cristiana. Ma su un piano più generale viene sacrificato anche l'uomo come persona ed individuo, e ciò è tanto più grave in quanto queste dottrine, considerate nella loro origine storica, si ricollegano all'idea umanistica della necessità di liberare l'uomo da ogni forma di asservimento a potenze terrestri e celesti, idea che è stato il punto di partenza della speculazione di Marx. Ridotto l'uomo alla pura atti-
vità economica, concepita come realtà primaria, e con carattere essenzialmente sociale, e negata la sua personalità spirituale, si è giunti a un nuovo asservimento dell'uomo, la cui forma più manifesta si ha precisamente nella società sovietica con la sua dittatura del proletariato, trasformata in dittatura di partito e con la sua esigenza dello "spirito del partito" nell'attività culturale.

Ancora più chiara appare l'inconciliabilità del b. col cattolicesimo, quando noi lo si consideri nel suo complesso storico e spirituale, dove esso ci si rivela come il prodotto comune della crisi del cristianesimo sia occidentale che orientale.

Come ateismo marxistico esso porta in sé il dinamismo di una secolare apostasia dello spirito occidentale da Dio. La riforma protestante ruppe con la Chiesa, l'illuminismo abbandonò Cristo e l'ordine soprannaturale della religione positiva rivelata, che sulla sua persona è fondata, finché finalmente il materialismo ateo della fine del sec. xviri e del sec. xix, innestato da Marx al movimento da lui suscitato giunse alla completa rottura con Dio stesso.

Come movimento rivoluzionario russo il b. è intimamente legato al venir meno della Chiesa russa, separata da quella universale, di fronte ai compiti assegnatile dalla storia, il che ha avuto come conseguenza che alcuni tratti negativi del cristianesimo russo, dovuti alla sua separazione dall'unità della Chiesa, e tra questi lo pseudo-messianismo anticattolico, sono passati allo stesso b. Visto entro questi termini, il significato religioso del b. si rivela essere agli antipodi della vera Chiesa di Cristo.

Diventa per tal modo comprensibile che il b. si presenti nella veste di una pseudo-religione. Già Dostoevskij aveva trovato la parola precisa : «i nostri non divengono atei soltanto, ma credono nell'ateismo come in una religione». E stato spesse volte osservato che il b. si presenta come cristianesimo, anzi cattolicesimo a rovescio. In realtà vi è tra le due concezioni tutta una serie di punti di contatto, però col segno inverso.

Il b. ha, come il cristianesimo, quattro testi canonici : Marx, Engels, Lenin, Stalin; stabilisce un magistero che ritiene infallibile, cioè il Comitato centrale, alle cui decisioni tutti devono sottomettersi. Questi punti di contatto si trovano su di un piano puramente formale e svaniscono non appena dalla forma si passa al contenuto. E però necessario notare che nel cattolicesimo va esclusa ogni forma di totalitarismo, poiché in un mondo concepito come creatura di un Dio personale, tutti i vari ordini di realtà conservano la loro relativa autonomia. In tal modo proprio questi punti di contatto tra cattolicesimo e b. costituiscono la miglior prova della loro inconciliabilità.

La definizione del significato religioso del b. che qui si è data deve essere anche il punto di partenza per la delineazione di un programma d'azione contro di esso. In ciò per i cattolici non può essere questione di ritornare a quella forma economica che Pio XI ha accusata come preparatrice del comunismo, e cioè all'economia liberale. Il primo compito del cattolico piuttosto sarà quello di impegnare tutte le forze per dar valore alla dottrina sociale cattolica e questo sia nel campo della vita pubblica che in quello della vita privata.

Ma poiché l'intima essenza del b. ci si è rivelata come il frutto della crisi del cristianesimo sia occidentale che orientale, ci è suggerito il pensiero di cercare la sua radice più profonda nella divisione religiosa fra Oriente ed Occidente. A tal proposito si può certamente stare al giudizio di Solov'ev riguardo la Chiesa russa, il quale spiega la sua de-

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bolezza nella storia con l'isolamento che essa ereditò da Bisanzio. Ma non solo per l'Oriente, per tutta la cristianità questo infausto dissidio fra Oriente ed Occidente comportava un indebolimento, una notevole perdita d'efficacia di irradiazione del pensiero e della vita cristiana sulle basi morali della società. Perciò l'unione dei due avrebbe per conseguenza un considerevole aumento dell'influsso della Chiesa nella storia, non solo nel senso di un rafforzamento esterno e puramente quantitativo del fronte di difess contro l'ateismo, ma anche nel senso di un aumento della interna vitalità, quale risulterebbe dal reciproco fecondamento dello spirito orientale ed occidentale. E quello che ha davanti agli occhi Pio XII, quando nella sua enciclica Orientales omnes si augura copiosissimi frutti dal ristabilimento della piena comunione fra Oriente ed Occidente nell'unico Corpo mistico di Cristo. Il problema unionistico, in tal guisa, riceve, in rapporto alla lotta per il superamento della crisi mondiale bolscevica, una particolare importanza, poiché il problema bolscevico nella sua più profonda essenza si presenta come un problema religioso.

Brill. J. Lenin, Opere, 3⁴ ed. russa, 1927-36 e specialmente Che fare? nel vol. IV (trad. it., Mosca 1946); Materialismo ed empiriocriticismo, nel vol. XIII (trad. it., Brescia 1946); Lo Stato e la rivoluzione (nel vol. XXI); G. Stalin, Questioni del leninismo, Mosca 1946; R. Fülöp Miller, Geist und Gesicht des Bolschewismus, Vienna 1926 (trad. it.: Il volto del b., Milano 1930); W. Gurian, Der Bolschewismus, Friburgo 1931 (trad. it.; Milano 1933); K. Alpermiasen, Die Gottlensebewegung der Gegenwart und ihre Uberwindung, Hannover 1933 (ed. it.: I s Seuxo-Dio nemici della civiltà, Brescia 1939); N. Bordjcev, Problime du communisme, Parigi 1933 (trad. ital.; Il problema del comunismo, Brescia 1945); id., Sinn und Schicksal des russischen Kommunismus, Lucerna 1937 (trad. it.: Il senso e le prenenze del comunismo russo, Roma 1944); W. H. Chamberlin, Storia della Rivoluzione russa, 2 voll., 3⁴ ed., Torino 1942; G. Maraccarda, Il b., 4⁴ ed., Firenze 1942; I. Petrow, Il concetto della democrazia bolscevica, Rovigo 1947; G. A. Wetter, Il materialismo dialettico sovietico, Torino 1948.

Gustavo A. Wetter
B) Atteggiamento del b. verso la chiesa 1. Il periodo della persecuzione (1917-38). - Il b. è per principio contrario ad ogni religione, considerata un avanzo dell'era capitalistica. Il partito bolscevico pertanto, appena arrivato al potere prese provvedimenti contro la Chiesa, privandola della sua base materiale di esistenza, distruggendo tutta la sua organizzazione, limitando la sua attività alla pura e semplice pratica del culto.

Il 23 genn. 1918 fu emesso il decreto della separazione della Chiesa dallo Stato e dal 2 febbr. 1918 lo Stato cessava ogni sua prestazione alla Chiesa. Nel genn. 1919 fu confiscata l'intera proprietà immobiliare ecclesiastica; perfino gli edifici del culto furono dichiarati proprietà dello Stato; potevano però essere lasciati all'uso ecclesiastico dietro richiesta di almeno 20 fedeli. Una circolare ministeriale del 18 febbr. 1920 dichiarò illegittima ogni attività delle Curie vescovili. Lo Stato non riconobbe nessun organo centrale di governo ecclesiastico, ma soltanto le comunità isolate dei fedeli delle parrocchie. Ma neppure a questi fu riconosciuta personalità giuridica, quindi nemmeno il diritto di possedere. Queste comunità e i parruci devono essere registrati (decreto del 10 ag. 1922) e sono quindi nelle mani del governo. La Chiesa può si praticare il culto ma le è vietato di far propaganda. Anzitutto è proibito l'insegnamento religioso alle persone minori di 18 anni (art. 121 del Cod. Pen. del 1922). Tale insegnamento alle persone che hanno più di 18 anni secondo l'art. 18 del decreto a sulle associazioni religiose e dell'8 apr. 1929 può essere ammesso esclusivamente in speciali corsi di teologia, cioè nei seminari(fino a poco fa) inesistenti. Il detto decreto dell'8apr. 29 nell'art. 17 vieta alla Chiesa ogni attività sociale, caritativa o educativa e ogni propaganda.

L'articolo 12 della costituzione staliniana del 1936
riconosce si la libertà di praticare culti religiosi ma proibisce ogni propaganda religiosa.

Questi, alcuni punti essenziali della legislazione antirereligiosa dei sovieti. Il loro atteggiamento pratico fu la persecuzione aperta contro la Chiesa, sebbene non sempre con la stessa intensità. Si possono distinguere 3 periodi di persecuzione di speciale violenza: dal 1922 al 1923, poi 1929-30, e in fine 1937-38. Furono fucilati o deportati o incarcerati numerosi vescovi e sacerdoti e questo a causa della loro attività puramente religiosa. E vero che in alcuni casi si trattava anche di attività antirivoluzionaria. Ma è assolutamente sbagliato voler spiegare le misure dei bolscevici contro ecclesiastici soltanto come soppressione della controrivoluzione. Il patriarca Tichon (detto nel 1917) si mantenne assolutamente neutrale nelle questioni politiche e condannò l'attività politica antisovietica dei prelati emigrati. Egli fu incarcerato nel maggio 1922 e nel carcere firmò una dichiarazione nella quale promise di restringere l'attività ecclesiastica al campo strettamente religioso.

Il vicario del patriarcato, metropolita Sergio, che dopo la morte del patriarca Tichon (1925) praticamente governò la Chiesa, nel suo proclama del 29 luglio 1927 predicò perfino un vero e proprio patriottismo sovietico identificando gli interessi della Chiesa con quelli dello Stato ateo. Neanche questa estrema arrendevolezza poté assicurare la pace alla Chiesa e nemmeno ottenere un effettivo riconoscimento del governo centrale ecclesiastico. Nel 1929 scoppiò una nuova violenta persecuzione. Era il tempo della sistematica socializzazione di tutta la vita pubblica russa. In un tal sistema la religione sembrò un anacronismo. Quest'epoca segnò anche l'apogeo dell'attività dell' «Associazione degli atei militanti» fondata nel 1925, che cercò di combattere la religione organizzando dei musei atei, delle sale di lettura, delle conferenze antireligiose, ecc.

Che nell'Unione Sovietica si trattasse di vera lotta religiosa, si deduce con evidenza dal fatto che la persecuzione infuriò anche, anzi specialmente, contro la Chiesa cattolica, certamente non sospetta di simpatia verso il passato regime zarista. Il vescovo cattolico mons. Cieplak nel marzo 1923 fu arrestato insieme a tutti i sacerdoti cattolici di Pietroburgo. Il capo principale di accusa era l'istruzione religiosa impartita dagli accusati ai bambini contrariamente alle leggi sovietiche. Mons. Cieplak e il suo vicario generale mons. Budkiewicz furono condannati a morte, altri a lunghi anni di carcere o di lavori forzati. Mons. Budkiewicz venne difatti fucilato.
2. La nuova politica religiosa del governo sovietico dal 1939 in poi.

Le minacciose previsioni di guerra consigliarono il governo sovietico ad abbandonare l'impopolare persecuzione religiosa. All'inizio del 1939 fu dato ordine dall'atto di cessare ogni tentativo di sopprimere la religione con la forza. La Chiesa ortodossa allo scoppio della guerra russo-tedesca immediatamente si schierò con un assoluto lealismo accanto al governo sovietico. Il governo cominciò a capire l'importanza dell'influsso della Chiesa per ritemprare l'unità nazionale nella guerra. Anche il riguardo agli alleati democratici consigliò un atteggiamento più conciliante verso la religione. Il governo cominciò allora a restituire un certo numero di chiese, permise di risprire alcuni monasteri e delle scuole teologiche per la formazione del clero. La propaganda antireligiosa offensiva cessò, l'associazione degli atei militanti fu sciolta. Il «Bezbožnik» ( = l'Ateo) sospese le sue pubblicazioni.

Il governo sovietico permise finalmente l'elezione di un nuovo patriarca. Il metropolita Sergio, finallora locumtenens, fu eletto patriarca l' 8 sett. 1943. Un re-

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golare governo ecclesiastico centrale, riconosciuto dallo Stato, poté essere stabilito, le diocesi vennero riorganizzate, numerosi nuovi vescovi nominati. Il Concilio panrusso di genn.-febbr. 1945 che elesse patriarca, dopo la morte di Sergio, Alessio, fino allora metropolita di Leningrado, diede una nuova costituzione alla Chiesa adattando le norme del diritto canonico alla legislazione sovietica sulle associazioni religiose. Il governo, che fino allora aveva spogliato la Chiesa dei suoi beni, cominciò ad aiutarla materialmente, mettendo, ad es., a disposizione dei prelati convenuti al concilio tutti i mezzi necessari di trasporto e di sostentamento.

Ma tutto questo non significa che l'atteggiamento del governo sovietico di fronte alla religione sia fondamentalmente cambiato. Di vera libertà religiosa, come noi la intendiamo, anche adesso in Russia non si può parlare. La Chiesa rimane come prima ristretta al puro e semplice esercizio del culto. La legislazione restrittiva rimane in vigore. La costituzione staliniana col suo articolo 124 che vieta ogni propaganda religiosa rimane incrollabile legge fondamentale, come dichiarò il capo del Soviet per gli affari della Chiesa «ortodossa» in un suo discorso nel Concilio del 1945. Rimane il divieto dell'insegnamento religioso ai bambini, rimangono in vigore le norme restrittive del decreto dell'S spr. 1929. Quel poco di più di libertà che fu concesso, la Chiesa «ortodossa» ha dovuto pagare col suo asservimento ad uno Stato ateo che la sfrutta come docile strumento per la sua politica interna ed esterna. La dipendenza della Chiesa dallo Stato venne stabilmente fissata dallo Statuto accettato nel Concilio del 1945. La Chiesa appoggia apertamente il sistema sociale del comunismo. Nella politica estera aiuta i piani espansionisti del governo sovietico cercando di riunire sotto la sua egemonia tutte le chiese \& ortodosse».

In questi ultimi tempi ( 1947-48 ) si può notare una recrudescenza della propaganda atea. Da parte ufficiale s'insiste di nuovo nella necessità per un comunista di essere ateo. La nuova politica religiosa è una politica e nient'altro e potrebbe venir abbandonata, se così sembrasse bene ai sovieti, come già la NEP di Lenin (v. comunismo).

Bibl.: G. M. Schveigl, L'articolo 124 della costituzione sovietica sulla libertà dei culti, Roma 1946; G. Schmieder, La posizione delle associazioni religiose nel diritto sovietico, ivi 1948; autori vari, Il cristianesimo nell'unione sovietica, Roma 1948; S. Tyysiewicz, L'ateismo militante sovietico e il papato, in La Civ. Cult., 1949, II, p. 593 sg.; III, p. 16 sg. Guglielmo de Vries

BOLSEC, JERôme-Hermès. - Teologo carmelitano, n. a Parigi, m. a Lione nel 1585 . Abbandonò l'Ordine e fuggì a Ferrara, dove fu per qualche tempo cappellano della duchessa Renata. Nel 1550 aderì a Calvino, con cui strinse a Ginevra amicizia, ed esercitò la medicina. Rotta poi quell'amicizia per essersi dichiarato contro la dottrina sulla predestinazione, fu per ordine di Calvino imprigionato, poi bandito da Ginevra come infame impostore ed apostata. Per sottrarsi alle persecuzioni di quello riparò in Francia, facendo il medico e nella città di Autun fece l'abiura dei suoi errori, schierandosi contro i riformatori.

Nel 1562 aveva pubblicato: Le miroir, envoyé de Vérité au Roi a proposito della riforma della Chiesa, che è un breve opuscolo; Histoire de la vie, moeurs, actes, doctrine, constance et mort de Jean Calvin (Lione 1577), dedicata all'arcivescovo di Lione; Histoire de la vie, moeurs, doctrine et déportemenx de Th. de Bèze (Parigi 1582).

Bibl.: Hurter, III, col. 306, nota: Cosme du Villiers, Bibl. Carm., I, 2^{text {a }} ed., Roma 1927, coll. 637-39; E. Choisy, s. v. in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, III, p. 281 sg.

Ambrogio di Santa Teresa
BOLSENA. - Antica sede vescovile del Lazio, in provincia di Viterbo, lungo la via Cassia, a nord-est del lago omonimo. Conserva ancor oggi l'aspetto caratteristico di cittadina medievale, dominata dal Castello delle quattro torri (sec. xit). Gli Etruschi la chiama-
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(fol. Alinari)
Bolsena - Facciata della chiesa di S. Cristina (1490).
rono Velsina o Velsuna, i Romani Volsinius tradotto in Volseno, Bolseno e finalmente B. Fu sede di una delle dodici lucumonie etrusche e sostenne varie guerre con i Romani, finché nel 490 di Roma fu espugnata e distrutta dal console M. Fulvio Flacco, ma per la sua posizione non tardò a risorgere con un palazzo pretorio, un teatro, le terme e ville fabbricate dai Romani. Città libera e confederata fino ad Augusto, poi municipio romano fino alla caduta dell'Impero, fu devastata dalle invasioni barbariche fino a perdere ogni importanza sotto il dominio longobardo. Compresa nella donazione di Carlo Magno alla S. Sede fece parte dello Stato pontificio, ma subì successivamente le signorie dei De Vico, dei conti della Cervara, dei Monaldeschi, ecc.

Nel 1880-81 a B. furono praticati scavi nell'antico cimitero cristiano di S. Cristina, dal quale v.mnerv alla luce molte iscrizioni (CIL, XI, x, nn. 2834-2903) alcune con data consolare e di queste la più antica è del 37, (n. 2845). Con esse fu trovata una lastra di marmo (n. 2777) opistografa che nel medioevo era stata adoperata per chiudere un sarcofago dentro il quale, nell'epoca suddettr, sarebbero state collocate le reliquie di una s. Cristina (v.). I dati archeologici tendono a dimostrare che in B., nel sec. Iv, vi era un santuario con una tomba di martire, attorno al quale si sviluppò un'importante necropoli cristiana. Tale necropoli consta di una galleria principale e varie secondarie che da essa si diramano a destra e a sinistra, con loculi ampi scavati senza regolarità, chiusi con tegole su cui sono iscrizioni dipinte in rosso, ma non mancano di quelle graffite, mentre di iscrizioni su marmo è stato trovato, fino ad ora, un solo esempio. La galleria principale misura m. 7 di altezza per 1,50-2,00 di larghezza, con 9 e anche 11 ordini di loculi. Un tale complesso monumentale pone l'origine del cristianesimo in B. nel sec. Iv e la tomba di una martire venerata la riporta almeno all'ultima grande persecuzione dioclezianea.

Nel sec. xi a fianco del santuario di S. Cristina venne costruita la chiesa romanica a tre navate, che nel 1490 il

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card. Giovanni de' Medici (poi Leone X) fece abbellire di un'elegante facciata.
B. è conosciuta principalmente per il miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, noto sotto il nome di a Miracolo di Buleena n. Un sacerdote tedesco che andava pellegrino a Roma, celebrando sull'altare della martire Cristine e tenuto dal dubbio sulla transustanziazione del pane e del vino, all'atto di spezzare l'Ostia Santa, vide uscire il sangue che bagnò il corporsle. La veneranda reliquia fu portata in Orvieto dove era il pontefice Urbano IV che si determinò ad istituire la festa del «Corpus Domini» e gli Orvietani per celebrare un tanto prodigio iniziarono ben presto i lavori del loro meraviglioso duomo (v. Orvieto).

Anche senza tenere alcun conto dei tentativi degli scrittori locali per riportare l'origine della sede vescovile di B. all'evo apostolico, debbiamo ben dire che ne sappiamo assai poco. Tra i vescovi convenuti al Sinodo romano del 313 vi è anche un Evarndro "ab Ursino" che L. Duchesne dubita se debba leggersi «Vulsinio», o non piuttosto "Urbino" ed il Lanzoni, anche propendendo per «Vulsinio», pone Evan-
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BolseNa - Processione e rappresentazione di s. Cristina.
doro come dubbio per ambedue le sedi. Lo stesso si deve dire per Gaudenzio la cui sottoscrizione al Sinodo romano del 465 è riportata dai codici come episcopus vecconensis ed interpretata da alcuni vulsiniensis, da altri veronensis, che però, con maggiore probabilità, deve leggersi vettonensis (v. SETTONA). Il primo vescovo di storicità indiscussa è Secondino cui Gelasio I (492-96) indirizzò una lettera (A. Thiel, Epp. Rom. Pont. genuine et quae ad eos scriptae sunt a s. Hilario usque ad Pelagium II, I, Braunsberg 1867, p. 492). Conosciamo ancora Gaudenzio intervenuto al Sinodo romano del 499 e Candido a quello del 595; non ha invece solido fondamento l'esistenza di un Agnello per il 680 e di un Claudio contemporaneo di s. Gregorio Magno. La sede vescovile di B. dovette scomparire con il decadere della città all'epoca longobarda, ed il suo territorio fa parte della diocesi di Orvieto.

BibL.: A. Adami, Storia di Valseno antica metropoli della Tostana e del Patrimonio, Roma 1734-37; Cappellotti, V, pp. 237547; G. B. De Rossi, Il sepolcro della martire Cristina in B., in Bull. di arch. crist., 3^{°} serie, a. 5 (1880), pp. 109-43; E. Stevenson, in Accad. dei Linevi, Notizie degli scavi, 1880, pp. 263 283; V. Cozza, Memorie storiche della città di B., Roma 1887; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1910, p. 110; Lanzoni, pp. 237-43; C. Dettarelli, Storia di B., Orvieto 1928; F. Bonnard, s. v. in DHG, IX, coll. 679-80.

Benedetto Pesci
BOLTRAFFIO, Giovanni Antonio. - Pittore, n. a Milano nel 1467, m. ivi nel 1516. Lavorò quasi sempre nella sua città natale; soltanto nel 1500 lo troviamo a Bologna, dove godé la protezione della famiglia Casio, per cui esegui numerosi ritratti, e intorno al 1515 a Roma, dove gli si attribuisce un affresco nel chiostro di S. Onofrio al Gianicolo.

Ben più che della tradizione lombarda del l'oppa e dello Zenale, riconoscibile peraltro nella preferenza per lo schema rettangolare della composizione (Madonna alla galleria Nazionale di Londra), egli subl l'influenza di Leonardo di cui divenne fedele discepolo; pur non riuscendo ad assimilare lo conquiste dell'arte del maestro, ne imitò i tipi e i gesti (Madonna col Bambino al museo Nazionale di Budapest, Madonna col Bambino al museo Publi-Pezzoli di Milano) e gli sfondi di paesaggio (Due devoti alla galleria di Brera, "Ancona di Lodi" oggi al museo Nazionale di Budapest); cercando di riprodurre lo "sfumato" e la morbidezza leonardesca, immerse piuttosto in un chiaroscuro tenebroso le forme delle sue figure lisce e alquanto gonfie. Predilessc le composizioni a mezza figura; ma in un secondo periodo ricercò una certa monumentalità d'impianto, visibile soprattutto nella Madonna Casio eseguita nel 1500 per la Chiesa della Misericordia a Bologna (oggi al Louvre), che è considerata già fin dal Vasari il suo capolavoro.

BibL.: G. Podi, s. v. in Thieme-Becker, IV, pp. 256-57; W. Suida, Leonardo und sein Kreis, Monaco 1929, p. 166 sgg.; id., Das leonardeske Jünglingthildnis, in Pantheon, 6 (1930), pp. 564-67; A. De Hevesy, B., ibid., 18 (1936), pp. 323-29; A. Venturi, Leonardo e la sua scuola, Novara 1941, pp. 29-30. Marta Prandi

BOMA, VICARIATO APOSTOLICO di. - I missionari belgi di Scheut, fondate le prime stazioni di Moada (1889) e B. (1890) nel Congo Belga, si irradiarono nel Mayumbe, aprendovi la stazione di Kangu (1899). Per smembramento del vicariato apostolico di Leopoldville fu quindi esorto quello di B. ( 26 febbr. 1934).

Superfice del territorio comprendente la regione costiera, limitata dal fiume Congo, l'Oceano Atlantico, l'enclave di Cabinda, il Congo Francese fino a una linea in direzione nord-sud dallo stesso Congo Francese fino al fiume a valle di Matadi, ca. kmq. 12.000. Secondo le statistiche del 1948 la popolazione totale è di 269.44 I ab., tra cui 127.986 cattolici e 18.071 catecumeni; protestanti 38.458 , musulmani 26, pagani 84.900 . Nelle 99 stazioni ( 12 residenziali) sono addetti in sacerdoti secolari indigeni, 39 missionari, 25 fratelli esteri e 3 della Congregazione indigena "Bisiello bi s.tu Josefí ", condizieni da 87 suore di sei diverse Congregazioni, tra cui la "Bisiello bi s. Maria". Esiste un seminario minore ( 63 alunni) e uno preparatorio ( 23 alunni); 13 tra filosofi e teologi sono accolti nel regionale di Kabwe (Kasai). Da notarsi : 971 catechisti e 361 insegnanti nelle scuole di vario tipo: 280 elementari di primo e secondo grado ( 10.407 alunni), i media ( 142 alunni), i normale ( 160 alunni). Varie opere di carità e associazioni di azione cattolica e scuole di artigianato aiutano efficacemente l'opera dei missionari.

Il vicariato primeggia, nel Congo Belga, per il numero dei cattolici rispetto alla popolazione totale. Al progresso numerico corrisponde quello qualitativo.

BibL.: AAS, 27 (1932), pp. 71-72; A. Cormocce, Annuaire des Missions Catholiques du Congo Belga, Bruxelles 1935, pp. 107117; arch. di Prop. Fide, Prospectus Status Missionis, n. prot. 4134/48; MC, pp. 51.

Giuseppe Monticone
BOMARZO. - Antica sede vescovile del Lazio, al margine dell'altipiano che si estende verso i Monti

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Cimini e non lungi dal Tevere. Nel Sinodo romano del 649 un vescovo si sottoscrisse con il titolo di "Ferentum Polymartium", mentre in quelli del 680 e 86 r compare semplicemente un vescovo di «Polymartium ".
L. Duchesne spiegherebbe le successive denominazioni col trasferimento della sede vescovile da Ferento a B. avvenuta tra il sec. vi e vir, a causa dell'invasione longobarda. Il vescovo di Ferento si sarebbe ritirato a B., castello della sua diocesi soggetto ai Bizantini, ed avrebbe conservato alla sua obbedienza la parte rimasta mentre l'altra parte sarebbe stata incorporata da un'altra diocesi sotto il dominio dei Longobardi. Il Gams farebbe invece di B. una diocesi del t sec., assegnando all'anno 69 il suo primo vescovo di nome Tolomeo che invece è lo stesso s. Tolomeo venerato a Sutri, detto nella sua Passio, né antica né autorevole, "episcopus Pentapolis et Tusciae» e dalla medesima collocato sotto Claudio II (268-70). Lo stesso autore fa seguire nella serie dei vescovi di B. all'anno 545 , un s. Anselmo del quale abbiamo una Vita (sec. xi: BHL, 542), contenente indicazioni cronologiche contraddittorie e lunghi comuni all'agiografia medievale, che non permettono di precisare l'età del vescovo vissuto, se mai, molto tempo dopo il 545 , atteso, come osserva F. Lanzoni, il suo nome teutonico. Dopo il 1015 non si ha più notizia di alcun vescovo di B.

Bibl.: B. Gams, Series episcoporum ecclesiae, Ratisbona 1873, p. 677; L. Duchesne, Le soti dell'antico ducato di Roma, in Arch. della R. Soc. rom. di storia patria, 15 (1892), p. 490; Lanzoni, pp. 535-36.

Benedetto Pesci
BOMBAY, ARCIDIOCESI di. - Il vicariato apostolico di B. trae origine da quello detto del Gran Mogol, affidato nel 1696 ai Carmelitani scalzi, la cui sede fu trasferita a B. nel 1720 . Ne venne staccata (1784) la missione cappuccina dell'Indostan.

L'8 marzo 1854 venne diviso in due vicariati: settentrionale o di B., affidato ai Gesuiti in seguito a rinuncia dei Carmelitani; e meridionale, o di Poona, dato ai Cappuccini, cui succedettero i Gesuiti nel 1858.
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(lat. Andervan)
Boltraffio, Giovanni Antonio - Madonna col Bambino, Milano, galleria Poldi Pezzoli.
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Qut. 10. arch. e storia dell'artes
Bomarzo - Tempietto di Antonio da Sangallo (sec. xvi) nella villa Borghese già Orsini.

Con breve i sett. 1886 fu elevato ad arcidiocesi, divenuta metropolitana ( 7 giugno 1887), per l'aggiunta di Mangalore e Trichinopoly (2 ott. 1893). Subi mutamenti territoriali : importante quello disposto dalla Convenzione tra la S. Sede e il Portogallo, 15 apr. 1928. Nel territorio dell'arcidiocesi erano incluse le missioni di Ahmedabad (Gesuiti) e Karachi (frati Minori), i cui superiori ecclesiastici vennero nominati, per la prima volta, nel 1934; quella di Karachi (v.) ne venne staccata con l'erezione in diocesi (bolla 20 maggio 1948).

Rispettivamente alle due circoscrizioni, distinte de facto, si hanno i seguenti dati statistici :
I. BOMBAY (1947). - Superfice kmq. 48.715; popolazione (censimento 1946-47) 10.000 .000 ab.; cattolici 178.216, catecumeni 112; dissidenti di rito orientale 517; protestanti 120.864; ebrei 80.324; musulmani 3.803.231. Nelle 79 parrocchie, 7 stazioni primarie e 14 secondarie, si contano 158 sacerdoti secolari indiani, roo sacerdoti gesuiti, provincia religiosa di Tarragona, 8 salesiani di s. Giovanni Bosco e uno francescano; 60 scolastici ( 56 gesuiti, due salesiani); 45 fratelli laici (21 gesuiti, due salesiani, 22 terziari francescani di Moint Poinsur, India); 227 suore di 11 diverse congregazioni, in cui cospicuo è l'elemento indiano ed eurasiano. Inoltre: 137 catechisti, 1247 insegnanti laici. Esiste un seminario con 20 chierici (altri due nel Pont. seminario di Kandy, Ceylon) e 46 studenti ginnasiali.

Scuole : elementari 70 (11.132 alunni d'ambo i sessi), medie inferiori sette (1644), medie superiori 31 (23.332), professionali due (2422), normali cinque (351). Altre istituzioni: due ospedali, 8 dispensari, 11 orfanonofi (1737 orfani), quattro ospizi per vecchi ( 89 ricoverati), un lebbrosario ( 60 degenti); una tipografia: notevoli i periodici ivi editi, cioè The Examiner settimanale ( 165.920 copie), The Messenger of the Sacred Heart mensile (43.300), Udentechem Nehetr (80.681). Numerose e fo-

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renti le confraternite e altri sodalizi religiosi e di assistenza caritativa, quelli di A. C. e della Pont. Opera della Propagazione della Fede. Il collegio S. Francesco Severio è ufficialmente riconosciuto come scuola universitaria.
II. Ahmedabad (1948). - Superfice kmq. 138.750; popolazione (calcolo approssimativo 1942) 9.600 .000 ab.; cattolici 25.880 , catecumeni 746 . Nel 1939 si contavano 24.790 protestanti, 342 ebrei, 336.920 musulmani, 247.181 glainisti, 10.143 parsi. Personale missionario distribuito (1948) in 12 stazioni primarie e sei secondarie; tre sacerdoti gesuiti, provincia religiosa della Castiglia orientale, 25 scolastici e 10 fratelli laici gesuiti; 38 suore di tre diverse congregazioni, quasi tutte indiane ed eurasiane; 144 catechisti; 75 insegnanti.

Scuole : elementari 108 ( 3009 alunni d'ambo i sessi), medie inferiori tre (250), medie superiori due (1441). Altre opere: due orfanotrof ( 231 orfani), 9 dispensari ( 34.038 consultazioni in un anno); due società cooperative; una tipografia : notevoli i periodici ivi editi, cioè Messaggero del S. Cuore di Gesù in lingua gujerati (1715 copie), The Ahmedabad Missionary (850), Ahmedabad in spagnolo ( 1200 ).

La preponderanza di indù e di musulmani nell'arcidiocesi, la varietà dei gruppi etnici, delle lingue e delle condizioni sociali impone un complesso ed accorto metodo missionario, cui corrispondono, in generale, frutti soddisfacenti, visibili nella lenta ma sicura fermentazione del lievito cristiano anche fra i ceti più elevati. Le istituzioni cattoliche, scolastiche e caritative, godono sempre maggiore fiducia, tanto più che taluni dei loro rappresentanti, religiosi e laici, occupano importanti uffici nell'amministrazione civile.

Bmi.: Sus Pontificium de Propaganda Fide, 5 (1925), pp. 222-23; Leonis XIII Acta, 6 (1887), pp. 172-73; ibid., 7 (1888), p. 125 ; ibid., 13 (1893), p. 313-14; AAS, 20 (1928), p. 129 sgg.; arch. Prop. Fide, Pr