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� che taluni dei loro rappresentanti, religiosi e laici, occupano importanti uffici nell'amministrazione civile.

Bmi.: Sus Pontificium de Propaganda Fide, 5 (1925), pp. 222-23; Leonis XIII Acta, 6 (1887), pp. 172-73; ibid., 7 (1888), p. 125 ; ibid., 13 (1893), p. 313-14; AAS, 20 (1928), p. 129 sgg.; arch. Prop. Fide, Prospectus Status Missionis (Bombayen, 30 giugno 1947; Ahmedab, 30 giugno 1948); E. Hull, B.-Mission History, Bombay 1927; Guida delle Missioni Cattoliche, Roma 1935, pp. 142-43.

Giuseppe Monticone
BOMBOLOGNO da Bologna. - Filosofo e teologo domenicano, n. a Bologna all'inizio del sec. xiri, m. ivi nel 1280 ca. Divenne religioso e compi gli studi a Bologna. Probabilmente sentenziario a Parigi (1266-68), per vari anni insegnò a Bologna dove fu pure reggente dello Studio dal 1277 al 1279.

Frutto del suo insegnamento furono un commentario alle Sentenze e varie opere di logica : quali i commenti a Porfirio, ai Predicamenti di Aristotele, ai Periermeneias e al Libro dei sei principi di Gilberto Porretano. L'unica opera pervenutaci è il Commento alle Sentenze (di cui manca però il libro II). Si conserva a Bologna (libri I e III, bibl. Univ., codd. 1506, 1508; libro IV, bibl. Archiginnasio, cod. B 1420) e ad Assisi (solo libro III, bibl. Com. 155). Il metodo di B. è quello usato dagli altri autori di opere simili. Le sue fonti principali sono s. Tommaso, Pietro di Tarantasia, s. Bonaventura e Annibaldo degli Annibaldi. Ha una grande familiarità con le opere di Aristotele e la filosofia araba, che mostra di conoscere molto più di quanto la conoscano le sue fonti.

Bibl.: F. Pelster, Les Manuscrits de Bombalogous de Bologna, in Recherches de Thél. anc. et médiévale, 9 (1937), pp. 404-12; C. Piana, La controversia della Concezione della Vergine nella chiesa bolognese nel medioevo, in Studi francescani, 38 (1941), pp. 3-36, 146-96; C. Piana, L'influsso di s. Bonaventura su la Cristologia di B. da B., in Antonionum, 23 (1948), pp. 475 500; A. D'Amato, B. de Musolinis da B. notizia biografiche e bibliografiche, in Sapienza, 1 (1948), pp. 75-90; id., B. de Musolinis da B., Le fonti, ibid., pp. 252-52. Alfonso D'Amato

BON. - Anche Bonpo: è il nome della religione autoctona dei Tibetani, prima dell'introduzione del buddhismo nel paese. Viene chiamata anche I Ha-chos, cioè a religione degli antichi dèi s. La mitologia B. conosce un a re del cielo s Srid-ga che sta a capo degli spiriti celesti verso cui salgono, dopo morte le anime dei buoni. V'è un dio Cielo-

Terra, un dio solare Ke-sar, i cui contrasti con la moglie A Bru-gu-ma sono ricordati nei canti di primavera. V'è, come in Cina, un dio locale del suolo, Sa-dag-po e uno spirito del focolare, T'ab lha. Se ne ha una conoscenza assai scarsa perché è stata assorbita dal buddhismo, non così completamente però che non ne rimangano tracce nella pratica dell'attuale lamaismo (v.).

Praticamente la religione B. è un animismo sciamanistico (v. sciamanismo): lo sciamano conosce l'arte di entrare in comunione con gli spiriti, detti Lha, e di riceverne la rivolazione dopo essere entrato in uno stato di trance grazie ad opportune pratiche di concentrazione e di eccitazione mistica; e di rendere placabili quelli che dominano i paesi delle montagne, così esposti alle insidie dei venti in quelle impervie regioni. Anche il culto degli antenati è associato a quello degli spiriti ed entrambi formano la base fondamentale della religiosità propria della famiglia mongolide.

Caratteristica pratica cultuale era ed è rimasta quella di accantature cumuli di pietre (rdo buoi) nei punti più abitati dagli spiriti, e di deporre su di essi brandelli di stoffa ad altri doni votivi.

La religione B. fu verso il sec. vir d. C. assorbita, ma in maniera del tutto superficiale, dal buddhismo mahayanico introdotto nel paese dal principe Sron btsan sgam po, dietro consiglio delle sue due spose, una cinese e l'altra nepalese, seguaci della dottrina mahayanica.

Bibl.: B. Laufer, Ein Sübngedicht der Bonpo, Vienna 1910; H. Hoffmann, Zur Literatur der Bonpo, in Zeitsch. der morgenländ. Gesell., 94 (1940), pp. 160-88; id., La religione B. tibetana, Roma 1943; G. Tucci, L'Asia religione, Roma 1946, pp. 247 -60.

Nicola Turchi
BON, Baryolomeo: v. buon, famiglia.
BON, Mabia dell'Incarnazione. - Orsolina a St-Marcellin (Delfinato), n. nel 1636, m. nel 1680. Scrisse un trattato sull'orazione mentale del quale si fecero molte copie. Fu stampato in traduzione italiana con il titolo: Stati d'orazione mentale per arrivare in breve tempo a Dio, e fu proibito dalla Congregazione dell'Indice, il 22 giugno 1676 , per le sue teorie prequietiste.

Bibl.: J. Maillard, La Vie de la Mère M. B., Parigi 1686; P. Dudon, Le quietiste espagnol Michel Malinos, ivi 1921, pp. 45-48, 151-53; M. Petrocchi, Il quietismo italiano del Seicento, Roma 1948, v. indici. Romualdo Sousrn

BONA, Giovanni. - Cardinale, dottissimo scrittore ascetico e storico-liturgico, n. a Pian della Valle presso Mondovì il 10 ott. 1609, m. santamente a Roma il 28 ott. 1674.

Discendeva da un ramo emigrato in Piemonte dei Bonne de Lesdiguières, nobile famiglia del Delfinato. Quindicenne si fece monaco cistercense della Congregazione dei Pogliensi (Feuillants) che custodiva il santuario di S. Maria di Vico (Mondovì), iniziando il noviziato nel monastero di S. Maria di Pinerolo il 19 luglio 1625 .

Attese allo studio della filosofia e scienze a Torino, nel monastero della Consolata; poi fu inviato a studiare teologia a Roma, in quello di S. Bernardo delle Terme, ove fu ordinato sacerdote nel 1633.

Ritornato in Piemonte, tenne la cattedra di teologia per tre anni nel monastero di Vico (1636), per due volte fu eletto priore ad Asti, poi abate di S. Maria di Vico di Mondovì. Nel 1651 fu eletto abate generale della sua Congregazione; nel 1654 rinunciò a tale carica per ritirarsi a Vico nello studio e nella preghiera. Per volontà del suo grande amico e ammiratore Alessandro VII, nel 1655 dovette riassumere il generalato, e fu eletto consultore delle Congregazioni dei Riti, Indice e S. Uffizio. Teologo equilibratissimo, fu be-

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nevolo nell'accesa controversia intorno ai Monita salutaria B. M. Virginis ad cultores suos indiscretos (all'Indice il 19 giugno 1674). Clemente IX lo nominò cardinale nel 1669 . La sua vita, sia da religioso sia da cardinale, fu povera ed austera, dedita alla preghiera e agli studi. Cercò sempre nei suoi studi «non la scienza per la scienza, ma la scienza per la gloria di Dio e la salute delle anime" (Pio X, Lettera al vescovo di Mondovì in occasione del tricentenario). Rimase in fama di santità (cf. F. Tonelli, Si può sperare la canonizzazione del card. G. B.? in Riv. storica bened., 5 [1910], p. 253 sg.).

Pubblicò : Psullentis Ecclesiae harmoniae, tractatus historicus symbolicus asceticus de divina psalmodia ejusque causis mysteriis et disciplina etc. (Roma 1653, ripubblicato dai Benedettini di S. Mauro a Parigi 1663). Il trattato, definito dal Martène "singularis et aureus" (De antiqua ecclesiae disciplina in divinis celebrandis officio, Lione 1708, prefazione), è il migliore apparso sino a quel tempo intorno al divino ufficio: dopo alcuni capitoli di introduzione sulla solmodia, studia le varie ore canoniche nel loro sviluppo storico, con straordinaria erudizione e ricchezza di testimonianze.

Manuductio ad coelum coatinens medullam sanctorum Patrum et veterum philosophorum (Roma 1658), è il suo trattato ascetico più noto, riedito nel 1660 e innumeri altre volte (ry vivente l'autore). L'opera, tradotta in più lingue, fu dal contemporanei paragonata al De imitatione Christi. Studio metodico e profondo, che dopo aver dimostrato la necessità di un buon direttore spirituale per raggiungere l'ultimo fine dell'uomo e avesse elencate le qualità, esponc la dottrina delle tre vie, purgativa, illuminativa, e unitiva. Il Rerum liturgicarum libri duo è un trattato sulla storia e liturgia della Messa, di grande valore storico; edito nel 1671, ebbe numerose edizioni, tra le quali notevoli quelle del Sala (Torino 1747 e 1753). Il valore spirituale del Sacrificio dell'altare viene invece studiato nel De sacrificio Missae tractatus asceticus (Roma 1658, Rouen 1663 ecc.).

Tra le numerose altre opere di B., edite ed inedite, ricordiamo: Vite compendii ad Deum per motos anagogicos et orationes iaculatorias (Roma 1657, Parigi 1662). L'unione con Dio si verifica mediante le frequenti giaculatorie e aspirazioni che formano quasi un glutine che lega l'anima a Dio.

Principia et documenta vitae christianae (Roma 1673, e altre numerose edizioni) è un suero trattato di ascetica, che insegna a tutti i cristiomi la moderazione delle passioni e la pratica delle virtù; De discretione spiritum in vita spirituali deducendorum (Bruzelies 1671, 1672; Roma 1672, ecc.); Testamentum sive praeparatio ad morteos (Firenze 1675); Hortus coelestium deliciarum, florilagio spirituale edito per la prima volta da mons. Vattasso nel 1918.

Cursus vitae spiritualis facili ac perspiena methodo perducens hominem ab initio conversionis neque ad apicem sanctitatis (Roma 1674, numerose riedizioni elencate da J.'de Guibert, Theologia ascetica et mystica, ivi 1926, p. 55) sotto il nome di Carlo Giuseppe Morozzo, che ne curò l'ed., al quale fu in seguito falsamente attribuito; trad. it. di A. Tisi, Corso di Vita spirituale (2 voll., Roma - Alba 1942).
B. è un eminente liturgista e un profondo maestro di ascetica e mistica. Come liturgista ricercò attivamente fonti (manoscritti ecc.); per i suoi uffici di consultore, abate e cardinale, non poté estendere molto le sue ricerche oltre le biblioteche romane, limitandosi per le altre fonti a relazioni di seconda mano dedotte dalla amplissima letteratura da lui consultata. Nonostante queste lacune, «la sua critica delle fonti segna un progresso su quanti lo precedettero» (H. Dumaine, s. v. in DACL, II, col. 998). B. fu un indefesso lettore degli autori che trattarono gli argomenti da lui studiati: «Si può dire che nulla gli sfugge della letteratura del suo soggetto» (ibid., col. 997). E nota la controversia che suscitò il suo De rebus litur-
gicis, circa l'uso del pane fermentato o azimo nella Chiesa latina. B. ha una teoria propria, desunta dal Sirmond, e la sua tesi, pur non raggiungendo l'evidenza, che ancor oggi non si ha, è la più verosimile. Per B. non è da ammettersi la perpetuità assoluta dell'uso del pane azimo nella Chiesa latina. Tale opinione sollevò contrasti tra gli studiosi del tempo; il Mabillon, dapprima avversario, in seguito vi aderì quasi integralmente (De pane eucharistico azymo et fermentato, Parigi 1674). Più accanto fu il portoghese Francesco Macedo (v.) che tacciò la dottrina di B. di eresia.

Nel campo ascetico è grande merito di B. la fedeltà alla dottrina tradizionale; armonizza la spiritualità antica e quella moderna. La sua dottrina è quella classica che parte da un chiaro e centrale concetto della perfezione, concepita come unione attuale e amorosa dell'anima con Dio, per discendere alla descrizione dei mezzi di santificazione. L'unione mistica, termine ultimo della contemplazione e dell'ascesa dell'anima a Dio, si avvera mediante frequenti e ardenti giaculatorie. La perfezione, dono divino, è generalmente data a chi persegue con amore e fedeltà la via ascetica: è una legge quasi normale. L'ascetica di B. insiste molto sul dominio delle passioni, sulla pratica delle virtù, sulla necessità di una buona e sicura direzione spirituale, sulla completa vittoria di se stesso. B. compose anche un ottimo corso di esercizi spirituali, sul tipo di quelli ignaziani : Phoenix redivivus, annus spiritus renovatio per anachoresim et exercitia spiritualia (1* ed. Parigi 1847, trad. francese di De Boissieu, La renaissance du Plidnix, ivi 1922).
BNL.: I. Bortolotti (Luca di a. Carlo), Vita Ioannis B., Asti 1677; E. Rosa, Per il 3^{°} centen. del card. Bona, in La Civilta Cattolica, 1909, iv, pp. 673-88; G. B. Reasia, Il card. G. B., mantro di vita cristiana, Mondovì 1910; G. B. Francesca, Il principe degli asceti nel sec. XVI, Torino 1910; J. M. Canivez, s. v. in Dibp. I, coll. 1782-66; H. Dumaine, s. v. in DACL, II, coll. 992-1002; Hurter, IV, coll. 308-12; M. Vattasso, introduz. all'ed. di Hortus coelestium deliciarum (Studi e Testi, 32), Roma 1918; P. Haller, La dévotion à Marie au déclin du XVIIr s., Parigi 1938, pp. 166-8o.

Umile Bonzi da Genova
BONACCORSI, Giuseppe. - Missionario del S. Cuore, n. a Roma il 18 dic. 1874, m. ivi il 7 marzo 1935. Fondò e diremo per un semestre la Rivista storicocritica delle scienze teologiche. Sotto la guida del p. Giovanni Genocchi (v.) si applicò con fervore alla esegesi biblica del Nuovo Testamento, giungendo a diventarne un insigne cultore.

Su questo argomento i suoi scritti più notevoli sono : Il Natale. Appunti di esegesi e di storia (Roma 1903); Questioni bibliche (Bologna 1904); I tre primi Vangeli e la critica letteraria ossia la questione sinottica (Monsa 1904); Harnack e Loisy o le recenti polemiche intorno alla essenza del cristianesimo (Firenze 1904); Letture scelte del Nuovo Testamento (ivi 1906); Breve grammatica del Nuovo Testamento greco (ivi 1910); Primi saggi di filologia neotestamentaria (I, Torino 1933, il II vol. già pronto nel manoscritto non poté essere stampato per la sopraggiunta morte dell'autore); Vangeli apocrifi (I, Firenze 1948; la stampa del 1930 andò perduta).

Adriano Soldatelli
BONACCORSI, Pierino: v. PERIN DEL VAGA.
BONACCORSO da BologNA. - Teologo, n. all'inizio del sec. 201 a Bologna, dove entrò nell'Ordine domenicano e compì gli studi teologici. Intorno al 1230 parti missionario per la Grecia. Per 45 anni si dedicò alla conversione dei dissidenti. Per questo scopo scrisse in greco e in latino il Thesaurus veritatis fidei, una raccolta di sentenze dei SS. Padri, dirette particolarmente alla confutazione dei vari errori dei Greci. Morì in Grecia nel 1275. La sua opera, rimasta sconosciuta, fu scoperta nel convento domeni-

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cano dell'Eubea da fra' Andrea Doto, che l'offrì nel 1327 al pontefice Giovanni XXII. Del Thesaurus, edito solo in parte dal Reuch, si conservano due manoscritti a Parigi (bibl. Naz. 1251 e 1252) e uno a Milano (bibl. Ambrosiana D 78 sup.).

BibL.: I. Quéüf-I. Echard, Scriptores O. P., I, Parigi 1719, pp. 156-59, 238; G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, II, Bologna 1782, pp. 289-86; F. M. Reusch, Die Fälschungen in dem Traktat des Thomas von Aquin gegen die Griechen, (Abbandt der K. Bayr. Abad. der Wissenschaften, 1889, pp. 673 7443). R. Loenertz, Autour du Traité de fr. Barthélémy de Constantinople contre les Grecs, in Arch. Fratrum Proedicatorum, 6 (1936), pp. 365-71; id., Documents pour servir à l'hist. de la province dom. de Grèce, ibid., 14 (1944), p. 74. Alfonso D'Amato

BONACINA, Ferdinando. - Missionario, morto per la fede. N. a Reggio Emilia il 7 apr. 1804, entrò nel 1826 nella Compagnia di Gesù come fratello coadiutore. Abilissimo in vari mestieri, rese grandi servizi a Tivoli e a Roma, fino a far accettare da Gregorio XVI un suo progetto per restaurare l'acquedotto dell'Acqua Paola. Nel 1840, sbarcò nella Siria, dove si guadagnò una reputazione quasi leggendaria per la sua forza, bontà e abilità, fino ad essere proposto dagli indigeni per succedere al patriarca maronita m. nel 1853 . Servi la missione specialmente con la costruzione di case e di chiese (chiese di Bikfaya e di Zalhe, seminario di Ghazir, primo collegio di Beirut, ecc.). Durante i massacri del 1860 , fu ucciso dai Drusi il 18 giugno col suo superiore p. Billotet a Zalhe nel Libano e sepolto nella chiesa da lui eretta. E stato iniziato il processo per la sua beatificazione con gli altri martiri del Libano.

BibL.: F. M. Martin, Notes historiques sur cinq fémites massacrés au Mont-Liban en 1860, in A. Carayon, Documents inédits concernant la Compagnie de Jésus, XVIII, Poitiers 1862; L. Rocci, I sei martiri del Libano d. Comp. d. Gesù uccisi nel 1860 , Isola del Liri 1927, pp. 101-17. Edmondo Lamalle

- BONACINA, Marting. - Moralista, n. a Milano ca. il 1385 . Professore di diritto canonico e civile nel seminario e poi rettore del collegio Elvetico della stessa città, fondato da s. Carlo Borromeo. Passato a Roma, fu per la sua scienza chiamato a proprio teologo dal card. I. Aldobrandini, e Urbano VIII in uomini vescovo titolare di Utica. Morì mentre si recava nunzio a Vienna (1631).

La sua Theologia moralis (Lione 1624), più volte edita e anche ristretta in compendi, rimane un'opera classica per l'eredizione, la profondità della dottrina e la chiarezza. In essa si mostra fautore del probabilismo.

BibL.: F. Argelati, Biblioth. Script. Mediolan., I, Milano 1745, col 188; Mazzuchelli, II, III, p. 1534 sgg.; Hurter, III, coll. 888-89. Celestino Testaro

BONADA, Francesco Maria. - Scolopio, n. l'8 sett. 1706 in Trinità (Cuneo) diocesi di Mondovì, m. a Roma il 22 dic. 1755 , rettore del Collegio Urbano «de Propaganda Fide».

Insegnò eloquenza a Roma e fu il primo a raccogliere insieme le iscrizioni metriche, prevenendo l'opera del Kaibel e del Buecheler, in una Anthologia sive collectio omnium oeterum inscriptionum poeticarum, tam graecarum quam latinarum in antiquis lapidibus sculptarum, in decem classes distributa (Roma 1751 e 1753). Solo 47 sono le cristiane, precedute da un trattatello De re funeraria. Antonio Ferrua

BONA, DEA. - Inizialmente epiteto di una dea protettrice dei pascoli e dei boschi, che fu identificata, dopo la conquista di Taranto (271 a. C.), con Damia, divinità greca il cui culto era riservato solo alle donne (Macrobio, Sat., I, 12, 27; Plutarco, Quaest. rom., 20).

La festa di B. D. si celebrava di notte (ammesse solamente le donne) al principio di dic., la sua sacerdotessa
era detta Damiatrix (Festo, s. v.; De har. resp., 8, 37). Le si offriva una scrofa e una libagione di vino che veniva però chiamato latte. Del tempio, supposto sull'Aventina, è ignoto la data di fondazione, non posteriore al sec. iv a. C. Nel iv sec. d. C. era ancora in piedi.
B. D. ebbe anche, come Damia, prerogative salutifere; infatti al suo tempio era annessa una farmacia per uso delle donne come attestano varie iscrizioni.

BibL.: G. Wissowa, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencycl., III, col. 686 sgg.; id., Religion und Kultus der Römer, 2* ed., Monaco 1912, p. 216 sgg.; R. Peter, s. v. in Roscher, Lexikon, I, col. 789 sgg.; B. Vaglieri, s. v. in E. De Ruggiero, Diz. Epigr., I, p. 1012 sgg. Alberto Galeri

BONAGRAZIA da Bergamo. - Francescano, n. probabilmente a Bergamo (al secolo Buoncartese), entrò tra i frati Minori, quale fratello laico, poco prima del 1310, m. il 19 giugno 1340.

Dottore in utroque iure, fu molto erudito e ottimo controversista. Agitandosi screnente tra Spirituali e Frati della Comunità la questione della osservanza letterale della Regola di s. Francesco, esclusa ogni dichiarazione pontificia, i Frati della Comunità affidarono a lui, benché ancor quasi novizio nella vita religiosa, l'incarico di difenderne i principi contro gli Spirituali, specie contro Ubertino da Casale (v.) dinanzi alla Curia di Avignone (1309-12). Stese, perciò, allo scopo vari scritti, tra i quali il più notevole è quello intitolato: Articoli probationum contra fratrem Ubertinum de Casali, composto verso il finire della controversia, ca. 1319 (ed. Baluze-Mansi, Miscellanea, II, Lucca 1761, pp. 271-79). Avendo Clemente V esentato gli Spirituali dalla giurisdizione dell'Ordine, B. protestò pubblicamente e vivacemente contro tale esenzione. Per tale fatto fu carcerato ed esiliato in un convento (31 luglio 1312). Morto nel 1314 il papa, B. fuggì dal suo esilio e propugnò ancora presso papa Giovanni XXII la causa della Comunità contro gli Spirituali. Intervenne pure nel processo contro Bernard Delicieux (v.).

Quando ebbe inizio la controverzia sulla povertà di Cristo e degli Apostoli, il B. pubblicò (nel 1322) il suo Tractatus de paupertate Christi et Apostolorum (cf. L. Oliger in Arch. Franc. Hist., 22 [1929], pp. 317-85, 487-511) nel quale sosteneva che \& haereticum est asserere quod Christus et Apostoli habuerunt aliquid in speciali vel in communi s. Giovanni XXII adegnato contro B. e le decisioni del capitolo generale francescano di Perugia della Pentecoste del 1322, pubblicò la bolla Ad conditorem canonum con la quale rinunciava alla proprietà da parte della S. Sede dei beni posseduti a nome dell'Ordine Francescoano.
B., nella sua qualità di procuratore eletto dall'Ordine, protestò in pubblico concistoro contro la decisione papale (14 genn. 1323) con la sua Appellatio Bonagratiae contra bullam «Ad conditorem canonum» in concistorio papae porrecta (ed. Eubel in Bullarium franciuc., 3 [1898], pp. 257-46, n.). Per tale protesta fu ancora carcerato, e quando il 12 nov. 1323 il Papa pubblicò la bolla Cum inter nonnullos che dichiarava eretica la dottrina de' sostenitori della povertà assoluta di Cristo e suoi Apostoli (Dens-U, 294), B. finse di sottomettersi esteriormente, ma con Michele da Cesena (v.) e Guglielmo Ockam (v.) preparò la sua fuga da Avignone, presso Ludovico il Bavaro, a Pisa ( 26 maggio 1328). Colpito dalla scomunica papale, passò, sempre sotto la protezione di Ludovico, da Pisa a Monaco di Baviera (1330), dove sempre visse sino alla sua morte, lottando sorremente, e con spirito ereticale, contro il Papa e l'Ordine francescano che lo aveva sconfessato.

Parteggiò per l'antipapa Niccolò V, e morì senza essersi riconciliato con la Chiesa e l'Ordine.

L'elenco delle numerose opere a sfondo polemico e canonico è dato da L. Oliger: Fr. Bonagratia da Bergamo et eius Tractatus de Christi et apostolorum paupertate (in Arch. Franc. Hist., 22 [1929], pp. 304-17). Più notevoli sono le seguenti, oltre quelle già citate: tra le numerose

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opere polemiche la Protestatio.... contra exemptionem Spirituslibus concessam et denuntiatio doctrinae fr. Petri Ioannis Olivi (marzo 1311, ed. da F. Ehrle in Archiv für Lit. und Kirchengeschichte, 2 [1886], pp. 383-74); il Clypeus, in difesa di Michele da Cesena (ed. da A. Mercati in Arch. Fr. Hist., 20 [1927], pp. 271-74, 289-91); l'Appelloite contra Ioannis XXII errores de visione beatifica, inedita, composta a Monaco il 10 apr. 1332, e il Comitium Bonogratiae de invamento Ludovico Bavaro non oboediendo, composto ca. il 1338. Tra le opere di diritto canonico vanno ricordati i Casus popules et episcopales cum expletatione praedictorum, conservati nel cod. 645 della bibl. Munic. di Assisi.

BibL.: F. Ehrle, in Archiv. für Lit. und Kirchengeschichte, 3 (1887), pp. 36-41; G. Mollat, Les papes d'Avignon, Parigi 1912, pp. 28, 211, 217; L. Oliger, Fr. B. de B.et eius Tractatus de Christi et Apocodorum paupestate in Arch. France. Hist., 22 (1929), pp. 292-332, 482-511 (ed. del Trattato); S. d'Alençon, s. v. in DThC, II, col. 944; J. Heerinckx, s. v. in DSp. I, coll. 1766-67; L. Waddinc, Annales Ord. Min., VI, Quaracchi 1931, pp. 17, n^{°} 4,317, n^{°} 7,351, n^{°} 26,401, n^{°} 36; VII, pp. 5, n^{°} 1,2 n^{°} 2. Umile Bonzi da Genova
BONAGUIDA d'Abzzzo. - Decretalista del sec. xili. Insegnò ad Arezzo verso il 1255. Esercitò pure con profitto, come sembra, la professione forense in Roma.

Non prima del 1263 elaborò la sua Summa introductoria super officio advocationis in foro ecclesiastico (cf. A. Wunderlich, Anecdota quae ad processum civilem spectant, Gottinga 1841, pp. 132-345). E autore di una Gemma seu Macgarita contenente specifiche questioni derivate dalle Decretali e pertinenti alla pratica, specialmente in materia di prassi giudiziale (S. Marion, in Tractatus plurimorum doctorum, Lione 1519, pp. 31-69). A lui si attribuisce altresì un Tractatus de dispensationibus (edito in Tractatus universi iuris, XIV, Venezia 1584, pp. 173-75).

Non sembrerebbe per ragione di tempo potessi identificare con l'omonimo B. collettore con altri della raccolta delle Decisiones antiquae della Rota Romana, che comprende gli anni tra il 1372 e il 1374, con aggiunte di decisioni di età anteriore.

Bibl.: J. F. Schulte, Geschichte der Quellen und Lit. des kan. Rechts, II, Stoccarda 1875, p. 110 . Antonio Rota
BONAIUTI, ANDREA: v. ANDREA da FIRENZE.
BONALD, Louis-Gaeniel-Ambrosie, visconte di. - Filosofo e statista francese, n. a Le Monna presso Millau in Rouergue il 2 ott. 1754 e m. a Lione il 23 nov. 1840. Membro dell'amministrazione centrale del dipartimento dell'Aveyron (1790), si dimise l'anno dopo, rifutandosi di applicare la costituzione civile del clero; riparò quindi all'estero. Nel 1797 tornò in Francia sotto lo pseudonimo di St-Séverin. In quel periodo cooperò con Chateaubriand alla rivista Mercure de France e al Journal des débats; più tardi al Conservateur e al Defenseur di Lamennais. Salutò con soddisfazione la restaurazione della monarchia. Da Luigi XVIII nel 1814 fu nominato membro del Consiglio di istruzione pubblica. Dal 1815 al 1822 fu deputato dell'Aveyron; nel 1823 fu nominato pari di Francia e quindi ministro di stato. Nemico di ogni forma di liberalismo, l'avversò in politica e in religione. Nel 1815 presentò alla Camera la legge contro il divorzio, approvata poi l'anno seguente. Avversario della libertà di stampa, la combatté, accettando la nomina di presidente della commissione di censura. Dopo la rivoluzione del luglio 1830, si ritirò a vita privata, essendosi rifiutato di prestare giuramento.
B. fu tra i principali fautori del riallacciamento del trono all'altare; però l'ardore della polemica lo fece cadere in eccessi. Egli rivendica da Dio l'origine della società e della religione, ma, riannodandosi a G. B. Vico, ritiene l'idea dell'antico uomo muto, innestando a questo punto la sua teoria del linguaggio divinamente ispirato e rivelato.|

La parola infatti è, secondo B., antecedente al pensiero ed assolutamente necessaria per potere pensare; essa è l'anima del pensiero, al quale sta precisamente come l'anima al corpo. Ora, come l'uomo non si è data la facoltà intellettiva, cosí non può essersi data il linguaggio; tanto più che, per inventarlo, l'uomo deve pensare, e per pensare esso è necessario. Il linguaggio, dunque, non è un trovato della ragione individuale; e neppure della società, dalla quale è presupposto, perché essa possa esistere. Dunque esso proviene da Dio come l'uomo e la società. Ma la rivelazione del linguaggio non è fine a se stessa, ma è solo il mezzo necessario per la rivelazione delle verità di ordine superiore, morale e civile, da tramandarsi col linguaggio e da credersi perché tramandate. E la tradizione infatti che garantisce la scienza, i principi delle conoscenze umane e la stessa ragione; solo essa è il criterio di distinzione tra verità ed errore (Recherches philosophiques, cap. 1). Concludendo : l'aducazione sociale è l'unico mezzo per apprendere le verità di ordine soprasensibile e l'autorità sociale è l'unico motivo d'assenso per la ragione.

Su questa base filosofica, B. eleva la sua costruzione religioso-politico-sociale. E da notare anzitutto che nella sua filosofia B. tutto riduce a tre elementi : causa, mezzo ed effetto. In teologia quindi: Dio, Uomo-Dio e uomo; in cosmologia: Dio, movimento e corpo; in politica: re, nobiltà e società; governo, impiegato e suddito e cosí via. Posto dunque l'uomo naturalmente socievole contro la concezione di Rousseau, B. afferma che alla base di ogni società è la società religiosa. Il tipo perfetto di religione è la religione cattolica, perché solo in essa con la credenza nell'Uomo-Dio si ha il collegamento tra i termini estremi Dio e uomo, cielo e terra. Il tipo perfetto di società civile è l'antica società francese a governo monarchico. Tale forma di società in accordo con la religione cattolica ha portato al più alto vertice la civiltà. Lo Stato deve rispettare la religione, ma la religione non deve sopraffare lo stato. Foi, roi, foi : ecco i capisaldi del pensiero po-litico-sociale di B. La società domestica - padre, madre e figlio, - la più antica forma di società, è unificata dal potere assoluto del padre e rinsaldata dal vincolo perpetuo dell'indissolubilità.

Le opere più importanti del B., nelle quali è esposto il suo pensiero sono: Théorie du pouvoir politique et religieux (3 voll., Costanza 1796); Essai analytique sur les lois naturelles et l'ordre social (s. 1. 1800), sotto lo pseudonimo di St-Séverin; Du divorce (s. 1. 1801); La législation primitive (2 voll., Parigi 1802); Pensées sur divers sujets et discours politiques (2 voll., s. 1. 1817); Recherches philosophiques sur les premiers objets des connaissances morales (2 voll., s. 1. 1818); Mélanges littéraires, politiques et philosophiques (s. 1. 1819); Démonstration philosophique du principe constitutif de la société (s. 1. 1830); Discours sur la vie de Jésus-Christ (Parigi 1843).

La concezione filosofica e teologica del B. non è del tutto rispondente alla bontà delle sue intenzioni. La sua opera mira a dare una base filosofica ai valori sociali, morali, religiosi, cristiani. Ma, destituendo la ragione individuale della sua funzione conoscitiva e riducendola a puro strumento d'interpretazione della ragione universale cioè dell'autorità della comunità, egli tradì le sue stesse intenzioni, la sua causa e la sua fede. Alla fede infatti egli toglieva la sua primaria condizione essenziale: la razionalità, danneggiandola cosí irremissibilmente. Conseguenza di questo primo errore fu, nel campo teologico, la confusione del naturale e del soprannaturale, errore già maturato dalla lunga controversia giacennista, e, nel campo filosofico, l'originale teoria del linguaggio, ormai generalmente abbandonata.

Bibl.: H. de Bonald, Notice sur la vie et les ouvrages de M. le viconte de B., Parigi 1841; G. Laverde Ruiz, El tradicionalismo de de B. Madrid 1887; G. Buschbell, Der Traditionalismus B.s., in Phil. Jahrb., 12 (1899), p. 32 sgg.; C. Constantin, s. v. in DThC, II, coll. 936-61; F. Bourget, La réalisme de B., in Annales de philos. chrét., 160 (1910), pp. 489 sgg ., 632 sgg .; 161 (1910-11), p. 39 sgg.; L. de Montesquieu, Le réalisme de B., Parigi 1910, p. 65 sgg.; R. Mauduit, La politique de B., Poitiers 1913; F. Mourret, Le mouvement catholique en France 1830-50,

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Parigi 1917, pp. 54 sgg., 126 sgg.; P. P. Trompeo, s. v. in Enc. Ital., VII, pp. 380-81; S. Losch, s. v. in LThK, II, coll. 443446.

Vito Zollini
BONALD, Louis-Jacques-Maurice de - Cardinale, figlio del filosofo, n. a Millau nell'Aveyron il 30 ott. 1787 e m. a Lione il 25 febbr. 1870. Sacerdote nel 18 II fu per qualche tempo cappellano del delfino di Francia (Carlo X). Vicario generale della diocesi di Chartres, il 13 marzo 1823 fu eletto vescovo di Puy (il primo dopo il 1789), e nel 1839 successe al card. Fesch come arcivescovo di Lione e primate di Francia ricevendo il cappello cardinalizio nel 1841. Nel 1852 fu creato senatore.

Fautore della lotta contro il gallicanesimo, s' adoperò per sradicarne le ultime propaggini rifiutandosi d'insegnare gli articoli gallicani e condannando l'opera d'un fanatico del gallicanesimo, appoggiato dal governo, Dupin: Manuel de droit canonique. Promosse la riforma dei libri liturgici di rito gallicano per estirparne le infiltrazioni gianseniste. Contro il monopolio statale del. la scuola, difese i diritti della libertà d'insegnamento. Di opere scritte non lasciò che: Mendenents et Lettres pastorales, edite dal Migne nella collezione: Orationz sacrées (Parigi, 2^{mathrm{a}} serie, XIV).

Bibl.: L. Baurard, L'épiscepat français depuis le concordat jusqu'd la séparation, 1802-1903, Parigi 1907, pp. 314-16; 487-88;
P. Paschini, s. v. in Enc. Ital., VII, p. 381; P. Calendini, s. v. in DHG, IX, coll. 727-29.

BONANNO PISANO. - Scultore e architetto della seconda metà del sec. xir. Le imposte bronzee della porta principale del duomo di Monreale recano il suo nome nella seguente iscrizione: «Anno DNI MCLXXXVI idictōe III Bonannus Civis Pisanus me fecit». Gettò inoltre in bronzo la porta maggiore del duomo di Pisa, come si ricava dall'iscrizione riportata dal Vasari e dal Tronci : «Anno MCLXXX, ego Bonannus Pisanus mea arte hanc portam uno anno perfeci tempore Benedicti Operarii n. La porta andò distrutta nell'incendio del 1596, ma una degli ingressi laterali del duomo pisano (la cosiddetta "porta di s. Ranieri") conserva due imposte bronzee che, se pur non firmate, sono certamente opera di B., forse posteriori al 1186 anziché del 1180 come comunemente si crede.

Il Vasari lo dice autore, insieme con un Guglielmo tedesco, del campanile di Pisa, che si cominciò a costruire
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(rot. zitnari)
BONANNO Pisano - Particolare della porta in bronzo - Pisa, cattedrale.

Bibl.: A. Torri, Illustraz. d'una romana iscrio, del duomo pisano, ecc., Pisa 1838 ; P. Toesca, St. dell'arte ital., I, Torino 1927, pp. 812-13; M. Salmi, La scultura romannica in Toscana, Firenze 1928, passim; V. Biagi, La zorre pendente, Pisa 1935; V. Martinelli, B. P. scultore, in Belle arti. I (1948), pp. 272-97.

Enzo Carli
BONAPARTE. - Famiglia italiana, discendente, secondo alcuni, dai Cadolingi longobardi, menzionati nei secc. XI e XII; secondo altri, da un notaio B. di Sarzana. Nel sec. xvi un membro di questa famiglia si trasferi in Corsica. Ad Ajaccio da Carlo (1746-85) Buonaparte (questa è l'originaria grafia mutata da Napoleone nel 1796 in quella di B.) e da Maria Letizia Ramolino (1750-1836) nacque Napoleone (1769-1821) che ebbe quattro fratelli : Giuseppe (1768-1844), re di Napoli prima e di Spagna poi; Luciano (1775-1840), stabilitosi a Roma nel 1804, ottenne nel 1814 da Pio VII il titolo di principe di Canino; Luigi (1778-1846), re d'Olanda e padre di Napoleone III (1808-75); Girolamo (1784-1860), re di Vestfalia; e tre sorelle : Maria Anna Elisa (1777-

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1820), granduchessa di Toscana e moglie di Felice Baciocchi; Maria Paolina (1780-1825), che sposò in prime nozze il generale Leclerc, e rimasta vedova di costui si rimarito con il principe Camillo Borghese, ed ebbe il titolo di duchessa di Guastalla; Maria Annunziata Carolina (1782-1839), moglie di Gioacchino Murat e regina di Napoli. Dopo la caduta di Napoleone, Pio VII accolse amorevolmente in Roma diversi membri della famiglia B., ospitalità che fu considerata con sospetto dalle altre potenze europee.

Bibl.: T. De Colle, Genealogia della famiglia B., Firenze 1898; G. Sforza, Gli antenati di Napoleone I in Lunigiana, in Miscellanea di storia italiana, 48 (1914), p. 23-119; E. Michel, s. v. in Enc. Ital., VII, pp. 382-83, con bibl.; D. Angeli, I B. a Roma, Milano 1938.

Fra i Napoleonidi ebbero particolari contatti con la Chiesa e l'Italia :
I. Charles-Lucien B. - Principe di Canino, n. il 24 maggio 1803 a Parigi, m. ivi il 29 luglio 1857. Figlio di Luciano B. e di Alessandrina Lorenza Bieschamp, fu condotto pochi mesi dopo la sua nascita a Roma, dove il padre, guastatosi col fratello imperatore, si era trasferito. Fin da piccolo dimostrò una spiccata tendenza per gli studi di botanica e di zoologia. Dopo le nozze con Zenaide B., fece un viaggio negli Stati Uniti d'America, e le frequenti escursioni scientifiche gli fornirono il materiale per un'opera sulla ornitologia americana, pubblicata nel 1832, opera che gli procurò fama di scienziato. Pubblicata una Iconografia della fauna italica, ebbe
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(ptt. Alinari)
Bonaparte, Letizia - Ritratto dipinto da P. E. Martin (1810). Reggia di Caserta.
parte preponderante nelle adunanze degli scienziati italiani (la circolare per il primo Congresso, a Pisa, nel 1839, portava la sua firma in capo a quella degli altri promotori) e partecipò a tutti i congressi, fino all'ottavo di Genova nel 1846. Dopo l'avvento alla tiara di Pio IX, il principe di Canino fu tra i più accesi rivoluzionari e, se non altro, moralmente responsabile del clima di cinica violenza che condusse all'assassinio di Pellegrino Rossi. Proclamata la repubblica, fu eletto deputato. Dopo il ritorno del Papa da Gaeta, lasciò Roma.

Bibl.: E. de Beaumont, Notice sur les travaux scientifiques de Son Altesse le prince Charles-Lucien B., Parigi 1866; R. Ferrari, Il principe di Canino e il suo processo (1847-48), Roma 1926; L. Sandri, Ancora sul processo Rossi: il principe di Canino, in Rassegna storica del Risorgimento, I (1940), p. 226 sgg.

Silvio Furlani
II. Luciano, Luigi, Giuseppe, Napoleone B. - Cardinale, figlio del dotto e torbido Carlo Luciano, principe di Canino, e di Zenaide unica figlia di Giuseppe Bonaparte, n. in Roma il 15 nov. 1828 ed ivi m. nel 1895. Di lineamenti somigliantissimo a Napoleone I, ma di carattere mite e caritatevole, nel 1848 accompagnò in uniforme di volontario il padre al campo piemontese, ma l'inattesa morte dell'intimo amico Gustavo Spada, caduto il 27 giugno 1849 sul Gianicolo combattendo contro i Francesi, gli fece rinunziare al titolo di principe di Canino ed al palazzo in piazza Venezia in favore del fratello Luigi Napoleone, per darsi a pratiche di esemplare pietà ed a vita ritiratissima. Nel 1853 prese gli Ordini sacri. Diven.ò suo malgrado Cameriere segreto di Pio IX, ma, recisamente, rifiutò la carica di grande elemosiniere offertagli dal cugino e padrino Napoleone III, in omaggio al quale tuttavia, il Papa nel 1868 lo nominò cardinale prete di S. Pudenziana, dove ebbe sepoltura.

Fu attaccatissimo a Pio IX. Prodigo d'ogni avere verso i parenti ed i poveri, fu costante amico di Gioacchino Belli, il quale con significativa lettera si esimeva dall'invito dallo stesso porporato rivoltogli di tradurre in romanesco il Vangelo di s. Matteo.

Bibl.: F. Predari, Diz. biogr. univ., Milano 1865, I, p. 213; S. Negro, Seconda Roma (1830-70), Milano 1942, pp. 118-19, 246, 427 .
II. Napolén Joseph-Charles-Paul B. - N. il 9 sett. 1822 a Trieste, m. il 17 marzo 1891 a Roma. Terzogenito di Girolamo B. re di Vestfalia, e di Caterina del Württemberg. Avendo nel 1823 ottenuto il padre il permesso di risiedere a Roma, vi si trasferi, ma dopo i moti del ' 31 passò a Firenze, e poi in Svizzera. Ebbe per precettore Enrico Mayer, col quale si legò d'amicizia per tutta la vita. Nel 1837, dopo la morte della madre e dietro interessamento dello zio Guglielmo, sovrano del Württemberg, fu ammesso a frequentare la scuola militare di Ludwigsburg. Dimessosi dall'esercito württembergese, ove era entrato quale ufficiale dello stato maggiore, fu eletto nel 1848, dopo la rivoluzione di febbraio, deputato al Parlamento francese. Repubblicano, ebbe parole di biasimo per il colpo di stato del 2 dic. 1851 del cugino e, pur essendo stato designato col senatoconsulto del 7 nov. 1852 erede al trono, professò spesso opinioni contrarie a quelle dell'imperatore. Partecipò alla guerra di Crimea e nel 1859 sposò la ven. Maria Clotilde, primogenita di Vittorio Emanuele II. Senatore dal 1852. Settariamente anticlericale, pronunziò il 1^{°} marzo 1861 un discorso assai violento contro il potere temporale dei papi, affermando che non vi erano che «due soluzioni possibili : l'unità d'Italia con Roma capitale o l'intervento della rea-

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zione». Caduto l'impero, divenne nel 1879 capo del partito bonapartista. Alcuni anni dopo, fu esiliato dalla Francia. Si spense a Roma assistito dalla pia consorte e riconciliato con la Chiesa, e fu sepolto nella basilica di Superga, accanto ai prìncipi di casa Savoia.

Biol.: R. Bonghi, Il principe Napoleone, in Nuova Autologia, 32 (1891), p. 531 sgg.; P. Veyra, Il principe Napoleone e l'Italia, Torino 1891; A. Linaker, La vita e i tempi di Enrico Mayer, I. Firenze 1898, passim; D. Angeli, Carolano Napoleone, in Nuove Autologia, 288 (1933), p. 553 sgg.; B. De Reinach Foussemagne, La jeunesse du prince Napoléon en Wurtemberg, in La Revue de Paris, 3 (1935), p. 302 sgg.
IV. Napoléon-Louis B. - N. l'ri ott. 1804 a Parigi, m. il 17 marzo 1831 a Forlì. Fu battezzato a St-Cloud dal pontefice Pio VII. Secondogenito di Luigi B. e di Ortenzia Beauharnais, successo nel 1810 sul trono d'Olanda al padre che aveva abdicato. Ma pochi giorni dopo Napoleone unì quel regno all'impero francese. Dopo il 1815 si stabili, insieme al padre, prima a Roma, poi a Firenze. Nel 1827 sposò Carlotta, figlia di Giuseppe B. Nel 1831, durante i moti rivoluzionari nello Stato della Chiesa, accorse dalla Toscana assieme al fratello Carlo Luigi, il futuro Napoleone III, con l'intento di raggiungere l'esercito del generale Sercognani e servire la causa italiana; morì pochi giorni dopo in un combattimento sostenuto nei dintorni di Spoleto.

Biol.: G. Sfacca, Un fratello di Napoleone III morto per la libertà d'Italia, in Riv. storica del Risorgimento ital., 31 (1898), p. 429 sgg.; D. Angeli, I B. a Roma, Milano 1938, passim. Silvio Furlani

BONAPARTE-SAVOIA, Clotilde: v. sAvOIA BONAPARTE, Clotilde di.

## BONARIA: v. CAGLIARI.

BONATELLI, Francesco. - Filosofo spiritualista, n. a Iseo il 25 apr. 1830 , m. il 13 maggio 1911 a Padova dove insegnò all'Università. Si oppose al positivismo ed all'idealismo. Lo si può collegare agli spiritualisti italiani della prima metà del secolo, per quanto abbia rilevato nella loro dottrina notevoliresidui di quella soggettività alla quale essi stessi si opponevano, e vi abbia reagito. Si riferisce alla corrente psicologica tedesca e soprattutto a quella del Lotze. Il suo psicologismo fu in verità una reazione al trascendentalismo da lui considerato fonte dell'errore universalistico e soggettivistico. Ricercò nella sua indagine, che non manca di acutezza e di profondità seppure priva di sistematicità, il nuovo fondamento della vera oggettività che per il B. è riposto nella coscienza e non può prescindere dalla assoluta posizione degli eterni valori. In Dio infatti «la perfetta idealità, la realtà massima e l'assoluta necessità si unificano indissolubilmente».

L'attività dello spirito e il processo della realtà che ne consegue culminano nella conoscenza e nella assolutezza di Dio, posto dalla fede ortodossa del B., e conoscibile col teorico processo del pensiero potenziale o involuto e del pensiero attuato o esplicato che procede per analogia dal semplice al composto e per una legge di idealizzazione dell'Io dal finito all'infinito. E merito precipuo del B. avere riportato nell'àmbito della coscienza il problema dell'oggettività del conoscere e di aver avvertito il pericolo che ne deriva quando il processo gnoseologico si svolge e si esaurisce soggettivamente. L'attività conoscitiva è fondamentalmente attività di giudizio, ma il concetto non realizza compiutamente l'oggettività che, al di sopra dell'intelletto conoscente, è attività di coscienza; questa si attua nell'idea, che da molti è stata interpretata platonicamente. In verità l'idea è costitutiva del reale, è contenuto della coscienza stessa ed in tanto è trascendente rispetto ad essa, in quanto ci riporta all'azione ed alla coscienza del Creatore. E solo in questo senso può dirsi originale il dualismo del B. in quanto cioè risale alla posizione di trascendenza divina, alla dualità uomo-Dio, finito ed infinito. Qualità di fun-
zioni e di processo più che sostanziale perché lo stesso B. conclude che "la dualità scomparisce del tutto quando la mente riconosce che nell'assoluto idealità e realtà, appunto perché l'una e l'altra assoluta ed originaria, si identificano».

Questa conclusione è ancora più legittima quando si consideri che per il B. al di sopra della conoscenza teorica, rivelatrice di un aspetto soltanto del reale, vale il giudizio apprezzativo o di stima che integre il concetto di realiá. E una rivendicazione di valori che pone un deciso primato della ragione pratica ed una chiara prevalenza di interessi morali e religiosi come criterio integrale ed unificatore della scienza del reale.

Biol.: Opere del B.: Pensiero e conoscenza, Bologna 1864; La coscienza e il meccanismo interiore, Padova 1872; Elementi di psicologia e logica, ivi 1895. - Studi: G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, I. Messina 1917, pp. 235-88; C. Mazzantini, La dottrina filosofica di F. B., in Riv. di filosofia neo-scolastica, 23 (1931), pp. 105-23; V. Prestipino, Il problema della coscienza in F. B., Capo d'Oriando 1931; G. Gnesotto e Franceschini, Qualche osservazione sul carattere critico e l'opera filosofica di F. B., Padova 1935;P. Chorda, Saggio su lo filosofo di F. B., Milano 1935; E. Troilo, Psicologia e metafisica in F. B., in Figure e dottrine di pensatori, 22* serie, Padova 1941, pp. 149-91. Vincenzo Prestipino

BONAVENIA, GtUSEPPE. - Gessita, n. ad Arpine (Frosinone) il 16 giugno 1844, m. a Roma il 18 genn. 1920. Si diede soprattutto agli studi archeologici, giovandosi degli insegnamenti di G. B. De Rossi, del p. R. Garrucci e specialmente del p. Francesco Tongiorgi, al quale successe poi nella cattedra di archeologia cristiana nel Collegio Romano (1889-1913). Fu membro della Pontificia commissione di Archeologia sacra (dal 1891), della Pontificia Accademia romana di Archeologia (1894), del Consiglio di re. dazione e redattore ordinario del Nuovo bullettino di Archeol. cristiana (1898), preposto alla ricognizione delle S.me Reliquie (1893-1905), e Consultore della S. Congregazione delle Indulgenze e Reliquie (1902-1908).

Scrisse eleganti prose e poesie latine; dissertazioniarticoli e opuscoli di vario argomento, specialmente sto, rico-archeologico, tra cui ricordiamo: Raccolta di memorie intorno alla vita del card. G. B. Franzelin S. 3: (Roma 1887); Vita di s. Alfonso Rodriguez scadintore temporale d. C. d. G. (ivi 1888); Il Cimitero di S. Ermete (in La Civiltà Cattolica, 14* serie, 9 [1891, 1], pp. 717-32); L'antichissima immagine della B. Vergine Maria nel cimitero di Priscilla e il suo titolo di Regina Prophetarum (Siena 1897); Cimitero di Bassilla. Osservazioni intorno alla cripta e alle iscrizioni storiche dei ss. Presto e Giacinto (in N. Bull. di Arch. crist., 4 [1898], pp. 77-93); I fiori nelle costumenze funebri dell'antica Roma pagana e cristiana (in Dissert. della Pont. Accad. R. di Archeol., 2* serie, 6 [1900], pp. 139157, e in La Civilta Cattolica, 17* serie, 7 [1899, 10], pp. 472-84); Figura orante con epitaffio della fanciulla Venerior nel cimitero di s. Ermete (in N. Bull. di Arch. crist., 7 [1901], pp. 27-34); La Silloge di Verdon e il papiro di Monza (Roma 1903); Quale sia la Sella Gestatoria intesa da Ennodio nella sua apologia del Siundo (in Dissert. della Pont. Accad. rom. di Archeol., 2* serie, 8 [1903], pp. 389-414); Iscrizione metrica siriciana nel cimitero di Commodilla (in N. Bull. di Arch. crist., 10 [1904], pp. 171184); "Leggiero abbozza" ossia copia di due pitture ai ss. Felice e Adenito in Commodilla che si conserva nella biblioteca Capitolare di Verona (in N. Bull. di Arch. crist., 13 [1907], pp. 277-89); La controversia sul celeberrima epitafio di r. Filomena V. e M. (Roma 1906); una traduzione dal tedesco: P. M. Baumgarten, Giovanni Battista De Rossi fondatore della scienza di archeologia sacra (ivi 1906); La questione puramente archeologica sulla controversia filomeniana (ivi 1907); La Roma sotterranee studiata nei suoi livelli e loculi (in Nuovo Bullett. di Arch. crist., 14 [1908], pp. 205-28); Guida di Roma (Roma 1909, pubblicata anche in francese fino alla 9ᵉ ed. [1937]); Osservazioni sopra i recenti studi intorno ai cimiteri di Marco e Marcelliano e di papa Damaso (in Rivista di scienze storiche, 6 [1909], pp. 1-15); Insigne varcafago inedito dell'ipogeo Albani a S. Sebastiano sull' Appia (Roma 1910);

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Vari frammenti damasiani (in Nuovo Bullett. di Arch. crisi., 16 [1910], pp. 227-51; 17 [1911], pp. 23-37, 123-42); Interpretazione dell' orcaica epigramma latino graffito nel triplice vasello detto volgarmente vaso di Dressel, (in Dissert. della Pont. Accad. rom. di Archeol., 2^{mathrm{a}} serie, 12 [1915], pp. 127-49).

Romano Fausti
BONAVENTURA, santo. - Dottore della Chiesa.
Sommarro: I. Vita. - II. Gli scritti. - III. La dottrina del Dottore Serafico. - IV. Iconografia.

1. VITA. - S. B. n. nel 1221 a Bagnorea, oggi sobborgo di Bagnoregio, in rovina, presso Viterbo. Il padre, probabilmente medico, si chiamava Fidanza Giovanni e la madre Ritella. Vedendo il bambino gravemente infermo essa ne ottenne la guarigione in seguito ad un voto fatto a s. Francesco d'Assisi. Il fatto, attestato dallo stesso s. B., ebbe non poca influenza sul suo orientamento religioso ed intellettuale.

Inviato alla facoltà delle Arti di Parigi verso il 1236, indossò l'abito francescano nel convento dei frati Minori ca. il 1243 e studiò teologia sotto la direzione di Alessandro di Hales (m. nel 1245), di Giovanni de la Rochelle (v.) m. nel 1245, di Eudes Rigault m. nel 1275, e forse anche di Guglielmo di Melitona (v.) m. nel 1257. Nel 1248 iniziò il suo insegnamento commentando il Vangelo di s. Luca, ed a partire dal 1250, le sentenze di Pietro Lombardo. Dopo il 1253 compose le sue Quaestiones disputatae ed il Breviloquium, piccola somma teologica. Verso tale data scoppiò la crisi che doveva mettere in contrasto il clero secolare con i Domenicani e con i Francescani, prima circa la questione dell'Università ed in seguito su quella più importante e vitale della legittimità dei due nuovi Ordini mendicanti. Essi furono attaccati direttamente da Guglielmo di St-Amour (v.) nel suo Tractatus de periculis novissimorum temporum (1256). S. B. rispose in nome dei frati Minori nelle sue Quaestiones disputatae de perfectione evangelica. Intervenendo Alessandro IV calmò momentaneamente il conflitto, imponendo, tra l'altro, all'Università, di ricevere ufficialmente fra i dottori fra' B. e fra' Tommaso d'Aquino. La cerimonia ebbe luogo il 23 ott. 1257, quando già s. B. aveva dovuto rinunciare all'insegnamento, essendo stato eletto ministro generale dell'Ordine dei frati Minori, il 2 fiddie. 1257.

Quest'Ordine aveva avuto uno sviluppo prodigioso e contava allora verosimilmente più di 20.000 religiosi. Si trovava in piena crisi di sviluppo, turbato da pericolose dottrine, come quella del gioschinismo e dalle tendenze estremiste degli Spirituali. Occorreva moderare lo zelo di alcuni, stimolare altri ad una vita più regolare, perfezionare l'organizzazione amministrativa del nuovo istitut