la statua equestre di Marco Aurelio. Al mattino seguente alcuni suoi familiari gli diedero sepoltura cristiana.
Bibl.: Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, II, Parigi 1892, p. 237; P. Fedele, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel sec. X, in Arch. Soc. Rom. Storia patria, 33-34 (1910-11); L. Duchesne, Les premiers temps de l'état pontifical, Parigi 1911, p. 356 sgg. Pietro Goggi
BONIFACIO VIII, PAPA. - Benedetto Caetani, Sommo Pontefice dal 1294 al 1303, n. ad Anagni tra il 1220 ed il 1230, di nobili genitori. Recatosi a Roma in giovane età, dava subito a vedere non comune inclinazione per le discipline giuridiche. Rapida fu certo la sua affermazione nelle sfere curiali, grazie
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a vivo ingegno e ad instancabile attività, se fin dal 1264 lo si trova in Inghilterra al seguito del legato card. Ottobono Fieschi, futuro Adriano V. Più tarúi, e precisamente nel 1280, condusse a buon termine col card. Matteo Rosso dagli Orsini le trattative iniziate in Germania dal vescovo Niccolò di Tripoli, per la soluzione del contrasto circa il dominio della Provenza tra Rodolfo d'Asburgo, re dei Romani, e gli Angioini di Napoli. Creato l'anno seguente da papa Martino IV cardinale discono di S. Nicola in Carcere, ebbe dal medesimo, due anni dopo, l'ardus incombenza di impedire il concertato e scandaloso duello fra Carlo di Napoli e Pietro III d'Aragona, divenuti nemici irreconciliabili dopo il Vespro siciliano del 1282, che aveva scacciati dall'isola gli Angioini e l'assicurava agli Spagnoli. Morti ambedue i sovrani nel 1285, fu relativamente facile ai combinati sforzi diplomatici dei cardd. Caetani e Gerardo da Parma condurre i successori Carlo II d'Angiò e Alfonso III d'Aragona alla conclusione del trattato di Tarascona del 1291, non senza l'intervento di Filippo IV il Bello aperto protettore del primo. Convenzione, questa, gloriosa per il papato ed utilissimı a Carlo II, il quale, dopo tante sconfitte, riceveva piena libertà per sé e per i suoi figli, e si vedeva indiscusso signore della Sicilia, ma troppo umiliante per gli Aragonesi vincitori e i delusi isolani, perché il patto riuscisse veramente costruttivo e durevole. Il Caetani venne nello stesso anno promosso al titolo presbiteriale dei SS. Silvestro e Martino. Da allora in poi, oltre che come giurista eminente, cominciò a' segnalarsi fra gli altri membri del S. Collegio per evidente perizia diplomatica, oltre che per molteplici altre qualità. Non giunse tuttavia ad ottenere la tiara se non dopo la rinunzia di Celestino V (v.) nel 1294. Fu appunto il Caetani che, quando l'inesperto Pontefice, desideroso dopo cinque soli mesi di tornarsene alla sospirata vita eremitica, gli domandò consiglio circa la liceità e opportunità di una eventuale rinunzia, non esitò ad incoraggiarlo ed a confortarlo, senza però ricorrere a quelle astuzie di cui, poi, venne così ingiustamente accusato, ed alle quali così facilmente credette lo stesso Villani.
Avvenuta, pertanto, la famosa rinunzia il 13 dic. 1294 a Napoli, nel conclave ivi stesso adunato dopo dieci giorni a norma delle disposizioni gregoriane, da Celestino V ristabilite, pochi scrutini condussero alla proclamazione a pontefice, con grande maggioranza di voti, del card. Benedetto Caetani ( 24 dic.), che assunse il nome di B. VIII. Si tratta, dunque, di elezione assolutamente canonica e regolare, avvenuta senza gli intrighi simoniaci cui allude l'Alighieri.
Gli scopi fondamentali del nuovo Papa furono quelli di restaurare la completa libertà della Chiesa e di pacificare il popolo cristiano. Dimostrò subito profondo e geloso amore per l'indipendenza del papato sottraendosi alla insinuante influenza degli Angioini col trasferirsi immediatamente a Roma, ove ebbe luogo la solenne incoronazione il 23 genn. 1295, ed ove anche emanò i primi provvedimenti volti a ristabilire lo splendore della Città Eterna, splendore assai diminuito da tante miserevoli vicende. Rimase, tuttavia, fedele alle tradizionali relazioni di buona amicizia con gli Angiò, che non desistevano dal difendere gli interessi guelfi contro gli smodati entusiasmi imperiali dei ghibellini. In tal senso vanno veduti e giudicati molti momenti fra i più controversi della storia del pontificato di B., e specialmente le vicende concernenti la difesa della dinastia angioina nel regno di Sicilia, la lotta contro i Colonnesi, il
conflitto con Filippo IV re di Francia. E quanto alla prima ricordiamo come, avendo già largamente assorbito l'opera del Papa quand'era ancora cardinale, non mancò di preoccuparlo durante tutto il suo pontificato, poiché nel 1291, venuto a morte Alfonso d'Aragona, cui successe Giacomo II, che affidò la Sicilia al fratello minore Federico, rese impossibile a B. con i patti di Tarascona, accontentare ad un tempo gli Aragonesi e gli Angioini. Ma, a seguito di laboriose e lunghe trattative, poté concludere in Angni nel 1295 un trattato simile al primo, col quale mentre si liberava l'Aragona dalla minaccia francese giustificata da re Filippo con pretesi diritti di rappresaglia contro l'occupazione della Sicilia concessagli dalla S. Sede, Giacomo rinunciava al dominio sulle isole di Corsica e Sardegna, delle quali il Pontefice disponeva come signore. Occorreva, però, indurre il giovane Federico a rinunziare alla corona siciliana; e B. fu sul punto di riuscirvi in un incontro a Velletri, con la vaga speranza di splendide nozze e di aleatoria successione imperiale. Ma contro tante fatiche si levò fierissima l'opposizione dei Siciliani, decisamente avversa al dominio francese, tanto da costringere il principe ad incorporarsi in Palermo nel 1296 a dispetto del Papa, degli Angioini e dello stesso fratello Giacomo II, che, spinto dal Pontefice, parti in guerra contro Federico vivente a Palermo con la comune madre Costanza, figlia di re Manfredi. Proprio B., infatti, aveva negoziato la conclusione del matrimonio di Giacomo II con Bianca, figlia di Carlo II d'Angiò, e due anni dopo, cioè nel 1297, presente a Roma l'Aragonese, gli aveva concesso la promessa investitura di Sardegna e Corsica, nominandolo, oltretutto, gonfaloniere ed ammiraglio delle Chiesa e mettendolo quindi in condizione di capeggiare personalmente tutte le forze terrestri e marittime per il recupero della Sicilia a favore del suocero e a danno del fratello Federico III, dal Pontefice frattanto scomunicato.
Ma, benché il famoso ammiraglio Ruggero di Lauria abbandonasse Federico e passasse con la flotta al servizio degli Angiò, l'intrepido monarca col sostegno dei fedeli Siciliani tanto valorosamente sostenne l'impari lotta contro la coalizzazione da stancare nel 1299 il re di Aragona. E quando quest'ultimo, istigato dal Pontefice, riprese la guerra l'anno seguente, e per invocazione di B. venne dalla Francia in appoggio degli Angioini Carlo di Valois, disgraziato paciere di Firenze, Federico non si smarriva e resisteva fino alla pace di Caltabellotta del 1302. Anche il Papa diede, non senza esitazione, il suo consenso alla pace, sperando che, a seconda della lettera dei patti, la Sicilia alla morte di Federico III definitivamente tornasse sotto la dinastia francese, il che non solo non avvenne, ma anzi un secolo dopo gli Aragonesi cacciavano gli Angioini anche dal regno di Napoli.
L'intervento di Carlo di Valois non si dimostrò, come si accennava, affatto felice neppure in rapporto a Firenze, straziata da avverse ed irreconciliabili fazioni. I Bianchi erano già stati vivamente colpiti dal primo legato pontificio, Matteo d'Acquasparta, antico generale dei Francescani, che chiaramente inclinava per i Neri, ma peggio accadde allucché il principe e condottiero francese, parteggiando nel 1302 nettamente per i Neri, non esitò a cacciare da Firenze i Bianchi. La disgrazia coinvolse, come è noto, lo stesso Dante, che parteggiava per costoro, e che si vendicò, poi, dell'Acquasparta, del Valois e principalmente di B., nell'immortale poema. Gli stessi accesi contrasti tra Guelfi e Ghibellini, che laceravano
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Bonifacio VIII - Ruderi del palazzo del Pontefice - Anagni.
(fot. Gab. fot. naz.)
tante fiorenti contrade e città d'Italia, fecero ripetute volte naufragare gli sforzi da B. pazientemente e generosamente compiuti per ottenere l'auspicata pacificazione. Cosi, mentre nel suo desiderio di promuovere nuove intese per la liberazione della Terra Santa, B. giungeva a stringere accordi tra le potenti Repubbliche marinare di Venezia e di Genova, in quest'ultima tutto tramontava a causa di pervicaci inimicizie tra i Guelfi del Grimaldi e i Ghibellini del Doria e dello Spinola. Più fortunato fu il Papa quanto alla vertenza col futuro imperatore Alberto d'Austria, che nel 1298 aveva vinto il debole Adolfo di Nassau e nel 1302 gli stessi principi elettori. Seppe, infatti, B. far efficacemente sentire il peso della sua influenza riconoscendola, tardi, ma a condizioni molto favorevoli per la Chiesa. Non così accadde per il problema della monarchia ungherese, allorché non si accettò l'arbitrato papale in favore del protetto aspirante Carlo Roberto di Napoli.
Ma il pontificato di B. ebbe tragiche vicende a causa della ribellione dei Colonnesi e della lotta con Filippo IV re di Francia. La prima è connessa con l'atteggiamento ostile degli Spirituali francescani, i quali, alla loro volta, tendevano a detronizzare il Pontefice. La rinunzia di Celestino V, fatto quasi unico nella storia, fece nascere nell'animo di molti contemporanei dubbi circa la legittimità di quel divorzio tra il Papa e la Chiesa di Cristo, sua mistica sposa. Di più, l'umile e schivo gesto doveva necessariamente dispiacere non soltanto alla corte angioina, che tanto s'aspettava dall'inesperto romito d'Isernia, ma ancor maggiormente a'quanti condividevano le mistiche vedute di quest'ultimo nel governo della Chiesa, cosicché
molti finirono presto per rimpiangere l'arrendevole e umile procedere di Celestino in confronto della inesorabile giustizia e ferrea intransigenza del successore. Le prime voci sulla pretesa illegittimità di B. si diffusero proprio nell'ambiente detto degli Spirituali fra i Minori, in cui emergeva il mistico e popolare poeta Jacopone da Todi, mentre il migliore ingegno fra essi, l'Olivi, non condivideva affatto un'opinione tanto errata. Questa, tuttavia, trovò difensori accaniti ed ostinati in Ubertino da Cassle ed in altri, incapaci di perdonare a B. la soppressione dell'esenzione già concessa da Celestino V agli Spirituali marchigiani.
La responsabilità diretta di aver suscitato un'ondata di risentimento contro il Pontefice risale ai cardinali colonnesi Giacomo e Pietro, i quali non si trattennero neanche dallo sfruttare in loro favore il caso pietoso della prigionia e morte del Papa rinunciatario. E noto che B., temendo giustamente che i maligni non si valessero della semplicità dell'umile romita, ordinò all'abate di Montecassino di condurglielo a Roma. Dopo un vano tentativo di fuga, il vecchio fu preso e condotto in Anagni alla presenza del Papa, che lo fece custodire nella non lontana rocca di Fumone, ove, in povera cella, santamente spirava il 19 maggio del 1296 di morte naturale e non violenta, come falsamente affermarono fra gli altri i Colonnesi. Tra Colonna e Caetani non v'è traccia di vero e proprio antagonismo prima di quell'anno. Ed i due curdd. Giacomo e Pietro avevano dato il proprio voto al Caetani nel conclave napoletano. Però, fra i Colonnesi il card. Giacomo spadroneggirva sino a ritenersi in diritto di arricchire con l'amministrazione dei beni comuni i suoi nipoti, non ultimi il card.
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Pietro e l'impetuoso Stefano, a tutto detrimento dei fratelli, che scontenti e risentiti ricorsero a B. Questi si trovò così costretto a prendere partito in tale delicatissimo affare di famiglia, e ordinò al card. Giacomo di cessare dall'amministrazione del patrimonio dei fratelli, inimicandosi così i due cardinali ed i loro aderenti. Sospettò inoltre B. che una famiglia così intimamente stretta agli Aragonesi di Sicilia contro gli interessi di Carlo d'Angio, protetto dalla Chiesa, potesse influire con la sua potenza in senso contrario alla politica papale.
Quando poi Stefano, o per cupidigia o per vendetta contro di lui, osò impossessarsi lungo la via Appia, presso Roma, dell'oro e dell'argento del tesoro pontificio, che B. stesso inviava da Anagni nell'Urbe, il Pontefice citò al 4 maggio 1297 alla sua presenza i due cardinali, che da qualche tempo si tenevano alla lontana. E poiché, pur essendo comparsi, non mostrarono pentimento, B. dispose che guarnigioni pontifice occupassero i luoghi di loro pertinenza e principalmente Palestrina, Colonna e Zagarolo, ordinando ancora la restituzione del tesoro rapito e la consegna del colpevole Stefano. Ma invano. E sei giorni dopo, con la bolla In excelso throno dichiarò i detti cardinali decaduti, forse perché sin da allora ebbe sentore delle trame intessute contro la legittimità della sua elezione pontificale. Sembra, d'altro canto, evidente, che i due cardinali fossero sin dal giorno 9 maggio a conoscenza del contenuto della severa bolla, se la mattina del io ante solis ortum, e cioè poche ore prima della pubblicazione del documento papale, osarono lanciare da Lunghezza sull'Aniene il primo libello controfirmato dallo stesso Jacopone e da altri Spirituali, nel quale si dichiarava vacante la Sede Apostolica per invalidità della rinunzia di Celestino, e per conseguenza intruso B., non senza appello ad un futuro concilio generale volto a provvedere alla vedovanza della Chiesa. Tutto ciò i Colonnesi ribadirono in Palestrina con un nuovo libello steso il giorno 11 e divulgato il 16 , cui fece seguito un terzo il 15 giugno. Pronta e quanto mai giustificata fu la reazione del Pontefice. Il 23 maggio, infatti, la bolla Lapis abscissus fulminava la scomunica contro i ribelli, ne confiscava i beni e ne bandiva le persone dallo Stato della Chiesa; a tutto questo tenne dietro, l'anno dopo, una vera e propria crociata predicata dal card. Acquasparta, e le relative milizie furono da B. affidate al comando di Landolfo Colonna. Caddero allora, una dopo l'altra, le fortezze colonnesi e finalmente la stessa Palestrina, e mentre non sussistono prove della frode e del consiglio di Guido da Montefeltro di dantesca memoria, sappiamo che i due cardinali ivi asserragliati, avendo chiesto perdono, ottennero da B. la sola assoluzione dalle censure, ma non la restituzione della dignità e dei beni. Quanto all'ingenuo Jacopone, autore, oltre tutto, di mordaci invettive poetiche contro il Pontefice, dovette scontare le sue colpe nel corso di quinquennale prigionia nel Castello di S. Pietro. Palestrina, poi, rasa al suolo, cedette il nome alla «Civitas papalis» edificata nel piano.
Più fatale per B. riusci il conflitto con la Francia, nonostante il suo amore per quella nazione e per la dinastia regnante a Napoli. L'anno stesso in cui fu eletto, scoppiava di nuovo la guerra anglo-francese, che per i trattati d'alleanza o di amicizia trascins nella mischia molte nazioni. Il Papa addolorato di tanta sciagura, che rimandava indefinitamente la realizzazione della Crociata in Terra Santa, intervenne come mediatore di pace, mandando, a principio del 1295, i suoi legati, cardinali d'Albano e di Palestrina,

Bonifacio VIII - Il Pontefice pubblica la bolla del Giubileo del 1300. Affresco attribuito a Giotto, restaurato - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano.
i quali negoziarono una tregua tra Edoardo di Inghilterra e Filippo IV il Bello, tregua rotta poco dopo per colpa di quest'ultimo. Il peggio fu che i due sovrani, non avendo danaro per sostenere una guerra cosi dura, posero le mani sulle decime ed altri proventi ecclesiastici, per cui alcuni vescovi francesi supplicarono il Papa di voler rimediare a tanto abuso. B. rispose con la bolla Clericis laicos del 25 febbr. 1296, in cui, dopo aver deplorato gli eccessi del potere laico a danno dei beni delle chiese e la colpevole arrendevolezza delle persone ecclesiastiche in questa materia, lanciò la scomunica da incorrere ipso facto contro coloro che senza licenza apostolica concedessero ai laici cosa alcuna del sacro patrimonio sotto qualunque pretesto; con la stessa censura colpiva poi i laici di qualunque condizione, anche reale o imperiale, che senza previo permesso della S. Sede, esigessero tali tributi o donazioni. Tali decreti non facevano in fondo che ripetere quelli dei concili eoumenici lateranensi; ma questi poco si osservavano e, d'altra parte, non erano formulati con tanto rigore e severità specialmente a proposito dell'autorità civile. Se ne risenti re Edoardo e volle reagire, ma dovette finalmente cedere al diritto davanti alla fermezza dell'episcopato inglese; così entrò in vigore la costituzione di B. in quello Stato ed anche altrove; non però in Francia. Re Filippo, ferito sul vivo e vedendosi chiusa una cosi cospicua fonte di denaro, passò subito alla rappresaglia, vietando l'esportazione di denaro ed altri oggetti preziosi, e colpendo in tal modo per via indiretta l'economia della Curia romana, mantenuta con le contribuzioni di tutto il mondo. Il Papa credette prudente allora mostrarsi più benevolo verso il re, tanto più che molti maligni pretendevano che fossero compresi nelle prescrizioni papali anche i contributi feudali, giustamente dovuti al monarca; quindi con la nuova bolla Ineffabilis dichiarò errata tale interpretazione e riguardo alle donazioni spontanee permise che venissero elargite dal clero e
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che in caso di grande necessità, a giudizio del re e dello stato, si potessero esigere i tributi ecclesiastici anche senza richiedere facoltà apostoliche. Ristabilita in tal modo per qualche tempo la concordia tra Filippo e la S. Sede, B. poté presentarsi come gradito arbitro per la conclusione di un armistizio an-glo-francese, e, sospesa temporaneamente pure la guerra di Sicilia, annunziare in una pace quasi generale il primo giubileo di Anno Santo del 1300, che recò alla Città Eterna una moltitudine mai vista di fedeli di tutto l'orbe.
Dato però il carattere altero di Filippo e il suo poco scrupolo nelle cose ecclesiastiche, erano da prevedersi nuovi urti con lo zelante ed energico Papa, sebbene questi stesse facendo i maggiori sforzi per esaltare i principi francesi d'Angiò e Valois, e benché con la canonizzazione di s. Luigi, avo del re, celebrata nell'ag. del 1297, avesse dato magnifica prova di affetto a quella nazione. Occasione di nuova lotta fu nel 1301 la designazione, poco accorta, di Bernardo Saisset, vescovo di Pamiers, poco grato al re per un precedente dissidio. Doveva il Saisset ripetere al monarca le gravi lagnanze della S. Sede per le continue infrazioni alle leggi canoniche circa l'immunità e le decime ecclesiastiche in Francia. Contro il degno legato, che aveva esposto intrepidamente il pericoloso mandato papale, Filippo procedette come con un reo di lesa macstà facendolo imprigionare dall'arcivescovo di Narbona e pretendendone la deposizione dal Papa. Questi invece, sommamente disgustato, nel dic. dello stesso anno emanava la bolla Salvator mundi, comunicata al re con l'altra Nuper ex rationalibus causis, dove dichiarava decaduti i privilegi ultimamente concessi ed esigeva immediata soddisfazione per l'oltraggio. Con la lettera, poi, Ausculta fili ammoniva paternamente ma severamente il monarca a mostrarsi più degno figlio della Chiesa. Queste lettere e l'invito a prelati e dottori francesi di comparire a Roma per la riforma di tanti abusi e la difesa della libertà ecclesiastica in quella nazione, irritarono sommamente il sovrano e la sua corte, mentre Pietro di Flotte e poi Guglielmo Nogaret spingevano Filippo ai passi estremi. Invece della bolla Ausculta fili, bruciata pubblicamente, se ne divulgò un'altra falsa, nella quale si faceva parlare il Papa con frasi grossolane e durissime verso il re. Nel tempo stesso si mise in circolazione una risposta di Filippo enormemente irriverente verso il Pontefice. Nell'apr. 1302 il monarca convocava a Parigi un parlamento dei tre stati, ed ivi il Flotte ed altri maligni mossero accuse contro la pretesa tirannide di B. nei riguardi della Francia, ottenendo così che la nobiltà e la borghesia si schierassero completamente dalla parte del re per difendere quelle che chiamavano libertà della nazione. I prelati ed i membri del clero, senza arrivare agli eccessi degli altri due stati, cedertero pure davanti alle esigenze del sovrano, raccomandando poi al Papa maggior benevolenza verso la loro patria. Molto più grave fu poi il tenore della lettera della nobiltà al Sacro Collegio, in cui venivano giustificate le lagnanze di Filippo contro la Curia romana. Rispose B. agli ecclesiastici con la bolla Verba delirantis filiae, biasimando la loro mancanza di zelo per gli interessi della Chiesa; alla lettera della nobiltà rispondevano i cardinali difendendo la condotta del Papa nel dissidio e vi fece eco pure B. nel concistoro dell'ag. e nel Concilio dell'ott. dello stesso anno 1302. Memorabile riusci frattanto il Sinodo romano, ove a dispetto di re Filippo assistettero alcuni prelati francesi, e fu ema-
nata una delle più famose bolle della storia, la Unam Sanctam, opera, forse, di Egidio Romano, volta ad esporre e chiarire la dottrina cattolica sull'unità della Chiesa sotto un solo capo, sulla potestà spirituale e temporale, questa a quella subordinata nelle cose morali, e, finalmente, sull'obbedienza di tutti i fedeli al Romano Pontefice.
Ma benché tale documento fosse rivolto, naturalmente, a tutta la Chiesa e senza nessuno scopo particolare, fu accolto ostilmente alla corte francese, ove, dopo la morte di Pietro di Flotte, aveva acquistato enorme influenza il consigliere Guglielmo Nogaret, nemico acerrimo di B., e sul quale facevano facile leva anche i due cardinali colonnesi rifugiati allora presso Filippo. Propose pertanto il Nogaret che una assemblea di prelati e nobili francesi dichiarasse intruso B. e caldeggiasse la convocazione di un concilio ecumenico. E difatti nel giugno 1303 si tenne il congresso del Louvre, dove Guglielmo Du Plessis presentò ventinove articoli contro il Papa, contenenti accuse di eresia, immoralità e superstizione. Risultato di questa indegna scena fu la richiesta di un concilio generale, sottoscritta da gran parte dell'episcopato, dall'università e da altre corporazioni conforme ai desideri di re Filippo. B. nel concistoro tenuto in ag. ad Anagni respinse tutte le calunnie ed errori di cui lo incolpavano i Francesi, giustificando il suo procedere con l'amore per la verità e la libertà della Chiesa; riguardo poi agli appellanti al concilio detto una serie di disposizioni punitive, preparando allo stesso tempo la bolla di scomunica e deposizione del monarca, che avrebbe dovuto pubblicarsi l's di sett., se un giorno prima non si fosse verificato il famoso attentato sacrilego di Anagni che lo stesso Alighieri inflessibilmente stigmatizzava.
Il Nogaret e Sciarra Colonna, infatti, raccolta gente armata tra i Ghibellini italiani, si presentarono il 7 di detto mese alle porte di Anagni, ed avendo preso d'assalto il castello papale, s'impossessarono del capo della Chiesa, che li ricevette rivestito dei sacri paramenti con una calma e una dignità ammirevoli. Non può provarsi che il Colonna mettesse le mani sulla persona del Pontefice, tuttavia questo fu detenuto con minaccia di condurlo in Francia, fino a quando, tre giorni dopo, non si levarono gli Anagnini contro gli invasori e non gli ridonarono la libertà. B., colpito per il gravissimo oltraggio sofferto, pochi giorni dopo se ne tornava a Roma, dove l'ri ott. dello stesso anno moriva piamente e non disperato come dissero in seguito i suoi nemici i quali non si astennero dal perseguirne persino la memoria. Proprio sul re di Francia poi, cade la massima responsabilità nell'aver tutto disposto affinché fosse condannato il Pontefice anagnino dal troppo arrendevole Clemente V, il quale, fra l'altro, permise che si ascoltassero gli accusatori di B., che si intentasse una specie di obbrobrioso processo nel Concilio ecumenico di Vienna, benché ci si limitasse alla riabilitazione dei Colonnesi, alla canonizzazione di Celestino V e, per il re, all'immeritata dichiarazione pontificia di aver agito in busta fede nella questione bonifaciana. Le bolle di B. contro il re furono abrase dal registro papale.
La storia, ben più equa e ben più spassionata, ha, ormai, giudicato B. Pontefice oltremodo degno, fornito di grande talento e di non comune sapienza, difensore intrepido e fermo della libertà della Chiesa, benché non si possano, certo, ammirare atti e parole talvolta poco caute, causa prima del naufragio di nobili ma, forse, anacronistici disegni. - Vedi Tav. CIX.
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Bibl.: Fonti: H. Denife, Die Denkschriften der Colonna gegen B. VIII, in Archiv f. Lit.- und Kirchengesch. d. Mittel., 2 (1889), pp. 493-529; H. Finke, Arte Aragonensis, 2 voll., Münster in V. 1908-23; Registres de B. VIII (Bibl. des Ecoles Françaises d'Athènes et de Rome, 2² serie, IV, 16 fasc.), Parigi 1884-1935. e Introduction di R. Fawtier, ivi 1939. - Studi : L. Tosti, Storia di B.VIII e dei suoi tempi, 2 voll., Montecassino 1846, 2*ed., Roma 1886; H. Finke, Aus den Tagen B. VIII, Münster in V. 1902; F. Fedele, Rassegna delle pabbl. su B. VIII e sull'età sua degli anni 1914-21, in Arch. della Soc. rom. di St. patrio, 44 (1921), pp. 311-32; id., Per la storia dell'attentato di Anagni, in Bull. dell'Ist. stor. ital., 41 (1921), pp. 193-232; id., Ulteriori precisazioni sull'attentato di Anagni e sulle sue conseguenze, in Résumés del Congr. Intern. di scienze storiche, Zurigo 1938; M. Curley, The conflict between pape B. VIII and hing Philip IV, Londra 1927; T. R. S. Dease, B. VIII, ivi 1933; G. Ladner, Die Statue B. VIII in die Lateranbasilika, in Röm. Quarzelehrift. 42 (1934), pp. 35-69; G. Digard, Philippe le Bel et le St-Siège, Parigi 1938; M. Seidlmayer, Papst B. VIII und der Kirchenstaat, in Hist. Zohrbach, 60 (1940), pp. 78-87. Giuseppe Pou y Marti
BONIFACIO IX, PAPA. - Morendo a Roma il 15 ott. 1389, Urbano VI lasciava il papato in difficilissime condizioni; Clemente VII sedeva come antipapa in Avignone; mentre coloro che erano rimasti fedeli all'abbedienza romana si erano sentiti disgustati delle acerbe intemperanze di Urbano. I 14 cardinali fedeli a questo si radunarono sollecitamente a Roma ed il 2 nov. elessero papa il card. Pietro Tomaselli, napoletano, col nome di B. IX. Questi era nel fiore dalla virilità, cortese e conciliante di modi, ma deciso e perspicace; sicché riusci presto a conciliarsi coloro che si erano allontanati da Urbano ed a risollevare le sorti della sua ubbidienza, seriamente compromessa anche per la ribellione di qualche cardinale. Scomunicato da Clemente VII rispose con una controscomunica, rendendo impossibile un'intesa personale per la cessazione dello scisma. Quale fosse del resto lo stato d'animo del partito avignonese, si vide chiaramente alla morte di Clemente ( 16 sett. 1394) quando i suoi cardinali, sordi all'invito di Carlo VI di Francia di soprassedere da una nuova elezione, elessero dopo dodici giorni il card. Pietro de Luna col nome di Benedetto XIII, frustrando ogni tentativo di riunione. Per eliminare la potenza di Luigi II d'Angiò che era riuscito ad impadronirsi di gran parte del regno di Napoli, B. favorì le sorti della casa di Durazzo con tutti i mezzi di cui disponeva; attese a disperdere le bande brettoni potenti ancora intorno al lago di Bolsena ed a recuperare Viterbo. Costretto a lasciare Roma nell'ott. 1392 per le discordie con i romani, B. riparò a Perugia; ritornò a Roma il 26 sett. 1393 dopo avere costretto i romani ad accettare patti che lo facevano vero signore della città. Fiaccata la potenza di Onorato Caetani conte di Fondi e di Giovanni di Sciarra, grazie al concorso di Ladislao re di Napoli, poté assicurarsi la preponderanza su tutti i suoi nemici. Per questo nel 1400 egli attese a ricostruire Castel S. Angelo che i Romani avevano distrutto sotto Urbano VI ed a fortificare il Campidoglio. In queste rischiose imprese B. fu efficacemente aiutato dal fratello Andrea e dai nipoti, verso i quali egli dimostrò un favore che parve eccessivo, ma è da scusarsi per le necessità del momento. Non rifuggl dal procurarsi il denaro necessario con l'elargizione di indulgenze e di grazie spirituali, con la concessione di benefici, violando le leggi ecclesiastiche, con l'imposizione e con il rincrudimento di tasse, come le «annate», nel conferire i benefici minori; per questo fu accusato di simonia, e certamente la disciplina ecclesiastica ne riusci fortemente compromessa e presero largamente piede quegli abusi, che invano l'età seguente si propose di estirpare. Anche i giubilei del 1389 (già promulgato dal suo predecessore) e
del 1400 servirono ad accrescere il credito di B. in tutti i paesi della sua ubbidienza, particolarmente in Germania dove riconobbero Roberto dopo la deposizione dell'imperatore Venceslao. In difficoltà ben maggiori si dibatteva il suo avversario avignonese il quale l'8 germ. 1404 promulgava cinque bolle prometendo di adoperarsi per ristabilire l'unità religiosa; alla fine di giugno decise di inviare a Roma un'ambasciata con l'incombenza di sollecitare un abboccamento con B. per procurare la pace alla Chiesa. I suoi ambasciatori giunsero a Roma il 22 sett.; il 1^{°} ott. B. IX moriva senza avere potuto nulla concludere in proposito. Nel suo pontificato aveva creato sei cardinali e canonizzata s. Brigida di Svezia.
Bibl.: Hefele-Leclercq, VI, p. 1121; L. Salembier, Le grand schisme d'Occident, 4 eed., Parigi 1902, p. 111 sgg.; P. Peschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, p. 39 sgg.
Pio Peschini
BONIFACIO di Savoia, beato. - N. nel castello di Ste-Hélène-du-Lac nel 1207 dal conte Tommaso I e da Margherita di Ginevra. Entrato nella Grande Certosa di Grenoble, fu nel 1232 eletto vescovo di Belley. Nel 1241, per intercessimento della regina Eleonora d'Inghilterra, sua nipote, passò all'arcivescovato di Canterbury. L'elezione fu confermata nel 1243 da Innocenzo IV e nel 1244 B. si recò in Inghilterra dove fu ordinato diacono e prete dal vescovo di Worcester. Nel 1245 fu consacrato vescovo a Lione dal papa Innocenzo IV ed ottenne da lui l'appoggio per la sistemazione dei gravissimi debiti della Chiesa cantuariense. Tornato in Inghilterra nel 1247, fu intronizzato nella festa di Ogriusanti del 1248. Per riparare ai molteplici abusi del clero inglese intraprese una visita pastorale a tutta la sua arcidiocesi e sostenne tenacemente lunghe lotte contro i vescovi ed i capitoli. Nel 1258 convocò a Merton un concilio per affermare i diritti della Chiesa inglese specialmente nell'elezione dei vescovi. Contemporaneamente i baroni obbligavano i re a giurare le provvisioni di Oxford mentre B., concorde con i baroni nell'esigere dal re il rispetto ai patti segnati nella Magna Charta, fu eletto a capo del Consiglio per la riforma del regno. Esigendo però i baroni radicali riforme e mutamenti, egli si staccò da loro e in sèguito fu costretto a lasciare ogni ingerenza nei pubblici affari e a riparare in Francia. Nel 1265 con la vittoria di Enrico III poté ritornare alla sua sede, ma, affranto dalle fatiche, il 20 ott. 1268 prese congedo dal re e si ritirò nella nativa Savoia. Il 14 luglio 1270 moriva nel castello di Ste-Hélène-des-Millieres, lasciando fama di grande semplicità e illibatezza di costumi e di grande liberalità verso i poveri.
Gregorio XVI il 1^{°} sett. 1838 confermava il titolo di beato, col quale B. era stato sempre invocato e ne approvava il culto. La festa è fissata al 29 luglio.
Bibl.: E. Fedelini, Vie du bienheareux B. de S., Chambéry 1839; H. Mugnier, Les Sauvyards en Angleterre au XIIIe siècle, Parigi 1891; G. Strickland, Ricerche storiche sopra il beato B. di S. arcivescovo di Canterbury 1207-1270, in Miscellanea di Storie Ital., 3² serie, I, Torino 1895, pp. 349-432 (con citazione critica delle fonti principali); F. Cognasso, Tommaso I ed Amedeo IV di Savoia, Torino 1941.
Claudia De Sanctis
BONIFACIO dei Vitalini (Bonifatius de Vitalinis, de Vitalinis, de Vitellinis). - Decretalista del sec. XIV, nativo di Mantova. Fu professore di diritto canonico prima a Padova, poi ad Avignone. Allorché era protonotario apostolico affermò di aver svolto altresi le funzioni di auditor causarum sacri Palatii apostolici (forse sotto Urbano V).
Il suo Commentario alle Clementine venne arricchito nell'edizione, dai sommari di Giovanni Ma-
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Bonifacio Veronese - Mmè salvato dalle acque - Milano, pinacoteca di Brera.
(for. Alinari)
nassi : Commentarius in Clementinas constitutiones a Io. Manassio sumunariis illustratus (Venezia 1574).
Trattò altresi di diritto penale, e ha lasciato uno scritto Soper maleficiis (ivi 1518, Francoforte 1604, più volte edito).
Bibl.: J. F. Schulte, Geschichte der Quellen und Lit. der hon. Rechts, II, Stoccarda 1887, p. 122: E. Cerchiari, Cupelloni Pupac, II, Roma 1920, p. 32, n. 177. Antonio Rota
BONIFACIO VERONESE (Bonifacio de' Pitati). - Pittore, n. a Verona nel 1487 ca., m. a Venezia nel 1553. Scarse sono le opere datate; non se ne conosce alcuna sicura anteriore al 1530, epoca in cui B. si rivela già artista maturo; per contro numerosissime sono le opere della sua bottega nelle quali sarebbe arduo definire la parte dovuta al maestro; pertanto è difficile ricostruire la sua personalità.
Egli deriva direttamente dall'ambiente veneziano, soprattutto da 'l'iziano e da Palma il Vecchio, di cui affina il tonalismo con una maggior ricchezza di luminosità, come provano le opere che si sogliono ascrivere al periodo anteriore al 1530 (La sacra Famiglia con santi del Louvre, La sacra Fumiglia con Tobia e l'angelo dell'Ambrosiana di Milano, La sacra Famiglia con santi del museo di Boston, dove è chiaro il prototipo tizianesco della santa, La sacra Famiglia del Romitaggio di Leningrado, dove pure le fronde dello sfondo richiamano i paesaggi di Tiziano). Dal 1530 al 1533 intervengono motivi nuovi, grazie a un più rigoroso disegno; questa evoluzione si può seguire nella serie dei dipinti per il palazzo dei Camerlenghi, ad es. nel Giudizio di Salomone (1533), e nella Madonna e Santi del palazzo reale di Venezia (1533), dai panneggi più rigidi del consueto e dalla diminuita pastosità di colore. In seguito la gamma coloristica più scura e una maggiore elasticità nelle figure dimostrano l'influenza del Tintoretto; ma in B. non si notano mai accenti drammatici, perché ogni motivo figurativo acquista nella sua pittura valore narrativo e decorativo, tanto che le sue scene bibliche ed evangeliche sono soltanto occasioni per la descrizione di ambienti sontuosi e per la rappresentazione di scene di elegante vita veneziana (famosissime il Ritvenamento di Misé a Brera e Il ricco epulone all'Accademia di Venezia [1545-50]).
Bibl.: Hadeln, s. v. in Thieme-Becker, IV, pp. 294-96; A. Venturi, Storia dell'arte italiana, IX, in, Milano 1928, p. 1035 sgg.; D. Westphal, B. V., Monaco 1931 (recensito da W. Arslan, in Rivista d'Arte, 14 [1921], pp. 387-93): R. Pallucchini, La pittura veneziana del' 300 , II, Novara 1944, pp. 6-8, Marta Prandi
BONIFATIUSVEREIN FÜR DAS KATHOLISCHE DEUTSCHLAND. - L'Associazione di s. Bonifacio per la Germania cattolica fu fondata nel 1849 per iniziativa del prof. I. Döllinger, organizzata dal conte Giuseppe Stolberg-Stolberg, approvata e dotata di indulgenze da Pio IX il 21 apr. 1852. Leone XIII concesse nel 1901 per i sacerdoti speciali privilegi i quali furono ampliati da Benedetto XV nel 1920 e da Pio XI nel 1924.
Lo scopo dell'Associazione è l'aiuto ai cattolici viventi nella Diaspora, cioè nelle regioni in gran parte protestanti della Germania, e dei cattolici tedeschi fuori della Germania, specialmente per la creazione di nuove parrocchie, chiese e scuole. La sede principale si trova a Paderborn nella provincia di Vestfalia; esistono 26 comitati diocesani in Germania e 10 fuori della Germania. Propria tipografia (Bonifatinsdruckerei) e libreria a Paderborn con la rivista Bonifatiusblatt. Associazioni affiliate: Akademische Bo-nifatius-Einigung dal 1867; Bonifatiusverein für höhere Schulen dal 1921; Schatzengelverein dal 1894 per i fanciulli, unita nel 1927 con la Pontificia Opera della Santa Infanzia. Altre associazioni affiliate con scopi speciali: Bonifatius-Sammelverein (di raccolto), Bonifatius-Foramentenverein (per arredi sacri), Diasporapriesterhilfe (per il sostentamento dei sacerdoti della Diaspora).
Bibl.: Festschrift zum 73 jähr. Jubiläum des B., Paderborn 1924; A. Bertram, Handbuch des B., ivi 1930.
Giovanni Rommerskirchen
BONIFAZIO da Ceva. - Francescano, n. a Ceva (Piemonte), di nobile famiglia marchionale, tra il 1460-70, m. a Parigi il 12 apr. 1517 (giorno di Pasqua). Entrò (ca. 1495), tra i Coletani di Rougemont nella provincia di S. Bonaventura di Borgogna, dopo esser stato paggio alle corti dei principi-elettori di Sassonia e di Mattia Corvino d'Ongheria (1458-90). Dotto giurista e uomo di azione abilissimo, la sua vita fu dominata, così nell'azione molto movimentata come negli scritti, dall'idea di una giusta riforma nell'Ordine serafico che per lui era quella media dei Coletani, sotto i ministri Conventuali, mentre oppugnò in ogni modo, nel campo giuridico e in quello pratico, anche con l'appoggio della corte di Borgogna, la riforma dei Minori Osservanti, considerati fuori dei legami giuridici con l'Ordine. La sua azione continuò più intensa
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e violenta sotto l'intrigante generale p. Egidio Delfini (1500-1506), di cui B. fu un braccio forte per la fusione delle varie riforme in un unico Ordine di Conventuali riformati, e dal quale fu creato ministro della provincia di Francia (1504) e commissario delle altre province francesi, carica che tenne fino alla morte. Fallito il suo tentativo di ristabilire in vigore gli Statuta Iulii II (1506), abilmente rielaborati dallo stesso B. (1508), e falliti vari ricorsi per lo stesso scopo al V Concilio lateranense, a Capitoli generali e interventi sia politici del Parlamento di Francia che dottrinali della facoltà teologica dell'Università parigina, il "Dux Coletanorum" mori un mese prima che Leone X unisse, sotto gli Osservanti, tutte le varie riforme francescane, separandoli definitivamente dai Conventuali (bolla Ite et vos, 29 maggio 1517).
Era il crollo completo e il capovolgimento di tutta l'opera di B. Nella storia francescana la sua azione, portata avanti con le migliori intenzioni, come sembra, può paragonarsi a quella di Bonagrazia da Bergamo (v.) contro gli Spirituali nel ' 300 e a quella, opposta, di Guglielmo Josseaume contro i Conventuali nei primi decenni del ' 400.
Ricordiamo, tra gli scritti storici di B., il ricco e importante Firmamentum trium Ordinum b.mi P.N. Francisci (Parigi 1512) in 5 parti, e il violento Defensorium elucidativum, contro gli Osservanti (ivi 1516); tra le sue altre opere: Adventuale (ivi 1512), Quadragesimale et Sermones paschales (ivi 1517), De perfectione christiana cum praedixis imaginibus ad Leonem X (ivi 1517), raro e stimato; Viaticae excursiones: de variis hominum vitiis (ivi 1518), altro bel trattato ascetico.
Bibl.: F. A. Benoff, Comp. di st. minoritica, Pesaro 1829, p. 166 sgg.; N. Glassberger, Chronica, in Anal. Franc., 2 (1887), p. 522 sgg.; L. Wadding, Scriptores Ord. Min., Roma 1906, pp. 60-61; I. H. Sharaica, Suppl. ad Script. Ord. Min., I, pp. 194-95, ivi 1908; H. Holzapfel, Manuale hist. O.F.M., Friburgo in Br. 1909, p. 121 sgg.; F. Van den Borne, in Collect. Franc. Nuot., 2 (1931), pp. 162-67; P. M. Sevesi, L'Ord. dei Frati Min., Leo, stor., Milano 1942, p. 52 sgg.; M. Bihl, Fra' B. da C..., in Studi franc., 17 (1945), pp. 132-57.
Lorenzo Di Fonzo
BONIFICA. - Nel suo significato etimologico (bomm facere) riassume l'opera compiuta dall'uomo per «rendere buono» un ambiente che avverse cause mantengono in uno stato deteriore di arretratezza. Nel suo significato normale, riferito alla terra, denota l'azione che si compie per conferire ad essa quella produttività che sfavorevoli condizioni ambientali hanno minorato.
In Italia, fin dai più antichi tempi si eseguirono opere di b. Gli Etruschi bonificarono le Maremme e vi costruirono città fiorenti; i Volsci trasformarono le paludi Pontine; i Romani si impegnarono soprattutto nel prosciugare la valle reatina, la val di Chiana, e il lago Fucino; colonie greche bonificarono le coste del Ionio ove sorsero le città di Taranto, Sibari, Siracusa. Con lo sfasciarsi dell'Impero romano all'irrompere dei barbari, quasi ovunque ritornarono le acque stagnanti e la malaria. Le opere di b. vennero però riprese da alcune famiglie benedettine, specie dai Cluniacensi e dai Cistercensi. Vaste opere di b. eseguì pure lungo i secoli la Repubblica Veneta; mentre, sotto i Granduchi lorenesi, si bonificò la Valle della Chiana e si iniziò il risanamento della Maremma Grossetana. Tra i Pontefici nelle opere di b. si distinsero Clemente VIII (1592-1605), Innocenzo XI (1676-89) e Pio VI (1775-99) : quest'ultimo, validamente coadiuvato dall'ingegnere Rappini, conduceva quasi a termine l'opera di prosciugamento delle paludi Pontine (v. monachismo; Pio vi; pontificio, stato).
Era le più comuni cause di minorazione del terreno è soprattutto il disordine idraulico che può provocare inondazioni, impaludamenti, franamenti, ero-
sioni ecc. Perciò la parola b., o bonificamento, è riferita per le più, e maggiormente lo era in passato, all'opera del risanamento idraulico di un territorio.
Come tale la b. idraulica ha avuto, soprattutto nel secolo scorso, un fine prevalentemente igienico per combattere la malaria causata dal paludismo. Ma, il fine essenziale essendo quello di restituire ai terreni un più alto grado di produttività, la finalità agricola si è man mano affermata come prevalente. Si mira quindi attraverso la b. ed una più completa ed integrale forma di utilizzazione del suolo al fine di accrescerne la produttività e, con essa, il benessere delle popolazioni che ne traggono giovamento. E ciò non soltanto per la maggior copia di prodotti che è possibile trarre dalle terre bonificate, ma anche per la maggiore stabilità e costanza nell'impiego del lavoro, la migliore forma di insediamento e il più elevato tenore di vita delle popolazioni contadine.
La finalità sociale si innesta quindi con quella igienica ed economica e talvolta, come nel caso della necessità di acquisire nuove terre alla coltura per l'assorbimento delle esuberanze demografiche, o della trasformazione fondiaria di terre ad economia latifondista, finisce per prevalere sulle stesse finalità economiche.
Raggiungere tali complesse finalità significa assicurare alla b. il suo carattere integrale. La definizione di "b. integrale", già apparsa in precedenti documenti, fu introdotta specialmente nella legge del 24 dic. 1928, e codificata nel testo legislativo del 13 febbr. 1933. Essa può esprimersi come la "coordinata attuazione di tutte le opere ed attività che occorrono per adattare la terra ad una più elevata produzione e convivenza rurale" (Serpieri).
La b. si attua in determinate unità territoriali denominate comprensori, classificati con provvedimento legislativo od amministrativo. I comprensori possono essere di due categorie, nella prima delle quali, prevalgono i fini della colonizzazione.
Alla b. si provvede secondo un piano generale di lavori e di attività coordinate: le opere che si compiono sono tutte quelle che possono occorrere per realizzare le finalità sopraindicate. Le grandi opere di interesse comune di tutto il comprensorio o di parte notevole di esso (sistemazioni idrauliche di monte e di piano, rimboschimenti e costituzione di piantagioni frangivento; utilizzazione agricola e potabile delle acque; viabilità; creazione di borghi e centri di vita civile per le popolazioni rurali; elettrificazione delle campagne) sono di carattere pubblico e come tali riservate alla competenza dello Stato, che vi contribuisce per la maggior parte della spesa e può eseguirle a sua diretta cura, o concederle in esecuzione al consorzio dei proprietari interessati.
Le conseguenti opere di miglioramento fondiario atte a conferire al territorio bonificato le sue alte possibilità produttive sono di competenza privata, riservate quindi alla privata iniziativa, ma obbligatorie per i proprietari secondo le direttive di trasformazione fondiaria approvate insieme al piano generale di b. I proprietari inadempienti a tali obblighi possono essere sostituiti dal consorzio nella loro esecuzione od espropriati quando non possono o non vogliono compierle.
I comprensori di b. investono in Italia una superfice complessiva di oltre 9.000 .000 di ha., di cui 2.500 .000 ca . sono rappresentati da b. di pianura a prevalente carattere idraulico; ca. 700.000 ha. da b. a carattere intiguo; oltre 4.000 .000 di ha. da complessi estensivi e di trasformazione fondiaria e 2.300 .000 ha. da b. collinari e montane. Le prime e le seconde sono ubicate in prevalenza nella valle Padana e lungo il litorale Veneto. Le altre riguardano
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per la maggior parte la Maremma tosco-laziale, il Mezzogiorno e le Isole, e quelle montane investono in massima parte le propaggini dell'Appennino.
Notevolissime le realizzazioni compiute, specie nella Valle Padana e nel Veneto, dove ormai le opere idrauliche e di prosciugamento possono considerarsi prossime al compimento. Fra le più grandi b. sono da ricordare nel Veneto quelle della Bassa Friulana, del Basso Piave, delle zone circumlagunari di Venezia, del Basso Polesine. Nella Valle Padana la b. cremonese mantovana, la Bassa Parmense, la Parmigiana Aloglia, Burana, la b. Renana e pressoché l'intera provincia di Ferrara, dalle Terre Vecchie alla grande b. Ferrarese, alle Valli di Mesola e alle terre circostanti alle Valli di Comacchio. Una particolare caratteristica di tali comprensori è il fatto che gran parte dei terreni soggiace al livello di piena dei fiumi arginati o del mare. Nelle terre basse il deflusso delle acque sorgive o meteoriche viene assicurato a mezzo di impianti idrovori. Le superfici prosciugate meccanicamente ammontano a 680.000 ha., di cui 600.000 nella sola Valle Padana e nel Veneto.
Fra le maggiori b. toscane ricordiamo la Maremma Grossetana e la Val di Chiana. Nel Lazio: Maccarese, Ostia, la b. dell'Agro Pontino ( 50.000 ha.) cedenta recentemente dalla palude, dove sono state costruite alcune città e borgate : Latina, Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia ed oltre 3000 poderi a cura dell'Opera Nazionale Combattenti.
Le b. meridionali si trovano in una fase meno avanzata per la maggior difficoltà dei problemi da risolvere e per la trasformazione fondiaria da compiere su terreni a cultura estensiva e ad economia latifondistica.
I più grandi comprensori, dove le opere sono in gran parte compiuti e dove si sta tuttora lavorando, sono quelli del Basso Volturno, del Sele, del Tavoliere di Puglia, della Bassa Premurgiana, del litorale Jonico lucano fra il Bradano e l'Agri (Metaponto). In Calabria le piane di Sibari, del Neto, di S. Eufemia. In Sicilia le piane di Catania, del Gela, e il bacino del Belice. In Sardegna i Campidani di Cagliari e di Oristano (quest'ultimo irrigato con le acque accumulate del lago artificiale del Tirso che hanno reso possibile la valorizzazione agricola della desolata zona di Terraibo dove è sorto un nuovo comune, Arborea, ed una delle più moderne aziende agricole), il basso Sulcis, l'Agro di Chilivani e la Nurra dove è stato costruito il borgo di Fertilia.
L'esecuzione della b., specie nelle zone estensive meridionali, è strettamente connessa ad ogni possibile razionale riforma fondiaria.
Bibl.: E. Iandulo, La legge sulla b. integrale, Padova 1935; Istituto Naz. Economia Agraria, I comprensori di b., I. Italia Settentrionale, Fronza 1945; II, Italia Centrale, Roma 1947; A. Serpieri, La b. nella storia e nella dottrina, Bologna 1947.
Aldo Ramadoro
BONILLA, Alonso de. - Poeta spagnolo, n. verso la fine del sec. xvı e considerato, insieme al suo contemporaneo Alonso de Ledesma, un precursore del concettismo a lo divino : infatti, la sua poesia contorta e sottile attinge soprattutto motivi dalla teologia cristiana, intessendo abilmente strani giuochi di parole e antitesi e comparazioni sforzate, anche in componimenti di movenze popolareggianti e forme strofiche semplici e brevi (romances, villancicos, canzonette). Fu, comunque, poeta fecondo, e non di rado ammirato : cantò la Vergine, i santi, i misteri divini, meditando sui precetti morali della religione, la vita eterna, ecc. Lope de Vega confessava di non conoscere chi l'uguagliasse.
Fra le sue cose migliori vanno ricordati i Peregrinos pensamientos de misterios divinos (1614) e il Nuevo jardín de flores divinas (1617), ma neppure si dimentichino le Glosas a la Inmaculada y pura Concepción de la siempre Virgen María (1615) e i Nombres y atributos a la Impecable siempre Virgen María (1624). Sonetos, villancicos, coloquios pastoriles, glosas ecc. sono raccolti nella Biblioteca de autores españoles (35: Romancero y cancionero sagrados, Madrid
1872, pp. 44, 45, 70-73, 139-41, 210, 221-25, 226, 228230, 232, 236, 311, 314-15).
Bibl.: A. Chércoles Vico, A. de B. Breves noticias acerca de su obra, in Don Lope de Sosa (Jaén), 5 (1917), pp. 258-62; L. Pfandl, Historia de la literatura nacional española en la edad de oro, trad. spagn., Barcellona 1933, pp. 519-20. Ruggero M. Ruggieri
BONILLA, Juan de. - Francesco spagnolo, n. verso la metà del sec. xvi. Nel 1571 fu superiore nel convento degli Osservanti di Villasilios (Palencis). Era molto versato in teologia, ascetica e mistica. Nel 1580 fu pubblicato, contemporaneamente a Salamanca e ad Alcalá de Henares, il suo Tratado de la paz del alma, opera pregiatissima, per purezza di lingua, solidità e profondità di dottrina, chiarezza di esposizione.
I suoi insegnamenti sono di perenne attualità, e la sua lettura utile e fruttuosa anche ai giorni nostr