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re che soltanto alimenti gli animali trovino nelle piante, ma molto spesso anche sostanze stimolanti e regolatrici; valga l'esempio delle vitamine d'ogni tipo che, tanto necessarie al normale svolgimento della vita animale, vengono tuttavia sintetizzate dalle sole piante. Ed è anche da chiedersi se una quantita di sostanze che appaiono in gran numero ed in quantità rilevante nel ricombio delle piante, ed il cui significato per l'organismo vegetale è spessissimo del tutto oscuro, non possa venir giustamente apprezzata se non considerandola in un piano generale dell'economia degli esseri viventi sulla terra; alludiamo alle essenze, ai terpeni, alle canfore e, soprattutto, agli alcaloidi ed ai glucosidi, prodotti tipici degli organismi vegetali e che tanta importanza hanno nella terapia di quelli animali.

Per quanto, in particolare, riguarda l'uomo, l'interesse delle piante è ancora maggiore quando si consideri che non soltanto esso trova nelle piante cibo e medicina, ma che la più parte delle sue attività e delle industrie si svolge avvalendosi della attività delle piante.

La stessa energia termica, meccanica, elettrica, ecc., che viene dall'uomo utilizzata nel funzionamento di tante sue attività, altro non è se non energia raggiante dal sole che le piante hanno in gran quantita captata durante il processo fotosintetico e di cui esse hanno determinato la formazione d'immensi depositi sotto forme di combustibili fossili di vario tipo.

E anche da aggiungere che la stessa energia che l'uomo sa realizzare sfruttando i salti d'acqua o, comunque, il movimento di masse liquide, è in gran parte condizionata dalle piante, la metterrologia essendo profondamente influenzata da queste con l'imponente intensità dei loro processi di assorbimento e di traspirazione.

Altrettanto appassionanti, per chi si interessa del generale ordinamento della vita sulla terra, sono i fenomeni di interdipendenza e di cooperazione fra i diversi gruppi di piante. Un esempio quanto mai dimostrativo di essi si trova nel ciclo del carbonio.

Le piante verdi sono incapaci di valersi delle enorme masse di carbonio che sulla terra si trovano

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allo stato di carbonati, ed utilizzano, per la loro nutrizione, soltanto l'anidride carbonica presente nell'aria nella modestissima proporzione del 0,03 \%.

E stato calcolato che la fotosintesi clorofilliana organica annualmente, e sottrae quindi alla atmosfera, ca. 60 bilioni di kgr. d'anidride carbonica e questo vuol dire che, se dell'anidride carbonica non venisse nuovamente e di continuo riversata nell'aria, la provviata di questa verrebbe totalmente consumata in 35 anni; al termine dei quali cesserebbe la possibilità di vita vegetale e, di conseguenza, anche di vita animale.

Un certo rifornimento di anidride carbonica viene assicurato all'atmosfera con i processi respiratori che continuamente si svolgono negli animali come nelle piante, ma importanza di gran lunga maggiore assumono, sotto questo riguardo, i processi di fermentazione che si svolgono nel suolo ad opera di microorganismi vegetali i quali, demolendo incessantemente enormi quantita di residui organici che continuamente pervengono al terreno, restituiscono all'atmosfera, sotto forma appunto di anidride carbonica, il carbonio in essi contenuto e del quale chiudono il ciclo. Tali processi di fermentazione avvengono in due tempi : intervengono dapprima dei microorganismi anaerobi i quali, pur vivendo negli strati superficiali del suolo, non sono attivi che fuori del contatto con l'ossigeno dell'aria. Oltre ad una certa quantità di anidride carbonica, che viene restituita all'atmosfera, prodotti della loro attività sono altre sostanze organiche diverse quali l'alcool, l'acido lattico, l'acido butirrico, il metano, ecc. Tali composti contengono ancora tutti del carbonio in proporzione più o meno grande, cosicché la completa restituzione di questo elemento all'aria non può avvenire se non dopo ulteriore e completa demolizione dei prodotti dell'attività degli organismi anaerobi. E quel che avviene ad opera di altri microorganismi vegetali aerobi i quali riprendono i prodotti delle fermentazioni anaerobic e, con processi di ossidazione, li demoli-
![img-20.jpeg](img-20.jpeg)
(da S. Tansia, Botanica, Milano 1937)
Botanica - Dimostrazione della forza aspirante nelle foglie in traspirazione.
scono ulteriormente fino ad acqua ed anidride carbonica. Microorganismi anaerobi ed aerobi svolgono in tal modo un'attività reciprocamente non soltanto utile ma addirittura necessaria. Essi vivono, infatti, strettamente associati e mentre quelli anaerobi forniscono agli aerobi i prodotti della fermentazione, loro necessari per la vita, gli aerobi, avidissimi di ossigeno di cui abbisognano per ossidare completamente le sostanze organiche di cui vivono, sottraggono questo gas all'ambiente rendendolo, così, atto alla vita degli organismi anaerobi.

La vita dei microorganismi vegetali (batteri e funghi) di cui pullula il suolo svela cosi uno dei numerosi aspetti della sua estrema importanza; importanza che dipende non soltanto dal fatto che, demolendo l'enorme quantità di residui organici che continuamente pervengono al suolo e che, come, p. es., la cellulosa, sono spesso inutilizzabili per le piante superiori e per gli animali, impediscono che l'immenso patrimonio energetico contenuto in tali residui vada perduto, ma anche dal fatto che, dell'energia che durante questi processi di fermentazione ricavano, determinati batteri si valgono per fissare l'azoto atmosferico, condizionando anche così la vita di tutti gli altri esseri vegetali e animali.

Mentre, infatti, l'aria è per quattro quinti composta di azoto, le piante sono, in generale, incapaci di valersene ed utilizzano per la loro nutrizione, solo i pochi composti azotati che possono trovare nel suolo.

Anche in questo caso la loro provvista si esaurirebbe rapidamente se nel terreno non esistessero dei batteri che, demolendo appunto delle sostanze organiche del tipo dei carboidrati e che al terreno giungono in quantità enorme con i residui morti delle piante superiori, ricavano l'energia che li rende capaci di fissare l'azoto atmosferico preparando così i materiali azotati che serviranno per la vita degli altri vegetali e, dopo che questi ne avranno realizzata l'organicazione, per la vita anche degli animali.

Dalla demolizione delle sostanze organiche azotate per opera di altri batteri, un'altra ingente quantità di azoto ritorna intanto al terreno sotto forma di ammoniaca, della quale le piante superiori potrebbero far uso per la propria nutrizione azotata. E stato tuttavia dimostrato che le piante superiori sono molto spesso incapaci di valersi dell'azoto ammoniacale e che, comunque, migliorano assai la propria nutrizione azotata se, anziché sali ammoniacali, trovano nel terreno dei composti azotati inorganici più ossidati, quali sono i sali dell'acido nitrico. Orbene, esiste nel terreno un complesso di batteri ad attività strettamente coordinata, alcuni dei quali ossidano l'ammoniaca fino ad acido nitroso, altri riprendono l'acido nitroso e lo ossidano ulteriormente fino ad acido nitrico. Esiste, fra questi batteri e fra quelli che demoliscono le sostanze organiche, un'assoluta interdipendenza che è anche ragione della difficoltà del loro isolamento a scopo di studio.

Essi vivono, infatti, sempre strettamente associati e nella catena batteri decomponenti-batteri nitrosi-batteri nitrici ogni gruppo fornisce il materiale necessario per quello successivo e sottrae a quello precedente il prodotto, per esso tossico, della sua attività. Da questi processi ossidativi i singoli gruppi di tali batteri ricavano l'energia che permette loro l'organicazione autotrofa per via chemiosintetica dell'anidride carbonica dell'aria; contemporaneamente essi assicurano alle piante superiori una miglior nutrizione azotata.

Analoghi fenomeni di cooperazione assicurano, in natura, il ciclo dello zolfo.

Si tratta di un elemento di cui le piante non possono fare a meno giacché esso entra nella composizione delle sostanze proteiche, i principali costituenti del protoplasma. Nelle sostanze proteiche lo zolfo è presente nella forma ridotta di sulfidrile ed è sotto forma sulfidrilica che esso ritorna al terreno quando i residui organici, vegetali come animali, vengono demoliti.

Lo zolfo sulfidrilico, tuttavia, non solo non è utilizzabile dalle piante superiori ma è per esse addirittura for-

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temente tossico; esse esigono di trovare nel suolo dei composti solforati in forma di massima ossidazione come sono i sali dell'acido solforico, ma è evidente che, un poco alla volta, tutte le riserve di solfati nel terreno verrebbero esaurite e trasformate in composti sulfidrilici, ciò che renderebbe impossibile la vita sia vegetale che animale. Esistono peraltro nel suolo dei batteri specializzati per i quali non solo lo zolfo sulfidrilico è inoffensivo, ma addirittura necessario per la vita. Sono i solfo-batteri che ossidano il sulfidrile a zolfo elementare, successivamente, ad anidride solforosa che si trasforma in acido solforoso e, per ossidazione, in acido solforico. Durante tali processi di ossidazione si sviluppa dell'energia che assicura anche a questi batteri la possibilità di vita autorrafa e di organicazione chemiosintetica dell'anidride carbonica dell'aria, mentre contemporaneamente, chiuso il ciclo dello zolfo, la possibilità di vita delle altre piante e degli animali è resa possibile.

Gli esempi di tali cooperazioni potrebbero continuare. Ricordiamo ancora quelle convivenze utili ad entrambi i comparti e che sono note con il nome di simbiosi mutualistiche. La più nota è certamente le simbiosi lichenica risultante dalla convivenza di un'alga con un fungo; il risultato è una specie di nuovo organismo capace di vivere dove né il fungo né l'alga potrebbero resistere. Si tratta peraltro di una simbiosi la cui importanza, per la generale economia della vita sulla terra, è assai limitata. Ben più importanti sono quelle simbiosi che si indicano con il
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(da S. Tanrig, Botanica, Milano 1918)
Botanica : Schema di una pianta dicotiledone. - I e II, stadi embrionali: III, dopo la germinazione: G, g, e' gemme rispettivamente apicali, axoflari, cotiledonali; Cc cotiledoni; I aste ipocotile; R radice; cc cilindro centrale; Cf cuffia. (I tessuti embrionali e le zone in via di allungamento sono in tratteggio più o meno scuro); IV e V, sezioni del fusto e della radice; Cc corteccia; E endodermide; F l fluenza (o fasci cribrosi); C cambio; P periciclo; X xilema (o fasci legnosi); M midollo.
nome di micorrizie e consistenti in una particolare forma di associazione fra ifc di funghi superiori e le radici di una grandissima quantità di piante.

L'importanza di queste associazioni è tale che assai spesso la vita di ciascun simbionte è impossibile qualora vengano separati, tanto che l'area di diffusione sulla terra di molte piante superiori è limitata dall'area di diffusione del fungo, e reciprocamente.

I rapporti fra i due simbionti non sono del tutto chiari; si verifica certo uno scambio di materiali il cui valore spesso non è soltanto quello di materiali alimentari ma quello anche di indispensabili vitamine. Possono venir cosi scambiati un tipo di alimento contro un altro tipo di alimento; una vitamina contro un'altra; un alimento contro una vitamina; ma si dà anche il caso che i due simbionti cooperino alla sintesi di una vitamina necessaria ad entrambi e della cui molecola ognuna è capace di formare soltanto una parte cosicché la sintesi completa è solo possibile dalla coordinazione dell'attività dei due simbionti. Ed un'altra importante forma di convivenza è quella che si realizza tra talune piante, appartenenti soprattutto alla famiglia delle leguminose, e certi batteri frutto della cui attività è la fissazione dell'azoto atmosferica. Questo cosi importante processo (che, integrandosi con la fissazione dell'azoto da parte dei batteri che vivono liberi nel suolo fermentando i corboidrati, assicura alle piante superiori le condizioni di vita) è possibile a siffatti batteri soltanto allorché vivono nei tessuti dell'ospite. In cambio è messa a disposizione di questo una lauta provvista di azoto assimilabile di cui l'eccesso passa anche nel suolo migliorando le possibilità di vita per le piante circostanti. E a tale circostanza che le leguminose devono la loro fama di piante miglioratrici del suolo ed è per questo che, da epoca immemorabile, la pratica agraria utilizza il sovescio di leguminose o introduce una cultura di leguminose nella rotazione delle altre culture, ottenendo una naturale fertilizzazione del terreno. Simbiosi, del resto, si verificano non di rado anche tra piante ed animali e basti ricordare l'esistenza di un'abbondante flora intestinale, o in genere, di batteri che vivono nell'apparato digerente dei più diversi animali i quali sono, per dir cosi, ripagati del nutrimento che assicurano ai loro ospiti, dall'utile che traggono da particolari attività di questi.

Altre questioni di grande interesse per lo studioso che delle ricerche di biologia non fa fine a se stesse, sono quelle che si riferiscono alla perfetta corrispondenza esistente tra la forma esterna e l'intima struttura anatomica di ogni organo e le varie funzioni cui esso deve servire; alle modificazioni che tale forma e tale struttura subiscono nei vari ambienti, come espressione di un perfetto adattamento alle particolari condizioni ambientali; e molte altre ancora facilmente reperibili anche in trattati d'indole generale.

Storia della b. - La b. è vecchia, si può dire, quanto l'umanità stessa : ragioni di natura pratica hanno provocato le prime osservazioni sulle piante ed è facile immaginare che i primi frutti di tali osservazioni siano consistiti nel graduale riconoscimento delle piante utilizzabili come nutrimento, di quelle non commestibili, o addirittura venefiche, e degli alberi i cui tronchi ed il cui legname meglio si prestavano come materiale da costruzione o nella fabbricazione di utensili e di armi. Necessità pratiche furono parimenti cagione di un ulteriore tipo di rapporti dell'uomo con le piante allorché si tentarono e si realizzarono le prime coltivazioni di piante utili, e noi abbiamo le prove che prima ancora del v millennio a. C., in piena età della pietra, il frumento e l'orzo erano coltivati nell'Europa centrale; che numerose piante alimentari o d'altro tipo, come la palma da dattero, la cipolla, l'aglio, l'orzo, il sesamo, il lino, ecc., erano coltivate in Egitto nel Iv millennio a. C.; e che nel 2700 a. C. venivano fatte in Cina

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speciali cerimonie per la semina del riso, della soja, del frumento e del miglio. Anche motivi d'ordine ideale hanno contribuito ad allargare le prime conoscenze sulle piante, soprattutto il culto della divinità o, comunque, le pratiche religiose che presso numerosi ed antichissimi popoli si manifestavano con il culto degli alberi. Il senso estetico e l'ammirazione per i fiori e le verdi fronde contribuirono per loro conto ad attirare sulle piante l'attenzione dell'uomo che imparò ben presto ad ornare con mazzi, festoni e ghirlande di fiori e foglie i propri altari, le vittime dei sacrifici, la propria casa e la propria persona: è noto l'amore per la Nymphaea Lotus presso gli Egizi e gli Assiri, per la margherita presso gli antichi Babilonesi, ecc. Altro motivo di grande e antichissimo interesse dell' uomo per le piante è stata la cura delle malattie, ciò che ha portato alla conoscenza di una quantità di piante officinali, alla identificazione della parte più attiva di esse ed al riconoscimento dell'azione dei loro estratti.

Si pervenne cosi ad un complesso di nozioni certamente notevole; ma, almeno dal punto di vista storico, possiamo
dire che la vera b. scientifica è cominciata solo dall'epoca di cui ci rimangono degli scritti in cui si tratti di piante: quelle dei rizotomi e dei farmacopoli, peraltro di limitata importanza, fra i quali basterà ricordare i nomi di Diokles di Karystos e del suo contemporaneo Ippocrate di Kos (460-377).

Ad essi si contrappongono i geoponici o georgici che si occuparono della coltivazione delle piante e tra i quali ricordiamo un certo Antrotion ed il celebre Democrito di Abdera (460-380).

I più antichi scrittori che ci lasciarono studi sopra la classificazione e sopra la vita delle piante dal punto di vista teorico sono Menestore di Sibari (attorno al 450 a. C.); Anassagora (497-424), Empedocle (495-476), Ippone di Reggio (attorno al 440-420) e Platone stesso. Un cospicuo passo avanti fecero gli studi botanici con l'opera di Aristotele (384-322) la maggior della quale andò peraltro perduta.

Aristotele considerò la biologia come una scienza deduttiva, scese quindi dal generale al particolare e non diede importanza alle singole osservazioni; egli ci lasciò delle considerazioni molto pregevoli ed originali, peraltro del tutto teoriche, sulla vita, sulla organizzazione e sulla riproduzione delle piante nonché sul significato e sul funzionamento del loro organi. Il suo diacopolo Teofrasco (371286) fu il primo biologo, che, per aver adottato il metodo induttivo che passa dai singoli fatti alla teoria, fondò il vero indirizzo naturalistico. Di lui sono da ricordare due opere principali: Historia plantarum e De causis plantarum.

La prima, in 9 II., tratta dell'anatomia, morfologia, distribuzione e sistematica delle piante; la seconda, in 8 libri, tratta della fisiologia vegetale. E proprio Teofrasto il principale rappresentante della b. in tutta l'antichità, giacché i suoi successori furono soprattutto medici che si occuparono solo di piante medicinali; tra questi sarebbe da
ricordare un gran numero di medici alessandrini, ma la b. medica culmina più tardi con i nomi di Dioscoride, del sec. I d.C., e del suo contemporaneo Plinio il Vecchio.

Di quest'ultimo è da ricordare una Historia naturalis in 37 libri dei quali sono dedicati alla b. quelli dal 12^{°} al 27^{°}.

Anche la b. agricola ebbe, in quest'epoca, numerosi cultori e molto famose sono soprattutto le opere di M . Porcio Catone (234-149), M. Terenzio Varrone, Virgilio e Columella (attorno al 60 a. C.).

Non grandi furono i progressi della b. durante tutto il medioevo; pochi sono pure i nomi che, in questi riassuntivi cenni storici, si devono ricordare. Anzitutto quello di s. Basilio, vescovo di Cesarea (330-79), per le buone osservazioni contenute nelle sue prediche sugli stadi della creazione; poi quello di Isidoro, vescovo di Siviglia ( 396-636 ), per le sue, in reslta spesso ingenue, Origines sive Etymologiae. Notevoli anche per la b. sono, nel sec. x, le opere dei medici arabi Avicenna (979-1037) e Ibn el Beithar (1197- ?). Nel sec. xili va ricordato Alberto Magno (1193-1280) per la sua opera De vegetabilibus in 7 libri, i primi 5 dei quali dedicati alla b. generale, il 6^{°} alla b. speciale e il 7^{°} a quella economica; e sono da citare inoltre il frate francescano Bartolomeo Anglico (12601300) ed i monaci domenicani Tomaso de Cantimpré ( 1186 1270) e Vincenzo di Beauvais (1194-1264). E nel Rinascimento, e soprattutto dopo l'invenzione della stampa e dell'arte di riprodurre le figure, che la b. inizia i suoi maggiori progressi, aiutati anche dalla istituzione degli «orti botanici n, degli erbari, e, assai più tardi, dall'invenzione del microscopio composto. Fintanioché peraltro questa non avvenne, e cioè fino ai primi del '600, lo sviluppo della b. consisté soprattutto nella conoscenza e nella descrizione di un numero sempre maggiore di piante.

I più fondamentali concetti di sistematica erano tuttavia ancora molto informi e la stessa nomenclatura irrazionale e confusa, cosicché i risultati conseguiti in questo periodo hanno, più che altro, valore storico.

Sono tuttavia da segnalare molti nomi illustri, i principali dei quali sono quelli di Otto Brunfels di Magonza (149...-1534), Girolamo Bock di Heiderbach (1498-1554), Leonardo Fuchs di Wemdingen in Baviera (1501-66), Corrado Gesner di Zurigo (1516-65), Remberto Dodoens (Dodonseus) di Malines (1517-88), Carlo de l'Ecluse (Carolus Clusión) di Arras (1526-1609), Pier Andrea Matthioli di Siena (1501-77), Aluigi Squalerno, detto Anguillara del paese d'origine nel Lazio (1512 ?-1570), Cassore Durante di Spoleto (1529-1590), Teofrasto Bombasto von Hohenheim (Paracelsus) di S. Maria di Einsiedeln (1493-1541), Gerolamo Cardano di Pavia (1501-76) e Gaspare Bauhin di Basilea (1550-1694).

L'invenzione del microscopio composto, il sorgere delle nuove scienze cui tale evento diede origine, i successivi progressi della chimica e della tecnica fecero gradualmente perdere alla b. la sua uniformità ed il suo primitivo carattere di scienza puramente descrittiva.

Le prime e del tutto incidentali osservazioni anatomiche si devono al fisico inglese R. Hooke (1665) che per

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primo vide, in sottili lamine di sughero e di midollo di sambuco, quelle che egli stesso chiamò cellule.

Il vero iniziatore dell'anatomia vegetale fu peraltro Marcello Malpighi di Crevalcore presso Bologna (1628-94) il quale nelle sue opere (Anatomes Plantarum idea, presentata all'Accademia di Londra il 7 dic. 1671, e Anatome Plantarum, pubblicata nel 1675) espone accurate osservazioni sull'anatomia ed istologia delle piante.

Contemporaneo del Malpighi, l'inglese Neemia Grew (1628-1711) pubblicò nel 1671 e nel 1682 le sue osservazioni che, peraltro, si basano in gran parte su quelle di Malpighi, sebbene perfezionate ed ampliate.

All'olandese Leeuwenhoek (1632-1723) si devono, nello stesso periodo, importanti osservazioni citologiche.

Queste prime acquisizioni restarono tuttavia per lungo tempo senza alcun seguito, ed è soltanto al principio del sec. xix che l'anatomia vegetale cominciò il suo più decisivo progresso.

In un primo periodo, che va dagli alborí di tale secolo fin verso il 1840 , le ricerche anatomiche ebbero carattere puramente descrittivo. Sono da ricordare, in questa epoca, le ricerche del francese Carlo Francesco Brisseau-Mirbel (1776-1834), del milanese abate Bonaventura Corti (17291813),di Cristiano Ludolfo Treviranus di Brema (1812-64), di Paolo Moldenhower di Amburgo (1766-1827), di Pier Giovanni Turpin da Parigi (1725-1840), di Teodoro Hartig da Dillenburg (1803-80), di G. B. Amici da Modena (1786-1863), di Francesco Giulio Ferdinando Meyen da Tihit (1804-40), di Giovanni Giacomo Berhardi da Erfurt (1774-1850), di Enrico Federico Link da Hildesheim (1767-1850), di Carlo Asmus Rudolphi da Stoccolma (1771-1832).

In un secondo periodo ( 1840-60 ) le ricerche anatomiche furono soprattutto caratterizzate dall'applicazione del metodo embriologico affermatosi sotto l'influenza della dottrina della metamorfosi di Goethe. Fondatore dell'embriologia vegetale fu lo scozzese Roberto Brown di Montrose (1773-1858) al quale, peraltro, si attribuisce erroneamente la scoperta del nucleo cellulare in realtà avvenuta ad opera dell'italiano Mariano Fontana (1746-98).

Di fondamentale importanza, in questo periodo, sono le opere di Ugo von Mohl da Stoccarda (1805-72) il quale, tra l'altro, riconobbe per primo la natura del protoplasma e dimostrò che è il protoplasma il substrato della vita; di Mattia Jacopo Schleiden da Amburgo (1804-81) che detto le prima enunciazione della teoria cellulare; di Carlo Guglielmo Nägeli da Kilchberg presso Zurigo (1817-91), di Francesco Unger da Amthof nella Stiria (1800-70), di Carlo Gustavo Sanio da Lyck (1832-91), di Giovanni von Hanstein da Potsdam (1822-80), di Enrico Antonio de Bary da Francoforte sul Meno (1831-88) che per la prima volta espose metodicamente l'anatomia comparata delle cormolte; infine di Guglielmo Hofmeister da Lipsia (18241877) che, su basi embriologiche, poté dimostrare il nesso d'affinità esistente fra la struttura delle piante appartenenti alle diverse grandi divisioni del regno vegetale.

Segue un terzo periodo, che arriva ai nostri giorni, dominato dai grandi problemi sorti in seguito alla teoria di Darwin. In esso l'anatomia si è però sviluppata in numerose direzioni: per merito e sull'esempio di Filippo Leone van Thieghem, l'anatomia fu largamente applicata a problemi di sistematica e di morfologia; il metodo embriologico, largamente associato alla ricerca citologica, ricevette massimo impulso dalle ricerche di morfologia comparata di Edoardo Strasburger di Warschau (1844-1912); associando le ricerche anatomiche a quelle sul significato funzionale, fu fondata l'anatomia fisiologica di cui massimo rappresentante fu Gottlieb Haberlandt (1854); impadronendosi del metodo sperimentale con Leopoldo Kny di Breslavia (1841-1916) l'anatomia divenne morfologia sperimentale; applicandosi allo studio della patologia divenne anatomia patologica soprattutto applicata da Ernst Küster da Breslavia (1874, vivente); s'è resa indispensabile alla farmacognosia con le opere di Alessandro Tschirch da Guben (1856-1939); ed ha infine assunto numerosi altri aspetti che qui non è possibile ricordare.

Origine più recente ha la fisiologia vegetale di cui le prime fondamentali scoperte si ebbero solo verso la
fine del sec. xvin: lo sviluppo di questa branca della b. si confonde un po' con la storia della chimica moderna, tanto che numerosi scienziati sono ricordati sia dai fisiologi che dai chimici.

Ricordiamo qui brevemente le opere di Giuseppe Priestley da Birstall presso Leedes in Inghilterra (1753-1804) e di Jan Ingenhouse da Breda in Olanda (1730-99) si quali si devono le prime osservazioni sull'azione delle piante verdi sul biossido di carbonio; osservazioni che permisero poi a Giuseppe Pelletier da Parigi (1788-1842) ed a Giuseppe Beniamino Caventus di St-Omer (1795-1877) di illustrare il processo della fotosintesi clorofilliana e a R.H. Gioacchino Dutrochet da Parigi (1776-1847) di affermare che la respirazione è un fenomeno comune a tutti i viventi.

Fondamentale importanza hanno gli studi sulla nutrizione delle piante di Justus v. Liebig da Darmstadt (1803-73). In altri capitoli della fisiologia vegetale sono classiche le ricerche di Tomaso Andrea Knight (1759-1838), di Tomaso Graham da Londra (1805-69), di Stefano Hales da Kent (1677-1761), di Giulio Sachs da Breslavia (1832-97) e di Guglielmo Federico Filippo Pfeffer da Grabenstein presso Kassel (1845-1920), famoso per i suoi studi sui fenomeni osmotici.

Quanto alla sistematica, essa è vecchia quanto l'organografia e la b. stessa. L'antichità tramandò a noi i nomi di Tzofraste, Dioscoride e Plinio; e opere atte al riconoscimento delle piante ci lasciarono, in tempi assai meno antichi, P. A. Matthioli già ricordato e Ulisse Aldrovandi da Bologna (1522-1605).

Il titolo di pionieri della b. sistematica spetta però, oltre al già citato G. Bauhin, ad Andrea Cesalpino di Arezzo (1519-1605), Gioacchino Jung (Jungius) da Lubecca (15871657), Roberto Morison da Aberdeen (1620-83), John Ray (Rajus) da Essex (1628-1705), Augusto Quirino Bachmann (Rivinus) da Lipsia (1652-90) e Giuseppe Pitton de Tournefort di Aix in Provenza (1656-1708).

Le opere di questi studiosi caratterizzano il periodo detto dei "sistemi artificiali" nel quale, cioè, i tentativi di sistemare le piante in uno schema sufficientemente razionale si basavano sulla scelta di caratteri-guida arbitrari, ciò che conduceva spesso a gravi incongruenze e, comunque, ad accostamenti pure del tutto arbitrari fra gruppi di piante e ad altrettanto arbitraria distribuzione di queste nei diversi gruppi.

L'apice di tale periodo vien segnato dagli studi di Carlo Linneo da Rashult nella Svezia meridionale (17071778). La pubblicazione delle opere di Linneo, di cui le più importanti sono Systema naturae (1735), Genera plantarum (1737) e Species plantarum (1753) si deve considerare come uno dei più grandi eventi nella storia della sistematica.

Dei meriti di questo sommo naturalista due sono soprattutto da ricordare: il perfezionamento e la definitiva adozione delle nomenclatura binomia, e la felice intuizione dell'importanza che, anche dal punto di vista strettamente sistematico, si deve attribuire agli organi della fecondazione. E sulla loro struttura che Linneo stabili il suo sistema che, per questo appunto, venne chiamato "sessuale".

Quello di Linneo rimase, tuttavia, un tentativo che forse, date le conoscenze ancora limitate del tempo, nemmeno avrebbe potuto riuscire. A Linneo stesso, del resto, era balenata l'idea d'una naturale affinità fra determinati gruppi di piante; questa idea andò successivamente prendendo forma sempre più concreta a mano a mano che i viaggi scientifici e gli scavi paleontologici assicuravano la conoscenza di un numero sempre maggiore di piante dimostrando come le nuove conoscenze permettevano una più o meno continua seriazione di tutte le piante viventi e fossili.

Vennero così abbandonate le classificazioni artificiose e cominciò il periodo dei metodi naturali ; e poiché è chiaro che, sulla base delle loro naturali affinita, le piante non possono essere ordinate che in una maniera, è meglio dire che cominciarono gli sforzi per definire il metodo naturale.

Tra i rappresentanti di questo nuovo periodo sono da citare i nomi di Pietro Magnol da Montpellier (1638-1715), Bernardo de Jussieu da Lione (1699-1776), Antonio Lorenzo de Jussieu da Lione (1748-1836), Michele Adanson

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di Aix in Provenza (1727-1805), Augusto Piram de Candolle di Ginevra (1778-1841), Alfonso de Candolle da Parigi (1806-93), R. Brown già citato, Adolfo Teodoro Brogniart da Parigi (1801-76), Stefano Endlicher da Presburgo (1805-49).

Coincidono, in questo periodo, i grandi progressi effettuati nei vari rami della b. e della scienza in genere; e l'enorme fermento che ne derivò andò successivamente concretandosi quando presero corpo le teorie evoluzionistiche sulla discendenza di cui i maggiori esponenti furono il Darwin ed il Lamarck.

Compito della sistematica appare quindi quello di ricostruire l'albero genealogico di tutte la piante sino ad identificare l'unico ceppo primitivo dal quale l'intero regno vegetale avrebbe tratto la propria remotissima origine.

Tra i più cospicui botanici che illustrarono il moderno indirizzo della sistematica sono da ricordare i nomi di Alessandro Braun di Ratisbona (1805-77); di Augusto Cugliehne Eichler da Neukirchen (1839-87) che propose una classificazione assai prossima a quella attualmente usata; di Adolfo Engler da Sagan (1844-1930); di Riccardo Werstein da Vienna (1865-1931); di Gian Paolo Lotay da Dordrecht (1867-1931); di Ugo de Vries da Haarlem (1848-1935) e del giapponese B. Hayata m. nel 1934.

E però da avvertire che, se l'entusiasmo in un primo tempo suscitato dalle teorie evoluzionistiche aveva suggerito l'idea di un'effettiva affinità genetica e di un'origine unica di tutte le piante, anzi di tutti i viventi (fu E. Haeckel l'apostolo maggiore di questa teoria monistica), il progresso della scienza è andato in seguito dimostrando l'impossibilità di riferire tutti gli organismi viventi ad un unico ceppo ancestrale e della costituzione in una serie lineare del regno vegetale. Si è cosi arrivati ad ammettere, nell'ambito del regno vegetale, l'esistenza di più gruppi autonomi e indipendenti derivati da archetipi distinti fra i quali è impossibile stabilire un nesso; e, da un concetto monofletico, si è passati ad un concetto polifletico. Ed è anche da dire che le affinità tra le categorie sistematiche superiori alla specie ci appaiono oggi sempre più di valore convenzionale, come altrettante ipotesi la cui dimostrazione non può essere raggiunta.

La storia del regno vegetale ha cosi addensato i suoi misteri a mano a mano che si è tentato di penetrarli. E interessante notare come nelle ultime edizioni del Syllabus der Pflanzenfamilien di Engler e Diels, raccogliendo le idee degli scienziati di ogni paese, il regno vegetale è stato smembrato in 14 stipiti che non mostrano alcun rapporto fra di loro e che vengono semplicemente elencati uno dopo l'altro senza che ciò sottintenda, né implotto né esplicito, un legame di derivazione di ciascun stipite da quello che le precede. - Vedi Tav. CXVII.

Bib.: K. F. W. Jessen, Botanik der Gegenwart und Vorzeit, Lipsia 1846; J. Sachs, Geschichte der Botanik vom 16. Jahrhundert bis 1660, Monaco 1874; M. Mobius, Geschichte der Botanik, Jena 1937; G. Gola, G. Negri e C. Cappelletti, Trattato di b., Torino 1946; S. Tonzig, B., Milano 1948.

BOTERO, Giovanni. - N. a Bene Vagienna (prov. di Cuneo) nel 1543 o 1544, fu ammesso nella Compagnia di Gesù nel 1560 e destinato all'insegnamento in collegi di Francia ed Italia. Nel 1581 lasciò i Gesuiti di buon accordo con i suoi superiori o per ragioni di salute o per ragioni familiari, non escluso tuttavia un suo particolare disagio a vivere con loro. Pare che si iscrivesse allora alla Congregazione degli Oblati di s. Carlo Borromeo e fu adoperato come vicecurato e poi vicario foraneo di Luino. Nel 1582 si addottorò in teologia all'Università di Pavia. Due anni dopo fu nominato da s. Carlo parroco di Limito, presso Milano. Dal 1581 o dal 1582 fu segretario di s. Carlo, che ne apprezzava il valore e la virtù; anzi di lui s. Carlo si era già servito come conclavista nel Conclave di Gregorio XIII (1572). Lo stesso anno della morte del grande cardinale (1585) ebbe un primo incarico da Carlo Emanuele I di Sa-
voia, che lo inviò in Francia per una missione ignota. L'anno dopo ritornò a Milano, al servizio di Federigo Borromeo, di cui fu segretario e maestro insieme, accompagnandolo a Roma. Nel 1599, dimessosi dal card. Federigo con una buona remunerazione ed un canonicato in S. Ambrogio di Milano, accettò di essere precettore dei figli del duca di Savoia. Morì a Torino nel 1617.

Scrive di molti e svariati argomenti, in prosa e poesia. L'Assandria enumera ben 33 opere e gruppi di lettere tra edite ed inedite. A queste è da aggiungersi un'opera, sino adesso sconosciuta, De Rege, della quale il B. fa cenno in una lettera inedita dell'archivio Vaticano che sta per essere pubblicata. Di tutte le sue opere tuttavia meritano di essere particolarmente ricordati i libri Della ragion di Stato e le Relazioni universali, che ebbero, più le seconde che i primi, moltissime edizioni. Nella Ragion di Stato il B. segna uno dei momenti più salienti del tentativo di dislettizare politica e morale, ragione di Stato ed etica; anch'egli, come il Machiavelli, si preoccupa del modo di conquistare e mantenere gli Stati: nella conquista dello Stato hanno parte l'occasione, i disordini dei nemici e l'opera altrui «ma il mantenere l'acquistato è frutto d'una eccellente virtù. S'acquista con forza, si conserva con sapientia; e la forza è commune a molti: la sapienza è di pochi» (Della Ragion di Stato, a cura di C. Morandi, Bologna 1930, p. 13). Il B. oscilla tra il concetto di una ragion di Stato intesa come metodo di acquistare e mantenere lo Stato, e tra il concetto di una ragion di Stato di sapore machiavellico, equivalente cioè all'interesse e all'egoismo dei principi; talora riconosce in fine anche egli allo Stato il diritto di ricorrere in certi casi alla violenza ed alla simulazione. Le Relazioni universali, sono un trattato di geografia politica, sulle quali fu osservato giustamente che il B., innovando e precorrendo i tempi, spoglia la geografia delle sue cognizioni empiriche e considera i vari paesi come ambiente dell'uomo, studiando l'uomo in rapporto ad ognuno di essi. Di particolare valore viene considerata la Relatione sul mare, nella quale riassume e coordina sapientemente le nozioni del suo tempo sulla oceanografia.

Bisc.: Per la vita e le opere sino al 1908: G. Assandria, G. B., Note biografiche e bibliografiche... a cura di G. Borghesia, in Boll. st. bibl. subalpino, 28 (1906), pp. 407-42; 30 (1908), pp. 29-63, 307-50. Qualche opera assai importante, sfuggita all'Assandria, è citata da A. Magnaghi, s. v. in Enc. Ital., VII, pp. 567-68. Inoltre l'introduzione di C. Morandi a Della Ragion di Stato, Bologna 1930, e M. De Bernardi, G. B. economista, Torino 1931. Aggiungi: F. Chabod, G. B., Roma 1934, sul quale è tuttavia da vedere la critica di A. Magnaghi, in Memorie dell'Accad. delle Scienze di Torino, 68 (1936), pp. 3-64; infine R. De Mattei, Critiche seventeenth e alla «Ragion di Stato» del B. estr. da Studi in onore di Arrigo Solmi, II, Milano 1940; F. Meinecke, L'idea della Ragion di Stato nella storia moderna, trad. it. di D. Scolari, I, Firenze 1942, pp. 93-101; L. De Luca, Stato e Chiesa nel pensiero di G. B., Roma 1946.

Luigi Berra
BOTO di PRÜFENING. - Benedettino del sec. xII, di Prüfening (Ratisbona), in seguito a falsa lettura (Prumiensis) già identificato con un supposto confratello omonimo di Prüm (Treviri). Si distinse come copista di manoscritti e autore di varie opere; due di queste sono nella Massima Bibliotheca Patrum Lugdunensis (XXI [1677], pp. 489-516): De statu domus Dei libri quinque, appello a Eugenio III per una riforma della Chiesa «secundum exemplar Coelestium» (ibid., p. 489), per la restituzione della pace turbata da nemici esterni ed interni; e De magna domo sapientiae: creazione, economia della salute.

Fra gli scritti inediti (cod. lat. monac. 13097, di mano dello stesso B.) notevoli le 29 homiliae in Ezechielem prophetam. Altri ci sono noti solo da antichi cataloghi. Il De miraculis s. Dei genivicis Mariae (spesso copiato; edito da B. Pez nel 1731, poi proibito e sequestrato; riedito da Th. T. Crane, Londra 1927) è spurio; solo il cap. 37 è una aggiunta autentica del copista B.

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BibL.: J. A. Fabricius, Bibliotheca latina mediae et infimae actatis, VI, Firenze 1829, p. 315; J. A. Endres, B. von P. und seine schriftstellerische Thätigkeit, in Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde, 30 (1905), pp. 603646; P. Lehmann, ibid., 38 (1913), pp. 550-58; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, III, Monaco 1931, pp. 313-14, 606.

Adalberto Metzinger
BOTRYS (Botrus). - Oggi Batrun, città della Fenicia, il cui vescovo Porfirio sottoscrisse al Concilio di Calcedonia ( 448 ). Riordinata nell'anno 1848 è aggiunta all'altra di Gibajl (Gibailen[sis] et Botreyen[sis] Maronitarum); l'una e l'altra governate da vicari patriarcali, costituiscono la diocesi particolare del patriarca di Antiochia dei Maroniti. Nel 1932 aveva 46.984 fedeli, 112 sacerdoti e 40 parrocchie.

BibL.: M. Le Quien, Orleus christ., II, Parigi 1740, coll. 827-28 e III, coll. 91-92; P. B. Gams, Serias episcop., Ratisbona 1873, p. 434; S. Congregazione orientale, Statistica... Città del Vaticano 1932, p. 60.

Alberto Galicti
BOTTA, Carlo. - Uomo politico e storico italiano, n. a S. Giorgio Canavese il 6 nov. 1766, m. a Parigi il 10 ag. 1837. Medico ricco di buona cultura letteraria e scientifica (a Corfù compirà studi di storia naturale; più tardi scriverà un poema storico, il C a millo), si compromise nel 1794 in un tentativo di rovesciare il governo piemontese. Dopo un anno di carcere riparà in Svizzera e successivamente entrò come medico nell'esercito francese. Con questo rientrò in Italia ove partecipò al famoso concorso vinto da M. Gioia (1796) con una sua Proposizione ai Lombardi di una maniera di governo libero, nella quale chiedeva magistrati elettivi annuali, distribuzioni di terre e un minimum finanziario per ogni famiglia. Da Corfù, ove visse tra il ' 97 e il '98, passò poi in Va'tellina e quindi a Torino, membro del governo provvisorio instaurato dal Joubert e fautore dell'annessione del Piemonte alla Francia. La catastrofe francese del '99 lo costrinse ad esulare a Grenoble e a Parigi, ove, deluso nelle antiche speranze, si diceva disgustato dei Francesi, che, dopo aver taglieggisto l'Italia sotto specie di libertà, lasciavano morire di fame i patrioti. Con altri 18 esuli indirizzava nel luglio 1799 una petizione al Consiglio dei Cinquecento, di protesta contro «i proconsoli degni imitatori di Verre» e di incitamento a compiere «un'opera immortale», a creare «una repubblica grande, degna della sapienza vostra e della maestà del popolo da voi rappresentato». Ma questa idea di unità e d'indipendenza d'Italia fu male accolta nell'ambiente ufficiale francese e il B., minacciato d'espulsione, dovette limitarsi ai suoi studi e alla sua professione. Tornato in Italia dopo Marengo, fu della Commissione esecutiva piemontese, e, dopo l'aggregazione del Piemonte alla Francia, deputato per il dipartimento della Dora al Corpo legislativo (1804). Ostile al Bonaparte e caldo di affetti patriottici, determinatosi a scriver di storia, intorno al 1806, pose mano alla Storia della guerra dell'indipendenza degli Stati Uniti d'America (1809), nella quale abbondava di notizie e un certo dottrinarismo s' accompagnava a concioni eloquenti e descrizioni colorite. Scrittore robusto, anche se troppo tumido, ammiratore dei classici latini ed italiani, ha della storia una concezione tacitiano-umanistica, che lo porta ad accentuare l'interpretazione e il fine moralistico. Per questo, narrando la giovane storia degli Stati Uniti, contrappone Washington a Napoleone ed esalta sentenzioso i rivoluzionari d'America. Durante i Cento giorni fu rettore del Collegio di Nancy e, alla restaurazione, dell'Accademia universitaria di Rouen dal 1817 al 1822.

Nel 1824, frutto di esperienze personali, se non di più sicure indagini (ch'era poco favorevole a "spillare gli
archivi"), pubblicò la Storia d'Italia dal 1789 al 1814, nella quale si palesa ormai sempre più come reazionario e muralista scontento di tutto e avverso a istituzioni che non siano la ripresa delle riforme del Settecento, intese alla maniera degli illuministi e dei regalisti, e quindi in senso antipapale ed antieclesiastico. Incerta e debole nel principi fondamentali è ancor più la Storia d'Italia continuata da quella del Cinicciordinj fino al 1789, che provocherà, anche per le ragioni sopra esposte, le critiche severe del Balbo e del Gioberti. Tali opere furono poste all'Indice.

Anche nella seconda il moralismo laico prevale. Ma giustamente il Croce rivendica in favore del B. la maestria nello scrivere e la nobiltà della lingua, che s'oppongono alle sciatterie del Settecento, e certa appassionata eloquenza e certo vivo colore descrittivo. Ben veduto da Carlo Alberto, che lo nominò cavaliere del merito civile di Savoia e gli assegnò una pensione, tornò in Piemonte nel 1832. Del suo accentuato conservatorismo fanno prova un assai poco democratico parere sul riordinamento dello Stato e l'approvazione data alle spietate repressioni dei tentativi liberali del 1834.

BibL.: C. Dionisotti, Vita di C. B., Torino 1867; P. Pavesio, C. B. e le sue opere storiche, Firenze 1874; C. Salotto, Per la storia dell'epistolario di C. B., in Risorgimento ital., 8 (1915), pp. 425-45; id.. Bibliografia di C. B., ibid., 13 (1920), pp. 310-37; 14 (1921), pp. 107-16; 15 (1922), pp. 85-124; B. Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, I, 2^{°} ed., Bari 1930, p. 41-73 e passim. Alberto Maria Ghisalberti

BOTTA, Patil-Emile. - Archeologo ed assiriologo di origine italiana, n. a Torino il 6 dic. 1802; seguì suo padre nelle idee politiche e servì la Francia, m. ad A. chères presso Poissy il 29 marzo 1870. Console di Francia ad Alessandria d'Egitto, a Mossul ed a Tripoli di Siria, fu incaricato di missioni archeologiche: scoprì a Horsabad rovine assire, che suppose essere le rovine di Ninive, mentre erano i ruderi del palazzo di Sargon (v.). Mandò a Parigi molti frammenti di monumenti, che hanno formato al Louvre il museo detto assiro. Contribuì alla decifrazione dei cuneiformi. Pubblicò monografie di assiriologia, le più importanti delle quali sono Monument de Ninive, découvert et décrit (Parigi 1847-50); Inscriptions découvertes à Khorsabad (ivi 1848). Giustino Boson

BOTTARI, Giovanni Gaetano. - N. a Firenze il 15 genn. 1689, m. a Roma il 4 giugno 1775. Si applicò alle lettere greche e latine ed all'erudizione. Fu direttore della tipografia granducale ed attese alla pubblicazione della nuova edizione del vocabolario della Crusca. Chiamato a Roma da Clemente XII nel 1730, stette ai fianchi del card. Neri Corsini e fu bibliotecario della Corsiniana. Dal 1731 per alcuni anni insegnò storia ecclesiastica; dal 1735 fu cappellano segreto del Papa; ebbe benefici ecclesiastici; passò impiegato della biblioteca Vaticana di cui nel 1738 fu sottocustode e nel 1768 custode. Fu amico del card. Lambertini anche quando divenne Papa, ma non ebbe da lui speciali favori. Pubblicò molti lavori sugli artisti e sulla storia dell'arte, traduzioni di opere dei Padri insieme con l'amico Pietro Foggini, si occupò di archeologia cristiana e tenne larga corrispondenza con i dotti italiani ed esteri. Speciale celebrità al suo tempo acquistò, perché ritenuto come capo del cosiddetto giansenismo romano. Questa sua tendenza si acuì quando nel 1749 entrò nel circolo che si radunava intorno al card. Passionei. In opposizione ai Gesuiti, dei quali si dimostrò acerrimo avversario, fu antiprobabilista e rigorista in morale e sostenitore della teologia di Gian Lorenzo Berti e dei suoi seguaci in dogmatica, tenendosi in relazione con i giansenisti dei Paesi Bassi. Nulla pubblicò in queste materie, mantenne un'attivissima propaganda nei circoli ecclesiastici e religiosi a Roma e fuori.

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![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

MADONNA DEL MELOGRANO (1487?). Firenze, Galleria degli Uffizi.

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Bibl.: Mazzuchelli, II, 3, p. 1879 sg., dov'è l'elenco delle suc opere. F. Grazzini, Elagie a mans. G. B. (Collezione d'appuntili scientifici e letterari, 22), Firenze s. d., p. 18; E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Città del Vaticano 1943. Numerosi manoscritti e lettere nella bibl. Corsiniana, altre nella bibl. Comun. di Savignano.

Pio Paschini
BOTTAZZO, Luigi. - Musicista, n. a Presina il 9 luglio 1845 , m. a Padova il 29 dic. 1924. Rimosto cieco a nove anni, si dette ben presto con successo alla musica sacra. Fu organista nell'Istituto dei ciechi di Padova dove aveva studiato, nella basilica del Santo dal 1872 , e professore di organo al R. Istituto Musicale. Scrisse messe, mottetti, inni, pezzi per organo. Pubblicò con Oreste Ravanello il metodo L'Organista di Chiesa ed altre opere didattiche; curò anche l'edizione di opere organistiche di autori antichi e moderni.

Luius Cervelli
BOTTEGA D'ARTE. - Il vocabolo generico di bottega (dal greco ἀ π α ἀ ἠ κ η, " ripostiglio, magazzino") sta a significare un ambiente in cui si conservano e si vendono oggetti di ogni specie, ma vale anche a definire l'insieme di ambienti nei quali artisti ed artigiani producono le loro opere. A questa specifica indicazione di officina di lavoro si riferisce la più particolare locuzione di b. d'a.

Fin dal medioevo intorno alla figura del maestro, allievi, seguaci, garzoni ed apprendisti, diedero vita a cenacoli dai quali emersero le grandi figure di artisti che perpetuarono poi per proprio conto la tradizione. Nell'ambito della b. d'a. assunse particolare fisionomia nel medioevo anche l'attività di quegli artigiani che coadiuvarono il maestro nell'esecuzione del lavoro più corrente. Tale intensa collaborazione rese possibile alle accreditate b. d'a., una vasta produzione da soddisfare le numerose richieste dei committenti. Anche artisti sommi come Giotto, Masaccio, Paolo Uccello, i Pollaiobi, il Ghirlandsio, Donatello, i Della Robbia, Raffaello, Tiziano e il Tintoretto, ebbero b. operosissime e furono circondati dal largo stuolo di collaboratori.

Più tardi, nel Sei e Settecento, la consuetudine andò perdendosi e se ne ebbero scarse testimonianze : pure son da ricordarsi attivissime botteghe di artisti e di artigiani, queste ultime particolarmente affermatesi dal sec. xvir in poi per la produzione di oggetti di arredamento e decorazione delle chiese e degli ambienti privati. Ebbero importante rilievo quelle dell'artigianato veneziano per la creazione di mobili, di cristalli intagliati, di bronzi lavorati, di merletti, ecc., le altre napoletane dei figurinai di presepe (v.) e le varie fabbriche di maioliche (v.) e porcellane (v.) sparse in Italia, in Francia, in Germania.

In tempi recenti la decadenza della b. d'a. è andata accentuandosi per ragioni di varia natura ma tutte da ricercarsi nella trasformazione della vita sociale in seguito al rapido e totale affermarsi dell'industria e del commercio. Il secolo scorso vide esempi notevoli di gruppi di artisti riuniti negli «studi» spesso sede di dispute letterarie e di polemiche importanti per la storia delle arti figurative, non laboratori collettivi.

Né vi furono ragioni favorevoli al sopravvivere della b. d'a.; essa resistette solo in alcuni centri nei quali vive ancora oggi come ad es. nell'Alto Adige, specie nella Val Gardena, ove l'industria dell'intaglio in legno è patrimonio storico di quelle popolazioni fin dal sec. xvi. Racchiusa nel circolo domestico più che in quello eterogeneo della b. d'a. vera e propria, essa si è specializzata nelle statue e negli altorilievi a soggetto religioso, nelle suppellettili ecclesiastiche, in piccole e fini immagini votive, assumendo in talune "officine" un notevole carattere artistico.

Il concetto moderno di b. d'a. si è poi andato del tutto mutando e oggi ha preso più singolarmente il significato di luogo per il commercio e l'esposizione di oggetti del mercato antiquario. Soltanto in poche grandi città europee, Parigi, Roma, Firenze, Venezia, rimangono alcune b. d'a, con finalità uguali a quelle dei tempi passati.

Bibl.: A. Jacquemart e E. Le Blant, Histoire artistique industrielle et commerciale de la porcelaine, Parigi 1882; P. Molmenti, La storia di Venezia nella vita privata, Venezia 1922-26, passim; A. Chiappelli, Case e botteghe di antichi artefici di Firenze, in Arte del Rinascimento, Roma 1922; R. Berliner, Denkvoller der Krippenkunst, Augusta 1926; E. Levi, Botteghe e canzoni della vecchia Firenze, Bologna 1928. Giovanni Carandente

BOTTENS, Fulgentius. - Scrittore mistico francescano, n. a Courtrai (Belgio) il 31 luglio (o 31 ag.) 1637