volume-02

Back to Volumes


Delle sue opere filosofiche e teologiche ricordiamo: Theologicarum quaestionum II. Io (Parigi 1510); De nihilo (Parigi-Amiens 1510 e Groninga 1661); De sapiente (Pa-rigi-Amiens 1510-11; a cura di Klibansky, Lipsia 1927) Dominice oratio (Parigi 1511); Vita Lulli e Epistulae 43, (1511-14); Quaestiones in utrumque Testamentum (ivi 1513); Theologicarum quaestionum II. 7 (ivi 1513); Supputatio septem aetatum mundi (Saucourt 1520); De voto, de libero arbitrio, de differentia orationis (1529, 1589); Dialogi duo de S.ma Trinitate, De divinis praedicamentis, De raptu Pauli (Parigi 1531); De prophetica visione (1531); Dialogi de animi immortalitate, De resurrectione, De mundi excidio (ivi 1551 ).

Bibl: J. Dippel, Versuch einer systematischen Darstellung der Philosophie des C. B., Würzburg 1865; Hurter, IV, coll. 1282-84; E. Cassirer, Individuum u. Kosmos in der Philosophie d. Renaissance, Lipsia 1927, p. 93 sgg.; B. Jansen, s. v. in LThK, II, coll. 304-305.

BOVINO, diocesi di. - Cittadina in provincia di Foggia, sul contrafforte tra la valle del Cervaro e la val Biletra. La lunga e stretta gola che prende il nome di Vallo di B. unisce la conca di Benevento alle Puglie. Il territorio dell'odierna diocesi di B. era compreso in quello della antica diocesi di Aeca, città distrutta probabilmente durante il sec. vir. Alla metà del sec. x B. è compresa, insieme con altri luoghi della Puglia, nel territorio di Benevento. Assediata da Ottone I nel 969 e nel 970 rimase ai Bizantini ed è in questo tempo che si costituisce a diocesi compresa nella metropoli di Benevento. Passò sotto i Normanni di Puglia nel 1047. Non si conoscono ve-
scovi sicuri fino al 971; il primo è un Giovanni ricordato in un atto che rimonta a tale epoca. Fra i primi vescovi è anche un Ugo il cui nome è riportato in due tavolette che si conservano sul luogo. Furono vescovi di B. il card. Benedetto Accolti e Gabriele Marini. L'erezione del seminario (1601) è dovuta al vescovo Paolo Tolosa.

Nella diocesi esiste tuttora un comune, Castelluccio de' Sauri, di lingua greca e di rito bizantino, abitato da Epirati colà rifugiatoi nel sec. xv.

La Cattedrale, dedicata alla Vergine Assunta ed a S. Marco, è di origine bizantina. Iniziata nel 905 , venne ricostruita nei secc. xit-xili. Ha tre bei portali ogivali ed un notevole coro in legno. Fu danneggiata dal terremoto del 1930. In B. era il sepolcro di s. Marco, vescovo di Aeca, le cui spoglie vi sarebbero state trasferite dopo la distruzione di quella città.

La diocesi di B. è suffraganea di Benevento; ha 12 parrocchie, di cui parte in provincia di Foggia e parte in quella di Avellino, 23 sacerdoti diocesani e 8 regolari, e 35.000 ab. tutti cattolici (1948).

Bibl.: F. Sacco, Diz. geogr., istor., fisico del Regno di Napoli, I, Napoli 1795, p. 127; Cappelletti, XIX, pp. 203-22; P. B. Gams, Series episcoporum Eccl. catholicae, Ratisbana 1873, p. 861; Eubel, I, p. 143; II, p. 21; III, p. 150; C. S. Nicastro, Vestigia di antichità romane nel comune di B., Teramo 1919; Lanzoni, pp. 268 sgg., 276, 304; G. Gay, L'Italia meridionale e l'impero bizantino, Firenze 1917, pp. 59, 292 sgg.

Noemi Crostaroas Scipioni
BOVIO, Giovanni. - Pensatore e uomo politico, n. a Trani nel 1837, m. a Napoli il 15 apr. 1903. Fu, al suo tempo, una delle figure più in vista e ammirate della democrazia italiana. Nella città natale visse la sua gioventù, tutto raccolto negli studi, ma già preso nel fervore delle idee liberali che anche nelle Puglie, al tramonto del governo borbonico, erano diffuse nella classe colta. La sua predilezione era la filosofia, e il suo primo lavoro fu, infatti, il Verbo novello: sistema di filosofia universale, dedicato a ai tributi della Libertà» (1864). D'intonazione enfatisa e talvolta bizzarra, pure rivelava la non comune cultura da lui acquistata nella storia della filosofia, e un fervido ingegno.

Si volse, poi, a studi di filosofia del diritto, e qui acquistò molto maggior fama : pubblicò (1872) il Saggio critico del diritto penale ( 3^{mathrm{a}} ed. 1883, ristampata a Milano nel 1908), la Filosofia del diritto ( 4^{mathrm{a}} ed., Roma 1894), il farraginoso e spesso fantastico Sommario della storia del diritto in Italia ( 2^{mathrm{a}} ed., ivi 1895). Il B. afferma con la scuola classica il principio della libertà personale, ma la costringe in un determinismo sociale concepito come svolgimento del.'umanità verso la pura razionalità. Per il rapporto con la dottrina lombrosiana vedi Il genio (Milano 1903). Egli passava, cosi, dalla questione morale a quella giuridica, da questa a quella politica, per tratteggiare poi una

## Page 1153

filosofia della storia, nella quale si poneva emulo di G. Ferrari. Amava il paradossale, lo stile sentenzioso; ma le sue tesi non erano prive di fascino per il vigore di certa sua dialettica, onde sapeva animare le idee, scolpirle con l'immaginazione, contrapporle drammaticamente.

Straordinario fu l'entusiasmo destato fra la gioventú dell'Università di Napoli, dove recitava le sue lezioni. Vi si univano, naturalmente, motivi politici allora trionfanti. Egli incarnò, in quel tempo, in Italia, la figura tipica del "libero pensatore", a cui non mancava anche la solennità di cert'aria sacerdotale, anzi pontificale. Il positivismo, intanto, si era rapidamente divulgato, e il B. piegò sempre più il suo razionalismo precedente verso un naturalismo ch'egli definl "matematico"; secondo il quale "la materia, proporzionandosi e rapportandosi, si fa natura, questa riflettendosi si fa pensiero, questo movendosi si fa storia"; vedi lo Schema di un naturalismo matematico (1877) e Il naturalismo (postumo, Napoli 1903). Elotto deputato al Parlamento (nel 1876), fu tra i maggiori esponenti del partito repubblicano, e mieté numerosi allori con i suoi Discorsi (ivi igoo, e Roma, a cura della Camera dei Deputati, 1915), più letterari del resto che propriamente politici. Il suo repubblicanesimo, diversamente da quello di Mazzini, aveva una direzione piuttosto anarchica : ché al centro cra la libertà dell'individuo, e lo Stato era una necessità transitoria nello svolgimento storico dell'umanità : vedi Scritti filosofici e politici (ivi 1883); e la Dottrina dei partiti in Europa (ivi 1886). La nota anticlericale (non mai, tuttavia, volgare) ritorna frequente, e talora sconfina in espressioni vicine all'ateismo. Ma era, infine, un'irreligiosità superficiale, come attesta anche la illibatezza dei suoi costumi e la sua vita modestissima.

Aveva un'anima, forse, più che di pensatore, di artista. Sin da giovane compose in versi. Fra le numerose sue iscrizioni, alcune restano come modelli di questo genere letterario. La sua fama maggiore, tuttavia, nel campo
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)

Bovio, Gtovanni - Ritratto.

letterario, fu da lui raggiunta in alcuni drammi, specialmente con il Cristo alla festa di Purim (Opere drammatiche, Milano 1908). Ma forse superiori agli altri drammi sono le scene attiche del Socrate (Torino-Roma 1902), in cui si avverte il desiderio della vicinanza a quella grande figura morale.

Biel.: A. Carlini, La mente di G. B., Bari ror4, con estesa bibl., anche degli scritti minori.

Armaada Carlini
BOVIO, GIOVANNI Antonio. - Teologo carmelitano, n. a Bellinzago nel Novarese, m. il 12 ag. 1622 a Molfetta. Dottore in teologia, reggente degli studi a Milano, a Napoli ed a Roma (ove fu anche professore alla Sapienza) nel 1598 venne nominato consultore della S. Congregazione dell'Indice, e membro della S. Congregazione De auxiliis. Strenuo sostenitore del Sommo Pontefice, si oppose risolutamente al Sarpi (v.) nella famosa lotta di Paolo V contro i Veneziani riguardo all'immunità. Per i meriti acquistatisi in questa contesa, Paolo V nel r6of lo nominò vescovo di Molfetta.

Quale consultore della S. Congregazione De auxiliis ebbe una parte importante nella celebre controversia de efficacia gratiae tra Domenicani e Gesuiti. Si dichiard contrario alla condanna del Molina (v.) e, con senso di equilibrio, giudicò non doversi condannare neppure la dottrina tomistica della predeterminazione fisica.

Scritti: Commentario di tutta la filosofia (ms. nella Biblioteca carmelitana a Roma); De speculorum admirabili virtute (ivi).

Bibl.: E. Tessuro, Panegyricus 7. A. Bovii, Napoli 1623; C. de Villiers, Bibliotheca Carm., I, Orléans 1752, pp. 729-31; Pastor. XI, p. 362; XII, pp. 174-77. Giulio Graedig

BOXERS, sètra dei. - Alle numerosissime sètte segrete della Cina si aggiunse dopo il 1898 la cosiddetta "Società di buoni e sinceri amici", in cinese "I huo t'oen", sorta per reagire contro le concessioni di territori nazionali a potenze straniere. Siccome si esercitavano nella ginnastica e pugilato, il nome di I huo t'oen fu tradotto con B. o pugilatori. Nel igoo presero anche il nome di "Società del gran coltello".

Gli aspiranti venivano iniziati alla sètta con una serie di riti con cui dicevano conseguire l'invulnerabilità. Una volta dato il nome alla setta era impossibile ritirarsi senza correre pericolo di vendetta da parte degli altri affiliati. Dopo la ribellione del 1900 (v. cina) dagli elementi dispersi dei B. ebbero origine le tre sètte delle lance rosse, delle lance gialle, delle pance dure ed altre ancora.

Bibl.: L. M. Balconi, Trentatré anni in Cina, 3² ed., Milano 1946, pp. 176-83. Saverio Paventi

BOYER, Pierde-Denis. - Teologo e predicatore, n. a Sévérac-l'Eglise (Alvernia) il 29 ott. 1766 e m. a Parigi il 24 apr. 1842. Cugino di mons. Frayssinous, con lui condivise la vita di collegio e di seminario, le fatiche dell'apostolato, i rischi della persecuzione durante la rivoluzione, la cattedra d'insegnamento a S. Sulpizio su invito di Emery, l'ardore della predicazione. Infaticabile apostolo di ritiri per il clero, passò evangelizzando tutta la Francia. La sua attività è caratterizzata dalla lotta contro le idee di Lamennais, dalla strenua difesa dei diritti della Chiesa nel nuovo ordinamento statale francese, dallo zelo per il rinnovamento spirituale del clero di Francia.

Opere principali: Antidote contre les aphorismes de M. de Lamennais sous le triple rapport de la philosophie, de la théologie et de la politique (Parigi 1834); Défense de l'enseignement des écoles catholiques (ivi 1835); Examen de la philosophie du christianisme de M. l'abbé Bautuin (ivi 1836); Défense de l'ordre social contre le carbonarisme moderne (I, ivi 1835; II, ivi 1837); Défense de l'Eglise catholique contre l'hérésie constitutionelle qui soumet la religion au magistrat (ivi 1840); Discours pour les retraites ecclésiastiques (ivi 1843).

## Page 1154

Bibl.: Hurter, V, coll. 1183-85; E. Levesque, s. v. in DThC, II, coll. 1121-22; E. Levesque, s. v. in DHG, X, coll. 312-13; E. Levesque, s. v. in DSp, II, col. 1921.

Vito Zollini
BOYLE, Robert. - Celebre scienziato inglese del sec. xVII, n. a Lismore (Munster) in Irlanda il 25 genn. 1627, m. a Londra, il 10, o, secondo altri, il 20 dic. 1691. Studiò a Ginevra ed a Firenze. Mortogli il padre nel 1644, fece ritorno in patria per dedicarsi interamente alla fisica ed alla chimica. Soggiornò successivamente a Stalbridge (1644), a Oxford (1654) e a Londra (1668). Nel campo scientifico il B. fu avverso alle teorie peripatetico-scolastiche, che egli demoliva, nel campo fisico con impeto e chiarezza tutta nuova. Con le sue ricerche contribui efficacemente allo sviluppo della chimica e va annoverato, con il Van Helmont, tra le più grandi figure che dominano la scienza del sec. xvir. Perfezionò la macchina pneumatica di Ottone von Guericke e formulò la legge, ritrovata poi da Edmondo Mariotte, secondo la quale i gas a temperatura costante diminuiscono di volume in proporzione dell'aumento di pressione (legge B.Mariotte).

Scrisse numerose opere scientifiche, tra cui sono di primissima importanza il Chymista scepticus (Ginevra 1676) e gli Experimenta et considerationes de coloribus (ivi 1676). Notevole è pure l'opuscolo Specimen de gemmarum origine et virtutibus (Amburgo 1673).

Il B. ebbe cultura profonda e vastissima, carattere nobile, sentimenti delicati. Fedele alla scienza, non lo fu meno alla religione, intorno alla quale compose alcuni scritti di carattere apologetico con speciale riguardo alle relazioni tra scienza e fede. Per poter leggere la Bibbia nei testi originali si applicò allo studio delle lingue orientali e della lingua greca. Fece tradurre in arabo l'opera di Ugo van Groot, De veritate religionis christianae (Ladda 1627), inviò in terra di missione il Nuovo Testamento, tradotto in lingua malese e stampato a proprie spese, e manifestò le sue convinzioni religiose con altre opere insigni di beneficenza. Fu uno dei fondatori di quell'istituto, che doveva diventare la Royal Society of London. Le sue opere complete furono pubblicate in latino (Ginevra 1676) ed in inglese (Londra 1772).

Bibl.: F. Enriques e G. de Santillana, Compendio di storia del pensiero scientifico dall'antichità fino ai tempi moderni, Bologna 1937, pp. 388-402; A. Uccelli, Enciclopedia storica delle scienze e delle loro applicazioni, I, Milano 1941, pp. 118-203. Emanuele Chiettini

BOYLESVE, MARIN de. - Scrittore gesuita francese, n. a La Coltrie (presso Angers) il 28 nov. 1813, m. a Le Mans il 22 febbr. 1892. Entrato in religione nel 1831, insegnò lettere, storia e filosofia in vari collegi, specialmente a Brugelette e a Le Mans; esercitò molti anni il ministero in quest'ultima città. Di carattere militante e di grande attività, fu scrittore fecondissimo in vari generi.

Le sue pubblicazioni, elencate dal Sommervogel, sono ben 164 : manuali di letteratura, di filosofia, di catechismo, cantici, drammi di collegio, varie serie d'opuscoli d'apologetica. I suoi molti opuscoli di devozione si diffusero assai. Promosse la devozione a s. Giuseppe (St Joseph, oltre 45 edizioni) e massime quella al S. Cuore di Gesù (Le mots du S. Coeur, oltre 100 edizioni). Una sua iniziativa del 1870 sta all'origine del "voto nazionale " francese, che condusse all'erezione della basilica del S. Cuore a Montmartre.

Bibl.: Sommervogel, VIII, coll. 1897-1913.
Edmondo Lamalle
BOYM, MICHAL. - Missionario e sinologo, n. nel 1614 (?) a Lwów (Leopoli) in Polonia, m. il 22 ag. 1659 in Cina nel Kwangsi. Entrato nella Compagnia di Gesù a Cracovia nel 1631, s'imbarcò a Lisbona nel 1642 e lavorò prima nel Tonchino e nell'isola di
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

Bozzetto - B. di Mattia Preti per le pitture in memoria della peste del 1656 - Napoli, musco Nazionale.

Hainan. Nel 1650 fu inviato nel Kwangsi, alla corte di Yungli, l'ultimo imperatore Ming in lotta contro la dinastia manciù, che teneva già il nord. Principesse Ming cattoliche (fra le quali l'imperatrice-madre Elena) e il primo ministro Achille Pang incaricarono allora il B. di portare a Roma lettere al Papa e al padre generale della Compagnia. Per l'India, la Persia e Smirne, il B. arrivò nel 1652 a Venezia e di là a Roma, dove la Congregazione di Propaganda Fide gli si mostrò dapprima diffidente. Poté finalmente ripartire da Lisbona nel 1656, con le risposte di Alessandro VII e del padre Goswino Nickel, ma trovò in Oriente che la dinastia Ming era definitivamente caduta con la vittoria del mancese Wan Li. Tentò di rientrare nel Kwangsi per la via del Tonchino, ma morì di stenti prima di giungere a destinazione.

Fornito di una seria cultura scientifica, il B. lasciò opere importanti: una Flora sinensis (Vienna 1656), una Clavia medica ad Chinarum doctrinam de pulsibus (1686, già nel 1682 nello Specimen medicinae sinicae [Francoforte] del plagiario tedesco Andrea Cleyer); fornì la tabula sienensis per la Geographia reformata alla base della China monumentis illustrata di Ath. Kircher (Amsterdam 1667). Buon numero di altre opere rimasero manoscritte, tra cui una grande carta della Cina (Parigi, bibl. della Marina) e un atlante delle province della Cina in 18 carte colorate (bibl. Vaticana).

Bibl.: Streit, Bibl., V, pp. 793-97; L. Pfister, Notices biographiques et bibliographiques sur les fésuites de l'ancienne mission

## Page 1155

de Chine. I, Shanghai 1932, pp. 269-76; R. Chabric, M. B., jésuite polonais et la fin des Ming en Chine, Parigi 1933, da completare con P. Pelliot, M. B., in T'oung Pao, 31 (1934), pp. 95-131. Edmondo Lamale

BOYVIN, Jean-Gabriel - Teologo dei Minori Recolletti, n. a Vire in Normandia nella prima metà del sec. xvir, m. prima del 168 r. Trascorse la sua vita nell'insegnamento e nello studio di Scoto, e divenne lettore giubilato e insigne scotista.

Si devono a lui due notevoli opere teologico-filosofiche : Theologia Scoti a prolixitate et subtilitas eius ab obscuritate libera et vindicata (Parigi 1664) e Philosophia Scoti a prolixitate et subtilitas eius ab obscuritate libera et vindicata (ivi 1678). L'una e l'altra ebbero varie edizioni, curate in gran parte dai confratelli.

Boll.: J. H. Sbaralea, Supplom. ad Script. Ord. Min., III, Roma 1936, p. 254; Hurter, IV, col. 153; E. d'Alencon, s. v. in DThC, II, col. 1122; U. Smeets, Lineamenta Bibliographiae Srotistivae, Roma 1942, pp. 48, 88, nn. 212, 542.

Giovanni Odoradi
BOZIO, Tommaso. - N. a Gubbio nel 1548 si laureò in legge a Perugia. Entrò quindi nella Congregazione dell'Oratorio di Roma dove si distinse per la pietà e dottrina e fu stimato uno degli uomini più colti del tempo suo. M. nel 1610.

Per desiderio di s. Filippo Neri, di cui fu discepolo, si dedicò agli studi storici in difesa della Chiesa e si rese noto per i suoi Annales Antiquitatum (1637), che furono il frutto degli studi fatti nel tempo che collaborava con il Baronio alla compilazione degli Annales Ecclesiastici. Pubblicò anche alcune opere di diritto canonico e di ascetica e mistica; e si conoscono di lui pure alcune compilazioni letterarie latine e greche.

Bibl.: C. A. De Rosa, marchese di Villarosa, Memorie degli Scrittori Filippini, Napoli 1846, pp. 74-77; A. Capocolatro, Vita di s. Filippo Neri, 2 voll., Napoli 1879, nei documenti in appendice, pp. 797-800; A. Panella, Gli antimachiavellici, Firenze 1943, pp. 64-70.

Carlo Gaabotti
BOZZETTO. - E un modello di pittura o di scultura, eseguito in piccole dimensioni, per definire sommariamente le linee compositive e tirar fuori le masse (cioè «abbozzare» o «sbozzare» e di qui l'etimologia della parola), senza giungere agli estremi particolari di un lavoro compiuto. Ai fini pratici il b. è il mezzo con il quale l'artista mostra al committente le direttive generali secondo le quali svolgerà il suo lavoro e la forma che una ordinazione ha preso nella sua fantasia. Artisticamente queste prime idee generali non ben definite nei loro particolari ultimi hanno interesse grandissimo perché non solo illuminano sul processo creativo di un'opera, ma spesso traducono visibilmente uno stato emotivo che nell'esecuzione definitiva perde di intensità. Il b. viene in uso nel tardo Cinquecento e si pone via via sempre più in evidenza fino a equivalere, specie per alcuni aspetti, nell'arte moderna, all'opera d'arte compiuta.

Tuttavia è da tenere presente come non sia lecito confondere la sommarietà dell'abbozzo che presuppone la rifinita compiutezza di un lavoro, con la sommarietà derivante da una libera spontanea visione che, in quanto tale, per l'artista è definita e quindi definitiva nella sua realizzazione plastica o pittorica malgrado l'apparente sommarietà. Sono notissimi i b. per grandi opere decorative di P. Da Cortona, del Baciccia o del Tiepolo non meno di quelli per molte sculture d'età barocca. Già il Rubene esegui b. assai superiori per spontaneità e vivezza alle opere compiute. - VediTav. CXX. Guglielmo Matthiae

BRA, Santuario della Madonna dei fiori di. Deve il suo nome al caratteristico fatto della fioritura annuale, in pieno inverno, di alcuni pruni selvatici ("prunus spinosa"), che si trovano nel recinto del santuario. Questa insolita fioritura ebbe inizio il 29
sett. 1336, quando la Vergine apparve in aiuto di una giovane sposa, Egidia Mathis, che per salvarsi dalle brame di due soldati si nascose nella prunaia che circondava una piccola edicola a lei dedicata. Da pochi anni è stato ricostruito un nuovo santuario (il tempio anteriore risaliva al sec. xvir) ed ha annessa una casa per esercizi spirituali.

Bibl.: A. Salvini, Santuari mariani d'Italia, Alba 1940, pp. 66-72. Tommaso Leccisotti

BRACGESCO, Carlo. - Pittore lombardo, nominato «magister Carolus de Mediolano» in un documento del 14 nov. 1481. La sua prima opera, firmata Carolus Mediolanensis, è un polittico nel santuario di Montegrazie (Imperia), datato del 1478 . Intorno a questo dipinto la critica recente ha raccolto altre opere, e cioè la bellissima Annunciazione del Louvre, la Manna di s. Andrea del Museo di Cluny, la Crocifissione di s. Andrea alla mathrm{Ca}^{′} d'Oro, un frammento dello stesso ciclo nella collezione Kress, a Nuova York.

La cultura figurativa di C. B. appare molto complessa: soprattutto si avverte la discendenza dal Foppa e dal Bergognone, e vi si riconoscono ancora (Longhi) altri antecedenti, tra cui Bonifacio Bembo e il ligure Donato de' Bardi. Questa molteplicità di interferenze, unitamente a una cosciente informazione delle novità rinascimentali, vengono intese dal B. attraverso una viva sensibilità, risolta in un cromatismo accentuato, in una preferenza per gli ori, in un linearismo sottile, in una affettuosa partecipazione del sentimento. L'ultima notizia è del 6 marzo 1501.

Bibl.: R. Longhi, C. B., Milano 1942. Luigi Grassi
BRACCI, Pietro. - Scultore e architetto, n. in Roma il 16 luglio 1700 , m. ivi il 13 febbr. 1773. Fu forse allievo di C. Rusconi, e svolse la sua attività principalmente in Roma. Tra le sue opere più impor-
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

BraCCI, PIETRO - Angelo di destra dell'altare di S. Giovanni Berchmans - Roma, chiesa di S. Ignazio.

## Page 1156

tanti sono: la statua della Religione e quella del Pontefice nel sepolcro di Benedetto XIII in S. Maria sopra Minerva; il monumento a Maria Clementina Sobieski in S. Pietro, caratteristicamente settecentesco; il monumento a Benedetto XIV pure in S. Pietro, dove la statua del Disinteresse è di Gaspare Sibilia.

- Il B., che solo parzialmente aderì alle tendenze peculiari del secolo, rappresenta il perdurare della tradizione barocca nel Settecento romano. Grandissime sono le sue doti di ritrattista (Statua di Clemente XII, nel museo di Ravenna).

BibL.: C. Gradara, P. B. scultore romano, Roma-Milano 1920; id.. Due opere della scultore P. B. in Portogallo, in Roma, 16 (1928), pp. 234-36; G. Delogu. La scultura italiana del Seicento e Settecento, Firenze 1932.

Vincenzo Golzio
BRACCIALETTO (armilum, armilla, brachiale, manica). - Il b. dai tempi preistorici fino ad oggi costituisce decorazione per il braccio dell'uomo e della donna. E quasi sempre di metallo, lavorato con diverse tecniche; tuttavia si trovano spesso anche b. tagliati in pietra dura, avorio, ambra, vetro, o in altro materiale e perfino esemplari fatti di capelli.

Assume significato simbolico nel giuramento che gli Anglo-Sassoni facevano sui loro b.; già sotto Corrado I (m. nel 919) fece parte del vestiario regale. Nel tempo paleocristiano, anche presso grandi uomini della Chiesa come s. Cipriano (PL 4, 473) continua l'uso del b., con forme non molto differenti dal tipo classico. Sappiamo da Clemente d'Alessandria (PG 8, 548) che le donne portavano ancora, al suo tempo, b. in forma di serpenti. Nelle catacombe si sono trovati b. di diverse fogge e materiale, in gran parte di semplice fattura; molti, specialmente per bimbi, di vetro, di agata, di bronzo (Vaticano, museo Sacro). Il più bell'esemplare in oro con ricca decorazione, trovato sotto la basilica di S. Pietro, è di epoca postcostantiniana. Già tendenti al tipo bizantino del sec. vi sono alcuni b. d'argento a dischi, con figurazioni della Madonna e di santi. Alcuni antichi esemplari ricordano motivi siriaci : ad es. quello del museo Britannico, con la Madonna su un medaglione nel centro e tralci di vite sul corpo traforato (proveniente dall'Egitto).

Anche l'arte barbarica sviluppa le vecchie forme classiche con nuove decorazioni. Si trovano b. d'oro massiccio in forma di serpente e spesso col corpo curvato o tondo, in parte liscio, in parte con ornamenti. Risponde al carattere di quell'arte di far finire le estremità con teste di animali.

I pochi b. che restano dell'alto e del tardo medioevo dimostrano forme più raffinate; col Rinascimento il b. si arricchisce ancor più. Molto comune diventò l'uso del b. nel Settecento, spesso con cammei o miniature applicate su strisce di stoffa, finché, nell'Ottocento, non rifiorirono le forme classicheggianti.

BibL.: O. Wulff, Altshristliche und mittelalterliche byzantinische und italienische Bildwerke, I, Berlino 1909, pp. 162-224; W. Dennison, Studies in East Christian and Roman Art, Nuova York 1918; H. Leclercq, s. v. in DACL, II, coll. 1118-21; I. Müller, s. v. in Reallexikon z. deutschen Kunstg., I, col. 1032; A. M. Ciaranfi, s. v. in Enc. Ital., III, p. 643.

Guglielmo Federico Volbach
BRACCIANTATO (agricolo). - E bracciante il contadino, senza particolare specializzazione, che trova temporanea occupazione nell'azienda agraria con contratto a salariato di breve durata e che ricava i mezzi di sussistenza con questo saltuario lavoro.

In pratica non è sempre facile individuare il bracciante nelle rilevazioni statistiche, perché, nel gruppo di coloro che genericamente si indicano con questo
termine, confluiscono individui di provenienza ben diversa, dall'operaio disoccupato dell'industria al piccolo proprietario particellare che cerca di integrare, con il lavoro a giornata, le sue modestissime entrate. Questo caso è frequentissimo nel mezzogiorno d'Italia, ove spesso il piccolo proprietario è, di volta in volta, affittuario, partitante, bracciante, a seconda delle possibilità che gli sono offerte e che cerca assiduamente, data l'insufficenza del reddito della sua minuscola proprietà. Questa incertezza nella determinazione dei braccianti giustifica le approssimative valutazioni del loro numero e le polemiche svoltesi sulle cifre relative.

In base ai dati dei censimenti della popolazione italiana, sino a quello del 1921, i lavoratori salariati dell'agricoltura maschi ammontavano a ca. 3 milioni. I due ultimi censimenti presentano fortemente ridotta questa cifra: 1. 593.302 (soli maschi, nel 1931) e 1. 791.946 (soli maschi, nel 1936), cioè il 28 \% della popolazione agricola maschile contro il 45 \% nel 1921.

Alcuni hanno commentato queste cifre come prova della profonda trasformazione in corso nella struttura dell'agricoltura italiana. Purtroppo questo ottimismo non è fondato, e comunque le cifre riportate non sono sufficienti per giustificarla, in quanto i criteri di rilevazione nei vari censimenti non sono omogenei e, come riconosce il Molinari nella Relazione generale al Censimento del 1936, la forte differenza fra i dati dal 1921 e del 1931 è dovuta al fatto che nel primo dei due censimenti è stata attribuita la qualifica di giornaliero a quegli agricoltori che svolgono anche lavoro salariato ricordati sopra. Su questo fatto non corre alcun dubbio, e del resto i gravi difetti della rilevazione relativa alla classificazione professionale nei censimenti, per quanto riguarda l'agricoltura, erano già stati posti in rilievo nella Inclusito agraria del Faina. Circa il numero dei salariati in senso stretto, i dati dell'ultimo censimento si possono considerare sufficentemente attendibili. Ed allora abbiamo 1.817 .283 avventizi e 381.785 salariati fissi; in complesso più di due milioni di braccianti e cioè 1 / 4 della popolazione agricola attiva italiana. Di essi un terzo è formato da donne.

Le origini e le ragioni del permanere nel nostro paese di un numero così grande di braccianti sono molteplici e varie da zona a zona: ragioni prettamente tecniche ed economiche si uniscono a ragioni storiche e sociali. Ovunque motivo comune è il rapido sviluppo della popolazione rurale non accompagnato da un adeguato ampliamento delle possibilità di lavoro e dalla scarsità di capitali necessari per le grandi trasformazioni fondiarie. Fra le ragioni di ordine economico-tecnico deve essere ricordato l'ordinamento produttivo delle zone di recente bonifica e di quelle a coltura estensiva, caratterizzato da povere colture erbacee e dalla mancanza di attività zootecniche. In questo ordinamento vi sono forti variazioni stagionali nelle richieste di lavoro.

Il reddito netto relativamente elevato che dà l'agricoltura cosi organizzata nel nostro paese e la deficenza di capitali, unite al notevole rischio che comportano gli investimenti nelle culture intensive ed in specie in quelle arboree, mantengono questo ordinamento culturale inadatto ad assorbire con continuità, durante l'anno, i lavoratori agricoli.

E opportuno avvertire che se l'azienda capitalistica crea e mantiene il salariato, gli aspetti più gravi di questo rapporto non nascono tanto dalla sua natura quanto dalla sua precarietà. Essa è meno grave nelle zone ove prevale l'indirizzo zootecnico, ove sono molto frequenti i salariati fissi, più acuta nelle altre.

Nel mezzogiorno il b. è mantenuto dall'esistenza di grandi proprietà a coltura estensiva, mentre la limitatissima estensione delle proprietà dei coltivatori diretti li obbliga a cercare impiego nelle possibilità di lavoro eccedenti nelle aziende cerealicole estensive. La mancanza di strade, di acqua, le condizioni generali dell'ambiente ostacolano l'appoderamento dei terreni e perpetuano un ordinamento colturale che impone nei momenti di punta un

## Page 1157

largo assorbimento di lavoro, lasciandolo pressoché disoccupato nel restante dell'anno. In alcune zone il permanere di forti masse di braccianti dipende anche dal fatto che i lavori di bonifica hanno richiesto più personale di quanto ne possa assorbire, almeno in un primo tempo, il terreno bonificato.

La situazione dei braccianti può essere aggravata dalla presenza di attività industriali stagionali (zuccheriera-conserviera), dalla discontinuità di lavori pubblici, dall'eccessivo carico di braccia in zone finitime appoderate, infine dalla disoccupazione nell'industria.

Da un punto di vista topografico il b. è più frequente nella bassa valle padana ( 1 / 3 dei braccianti), ed in particolare nell'Emilia con 200 mila, nel Veneto con 155 mila, in Lombardia con 145 mila. Nel Piemonte i braccianti sono assai frequenti nelle province di Novara e Vercelli, in specie per la risicoltura, mentre l'intenso sviluppo dell'allevamento del bestiame nella pianura lombarda mantiene un rilevante numero di salariati fissi.

Fuori della pianura padana, i braccianti costituiscono una masse notevole in Sicilia ( 235 mila), nelle Puglie ( 224 mila) ed in minor misura in alcune zone della Campania, delle Calabrie e del Lazio.

Da quanto è stato accennato risulta che caratteristica del loro lavoro e quindi del loro reddito è la precarietà. Nella gran media si può ritenere che l'occupazione annua è compresa fra le 200 e le 250 giornate, cioè ca. 1 / 3 delle giornate lavorative è perduto.

Si tratta di un lavoro, per il quale di solito non occorrono speciali attitudini, salvo la resistenza fisica, pesante ed accentrato in alcuni mesi ed eseguito in condizioni di ambiente particolarmente dure, dalla primavera all'autunno per arare, zappare, mietere, falciare, trebbiare, e per lavori di scavo. Nei periodi di punta si superano i limiti delle otto ore. Passati questi la disoccupazione è inevitabile. In queste condizioni, anche se le tariffe salariali sono venute migliorando col tempo, il reddito di questi lavoratori rimane estremamente basso.

Dall'inchiesta agraria, a quella recente dell'istituto Nazionale di Economia agraria, a numerose monografie di singoli studiosi, è possibile ricavare una dolorosa documentazione. Prima della guerra, nonostante le occasioni più numerose di lavoro che la politica economica seguita offriva in alcune zone ove è più alto il numero dei braccianti, il guadagno medio raramente superava le 2000 lire annue, e la spesa sostenuta per ogni unità di consumo si manteneva sensibilnente inferiore a questa cifra. Come si vede si tratta di un bilancio miserevole, anche se questi dati si possono ritenere solo approssimati al vero per difetto. Le condizioni dell'abitazione sono di solito pessime. Il luogo di lavoro dista anche notevolmente da quello di residenza, imponendo spostamenti faticosi che peggiorano le condizioni di vita del lavoratore e della sua famiglia. Le scarse entrate del capo famiglia obbligano ad un lavoro precoce i figli, ed anche le donne con figli piccoli vi concorrono.

Le informazioni più recenti non lasciano vedere alcun sostanziale miglioramento nella condizione della massa dei braccianti, che si può sintetizzare nella parola miseria. Da essa segue che in alcune zone, in certi casi estese a vaste contrade, Romagna e Puglie, lo stato di agitazione sia permanente; anche per il fatto che una parte notevole di questi lavoratori è staccato dal processo produttivo. Il bracciante sente che la vicenda della produzione agricola non gli appartiene e che essa in certo senso può persino svolgersi senza di lui con la meccanizzazione. Alla radice di questo male sta l'eterna ricerca dell'uomo anelante alla sicurezza per sé e per la sua famiglia, ed alla pace che dà il dovere compiuto; mentre per molti mesi all'anno è costretto all'ozio più avvilente e diseducatore.

Se queste sono le condizioni della vita materiale e sociale è facile pensare alle difficoltà estreme di una sana vita morale. L'istruzione è ostacolata dalla necessità di utilizzare il lavoro dei piccoli, e da tutte quelle circostanze, aggravate in questo caso dalla miseria, che già mettono in condizioni di sfavore il lavoratore della terra. Il lavoro promiscuo, rude, manuale, svolto lontano dalla casa e l'alta
proporzione di donne braccianti, costituiscono da un altro lato una minaccia assai grave ad una sana vita morale; minaccia sino ad oggi contenuta da un sentimento religioso, più o meno sentito nelle varie zone, ma esso stesso esposto alla facile propaganda avversa e non fondato su di una pur modesta istruzione.

Le cose si presentano in modo ancor più doloroso ove il lavoro del bracciante suppone uno spostamento dalla propria dimora. Allora il soggiorno per periodi anche abbastanza lunghi in collettività di lavoro diventa ragione di gravi pericoli.

Date queste caratteristiche del b. il problema non si riduce a realizzare condizioni di lavoro più umane ed un trattamento salariale meno misero, ma richiede di modificare, nei limiti del possibile, la struttura dell'ordinamento dell'impresa agricola che occupa braccianti. Infatti i provvedimenti, ripetutamente adottati, di turni di lavoro, divieto di scambio ed imponibile di mano d'opera, limiti nell'uso delle macchine, operano una semplice redistribuzione del lavoro, ed hanno spesso per effetto un aumento del costo di produzione. Insieme con l'esecuzione di lavori pubblici, possono servire come temporanea soluzione di crisi particolarmente acute di disoccupazione, ma non eliminano le cause dei mali del b.

Il rimedio fondamentale è quello dell'appoderamento, per il quale, con la promiscuità delle colture, si riesce ad una migliore distribuzione del lavoro della famiglia contadina durante l'anno, mentre il carattere intensivo dell'agricoltura, che esso suppone, ne accresce il reddito. L'abitazione nel podere, la partecipazione al prodotto, anche nel caso che non si sia raggiunta la formazione di una piccola proprietà, legano il lavoratore alla terra per quella sicurezza delle condizioni di vita che essa gli garantisce e per l'interesse che stimola. Nel podere è facile trovare quelle attività che, mentre occupano continuamente il lavoratore, gli assicurano un reddito più alto, mentre procurano alla collettività un maggior volume di produzione.

Purtroppo non sempre le condizioni agrarie permettono questa trasformazione. Talora l'appoderamento suppone rilevanti opere di bonifica, ed impone notevoli investimenti, cioè i mezzi della grande impresa o dello Stato. In molte zone dell'Italia meridionale l'appoderamento è condizionato ad una vera riforma agraria, accompagnato da un complesso rilevante di opere comprendenti bonifica, costruzione di strade, acquedotti, abitazioni. Per raggiungere questi risultati, pur non escludendosi una benefica ed auspicabile iniziativa privata, si richiede l'assistenza o l'intervento diretto dello Stato.

E però necessario avvertire che, anche nelle zone ove è possibile l'appoderamento, non si può, oggi, dato il sovraccarico di popolazione, pensare alla completa trasformazione della massa dei braccianti. Si è infatti rilevato quanto numerose siano le ragioni che determinano la formazione del b., e fra di esse non ultima l'aumento della popolazione rurale. Di più il necessario progresso tecnico dell'agricoltura italiana impone una maggior diffusione di mezzi meccanici e quindi in molte zone un minor carico di forze umane per unità di superfice.

Sarebbe quindi imprudente pensare alla soluzione totale del problema, quasi per effetto di una bacchetta magica, con l'appoderamento. La trasformazione agraria deve essere completata ed accompagnata con un adeguato sviluppo di attività mercantili ed industriali, se non si vuole o può pensare alla emigrazione. Ove non si può attuare l'appoderamento si possono miglio-

## Page 1158

rare le condizioni del bracciante con il contratto di compartecipazione. Per esso viene assegnato al bracciante un appezzamento in concessione, attribuendogli, per il lavoro che vi applica, una quota del prodotto diversa a seconda del tipo di coltura (v. cosiportecipazione). Tale rapporto di lavoro mentre offre al bracciante una preziosa integrazione al suo bilancio, permette un migliore impiego delle forze lavorative della famiglia e contribuisce all'incremento della produzione.

BibL.: Atti della giunta per l'inchiesta agraria, Roma 1881 1884; G. Lorenzoni, I lavoratori delle riaste, Milano 1904; id., L'inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini vall'tiolia meridionale e in Sicilia, Roma 1909; F. Coletti, La popolazione rurale in Italia, Piscenza 1925; V. Riechioni, Lavoro agricolo e trasformazioni fondiarie in terra di Bari, Bari 1929; A. Scopieri, La guerra e le classi rurali italiane, ivi 1930; Osservatorio di Economia agraria di Palermo, I contadini siciliani, Roma 1933; L. Perdisa, Le «larghe» del Raccennate e la loro trasformazione fondiaria, Bologna 1941.

Silvia Golzio
BRAGGIO da Montone. - Condottiero, figlio di O. Fortebracci, fondatore di una scuola di arte militare, n. forse a Montone (Perugia) il 1^{°} luglio 1368 , m. a l'Aquila il 5 giugno 1424. Il padre Oddo era stato sbandito e privato dei beni, quando egli era ancora bambino. Imparò il mestiere delle armi sotto Alberico da Barbiano. Dopo vari tentativi per rientrare in patria, nei quali si distinse fra gli altri nobili perugini esiliati, conquistò territori nella Marca e si schierò per Giovanni XXIII contro Ladislao di Durazzo, re di Napoli. Ma le vicende della guerra e delle relazioni tra il Papa e il durazzese gli impedirono di raggiungere l'intento di riconquistare tutto il territorio patrio. Destinato dal Papa al governo di Bologna, si procurò con estorsioni i mezzi per il bramsto ritorno in patria, che riusci ad effettuare nel 1416, dopo che Giovanni fu deposto. L'anno dopo, già dominava la maggior parte dell'Umbria e una vasta zona della Marca. Per 70 giorni tenne Roma approfittando della congiura in favore dell'antipapa Benedetto XIII. A Martino V chiese l'Umbria in vicariato, m3 il nuovo Pontefice ordinò invece a Guidantonio di Montefeltro di riconquistare l'intero patrimonio della Chiesa. La lotta fu accanita. I Fiorentini negoziarono la pace che fu firmata a Firenze nel febbr. 1420. B. otteneva per essa il vicariato dell'Umbria. Alla fine di quell'anno, sottomise alla Chiesa Bologna, e si uni in seconde nozze con Niccolina Varano, dalla quale gli nacque il figlio Carlo. Al principio dell'anno seguente, nonostante il divieto del Papa, parti in spedizione verso il reame di Napoli, ove intervenendo nelle lotte dei baroni, ottenne denari e territori. Un nuovo intervento dei Fiorentini provocò una seconda pace col Papa, nella quale B. ottenne il principato di Capua, rinunciando a Città di Castello. Ma egli, approfittando dei sospetti dei Fiorentini nei riguardi di Filippo Maria Visconti, mirava ormai a dominare gran parte dell'Italia. Malgrado la promessa fatta al Papa di non toccare i domini della Chiesa, si diresse contro l'Aquila, posizione chiave per la conquista del regno napoletano. Ma la città resistette, mentre Martino V si affannava a raccogliere il maggior numero di alleati. La cruentissima battaglia del 2 giugno 1424 segnò la fine della fortuna di B. Ferito gravemente, si lasciò morire, rifiutando ogni soccorso, tre giorni dopo la sconfitta. Il suo stato si dissolse.

BibL.: A. Fabretti, Biografie dei capitani venturieri delI'Umbria, Monopulciano 1842; R. Valentini, s. v. in Enc. Ital., VII, pp. 649-50; id., Contari sulla guerra aquilana di B. ecc., Roma 1935.

Luigi Michelini 'Tseci
BRAGGIOLINI, Francesco. - Poeta, n. a Pistoia il 26 nov. 1566; studiò leggi per volere del pa-
dre, ma presto si sentì attratto dalla poesia e diede tali prove della sua capacità da essere, appena ventenne, iscritto all'Accademia fiorentina, dimostrandosi poeta di vena feconda e di vivida fantasia.

Tra i componimenti poetici di questo periodo merita particolare menzione la favola pastorale L'Amoroso sdegno, alcuni saggi della quale, con aggiunta di altre rime, furono pubblicati a Milano nel 1597. Si trattenne a Firenze quattro anni e vi conobbe Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII. Nel 1590 si trasferì a Roma, quindi a Napoli e a Genova, ove entrò in dimestichezza con il Chiabrera e con il Grillo. Dal 1395 al 1602 fu a Milano al seguito del card. Federico Borromeo; poi tornò di nuovo a Roma e fu assunto, come segretario, da Maffeo Barberini che lo portò con sé in Francia. A Parigi pubblicò i primi quindici libri de La Croce rinequitetta (ed. Ruelle 1605), poema eroico fra i più notevoli del Seicento, anche se troppo simile nella struttura e nello svolgimento alla Gerusalemme liberata. Lasciata la Francia, si ritirò a Pistoia e si applicò interamente alla poesia; terminò La Croce rinequitetta (edita a Venezia nel 1611); scrisse numerose rime (notevoli i Sonetti in vista ed in morte della Lena Formata), quattro tragedie, poemi epici. Ma il suo nome è soprattutto legato allo Scherno degli dèi (Firenze 1618), poema faceto, da molti giudicato non inferiore alla Secchia rapita, che suscitò viva contesa nella critica contemporanea per stabilire se l'onore di aver introdotto nella letteratura italiana il « poema eroicomico» fosse da attribuire al B. o al Tassoni; gli studiosi moderni hanno risolto il problema in favore di quest'ultimo. Nel 1622, salito al soglio pontificio Maffeo Barberini, il B. lo raggiunse a Roma. Fu accolto con molti onori e condusse vita agiata, entrando anche ai servigi del card. Antonio Barberini in qualità di segretario; compose altri poemi e drammi e pubblicò in onore del Pontefice L'Elesione di Urbano Papa VIII.

Alla morte del suo benefattore, avvenuta nel 1644, tornò alla nativa Pistoia, e vi mori il 31 ag. 1645.

Bibl.: M. Barbi, Notizia della vita e delle opere di F. B., Firenze 1879; C. Cegani, F. B. e il suo poema, in Atento veneto, 2 (1883), pp. 129-64; A. Diavoli, Bibl. storica del poema piacevole: La scherno degli dèi di F. B. pistoiese, Reggio Emilia 1930; A. Bolloni, Il Seicento, Milano 1943, pp. 193-98, 232-62, passim. Italo Borzi

BRAGGIOLINI, Poggio (Poggio Fiorentino). - N. a Terranova Valdarno, presso Arezzo, ca. il 1380. Non ricco di beni familiari, ebbe difficili i primi studi. A Firenze, alla scuola di Giovanni da Ravenna, fu presto conosciuto per vivacità d'ingegno e attitudine alle lettere; e molto lo aiutarono a farsi valere Coluccio Salutati e l'amicizia dei più noti umanisti. Quando giunse a Roma nel 1403 la sua fama letteraria era già assicurata; l'anno dopo da Bonifacio IX fu nominato segretario, e questo ufficio tenne poi quasi ininterrottamente per circa un cinquantennio, pure in mezzo alle travagliate vicende del pontificato romano in quegli anni.
B. poté considerarsi un privilegiato ; i suoi viaggi da un concilio all'altro gli permisero fruttuose ricerche di codici nei monasteri di mezza Europa. Importante fra l'altro la sua scoperta del poema lucreziano.

Dopo un'infruttuosa dimora in Inghilterra, il B. tornò a Roma, al suo ufficio; negli ultimi anni lasciò la Curia per diventare a Firenze cancelliere e storico della Repubblica, e priore. Poté quindi attendere in pace, nella sua villa in Valdarno, la morte (1459), curando l'ultima fatica letteraria, la Historia florentina, volgarizzata poi dal figlio Iacopo.

Le sue opere, numerose e interessanti, mancano in generale di profondità, ma non certo di vivacità. L'epistolario, fra i migliori del tempo, contiene varie descrizioni di viaggio e note su costumi e usi di popoli stranieri, ed acquistò celebrità una sua lettera al Bruni sul supplizio e la morte dell'erefico uscita Girolamo da Praga. I suoi dialoghi (De aueritis [1429]; De nobilitate [1440]; De infeli-

## Page 1159

citate principum [1440]; De varietate Fortunae [1448]; Contra hypocritas [1449]; Historia convivialis [1450]; De miseria humanae conditionis [1455]) sono piuttosto lenti di svolgimento, e poveri di contenuto filosofico, ma abilmente intessuti di piacevoli aneddoti e acute osservazioni, e pregui di schietta avversione per gli impostori, i fannulloni e i viziosi. Particolare diffusione ebbero le Facetiae, raccolta di aneddoti che si immaginano raccontate nell'anticamera pontificia (il bugiale, com'egli lo dice) da familiari per ingannare il tempo; in cui purtroppo il parlare sboccato e licenzioso non fa difetto, come, del resto non manca in altre sue opere. La Historia florentina, scritta in continuazione di quella del Bruni, resta lontana assai dal modello liviano, per finitezza di stile e larghezza d'indagine.

Famose, e spesso scurrili, le invettive del B. contro il Valla, il Filelfo, l'antipapa Felice: era il costume del secolo. Mediocri le sue traduzioni da Senofonte, da Luciano, da Diodoro.

Opere del B.: Poggi Opera (Strasburgo 1513); Poggi Opera (Basilea 1538); Poggi Epistoloe, a cura di T. Tonelli, 3 voll. (Firenze 1832-81). V. anche alcune epistole inedite pubblicate dal Walser nell'ep. cit.

Bibl.: Oltre ai noti studi sull'umanesimo del Toffanin, Rossi, Giuliolo, Voigt, Sabbadini, ecc., si veda, per la vita e le opere del B., G. B. Recanati, Poggi vita, in Poggi Historia Florentina, et vita a Recanato, Venezia 1715; W. Shepherd, Vita di P. B., tradatia da T. Tonelli, con note e aggiunte, Firenze 1825; E. Walser, Poggias Florentinus. Leben und Werke, LipsiaBerlino 1914. Per la dimora in Inghilterra, v. R. Weiss, Humanism in England during the Fifteenth Century, Oxford 1941. Per le polemiche con il Valla e il Filelfo: Ch. Nisard, Les Gladiateurs de la République des Lettres, Parigi 1860. Per la polemica con i frati: G. Toffanin, Storia dell'Umanesimo, Bologna 1943, pp. 295-9 e P. B., Contro l'ipocrisia (I frati ipocriti), a cura di G. Vallese, Napoli 1946.

Giulio Vallese
BRACCIO SECOLARE. - Non si conosce con precisione quando si sia cominciato ad usare questa espressione. Oggi il CIC, can. 2198, la usa, ma con significato diverso da quello del medioevo.

In genere però il b. s. si può definire: potere coercitivo dello Stato, impiegato per rendere esecutive le sentenze ed ordinanze dei tribunali ecclesiastici e per applicare le pene che la Chiesa non conviene eseguisca. Secondo la dottrina cattolica le autorità civili son tenute a prestare tale aiuto alla Chiesa per la superiorità indiretta della Chiesa sullo Stato. La Chiesa, infatti, per la sua stessa costituzione con i poteri legislativo e giudiziario, ha anche il potere coercitivo, che direttamente esercita solo in parte, avendo poi il diritto di esigere, in caso di bisogno, l'aiuto del potere secolare (can. 2214, § i, e 2198).

Per avere una visione completa di questo istituto, è necessario tener presente l'esclusiva competenza dei tribunali della Chiesa nelle cause meramente ecclesiastiche (can. 1553, § i), la dottrina del potere indiretto della Chiesa sullo Stato, il trattato De delictis et poenis nel CIC; v. anche asilo, diritto di; inquisizione; Privilegi dei chiesici.

Quantunque il ricorso al b. s. sembri pregiudiziale al privilegio del fòro, pure esso ne è una naturale conseguenza, data la protezione alla Chiesa assicurata dai principi cattolici da Costantino in poi, e la organizzazione della Chiesa, priva di una milizia propria. Questo ricorso però non apparve ai Padri come la cosa ideale, anche per la facilità di ingerenza del potere civile nelle cose spirituali. Tuttavia s. Agostino, che pur avrebbe preferito agire con gli eretici mediante conversazioni e per via di persuasione, davanti alla loro pervicacia e violenza è costretto ad invocare l'applicazione delle rigorose leggi imperiali ( E p .93 ).

Gli imperatori cristiani, Costantino, Graziano e Teodosio citerranno, come facente parte delle loro attribuzioni, la proscrizione dell'eresia, e sarà il re-
scritto di Graziano, fatto su domanda del Concilio romano, che nel 378 prescriverà le norme per l'intervento del b. s.: gli ecclesiastici recalcitranti saranno costretti dalle autorità civili a farsi giudicare, o, dopo la condanna, ad abbandonare la loro sede (v. A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa, III, vers. ital., Torino [1939], nn. 290, 549).

L'uso più comune nel medioevo fu l'abbandono di un condannato da parte del tribunale ecclesiastico al potere civile. La necessaria irreprensibilità del clero e la conservazione dell'integrità della fede, richiedevano l'applicazione di tale misura. Infatti, la cosiddetta traditio curiae si aveva specialmente nel caso di condanna di un chierico delinquente od eretico, oppure di un laico condannato per eresia. La traditio di un chierico era preceduta dall