ielo sidereo, ma del cielo propriamente detto.
Non tutti e singoli gli argomenti biblici hanno lo stesso valore; per dar loro il valore che meritano converrà guardarli nell'insieme, sempre tenendo conto della tradizione cattolica (v. il ricco studio di L. G. da Fonseca, L'A. di Maria nella S. Scrittura, Roma 1948).
2. Le molteplici convenienze. - La principale ed anche la più efficace fra le varie ragioni teologiche
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addotte in favore dell'A. corporea, sembra quella tratta dal triplice legame che ha Maria S.ma con Cristo i fisico, morale e dinamico, ossia, soteriologico. Se è vero che il Verbo Incarnato, in forza del vincolo morale o affettivo, ha assunto liberamente, nei riguardi della madre sua, tutti quegli obblighi morali che hanno i figli verso la propria madre, ne segue che egli non avrebbe soddisfatto, almeno in modo esemplare, a tali doveri liberamente assunti e particolarmente a quello di onorare la propria madre, se non avesse reso subito il corpo di lei partecipe della gloria dell'anima. Se è vero che la Vergine S.ma, in forza del vincolo dinamico o soteriologico, fu associata a Cristo, nuovo Adamo, quale nuova Eva, nell'opera della Redenzione, ne segue che ella debba essere necessariamente tratta nel solco stesso di Cristo. Orbene, la resurrezione e ascensione di Cristo vengono annoverate, secondo la dottrina di s. Paolo, tra i misteri che hanno operato la nostra salvezza. Altrettanto perciò si dovrà dire di Maria. Nell'ordine presente della Provvidenza, la morte o è in pena del peccato o è in riparazione del medesimo. In Cristo ed in Maria non fu e non poté essere in pena del peccato i fu dunque in riparazione del medesimo. Ma per riparare il peccato glova soltanto la morte, non già la permanenza nella morte. Anche la Corredentrice, perciò, come il Redentore, dovette subito risorgere e, quale premio della riparazione del peccato, ricevere la pienezza della gloria.
Su questo triplice vincolo si basano gli altri principi mariologici che reclamano anch'essi, a loro modo, il medesimo singolare privilegio, vale a dire : il principio di singolarità, il principio di eminenza e il principio di analogia o somiglianza con Cristo.
Secondo il principio di singolarità la Vergine S.ma costituisce un ordine, un mondo a sé, con leggi tutte sue proprie, ossia, come si esprime s. Alberto M., "non è una fra tutti, ma è una sopra tutti" (Mariale, qq. 70-80) in ogni ordine. La Vergine, dice s. Tommaso da Villanova, "sola per se facit chorum", fa coro da sola (In Praesent. B.M.V.). E perciò singolare in tutto, rispetto agli altri, non solo nel primo istante della sua esistenza terrena, con l'essere redenta prima di tutti gli altri per via di redenzione preservativa, ma anche nell'ultimo istante della sua esistenza terrena, risorgendo gloriosa prima di tutti gli altri.
Secondo il principio di eminenza, si deve concedere con maggior ragione a Maria S.ma ciò che è stato concesso da Dio agli altri. Orbene, ad alcuni suoi servi fedeli Dio ha concesso il dono della incorruttibilità della salma. Altrettanto, anzi assai più, dovette fare per la sua S.ma Madre, accordando al corpo di lei non soltanto l'incorruttibilità ma anche l'anticipata glorificazione.
Secondo il principio di analogia o somiglianza con Cristo, Maria S.ma fu sempre ed in tutto simile al Figlin, per quanto lo comportavano la natura e la condizione di lei. I misteri della vita di Maria armonizzano mirabilmente coi misteri della vita di Cristo. Al mistero quindi della anticipata resurrezione di Cristo dovette corrispondere il mistero dell'anticipata resurrezione di Maria; alla gloriosa Ascensione di Cristo dovette corrispondere la gloriosa A. di Maria. Due destini così mirabilmente uniti fin dall'inizio e in tutto il corso della loro esistenza terrena, non potevano essere bruscamente divisi al termine della medesima.
Tutte queste ragioni, tolte dalla Scrittura, dalla tradizione e dalle convenienze teologiche, prese insieme, acquistano tale forza da rendere definibile l'A. corporea di Maria.
Biel.: R. Buselli, La Vergine Maria vivente in corpo ed in anima in cielo, Firenze 1863, 2^{°} ed. 1866; O. Vaccari, De corporea Deiparae Assunplione in caelum, un dogmatico decreto defunto positi, Roma 1880; A. Lana, La resurrezione e corporea A. al cielo della S. V. Madre di Dio, ivi 1880: F. S. Müller, Oriqu divino-apostolico dottrione eceretionis B. Virginis ad gloriosa coelestem quoad corpus, Innsbruck 1903; G. Mattiumi, L'A corporea della Vergine Madre di Dio nel dogma cattolico, Milano 1924; C. Crosta, L'Assunta nell'odierna teologia cattolica, ivi 1930; J. Augustl Panell, La Virgen en el misterio de la A., Madrid 1931; P. Kennadin, Assunplio B.M. Virginis, Torino-Roma 1933; L. Carli, La morte e l'A. di Maria S.ma nella omelia greche dei secc. VII-VIII, Roma 1941; M. Jugie, La mort et l'A. de la Sainte Vierge: etude historico-doctivuale (Studi e Testi, 114). Città del Vaticano 1944; C. Balic, De defnobilitate Assunplionis B. V. Mariae in caelum, Roma 1945; M. Garcia Castro, El dogma de la A., Madrid 1947. - Una raccolta di studi sull'A. sotto i vari aspetti si trova in Estudios Marianos, 6 (1947). pp. 1-230 e in Verdad y Vida, 6 (1948). pp. 1-420. La più recente bibliografia assunzionistica è esaminata da G. Grosignani, Il problema dell' A. della B. V., in Divas Thomas, 31 (Piacenza 1948), pp. 170-83 (in continuazione); B. Mariani, L'a. di Maria SS. nella S. Scrittura, in Studia Marianu, I, Roma 1948. pp. 453-509; id., Nuovi testi biblici in Javore dell'A. di Maria S.ma, in Euntes docere, 1 (1948), pp. 179-94. Gabriele M. Roschini III. Iconografia. - Il racconto della morte, A. ed incoronazione della Vergine, quale ci fu tramandato dalle antiche leggende, non trova prima del sec. xir raffigurazioni che su stoffe, avori e miniature. Esce risalgono generoamente alle rappresentazioni bizantine o bizantineggianti della dormitio, introducendovi nella zona inferiore la consueta figurazione del gruppo degli spostoli riuniti intorno al letto di morte insieme con Gesù; accanto è la figura di un angelo che porta l'anima al cielo (avori del museo di Cluny, sec. xit. e di Darmstadt). A queste immagini simboleggianti l'a. dell'anima sotto forma di bambino, preesistevano altre, che dimostravano la Vergine adulta come orante fra gli angeli con le ali spiegate (stoffa di Sens, secolo vir, tavola di Tuotilo, sec. Ix, nel monastero di S. Gallo). Mentre siffatte scene ebbero bisogno del chiarimento di una iscrizione, i miniatori dell'abbazia di Reichenau trovarono nel 1000 una nuova soluzione per il difficile tema : nelle loro opere gli angeli sorreggono un medaglione col busto di Maria, sostituito poi dalla mandorla che racchiude la sua figura intera. Questo tipo di "Maria in gloria" fu adottato sia dalla trecentesca scuola pittorica senese sia da moltissimi quattrocentisti (Masolino, Pinturicchio e Perugino), finché Tiziano col celebre quadro del 1518 (Venezia, Frari) abbandonò il vecchio schema iconografico, trasformando coraggiosamente l'a. in un'ascensione vera e propria con la figura della Madonna liberamente sospesa nello spazio fra terre e cielo, corteggiata dagli angeli al disopra del sepolcro vuoto. Tale tipo iconografico fu adottato quasi da tutti gli artisti posteriori, dal Rubens fino al Tiepolo.
Biel.: K. Künste, Iconographie der Heiligen, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 363, 380-82; L. Bréhier, L'Art chrétien, Parigi 1928, pp. 266 sgg., 424 ; S. Rossi, L'a. di Maria nella storia dell'arte cristiana, Napoli 1940.
Kurt Ratho
IV. L'A. nella liturgia. - a) In Oriente. - Quanto certa è l'origine orientale della festa dell'A., tanto ne rimane incerto il momento e la località. L'ipotesi che derivi dalla festa dalla chiesa mariana, detta Kathisma, situata fra Gerusalemme e Betlemme, celebrata il 15 ag., come risulta da un lezionario armeno del 460 ca., è oggi abbandonata, perché si tratta della dedicazione di questa chiesa. Anche una specie di trasporto della primitiva festa mariana, comune quasi a tutti i riti orientali, posta o dopo il Natale oppure dopo l'Epifania, pare inverosimile. La celebrazione di una festa mariana a Gerusalemme, il 15 ag., legata ad una chiesa costruita, come pare, da Eudossia ( 450 ca.) nel Carboemani, è attestata da un lezionario georgiano del sec. viII, che rispecchia usanze gerosolimitane della fine ca. del sec. vir. Questa festa però, come dimostrano altri
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(fot. Gioromelli)
Assunzione - La Vergine recata in cielo dagli Angeli. Francesco Nagni - Roma, presso l'autore.
testi, riguardava Maria nella qualità di Madre di Dio. Tuttavia nel sec. vi si credeva di ravvisare in quest'ultima chiesa il luogo della sepoltura della Madonna, ed è probabile che le narrazioni degli apocrifi intorno alla morte di Maria abbiano contribuito a trasformare la celebrazione gerosoliminina del 15 ag., in una festa della morte della Madonna. Questa è oggi l'ipotesi più accreditata. Sembra che l'imperatore Maurizio ( 582 -602) abbia ordinato che la festa della xolıxpix, dormitio, di Maria, fosse celebrata in tutto l'impero; infatti da quel tempo essa divenne molto popolare. I bizantini premettono alla festa un digiuno di 15 giorni, fin dal tempo di Teodoro Studita (826); presso gli armeni il celebrante benedice dopo la Messa, ai piedi dell'altare, alcuni grappoli d'uva che vengono poi distribuiti agli astanti.
Biel.: A. Baumstarb, Liturgie comparée, 2² ed., Chévetogne 1939: L. Carli, La morte e l'A. di Maria S.ma nelle omeli, greche dei secc.VII, VIII, Roma 1941: B. Capelle, La fête de la Vierge à Jérusalem, in Le Muséon, 36 (1943), pp. 1-33; M. Jagie, La mort et l'Assomption de la Sainte Vierge, sopra citata, passim, soprattutto pp. 172-211; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, p. 247 sgg.; A. Raca, Axa origines de la fête de l'Assomption en Orient, in Orientalia chriziana periodica, 12 (1946), pp. 264-74; A. Amore, La festa della morte e dell'A. della B. Vergine nella liturgia Orientale, in Studia Mariano, I: Atti del Congresso Nazionale Mariano dei Frati Minori, Roma 1948, pp. 197-222.
b) In Occidente. - La festa dell'A. passò in Occidente per diverse vie. Nella Spagna e nella Gallia una festa mariana, in un primo tempo generica, ma poi come celebrazione dell'A. di Maria in cielo, appare alla fine del sec. vi (Gregorio di Tours ne parla nel De gloria martyrum, c. 9), ed era fissata al 18 genn. Però a Roma, Gregorio Magno (m. nel 604) non conosce ancora alcuna festa mariana particolare. Verso quell'epoca nacque una festa generica di Maria, come Madre divina "in octabas Domini ", cioè il 2^{°} genn. Soltanto con Sergio I (m. nel 701) si ha notizia di quattro feste mariane in Roma; infatti con un suo consti-
tutum, egli decreta che le feste della Purificazione, Annunziazione, A. (chiamata Dormitio) e Natività, siano celebrate con una processione solenne da S. Adriano al Foro a S. Maria Maggiore. E quindi certo che tali feste furono introdotte a Roma durante il sec. vir. Gli studiosi hanno proposto vari Papi greci, tra cui Teodoro I; tuttavia si può osservare che l'introduzione di queste feste mariane con decreto pontificio avrebbe dovuto lasciare una qualche traccia nel Liber Pont. Pare più verosimile una lenta infiltrazione probabilmente attraverso i monaci orientali emigrati in { }_{4} massa dall'Oriente nei primi decenni di quel secolo a causa delle invasioni persiane e arabe. La festa dell'A. prese rapidamente il primo posto tra le altre feste mariane. I testi liturgici più antichi contemplano la morte corporale di Maria, la sua corporale A. e glorificazione in cielo. Alla fine del sec. viri la festa dell'A. aveva già una vigilia, Leone IV ne aggiunse l'ottava. Durante il medioevo a questa festa si accompagnarono diversi usi popolari, specialmente nel settentrione, come la benedizione delle erbe e delle primizie del raccolto.
Biel.: A. Franz, Die kirchlichen Benediktionen im Mistelalter, Friburgo in Br. 1909; L. Eisenhofer, Handbuch der kath. Liturgik, I, ivi 1932, p. 393 sgg.; G. Rauchini, La Madonna nella Liturgia, Milano 1942; E. Campana, Maria nel culto cattolico, I, 2² ed., Torino 1944; F. Oppenheim, Maria nella Liturgia cattolica, Roma 1944; C. Cecchelli, Mater Christi, I, ivi 1946; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 247 253; F. Antonelli, La festa dell'A. nella liturgia romana, in Studia Mariana, 1: Atti del Congresso Nazionale Mariano dei frati Minori d'Italia, Roma 1948, pp. 223-39. Giuseppe Löve
V. L'A. nelle tradizioni popolari. - Tra le feste in onore della Madre di Dio, quella dell'Assunta era ritenuta dal popolo la maggiore, e, in effetti, dava luogo a manifestazioni grandiose per solennità di cerimonie, partecipazione di fedeli, varietà e bellezza di usanze tradizionali. Ora la festa, quasi confusa con i passatempi del ferragosto, ha perduto molto del
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suo primitivo carattere che era schiettamente sacro e largamente popolare. Poiché la sua ricorrenza cade nel colmo dell'estate, e in un periodo di pausa tra i principali lavori agricoli, le manifestazioni si intonavano alle condizioni stagionali : è il tempo più propizio per i grandi pellegrinaggi, tuttora molto in uso, specialmente in Francia.
In varie località, come, p. es., in Sicilia, le espressioni del culto popolare incominciavano col primo ag. iniziandosi in tal giorno la quindicina della Madonna: a Palermo i fanciulli giravano per le vie più popolose conducendo delle "barette" con la statua della Madonna di mezz'agosto e sostavano davanti alle case per cantare qualche strofetta in onore dell'Assunta e per chiedere qualche moneta con cui sopperire alle spese della festa. Essendosi nella stagione delle frutta, era segno di devozione, durante la quindicina, astenersi da tutte le frutta, o, almeno, da alcune qualità di esse; in compenso, il giorno della festa si usava fare copiosi doni di canestri pieni delle frutta più belle. Sempre in Sicilia, una delle usanze più caratteristiche e più tenacemente conservate è a Messina la cavalcata del gigante e della gigantesca: tale cavalcata ha luogo anche a Mistretta (Messina), ma per la festa della Madonna l'8 sett.; trattasi di curiose sopravvivenze, che trovano riscontro anche fuori d'Italia, e sono forse da riconoscervi echi e riflessi di usanze antichissime.
L'Assunta è festeggiata con particolare solennità e con pittoresche forme di culto popolare anche in altre regioni d'Italia, come in Abruzzo, dove la festa è anche detta "della Madonna della Libera ", e dà luogo specialmente a luminarie e a fuochi artificiali; nelle Marche, dove, a Fermo, si compie la celebre cavalcata dell'Assunta; in Liguria e in particolare a Genova, che l'ebbe per festa di precetto fin dall'anno 856; anzi, nel sec. xvin la consacrazione della città a Maria fu, per decreto del Senato, trasferita dal giorno dell'Annunziata a quello dell'Assunta, determinando così maggior diffusione del culto e delle manifestazioni festose in tutto il territorio della repubblica. Genera le dedicò la magnifica basilica dovuta all'arte di Galeazzo Alessi, che sorge sul colle di Carignano. Infine, a Sassari e a Nulvi, in Sardegna, figurano nella processione del 15 ag. i famosi «candelieri e : altissime costruzioni di cartapesta, con lo scheletro interno di canna, che nel loro insieme hanno la forma di palme. Per maggiori particolari v. candelieri. Da ricordare anche l'Inchinata di Tivoli, cosiddetta perché a un punto della processione la statua della Vergine s'incontrava con quella del Figlio e per tre volte i due simulacri s'inchinavano sotto verdi archi trionfali.
Un po' dovunque, in molte manifestazioni del ferragosto, sono ancora riconoscibili elementi caratteristici della festa dell'Assunta. Rimandiamo pertanto anche a tale voce. - Vedi Tevv. XIX-XX.
Biel.: G. Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliani, Palermo 1881; L. Mariani, La cavalcata dell'Assunta in Fermo, Roma 1890; P. Toschi, L'Assunta, in Ecclesia, 5. (1946), pp. 383-85. Paolo Toschi
ASSUNZIONE di MOSÈ : v. MOSÈ, ASSUNZIONE di.
ASSUNZIONE di Trebisonda, suore dell'. - Congregazione, fondata nel 1887 , di suore armene che si occupavano dell'educazione della gioventù e delle opere d'assistenza. La congregazione rimase diocesana e nel 1914 contava 22 religiose, 4 novizie e postulanti. Esiliate durante la guerra 1914-18, furono tutte massacrate o disperse. L'unica superstite entrò nel 1928 in un'altra congregazione.
Alfonso Raes
ASSUNZIONE (SANTISSIMA), ASUNCIÓN DIOCESI di: v. SANTISSIMA ASSUNZIONE.
ASSUNZIONISTI: v. AGOSTINIANI DELL'ASSUNZIONE.
ASSUR. - 1. Divinità. - Dio nazionale degli Assiri che dette il nome alla capitale del regno. E uno dei pochi dèi che non sia penetrato in Babilonia, malgrado la supremazia assira anche sulla regione meridionale mesopotamica, ai tempi dei Sargonidi.
Le vicende del dio sono unite alle vicende della città; quando l'Assiria divenne un grande impero, la potenza di A. si accrebbe tanto da primeggiare sulle altre divinità e da diventare la divinità imperiale. A. è essenzialmente un dio guerriero che consegna in mano al suo popolo i nemici. A lui i re vittoriosi dedicano il bottino.
Negli elenchi assiri di divinità, A. viene immediatamente dopo Anu, qualche volta anzi lo precede. Si può dire a ragione che egli nel pantheon assiro occupa il posto accordato a Marduk nel pantheon babilonese.
Qualche autore mette in rilievo la grande affinità che questo dio dimostra col dio nazionale degli Israeliti. Al qual proposito si noti, che gli elementi essenziali che si riscontrano in Jahiveh: monoteismo, custodia gelosa della legge morale, non appaiono nel dio nazionale assiro, la cui caratteristica è di essere un dio guerriero.
Bibl.: G. Furlani, La religione babilonese e assira, I, Bologna 1929.
Giustino Boson
2. Città. - Città sul lato destro del Tigri, denominata (assir. ed ebr. 'Aššūr) dal supremo dio assiro Aššur, dalla quale prese nome (come gli Amorriti da Amurru) l'intero territorio degli Assiri, detto nei documenti cuneiformi mat Aššur ("terra di A. ") e nella Bibbia "regno di A." o semplicemente "A. ". Nel periodo paleoassiro (dalle origini al 1115 a. C.), era capitale degli Assiri, finché Salmanasar I (1290-60) stabill la sua capitale a Kalah (oggi Nimrūd) a sud di Ninive, a 70 km . a nord di A., e poi Teglatphslasar I a Ninive (ca. 1100); A. rimase però sempre la capitale religiosa : il tempio d'A. conservava l'archivio politico e militare. Su una roccia al margine della steppa, le rovine di A. sono oggi chiamate Qal'at Šerqāṭ, di fronte al Gebel Ḥamrin. La sua storia si identifica in gran parte con quella degli Assiri. Mentre i suoi primi re si danno il titolo di "prefetto" e "sacerdote" di A., Šamši-Adad I (ca. 1892-1860) si proclama šar hiššātin "re del mondo", perché domina sul "paese tra il Tigri e l'Eufrate".
A. ha origini preistoriche. Prima della metà del 3^{°} millennio a. C. vi prevalse la lingua e cultura sumera, come attestano le statue trovate negli strati inferiori delle sue rovine. I suoi re locali più antichi (ca. 2500 a. C.) furono Ellil-Kapkapu, Ušpia (che vi costrui il tempio del dio Aššur E-bur-sag-kur-kur-ra, "montagna dei paesi "), Kikia (che costrui le mura della città). Prima del 2300 a. C. vi si afferma la razza e civiltà semitica. Da un'iscrizione del re (fakkanah "prefetto") Zāriqum, A. risulta vassalla del re Būr-Sin di Ur (2228-2220 a. C.). Ma, mentre le dinastie di Larsa e d'Bīn si contendevano il primato nella Mesopotamia, A. si emancipava e il suo re Ilu-šuma estendeva il suo dominio fino a Ur, Akkad, Nippur (ca. 2030 a. C.). Con Puzur-Asir I (2086-2072) comincia la serie ininterrotta, fino alla scomparsa dell'Assiria, dei patesi e re di A. Hammurapi restaurò A., allora presidio militare babilonese. Fu lungamente soggetta al regno di Mitanna, il cui re Tufratta (ca. 1390-1370 a. C.) la possedeva ancora (con Ninive) nel periodo di el-Amarna. La città raggiunse il fastigio con i re Aššur-Uballiṭ e Adad-Niršri I (ca. 1350-1285
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a. C.), che iniziano l'ascesa vittoriosa dell'Assiria resasi indipendente. Era città sacra, famosa per i suoi templi di Aššur, di Ištar, di Adad (cui si abbinò poi il tempio di Anu), di En-lil (ricostruito da Samši-Adad I), di Samaš o "Sole" (costruito da Arik-dēn-ilu (ba. 1325-1311), e conservò questo primato anche quando Nīnive divenne capitale. Semiramide (Sammuramat), madre di Adadnirari III (806-782 a. C.), vi si costrui un monumento. Una ribellione di A., guidata da sacerdoti, tolse il regno a Salmansaar V e lo diede a Sargon II (722 a. C.). Asarhaddon (681-669) esentò A. da tributi e prestazioni; vi restzurò il tempio di Aššur, festeggiandone la dedicazione con i nobili assiri per tre giorni. Simili omaggi rese suo figlio Assurbanipal. Nel 615 a. C. il babilonese Nabopolassar tentò invano di espugnare A., ma alla fine del 614 i Medi di Ciassare la conquistarono e distrussero, e sulle sue rovine strinsero alleanza con Nabopolassar; la fine dell'Assiria seguì nel 612 a. C. I Parti vi fondarono poi una loro città (secc. II-I a. C.), dotata di un grandioso palazzo con ornamenti ellenistici di stucco colorato. Ancora nel sec. III d. C. vi era adorato da pochi fedeli, fra le rovine, il dio Aššur.
Nella Bibbia "Assur" non designa mai la città (eccetto Gen. 2, 14 ebr.), ma sempre l'Assiria (popolo e regione); vi manca il termine "Assyria", noto ai Greci (Erodoto, I, 178-83 e 192, ove 'Aggogio equitale a Baffalawig). La Volgata chiama il popolo "assyrius", ma di solito "Assyrii "; il testo ebraico, per indicare gli Assiri, usa sempre A. (Aššur); il nome è poi creditato dagli imperi succeduti a quello assiro: Babilonia (II Reg. 23, 29) e Persia (Eud. 6, 22).
Gen. 10, 11 narra che Nemrod, camita di Kuš, da Sennsar (Babilonide) venne ad A. (regione); Mi. 5, 6 chiama perciò A. "terra di Nemrod". Infatti l'Assiria fu dapprima colonizzata da non-Semiti provenienti dalla Mesopotamia meridionale. Ma il popolo di A. è ben detto discendente da Sem (Gen. 10, 22).
Le rovine di A. (Qal'at Serqät) furono esplorate, dal 1902 al 1914, da W. Andrae, che vi rilevò sei strati archeologici, gigantesche fortificazioni, molti palazzi e templi, tra cui il doppio tempio di Anu e Adad con due torri a piani rientranti, vari templi di Ištar, il Bīt Ahiti "casa delle feste" (ove si celebrava la festa di capo d'anno) e la tomba di Sennashecib (705-68I a. C.). Importante è la relazione della cosmogonia (affine all'Enüma elis, v.) trovata negli scavi di A. (H. Gressmann, Altorientalische Texte zum Alten Text., 2a ed., Berlino-Lipsia 1926, pp. 131-32). Le iscrizioni trovate ad A. furono pubblicate da L. Messerschmidt e F. Delitzsch (1912), da O. Schroeder (1920-22); quella di contenuto religioso da E. Ebeling (1913-17).
BibL.: W. Andrae, Die archaischen Isckun-Tempel in A., Lipsia 1922; id., Das teiedererstandene A. (Sendschrift der deutsch. oriental. Gesellschaft, 9), Lipsia 1938 (compendio aggiuntato di molte pubblicazioni anteriori di W. Andrae); E. Ebeling, B. Meissner, E. F. Weldner, Die Inschriften der altassyrischen Köniqe (Altorient. Bibliothek, 1), Lipsia 1926; E. Unger, Das Stadtbild von A. (Der Alte Orient, 27, III), Lipsia 1929; F. M. T. Böhl, Religieace teksten iol A. (VI-IN), in Ex Oriente Luc. 7 (1940), pp. 403-17; E. F. Weldner, Assurbanipal in A., in Archiv für Orient-Forschung, 13 (1940), pp. 204-18; W. von Bissing, Ägyptische und ägyptisierende Alabastergefiase aus den deutschen Ausgrabungen in A., in Zeitschrift für Assyriologie, 12 (1940), pp. 129182; J. Pehuela, La data de reconstrucción del templo de AnuAdad en Asur, in Befarad, 4 (1944), pp. 119-46. Antonino Romeo
ASSURBANIPAL (Aššur-bän-aplu "Assur crea un erede "). "Re assiro dal 669 al 626 a. C., figlio e successore di Asarhaddon (v.).
Portò a termine la campagna contro l'Egitto, vincendo nel 667 Tarhaca (Tabarqu) a Karbanit nel Delta. Occupata Menfi, risalì il Nilo fino a Tebe che fu saccheggiata. In questa occasione i re indigeni, alla testa dei quali era Nechao, si ribellarono contro l'Assiria, ma finirono nelle mani di A., che li condusse prigionieri a Ninive. In seguito però Nechao riebbe la sovranità sopra Sais.
Il successore di Tarhaca, Tandamani, tentò di scuotere il giogo assiro, e sulle prime conquistò Tebe, Menfi e uccise Nechao. Ma A. nel 663 riconquista e distrugge Tebe e costringe il faraone a rifugiarsi in Etiopia. A governare l'Egitto, nella posizione che prima aveva Nechao, viene messo il figlio di costui, Psammetico; ma que-
sti verso il 656 sottrasse definitivamente l'Egitto all'Assiria. Ritornando in Assiria, A. prese Tiro e puni il re fedifrago Baal, che ottenne perdono contro consegna di ostaggi, e costrinse anche i re di Siria e di Palestina, tra cui Manasse (Minat) re di Giuda, a fornigli aiuti.
Lunga e terribile fu la guerra, che fiaccò tutta la Mesopotamia, condotta da A. contro il fratello Samaš-Šum-L'kln, insediato da Asarhaddon re di Babilonia; egli si era ribellato stringendo alleanza con l'Elam, con Accad e con "la terra del mare", con gli Arabi (Kedar), con Gyge re di Lidia, con Psammetico d'Egitto, con gli Aramei di BītAmukanni e di Bīt-Dakuri, con i Cuzai, con i re di Siria e di Palestina. A. affrontò la potente coalizione nemica (652), assediò per due anni Babilonia che espugnò ( 648 ); Samaš-Šum-ukln appiccò il fuoco al suo palazzo e perì tra le fiamme. A. riedificò Babilonia, che ripopolò con gente di Kuta e Sippar, ma evitò di proclamarsene re.
Diresse poi quattro spedizioni contro gli Elamiti che avevano preso parte alla congiura di Samaš-Sum-ukln; nel 646 conquistò e distrusse la loro capitale Susa, e verso il 640 l'impero elamita fu annientato. Vinse poi gli Arabi, il cui principe Ussire I fu deportato a Ninive. Probabilmente fu A. che deportò Manasse re di Giuda a Babilonia (II Par. 53, 11), forse perché aveva aderito all'insurrezione di Samaš-Šum-ukln. Esd. 4, 10 ascrive a A. (Asennppar) l'invio in Samaria di coloni di molti popoli.
A. non era d'indole bellicosa, ma affidava la guerra ai suoi generali. Di alto mente, si st'mava inauguratore di una èra di prosperità e di salvezza. Sotto A., l'Assiria raggiunse il fastigio della potenza e della cultura. La sua figura è stata falsata dalla tradizione greca (A. "Sardenopalo). Dedicò gli ultimi anni del suo regno a costruire templi (di Ištar a Ninive), splendidi palazzi e biblioteche. Alla biblioteca di A. in Ninive, scoperta da H. Rassam nel 1852 (oggi nel British Museum), dobbiamo la maggior parte dei documenti della letteratura e cultura assirobabilonese.
Morto A. (626), incomincia subito per l'Assiria lo sfacelo. I suoi successori non poterono arginare la pressione dei Medi, guidati da Ciassare (v.), tanto più che da sud minacciava anche Nabopolassar di Babilonia: nel 612 Ninive cade ed il regno d'Assiria cessa di esistere.
BinL.: B. Meissner, Könige Babyloniens und Assyriens, Lipsia 1926, pp. 230-33; A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933, pp. 139-42; E. F. Weldner, A. in Assur, in Archiv für Orientforschung, 13 (1940), pp. 204-18.
Giustino Boson-Antonino Romeo
ASSURDO. - Dal lat. absurdus che in senso proprio aveva lo stesso valore di absanus (ab privativo, sonus, suono) stonato, dissono, discorde (cf. Cicerone, Tusc., II, 4; Divinat., I, 9). In italiano è rimasto il solo senso traslato in cui già erano comunemente usate le due espressioni latine. A. vien così trasferito a significare una dissonanza nel campo del pensiero e indica propriamente, tralasciando il significato alquanto più largo e inesatto che la parola assume nell'uso corrente, tutto ciò che offende le norme e leggi logiche, i principi della ragione. Sarà quindi a. un'idea quando sia costituita di elementi logicamente incompatibili, a. un giudizio quando miri ad una sintesi di soggetto e predicato, impossibile dal punto di vista delle leggi del pensiero razionale. L'a. ha quindi un campo di riferimento più ristretto che non il falso cui possono riferirsi idee e giudizi in contrasto bensì con la realtà o l'ordine delle cose esistenti, ma non con le pure esigenze o principi della ragione. Se non tutto ciò che è falso è a., è però vera la proposizione inversa : per ogni filosofia che difenda l'oggettività della ragione, ciò che è a. è anche falso, sia pure, per sé, in un ordine puramente formale. La scuola empiristica e lo psicologismo che hanno negato o posto in dubbio la oggettività dell'a. razionale, riducendo le norme logiche alla contingenza e relatività delle leggi psicologiche, debbono
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conseguentemente giungere alla negazione della scienza come valore universale. Senza peraltro avvertire che la loro stessa negazione, in quanto giudizio che si poneva con assoluto valore, implicava l'universalità e l'oggettività della ragione. In realtà l'oggettività dei principi razionali è un'esigenza intrinseca della natura del pensiero che non può essere altrimenti intesa se non come espressione dell'essere e dei suoi rapporti, primo fra essi quello di non-contraddizione; nella cui negazione, in fondo, direttamente o indirettamente ogni a. consiste.
In rapporto ai metodi di argomentazione è noto fin da Aristotele l'argomento per a. che prova la verità o falsità di una proposizione dalla falsità di una conseguenza. Comprende due forme diverse: la prima, detta propriamente prova per a., dimostra la verità di una proposizione dalle false conseguenze che derivano dalla sua contraddittoria, metodo d'uso frequente nelle matematiche fin da Euclide; la seconda, meglio detta riduzione ad a. (Aristotele, ἀ π α γ ω ε γ ἠ ε i ς τ ἀ ἀ δ ὠ ν α τ o v, "reductio ad impossibile», Anal. Pr., I, 7, 29 a, 30 ; ibid., 6,28 mathrm{~b}, 21 ) dimostra la falsità di una proposizione mettendo in luce le conseguenze false o a. cui essa logicamente conduce. Tale forma indiretta di argomentazione, quando sia rigorosamente condotta, è di indubbio valore apodittico: "réduire une proposition à l'absurdité c'est démontrer sa conradietoire" (Leibniz, Nouv. Ess., IV, c. 8, § 2).
Bibl.: G. Vailati, A proposito d'un passo del Teeteto e di una dimostrazione di Euclide, in Riv. di filosofia e scienze affini, 6 (1904), fasc. maggio-giugno, tradotto in francese sotto il titolo Sur une classe remarquable de raisonnements par reduction à l'absurde, in Revue de métaphysique et de morale, II (1904) pp. 798 809; e riprodotto in Scritti di G. Vailati, Tirence 1911, pp. 916 227; M. Dorolle, La valeur des conclusions par absurde, in Revue philosophique de la France, 66 (1918), pp. 309-13; F. Enríquez, Sul procedimento di riduzione all'a., in Boll. della Società Matheoli, Bologna 1919.
Ugo Viglino
AS-SUVAIC, CONVENTO nel Libano: v. SUVAIR.
ASTALLI, Fulvio. - N. a Sambuci presso Tivoli, di nobile famiglia romana, m. a Roma nel 1721. Clemente X , legato a lui da vincoli di parentela, lo ascrisse ai chierici di Camera, avviandolo alle prelature. Innocenzo XI poi lo creò cardinale e gli affidò la legazione di Urbino, Ferrara e Ravenna, dove manifestò eccellenti doti di governo, forte nella repressione del banditismo, accorto nelle opere pubbliche. Prosciugò le paludi di Cervia. Fu tra i cardinali che si mostrarono più avversi al card. Alberoni, e esercitò grande influenza nel Conclave che segul alla morte di Innocenzo XII.
Bibl.: Pastor, XIV, 1, pp. 307, 387, 413; XV, p. 130; M. Storzi, Gian Vincenzo Gravina in Roma, agente di mons. Pigandelli, in Archiv. Soc. Rom. di stor. pair., 48 (1923), p. 284.
Luigi Berra
ASTAROTH. - Città tra il lago di Gennesaret e l'Aran, antica residenza di Og, re di Basan (Ios. 9, 10; 12, 4). Dopo la conquista di Canaan fu assegnata alla tribù di Manasse (13, 31), poi dichiarata città levitica (I Par. 6, 71). I Refaiti sono sconfitti da Codorlahomor ad A. Qarnajim (Gen. 14, 5); nel I Mach. 5, 26 e 43, è menzionata soltanto Qarnajim.
Tale triplice denominazione fu motivo di controversie. Oggi si ritiene che Qarnajim sia l'odierna Sajb Sa'ad, la "Carnea" dell'Onomasticon di Eusebio, dove la tradizione mostra la casa di Giobbe. A. e A. Qarnajim sono invece identificate con Tell 'Aštara, colle di macerie alto circa 20 m ., circondato da avanzi di mura, situato 4 km . a sud di Qarnajim. Pare certo che si tratti dell'Aštartu conquistata da Teglatphalasar III nel 743-33 a. C., episodio raffigurato nel basso-
rilievo di Nimrud Kalach, conservato nel musco Britannico. Nei «testi di proscrizione» di Bruxelles, egiziani (sec. xix a. C.), A. è nominata insieme a Bosra.
Bibl.: J. van Kasteren, a. v., in DB. I, coll. 1174-80; K. Galling, Biblisches Reallexikon, a. v., Tubinga 1937.
Antonio Carrozziol
ASTARTE. - E il nome greco della dea principale dei Caldei. Nel testo ebraico del Vecchio Testamento vien chiamata 'Aštāretli invece di 'Ašttereth con pronuncia tendenziosa secondo la parola bōteth "vergogna", per esprimere il disprezzo verso di essa. Il plurale è 'Aštārōth. La Volgata usa il nome in I Reg. 11, 5. 33. Il plurale si trova in Judc. 2, 13; 3, 7, ecc., e viene spiegato analogamente al plurale di Baal. Il nome A. è un'altra forma del nome della dea babilonese Ištar, della dea aramaica 'Attar (Atargatis) e del dio arabo 'Aṛtar.
A. venne venerata specialmente dai Fenici, cosi che nel Vecchio Testamento vien chiamata la dea dei Sidoni (I Reg. 11, 5. 33; II Reg. 23, 13). Nella Fenicia furono trovate molte figure di essa, che ivi aveva templi; anche nei nomi propri apparisce il nome di A., come ad es. Abdastart, Bodastart, Amastart, e i re dei Fenici si chiamavano sacerdoti di A. Dalla patria il culto venne diffuso nelle colonie, come mostrano molto iscrizioni trovate nell'isola di Cipro a Larnaka, a Malta, nella Sicilia, nella Sardegna ed a Cartagine. Anche i Filistei resero culto alla dea, come dimostra il tempio di A. a Betson, nel quale furon collocate le armi di Saul ucciso nella battaglia di Gelboe (I Sam. 31, 10). Elibe culto anche presso i Moobiti, come si rileva dalla colonna del re Mesa, nella quale (rigo 17) occorre il nome 'Aštart-Kemoš. Altre tracce del culto di A. si trovano nella Siria, cioè a Ieropoli, a Eliopoli, ed anche nel Haurán.
Gli Israeliti, appena entrati nella Palestina, cominciarono a render a Baal e ad A. (Judc. 2, 13; 10, 6; I Sam. 12, 10) un culto che durò fino agli ultimi tempi dei due regni israelitici; perfino il re Salomone eresse negli ultimi suoi anni un tempio ad A. (I Reg., 11, 5. 33). Estirpato dal terzo successore di Salomone, il re Asa (I Reg. 15, 12-13), il culto di A. si sviluppò nel regno settentrionale d'Israele, poiché il re Acab sposò Jezabel, figlia di Etbaal, re dei Sidoni, la quale introdusse nella sua nuova patria il culto di Baal e di A. (I Reg. 16, 31-33; 18, 19). La figlia di Jezabel, Atalia, andata sposa a Joram, re di Giuda, introdusse di nuovo in Gerusalemme il culto della dea (II Reg. 8, 18; II Par. 24, 7, 18), dove rimase poi fino ai tempi di Geremia, cioè fino allo sfacelo del regno di Giuda; ed anche allora le donne ebree offrivano ad A. focacce e libagioni (Ier. 7, 18; 44, 17-19, 25).
Come mostrano molti dei passi citati del Vecchio Testamento, A. venne venerata unitamente a Baal anche insieme con l'esercito celeste (II Reg. 23, 4) cioè con le stelle, e i cultori di essa la chiamavano «regina del cielo" (Ier., loc. cit.). Essa, come l'Ištar dei Babilonesi, venne identificata col pianeta Venere ed aveva dunque carattere astrale. Come Baal, essa rappresenta la forza della natura ed è il principio femminile, passivo, produttivo, materno. Ad essa era sacra la colomba e il cippo; era la dea della fecondità, ma anche della guerra, della distruzione. Perciò il culto di essa era osceno ed anche crudele, e vi erano annessi i sacrifici umani e la prostituzione.
In molti passi citati del Vecchio Testamento nel testo ebraico viene nominata l' 'Aterrāh, parola che i Settanta traducono ἀ λ σ o ς e la Volgata : nemus o lucus, (boschetto), cosi Judc., 6, 25, 30; II Reg., 21, 3; 23, 4; II Par., 33, 3. Questa traduzione però non può esser giustificata, giacché in quasi tutti i passi la parola 'Aterāh si trova insieme con altre parole che significano divinità o loro simulacri; si legge poi spesso che non si deve fare un' 'Aterāh, porla, fabbri-
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carla, o che questa deve essere rimossa e bruciata, ecc.; frasi che non convengono ad un boschetto, ma piuttosto a un simulacro. Poi in molti passi vien nominata l' 'Aë̈rith insieme a Baal (Indc. 3, 7; I Reg. 18, 19; II Reg. 23, 4), ciò che dimostra che si tratta di una divinità. Comunemente l' 'Aërith vien identificata con A., e a ragione perché i nomi vengono usati promiscuamente nella Bibbia; cosi (Indc. 2, 13; 10, 8; I Sam. 7, 4; 12, 10) vien nominato il dio Baal insieme con A. (Indc. 3, 7) insieme con 'Aërith. Le antiche versioni non di rado mettono 'Aërith in luogo di A. Il simulacro di 'Aërith era un cippo di legno, che i Cananei posero accanto agli altari di Baal (Ev. 34, 13; Deut. 7, 5; Indc. 6, 25, ecc.). Come A., 'Aërith era il principio femminile, concipiente, la madre della vita e la dea dell'amore, come l'Afrodite dei Greci e la Venere dei Romani.
Bibl.: M. J. Lagrange, Etudes sur les Relizinus sémitiques, Patuit 1903, pp. 119-39; F. X. Korfleitner, De Polythaismo universis, Innsbruck 1908, pp. 237-52; J. Plessis, Etudes sur les testes concernanty Istar-A., Parigi 1921. - Per le immagini di A. vedi H. Giesemann, Altorientalische Bilder zum Alten Testament, 2^{text {a }} ed., Berlino-Lipsia 1927, nn. 223, 278, 283, 290, 328, 359, 222.
Arduino Kleinhans
ASTENGO, Giambattista. - Sacerdote, n. a Savona nel 1817, m. presso Balaclava il 3 maggio 1855. Educato nelle Scuole Pic, dopo aver trascorso qualche tempo tra i Cappuccini di Genova, dovette, per motivi di salute, passare nel clero secolare. Il vivo sentimento patriottico e la sua stessa vocazione sacerdotale, lo spinsero a farsi cappellano militare e ad assistere i morenti ed i feriti sui campi di battaglia di Peschiera e di Novara (1848-49). Imbarcatosi, benché infermo, per prender parte alla campagna di Crimea, mori di morbo colerico, vittima del suo dovere.
BibL.: M. D'Ayala, I Pienantesi in Crimea. Firenze 1838; E. Michel, s. v. in Diz. del Ris. Nuz., II, p. 125.
ASTENSIONE (dei GIUDICI, TESTIMONI, ecc.): v. PROCESSO.
ASTER o ASTERISCO ( ἀ ἀ σ τ ἠ ρ, ἀ ἀ σ τ ε ρ i α α σ ς ). - E uno strumento formato di due lamine di metallo, piegate a semicerchio, incrociate e fissate talvolta nel punto d'incrocio de un dado a forma di stella. Serve, nella liturgia bizantina, a preservare le particelle del pane dal contatto del velo che copre il disco ed è posto su di esso nella preparazione delle oblate. L'a. è tolto pochi istanti prima della consacrazione. Anche i copti e i siri cattolici ne fanno uso.
Placido de Meester
ASTERIO, santo, martire: v. Claudio, asterio e neone, santi, martiri.
ASTERIO, vescovo di Amasea. - Visse tra i secc. iv e v e sulla sua vita non abbiamo nessuna indicazione, tranne che, prima di divenire vescovo di Amasea, fu rettore e avvocato nel Ponto verso la fine del sec. Iv. Uno dei suoi sermoni (Contro la festa delle calende: PG 40, 224-25) fu pronunciato nell'anno 400. Il VII Concilio ecumenico (II di Nicea) fa appello alla sua testimonianza per provare l'antichità del culto delle immagini (Mansi, XIII, coll. 16-17, 305, 308-309).
Ci restano di lui 21 sermoni e discorsi completi, pubblicati da diversi autori tra gli anni 1615-81 e riuniti in PG 40, 163-458. Lunghi estratti di 6 altri sermoni, che sono andati perduti, ci sono dati da Fozio (Bibliotheca, cod. 271: PG 104, 204-16, 221-24; cf. Quaestio 312 ad Amphilechiam: PG 101, 1161). L'autenticità del discorso su s. Stefano protomartire è contestata: esso appartiene forse a s. Proclo. Al contrario sono proprio suoi i sermoni 13 e 14, che sono stati stampati tavolta sotto il nome di s. Gregorio di Nissa (cf. PG 46, 539).
Il breve discorso sulla martire s. Eufemia di Calcedonia, più che un sermone è un esercizio di retorica. Da questo brano, il II Concilio di Nicea tese una buona testi-
monianza sul culto delle immagini. Gli Acta SS. Aprilis, III, Parigi 1866, pp. 420-27, hanno pubblicato sotto il nome di A. una vita di s. Basilio d'Amasea. A. appare nel calendario il 30 ott. (cf. V. de Buck, De sancto A. in Acta SS. Octobris, XIII, Parigi 1883, pp. 339-34). Nei suoi sermoni, dalla lingua pura e dallo stile accuratissimo, egli si proponeva come modello Demostene (Oratio XI: PG, 40, 333). A. mira soprattutto all'istruzione dei fedeli. Si occupa poco del dogma e non polemizza affatto contro gli eretici.
Bibl.: Oltre le indicazioni già date, Tillemont, X. Parizi 1705, pp. 407-14; J. G. V. Engelhardt, Die Homilien des Asterius von A., drei Procrueine, Erlangen 1830-33; A. Bara, Studien und Texte zu Asterius (Texte und Untersuchungen, 40), Lipsia 1914, fasc. 1; O. Bardenhewer, Geschichte der altkirchlichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1923, pp. 228-30. Martino Jugie
ASTERIO di Cappadocia. - Retore di professione, qualificato da s. Atanasio come "sofista dalle molte teste e avvocato dell'eresia ariana ", era nato in Cappadocia da famiglia pagana. Convertitosi al cristianesimo, fu discepolo di Luciano di Antiochia, ma nell'ultima persecuzione di Massimino, mentre il suo maestro andava incontro al martirio, egli rinnegò la fede; e questa macchia gli impedì, anche presso gli ariani, di essere elevato al sacerdozio. Ma nei decenni seguenti, durante le lotte trinitarie, A. seppe imporsi con i suoi scritti ed ebbe la sua ora di celebrità. Lo stesso Ario si servì dei suoi argomenti per combattere l'insegnamento di Nicea. Aderendo di buon'ora al movimento ariano, ne prese le difese in un'opera intitolata Syntagmation, di cui s. Atanasio cita frammenti; fu combattuto da Marcello d'Ancira e nello stesso tempo intraprese una campagna di conferenze in Siria per difendere le sue teorie. Dopo Nicea compose una nuova opera contro Marcello d'Ancira, cui allude s. Girolamo (De viris illustribus, 86); e lasciò pure alcuni commenti sui Vangeli, sull'epistola ai Romani e sui Salmi (ibid., 94). Viveva ancora nel 34 I , anno in cui prese parte al Sinodo di Antiochia. Lo storico ariano Filostorgio (Hist. eccl., II, 14-15) l'accusa di aver falsato il vero arianesimo insegnando che il Verbo è un'immagine senza differenza della sostanza del Padre; ma i frammenti che ci restano sembrano indicare che A. rimase fedele all'insegnamento di Luciano.
Bibl.: Le poche notizie che ci restano su A. le dobbiamo a s. Atanasio, De Syvadis, 18: PG 26, 1713; v. inoltre Filostorgio, Hist. eccl., II, 14-15, ed. J. Bidez, in CB, 21, Lipsia 1913. Cf. anche Socrate, Hist. eccl., I, 36; Susomono, Hist. eccl., II, 33; G. Bardy, Asterius, le Saphiste, in Revue d'histoire ecclésiastique, 22 (1926), p. 221 sgg.; O. Bardenhewer, Geschichte der altkirchlichen Literatur, III, Friburgo in B. 1912, pp. 122-23.
Asterio di Petra nell'Arabia, santo. - Partecipò con gli So vescovi orientali al Concilio di Sardica (autunno 343); ma con Ario, vescovo di Petra nella Palestina, si staccò da loro per ricongiungersi con il gruppo degli Occidentali (Atanasio, Apolog. pro vita sua, 48). L'imperatore Costanzo lo esiliò nella Libia superiore (Atanasio, Hist. Arian. ad monachos, 8). Nella primavera del 362 fu richiamato dall'esilio e, di passaggio per Alessandria, partecipò al Sinodo raccoltovi da Atanasio; anzi, con Eusebio di Vercelli fu incaricato di portare ad Antiochia la lettera sinodale, da lui sottoscritta, con cui si tentava di rialzare le sorti del partito niceno in quella città (Tom. ad Antioch.: PG 26, 7958 ro). La missione falli perché la precipitazione di Lucifero di Cagliari aveva pregiudicata la situazione. Il Baronio l'introdusse nel Martyr. Rom. al 10 giugno.
Bibl.: Martyr. Romanum, p. 252; G. Bardy, in Storia della Chiesa, dir. da A. Fliche e V. Martin, trad. ital., III, Torino 1940, pp. 129, 137, 248-52. Ireneo Daniele
ASTERIO, Turcio Rufo. - Console d'Occidente nel 494 d. C.; secondo indicazioni di antichi codici, avrebbe pubblicato il Paschale Carmen di Sedulio : ma
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la notizia è contraddetta dal Paschale Opus, in cui l'autore suppone già conosciuto il suo poema.
Bibl.: J. Huemer, nella prefaz. all'ed. di Sedulio, CSEL. 10. Vienna 1881, p. viI: U. Moricea, Storia della lettecatura latina cristiana, III, Torino s. d., p. 24 sgg. Michele Pellegrino
ASTERISCO. - Cosi è denominata una piccola stelletta usata nei libri liturgici per segnare, con pausa, la metà di ogni versetto nei salmi, in modo da facilitare la concordanza delle voci nella recitazione in comune ed il luogo della mediana nel canto. Viene usato pure nei Responsori per distinguere il ritornello, e nelle Antifone per segnare l'inizio utile all'intonazione. Quanto all'a. come strumento nella liturgia orientale, v. ASTER.
Enrico Cattaneo
ASTETE, GaSPAR. - Insigne catechista spagnolo, n. a Salamanca ca. il 1537 , gesuita nel 1555; fu maestro dei novizi, rettore dei Collegi di Burgos e di Villimar; m. a Burgos nel 1601.
Lasciò opere ascetiche: Institución y guia de la juventud cristiana (2 voll., Burgos 1572-94), continuata con un Tratado del govierno de la familia (2 voll., ivi 1597-98). Ma il suo nome rimane anzitutto legato al Carocismo de la doctrina cristiana, uno dei due catechismi più diffusi fino ai giorni nostri nella Spagna (A. nel nord e Ripalda nel sud). Edizioni e ristampe si contano a centinaia in Spagna (molte anche in basco) e nell'America spagnola; ne furono pure fatte traduzioni in lingue indigene nelle missioni.
Bibl.: J. E. Uriarte e M. Lecina, Biblioteca de Escritores de la Comp. de Jesús... de España, I, Madrid 1925. pp. 337-59. Edmondo Lamallo
ASTI, Diocesi di. - Città del Piemonte, sulle colline a sud del Tanaro, presso la confluenza del Borbore con la Versa. Centro agricolo e vinicolo importante, è capoluogo di una provincia di recente creazione ( 1510 kmq ). La diocesi dal 1817 suffraganea di Torino conta 162.000 ab., quasi tutti cattolici, e comprende 120 parrocchie, 235 sacerdoti diocesani e 35 regolari (1948).
Fu colonia e municipio romano (Asta o Hasta) ricordato da Plinio. Occupata sul cader dell'impero dai Goti e dai Borgognoni, devastata da Alarico e da Alboino, risorse sotto i Longobardi, che ne fecero un ducato importante, trasformato poi da Carlomagno in contea. Verso il 1100 si costituì in comune. Fazioni interne e lotte con le vicine città di Pollenza, Alba, Alessandria e con i marchesi di Monferrato e di Saluzzo la costrinsero a subire alterne vicende di libertà e di sudditanza dei Savoia, degli Angiò, dei Paleologi e dei Visconti. Nel 1578 A. fu data in dote da Gian Galeszzo Visconti alla figlia Valentina, sposa del duca d'Orléans; rimase nei domini di questa casa fino alla pace di Cambrai (1529), quando Carlo V la cedette a Beatrice di Portogallo, moglie di Carlo III di Sa-
voia, che ne prese possesso definitivo nel 1538 . Nei secoli successivi subì assedi da parte degli Spagnoli e dei Francesi, ritornando sempre sotto il dominio di casa Savoia.
La diocesi di A. sorse alla fine del sec. IV, come altre dell'Italia settentrionale, dal frazionamento della diocesi di Milano, di cui fu suffraganea fino al 1817. Il più antico catalogo episcopale, compilato nel 1605 per ordine del vescovo Aiazzo, s'inizia con Pastore, che intervenne al Sinodo milanese del 451 . Non è probabile che s. Evasio, come asserisce la leggenda, sia stato vescovo di A. nel 789. Anche s. Secondo, protettore della città, ricordato in una lunga passione ciclica, detta dei ss. Faustino e Giovita (BHL 2836 e 5263 ), come vissuto sotto Adriano, è stato erroneamente trasfigurato in vescovo locale. La diocesi, dapprima assai vasta, subì amembranenti conl'erezione delle vicine diocesi di Alessandria, Mondovì, Casale, Saluzzo e Fossano. Le fu unita per breve tempo la diocesi di Alba (985-92; 1803-17). La circoscrizione attuale fu stabilita da Pio VII nel 1817. Vittorio Ame-
deo conferì ai vescovi di A. il titolo di principe.
Il seminario, fondato nel 1577 da mons. Domenico Della Rovere, ebbe tra i suoi alunni s. Benedetto Giuseppe Cottolengo.
La cattedrale, sorta sulle fondamenta di un tempio dedicato a Giunone, consacrata nel rogo, crollata nel 1323, cambiò nei primi secoli varie volte aspetto; prese la forma gotica attuale nel sec. xiv e fu ultimata solo nel xvir. Resta della primitiva chiesa il campanile romanico del sec. xirI. Notevole l'interno per l'imponente ossatura gotica; vi si conservano quattro acquasantiere, formate da due capitelli romani e due romanici. La prima cattedrale sarebbe stata edificata presso la cripta di s. Secondo, ove sorse la collegiata dedicata allo stesso santo.
Altri importanti monumenti sono: S. Secondo, in forme romanico-gotiche del sec. xiri; S. Pietro in Conzavia, con decorazioni in cotto e, nell'interno, un tempietto, ora battistero, che si dice residuo di un sacello dedicato a Diana; S. Maria (in frazione Viatosto); l'abbazia di Vezzolano, presso Albugnano, edificata nel sec. x e restaurata di recente; a Cavagnolo, l'abbazia benedettina di S. Fede, puro esempio di architettura romanico-lombarda. - Vedi Tav. XXI.
Bibl.: Ughelli, IV, pp. 332-404; G. Casalis, Dizionario storico, statistico, commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, I, Torino 1833, p. 448 sgg.; P. B. Gams, Series episcoporum ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873, p. 812; G. Bosio, Storia della Chiesa d'A., Asti 1894; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. Il Piemonte dalle origini al 1300, Torino 1898, pp. 109127; G. Assandria, Il libro verde della Chiesa d'A., in Biblioteca della Società storica subalpina, 25 (1904); Lanzoni, pp. 823-24, 830-34. Per altre riferenze si ricorra all'opera fondamentale di A. Manno, Bibliografia storica degli stati della monarchia di Savoia, II, Torino 1891, pp. 352-414.
Noemi Crostarosa Scipioni
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ASTIAGE (greco 'Astráyys; Hituvegu nei documenti cuneiformi). - Ultimo re della Media (584-50 a. C.), figlio di Ciassare (v.). Verso il 553 Ciro (v.), re di Anšan nella Susiana e vassallo di A., si ribelló contro il suo signore, e, mercé il tradimento del generale medo Arpago, lo sconfisse ed annesse la Media al regno pers