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 linea tattica di condotta che deve saper mimetizzarsi secondo la diversità degli ambienti. Benché tra comunismo e a. la solidarietà sia essenziale, sul terreno pratico e nel periodo di conquista del potere, la propaganda di a. secondo Lenin non dev'esser fatta in astratto col combattere direttamente la fede religiosa, ma piuttosto svuotandola un po' alla volta (e attraverso l'inasprimento della "lotta di classe") dei suoi fondamenti, facendo cioè affiorare alla coscienza delle masse che la credenza in Dio è un mezzo principale di sfruttamento da parte dei detentori del comando e del capitale (N. Lenin, L'atteggiamento del partito operaio rispetto alla religione, 1909, in M. Raphaël, Zur Erkenntnistheorie der honkretent Dialektik, Parigi 1934; riprodotto in appendice alla trad. franc. N.R.F., Parigi a.d., p. 238 sg.).

La caratteristica dell'a. contemporaneo (fuori del comunismo) non è tanto e soprattutto di risalire a filosofie particolari idealiste e materialistiche o di urgere i progressi della scienza e della tecnica, quanto invece un fenomeno di stanchezza spirituale e di dilettantismo che dipende da una concezione sempre più fatalista degli eventi umani. Questa mentalità è favorita ad un tempo dalla fase di dissoluzione della filosofia e dalla precarietà dell'esistenza che oggi non consente più né agli individui né alle nazioni la sicurezza di una libertà civile e politica nel senso tradizionale. Eppure, per l'inesauribile capacità di ricupero che ha lo spirito, questa tragedia della nostra situazione terrestre può essere o divenire il benefico stimolo che spinge l'uomo a cercare subito, oltre il tempo e ogni istanza finita, l'ultimo fondamento del suo essere nell'Iddio vero, che non sia solo l'Assoluto in astratto dei filosofi, ma il Dio vivente di Abramo, Isacco e Giacobbe e che al tempo stabilito si è manifestato in Cristo.
IV. La MORale "ATEA". - Risale ancora alla filosofia moderna la responsabilità del patrocinio nel mondo contemporaneo della "morale laica" cioè atea, che esclude qualsiasi rapporto fra etica e religione. Anche qui il passo più naturale l'ha fatto Kant con l'« imperativo categorico "che vale in sé e per sé e sorge a priori nel puro àmbito dell'uomo come "forma" necessaria del suo agire. L'atto umano viene così sottratto non solo agli stimoli della soddisfazione individuale e dell'interesse pratico, ma anche a qualsiasi rapporto con Dio e con la vita futura : soltanto a questo modo l'imperativo categorico si poteva assicurare, nella sua universalità per ogni natura razionale, da ogni volere empirico effettuale (W. Windelband, Einleitung in die Philo-

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sophie, Tubinga 1920, p. 281). L'a. morale, sottinteso in Kant, diventa esigenza in Hegel per il quale il "riguardo morale" appartiene all'individualità empirica e svanisce con essa; perché il tutto dello spirito, che ha la sua realizzazione nello Stato, non ha altro legge che quella della sua realizzazione. L'a. morale sistematico è proclamato da un altro epigono dell'idealismo, lo Stirner con "L'unico"; e soprattutto, com'è noto, da Nietzsche nella teoria dello Ubermensch che sta "al di là del bene e del male" e non conosce né legge né riguardi, avendo per unica legge la sua "volontà di potenza" (Wille zur Macht) con la quale può ridurre in poltiglia gli uomini del "gregge" (cf.: Cosi parlò Zierathustra, trad. it., Torino 1921, pp. 56, 163 sg.). E benché Nietzsche nutrisse una notevole antipatia per l'idealismo di Hegel, sta il fatto che l'Europa del Novecento è stata finora sotto l'influsso combinato di ambedue le ideologie : il totalitarismo hegeliano dello Stato (o teoria dello "Stato etico ") e il Fïhrermythus nietzachiano che ha potuto accentrare nel suo arbitrio quel totalitarismo e tentare la sostituzione definitiva di ogni moralità e religione (cf. H. Pfeil, Der Mensch im Denken der Zeit, Paderborn 1938, p. 44 sg. per Nietzsche; p. 58 sg. per una coraggiosa critica del nazismo).

Ma la connessione, affermata dalla filosofia cristiana, di etica e religione è già nella nozione di ambedue, perché è prima della natura stessa dell'uomo nella cui coscienza l'una e l'altra si raccolgono e pongono i rispettivi doveri. Come dice il Troeltsch, "l'etica atea - che annulla tutti i valori cristiani - di l'impressione di una certa prudenza malinconica", perché "ora con essa il mondo morale diventa molto più difficile e oscuro ", ciò che pare abbia riconosciuto lo stesso Nietzsche (E. Troeltsch, Atheistische Ethik und Grundproblem der Ethik, in Gesmm. Schr., II, 1913, p. 537 sg.). Ma contro l'etica "senza Dio " si è reagito con energia dallo stesso campo dell'idealismo invocando non un Dio astratto impersonale, ma il "Padre " di cui l'uomo è creatura e ne porta scolpita l'immagine, come dichiara espressamente H. Cohen (Die Ethik des reinen Willens, Berlino 1921, p. 407). Il medesimo Maestro di Marpurg osserva con ragione che con l'entrata dell'idea di Dio nell'etica, non si muta affatto il principio dell'etica. Così il pericolo di una caduta dell'etica nella religione è escluso (cf. la introd. con postilla alla 7^{text {a }} ed. della Geschichte des Materialismus di F. A. Lange, s. d., p. 519 sg.).

Anche l'etica cattolica riconosce che l'uomo può avere una "certa conoscenza" dei doveri anche senza la conoscenza del vero Dio, ed in questo concorda anche il protestante moderato E. Brunner (Das Gebot und die Ordnungen, Zurigo 1939, p. 16.). Ma la conoscenza "compiuta" dei propri doveri e con essa la "situazione" adeguata dell'atto umano esige la conoscenza dell'ultimo fine di questi atti e del primo principio di quei doveri, che è Dio. In questo senso concreto dell'esistere umano, l'azione morale si presenta come preambolo e insieme come conseguenza rispetto all'autentico momento religioso : perché non c'è vero religiosità che non comporti nell'uomo l'obbligazione morale, e d'altronde l'obbligazione morale nel suo dispiegamento integrale comporta fattori e valori (la buona e la cattiva coscienza, il rimorso, la disperazione del demoniaco e l'eroismo della santità...), che epigono assolutamente il fondamento teologico (cf. Th. Steinbüchel, Die philosophische Grundlegung der Katholischen Sittenlehre, Düsseldorf 1938, p. 221 sg.). Una morale atea quindi è una "contradictio in ad-
iecto "perché è inevitabile, come aveva ben visto Dostojevski (specie nei Démon!) e come hanno mostrato gli epigoni di Nietzsche (D'Annunzio, nazionalsocialismo, ecc.), che quando non si vuol riconoscere Dio, non si possono conservare neppure i valori naturali dell'uomo ma si cade di necessità nell'infra-umano e nella pratica sistematica della violenza privata e politica. Anche la morale atca è vittima del pregiudizio moderno della sufficenza dell'uomo e non accetta il paradosso avvertito fin dai migliori spiriti della civiltà classica prima di Cristo: dover l'uomo, proprio per mantenersi uomo, esser "più che uomo" riconoscere cioè la divinità e accettarne la leggi. Quel paradosso ha il suo ineffabile riscontro nel cristianesimo dove con l'incarnazione Dio, per salvare l'uomo, s'è fatto (al dire di s. Paolo) meno che Dio, onde anche la "definitiva" risposta alla esigenza della morale, l'uomo la trova nella Rivoluzione.

Bias.: Letteratura antica sull'a., in A. Franck, s. v. in Dict. de sciences philos. (1889), p. 114 b sg., e in R. Flint, Antithesistc Theorics, Edimburgo e Londra 1880, n. 4, p. 436 sgg. La storia complessiva dell'a. e stata intrapresa da un ateo: Fritz Mauthner, Der Athwismus und seine Geschichte im Abendlande, 4 voll., Stoccarda e Berlino 1922-23: opera unica d'ut sione, ma che è ormai superata in molti punti e che per il criterio di compilazione come per i giudizi e le valutazioni esige le più sostanziali riserve: gioverà almeno aver sott'occhio il piano intero dell'opera (I: Einleitung, Antichità greco-romana), Lib. I: Textelsfunde und Aufblüteng im sogenannten Mittelalter (fino alla Riforma compresa Lib. II: Entslechung der Natur und des Menschen. Luchende Zuviller: Niederland, England. Lib. III: Aufblüteng in Frankreich und in Deutschland: Die graste Revolution. Lib. IV: Die letzton 100 Jahre. Reabtion, Materialismus, Gattlose Mystik. - A. B. Drachman, Atheism in Pagan Antiquity, Londra 1922 - Posizione d'a. scientifico radicale: T. Le Dantec, L'Athéisme, trad. ital., Milano s. d.: G. Rensi, Apologia dell'a., Roma 1923; E. Derenne, Le proce: d'impulso intente aux philosophes à Athènes un Ve et un IVe siècle avant 7. Christ, Liegi-Parigi 1930 - Per l'a. materialista: Fr. A. Lange, Ge schichte des Materialismus, 2 voll., trad. ital., Milano 1932; A. I. Festugière, L'idéal religienv des Grecs et l'Evannide, Parigi 1932; id., Epicure et ses dieux, ivi 1946; W. Nezde, Geschichte Religianstät vom Zeitalter des Perikles bis aul Aristoteles (Sammlung Giarben 1066). Berlino 1933; A. Harnack, Der Vorwurf des Atheismus in den drei ersten Jahrhunderten, in Texte und Untersuchungen, XIII, 1, Lipsia 1905: O. Gigon, Der Ursprung der griechischen Philosophie von Herind bis Parmenides, Basilea 1943; W. Jacqot, The Theology of the early gvark Philosophers, Oxford 1948. - Sulla "Atheismusstreit" cf.: Fr. Medicus, Einleitung zu 7. G. Fichtez Weehen, Lipsia 1911, pp. LxxxvvII; H. Scholz, Die Religionsphilosophie des Als ob, in Annalen der Philosophie, 1 (Lipsia 1919), pp. 27-112; E. Hirsch, Die idealistische Philosophie und das Christenthum, Gütersloh 1926: X. Loon, Fichte et son temps, I, Parigi 1922. Sugli indirizzi più recenti, cf. E. Franck, Philosophical Undercinad and religious Truth, Oxford 1942; E. S. Brightman, A Philosophy of Religion, Nuova York 1946; I. Hessen, Die Geistesströmungen der Gegenwart, Friburgo in Br. 1937; H. du Lubac, Le drame de l'Humanisme athée, Parigi 1943; M. Carrouges, La mystique du turhomme, Parigi 1948 (Cf. parte 1*: L'eschatologie de l'athéisme mystique, e parte 3*: L'avenir de l'athéisme).

Bibliografia abbondante ma farraginosa in P. Descoqs, Proclectiones Theologiae naturalis, 2 voll., Parigi 1932-33: Schema Theodizeae, ivi 1941.

Sull'a. marxista: G. Ledit, La religione e il comunismo, Milano 1937; G. Manacorda, Il Baluccismo, Firenze 1940; M. Cachin, Science et religion, ivi 1946.

Sull'a. esistenzialista: M. Werner, Der religiöse Gehalt der Existenzphilosophie, Berna-Lipsia 1943; C. Fabro, Problemi dell'Esiotenzialismo, Roma 1945; id., Il significato dell'Esiotenzialismo, nel vol.: L'Esiotenzialismo, Torino-Roma 1947.

Cornelio Fabro
V. L'A. fra i primitivi - Alcuni studiosi hanno sostenuto che l'umanità, prima di concepire spiriti e divinità, sia passata attraverso una fase primordiale contraddistinta dall'assenza di ogni forma di religione, e che alcuni popoli tuttora viventi si siano arrestati a quel gradino. Le basi di questa ipotesi furono gettate dal positivista Augusto Comte, il quale ritenendo che lo sviluppo dell'umanità si sia svolto nei tre stadi: teologico,

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metafisico e positivo, suppone che il primo momento dello stadio teologico debba caratterizzarsi in una specie di culto di tutte le cose della natura, senza che queste vengano concepite come pervase da spiriti, o comunque animate, e neppure personificate. Nonostante il carattere schematico del sistema e la completa mancanza di ogni documentazione, il suo apriorismo ebbe singolare fortuna tra i sociologi ed i sostenitori dell'evoluzionismo progressistico. Lubbock, poi, allargava lo schema premettendo alla fase suddetta un ulteriore periodo, sottolineato da assenza assoluta di ogni sentimento religioso, e quindi anche di quello indeterminato postulato da Comte. Ed a prova recava un elenco di popoli secondo lui completamente atei, rimasti cioè al preteso gradino primordiale.

Ma presto insorsero contro tali affermazioni eminenti etnologi ed antropologi, sottoponendo il famoso elenco a severa ed obiettiva critica. Cosi, ad es., il più noto etnologo del tempo, E. B. Tylor in una ricerca sugli inizi della cultura, G. Roskoff in un'indagine sulla religione dei popoli più barbari, l'antropologo francese A. de Quatrefages in un'altra sulla specie umana, il linguista di fama mondiale Max Müller, docente ad Oxford, in un lavoro ch'ebbe gran successo, ed anche, fra i molti, C. P. Tiele, primo titolare della cattedra di Storia comparata delle religioni a Leida in Olanda. E seppure i resultati delle indagini posteriori non hanno confermato le teorie di questi autori intorno all'origine del pensiero e dell'atteggiamento religioso (animismo, naturalismo, ecc.), furono essi giustamente unanimi nel ritenere infondate le prove dal Lubbock addotte a sostegno del suo preteso a. dei primitivi da lui citati. Ed infatti le opere dalle quali egli aveva tratti gli spunti non potevano non offrire il fianco ad osservazioni, in quanto evidentemente si rivelavano imbastite su troppo superficiali e fuggevoli contatti con i nativi, sino a cadere in frequenti contraddizioni. Tanto più opportune apparvero, quindi, le critiche degli oppositori tendenti, più che altro, a mettere a profitto ricerche più profonde e serie, prima di emettere un giudizic di tanta importanza.

Ed a giusto titolo: ché quando non ci si accontentò più di fare appositamente venire singcli individui, prelevati magari a forza nella selva, e di interrogarli rapidamente persino a mezzo di interprete, e ci si convinse che bisognava andare a vivere, ed a lungo, in mezzo ai popoli da studiare, per osservarvi con confidente amicizia il corso normale e spontaneo di tutta la vita sociale e spirituale, balsò evidente all'ebnologo la conclusione, che anche tutti i popoli elencati dal Lubbock avevano una loro propria religione. Cosi, ad. es., sino a poche decine di anni or sono si era assolutamente convinti che i Vedda, dell'isola di Ceylon, fossero atei. Senonché nel primo decennio del secolo, l'inglese C. G. Seligman insieme con la moglie poteva constatare, proprio presso di essi, una fede nella vita futura, culto degli antenati, credenze in spiriti maggiori e minori, fra i quali Kanda-Taka tiene il primo posto ed è oggetto di culto consistente in preghiere, offerte primiziali e danze sacre. Altre genti per lungo tempo vantate come esempio classico di a. primitivo, e per le quali Lubbock si rifaceva nientemono che ai referti del famoso circumnavigatore Cook e persino del Darwin, erano le tribù dei Fueghini : ma ecco che il padre M. Gusinde, in quattro lunghi soggiorni esplorativi narrati in tre ponderosi volumi, chiarì inequivocabilmente anche laggiù la esistenza della fede e del culto in un Essere supremo, e presso due delle
tribù si registrarono molti testi di fervide e significative preghiere ad esso rivolte.

Un solo popolo restava dell'elenco di Lubbock, i Kubu di Sumatra, antropologicamente e culturalmente ascritti fra i popoli più antichi e ritenuti atei : punto di vista che ancora oggi alcuni si attardano a seguire. Ma a torto, perché il padre Schebesta, esploratore dei Pigmei dell'Africa centrale e dell'Isaia sudoccidentale, si è convinto che i Kubu non sono né atci né di remotissima origine. Antropologicamente appartengono allo stesso gruppo degli Jakudn della penisola di Malacca, e vanno considerati come Protomalesi con tendenza alle mesocefalia, o rispettivamente alla dolicocefalia, e non come i Pigmei o i Pigmoidi con tendenza alla brachicefalia. La loro lingua è una forma arcaica del malese, la loro vita economica non è quella iniziale dei cacciatori e raccoglitori nomadi, ma quella progredite degli agricoltori sedentari. Essi non sono affatto atei, giacché i loro miti dimostrano credenze in infiniti spiriti della natura tra i quali emerge, come presso gli Jakudn, una divinità femminile Nenck-Bondo, che alla morte fa cadere le anime dei malvagi (ladri, omicidi ed adulteri) in una vasca di acqua bollente per esaminarli sino a quando, purificati, non possano migrare nell'al di là. Tutti gli spiriti, poi, sono oggetto di venerazione a mezzo di preghiere e sacrifici in genere cruenti : i Kubu, inoltre, praticano lo sciamanismo, sotto parecchi aspetti simile a quello degli Jakudn.

In tal modo l'elenco di Lubbock cadeva irreparabilmente, e l'etnologia cancellava dalle sue pagine la categoria dei primitivi atei. Senonché fra il 1920 ed il 1930 G. Tessmann prese ad asserire che gli indiani Tschama dell'Ucayali, nell'America meridionale, che non rientravano del resto nella serie del Lubbock, erano senza religione alcuna. Ma anche qui, la critica da noti etnologi esercitata specialmente sul metodo del Tessmann, fu così viva e schiacciante, da dimostrare l'inesistenza di ogni base scientifica alle sue argomentazioni. Accenneremo, in proposito, ai rilievi del professore olandese A. W. Nieuwenhuis, già convinto, e poi ravveduto, assertore dell'a. dei Kubu, e del noto etnologo K. Th. Preuss, entrambi autori di ponderone opere sulla cultura spirituale dei popoli di natura, entrambi eminenti e fortunati esploratori, usi a lunghe permanenze fra i primitivi, nell'India olandese il primo, nella medesima America meridionale l'altro. Tutti e due notano al riguardo, che Tessmann molto probabilmente non è riuscito a raggiungere lo scopo del suo studio, e che la religione dei suoi Tschama gli è rimasta nascosta, dando per fondamentale ragione il fatto che Tessmann ignorava la lingua dei nativi, con la conseguenza di servirsi di interprete e di doversi limitare a schematiche domande. A tal riguardo dice il Preuss, che non poteva far meraviglia che il Tessmann ricevesse risposte oscure o negative, perché anche a lui stesso era accaduto di perdere la via giusta, sino a quando non pervenne a farsi dettare dai suoi indiani i loro miti nella loro propria lingua, riuscendo solo così a scoprire tutto un mondo religioso, di cui precedentemente non intravvedeva neppure l'esistenza.

Preuss, inoltre, sottolinea un'altra circostanza, che certo deve aver impedito al Tessmann di penetrare e comprendere la vita spirituale degli Tschama, e cioè l'incapacità evidente a mettersi in intimo contatto di spirito con loro, ossia a comprenderne e valutarne la mentalità. Infatti, nota sempre il Preuss, nel libro non è dato rinvenire nessuna lode per quella gente, e solo

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stizzosi risentimenti e sprezzanti giudizi, come, ad es., che la scimmia che lo accompagnava sarebbe sta:a assai più pronta, psicologicamente, che non la media degli Tschama; che essi di poco avrebbero superato il livello spirituale delle bestie; e che di religione ne sapevano molto meno di un buon cane, ecc. E rettamente Nieuwenhuis non manca di aggiungere che, con ogni probabilità, Tessmann in tali asserzioni deve aver più che altro riprodotto le negative suggestioni dei piccoli piantatori peruviani, che gli servirono da interpreti, e che come tutti sanno non sono fonte da preferirsi in luogo di approfondite ricerche per la delicata conoscenza della cultura spirituale.

Preuss non manca poi di spiegarsi la causa dell'equivoco in cui cadde il Tessmann, ricordando che in precedenza quest'ultimo non si era dedicato che ai negri, cioè a genti molto più corrive, sottomesse e confidenziali, mentre il nuovo obiettivo dei suoi studi riesce a tutti assai più arduo, perché gli indiani americani sono generalmente molto più schivi e diffidenti di fronte allo straniero, soliti a dar risposte brevi ed evasive, aggiungendo che in ogni modo la dignità di questi tratti caratteristici il pone indubbiamente ad un livello superiore di fronte alla perspicua arrendevolezza dei negri. Tessmann invece non ha saputo far altro che vedervi pura e semplice ottusità mentale come prova l'incomprensione che risulta dalla sua opera. Pertanto le conclusioni alle quali indipendentemente giungono i due menzionati studiosi, concordano nel riconoscere, che se Tessmann ha saputo magnificamente rendere i particolari della cultura materiale degli Tschama, il quadro da lui reso di quella spirituale non va, viceversa, condiviso; anzi il Preuss vi mette senz'altro un gran punto interrogativo. E però la sana e migliore critica etnologica ha fatto giustizia anche di questo tentativo di rivendicazione dell'a. dei primitivi.

Ma anche allorquando, alla luce sicura di indagini più serie ed esaurienti, si dovesse ammettere che realmente gli Tschama fossero senza religione, ciò non autorizzerebbe affatto a trarre generali illazioni negative sulla religiosità dei primitivi, e meno ancora costituirebbe un apporto a sostegno della ipotesi di Lubbock. Giacché, oltre tutto, ben a proposito è stato rilevato che gli Tschama non sono più un popolo omogeneo ed originario, ma un miscuglio di avanzi diversi, di tribù sradicate e decimate, le cui basi economiche, la cui struttura sociale e vita etica, risultano, ormai, in completo disfacimento per le molteplici vicende e per la lunga schiavitù, che ebbero ad affliggerli. Probabilmente, dunque, essi non presenteranno all'occhio dell'osservatore che labili tracce della loro religiosità originaria, cioè anormali elementi di un insieme in sfacelo, che, certo, nulla saprebbero dirci in confronto con lo spirito religioso di genti in normale condizione di cultura. Si tratterebbe, insomma, di a. risultante da un'estrema fase di degenerazione, mentre non risulta affatto una qualsiasi forma di a. originario.

BNL.: A. Comte, Cours de philosophie positive, 6 voll., Parigi 1830-42; id., Système de philosophie positive ou traité de sociologie concernant la religion de l'humanité, 4 voll., ivi 1821 1824; J. Lubbock, Prehistoric Times, Londra 1862; id., The Origin of Civilisation and the Primitive Condition of man, ivi 1870; M. Müller, Introduction to the science of Religion, ivi 1870; E. B. Tyko, Primitive culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Art and Custom, 2 voll., 1² ed., ivi 1871 ; C. P. Tiele, Geschiedens van den Godsdienst, Amsterdam 1876; A. de Quatrefages, L'espèce humaine, 1² ed., Parigi 1877; G. Roskoff, Das Religionswesen der bilhestee Naturväller, Lipsia 1880; C. G. Seligman, The Veddas, Cambridge 1911; J. M. Cooper, Analitical and Critical Bibliography of the Tribes of Tierra del Fuego and Adjacent Ter-
ritory, in Smithsonian Institution, Bureau of American Ethnology, Bull. 63, Washington 1917; L. von Schroeder, Arische Religion, I, 2² ed., Lipsia 1923, pp. 36-47; P. Schebesta, Die Orang Kaba auf Sumatra kein eigentliches Urvell, in Anthropos, 20 (1925), pp. 1128-30; id., Orang-Utan. Bes den Urwaldmenschen Malayas und Samarros, Lipsia 1928, pp. 218-68; G. Tessmann, Menschen ohne Gott, ein Besuch bei den Indianern des Ucayali, Stoccarda 1928; N. Th. Preuss, Günter Tessmann, Menschen ohne Gott, ecc., recensione in Baestler Archiv, 12 (1928), p. 89 sgg.; M. Gusinde, Die Feuerland Indianer, 3 voll., Mödling 1931-39; A. W. Nieuwenhuis, Günter Tessmann, Menschen ohne Gott, ecc., recensione in Internationales Archiv für Ethnographie, 30 (1936), p. 42 sgg.

Michele Schulten
ATELLA. - Antica sede vescovile nella Campania, tra Napoli e Capua, le cui rovine emergono nel territorio compreso tra i borghi S. Arpino, Grupo e Pomigliano d'A. Alcune monete di bronzo, posteriori al 250 a. C., e dei vasi dipinti documentavano la civiltà sannitica di A. che, assoggettata dai Romani, si ribellò dopo la battaglia di Canne, ma ne fu punita con lo sterminio e l'annullamento politico e territoriale. Nel 63 a. C. compare nuovamente tra le città più importanti della Campania. A. ha dato il nome a degli spettacoli d'importanza o almeno d'influsso greco attraverso gli osci, ai primordi del teatro latino: "Fabulae atellanae».

La prima testimonianza di data certa che si riferisce alla sede vescovile di A. è fornita da s. Gregorio Magno che, in due lettere de! 592 (Registr., II, ep. 16) e del 599 (Registr., IX, ep. 142), nomina un certo Importuno vescovo "Atellanae civitatis"; ma le origini sono indubbiamente più remote, se nel Martyrologium Hieronymianum, al 25 maggio, è registrata in A. la deposizione di un martire Canione. Una Passio s. Canionis (BHL, 1541) c'informa sulla qualità di vescovo e sul martirio sostenuto in A. da Canione, come pure riferisce che un vescovo di A., di nome Elpidio, avrebbe costruito una basilica sopra il sepolcro del martire. Elpidio da un'altra Passio (BHL, 2520 b) viene detto contemporaneo di papa Siricio (384-99) e dell'imperatore Arcadio (395-408). La cattedrale di A. nel sec. ix era dedicata a un s. Elpidio che non deve essere diverso dal vescovo sopra ricordato. Durante l'invasione longobarda la sede vescovile di A. decadde; l'ultimo vescovo che conosciamo è Eusebio che sottoscrisse gli atti del Concilio lateranense celebrato sotto Martino I nel 649 (Mansi, X, p. 867). Nel 1049 il papa Leone IX ripristinò il vescovato di A. con nuova sede nella città di Aversa (v.), di recente costruita dal principe normanno Roberto il Guiscardo.

BNL.: Per A. classica è da segnalare: A. Maiuri, Passeggiate campane, Milano 1938, pp. 13-27; per A. cristiana v.: F. Lanzoni, pp. 204-205; P. F. Kehr, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 294-95; D. Mallardo, Il Calendario normorco di Napoli, Roma 1947, pp. 62-63.

Benedetto Pesci
ATEN (ATON) : v. AMENOFL.
ATENA ('Aвñ́́n). - Dea della Grecia. Il nome, probabilmente preellenico, deve forse esser messo in rapporto con quello della città greca che maggiormente la venerava, Atene: per alcuni la dea avrebbe preso il nome dalla città, per altri il nome della città sarebbe formato su quello della dea. È incerto l'aspetto originario di A. o divinità dei fenomeni celesti, o dea lunare: apparterrebbe al patrimonio comune delle tribù greche e il suo culto sarebbe dappertutto ugualmente originario. Per altri è divinità meteorica con tratti presi alla dea Ièzar dall'Asia Minore, o divinità orientale importata. Recentemente se ne è fatta la dea domestica minoica, divenuta poi la protettrice dei palazzi principeschi ed armata per la necessità dell'età micenea. Sarebbe raffigurata su una lastra di Mi-

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(fol. Gati. Musci Vaticani)
Atena - Copia romana da un originale gnuca, detta A. Giustiniani. Musci Vaticani, Braccio Nuovo.
cene, dove, fra due adoranti, è uno scudo con braccia, gambe e testa femminili. Secondo altri proverrebbe dalla fusione di una dea vergine e guerriera esistente presso i Greci - Палла́s, Pallade, "la vergine" - con la dea cretese dei palazzi di cui avrebbe preso il nome. Nessuna di queste ipotesi soddisfa. Sicuro è che la natura primitiva di A. e la sua origine ci sfuggono. L'origine minoica non è certa perché la dea dei palazzi principeschi è solo un'ipotesi e il culto di A. in Grecia è poco diffuso e tardo. In Omero A. ha già le caratteristiche delle età seguenti : balzata fuori dalla testa di Zeus, è interprete delle volontà del padre che le ha concesso un suo attributo, l'egida : è protettrice degli eroi, maestra di ogni arte, dea della guerra e delle battaglie, colei che insegna le migliori arti per conseguire la vittoria. E la dea poliade, protettrice della città e pegno della sua sorte : è strano però trovarla protettrice di Ilio e non delle città greche.

In seguito la natura guerriera di A. rimase solo in alcuni epiteti (A. Prómachos). Fu invece la dea della città nella sua più ampia espressione : il tempio era spesso sull'acropoli, frequentemente fu chiamata dal luogo dove era venerata: A. Alalcomene a Alalcomene in Beozia, A. Itona e Itonia in Tessaglia, A. Alea ad Alea e in altre località dell'Arcadia,
ecc., ma molte volte è semplicemente A. Poliade (Atene, Pergamo, Trezene, Sparta, ecc.). La protezione è incarnata nel Palladio, pegno dell'esistenza della città. Anfissa, Argo, Alalcomene ed altre città pretendevano di possedere il palladio originario portato da Troia. E dea delle arti e mestieri, specialmente dell'attività femminile, protegge i ceramisti e la metallurgia, avrebbe insegnato all'Attica la cultura dell'olivo. Veglia sulla salute pubblica, sul buon governo e sulle leggi.
A. ebbe culto diffusissimo in tutta la Grecia, ma il centro principale fu Atene. La più antica sede del culto era l'Eretteo, al limite nord dell'acropoli, dove era onorata con Posidone e Eretteo. Là eran le prove delle dispute con Posidone per il possesso dell'Attica, cioè la fonte salata sgorgata dalla roccia per il colpo del tridente del dio e l'olivo, dono di A. Nel 447 fu iniziato il Partenone, decorato dal genio di Fidia. Numerose erano le feste, le principali erano le Panatenaiche, con processione dal Ceramico all'Acropoli per l'offerta del peplo alla dea. Rivale di Atene nel culto di A. fu Pergamo : a partire del sec. in a.C. A. vi fu l'unica e potente protettrice della città, festeggiata nelle Panatenaiche e nelle Niceforie. A Corinto A. aveva feste e corse di fiaccole, forse di carattere lustrale; a Tegea A. Alea era venerata con Asclepio e Igea; sacerdotessa era una fanciulla, ma le iscrizioni ricordano anche un sacerdote, il tempio aveva diritto di asilo. Pure a Tegea, nel tempio di A. Poliâtis erano i capelli della Gorgone, che davano alla città la sicurezza di non essere conquistata. Ad Argo, la principale sede del culto peloponnesiaco, era dono votivo nel santuario sull'acropoli, un antico simulacro di Zeus con tre occhi già appartenuto a Priamo; la festa principale della dea consisteva in un bagno preparato da fanciulle con l'acqua dell' Inaco, bagno a cui gli uomini non potevano assistere. Nell'Elide A. è detta λ η̂_{ζ} τ ε ξ " madre": le donne che la pregavano avevano subito figli: su questo si basano coloro che vedono in A. una dea madre. Antichi sembrano i culti della Beozia e della Tessaglia; in quello di A. Lindia a Rodi nel sacrificio non si usava il fuoco.

Numerosi sono i miti a cui A. è collegata, i più conosciuti sono la nascita e la lotta con Posidone per l'Attica. Nell'arte è presente nella Giganromachia e nelle imprese degli eroi, Teseo, Eracle, Odisseo. In questa protezione si è veduto, a torto, un avanzo di antico matriarcato. In Etruria ed a Roma A. fu identificata con Minerva.

Nell'arte greca le statue arcaiche di A. si riconducono a due tipi; i palladia, cioè A. in piedi, minacciosa, con lo scudo imbracciato e la lancia, in atto di attaccare, e A. seduta con pélos e egida. Quest'ultimo tipo sembra essere più antico del primo. In seguito A. seduta sparisce : A. è rappresentata in piedi, armata, sempre tranquilla e dignitosa.

Bim.- L. R. Farnell, The Cults of the Greek States, II, Oxford 1896, pp. 238-423; D. Le Lastoise, Les diesses armées, Parigi 1910. pp. 1-137; 303-38; 353-62; U. v. Wilamowitz, Der Glaube der Hellenen, I, Lipsia-Berlino 1932, pp. 234-37; II, iv; 1932, pp. 162-68; L. Deubner, Attische Feste, Berlino-Lipsia 1932; M. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I, Monaco 1941, pp. 322-23; 403-16. Per Pergamo: E. Ohlemata, Die Kulte und Heiligtümer der Gütter in Pergamon, 1940, pp. 16-59. Per la Sicilia: E. Cioceri, Culti e miti nella storia dell'antica Sicilia, Catania 1911, pp. 122-27.

Luisa Banti
ATENAGORA. - Ateniese e filosofo, uno dei più antichi apologisti cristiani.
I. Vita. - Quasi unica fonte della vita di A. sono le opere. Fra gli antichi lo ricordano solo s. Metodio d'Olimpo (De resurr., I, 36, 6; 37, 1-2), s. Epifanio (Haer., 64, 20, 21) e Fozio (Bibl., cod. 243, p. 293 B). Più diffuse le informazioni dateci da Filippo di Side (H. Dodwell, Dissert. in Iren., Londra 1689, app., p. 488 sgg.), ma poco attendibili. A. indirizza la Supplica agli imperatori M. Aurelio e Commodo; quest'ultima notizia è confermata da un passo ( 18,2 ) in cui l'autore si rivolge al padre e al figlio, e da un accenno all'apoteosi di Antinoo, il favorito dei loro "antenati" (30, 2). A. visse dunque nella seconda metà del sec. II.
II. Opere. - La composizione della Supplica per i cristiani ( Π ρ ε σ β ε i α π ε ρ i λ ρ ι σ τ ι α ν ω̃ v ) deve cadere fra

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il 27 nov. 176, data dell'assunzione di Commodo all'impero, e il 180 , quando morì M. Aurelio; da altri indizi parrebbe scritta prima della metà del 178 , forse sulla fine del 177. Dopo l'esordio (1-2) e la partizione, corrispondente alle tre accuse contro i cristiani, di ateismo, cene tiestee e unioni edipee (cap. 3), A. confuta ampiamente la prima accusa, considerando l'ateismo nel senso teorico (4-12) e pratico (13-30); poi risponde alle altre due accuse (31-36), e chiude invocando l'assenzo degli imperatori (cap. 37). Il trattato Sulla Risurrezione, che vuol essere una dimostrazione puramente razionale di questo dogma ad uso dei pagani, dapprima tenta di dissipare i pregiudizi contrari (1-10), poi dà la dimostrazione positiva della verità (11-25).
III. Pensiero filosofico e teologico. - Il nucleo della dottrina esposta nella Supplica è il monoteismo, la cui dimostrazione occupa tutta la parte centrale. A. parla spesso e con esattezza della Trinità (4, 2; 10; 12, 2; 18, 2; 24, 2; 30, 4). Menziona gli angeli (10, 3) e si diffonde sui demoni (13-26). L'Incarnazione compare solo in un accenno velato (31, 4), né si nomina mai Cristo; vi è forse un'allusione al sacrificio eucaristico (13, 3). Chiaramente enunciata l'ispirazione della Bibbia (7, 3; 9, 1; 10, 2). Della morale si mette in risalto la carità e la pazienza dei cristiani (1, 4; 11; 12, 2) e la castità (32-33); si rileva l'astensione dagli spettacoli e la condanna dell'aborto (35, 2-5).
IV. Carattere e scopo. - Rivolgendosi agli intellettuali pagani, A. vuol difendere il cristianesimo e attirarvi i lontani mettendo a profitto quanto di vero si trova nel pensiero pagano che, nelle sue migliori correnti, ha riconosciuto l'unità di Dio: questo è il fondamento su cui si costruisce la fede cristiana. Le apologie sono ponti gettati verso l'altra sponda, introdu. duzioni al cristianesimo. A questo metodo A. era portato dal suo spirito equanime e conciliante, che appare nei giudizi favorevoli sulla cultura antica, particolarmente su poeti e filosofi, veicoli del monoteismo, partecipi d'una certa ispirazione divina (1, 5; 5-6; 7, 2). Lo scrittore si distingue anche per composicezza ed equilibrio. Ordinata e chiara la composizione nelle linee fondamentali, mentre negli sviluppi particolari non mancano incertezze e disordini, elegante la dizione, ispirata al gusto atticistico, sfruttati sobriamente i sussidi della retorica.

BibL.: Edizioni : Il testo di A. ci è pervenuto nel cod. Paris. 431, scritto nel 914; gli altri manoscritti, tutti dipendenti da quello, hanno scarsa importanza. L'Edizio princeps è di Enrico Stefano (1257). Da segnalare le sequenti : P. Maran, Parigi 1742, riprodotta in PG 6, 887-1024; J. C. Th. von Otto, in Corpus Apologeticum suor. secundi, VII, Jena 1838; E. Schwartz, in Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur, IV, 11, Lipsia 1891; P. L'baldi e M. Pellegrino (Corona PP. coles., serie greca, 15). Torino 1947: per la sola Supplica, J. Geficken, in Zwei griechische Apologeten, Lipsia e Berlino 1907; E. J. Goodspeed, in Die ältesten Apologeten, Goirings 1912. - Studi: A. Puech, Les Apologistes grecs du II siècle de notre ère, Parigi 1912, pp. 172-206; G. Porta, in Dídmikaleion, 2 (1916), pp. 23-70 (dedica e data della Supplica); A. Casamassa, Gli Apologisti greci, Roma 1944, p. 163 sgg.; M. Pellegrino, Studi su l'antica Apologetica, Ivi 1947, p. 87 sgg.; id., Gli Apologeti greci del II sec., ivi 1947, pp. 146 sgg.

Michele Pellegrino
ATENE ('A vartheta γ̂ v boldsymbol{v} ). - Capitale dell'Attica e dell'attuale Regno di Grecia.

Sosniano: I. A. nell'antichità. - II. A. nella Bibbia. - III. Il cristianesimo in A. - IV. Chiese e monasteri di A. - V. L'arcidiocesi di A. - VI. L'ordinariato di A.
I. A. nell'Antichità. - A. è città preellenica. L'acropoli, che ne costituì il nucleo primitivo, era abitata in età neolitica. Gli Ateniesi, che si consideravano Ioni ed autoctoni, ne attribuivano le più antiche fortificazioni ai Pelasgi. Numerose sono in
essa e nell'Attica le tracce della civiltà egeo-minoica. Sulla fine dell'età micenea, quando gli Ioni erano già da molti secoli (l'immigrazione è del in millennio) fusi con gli abitanti originari, A., oltre la pólis o cittadella (acropoli è termine tardo), aveva già un dats, cioè un aiutato indifeso, spesso sulle alture circostanti. A che età risalga il nome e se sia o no ellenico e in quale rapporto stia con quello di Atena, che conserva le tracce della des minoica del palazzo, e che a un certo momento si sostituì alle più antiche divinità di Cècrope e d'Erètteo, s'ignora. All'alba dell'età storica, A., come città-Stato, comprende tutta l'Attica, precedentemente divisa in piccoli Stati cantonali. L'unione di essi in un'unica pólis (sinocismo) viene attribuita dalla tradizione a Tesco: la critica moderna la considera come un fatto graduale.

La storia della costituzione d'A. comprende cinque fasi : monarchia, aristocrazia, timocrazia, tirannide, democrazia, della quale si distingue una fase moderata ed una estrema. La monarchia è dell'età mitica: nel vir sec. a. C. il re è già disceso dall'acropoli ed è un magistrato elettivo; il governo è costituito dal collegio dei nove arconti : arconte eponimo, re, che ha compiti religiosi, polemarco, e sei tesmoteti. Organi dello Stato sono: la Boulé o Consiglio, alla quale non hanno accesso che i nobili, e l'Ecclesia o Assemblea popolare. La popolazione è divisa in 4 tribù (le 4 tribù ioniche), e in fratric : gli antichi gruppi parentali o 7 ἐ v ε, con la formazione della grande proprietà, si sono sviluppati in organizzazioni gentilizic chiuse e costituiscono titolo di nobiltà; gli appartenenti si chiamano eupatridi. Quanti non fanno parte dei nobili, e cioè la plebe ( π λ λ η̂ θ mathrm{v} ς ), hanno associazioni proprie a carattere religioso: i thinsi e gli orgeoni. Organizzazioni territoriali intese a provvedere il necessario per la flotta, sono le muncrarie. I nobili, padroni della maggior parte delle terre, hanno il monopolio delle magistrature. Ad essi si contrappongono i medi agricoltori, nerbo dell'esercito oplitico, e la nuova classe dei commercianti, formatasi con l'introduzione della moneta e lo sviluppo dei traffici. Da costoro, appoggiati alle plebi rurali, in gran parte asservite alla nobilta, e ai marittimi, ha inizio il moto rivoluzionario, che, dopo un secolo e mezzo, porterà al trionfo della democrazia. Una prima conquista fu nel 621 a. C. la legislazione di Draconte, che sottrasse i delitti di sangue alla vendetta privata dei 75 vv . Solone, eupàtrida, ma di media condizione, arconte nel 594 con poteri straordinari, per comporre l'urto tra la nobiltà e la plebe e siornare la guerra civile, abolì l'ipoteca sulla terra e sulla persona, ciò che ebbe come conseguenza di annullare i debiti, codificò il diritto civile con innovazioni intese a rompere l'unità patrimoniale dei gruppi gentilizi, e trasformò il regime da aristocratico in timocratico o centitario, distribuendo i diritti politici secondo le 4 classi fiscali già prima esistenti. Alla Boulé nobiliare alla quale, dal Colle di Ares o Areòpago, dove sedeva come tribunale per i delitti di sangue volontari, rimase per eccellenza il nome di Boulé dell'Areopdgo, e che era formata dai magistrati uscenti di carica, che ne avevano diritto a vita, aggiunse una seconda Boulé elettivo annuale di 400 membri ( 100 per ogni tribù). Ai teti, e cioè ai nullatenenti, lasciò il diritto di far parte dell'Ecclesia, ma diede un'arma, che in seguito si rivelò potentissima, con l'istituzione dell'Eliea, tribunale popolare d'appello, e con il diritto fatto a chiunque di levarsi pubblico accusatore d'ogni trasgressione alla legge. Ma le lotte continuarono, e la conclusione fu quella che Solone aveva predetta : la tirannide, lo strumento del quale, nella maggior parte delle città greche, la democrazia si servì per abbattere il privilegio dei nobili. Nel 561 Palatrato, portato dal partito popolare della Montagna (Diacris), s'impadroni dell'acropoli e, tolto un decennio, regnò fino alla morte (527), lasciando senza contrasti il potere ai figli Ippia ed Ipparco. Fu un periodo di pace e di grande prosperità, favorita dalla politica di espansione marittima, che, eliminata la concorrenza di Megara e consolidata la conquista di Salamina, si attesta sul Chersoneso tracio e al

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(da H. Brockhaus, Die Kunst in den Altho-Kinetern)
In alto: MENOLOGIO N. 5 del monastero di Dochiariu (sec. xit). Notizie del 14 nov. In basso: NUOVO TESTAMENTO N. 8 del monastero di Dionisiu. Inizio di S. Matteo (1133).

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In alto: ULTIMA CENA. Musaico del 1512 - Laura, Trapèza.
In basso: BATTESIMO DI GESU CRISTO. Musaico del principio del sec. xiv - Chilandari, Catholicon.

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10. - Enciclopedia Cattolica. - II.

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Atene - Buon Pastore (sec. iv) - Museo.
Capo Sigeo. La città si orno di monumenti e di opere di pubblica utilità, artisti e poeti vi accorsero da ogni parte. Dioniso, dio fin allora delle plebi rustiche, acquistò diritto di cittadinanza con l'istituzione delle Grandi Dionisie : dal suo culto sorsero la tragedia e la commedia. Nel 513 Ipparco fu ucciso da Armadio e Aristogitone: tre anni dopo gli Alcmeonidi ed altri nobili rientravano in città, con l'aiuto degli Spartani, e ne scacciavano Ippia. I Pisistratidi avevano rispettato la costituzione di Solone; la loro caduta lungi dal portare a una restaurazione aristocratica, segnò il trionfo della democrazia. La riforma fu operata dall'Alcmeonide Clistene, che, a rompere definitivamente la potenza dei gruppi gentilizi, divise tutta l'Attica in demi o comuni con amministrazione autonoma, e distribuil la popolazione in 10 tribù comprendenti ciascuna 3 trititie o gruppi di demi territorialmente dislocate. Gli organi dello Stato rimasero i medesimi, solo che la Bodé soloniana dei 400 fu portata a 500 , sorteggiati in numero di 50 per ciascuna dalle 10 tribù, le quali esercitavano a turno la pritanis. A difesa delle istituzioni fu data al popolo la facoltà di bandire i cittadini pericolosi (ostracismo), ciò che fu per i partiti un terribile strumento di lotta contro gli avversari. Fu con questa costituzione che A. sostenne l'urto persiano, assicurando in due battaglie memorabili (Maratona 490, Salamina 480) la libertà della Grecia, e, acquistata l'egemonia del mare, venne a trovarsi a capo di una lega marittima, che in pochi anni rismutò in impero. Il v sec. fu il periodo della sua massima potenza e del suo massimo fiore: essa divenne il centro non solo economico e politico, ma anche spirituale della Grecia: le lettere e le arti toccarono altezze rimaste insuperate, e come "scuola dell'Ellade" (Tucidide) essa mantenne il primato fino al secolo seguente. La democrazia si svolse in senso ancora più radicale: la limitazione dei poteri dell'Arcipago a vantaggio del Consiglio dei 500 e dell'Eliea, che, a poco a poco, finì con l'assorbire quasi tutta la giurisdizione
civile e penale, il sorteggio delle magistrature, tranne quelle militari e finanziarie, l'estensione dell'arcontato, prima, ai cavalieri (487) e, poi, ai zeugiti (457), e cioè praticamente a tutti i cittadini, e infine l'istituzione delle paghe agli eliaeti e poi all'Ecclesia, fecero del governo una vera e propria cosa di popolo. Ciò portò come conseguenza la formazione di una classe di politici, il più grande dei quali fu Pericle, nipote di Clistene, che per trent'anni fu arbitro dei destini d'A. Egli riprese la politica di espansione e di potenza di Pisistrato e di Temistocle, ma, sia per la sua eccessiva audacia, sia per insuperabili difficoltà delle circostanze, riusci appena a mantenere le posizioni precedentemente raggiunte e a preparare A. all'urto inevitabile con Sparta. La guerra del Peloponneso ( 431-421 ; 415-404 ), che, sotto la guida delle due città rivali, rappresentanti l'una la democrazia e l'altra l'oligarchia, mise a fronte quasi tutto il mondo greco, terminò con la sconfitta d'A. e pose fine al suo impero. Le mura vennero abbattute, la democrazia dichiarata decaduta e, sotto il governo dei Trenta insediato dagli Spartani, A. conobbe l'oppressione d'una delle più esose tirannidi. La reazione non tardò, e nel 403 i fuorusciti tornarono sotto la guida di Trasibulo e con l'aiuto di Tebe, e ristabilirono la democrazia. Nel corso del iv sec., approfittando delle lotte tra Sparta e Tebe ed usando alternativamente con esse dell'aiuto persiano, A. riusci a guadagnare una parte delle posizioni perdute, e a ricostituire su basi federative e meno imperialistiche della prima volta una seconda lega Delia (377). Ma ormai una nuova potenza s'affacciava alla ribalta della storia, la Macedonia. La lotta sostenuta da A. contro Filippo in mezzo alla corruzione generale e rosa essa stessa dalla forma estrema a cui era giunta la democrazia, nella quale tutto era in balia dell'Assemblea e pertanto degli oratori che la dominavano, è una delle pagine più drammatiche della storia della Grecia, che ebbe in Demostene l'ultimo campione della sua libertà. Con la battaglia di Cheronea ( 558 ) l'egemonia passava a Filippo: un tentativo di ripresa dopo la morte d'Alessandro (guerra lamisca) falli miseramente a Crannone (322). Quello che A. era stata nel campo delle arti e delle lettere nel sec. v, fu nel sec. iv nel campo della filosofia, che, apertosi con la morte di Socrate (399), vide successivamente la fondazione dell'Accademia di Platone, del Liceo d'Aristotele, vere e proprie università organizzate ai fini della ricerca scientifica, e il sorgere delle due scuole, che domineranno l'età alessandrina e romana, la Stoica e l'Epicurea. Nel III sec., durante le lotte dei diadochi, e dei regni nati dalla divisione dell'impero d'Alessandro, A., che, pur conservando di nome l'autonomia, è in permanenza sotto la sorveglianza di presidi macedoni, segue le turbinose vicende dell'epoca: tre volte tenta riacquistare l'indipendenza e tre volte è fiaccata. Nel 267 s'unisce all'Egitto e a Sparta contro Antigono Conata, ma, sinta d'assedio, è costretta a capitolare ( 261 ). Da allora in poi ogni sua funzione politica è finita. Nel 197 a Cinocefale Filippo V di Macedonia era sconfitto da T. Q. Flaminino e la Grecia cadeva sotto l'influenza romana. Durante la prima guerra mitridatica A. segui la rivolta delle altre città greche, ma, assediata da Silla, fu presa nell'86 e trattata come ribelle. Tanto nell'età repubblicana che in quella imperiale A. conservò le sue istituzioni, ma non fu che una quieta città di studi, onusta di memorie e di monumenti. Sotto questo aspetto ebbe ancora una funzione di prim'ordine durata sino all'età di Giustiniano, che nel 529 d. C. ne chiuse la secolare Università, rimasta ancora pagana, e ne disperse i maestri.

Bini..: Per una bibliografia ragionata con lo stato dei problemi si veda R. Cohen, La Grèce et l'hellosisation du monde autique (a Clio a. Introduction aux études historiques, 2), Parigi 1934, 2^{°} ed. ivi 1939. Opere generali: C. Wachsmuth, Die Stadt Athen im Altertum, I, Lipsia 1874; II, 1, ivi 1890; G. Fougères, Athènes, 4^{°} ed., Parigi 1923. In italiano sono fondamentali: G. De Sanctis, 'Ardig. Storia della repubblica ateniese, 2^{°} ed., Torino 1912: id., Storia dei Greci, 2 voll., Firenze 1939 (con ricca bibliogr.), Per l'età periclea v. A. Ferrabino, L'imbero ateniese, Torino 1927; G. De Sanctis, Pericle, Milano-Messina 1944: per l'età ellenistica: W. S. Ferguson, Hellenistic Athens, Londra 1911. Carlo Diano
II. A. nella Bibbia. - Verso il 163 a. C., A. è ricordata come città libera (II Mach. 9, 15).

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Atene - Antica cattedrale (sec. xit).
S. Paolo la visitò nel suo secondo viaggio missionario, probabilmente nel 51 (Act. 17, 15-34; I Thess. 3, 1). Solo, aspetta l'arrivo di Sila e Timoteo da Berea. Geme alla vista della nobile città, tanto decaduta religiosamente: A. era infatti aperta a tutti i culti e disseminata di simulacri (Petronio, Satyricon, 1, 17; Livio, Ilist., XLV, 27). Inizia la sua predicazione ai Giudei e proseliti nella sinagoga, ed ai pagani nella piazza o agorà del Ceramico, ai piedi dell'Areopago (v.). Alcuni epicurei e storici lo conducono all'Areopago (secondo molti moderni, il portico reale situato ai piedi del colle dell'Areopago). L'Apostolo, prendendo lo spunto dall'iscrizione in onore di «un dio ignoto" (Pausania, Descriptio Graeciae, I, 1, 4; V, 14, 8; Filostrato, Vita Apollonii Tyanaei, VI, 3, 5) annunzia loro il vero Dio e la risurrezione di Cristo. La freschezza del colorito locale è garanzia della storicità del racconto.

Rinl: J. Holzner, L'apostolo Paolo, trad. ital., Brescia 1930. pp. 222-50; G. Ricciotti, Paolo Apostolo, Roma 1946. \1 407-20; A. Penna, S. Paolo, Alba 1946, \5 240-46.

Gaetano M. Perrella
III. Il cristianesimo in A. - Fra i primi convertiti in A. fu s. Dionigi Areopagita, che divenne primo vescovo di quella città secondo la testimonianza di s. Dionigi di Corinto e di Egisippo, e fu martirizzato come il suo successore Publio. Il vescovo Quadrato indirizzò una Apologia all'imperatore Adriano nel 123 124 o nel 129 in difesa del cristianesimo; il filosofo Aristide di A. ne presentò un'altra allo stesso imperatore; e il filosofo Atenagora, nativo di A., presentò una supplica per i cristiani a Marco Aurelio ed a suo figlio Commodo, difendendo i cristiani dalle accuse pagane. Sotto l'imperatore Decio il vescovo Leonida mori per la fede. Ancora nel sec. iv quando
s. Basilio e s. Gregorio Nazianzeno studiavano in quella città, il paganesimo vi era predominante. Teodosio II cominciò a dare un'impronta cristiana ad A., ordinando di alzare croci sopra i templi pagani. Giustiniano I ne chiuse la scuola, centro di influsso pagano. Accanto ai monumenti antichi trasformati in chiese come il Partenone, l'Eretteo, i Propilei, sorsero nuove chiese come la grande basilica sul posto del martirio di s. Leonida. Il primo monastero di Dafni presso A. fu costruito probabilmente nella prima metà dei sec. v.

Il vescovato di A. dipendeva prima da Corinto e come questo apparteneva all'Illirico orientale sottoposto direttamente al Papa. La misura di Teodosio II che annetteva questa provincia ecclesiastica al patriarcato di Costantinopoli nel 42