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añol ante y después de Lope de Vega, Madrid 1862 (rist. in Memorias de la Acad. Espoli., 1 [1870], p. 368 sgg.); F. de P. Canalejas, Sobre los a. sacramentales de Calderón, Madrid 1871; J. Mariscal de Gante, Los a. sacramentales, desde sus origines hasta mediados del siglo XVIII, ivi 1911.

Ruggero M. Ruggeri
AUTPERTO, Ambrogio (Ambrosius Autpertes, Autbertus, non bene Ansbertus). - Scrittore ecclesiastico, n. da distinta famiglia sul principio del sec. viII in Francia (Provenza? Aquitania?).

Ricevette una educazione accurata, approfondendo più le scienze sacre che le profane (cf. pref. al 1. VIII sull' Apoc.). Venuto in Italia, visitò Roma e si spinse a Benevento. Qui, nel vicino monastero benedettino di S. Vincenzo al Volturno abbracciò la vita religiosa. Ordinato sacerdote, si diede alla predicazione. Alla morte dell'abate Giovanni I (773-77), fu dai monaci francesi - ivi in numero rilevante - chiamato a succedergli, mentre i monaci longobardi o italiani elessero Potone. Ne nacque una contesa nazionalistica, per cui A. lasciò l'ufficio abbaziale (778). Chiamato a Roma dal papa Adriano I insieme ad altri monaci per chiarire la questione di Potone accusato di infedeltà presso Carlomagno, morì improvvisamente in viaggio, tra il maggio e il giugno del 781 (cf. Codex Carolinus, n. 67, in MGH, Epist., III, p. 595); a torto, invece, comunemente si dà, col Chronicon Vulturnense, come sua data di morte il 19 luglio 778. La salma, trasportata al suo monastero, fu sepolta nella chiesa di S. Pietro.

Per le sue virtù, lo stesso cronista lo dice sanctissimus; il Mabillon (Acta SS. O.S.B., III, parte 2^{°}, Parigi 1672, pp. 259-67) e i bollandisti (Acta SS. Juli, IV, Anversa 1725, pp. 646-41) gli dànno il titolo di santo.

Opere. - In PL 89, A. occupa poche colonne (12631332); ma di tutti i suoi scritti riuniti si formerebbero almeno due volumi. Le sue produzioni sono state in prevalenza messe sotto altri nomi più noti, da s. Ambrogio di Milano a s. Ildefonso, senza parlare di quelle che i monaci di Montecassino hanno creduto di dover rivendicare al loro abate Autperto (834-38).

1. Viene in primo luogo il suo grande commento all'Apoc. in 10 libri (in Maxima Bibliotheca vet. Patrum, XIII, Lione 1677, pp. 403-657; non, come alcuni scrivono, in PL, ove manca), ch'egli chiamà, per la facile sua intelligenza, Speculum parvulorum; si procurò l'approvazione di papa Stefano III (IV), di cui si valse contro detrattori invidiosi. Per tale commento, "tanto labore confectum ", A. si ispira ai precedenti scrittori latini, specie a Primasio, accettando anch'egli la teoria agostiniana della "recapitolazione" (cf. Praef., capov. Cum itaque). In tutta l'opera traspira la pietà dell'autore (cf. pref. al 1. VIII).
2. Confictus vitiorum atque virtutum, trattatello ascetico dedicato a Lantfrid, primo abate di Benediktbeuern in Baviera (cf. l'Anonimo di Melk, De script. eccl., cap. 31 : PL 213, 975). Cessate le persecuzioni cruente, la lotta, per i cristiani consiste ormai in quella delle virtù contro i vizi. Ispirato alla Psychomachia di Prudenzio, il Confictus si realizza, nel corso dell'opera, nella personificazione di 25 dei vizi principali che cercano di adescare l'anima con
sottili ragionamenti, superati poi da quelli delle virtù. L'epilogo poi, risolvendo la difficoltà di coloro che credono di non potersi santificare rimanendo in patria, è un documento della diversa tendenza spirituale del monachismo benedettino, amante della stabilitas loci -, e di quello celtico, che favoriva l'emigrare lontano (venitela, v.). Questo opuscolo ascetico è fra i più celebri del medioevo, che lo attribuiva ad Ambrogio di Milano (PL 17, 1057-74). Isidoro di Siviglia (ibid., 83, 1131-44), nonché Leone M., Gregorio M., e soprattutto Agostino (ibid., 40, 1091-1106): con il nome di quest'ultimo due suoi frammenti sono riportati nel Corpus Iuris Canonici (Causa 22, q. 2, can. 13; C. 27, q. 1, c. 20). Per queste varie attribuzioni, cf. F. Arevalo, Iridoriana, III, cap. 84, nn. 20-41 (PL 81, 615624).
3. Vita Paldonis, Tatonis et Tatonis Vulturnensium (i fondatori del suo monastero: PL 89, 1319-32; ed. critica di G. Waite, in MGH, Script. rer. Lang. et Ital., Hannover 1878, pp. 546-55). E opera di carattere liturgico, lodata da Paolo Diacono (Hist. Lang., VI, 40) e inscrita nel Chronicon Vulturnense (ed. critica V. Federici [Fonti per la storia d'Italia, 58], I. Roma 1925, pp. 101-23), nonché nel Lezionario Parfense, del sec. xI, ma con varianti ed aggiunte (cf. U. Balsani, Il Chronicon Parfense, [Fonti per la storia d'Italia, 23], I. Roma 1903, pp. xII e 9-16).
4. Omelie: tre (de Cupiditate, in Purificatione S. Mariae, in Transfiguratione Domini: PL 89, 1277-1320); altre, in Natale S. Mariae, sono contenute nel ms. Paris. 3783 (di cui cf. Morin, in Rev. Bénéd., 8 [1891], pp. 273-78); altre, ancora da identificarsi, sono in manoscritti di Montecassino, frammiste a quelle dell'omonimo abate cassinese.
5. Oratio contra septies septena vitia, con la quale si apre il Chronicon Vulturnense (ed. cit., I, pp. 3-13); nel Migne è in appendice alle opere di s. Ambrogio (PL 17, 755-62).
6. I commenti al Levitico, al Cantico dei Cantici e ai Salmi, segnalati dal Chronicon Vulturnense come notevoli per "melliflua suavitate", sembrano perduti.
7. Del suo Epistolario rimane solo una lettera a Stefano III (IV), preposta al commento dell'Apocalisse.
A. è uno dei personaggi più importanti dell'epoca antecedente alla rinascita carolingia. Sembra precedere di vari secoli i suoi contemporanei, e quando si potrà avere una edizione critica di tutte le sue opere, "più d'uno sarà stupito nel constatare che un teologo di questo valore sia rimasto quasi sconosciuto per dodici secoli" (Morin).

La sua Vita, scritta nel sec. xI dal monaco Giovanni, non scevra di elementi leggendari, è inserita nel Chronicon Vulturnense, I, capp. 64-74 (ed. cit., pp. 177-201).

BibL.: PP. Maurini, Histoire Littéraire de la France, IV, Parigi 1738, pp. 141-61; G. Morin, Les Leçons apacryphes du Bréxiaire Rom., in Rev. Bénéd., 8 (1891), pp. 273 sg., 278; id., De la besogne pour les jeunes, in Rev. d'histoire eccl., 6 (1905), pp. 326-38; id., Le "Confictus" d'Ambroise A. et ses points d'attache avec la Bavière, in Rev. Bénéd., 27 (1916), pp. 204-12; id., Etudes, Textes, Découvertes (Anaclista Marediolana, 2 e serie), I. Maredoous-Parigi 1913, p. 206 (indice); T. A. Agius, Un Pseudo-Térôme, Epistole IX, in The Journal of Theological Studies, 24 (1925), pp. 176-83; C. Lambor, L'Homélie du Pseudo-Térôme, ver l'Assomption et l'Evangile de la Nativité de Marie d'après une lettre inédite d'Hincmar, in Rev. Bénéd., 46 (1934), pp. 263-82; M. D'Argente, A. A. e la sua dottrina spirituale nella "Vita" dei tre Fondatori e nel "Conflictus", Milano 1947. Igino Cocchetti

AUTUN, diocesi di. - Nella Francia centro-orientale, dipartimento della Saône-et-Loire. La sede episcopale è in A., situata su una collinetta nella zona tra la Costa d'Oro e i monti del Morvan, città che oggi conta 14.873 ab. Fu fondata tra il 15 e il 10 a. C. dall'imperatore Augusto, che le diede il suo nome: Augustodunum. Doveva sostituire Bibracte, l'antico oppidum degli Edui, situato a 25 km . sulla sommità del monte Beuvray. Niente fu risparmiato per darle splendore. Vi furono fondate le Scuole Meniane (Scholae Menianae), dove insegnò il retore Eumeno. La città ebbe il

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Autun - Cattedrale di S. Lazearo (sec. xiv).
suo Foro Marciale, costruito per ordine di Augusto, e un emporio fiorente fino a quando, nel sec. II, Lugdunum (Lione) divenne la capitale della Gallia lugdunese.

Possediamo un prezioso documento della fede dei primi cristiani edui nell'epitaffio greco di Pectorius (v.), scoperto presso A. nel 1893.

Il martire assai venerato in A. fin dall'antichità è s. Sinforiano, ricordato al 22 ag. nel Martirologio geronimiano; la sua pastio non è priva di valore (BHL, 7967; W. Meyer, Fragmenta Burana, Berlino 1901, pp. 161-63).

I primi vescovi storici di A. sono: Reticio, che prese parte ai Concili di Roma, nel 313 e di Arles, nel 314, contro i donatisti, e Cassiano, che viveva nel 337. Verso il 450, era vescovo di A. Eufronio, l'amico di Sidonio Apollinare. Degni di essere segnalati sono pure i vescovi : Siagrio (v.), Leodegario (v.), e Adalgario che visse sul finire del sec. IX.

La diocesi, che comprendeva dapprima l'intera Civitas Eduarum, fu smembrata nel sec. v per formare la diocesi di Chalon e, all'inizio del vi, per costituire le due diocesi di Mâcon e di Nevers. Conservò da allora i suoi confini fino al 1790 .

Oggi è la prima suffraganca della metropoli di Lione e, dal 19 luglio 1855 , i suoi vescovi portano i titoli delle diocesi soppresse di Chalon e Mâcon. Suoi confini sono quelli del dipartimento di Saône-et-Loire. La sua popolazione è di 525.796 ab., dei quali 520.000 cattolici. Conta 551 parrocchie, 531 sacerdoti diocesani e 30 regolari. Presso l'antico cimitero cristiano di A. sorse la basilica di S. Stefano ricordata da s. Gregorio di Tours (In gloria
confessorum, cap. 72) distrutta nel 1775 ; si ricorda anche l'antica basilica di S. Pietro ridotta in edificio civile nel 1792.

Tra le numerose abbazie, oltre la notissima di Cluny (v.), si ricordano l'abbazia e basilica di S. Sinforiano eretta alla fine del sec. v da Euponio poi vescovo di A., saccheggiate dai Saraceni nel 731; la chiesa ricostruita tra l'xi e il xir sec., bruciò nel 1570 , rifatta nel 1734 venne demolita nel 1806 e l'altare maggiore fu traslato nella parrocchia di Notre-Dame.

L'abbazia di S. Martino, fondata dalla regina Brunilde nel 589 , aveva una basilica a tre navate con preziose colonne marmoree e abside decorata di musaici dei quali rimanevano tracce ancora nel 1724; fu pure saccheggiata nel 731, rifatta e riconsacrata nell'870, trasformata nel 1795.

La Cattedrale dedicata a s. Lazzaro, iniziata nel 1120 fu consacrata da Innocenzo II il 30 dic. 1132. E a croce latina, a tre navate e transetto. Alla fine del sec. xir si aggiunse in facciata un portico con tre portali riccamente scolpiti rappresentanti scene tratte dal Vecchio e Nuovo Testamento o dalla vita dei santi (Conversione di s. Eustachio, s. Girolamo che toglie una spina ad un leone). Nel timpano centrale il giudizio finale con la caratteristica psicostasia o pesatura delle anime; l'artista ha firmato: Gislebertus hoc fecit.

L'antica cappella dell'ospedale di S. Nicola con affresco di una Maiestas Domini fu ridotto nel 1861 in Museo Lapidario. - Vedi Tav. XXXIII.

Appartiene a questa diocesi anche il noto mona-stero-santuario di Paray-le-Monial (v.).

Bias.: A. de Charmasse, Cartulaire de l'Ecèché d'A., Autun 1880; H. de Fontenay, Epigraphie autumise, 2 voll., ivi 1883 : id., A. et ses monuments avec un précis historique par A. de Charmasse, ivi 1889; L. Duchesne, Faites épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2^{°} ed., Parigi 1900, pp. 174-82; J. S. A. Devoucoux, Origines de l'Eglise éduenne, Autun s. d.: V. Terret, s. v. in DHG. V, coll. 896-925. - Per i monumenti di A. : V. Terret, La cathédrale Saint Lazare d'A., in Mémoires de la Société éduenne, 43 (1919), pp. 287-92; P. G. Hamerton, A., Digione 1927.

Antonio Soirat-*
Concili di A. - Il primo fu convocato sotto l'episcopato di s. Leodegario (659-70), ma la data è incerta; generalmente la si fissa verso il 670 . Non avendone il testo originale, dobbiamo contentarci della redazione di Angers, oggi rappresentata dai mss. di Berlino, di Vienna e di San Gallo. Il canone primo suona cosi: «Se un chierico non sa esattamente il simbolo degli Apostoli o l'attestazione di fede di s. Atanasio, sia condannato dal vescovo». Tra gli altri canoni che seguono ve n'è anche uno di scomunica per i secolari che non si accostano alla sacra mensa nei giorni di Natale, Pasqua e Pentecoste.

Nel 1065 Ugo, abate di Cluny, convocò un'assemblea per far cessare le violenze e le depredazioni di Roberto I, duca di Borgogna. Il vescovo d'A., Aganone, aveva da lagnarsi per disordini suscitati dal duca di Borgogna. Costui fece mostra di entrare solennemente in A., senza però voler intervenire al Concilio. Ciò vedendo, Ugo andò a trovare il duca, e tanto bene si adoperò con le sue parole, che Roberto, profondamente commosso, rese la pace al suo popolo. Nel 1077, sotto la presidenza di Ugo di Die, legato del Papa, i Padri del Concilio si intesero con Ugo I, duca di Borgogna e nipote di Roberto I, per risarcire i danni e le violenze commesse dal nonno. Vi fu poi da esaminere la causa dell'arcidiacono di Reims, Manasse, accusato di aver comperato il suo episcopato. Manasse, che non si era presentato per difendersi, fu deposto.

Nel 1094 il Concilio, presieduto da Ugo di Die, scomunicò l'imperatore Enrico IV e l'antipapa Guiberto. Eude I, duca di Borgogna, che vi assisteva, prese l'impegno di restituire alla chiesa di A. le terre che le appartenevano.

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Bibl.: Mansi, XIX, 1039; XX, 489; Uzo di Flavigny, Chronicon: PL 134; Ad. Ch. Peltier, Dict. des Conciles, V. i. Parigi 1847, pp. 221-387; V. Terret, s. v. in DHG, V, coll. 922-25. Romualdo Souarn

AUXERRE. - Capoluogo del dipartimento di Yonne (Francia). Vicino alla borgata dei Galli Senoni, detta Autricum, i Romani costruirono una nuova città Antesziodorum, munita di templi, terme, mura, ecc. che divenne notevole centro di comunicazione col nord.

I più antichi documenti per la storia della diocesi di A. sono le vite di s. Germano e di s. Amatore; la prima attribuita al presbitero lionese Costanzo, giunta interpolata, la seconda ordinata ad un presbitero Stefano da s. Aunacario alla fine del sec. vi, alla quale età appartiene un calendario con i nomi dei vescovi di A. inserito nella compilazione del Martirologio geronimiano. Il primo vescovo, Pellegrino, secondo la tradizione locale e il detto martirologio, è onorato come martire, al 16 maggio; il terzo, Valeriano, ricordato nella biografia di s. Amatore figura nel 346; il quinto, s. Amatore, morì nel 418 : sul suo sepolcro sorse poco dopo una basilica. Il sesto, Germano, morì a Ravenna nel 448. Aunacario è il diciottesimo, morto nel 605. Al suo tempo, a 8 km . da A., esisteva un monasterium Cociacense, eretto, secondo una tradizione del sec. IX, presso il luogo dove sarebbero stati uccisi molti cristiani fuggiti da Besançon al tempo di Aureliano. Ivi il vescovo Germano avrebbe eretto due chiese, l'una sul loro sepolcro, l'altra sul luogo del ritrovamento della testa del martire più notevole del gruppo: s. Prisco.

Nei periodi merovingio, carolingio, e specie allo scorcio del sec. xit, per opera di Pietro di Courtenay,
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Auxerre - Cattedrale di S. Stefano (sec. xiv).
fino al 1359 in cui la città fu occupata dagli Inglesi, fiorirono in A. le abbazie e le costruzioni sacre.

Della chiesa abbaziale di S. Germano rimane ancora parte della cripta adorna con pitture carolingze del sec. IX. Al di sopra di esso venne costruito nel sec. xili un nuovo edificio. La cattedrale fu eretta dal vescovo Guglielmo di Seignelay (1215-34) sui resti della precedente di cui sussiste la cripta sotto il coro attuale.

La chiesa abbaziale di S. Eusebio, attualmente parrocchia, fu edificata nel sec. xir; il coro è del Rinascimento.

La chiesa dell'antica abbazia agostiniana di A., S. Pietro in Valle, è del sec. xvi. L'abbazia premosirotense di S. Mariano fu demolita nel 1570.

Il concordato del 1801 soppresse la diocesi di A. e quella di Sens, formando la diocesi di Troyes. Il concordato del 1817 ricostitui la diocesi di A. Ma la bolla di Pio VII, Paternae charitatis, del 10 ott. 1822, la soppresse di nuova, attribuendone il territorio alla diocesi di Sens. Un breve dello stesso Pontefice, in data 3 giugno 1823, aggiunse all'arcivescovo di Sens il titolo di vescovo di A.

Bibl.: L. Duchesne, Faster episcopates de l'ancienne Gaule, II, 2^{°} ed., Parigi 1910, pp. 430-52; E. Chartraire, s. v. in DHG, V, coll. 939-58; E. Jarry, s. v. in Catholicisme, I, coll. 1100-1103. Enrico Jost

Concillo di A. - In data non precisata, ma certamente posteriore al 23 ott. 585 vi fu indetto un Sinodo provinciale per la notificazione dei canoni pubblicati nel secondo Concilio di Mâcon. Il vescovo Aunacario lo presiedette, attorniato da sette abati, da trentatré sacerdoti e tre diaconi. Di esso ci restano 45 canoni, i primi dei quali condannano alcune pratiche superstiziose, e gli altri si riferiscono al Battesimo, alla celebrazione della Messa, al sacramento della Penitenza, alla sepoltura, al digiuno, ecc. - Vedi Tav. XXXIV.

Bibl.: Mansi, IX, 911; Hefele-Leclercq. III, 1, p. 214; E. Chartraire, s. v. in DHG, V, col. 958. Romualdo Souarn

AVA. - E la prima poctessa tedesca di cui ci sia noto il nome. Compose verso la fine del sec. XI ed al principio del xir una storia poetica del Nuovo Testamento che tratta della vita di Gesù, dei doni dello Spirito Santo e del Giudizio universale, pervenuta a noi in un manoscritto proveniente da Vorau in Stiria. In un altro manoscritto è aggiunta anche la preistoria di Giovanni Battista. L'opera di A., composta esclusivamente a scopo di edificazione spirituale, non è che una concisa e scolorita narrazione dei fatti evangelici, senza pretese d'arte e senza aggiunte esegetiche, ma con molto schietto calore di sentimento religioso.
A. venne identificata dal Diemer, che ne pubblicò per la prima volta le opere nel 1849 , in una monaca reclusa, morta l'8 febbr. 1127 presso Göttweig in Austria. Essa sarebbe già stata sposata prima di prendere il velo, ed avrebbe avuto due figli divenuti ecclesiastici, dai quali avrebbe ricevuto, come essa stessa afferma, la materia delle due poesie.

Bibl.: A. Langguth, Untersuchungen über die Geschichte der Frau A., Budapest 1880. Bruno Vignola

AVALlON. - Capoluogo nel dipartimento dell'Yonne a 52 km . da Auxerre, sulla riva destra del fiume Cousin. E l'antica Aballo nell'Itinerario di Antonino e nella tavola Peutingeriana; appartiene all'arcidiocesi di Sens (v.). Piazzaforte nel cuore della Francia fu contesa dai re Franchi e dai duchi di Borgogna. Occupata da Carlo VII, venne definitivamente riunita alla corona di Francia, alla morte di Carlo il Temerario.

Sul posto d'una antica chiesa dedicata alla Madonna, sorse all'inizio del sec. xil la collegiata di S. Lazzaro, veneratissimo nella regione perché le sue reliquie erano

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meta di continui pellegrinaggi nella vicina città di Vézelay. Nell'interno la navata centrale presenta le sue campate con altezza progressivamente minore dato il pendio del terreno. All'esterno l'abside principale e le due laterali sono contenute da un muro rettilineo. I due portali presentano una rocca decorazione; i timpani dei portali erano decorati con l'adorazione dei Magi, con la discesa al limbo e con statue, tra le quali quella distrutta di s. Luzzaro. Le colonne tortili dimostrano, secondo il Mâle, l'influenza della miniatura sulla decorazione.

Fuori città è notevole artisticamente la chiesa di S. Martino da Bourg. Una collezione archeologica è raccolta nella pittoresca torre dell'orologio. La biblioteca contiene oltre 5000 voll. e 100 manoscritti.

Bibl.: E. Potr. A. et l'Avallionis. Auserre 1867; A. Vileta:d. L'Eglise de St-Lazare d'Avallon, Parigi 1002; E. Mâle, L'art religieux du XIIe siecle en France, ivi 1924, pp. 41, 105, 216-17, 430. Enrico Ioni
AVALOKITEŠVARA. - E uno dei grandi Bodhisattva, cioè Buddha in potenza, il quale ha rinunziato a entrar nel Nirvāna (v.) finché non siano stati da lui redenti tutti gli esseri. Emanazione del Buddha Anutābha, "dall'infinito splendore», che, assorto in estasi contemplativa, troneggia nella «sede beata" (Subhāvatī), è autore dell'attuale quarta creazione cosmica. Il suo nome significa "il Signore dallo sguardo rivolto in giù", cioè alle miserie del nostro basso mondo. Si chiama anche Padmajdni, "che tiene un loto nella mano", la sinistra, ed è invocato con la nota giaculatoria: Oṇ̣ maṇi padme hum, "salve gioiello nel loto! Amen». Il suo culto è attestato nell'India settentrionale in età anteriore al 400 d . C.; le sue più antiche immagini appartengono al sec. v. A lui è dedicato il sūtra apologetico Kārandavyōha, abbreviazione di A.-gunakārandavyōha, "descrizione del canestro delle virtù di A. ". Patrono della religione tibetana, A. è adorato sotto la forma e il nome di Kwanyin in Cina e di Kwan-non nel Giappone.

Bibl.: v. la voce amitabita. Ferdinando Belloni Filippi
AVALOS, Ferdinando Francesco d', marchese di Pescara. - N. nel 1490 e m. a Milano, in seguito a ferita di guerra, nel 1525. Come vassallo di Spagna servì quel re e poi quell'imperatore con grande fortuna, ne divenne anzi uno dei generali più attivi nella campagna militare d'Italia. Si trovò alla battaglia di Ravenna e venne fatto prigioniero da Gastone di Foix. Combatté contro Venezia (1513-14) e nella grande lotta di Carlo V contro Francesco I di Francia per il primato europeo, che si combatté largamente in Italia, guidò gli eserciti di Carlo V a quella vittoria di Pavia, in cui il monarca francese venne fatto prigioniero. Nel tentativo che Gerolamo Morone, abile agente degli Sforza, fece di una lega italiana contro la Spagna lega favorita dal Giberti a da Clemente VII - l'A., che si sapeva ambizioso e scontento di Carlo V (Guicciardini, XVI, cap. 3) fu invitato a prendervi parte, con la promessa della corona di Napoli. E parve che egli aderisse con positive intenzioni; ma avvertito dei pericoli e conscio della insanabile discordia dei principi italiani svelò la congiura e fece occupare Milano, assicurandone alla Spagna il dominio. Fu sposo di Vittoria Colonna, che lo pianse, nell'immatura morte, amaramente; ma non fu forse, in vita ed in amore, ripagata.

Bibl.: Per la vita fa testo P. Giovio, La vita del Marchese di Pescara, Bari 1037; per la battaglia di Pavia, F. Guicciardini, Storia d'Italia, V-IX, e Pastor, IV, II, pp. 314-28; A. Champolliot - Figesc, La captivití de François I, Parigi 1847; per la relazioni con il Morone, G. De Leve, Storia documentata di Carlo V, II, Venezia 1864, pp. 278-300; per le relazioni con Vittoria Colonna, A. Reumont, Vittoria Colonna, Torino 1892, passim.

AVANZINI, Nicola. - Scrittore gesuita, n. in Val di Non (Trento) nel 1611, m. a Roma il 6 dic. 1686. Dotto in varie materie, tenne cattedra di lettere a Trieste, Lubiana e Vienna, di filosofia a Graz, di teologia a Vienna. Fu rettore dei collegi di Passavia, di Vienna e di Graz; poi fu visitatore della Boemia, provinciale dell'Austria e finalmente assistente per la Germania nella Curia generalizia a Roma.

Prima di entrare nelle cariche pubblicò varie opere letterarie, filosofiche, teologiche, ascetiche, ma nessuna raggiunse la fama come le meditazioni apparse sotto il titolo Vita et doctrina Iesu Christi (1665), che furono tradotte in tutte le principali lingue europee e ristampate molte volte, talora con nuovi sviluppi; sebbene molto sintetiche e un po' aride, giovan o tuttora a molti per la pratica quotidiana dell'orazione (ristampa Torino 1938). Pubblicò anche prediche, poesie latine e specialmente drammi per la gioventù dei collegi: Hecatombe odarum (Vienna 1651); Poésis dramatica, in 5 parti (ivi 1655); Poësis lyrica, in 5 libri (ivi 1659); Orationes ( 3 voll., ivi 1656-60).

Bibl.: Sammervogel, I, coll. 668-80; VIII, coll. 1711-12; N. Scheid, P. Niboloni A. ein ästerreichischer Dichter des 17. Jahrhunderts, Feldkirch 1899; id., P. Nib. A.... als Dramatiker, ivi 1913.

AVANZINI, Pietro. - Sacerdote, n. a Roma nel 1832 ed ivi m. il 7 apr. 1874. Iniziò nel 1865 la pubblicazione degli Acta Sanctae Sedis (v.); e nel 1871 fondò il Seminario dei SS. AA. Pietro e Paolo per le Missioni Estere, che nel 1926 venne fuso con l'Istituto Missioni Estere di Milano assumendo il titolo di «Pontificio» (v. missioni estere, pontificio istituto per le). Apprezzato canonista, scrisse un ampio commento della Costituzione Apostolicae Sedis (v.), del quale esistono varie edizioni (Roma 1870 ecc.).

Giovanni B. Tragella
ÀVARI. - Di razza mongolica, provenendo dall'altopiano asiatico, con un'accentuata affinità con gli Unni, gli A. si volsero, poco oltre la metà del v sec., verso il Mar Caspio e il Mar Nero. Confusi con gli Unni, non se ne parla per un altro secolo, finché attorno al 558 appaiono insediati fra la Crimea e il Caucaso. In quell'anno infatti inviavano a Giustiniano un'ambasceria per chiedere nuove sedi, ed egli concesse loro l'Ucraina per contrapporli agli Unni e agli Slavi. Avversati in particolar modo dai Turchi, gli A. si spingono dall'Ucraina occidentale su tutta la Pannonia, sino ai confini orientali del regno dei Franchi. Vinti tra il 561 e il 562 da Sigebetto re d'Austrasia, essi potevano costringerlo, subito dopo, ad un patto d'amicizia, e ciò per portarsi contro l'antico patrono, l'imperatore d'Oriente. Insinuatisi nella lotta tra i Longobardi, alleati dei Franchi, e i Gepidi, alleati di Bisanzio, lotta che forveva feroce nella Pannonia, e intesisi col re longobardo Alboino, gli A. avevano parte nella distruzione del regno dei Gepidi e se ne aggiudicavano il paese invaso ad opera dei Longobardi, costretti a trasferirsi in Italia. A ridurre all'impotenza la popolazione di frontiera, nel Friuli, gli A. intervenivano anche direttamente quali interessati alla conquista dei Longobardi, in causa del patto stretto con questi, per cui avrebbero dovuto restituire la Pannonia occupata, qualora Alboino non avesse potuto mantenersi in Italia.

Mentre i Longobardi iniziavano il loro dominio sulla penisola, gli A. stabilirono la loro supremazia nella sconfinata pianura danubiana, e tennero sotto il loro controllo Bulgari, Gepidi e Slavi. Dalla Boemia alla Dalmazia, incluse le odierne Austria e Ungheria, si estendeva il vasto regno che era, come appare dalle rede fonti e, più, dalla tradizione storica, quello del terrore per le popolazioni confinanti o soggette. Le scorrerie desolarono l'intera pe-

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nisola balcanica, e con esse si preparò il processo involutivo della slavizzazione che abbraccerà a poco a poco i territori già romani. Il Peloponneso fu devastato più volte; un terribile assedio a Salonicco fu concluso solo dalla peste che mieté gli assedianti; nel 619 gli A. acccampavano di fronte a Costantinopoli, e ancora nel 626: ma furono costretti a ripiegare da un'irruzione di Serbi e Croati.

Come rapido il sorgere, cosi rapido il tramonto. La fondazione di un regno slavo in Boemia fu il primo colpo. Poi fu la volta della fondazione del regno bulgaro. Quindi lotte accanite di confine : con i Bavari prima, poi, all'ultimo, sempre con i Franchi. L'intesa con Sassoni e persino con Musulmani di Spagna non valse a salvare gli A., già in aperta decadenza, dalla rovina, sotto la scossa franca. Le guerre dal 791 al 796 , portate dalle truppe carolinge sul loro stesso suolo, riuscirono fatali agli A. che sparvero dalla storia.

I superstiti cercarono scampo presso i Bulgari, si convertirono poi al cristianesimo, fondendosi infine con gli Ungheresi.

Bibl.: E. Gibbon, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, ed. J. B. Bury, IV e V. Cambridge 1909; E. Mühlbacher, Deutsche Grsch. unter den Karolingern. Stoccarda 1896, pp. 176-87; L. Schmidt, Gesch. d. deutschen Stämme bis zum Ausgang der Vidherwanderung. I, Lipsia 1904, p. 440 sgg.: I. Peiskey, Die älteren Beziehungen der Slaven zu den Tur. hototaren und Germanen und ihre soziale Bedeutung, in Vierteljahrschrift f. soc. und Wirtschaftsgeschichte, 3 (1903), pp. 297 sgg., 487 sgg., 531 sgg. ; J. B. Bury, The Invasion of Europe by the Barbarians, Londra 1928, p. 268 sgg. Per i contatti con la storia d'Italia: G. Romano, Le dominazioni barbariche, nuova ed., Milano 1940 (v. indice).

Pier Fausto Palumbo
AVARIZIA. - L'a. è un amore soverchio delle ricchezze, un amore, cioè, che va oltre la regola della ragione, la quale esige che i mezzi siano subordinati al fine e quindi che l'uomo cerchi le ricchezze in quanto necessarie alla propria condizione di vita. L'amore eccessivo delle ricchezze è peccato; e un peccato speciale, perché questo amore riguarda le ricchezze, cioè il bene utile, distinto dal bene onesto e dal bene dilettevole.

Sebbene frequentemente opposta alla giustizia, perché l'avaro spesso desidera impossessarsi e ritenere, anzi s'impossessa delle ricchezze altrui e le ritiene, l'a. si oppone sempre e direttamente alla liberalità, giacché l'eccessivo amore, desiderio o piacere delle ricchezze non mira necessariamente alle ricchezze altrui, ma anche alle ricchezze proprie; si oppone quindi alla liberalità per difetto, come vi si oppone la prodigalità per eccesso. Come contrario alla giustizia, il peccato d'a. è mortale ex genere suo, alla pari del furto e della rapina. Ma come opposto alla liberalità, è soltanto peccato veniale, giacché, se è vero che può taluno amare le ricchezze fino a porre in esse il suo fine ultimo - e quindi peccare mortalmente -, può anche amarle, sebbene con eccesso, senza anteporle all'amore divino, cioè senza volere, a cagion loro, fare alcunché contro Dio o il prossimo.

Ma anche quando costituisce un peccato mortale, l'a. non è il più grave dei peccati. La gravità dei peccati infatti si desume dalla dignità del bene di cui direttamente privano, ed è chiaro che direttamente privano di un bene maggiore i peccati che, come l'infedeltà, la bestemmia, ecc., sono direttamente contro Dio, o, come l'omicidio, direttamente contro la persona stessa dell'uomo. L'a. è però un peccato più vile, in quanto maggior vergogna importa l'asservimento dell'animo a beni più bassi; ora le ricchezze sono beni inferiori al bene divino, ai beni dell'anima e a quelli del corpo. S. Gregorio (Moralia, XXXI, 37) enumera l'a. fra i vizi spirituali, giacché si consuma, piuttosto che nel piacere o sensazione della carne - come la gola e la lussuria - nel piacere o percezione dell'anima. Lo stesso Santo (ibid.) la pone poi fra i vizi
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Avarizia - Particolare del Cattivo Governo, di A. Lorenzetti. Siena, Palazzo del Comune.
capitali, fra quelli cioè da cui nascono altri peccati, ed elenca sette figlie dell'avarizia: la obduratio contra misericordiam, la inquietudo mentis, la violentia, la fallacia e il periurium, la fraus e la proditio, perché dall'eccessivo amore per esse l'uomo è portato a ritenere quelle ricchezze che dovrebbe dare ai bisognosi, a ricercarle, a impossessarsene, sia con troppa ansia, sia con mezzi illeciti, cioè con la violenza e l'inganno di parola o di fatto.

Bibl.: Sum. Theol., 2^{\mathrm{x}}-\mathrm{x}^{\mathrm{2}}. q. 118; A. Beugnet, s. v. in DThG. I, coll. 2623-27.

Pietro Lambreras
AVATĀRA. - Termine sanscrito dalla radice tar col prefisso ava "discendere": letteralmente "discesa", usato particolarmente a indicare la discesa, l'incarnazione di un essere soprannaturale in terra, in forma diversa dalla propria originale. In tale incarnazione il dio mantiene la propria essenza intimamente fusa con la natura assunta, di modo che egli è al tempo stesso vero dio e vero uomo. Per la coscienza della umanità vissuta dal dio nella sua vita terrena e delle lotte e sofferenze da lui patite in essa, nella quale s'era incarnato a vantaggio degli uomini (ogni a. o "discesa", avviene in epoca di pericoli per la salvazione o per il conforto dell'umanità), consegue nei credenti uno spirito di confidenza e un grande sentimento d'amore verso di lui, pari a quello da lui nutrito per loro. Fra tutte le incarnazioni le più famose sono quelle di Viṣou (v. induismo), alcune delle quali avveratesi pure in animali (pesce, tartaruga, cinghiale).

Bibl.: H. V. Glasenapp, Der Induismus. Religion und Gesellschaft im heutigen Indien, Monaco 1922. Ambrogio Ballini

AVEDIKIAN, Gabriel. - Mechitarista di Venezia, n. a Costantinopoli nel 1750, m. il 24 dic. 1827, professore di teologia e retorica a S. Lazzaro, mae-

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stro dei novizi nel detto cenobio (1785-95) e poi vicario generale della Congregazione (1799).

Tra le sue numerose pubblicazioni, di indole prettamente apologetica, vanno ricordate: Spiegazioni degli Inni Sacri dell'Ufficiatura della Chiesa Armena (Venezia 1814), e Commentario delle 24 lettere di s. Paolo (3 voll., ivi 1806-12). L'opera poi più vicina ai sentimenti della nazione armena fu l'edizione critica delle Opere di s. G. Marek (2 voll., Venezia 1801, 3^{\text {a }} ed. 1859). Inoltre l'A. tradusse in armeno classico il De Civitate Dei di s. Agostino e compilò la Grammatica della lingua tascana (italiana), con spiegazione in armeno (trad. turca, ivi 1792). Un'opera di valore è la Grammatica armena, in due parti, la prima spiegata in armeno volgare, e la seconda in armeno classico (Venezia 1819).

Bibl.: F. Nève, L'Arménie chrétienne et sa littérature, Lovanio 1886; Mechitar (numero unico di Pazmareb), 1901, pp. 86-94; A. Ghazikian, Nuova bibliografia armena, Venezia 1916-21. Garabet Amaduni

AVEIA VESTINA. - Antica città del Sannio, non molto lontano da Fossa. Nel Sinodo romano del 465 compare un Gaudenzio vescovo aviciensis che giustamente L. Duchesne, contro gli editori di quel sinodo, rivendica ad A. V. E verosimile che la sede vescovile di Forconium (detta Cona o Furconium), oggi Civita di Bagno, che occorre la prima volta nel Sinodo romano del 680 , sia succeduta ad A. V. distrutta ed abbandonata. Alla sede di Forconium succedette poi quella dell'Aquila (v.). Ad A. V. e a Forconium si ricollegano le leggende molto tardive dei ss. Felice e Giusta; Eusanio e Grazia, sua sorella; Massimo vescovo di A. V. o di Forconium.

Bibl.: L. Duchesne, Les Avichels d'Italie et l'Iuccasion lombarde, in Mélanges d'arch. et d'hist., 23 (1903), p. 99; F. Lanzoni, pp. 365-70. Benedetto Pesci

AVEIRO, Diocesi di. - In Portogallo, suffraganea di Braga. La città di A. (sul luogo dell'antica Talabuza) è situata sull'estuario del Vouga ed è capoluogo di distretto ( 2772 \mathrm{kmq}. ). La diocesi fu eretta da Clemente XIV il 12 apr. 1774 a petizione del re Giuseppe, con territorio tolto alla diocesi di Coimbra. Primo vescovo fu Antonio Freire Gamuiva (1774-99). Ebbe successore Antonio Giuseppe Cordeiro (1800-13), rimasto celebre per la sua carità. Dopo Manuel Pacheco de Résende (1813-37) fino alla soppressione ( 30 sett. 1881) fu governata da vicari. Il capitolo non fu mai costituito. La diocesi di A. venne ripristinata il 24 ag. 1938. Ha una popolazione di 220.000 ab. cattolici; 84 parrocchie e 148 sacerdoti diocesani.

Bibl.: F. de Almeida, Hist. de Igreja em Portugal. IV, 1, Combra 1917, pp. 7-9, 24; IV, 11, ivi 1622, pp. 324 (n. 2), 326, 371, 417; IV, 111, ivi 1922, pp. 71, 238; AAS, 31 (1939), pp. 5-8; 32 (1940), p. 53. Giovanni Meseguer

AVEIRO, Pantaleão de. - Nella prosa portoghese del sec. XVI, ricca di curiose ed interessanti narrazioni di viaggi in paesi stranieri, occupa un posto particolare l'Itinerario della Terra Santa di questo francescano della provincia di Algarve, vissuto verso la fine del Cinquecento; aveva peregrinato a lungo per i luoghi santi, e nel 1563 giunse a Gerusalemme, dove soggiornò per tre anni. Il suo libro, uscito nel 1593 a Lisbona, è uno dei primi del genere apparsi nella penisola iberica: esso ci offre una narrazione colorita e a volte commossa, ricca di minuzie e di curiosità.

Oltre la prima, già ricordata, l'Itinerario da Terrasoncta e suas particularidades ebbe varie edizioni ( 1596,1600 , ecc.) che ne dimostrano la fortuna. L'ultima è quella stampata a Lisbona nel 1927.

Ruggero M. Ruggeri
AVELLANA, Collezione. - E una raccolta, compilata da ignoto autore a Roma nel 553 o poco
dopo, contenente vari documenti degli anni 367-553, soprattutto lettere pontifice (decretali) e rescritti o costituzioni imperiali, oltre a qualche altro documento di autorità inferiori ecclesiastiche o laiche. Presenta grande interesse per la storia ecclesiastica ed anche, ma minore, per il diritto canonico, specialmente perché il testo di molti, ca. 200, dei documenti in essa contenuti non si trova in altre raccolte a noi pervenute, né è altrimenti conosciuto (è probabile che il compilatore abbia attinto, oltre che a fonti o collezioni private ora perdute, anche direttamente agli archivi pontifici); e inoltre perché gran parte di essi costituisce una documentazione preziosa su fatti di molta importanza storica: tali, ad es., l'esilio di papa Liberio, lo scisma di Ursino, la questione di Celestio, la questione dei Tre Capitoli. Notevoli sono anche gruppi di epistole dei papi Simplicio, Gelasio I e Ormisda.

Si ritiene che tutti i documenti contenuti in questa collezione siano autentici, ad eccezione delle epistole nn. 71-78, che si presentano come dirette al vescovo Pietro di Antiochia.

La collezione ci è stata conservata in undici codici: due membranacei del sec. xI; gli altri cartacei, dei secc. xvxvir. Il nome di A. fu dato a questa collezione dai fratelli Ballerini, i quali credettero che il codice più autorevole fosse quello trovato nel monastero di S. Croce di Fonte Avellana (diocesi di Gubbio) : codice membranaceo, forse della prima metà del sec. XI (era cod. Vaticano 4961). Tale opinione rimase indiscussa per molto tempo fino a quando Guglielmo Meyer, e più recentemente Otto Günther, dimostrarono invece che il più antico ed autorevole è il cod. Vat. lat. 3787 , probabilmente dell'inizio del sec. XI.

Molte edizioni incomplete furono fatte, la prima delle quali nel 1591 a Roma, a cura del card. Antonio D'Aquino (completata poi dal Baronio, nei voll. IV-VII dei suoi Annali); l'unica completa e critica è quella di O. Günther, nel vol. XXXV del Corpus scriptorum ecclesiasticorum latimorum (Vienna 1895-98).

Bibl.: O. Günther, Avellana-Studien (Sitzungsberichte der Kaiserl. Akademie der Wissenschaften in Wien, Philos. histor. Klasse, 134, v), Vienna 1896; e i Prolegomena dell'edizione del medesimo autore già citata.

Pio Ciprotti
AVELLINO, Diocesi di. - Nell'Irpinia, in provincia di A. Divisa in 50 parrocchie, conta 124 sacerdoti diocesani e 27 regolari; 120.000 ab., tutti cattolici (1948). Patrono della diocesi è s. Modestino.

L'antica Abellinum, stazione dei Sanniti irpini, è ricordata da Frontino fra le colonie romane il cui territorio veniva assegnato ai veterani. Decadde con le invasioni barbariche per risorgere, verso il sec. IX, in località vicina, ai piedi del Monte Vergine, sopra il quale fu costruito (i i ig) il santuario omonimo sulle rovine di un tempio di Cibele. Le rovine dell'antica città ne attestano l'imponenza ed il grado di civiltà. Nel 1130 avvenne ad A., tra l'antipapa Anacleto e il duca Ruggero, l'incontro donde sorse la costituzione del regno delle due Sicilie. Innocenzo II e l'imperatore Lotario, alleatisi, riconquistarono (1137) Napoli e la Campania e, insediatisi in A., vi eleosero un nuovo duca delle Puglie e di Calabria nella persona di Ranulfo, conte di A. Ma Ruggero, sbarcato a Salerno, prese e saccheggiò la città, facendo prigioniero il Papa. A. ottenne più tardi il riconoscimento delle sue conquiste e della dignità regale. Nel 1586 la R. Camera di Napoli ne alienò la signoria ai Caracciolo.

Due centri antichi cristiani si hanno nella diocesi di A.: Atripalda e Prata. In Atripalda era il cimitero dell'antica Abellinum. Inì vennero deposti il martire Ippolisto con vari compagni, ma la loro Passio è priva di autorità (H. Delehaye, Les origines du culte

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Avellino - Basilichetta di Prata. Abside archeggiata con deambulatorio (sec. viII).
des martyrs, 2ª ed., Bruxelles 1933, pp. 305-306). La più antica documentazione per il cristianesimo della diocesi di A. è offerta da un'iscrizione sepolcrale cristiana dell'a. 357 contenente l'espressione "cum sanctis sociatus" (CIL, X, 1191).

Circa i vescovi, il più antico conosciuto finora è un Thimotheus della fine del sec. v, presente al Sinodo romano dell'a. 499 dove firmò Timotheus episcopus ecclesiae Abellinatis (Gesta Synodorum Romanorum, in MGH, Auctores Antiquissimi, XII, 399-455); di un vescovo Sabinus resta il sarcofago dove, fra due candelabri, è incisa l'iscrizione sepolcrale in versi (CIL, X, 1194), dello stesso tipo di quella del sarcofago del suo levita Romolo (CIL, X, 1195); tanto i sarcofagi quanto le iscrizioni sembrano appartenere al sec. vi, proprio come altre due iscrizioni relative ad un presbitero Ioannis dell'a. 54 I e ad un lettore morto nell'a. 558 .

Ad un chilometro da Prata sono i resti d'una serie di basilichette cimiteriali scavate nella roccia. Due colonne delimitano un vano ellittico chiuso da muri fino a metà altezza, donde colonnine di spoglio con rozzi capitelli sostengono archetti sui quali è innestata una volta decorata (nel sec. xv) con una rappresentazione del Signore tra due angeli. Nel centro una piccola nicchia, in basso corre un sedile. Oltre questo vano si trovano una cripta rotonda con arcosoli e due sarcofagi fittili ed un cubicolo con pitture svanite e non decifrabili.

Nel 969 la diocesi divenne suffraganca di Benevento. Nel 1446 Paolo III unì ad A., aeque principaliter, Fri-
gento (che aveva riunito Acqua Putrida ed Eclana); il vescovo portò i due titoli riuniti fino al concordato del 1818, nel quale Frigento venne soppresso come titolo episcopale e divenne semplice collegiata. A. è patria del beato francescano Giovanni d'Arminio Monforte, m. nel 1313.

La Cattedrale venne iniziata nel 1132 dal vescovo Roberto. Nella collegiata di Atripalda è venerato un folto gruppo di tombe di martiri, fra i quali s. Sabino vescovo, e s. Romolo. Abbazie e monasteri: S. Benedetto (unito nel 1452 alla Cattedrale), S. Paolo, S. Giovanni Battista.

Bial.: F. de Franchi, A. illustrato da Santi e da Santuari. Napoli 1709; Ughelli, VIII, coll. 188-206; G. Zigarelli, Storia della Cattedra di A. e dei suoi pastori, Napoli 1896; Cappelletti, XIX, pp. 157-74, 181-90; F. Scandone, Storia di A., Napoli 1902; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, II, Parigi 1907; Eubel, s. v., I-III; A. D'Amato, Cenni storici, geografici, letterari della provincia di A., S. Angelo dei Lombardi 1913; id., Saggio di bibliografia ragionata della provincia di A., Napoli 1021; Lanzoni, pp. 239-42. "Per Atripalda: G. Aspreno Galante, Il remetero di S. Ipolisto martire in Atripalda, in Atti della R. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli, XVI (1893), pp. 189-222. " Per Prata: G. Taglialatola, Dell'antica basilica e della Catacomba di Prata, Napoli 1878; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, I, Parigi 1904, pp. 84-86; H. Leclercq, s. v. in DACL. XIV, coll. 1689-91; E. Lavaçnino, Storia dell'arte medievale italiana, Torino 1936, pp. 138-39. Noemi Crostarosa Scipioni
"AVE MARIA». - Preghiera alla Vergine, detta anche, dal medioevo, salutazione angelica. Si compone oggi di due parti distinte : nella prima le parole dell'arcangelo Gabriele, Ave gratia plena; Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus (Lc. 1, 28), si sug-

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In alto: PARTICOLARE DELLA CATTEDRA EBURNEA DI MASSIMIANO (546-56). S. Giovanni Battista fra i quattro Evangelisti. - In alto al centro: monogramma «Maximianus Episcopus». Ravenna, duomo. In bano: INCORONAZIONE DELLA VERGINE (sec. xili). Avorio policromo di arte gotica francese Parigi, museo nazionale del Louvre.

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COPERTURA DELL'EVANGELIARIO DI LORCH (sec. Ix)
Cristo tra due Angeli. - In basso: due scene dei Magi - Biblioteca Vaticana.

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Frat. Ene. Catt.)
Ave Maria - Salutazione Angelica.
Particolare dell'Annunciazione di Andrea di Bartolo (sec. xiv). Buonconvento, pinacoteca della Pieve.
gellano con quelle di s. Elisabetta, Et benedictus fructus ventris tui (Lc. 1, 42); nella seconda è contenuta la fiduciosa invocazione della Chiesa alla Madre di Dio. I nomi di Gesù e di Maria sono stati aggiunti al testo biblico come chiarimento (cf. Lc. 1, 27, 31) ed espressione di filiale pietà.
I. o) Secondo lo stile dei Settanta (cf. Soph. 3, 14; Joel 2, 21; Zach. 9, 9; Lam. 4, 21) e la costante interpretazione dei Padri greci, l'«umil saluto» dell'angelo: y̧ápe, uxyppxvopáve (in ebraico probabilmente raunî mû́bannâh), esprime un invito alla gioia propria della nuova èra messianica: Nallegrati!; mentre il termine gratia ( v piena di grazia: [bella allitterazione, in greco, con il saluto], con possesso non transitorio ma permanente) indica la perfezione morale della Vergine e la sua sublime grandezza, quasi novella creazione d'ordine soprannaturale (cf. Hugon, p. 72) di cui, come della prima (Gen. 1, 31), il divino Artefice si compiace (cf. Cant. 4, 1. 7 e Mt. 3, 17).
b) Le parole Dominus tecum (sottinteso est, non sit, né erit), meglio chiarite in seguito dalle altre: Ne timeas, Maria, invenisti enim gratiam apud Deum (v. 30), costituiscono la parola essenziale del divino messaggio. L'espressione infatti, assai frequente nella S. Scrittura per significare un compito glorioso e formidabile che Dio, in condizioni straordinarie, affida, con l'assicurazione del suo aiuto e l'implicita profezia di esito felice (cf. Is. 8, 10 e Rom. 8, 31), ad un personaggio da lui stesso eletto, come ai Patriarchi e ai condottieri d'Israele (cf. Gen. 15, 1; 26, 24; Ex. 3, 12; Deut. 31, 23; Iudc. 6, 12. 16; I Sam. 10, 7), denota la singolare missione della Vergine in ordine della divina redenzione: è Lei l'eletta di Dio per dare compimento alla grande promessa: Ininicitias ponam inter te et Mulierem; et semen tuum et semen Illius (Gen. 3, 15). La causa di Maria sarà quella stessa del Figlio suo. All'epica lotta, in cui sono protagonisti il Cristo e la Vergine da una parte, Satana e i suoi dell'altra, accenna anche, nel suo vaticinio, il vegliardo s. Simeone (Lc. 2, 34-35). Per que-
sto nella liturgia cattolica la S.ma Vergine è onorata come la guerriera (cf. Cant. 6, 9), debellatrice di tutte le eresie, potente aiuto dei cristiani.
c) Le altre parole Tu sei benedetta fra le donne (le espressioni inter mulieres [cf. v. 42 Vulg.] e in mulieribus, ebraismo con valore di superlativo, sono equivalenti; cf. però J. Beelen, Gramm. Graecit. N. T., Lovanio 1857, p. 254) secondo i migliori codici greci, come il Vaticano e il Sinaitico, che lo omettono, non apparterrebbero al messaggio angelico. Tuttavia esse sono date non solo da altri codici e versioni antiche, dal textus receptus e dalla Volgata (cf. J. Knabenbauer, in h. I. e A. Merk, N. T. gr. et lat., 4ª ed., Roma 1942, p. 189); ma anche dal Protovangelo di Giacomo (XI, 1), da Tertulliano (De Virgin. vel., 6: PL 2, 897), da Eusebio (Demonstr. evang., VII, 1: PG 22, 517): testimonianze, queste, che M.-J. Lagrange (in Le. 1, 28) giudica «d'excellentes autorités», pur soggiungendo ch'esse "sont suspectes d'avoir harmonisé avec v. 42 ". Si deve però osservare con altri critici ed esegeti come nulla vieti che un tale elogio sia stato diretto alla Vergine due volte, dall'arcangelo Gabriele (v. 28) e da s. Elisabetta (v. 42), la quale, «ripiena di Spirito Santo» (v. 41), lo ha completato dandone la ragione profonda nel frutto benedetto del ventre suo, nel quale appunto, secondo le promesse messianiche ai Patriarchi, sarebbero state «benedette tutte le genti» (Gen. 22, 18; 26, 4; 28, 14, e Io. 1, 16 e Gal. 3, 8-18). Teologicamente quelle parole sono essenziali: senza di esse il messaggio angelico rimarrebbe incompleto, trascurando la ragione vera del "Dominus tecum»; le esige l'intimo rapporto che l'Annunciazione (v.) ha con il Protovangelo (Gen. 3). Con esse infatti Maria è proclamata «novella Eva», vera «madre dei viventi» che l'Evangelista chiamerà a figli di Dio" (Io. 1, 12; I Io. 3, 1), l'unica fra le donne che non abbia meritato e non tramandò la condanna, ma la benedizione, perché per mezzo suo Dio ha sciolto la maledizione antica ed ha benedetto i miseri figli di Eva (cf. s. Sofronio, Orat., II, 22 : PG 87, 3242; ps.-Hier. [Pasc. Radberto], Ep. 9, 5: PL 30, 127; s. Bernardo, Hom. II super Missus est, n. 3: PL 183, 62 sg.).
d) Così, concisa ma ricca di contenuto teologico ("arcana mysteria reserana»: s. Bernardo, De diversis, Serm. 52, 2: PL 183, 675), la salutatio (Lc. 1, 29) dell'arcangelo Gabriele, già messaggero dell'èra messianica nel Vecchio Testamento (Dan. 9, 21-27), annunzia, aurora di redenzione, che Maria è l'Immacolata ("piena di grazia»: cf. Pio IX, bolla «Ineffabilis», 8 dic. 1854), perché eletta da Dio correttatrice del genere umano ("il Signore è con te»), quale novella Eva ("benedetta tu fra le donne»), Madre di Dio e Madre nostra, mediatrice universale di grazia. Ed è solo in questa luce messianica che va considerata, per essere bene compresa, la dignità unica della Vergine, cui giustamente la Chiesa tributa un culto speciale detto d'«iperdulla».
e) Il colloquio dell'Angelo richiama ancora le profezie d'Isaia sull'Emmanuele ( 7,14 ), «principe della pace» ( 9,6 -7). Se il nome profetico di Emmanuele accenna direttamente al mistero della divina Incarnazione che doveva ancora compiersi, quello di Gesù, annunciato dall'Angelo (Lc. 1, 31; 2, 21), meglio esprime il compito del Messia già venuto in mezzo agli uomini come "salvatore" (Mt. 1, 21: 25; Le. 2, 11); ma, con Cornelio a Lapide, Knabenbauer, Holzmeister, va subito rilevato (cf. Mt. 1, 22-23) che il nome di Emmanuele, "Dio con noi», cioè "Dio che è presente per aiutare e salvare», è, formalmente, lo stesso che Gesù ("Dio è salvezza») : il più santo, il più dolce, il più gioioso dei nomi (cf. Yubilus de nom. 7ens: PL 184; 1317-20).
f) Come nell'A., così nella storia divina della Redenzione e nella vita della Chiesa, il nome di Maria è indissolubilmente congiunto con quello di Gesù. Perciò l'A., che riassume tutti i privilegi e le glorie della Vergine, è, dopo il Pater, la più sentita, la più bella preghiera dei cristiani, sempre nuova e soave, che ha ispirato sommi geni. Dante la ode cantare in paradiso, intonata da Gabriele, cui rispondono in cori i beati con visibile accrescimento di loro chiarezza (Par., XXXII, 94 sgg.; cf. III, 121 sg. e XXIII, 88-111).

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II. La storia dell' A. conta un millennio di graduale sviluppo, dal sec. vi, quando sorse come espressione liturgica