e, per accordi
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intervenuti sotto l'egida dell'Azione Cattolica, comprende l'Emilia, il Veneto e la Toscana; con gli altri confratelli è collegato nel S.I.R. (Servizio Informazioni Romano) dal quale ha il notiziario romano e vaticano. Una particolare importanza, specialmente per merito di Raimondo Manzini e di Mario Luzzi, ebbe nel primo dopo-guerra la sua "terza pagina", divenuta il punto di incontro della giovane letteratura cattolica italiana, e dalla quale nacquero i convegni degli scrittori cattolici, il Frontespizio e il Ragguaglio.
BibL.: Anon., L'A. d'I., in Ragguaglio dell'attivild culturale e letteraria dei cattolici in Italia, Firenze 1930, pp. 217-43; Annuario della stampa italiana, Bologna 1932, pp. 115-16.
Enrico Lucatello
AVVENTISTI (AdVENTISTS, SECOND ADVENTISTS). Questo nome, che designa alcune sètte protestanti di America, deriva dalla credenza dei loro fedeli nella seconda venuta di Cristo in terra. Fondatore ne fu Guglielmo Miller (n. a Pittsfield nel Massachusetts il 5 febbr. 1782, m. a Low Hampton, Nuova York, il 10 dic. 1849) della confessione battista della Nuova Inghilterra, il quale fin dal 1831 iniziò la predicazione di una dottrina, da lui elaborata attraverso lo studio dei libri sacri, soprattutto dei profetici, ed esposta nel volume Evidence from Scripture and History of the Second Coming of Christ about the Year 1843 (Brandon [Vermont] 1842), riuscendo a far del proselitismo in mezzo agli stessi battisti e ai metodisti. Sua convinzione era che Cristo sarebbe nuovamente disceso sulla terra per regnare, con figura umana, in comunione con i Santi, per uno spazio di mille anni, nel corso dei quali avrebbe dovuto aver luogo l'esaltazione dei buoni e la condanna dei cattivi.
Dai calcoli fatti, prendendo come termini i 2300 giorni (da considerare come anni) della profezia di Daniele (8, 14), e computandoli dal ritorno di Esdra a Gerusalemme, posto nel 457 a. C., il Miller fissò addirittura l'anno della fine del mondo e quindi del secondo avvento, che secondo lui sarebbe dovuto cadere tra il 21 marzo 1843 ed il 21 marzo 1844; termine procrastinato poi da un suo seguace, S. S. Snow, al 22 ott. 1844, dopo la delusione, dallo stesso Miller confessata, per il mancato avvenimento, adducendosi come motivo la non corrispondenza dell'anno ebraico con l'anno cristiano. Ma il trascorrere anche di quest'ultima data senza che nulla si fosse verificato, raffreddò molti dei nuovi proseliti che, a mano a mano, si allontanarono dal movimento centrale per riversarsi in grembo ad altre sète. Quelli che rimasero aderenti al Miller (ca. 50.000) furono riuniti dallo stesso in assemblea generale ad Albany il 25 apr. 1845 , in seno alla quale vennero stabiliti i canoni fondamentali della loro fede, vertenti principalmente sull'imminente secondo avvento di Cristo, senza però fissarne la data, e sulla risurrezione dei Santi per la vita del millennio, e fu adottato, come ufficiale della sètta, il nome di "a. ".
In processo di tempo, tuttavia, diversità di vedute divisero ulteriormente la comunità degli a., per cui sul ceppo originario, oggi quasi estinto, degli a. evangelici (Evangelical Adventists), da considerarsi come primigenio, si costituirono via via cinque nuove Chiese, che, pur conservando in comune la credenza costituzionale e programmatica del ritorno fisico di Cristo, si differenziano fra di loro per caratteristiche peculiari. Oggi perciò si annoverano gli a. cristiani, gli a. del settimo giorno, la chiesa di Dio, l'unione della vita e dell'avvento, le chiese di Dio in Gesù Cristo.
Gli a. del settimo giorno (Seventh-Day Adventists), cosiddetti per la osservanza da loro praticata del riposo sabbatico, cominciarono ad organizzarsi fin dal 1844 nel New Hampshire, stabilendo la loro prima sede a Middletown, Conn. (1849), poi a Battle Creek,
Mich. (1885), ed infine a Washington (1903). In corrispondenza con le altre sètte di a., anch'essi ritengono prossima la seconda venuta personale di Cristo, trionfante nella gloria dei Santi, per il regno del mille anni, alla fine del quale i buoni riceveranno il premio eterno e gli empi saranno dispersi. Anima di questi nuovi a. è stata Ellen Gould White, considerata, per l'ispirazione della sua predicazione, come una prefe stessa. Gli a. del settimo giorno costituiscono non solo il tronco più vasto di tutta la Chiesa cosiddetta avventista, per il numero dei membri, delle istituzioni e dei ministri, ma anche il meglio organizzato, sia nell'amministrazione interna spirituale e temporale, sia nel campo delle missioni estere, che abbracciano paesi di tutti i continenti.
Gli a. cristiani (Advent Christians), costituitisi originariamente nella Nuova Inghilterra (1861), ove contano tuttora il maggior numero di aderenti, hanno la sede ufficiale a Boston. Essi si oppongono in parte alle dottrine enunciate dagli a. evangelici, soprattutto nei riguardi dell'immortalità dell'anima, ritenendo questa non spettare assolutamente ai malvagi, i quali saranno ridestati dalla morte, alla fine del millennio, soltanto per ricevere la loro condanna ultima, essendo riservata ai buoni l'eternità, che, come premio, sarà loro attribuita da Cristo al secondo ritorno.
Intorno al 1864-65, dagli a. del settimo giorno si staccarono, sotto la guida del pastore avventista Cranmer, tutti coloro che si rifiutavano di accettare la parola «ispirata» di Ellen G. White, per costituirsi in comunità separata sotto il nome di Chiesa di Dio (Church of God), accordandosi, in quanto al resto, con le teorie generali dell'avventismo.
Per gli aderenti all'Unione della vita e dell'avvento (The Life and Advent Union), che costituiscono la minoranza della discorde famiglia degli a., il millennio è già passato e non è stato un periodo di serenità e di godimento, bensì di persecuzione e di sofferenze per i cristiani. Organizzatisi nel 1864, essi ritengono ancora che per i cattivi non ci sarà risurrezione e che la vita eterna sarà premio soltanto per i buoni.
Un'altra esigua schiera di a. separati, raccoltisi a Filadelfia nel 1888, con la denominazione di Chiese di Dio in Gesù Cristo (Churches of God in Christ Jesus, altrimenti detta Age-to-Come Adventist) ritiene che Cristo ritornando sulla terra stabilirà Gerusalemme come capitale del suo regno e restaurerà la nazione israclitica nel favore di Dio. Per questo motivo vengono anche chiamati restaurazionisti o restituzionisti.
BibL.: H. C. Sheldon, Studies in Recent Adventism, Nuova York 1915; A. W. Spalding, Pioneer Stories of the Second Advent Message, Nashville, Tenn. 1922; M. E. Olsen, A History of the Origin and Progress of Seventh-Day Adventists, South Bend, Ind. 1925; A. L. Baker, Belief and Work of the SeventhDay Adventists, Mountain View, Cal. 1930; F. D. Nichol, Sique of Christ's Coming, Washington 1938; A. Rettaroli, Protestanti a., Roma 1941.
Niccolò Del Re
AVVENTO. - E il periodo d'inizio dell'anno liturgico e di preparazione al Natale (v.), come la Quaresima (v.) lo è per la Pasqua. Nel rito romano ha inizio con la domenica più vicina alla festa di s. Andrea apostolo (quindi dal 27 nov. al 3 dic.) e vien così ad essere costituito da quattro settimane; nel rito ambrosiano si inizia con la domenica susseguente alla festa di s. Martino ( 11 nov.) e dura ca. sei settimane. Come la Quaresima accentua la sua funzione in prossimità della Pasqua (Settimana Santa), così fa pure l'A. con le antifone O (v.) nel rito romano, le
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ferie di exceptato (da 3 a 6 giorni) nel rito ambrosiano. Ha un duplice carattere : penitenziale e gioioso. Pertanto nella sua ufficiatura si usa il colore violaceo e si omette il Gloria in excelsis ed il Te Deum, mentre continua il canto dell' A lleluia ed il suono dell'organo, che tace tuttavia negli uffici delle domeniche (solo nel rito romano ed ad eccezione della III dom.) e delle ferie (anche nell'ambrosiano).
1. Origine. - 1. In Oriente. Al dichiararsi dell'eresia nestoriana esisteva già a Costantinopoli (dopo il Concilio di Efeso, in tutto l'Oriente), probabilmente la domenica precedente il Natale, una festa della Madonna, avente per oggetto proprio la concezione verginale, ma con probabili allusioni alla maternità divina. La controversia con Nestorio portò i difensori dell'ortossia ad insistere, nelle omelie di tale festa, sulla nota della maternità, come fece, ad es., s. Proclo la domenica 23 dic. del 428. Il pensiero dei Padri può così essere riassunto: richiamo dello stato primitivo dell'uomo nel paradiso terrestre e della sua caduta originale; piano divino dell'Incarnazione e della Redenzione; Maria, novella Eva; sua maternità divina predetto dai profeti, annunciata dall'Angelo, manifestata il giorno di Natale e riconosciuta in seguito dai Magi. Ma il ricordo dei misteri precedenti la venuta del Messia esigeva la commemorazione del Precursore. Ed infatti sappiamo che a metà del sec. v a Gerusalemme, Antiochia, ed altrove si ricordava s. Giovanni Battista la domenica antecedente a quella dedicata alla Madre di Dio. Dopo il sec. v bisogna tuttavia notare come in Oriente le feste vengono ordinate non più secondo un criterio logico (Cristo centro dell'anno liturgico e tutto in funzione di lui), ma cronologico. Perciò l'Annunciazione, o festa della Maternità divina, è spostata al 25 marzo ed allora la domenica, od i giorni antecedenti il Natale, vengono dedicati ai personaggi del Vecchio e Nuovo Testamento che hanno figurato o profetizzato il Cristo.
2. In Occidente. - Scartate ormai l'attribuzione dell'A. a s. Pietro e la sua esistenza ai tempi di Tertulliano e di s. Cipriano, le più antiche testimonianze sono un passo di s. Ilario (m. verso il 366) che dice : "Sancta Mater Ecclesia Salvatoris adventum annun recurau per trium septimanarum secretum spatium sibi indicavit" (CSEL, 65, 16) ed un canone del Concilio di Saragozza (380): "Viginti et uno die, a XVI Kal. Januarii, continuis diebus, nulli liceat de ecclesia se absentare, nec latere in domibus, nec nudis pedibus incedere, sed concurrere ad ecclesiam" (PL 85, 66). Benché il Wilmart abbia difeso l'autenticità del primo (in Revue Bénédict., 27 [1910], p. 500 sgg.), e il Cabrol l'importanza del secondo, tuttavia questi due testi sono ancora da alcuni ritenuti poco probativi, di modo che l'esistenza dell'A. sul declino del sec. Iv resta ancora dubbia. Si ebbe forse in embrione una preparazione delle due feste di Natale-Epifania, come fanno supporre le esortazioni di un'asceta spagnola (ca. il 400 ) ad un'amica di passare santamente gli ultimi giorno dell'anno e le feste che vi si celebrano, anche con l'astenersi dall'uso del matrimonio. Sta di fatto che nel sec. v esistono due aspetti dell'A., l'uno a Ravenna, dallo spirito orientale (teologico), l'altro nella Gallia, essenzialmente ascetico (penitenziale) ed estraneo, all'inizio, ad un inquadramento dell'anno liturgico. Il rotolo di Ravenna, contenente 40 orazioni preparatorie al Natale e giudicate di un'età prossima al concilio di Efeso (430), è la più chiara e sicura testimonianza dell'A. in Occidente. Esso viene, si direbbe, illustrato dalle omelie di s. Pietro Crisologo per le feste dell'amnuncio e concezione di s. Giovanni Battista e della concezione verginale della Madonna, celebrate molto probabilmente nelle due domeniche avanti il Natale. L'affinità alla concezione orientale è chiara e trova
una spiegazione nella residenza in Ravenna della corte imperiale strettamente legata a Costantinopoli.
Nella Gallia, invece, l'A. ha la stessa funzione per il Natale che la Quaresima ha per la Pasqua; s. Gregorio di Tours (m. nel 394) lo dice voluto da Perpetuo, scato vescovo di Tours. Esso consiste in un digiuno di sei settimane da S. Martino al Natale, 43 giorni, nei quali la liturgia riveste un carattere penitenziale. Ancora non esiste un formulario appropriato, che però lentamente si forma con epilogo nel sec. vir, e dove si nota l'influsso della concezione orientale, tanto da costituire la fusione dei due aspetti dell'A. Questo accade maggiormente nei paesi d'influenza gallicana ma non privi di relazione con l'Oriente, come la Spagna (rito mozzrabico) e Milano (rito ambrosiano), dall'A. di sei settimane. A Roma le omelie di s. Gregorio Magno per prime attestano un vero periodo preparatorio al Natale, che è di 5 settimane nel Sacramentario gelasiano, di 4 nel gregoriano. Quest'ultimo secolo finì per prevalere universalmente, non certo perché simbolo dei presunti 4000 anni da Adamo a Cristo, ma per riduzione analogica della santa quarantena: per influsso quindi della Gallia, dalla quale nel sec. vir fu preso pure il digiuno e più tardi i riti penitenziali.
II. Signiflcatto spirituale. - Mentre in origine l'A. orientale non ha nessun carattere penitenziale, nel sec. vir l'acquista con il digiuno che, in Occidente, in unione con una preghiera prolungata e più frequenti riti, crea un tempo d'ascesi intensificata in preparazione al Natale. Di questo carattere penitenziale oggi rimane eco soltanto nei riti e nella proibizione di celebrare nozze solenni. L'A. fa meditare le tre venute del Cristo, tenute vive nella mente dalla voce dei profeti e dalla predicazione insistente del Battista: 1) temporale, quando, incarnatosi e fatto uomo nel seno purissimo di Maria Vergine, nacque a Betlemme; 2) finale, quando alla fine dei secoli verrà a giudicare i vivi ed i morti; 3) mistica, ogni qual volta viene ad abitare od a prendere maggior possesso, con la Grazia, di un'anima che ha detestato il peccato o compiuta opera di bene. La Chiesa, con la lezione evangelica dell'ultima venuta, nella prima domenica, indica il punto di partenza ed il pensiero dominante di tutta la rinnovazione da compiersi per prepararsi convenientemente al Natale.
Bull.: F. Cabrol, s. v. in D.ACL. I, coll. 3223-30; G. Morin. Pages inédites de deux Pseudo-Yérônes des environs de l'an 400, in Revue Bénédictine, 40 (1928), p. 289 sgg.; B. Borre. Les origines de la Noël et de l'Epiphanie, Lovanio 1932, pp. 263-84; J. Löw. Adventus, in Ephemerides liturgicae. 39 (1934), pp. 433464 ; F. Nogues. Où en est la question des origines de l'Avent? Avent primitif et son concept, in Quest. Liturg. et par., 16 (1935), pp. 221-34, 257-67; id., Avent et atcinement d'après les anciens sacramentaires, ibid., 18 (1937), pp. 233-44, 279-97.; G. Lucchesi. Nuove note agiografiche ruvennati, Faenza 1943, pp. 101-106.
Enrico Cattaneo
AVVERTENZA. - Parlando in genere, è l'atto della mente che presta attenzione ad una cosa; in materia di morale, è l'atto della mente che pensa alla bontà o alla malizia di una determinata azione od omissione. Si distingue in piena e semipiena, distinta e confusa, attuale e virtuale. Si ha l'a. piena, quando l'uomo fornito dell'uso di ragione conosce perfettamente ciò che fa; si ha la semipiena, quando la mente, per qualche impedimento, non presta perfetta attenzione all'atto o alla sua moralità. Si dice distinta, quando la mente conosce con chiarezza e precisione l'atto e la sua moralità; confusa, quando si conosce di far bene o male, ma non si distingue chiaramente la moralità dell'atto. Dicesi attuale, quando nel momento stesso in cui si pone l'azione, si pensa alla bontà o alla malizia di essa; virtuale, quando non si ha l'a. diretta ed esplicita, ma solo l'indiretta ed implicita. I moralisti non convengono circa il concetto
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preciso dell'a. virtuale, che da taluni viene detta, ma con poca esattezza, anche interpretativa.
Per avere il peccato formale si richiede sempre e necessariamente l'a. Per il peccato veniale basta certamente l'a. virtuale. Si disputa se essa basti anche per la colpa grave, o se questa richieda l'a. attuale. Il dissenso esiste piuttosto nella terminologia che nella sostanza della dottrina. Tutti i teologi, infatti, sono concordi nel dire che, per avere il peccato mortale, si richiede, oltre la materia grave, la cognizione perfetta ed il pieno consenso. Ora il nodo preciso della questione sta appunto in ciò : se l'a. virtuale si possa dire perfetta o no, e quindi sufficiente, o meno, a costituire il peccato grave. S. Alfonso, dopo aver esposto le due opinioni apparentemente contrarie, cosí conchiude: «His positis, meum proferam sensum, et dico quod sistendo intra limites iusti, praefatae sententiae facile conciliari possunt" (op. cit. in bibl., \mathrm{V}, \mathrm{n} .4 ).
Secondo il diverso grado di a., i vari atti o movimenti si distinguono in tre categorie : atti primo primi sono quelli che prevengono qualsiasi a. della mente; secundo primi, quelli che prevengono la piena e perfetta a.; secundi, quelli che si pongono con la piena e perfetta a. Due principi si devono tenere sempre presenti : quanto minore è l'a. della mente, tanto meno volontario è l'atto e per conseguenza la bontà e la malizia di esso; per avere il peccato formale non si richiede che l'uomo pensi espressamente alla colpa in quanto è offesa di Dio.
BibL.: S. Tommaso, Sum. Theol., 1*-200, q. 76, a. 3; id., De malo, q. 3. a. 7, ad. 7, 8; T. Sánchez, Decol., I, 16, n. 21 ; s. Alfonso, Teol. Mor., V, n. 4; C. Bifuart, De pecc., dist. 3*, art. 6; G. V. Patuzzi, Etica Cristiana, Bassano 1760, tract. 2, cap. 3; Cl. Marc, Institutiones morales, I, 20 ed., Lione 1939, n. 317 sgg.; D. M. Prömmer, Man. Theol. mor., I, Friburgo in Br. 1928, nn. 364, 369.
Felice M. Cappello
AVVOCATI (Avogadro), Vincenzo. - Teologo domenicano n. il 12 sett. 1702, m. l'8 sett. 1767. D'ingegno precoce, lasciò a 19 anni il foro per entrare nel convento di S. Zita a Palermo, ove fece professione il 6 apr. 1721.
Perfezionò i suoi studi filosofici e teologici nel collegio "Divi Thomae» in Roma, ottenendo il lettorato in una disputa dinanzi a Benedetto XIII, il quale lo ordinò sacerdote nel 1727. Nei conventi di Palermo e Trapani (secondo Mazzuchelli anche nel seminario di Agrigento) esplicò una lunga e feconda carriera d'insegnamento. Il 12 luglio 1734 sostenne a Roma l'esame ad gradus. Versatissimo nelle lingue bibliche, nella filosofia e nei vari rami della teologia, si rese celebre nella letteratura ecclesiastica oltre che per parecchi opuscoli, per 8 trattati su argomenti esegetici, morali, canonistici e apologetici. Da rilevare l'opera De sanctitate librorum qui in Ecclesia catholica conservantur (I: Praeparatio biblica; II: Demonstratio biblica, Palermo 1741-42), dedicata a Benedetto XIV.
All'insegnamento congiunse meriti singolari di virtù e di spiritualità. Fu maestro dei novizi, priore di S. Zita, compagno del Maestro Generale in visita nella Sicilia, finalmente Provinciale (1765-66).
Bibl.: Mazzuchelli, I, p. 1272; G. Mira, Bibl. siciliana, I, Palermo 1872, p. 65; Pastor. XIV, 1, p. 144; M. A. Coniglione, La provincia Domenicana di Sicilia, Catania 1937, p. 470 sg. Angelo Walz
AVVOCATO. - I. Diritto canonico. - L'assistenza nel giudizio assunta in Roma dai patroni in favore dei propri clienti, fu inizialmente ufficio aristocratico e gratuito (oratores), che spesso apriva la
via alle alte cariche dello Stato (cf. Cicerone, De divinatione, 4, II). In seguito le parti, specialmente nelle cause criminali, usarono chiamare i patroni per essere difesi (advocati), e cosi il patrocinio degli oratores e degli advocati si fuse in un unico ufficio che, dapprima gratuito, divenne retribuito; né la lex Cincio de muneribus (anno 550 di Roma), riusci a ripristinare l'antica gratuità del ministero forense. Secondo questo criterio, il patrocinio fu considerato ufficio pubblico ed ebbe sempre più considerazione nell'ordine giuridico con la costituzione degli Ordini (consortia advocatorum o corpora togatorum) particolarmente disciplinati da Giustiniano.
L'ufficio dell'a., che già da Ulpiano veniva definito "desiderium suum vel amici sui apud eum qui iurisdictioni praeset exponere vel alterius desiderio contradicere" (D. 3, 1, 1), consiste nel prestare assistenza all'attore o al reo.
Nella Chiesa fin da tempi antichi si riscontrano i defensores ecclesiastum (già le Novelle 56-59 parlano dei defensores clericorum). Si sa che Innocenzo I (402-17) costituì in Roma sette defensores della città con l'ufficio di patrocinare davanti il Consistoriun. Da questi ebbero probabilmente origine i sette a. concistoriali ai quali fu dato un particolare ordinamento da Benedetto XII (Costit. Decens et necessarium, a. 1340). A lato degli a. concistoriali troviamo fin da tempo molto antico i procuratori dei Sacri palazzi apostolicí che patrocinavano davanti all' Auditorium Sacri Palatii. Ma quando le cause non furono più trattate nel Consistoriun, e all' Auditorium successe la S. Romana Rota, agli a. concistoriali rimase come esclusivo il diritto di chiedere in concistoro il pallio per gli arcivescovi e di postulare nelle cause di beatificazione e di canonizzazione, e ai procuratori dei S. Palazzi rimase il diritto di esercitare il loro ufficio nelle stesse cause; però gli a. concistoriali furono accolti come propri e nativi della S. Romana Rota e ai procuratori dei S. Palazzi fu pure riconosciuto il diritto di patrocinare nello stesso tribunale (cf. Normae S. R. Rotae, art. 54). Oggi, a questi, sono aggiunti altri in Rota, come semplici "a. rotali».
Il De Luca scrive che gli a. della Curia Romana sono professori di ambedue i diritti, civile e canonico. Essi, sia in scritto che a voce, difendono le cause solamente dal punto di vista del diritto, indicando ai giudici ciò che si è stabilito più esattamente in diritto e se esso ben si applica al caso ed in qual modo.
Col passare degli anni, nella Curia romana si vennero a costituire i suddetti collegi di a., il più insigne dei quali era quello degli a. concistoriali, seguito poi per importanza dal collegio dei procuratori dei Sacri palazzi apostolicí, ed infine da quello degli a. rotali. Oltre agli a. appartenenti a questi insigni collegi forensi altri ve ne erano ed in gran numero, che svolgevano la loro attività presso i tribunali civili e criminali della città. Alcuni di questi avevano impieghi permanenti presso le autorità di Roma, altri, invece, vivevano del lucro della loro professione, ricevendo spesso pensioni annue e doni dai loro clienti.
I Romani Pontefici con grande assiduità tutelavano la dignità della professione forense, determinavano l'attività degli a. ed i loro onorari, e procuravano nello stesso tempo che venissero tolti abusi e colpose lungaggini in danno dei clienti.
Nelle cerimonie solenni gli a. concistoriali vestono sottana talare con sopra un robone di velluto nero a larghe maniche ed alamari; nel pontificale del Papa portano sulla sottana il piviale agganciato sulla spalla destra; quanto agli a. in genere Clemente XI rinnovando le prescrizioni di Urbano VIII, proibì agli a. l'uso dell'abito detto di abate, proprio degli ecclesiastici, e inoltre del collare. Questo divieto fu rinnovato più tardi anche da Leone XII.
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Mons. Luigi Gazzali (1803), come Uditore generale della Reverenda Camera apostolica (giudice ordinario di Roma), prescrisse che gli a. dovessero vestire decentemente con abito lungo nero, cioè con sottana e ferraiolone, come per costume immemorabile si era sempre praticato nelle pubbliche udienze, e comminò pene per i controvventori.
Trattandosi degli a. non è fuori luogo accennare all'a. dei poveri, il quale era un a. concistoriale espressamente deputato per le cause delle persone povere, carcerate ovvero in qualunque modo tratte dinanzi alla giustizia.
Non sempre gli a. furono degni della loro professione, che spesso decadde per opera loro. Ad es., a. Bernardo fece al ceto forense dei suoi tempi una grave censura nel De Consideratione, che indirizzò al pontefice Eugenio III (1143-53) già suo discepolo. Ma d'altra parte sarebbe lungo far completa menzione degli a. più celebri della Curia Romana, massime di quelli che furono decorati del cardinalato (basti ricordare il più celebre, Giambattista De Luca, v.), o anche elevati al pontificato, come Benedetto XIV.
Secondo il CIC è in facoltà delle parti litiganti di nominare uno o più a. (can. 1656, § 3), e lo stesso a. può anche essere costituito procuratore (can. 1656, § 4); ma l'assistenza dell'a. è sempre necessaria per l'imputato nei processi penali, e per tutte le parti nei processi d'interesse pubblico o quando il giudice la imponga (can. 1655).
L'a. è nominato dalla parte o dal giudice con atto scritto (can. 166I); il suo mandato può cessare per revoca (can. 1757, § 3, n. I).
I patti che, fin dal diritto romano, sono interdetti agli a. sono: la litis redemptio, il pactum de palmario e il pactum de quota litis (can. 1665; cf. analogamente nel diritto italiano: Cod. civ., artt. 1261 e 2233).
Le condizioni del diritto canonico per essere a. sono le seguenti : essere cattolico (solo per eccezione si possono ammettere gli acattolici, can. 1657, § 1; le donne, benché non esista divieto specifico, in base ai principi generali del diritto canonico sono escluse), maggiorenne, di integra fama (can. 1657, § I), laureato in diritto canonico o almeno buon conoscitore del medesimo (can. 1657, § 2). Per esercitare l'avvocatura presso i tribunali pontifici è necessario possedere almeno la laurea in diritto canonico, aver compiuto un tirocinio di tre anni presso la S. R. Rota (Normae S. R. Rotae, art. 54, § 2; il quale tirocinio è ora richiesto per tutti gli a. nelle cause di nullità di matrimonio), ed aver superato un apposito esame presso la S. R. Rota. Gli a. così approvati (a. rotali) possono esercitare presso tutti i tribunali ecclesiastici.
Bibl. G. B. Piazza, Eucalogie Romano, Roma 1698; G. B. De Luca, Relatio Romanae Curiae, Disc. 46; G. Moroni, Curia romana, in Dixionaria, XIX, Venezia 1843, p. 28 e sg.
Giacomo Violardo-Guglielmo Felici
II. Morale professionale. - L'a. per esercitare degnamente la sua professione deve possedere le seguenti qualità : competenza, saggezza, diligenza, giustizia, umanità.
L'a. è tenuto ad avere una sufficiente conoscenza dell'ordinamento giuridico in genere e di quelle particolari norme legislative cui hanno diretta attinenza i casi per i quali è chiesta la sua azione.
Non basta avere una conoscenza astratta delle norme giuridiche; occorre pure saperle saggiamente applicare ai casi concreti. Una tale attitudine ordinariamente non si acquista che attraverso il tirocinio. Un a. che non abbia né competenza né esperienza rispondenti alle esigenze della sua professione e alla natura dei casi che gli vengono proposti, è tenuto o a sospendere l'esercizio della professione o a farsi

(Int. Felici)
Avvocato - A. concistoriali.
aiutare da altri. E la professione la può riprendere solo quando abbia acquistata la dovuta competenza e la dovuta esperienza; qualora procedesse altrimenti, è responsabile degli eventuali danni che in conseguenza avessero a subire quanti ricorrono all'opera sua.
Generalmente non si ha il diritto di pretendere che un a. assuma la difesa di una determinata causa; però se l'a. l'assume, deve seguire il processo con diligenza proporzionata sia all'importanza della causa che agli obblighi contrattuali : diversamente è tenuto a rispondere dei danni derivanti agli interessati dalla sua colpevole trascuratezza.
L'a. deve essere giusto tanto in rapporto all'ordine giuridico morale quanto nei confronti dei suoi clienti. In rapporto all'ordine giuridico morale in termini generali si può affermare che all'a. è lecito tutto ciò che è lecito al convenuto o all'attore. Quindi nelle cause criminali, può assumere la difesa dell'imputato anche se conosce con certezza che questi ha commesso il delitto che gli viene attribuito. Chi ha commesso un delitto, da una parte non è tenuto a rivelarlo spontaneamente; dall'altra non può essere condannato se non quando a norma di diritto si riesca a provare che è realmente colpevole. Per cui l'a. può sempre svolgere un'azione di difesa per mettere debitamente in risalto l'insufficienza delle prove addotte contro l'accusato. Nei processi civili l'a. non può assumere la difesa di una causa certamente ingiusta; qualora lo facesse, contrarrebbe la responsabilità di cooperare efficacemente ad irrogare un danno ingiusto all'altra parte contendente. Può invece sostenere una causa probabilmente giusta. In tal caso però è tenuto a rendere consapevole il cliente dell'obbiettiva situazione; ed è pure tenuto a desistere
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dalla sua azione qualora nello svolgimento del processo la causa si riveli certamente ingiusta. Questo il comune pensiero. Ma non mancano coloro che distinguono fra prestazione dell'a. e causa e sostengono che quella è sempre lecita quando è conforme ad un ordinamento giuridico positivo obbiettivamente retto, anche se di fatto ridonda a favore di una causa ingiusta. Altri osservano che in tale ipotesi si andrebbe contro la stessa ragione di essere dell'ordinamento giuridico positivo il quale è stato elaborato ed esiste per attuare la giustizia e non già per essere invertito in un mezzo che ne renda difficile o impossibile il perseguimento. Viceversa si è unanimi nell'affermare che l'a. non può mai far ricorso a mezzi illeciti per difendere una causa giusta, anche se si trovasse altrimenti nell'impossibilità di farla valere, giacché non è mai lecito conseguire il bene attraverso il male. L'a. deve pure essere giusto nei confronti dei suoi clienti esigendo una retribuzione conforme alla legge (se una legge esiste in materia), alla consuetidune o al comune sentire delle persone competenti e oneste, avuto riguardo alla sua speciale perizia e al lavoro concreto sostenuto.
Non mancano mai persone bisognose di tutela e sprovviste di mezzi. L'a. qualora sia in grado di farlo, ha il dovere di carità di prestare l'opera sua a loro favore anche gratuitamente. E ovvio che, una volta assunto l'impegno, è tenuto per giustizia a seguire i criteri di cui sopra.
BibL.: A. Piscitta-A. Gennaro, Elementa Theologiae Moralis, IV, Torino 1927; B. Tummolo, Compendium Theologine Moralis, II, Napoli 1928; G. Pasquariello, Questinni morali nell'esercizio dell'avvocatura, Roma 1941; id. Principi di Etica nelle professioni giuridiche, ivi 1942; P. Hürth, De Statibus, ivi 1946.
Pietro Pavan
AWWÄD, Stefanio Evodio : v. asSEmÀni.
AXUM : v. aKSUM.
AYAGUCHO, diOcesi di. - Nella repubblica del Perù, dipartimento di A., suffraganea di Cuzco. Si estende nella parte meridionale del Perù, tra l'antica città del Cuzco e l'Oceano Pacifico, con una popolazione di 553.255 anime, divise in 63 parrocchie, alle quali attendono 63 sacerdoti diocesani. Fu eretta il 20 luglio 1609 da Paolo V, con la bella Dixinae Maiestatis arbitrio, per smembramento della diocesi di Cuzco. Per oltre due secoli si chiamò Huamanga; nel 1837, sotto il pontificato di Gregorio XVI, avendo la città residenziale, in seguito alla celebre battaglia "delle nazioni americane», assunto il nome di A. (1825), anche la diocesi prese l'attuale denominazione. Dalla fondazione ad oggi è stata amministrata da 30 vescovi. Sono stati celebrati 4 sinodi, negli anni 1672 , 1906, 1912, 1918; gli ultimi tre dal medesimo vescovo, mons. Olivas Escudero, che governò la diocesi per un quarantennio e ne fu, senza dubbio, uno dei più insigni pastori.
A. è la città del Perù in cui sono rimaste più vaste tracce della pietà e dello splendore spagnoli. Tra le chiese basterà nominare: S. Cristoforo (1541), S. Chiara (1568), la cattedrale (1632). Molte chiese avevano annesso un convento o una casa religiosa, ora tutti soppressi, tranne il monastero di S. Chiara, che ha dato alla Chiesa del Perù venerabili e serve di Dio, e quello delle Carmelitane. Recentemente, i Francescani hanno edificato un convento (1898) e i Redentoristi vi hanno aperto una casa (1913). Nella antica città di Huancavelica, al tempo della colonia, esistevano i conventi di S. Domenico, S. Francesco, S. Agostino, S. Giovanni di Dio e un collegio di
Gesuiti, ora tutti soppressi. Durante l'episcopato di mons. Cristobal Castillo y Zamora, nono vescovo di A., venne fondata l'università di S. Cristobal (1677), che, inaugurata nel 1704, esplicò una buona attività culturale fino al 1878 . Pure nel 1677 venne fondato un collegio di Gesuiti, che salì in breve a grande fama, essendo stato elevato al grado di università, coi privilegi delle più celebri università spagnole. Nel 1768 l'edificio di questo collegio universitario, essendo stati cacciati dalle colonie spagnole i Gesuiti (1767), venne occupato dal seminario di S. Cristobal, fondato già nel 1680.
BibL.: F. J. Hernace, Bulas y Breves, 2 voll., Bruxelles 1879; F. Olivas Escudero, Apuntes pora la historia de Huamana o A., Ayseucho 1924. Giovanni Merz
AYGLIER (Allier), Bipinardo: v. aiglerio.
AYMER DE LA CHEVALERIE, Henriette. N. l'1 apr. 1767 a St-Georges-de-Noisné (Poitou), m. a Parigi il 23 nov. 1834. Soffri prigionia durante il T'errore per aver dato asilo a sacerdoti e, una volta liberata, abbandonò la vita brillante e mondana condotta fino allora per entrare nell'Associazione del Sacro Cuore. Sotto la direzione del padre P. Coudrin (v.) fondò la Congregazione dei Sacri Cuori (v.). La sua vita fu contrassegnata da un grande spirito di mortificazione. La causa di beatificazione è in corso.
BibL.: E. Lemoine, La très récérende mère H. de la C., Pariei 1912.
Silverio Mattei
AYROLES, Jean-Baptiste. - Gesuita francese, n. a Py (Pyrénées Or.) nel 1828, m. a Bordeaux nel 1921. Entrato nel noviziato della Compagnia nel 1830, fu prima professore, predicatore e missionario, poi, dal 1885 alla morte, si dedicò alla storia di Giovanna d'Arco e alla causa per la sua beatificazione. L'opera sua principale, La vraie feanne d'Arc ( 5 voll., Parigi 1890-1902), contribuì molto alla beatificazione e alla canonizzazione dell'eroina.
Bibl.: R. Brouillard, s. v. in DHG. V, coll. 1322-23.
Edmondo Lamalle
AYROLI, Giacomo Maria. - Exegeta gesuita, n. a Genova nel 1660, professore di ebrzico nel Collegio romano, successore del card. Tolomei nella cattedra di controversie, m. a Roma il 27 marzo 1721.
Diede prova di larga cultura nelle lingue classiche e orientali in una Dissertatio biblica (Roma 1704), contenente l'esegesi filologica dei passi più importanti della Sacra Scrittura. Pubblicò varie altre dissertazioni su argomenti biblici controversi, soprattutto di cronologia. Nel Liber LXX hebdomedarum resignatus (Roma 1713; ristampe 1714 e 1748) tratta la profezio messianica di Dan. 9. Contro il p. de Tournemine, che ne ribatté la sentenza, si difese pubblicando (1720) le Theses contra Iudacos de LXX hebd. Nel 1718 uscì la Dissertatio chronologica de anno, mense et die mortis D.N.I.C.; nel 1722 la Dissertatio de annis ab exitu Israel de Aegypto ad IV Salomonis.
Gli Acta eruditorum di Lipsia (1717, pp. 422-28; 1748, pp. 551-57), recensendo la dissertazione sulla profezia di Daniele, lodano la "praeclara atque singularis auctoris doctrina" sia nel campo filologico che in quello cronologico e storico, augurandosi di veder compiuto al più presto l'« opus ipsius quadripartitum» in cui l'A. si riservava di sviluppare a fondo il suo tema preferito ma egli non riusci a eseguire il vagheggiato progetto.
Bibl.: Sommervogel, I, coll. 717-20; id., v. s. in DB, I col. 1992; Harter, IV, col. 1136 sg. Antonio Carrozzini
AYSÉN, Prefettura apostolica di. - Nel Sudamerica. Questa prefettura fu eretta il 17 febbr. 1940, per smembramento della parte meridionale della diocesi
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di S. Carlo di Ancud (Cile). Comprende la prov. di A. (Patagonia Cilena), tra il 43^{°} e il 48^{°} lat. sud. Superfice del territorio: kmq. rro.000, comprese le isole. Parte del territorio è tuttora inesplorata. Gli abitanti (ca. 20.000), quasi tutti di razza bianca, di stirpe spagnola; pochi gl'Indi (propriamente meticsi), discendenti degli antichi abitatori della Patagonia e dell'Araucania. Lingua comune: la spagnola. Numerosa la colonia di Arabi cattolici, oriundi dell'Oriente mediterraneo, commercianti. Centri principali : Puerto A. (ab. 3500) e Coyhaique (oltre 2000); centri minori, separati da distanze enormi, collegate da scarsissime vie di comunicazione : Balmaceda (ab. 500), Chilechico (400), Puerto Ibáñez, Rio Claro, Palena, Futaleufú, Chaitén, ecc.
I primi missionari (tre religiosi e due fratelli) appartenenti alla provincia veneta dei Servi di Maria, cui è affidata la prefettura, partirono dall'Italia il 15 ag. 1937, invitati dal vescovo di S. Carlo di Ancud, mons. Ramón Munita Eyzaguirre. Attualmente si contano 5 sacerdoti e altrettanti fratelli, coadiuvati da 12 suore.
Bibl.: Ramón Munita, L'A. in festa, in Le Missioni dei Servi di Maria, 13 (1940), pp. 127-29; AAS, 32 (1940), pp. 470-71; MC. pp. 22-23.
Giuseppe Monticone
AZARA, José Nicolas de, marchese di Nibiano. Politico e diplomatico aragonese, n. nel 1730, m. nel 1804. Fu seguace della filosofia e dei sistemi degli enciclopedisti. Nominato agente generale di Spagna a Roma nel 1765 , vi risiedé per ben trentadue anni, prendendo parte attivissima a tutti gli affari della sua nazione, incominciando dalla soppressione della Compagnia di Gesù. Molto intrigò nel Conclave da cui uscì Clemente XIV. Ebbe pure alcune missioni diplomatiche presso le corti borboniche di Parma e Parigi; ma nel 1776 lo troviamo di nuovo a Roma come incaricato degli affari di Spagna presso Pio VI, e dal 1784 come ambasciatore, sempre amico dei principali letterati e artisti ed anche dei papi. Ottenne dal generale Napoleone, nel 1796, che fosse risparmiata dalla occupazione la città di Roma, la quale in segno di gratitudine gli coniò una medaglia, onorandolo anche col titolo di patrizio romano. Presa Roma due anni dopo in seguito all'assassinio del generale Duphot ed esiliato Pio VI, fece quanto era in suo potere in favore della città, di Pio VI e Pio VII così in Italia come in Francia, dove fu due volte ambasciatore, lasciando con rammarico Roma, che chiamava la sua seconda patria. Pubblicò le opere del pittore Mengs (Madrid 1780), quelle di Virgilio, di Orazio (Parma 1791, 1793) e di altri classici latini; scrisse su Garcilaso de la Vega, sul venerabile Palafox e su altri soggetti.
Bibl.: El espiritu de don Yos 5 N. de A. descubierto en su correspondencia con don Manuel de Roda, Madrid 1846; Castellanos de Losada. Historia de la vida civil y politica del marqués de Nibiano, Madrid 1849; Pastor. XVI, 1, pp. 743-1023; II, pp. 4-241; III, p. 23-638, passim. Giuseppe M. Pou y Marti
AZARIA (OzIA) : v. ozia.
AZARIA (ebr. 'Azarjāh[û] « Jahweh soccorre»). - Nome di molti personaggi biblici (da 25 a 30 ) di cui i più importanti sono:
I) A., figlio di Achimaas (v.), era ministro di Salomone, e fu probabilmente il successore immediato del suo avo Sadoc nel pontificato (I Reg. 4, 2; I Par. 6,9-10 [testo masor. 5,35 sg.] : il vers. 10^{\text {be }} è spostato, e deve riferirsi al primo A.], che Achimaas sembra non aver esercitato. Un altro A. (figlio di Johanan), suo discendente, fu padre di Amaria (ibid. 6, 10-11) sommo sacerdote sotto il re Josafat (II Par.
19, 11); sembra essere stato sommo sacerdote sotto il re Asa. Un terzo A. fu sommo sacerdote sotto Ozia, cui impedì energicamente di offrire l'incenso nel santuario (ibid. 26, 16-20), e un quarto sotto Ezechia (ibid. 31, 10-13).
2) Profeta, figlio di 'Ödēd, che al re di Giuda Asa, dopo la sua vittoria su Zara (Zerah) l'Etiope, minacciò gravi castighi e promise largo premio, secondo che avrebbe infranto o mantenuto l'alleanza teocratica (II Par. 15, i-8); il discorso del profeta A. svolge questo tema nello spirito di Iudc. 2, 11-23, e di Neh. 9,5-37.
3) A., uno dei tre compagni di Daniele, con lui deportati a Babel ed ivi educati a corte (v. anania, 3) ove ricevette il nome babilonese Abed-Nebo (Volgata : Abdeuago. v.).
La bellissima preghiera di A. (Dan. 3, 25-45) è un passo deuterocanonico, mancante nel testo ebraico attuale; nei Settanta e Volgata è anteposta al Cantico dei tre fanciulli. In nome di tutto il suo popolo, A. confessa umilmente che il severo giudizio di Dio verso Israele è dovuto ai peccati commessi (vv. 25-33), ricorda le promesse divine ad Abramo contrastanti con le sofferenze presenti (vv. 34-40), implora la misericordia e l'aiuto divino perché risplenda la gloria di Jahweh nella restaurazione d'Israele e siano umiliati i suoi oppressori (vv. 41-45). Vari passi di questa sublime preghiera sono entrati nel Messale e nel Breviario romano; i vv. 39-40, in particolare, fanno parte di due fra le più suggestive invocazioni dell'Ordinarium Mirose (G. E. Closen, Dalla preghiera di A. [Dan. 3. 39-40], in Incontro con il Libro sacro, trad. it., Brescia 1943, pp. 144-52).
4) Nome assunto dall'arcangelo Raffaele (Tob. 5, 18; 6, 7; 9, 1) fin da quando si offrì a Tobia per condurre suo figlio a Rages (v. anania, 2). Questo nome, col suo significato etimologico, esprime l' "aiuto di Dio", impersonantesi nell'angelo inviato al pio esule.
5) Due dei cinque capi-centuria della guardia reale, che, diretti dal sommo sacerdote Jojada, rovesciarono Atalia (v.), uccidendola fuori del recinto del Tempio e proclamando re di Giuda il fanciullo Joas (II Par. 23, 1-21; cf. II Reg. 10, 4-12).
6) Figlio d'Osaia: era uno dei capi militari di Giuda, venuti a Masfa presso Godolia (Jer. 40, 7-14). Dopo il crollo di Gerusalemme ( 586 a. C.), accusava Geremia d'ingannare il popolo dissuadendolo dall'emigrare in Egitto; fu tra quelli che trascinarono in Egitto il profeta stesso con il suo segretario Baruch (Jer. 43, 2-6). Si identifica con "Jezonia" di Ier. 42, i (e, pare, di 40,8).
7) Capo militare che, con Giuseppe, figlio di Zaccaria, fu preposto alla custodia di Gerusalemme da Giuda Maccabeo. Trasgredendo il divieto di attaccare il nemico, vollero conquistare Jamnia; ma Gorgia, in una sortita, li sconfisse, uccidendo ca. 2 mila uomini (I Mach. 5, 18-19. 56-62): tragica conseguenza della loro disubbidienza e presunzione (ibid. 5, 61-62).
8) Per il re di Giuda, figlio di Amasia, v. ozia.
Bibl.: E. Lévesque, in DB. I. 1298-1302; N. J. D. White. in Hastings, Dict. of the Bible, I, pp. 206-207.
Antonino Romeo
AZARIAN, Aristace (Aristakes). - Secondo abate generale dei monaci Mechitaristi di Vienna; arcivescovo titolare di Cesarea, n. in Costantinopoli il 28 luglio 1782. Studiò a Roma nel Collegio Urbano (1797-98), entrò (1801) nella Congregazione dei padri Mechitaristi triestini. La S. Congregazione di Propaganda lo inviò a Leopoli, donde partì per Costantinopoli (1818), in qualità di missionario apostolico. Nel 1823 fu nominato coadiutore dell'abate e priore del convento di Vienna; fu poi eletto vicario e nel 1827, abate generale. A. può considerarsi come il vero fondatore della Congregazione dei Mechitaristi di Vienna. Nel 1850 elaborò un Compendium delle regole monastiche del
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1711 dell'abate Mechitar, e lo fece approvare da Pio IX, col decreto del 23 genn. 1852.
Biel.: F. Furte, Aus dem Leben des hochsvördigsten Herrn A. A., Vienna 1855; Scriptores Ord. s. Benedicti qui s7no-s8to fuerunt in imperio austriaco-hungarico, Vienna 1881, pp. 6-8; J. Hergenröther, Kirchenlexikon, I [1886], col. 1768; A. Boyd, e. v. in DHG, V, col. 1339; F. Scherer, Die Mechitaristen in Wien, Vienna 1892.
AZAZEL: v. CAPRO EMISSARIO.
AZEGLIO, Cesare Taparelli, marchese d'. - Zelante apostolo della buona stampa, padre dei noti scrittori : Luigi (v. yaparelli) e Massimo (v. sotto), n. a Torino il 10 febbr. 1763, m. a Genova il 26 nov. 1830. Fu senza dubbio uno dei maggiori esponenti del laicato cattolico piemontese del primo Ottocento, notissimo per la lealtà con cui servì la Chiesa e la corona. Prese parte alla guerra contro i Francesi (1795-96) e fu fatto prigioniero; dal 1800 al 1808 visse in volontario esilio a Firenze; nel 1814 fu scelto per rappresentare il suo sovrano presso Pio VII, quindi, tra altre cariche, fu governatore della provincia di Casale, ispettore superiore degli Istituti di pubblica beneficenza (21 marzo 1820), e Grande di Corona (14 nov. 1828). Conobbe il padre de Diessbach e fu diretto dal Servo di Dio Pio Brunone Lanteri (v.); da questi due apostoli della buona stampa fu orientato verso quest'attività. Infatti divenne membro attivissimo di due società aventi appunto questo scopo : dell'Amicizia Cristiana (v.) di Torino e di Firenze, e dell'Amicizia Cattolica di Torino, di cui fu segretario, cioè presidente, dalla fondazione alla soppressione per opera di Carlo Felice (1817-28). Introdusse in Piemonte l'allora nascente Società della Propagazione della Fede (1824-25). L'opera più originale compiuta dal d'A. in favore della buona stampa fu la fondazione (1822) della prima rivista cattolica moderna del Piemonte: L'Amico d'Italia, giornale morale di lettere, scienze ed arti (16 voll.), che diresse fino al 1829 , allorché ne cessò la pubblicazione. Il maggior numero degli articoli è dovuto al direttore, ma vi collaborarono anche noti scrittori come il Rosmini, lo Staffella, il Tommaseo, il Pindemonte e altri.
Bibl.: Documenti inediti: Archivio Taparelli d'A. a Saluzzo e Archivio della Postulazione degli Oblati di Maria Vergine a Roma. - Biografia scritta dalla moglie marchesa Cristina Morozzo, edita e annotata da A. G. Tononi, in La Rassegna Nazionale, 17 (1884), pp. 685-712; M. d' Azeglio, I noti ricordi, Firenze 1920, passim; [P. Pirri], Cesare d'A. e gli Albori della stampa cattolica in Italia, in La Civiltà Cattolica, 1930, iII, pp. 192-212. A. Pietro Fruisa
AZEGLIO, LUIGI Taparelli d': v. taparelli d'azeglio, luigi.
AZEGLIO, Massimo Taparelli d'. - Uomo politico e letterato, n. a Torino il 24 ott. 1798, quartogenito di Cesare e di Cristina Morozzo di Bianzé, m. il 15 genn. 1866. Carattere geniale e indipendente, ebbe accurata e severa educazione familiare e presto sentì vivissimo il contrasto tra il chiuso, tradizionalistico ambiente della restaurazione e il nuovo spirito e i nuovi ideali del secolo. La decisione di recarsi a Roma per dedicarsi alla pittura e prepararsi a vivere del proprio lavoro, lo strappa al chiuso ambiente piemontese, l'aiuta a farsi italiano. Nel periodo romano, infatti, maturano nel d'A. l'italiano e l'uomo nuovo, che lo rendono avverso a congiure e moti e lo tengono lontano, al contrario del fratello Roberto, dalla rivoluzione piemontese del '21. Ma non si sottrae al fascino dell'idea nazionale, ed all'Italia pensa presto in termini di liberalismo moderato.
La pittura, che pure gli ottiene plausi e compensi,

Azeglio Taparelli, Massimo d' - Litografia di Chardon. Roma, museo del Risorgimento.
non gli basta: dai quadri "patriottici», come La disfida di Barletta e La battaglia di Legnano, gli sorge il desiderio di darsi a qualche altra opera in vantaggio della patria e per «elettrizzare i caratteri» degli Italiani. E dalle tele ricche di colore e dalla prosa "sui trampoli» della Sogia di s. Michele disegnata e descritto (Torino 1829), fallirigli vari tentativi di poemi e di teatro, passa d'impeto, sotto l'evidente influsso del Manzoni (del quale nel '31 aveva sposato la figlia Giulia) e dell'ambiente milanese, all'Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta (1833), romanzo ricco d'un patriottismo avvincente, che pose subito in primo piano l'autore e procurò al volume, piaciuto anche al Mazzini, vero plauso. Gli tennero dietro, nello stesso spirito, il Niccolò de' Lapi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni (1841), più vasto e condotto con più accurate ricerche, ma meno felice, e La Lega Lombarda, interrotta nel ' 45 al cap. 8 e pubblicata postuma nel 1871. Come già la pittura, ora la letteratura gli appare insufficiente: in lui, che ha spinto il cugino Balbo a delineare le Speranze d'Italia, è sorto il desiderio di un'azione più diretta.
Non compromesso con sètte o movimenti, s'impegna in un viaggio politico per Marche, Romagna e Toscana, e lo compie combattendo idee di moti e di congiure, invocando concordia e disciplina e caldeggiando, pur tra le diffidenze di molti, il nome di Carlo Alberto (sett. 1845), con il quale, il 12 ott., avrà a Torino un drammatico, decisivo colloquio. Dal viaggio e dal previsto fallimento del moto di Rimini nacque uno dei più noti opuscoli del Risorgimento, Degli ultimi casi di Romagna (marzo 1846), in cui, fedele al suo concetto, come dirà sei anni più tardi, "che il parafulmine delle rivoluzioni sieno le riforme
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opportune, serie e le buone e liberali leggi», disapprova insieme le pretese rivoluzionarie e certe deficienze del governo e, convinto che il presupposto della questione nazionale non possa trovarsi fuori di alcuni principi etici eguali "pe' grandi come pe' piccoli, pe' forti come pe' deboli, pe' governanti come pe' governati», esorta gl'Italiani a smettere le congiure per accordarsi nella cospirazione palese. Grande la risonanza di questo scritto, il cui tema fondamentale, una delle idee-basi del d'A., tornerà frequente nei suoi lavori e nei suoi discorsi, come quello del 12 febbr. 1851: «io credo che non vi hanno due codici diversi di morale, l'uno pei governanti, l'altro pei governati; io non credo che la ragion di Stato sia una dispensa dalla morale comune».
Il d'A. divenne di colpo uno dei capi più influenti dell'opinione liberale e patriottica, che credette di aver trovato in Pio IX il segno e il motivo della propria fede. La successiva Proposta di un programma per l'opinione nazionale (1847), "magna charta» del riformismo italiano, fondata sempre sui concetti di educazione civile, ribadisce le sue idee, cui l'occupazione austriaca di Ferrara dà una più decisa impronta nazionale. I sanguinosi incidenti milanesi del genn. successivo, gli dettano un ardente atto di accusa, I lutti di Lombardia (1848), che addita nell'Austria il nemico e suona la diana della guerra, alla quale partecipa con la truppe papali del Durando. Perito il 10 giugno a Vicenza, entra nella polemica contro democratici e repubblicani, da lui accusati come i soli responsabili della sconfitta. E in Timori e speranze (1848) ribadisce un altro dei suoi concetti fondamentali: «la più importante educazione politica d'ogni popolo è quella che insegna a rispettar la legge. Senza questo rispetto si può mutar forma di governo, trovar nuovi ordini, costituzioni perfette quanto si vuole, tutto sarà inutile: non si riusc