niziativa divenisse stabile e organica. Sorse cosi l'Opera dei congressi e dei comitati cattolici in Itolia (v.), che ebbe questa organizzazione: un Comitato generale permanente a Roma, Comitati regionali, diocesani e parrocchiali.
Una duplice crisi, nel movimento dei cattolici organizzati in Italia, si ebbe quando ormai l'Opera dei congressi in 20 anni di lavoro era divenuta potente per numero di aderenti e per la molteplicità di iniziative religiose sociali promosse, anche come valida contrapposizione al sole nascente del socialismo.
La prima crisi fu breve e dall'esterno e cioè lo scioglimento delle opere cattoliche fatto dal ministro on. Di Rudinì nel turbinoso anno 1898.
Oltre 6 mila di tali opere furono oggetto del provvedimento, sotto l'imputazione di essere "sodalizi so:versivi dello Stato". Leone XIII protestò con la lettera ai vescovi del 5 ag. 1898 per lo scioglimento e per l'iniqua motivazione; l'opinione pubblica fu sfavorevole al governo, cosicché quando lo stato d'assedio in tutta l'Italia cessò, i cattolici poterono riprendere le attività sospese.
Ma ben più grave fu la crisi che l'A. C. I. ebbe dall'interno che si polarizzò sui nomi di Paganuzzi, presidente dell'Opera dei congressi, quale rappresentante dei vecchi, e d. Romolo Murri che guidava i giovani. Questi, che formavano l'ala sinistra del movimento cattolico italiano, miravano soprattutto alle esigenze sociali dell'ora e, forti della dottrina della

(propr. A.C.I.)
Azione Cattolica - Il conte Mario Fani.
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Azione Cattolica - Celebrazione del 30^{°} della Gioventù femminile di A.C. L'dienza del S. Padre in piazza S. Pietro (sett. 1948).
Rerum novarum e dell'aurcola di «Papa della democrazia» che circondava Leone XIII, innalzarono la bandiera della Democrazia cristiana (v.), e cercarono di affrettare i tempi in cui, rimosso il Non expedit, i cattolici potessero avere le loro rappresentanze nei corpi legislativi. Leone XIII intervenne con l'enciclica Graves de communi, nella quale, sbarazzato il terreno dalle tendenze estremiste coperte dai nomi di Socialismo cristiano e di Democrazia sociale, precisava l'azione della Democrazia cristiana come azione di elevazione e soccorso verso «le classi umili» senza invadere il campo politico. I democratici cristiani più equilibrati come Toniolo, Meda, Crispolti, Grosoli, accolsero come una giustificazione ed una conferma del loro operato la nuova enciclica. Alcuni dei giovani, col Murri a capo, ne vollero forzare il significato e darle un meschino valore di parte, ed accentuarono le loro tendenze secessionistiche ed autonomistiche anche nei riguardi della S. Sede. La crisi giunse al suo apice al Congresso di Bologna, quando la presidenza si trovò in minoranza di fronte alla maggioranza murriana dell'assemblea. Ne vennero polemiche acerbe e penose fra cattolici. Intanto morì Leone XIII e fu eletto Pio X che vide la necessità di misure radicali. Il 30 luglio 1904 una lettera della Segreteria di Stato ai vescovi d'Italia dichiarava sciolta l'Opera dei congressi e comitati cattolici, ivi compreso il Comitato generale permanente. La A. C. fu sottoposta nella diocesi alla piena autorità dei vescovi. La riforma di Pio X segui a quasi un anno di distanza con l'enciclica Il fermo proposito che servì di guida ad un ristretto comitato per redigere i nuovi statuti. Per essi l'A. C. I. fu organizzata in quattro grandi organizzazioni indipendenti: l'Unione popolare per la propaganda culturale; l'Unione economico-sociale, per la direzione del movimento economico sociale; l'Unione elettorale per la direzione dell'attività elettorale; la Società della gioventù cattolica italiana, con le sue naturali funzioni ed attività.
Questa formola organizzativa dava responsabilità e possibilità di incremento e di apostolato alle singole Unioni, ma presentava una mancanza di organicità generale, e quindi di risultati adeguati allo sforzo. Bisogna aggiungere che intanto si erano andate e si andavano formando nuove organizzazioni, come la Federazione universitaria cattolica italiana (F.U.C.I.) nel 1892, la quale nel 1896 aderì all'Opera dei congressi, come l'Unione fra le donne cattoliche italiane nel 1908 che ebbe ben presto larga diffusione. Negli inizi del 1915 Benedetto XV volle la creazione di un organo superiore di coordinamento che fu la Giunta direttiva dell'A.C.I., eletta in seno al Consiglio direttivo dell'Unione popolare e di cui erano membri di diritto i presidenti delle altre organizzazioni. Seguì la costituzione delle Giunte diocesane, sul modello della Giunta direttiva dell'A.C.I., mentre i Gruppi parrocchiali avevano un delegato o capo gruppo.
Dopo la fine della guerra 1915-18, seguirono anni di fermento sociale e politico. Il 18 genn. 1919 un gruppo di cattolici militanti, guidati da d. Luigi Sturzo segretario della Giunta direttiva dell'A. C. I., lanciò al paese un appello per la fondazione del Partito popolare italiano (v.) che ebbe enorme successo.
La S. Sede dichiarava decaduto il Non expedit e lasciava ai cattolici aperto il campo della attività politica. Ne segui la inutilità dell'Unione elettorale cattolica che fu infatti soppressa nel febbr. 1919. Le opere economico-sociali dipendenti dall'Unione economico-sociale nel nuovo clima politico prendevano un andamento autonomo e davano luogo alla Confederazione italiana dei lavoratori, alla Confederazione cooperativa e alla Confederazione della mutualità e presidenza. Perciò l'Unione economico-sociale veniva sciolta e restava presso la Giunta direttiva soltanto un Segretariato economico-sociale. Essendo sorta nel 1918 la Gioventù femminile cattolica italiana, come ramificazione dell'Unione donne prima, e poi come associazione autonoma, venne la necessità di un coordinamento fra le forze femminili organizzate e fu l'Unione femminile cattolica italiana (U.F.C.I.), che nel 1922 ebbe una terza sezione, cioè la F.U.C.I. femminile, distaccata da quella maschile.
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Azione Cattolica - Celebrazioni dell'Soc della Gioventù maschile di A.C. Saggio ginnico a piazza di Siena (sett. 1948) - Roma.
Segui un periodo di attenuazione, se non di crisi dell'A.C.I. Le nuove attività politiche ed economiche avevano richiesto personale dirigente in gran copia dall'A. C. non ancora rimesso in forze dopo le perdite di guerra. Inoltre un certo senso di insofferenza del paziente lavoro formativo e di apostolato proprio dell'A.C. si era impadronito qua e là di certi settori.
II. Il nuovo ordinamento di Pio XI. - La ripresa in pieno si ebbe con questo grande Pontefice, che fin dall'inizio del suo pontificato volle fare dell'A. C., in Italia e nel mondo, un caposaldo del suo programma. Nella sua prima enciclica Ubi arcano Dei egli precisò chiaramente la natura, il fine, i mezzi, l'obbligatorietà dell'A. C. e ben presto passò al riordinamento. Esistevano già tre grandi organizzazioni di massa ben definite, e cioè la Società della gioventù cattolica italiana, l'Unione fra le donne cattoliche, la Gioventù femminile cattolica italiana e in più la F.U.C.I. Fu sciolta la Unione púpolare e sorse la Federazione italiana uomini cattolici.
Si perfezionarono gli organi coordinatori, e cioè la Giunta centrale dell'A. C., la Giunta diocesana, il Consiglio parrocchiale. Accanto alla Giunta centrale i nuovi statuti prevedevano la istituzione di speciali uffici di studio dei problemi di alcuni settori particolari della vita cattolica, col nome di Segretariati. Se ne ebbero prima due, Segretariato pro schola e Segretariato per la moralità, poi in seguito fu aggiunto quello per la cultura. Per l'attività economico-sociale invece, al postn dell'esistente e poco efficiente segretariato omonimo, sorse l'Istituto cattolico di attivita sociali con un compito scientifico di studio e valutazione dei problemi sociali, ed un compito pratico di
assistenza tanto dell'A. C. che delle istituzioni econo-mico-sociali.
Intanto il totalitarismo fascista avanzava inesorabile e distruggeva tutti quegli organismi che non si lasciassero assorbire. Sciolti i partiti, anche i sindacati liberi furono soppressi, e quindi anche la Confederazione italiana dei lavoratori. L' A. C. I. allora costituì quelle che si dissero Sezioni professionali. Esse non avevano scopi sindacali, gelosamente vigilati dal Sindacato statale, ma scopi religiosi morali e di studio.
Questa organizzazione cosi chiara e serrata delle forze cattoliche fu l'unico baluardo capace di resistere alla pressione fascista. Pio XI ne volle il riconoscimento ufficiale nel Concordato e fino alla morte ne fu difensore imperterrito. E ciò in qualche momento diede luogo a situazioni drammatiche. Nel 1927 era stata infatti soppressa l'Associazione scontistica cattolica italiana (A.S.C.I.) per irreggimentare tutti i ragazzi nell'Opera nazionale Balilla (O.N.B.). Poco dopo si sciolse da sé la Federazione associazioni sportive cattoliche italiane (F.A.S.C.I.). Ormai non restava che la roccaforte, l'A. C. propriamente detta, e l'assalto fu dato nel maggio del 1931. Dopo una violenta campagna di stampa, il 30 del mese un'ordinanza della Pubblica Sicurezza scioglieva tutte le associazioni giovanili di ambedue i sessi. Pio XI reagì con energia. Protesto in ogni forma e modo, affidò ai vescovi la cura e tutela dell'A. C. in diocesi, e finalmente pubblicò una lettera solenne «Non abbiamo bisogno» (29 giugno 1931) in cui difese in pieno l'A. C. e rilevò la illegalità e la prepotenza del gesto compiuto dal governo.
Dopo laboriose trattative, il governo dovette ce-
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dere. Nell'accordo seguito alcune variazioni furono introdotte negli statuti dell'A. C.; i dirigenti ecclesiastici e laici verrebbero nominati dall'autorità ecclesiastica e non eletti dai soci; la bandiera dell'A. C. I. sarebbe stata quella nazionale, i circoli prenderebbero il nome di Associazioni di A.C. Dopo questa parentesi dolorosa, tutta l'organizzazione cattolica fu come messa sotto una più diretta tutela dell'autorità ecclesiastica, l'assistente formò col presidente la Presidenza, il carattere diocesano fu accentuato sopprimendo la Giunta centrale e sostituendola con un semplice Ufficio generale che poteva adunare una Consulta composta degli assistenti e dei presidenti delle organizzazioni nazionali. Poco dopo (1934) fu soppressa anche l'Unione femminile cattolica italiana (U.F.C.I.) come organo di collegamento fra le organizzazioni femminili cattoliche, demandando alla Presidenza dell'Ufficio generale tale funzione. Non furono più tenute le annuali «Settimane sociali ".
Eppure in tanta difficoltà esterna di movimento la vitalità interna dell'A. C. I. era imponente. Sorsero nuove sezioni specializzate e cioè la Sezione maestri e la Sezione laureati, s'istitui l'Ufficio del quotidiano, si organizzò la Peregrinatio ad Petri sedem come organo permanente per favorire e vigilare l'afflusso dei pellegrini a Roma.
III. Sotto il pontificato di Pio XII. - L'A.C.I., come organismo vivo e sensibilissimo, ha svolto la sua attività e adattato i suoi statuti e programmi alle nuove possibilità ed esigenze del momento. Fin dal-
l'inizio del suo governo Pio XII affidò l' "alta direzione - dell'A. C. I. ad una Commissione composta di tre cardinali vescovi residenziali, e cioè al card. Lavitrano, arcivescovo di Palermo, come presidente, al card. Boetto, arcivescovo di Genova, ed al card. Piazza, patriarca di Venezia, con segretario mons. Colli, vescovo di Parma, avente funzioni di direttore generale dell'A. C. I. e di assistente ecclesiastico generale. Anche nelle diocesi si ebbero, al posto delle Giunte diocesane, e nelle parrocchie al posto dei Consigli parrocchiali, le Consulte diocesane e parrocchiali presiedute rispettivamente dal vescovo e dal parroco e dai loro delegati.
Intanto sopravvenne la seconda guerra mondiale e l'attività dell'A. C. I. fu tutta presa dallo sforzo di resistere e sopravvivere alla bufera, e da un'accesa attività caritativa verso tutti i bisognosi. Quando le vicende belliche spezzarono in due l'Italia con la linea gotica, Pio XII nominò un direttore ad interim per il centro-sud, mentre al nord i vescovi provvedevano a stabilire alcuni organi provvisori come la Consulta Alta Italia a Milano.
Ma la guerra non era ancora terminata, che già si creavano gli organismi per adeguarsi al nuovo clima di libertà ed alle nuove possibilità di lavoro. Il bisogno di avere una rappresentanza presso l'autorità statale, che comprendesse tutto il mondo femminile organizzato anche in altre associazioni fuori dell'A. C., fece sorgere il Centro italiano femminile (C.I.F.) con funzioni appunto federative e di rappresentanza. Ri-

(propr. A.C.I.)
Azione Cattolica - Celebrazioni dell'80* della Gioventù maschile di A. C. Sfilata al monumento del milite ignoto (sett. 1945) - Roma.
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Azione Cattolica - I Fanciulli di A. C. in attesa del Papa nel cortile di S. Domaso (lurlio 1947).
sorsero gli Esploratori cattolici e ripresero il loro nome di Associazione Scontistica cattolica italiana (A.S.C.I.). Si riorganizzò il movimento sportivo attraverso la creazione del Centro sportivo italiano (C.S.I.), mentre si organizzavano pure le giovani in Federazione associazioni ricreative (F.A.R.I.). Al Centro cattolico cinematografico e radiofonico si aggiungeva il Centro cattolico teatrale formando cosi tutte e tre i centri un Ente dello Spettacolo.
Appena avvenuta la liberazione di Roma, il sindacalismo italiano diede vita alla Confederazione generale italiana del lavoro (C.G.I.L.) a tipo unitario con la presenza cioè nello stesso sindacato di categoria anche dei lavoratori cattolici militanti. Ad ovviare agli inconvenienti di questa convivenza, sorsero le A z sociazioni cristiane dei lavaratori italiani (A.C.L.I.) (v.) con scopi presindacali e parasindacali, oltreché religioso-morali, e la loro funzione rimase e si allargò anche quando, per la faziosità comunista, l'unità sindacale fu rotta (luglio 1948) e nacque la Libera Confederazione generale italiana del lavoro (L.C.G.I.L.).
Gli Statuti del 1946 furono un ulteriore aggiornamento organico dell'A. C. I. Essi ebbero le seguenti caratteristiche : riaffermata l'unità fondamentale delI'A. C. I. pur nell'articolarsi dei vari rami (art. 3): responsabilità maggiori dei laici nel campo della direzione pratica e nella esecuzione delle opere di apostolato; estensione della funzione coordinatrice delI'A. C. I., quale "ordinamento principe dei cattolici militanti", ad altre "Istituzioni cattoliche di educazione, di propaganda, di beneficenza, di credito e in
genere di utilità sociale, come strumenti qualificati del suo apostolato" (art. 2). I rapporti fra l'A. C. I. propriamente detta e tali istituzioni cattoliche potranno essere o di: dipendenza o di coordinamento, o anche di semplice adesione. Per il coordinamento delle attività di apostolato sociale dell'A. C. e delle opere cattoliche ad essa coordinate ed eventualmente delle istituzioni ad essa aderenti, fu istituita la Consulta generale (art. 13) al Centro nazionale, la Consulta diocesana in diocesi (art. 38) e la Consulta parrocchiale nella parrocchia (art. 55).
Avendo le Sezioni maestri e laureati ottenuta la piena figura giuridica di associazioni, il quadro organizzativo dell'A. C. I. risultò cosi composto : l'Unione uomini, l'Unione donne, la Gioventü maschile e la Gioventü femminile, che sono a base nazionale, diocesana e parrocchiale, la Federazione universitaria cattolica italiana, il Movimento laureati e il Movimento maestri, che sono a base nazionale e diocesana (art. 3).
La dipendenza dalla gerarchia ecclesiastica fu espressa al Centro nazionale da una Commissione episcopale e per essa dal "prelato segretario" della medesima Commissione che ebbe pure le funzioni di "Assistente ecclesiastico generale" (art. 3); nelle diocesi dal proprio vescovo che ebbe un suo "delegato per l'A. C. " con funzioni di "assistente diocesano dell'A. C. " (art. 34); nelle parrocchie dal rispettivo parroco (art. 52). Presso la Presidenza centrale e presso quelle diocesane sono istituiti dei Segretariati con compiti di consulenza e di esecuzione per settori particolari di attività, come quello della moralità, dell'edu-
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CELEBRAZIONE DELL' 8 \mathrm{~m}^{2} DELLA GIAC
La notte santa in pizzas S. Pietro, Visiune laterale ( 12 sett. 1948).
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(prgpr. d. C. I.)
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cazione, ecc. I nuovi statuti mirarono a porte l'A. C. veramente al centro di tutto il movimento di restaurazione cristiana della vita individuale e sociale.
Per la stampa dell'A. C. I. v. stampa cattolica italiana. - Vedi Tavv. XXXVII-XXXVIII.
BibL.: F. Olgioni, Storia dell'A. C. I., 2* ed., Milano 1922; E. Vercesi, Il movimento cattolico in Italia, Firenze 1923; E. Soderini, Leone XIII, 3 voll., Milano 1932: A. Cavagna, Collaborazione Apostolica, Milano 1932; P. Rota, Adioco illis; Roma 1942; A. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, Città del Vaticano 1944; G. Dalla Torre, A.C. e Fascismo, Roma 1944; A. De Gasperi, Uomini e tempi che prepararono la Rerum novorum, Milano 1946; G. Anichini, I cinquant'anni della F.U.C.I., Roma 1946; L. Civardi, Manuale di A. C., 11* ed., Roma 1947; Il movimento laureati dell' A. C., Roma 1947; la collezione del Boll. Ufficiale dell'A.C.I. e de L'Assistente Ecclesiastico. Luigi Cardini
AZIONI SIMBOLICHE : v. SIMBOLO.
AZIONI, SOCIETÀ PER : v. SOCIETÀ.
AZOR, Juan. - Gesuita, n. a Lorca (Murcia) e m. a Roma nel 1603. Insegnò teologia dogmatica e morale anche a Roma, dove collaborò pure alla compilazione della «Ratio studiorum». S. Alfonso lo qualifica «auctor classicus» per le sue Institutiones Morales ( 3 voll, Roma 1600, 1606, 1611 e altrove più volte). Bossuet nelle costituzioni sinodali raccomanda la stessa opera al clero.
BibL.: Hurter, III, p. 390.
Pietro Pavan
AZOTO (ebr. 'Ašdâdh; assir. Asdûdu; gr. "A ζ_{50} 755; oggi Esdûd). - Una delle cinque città filistee (Ios. 13, 3), rimasta sempre tale (I Sam. 5, 1-8). A 5 km . dal Mediterraneo, equidistante ( 55 km .) tra Gaza e Giaffa, sulla strada tra l'Egitto e la Siria, aveva importanza strategica e commerciale. Fu celebre per il tempio di Dagon, divinità filistea, dove i Filistei portarono l'arca dell'alleanza da essi catturata in battaglia (I Sam. 5, 1-8; Judc. 16,23).
Sargon, re d'Assiria, se ne impadronì nel 711 a. C. (Is. 20, 1) e, secondo Erodoto (II, 157), anche Psammetico I re d'Egitto (663-610). Nel 163 e 145 fu dai Maccabei espugnata (I Mach. 5, 68) e distrutta (ibid. 10, 77-84; 11, 4). Sotto il dominio romano, fu da Pompeo dichiarata libera, e ricostruita nel 53 a. C. da Gabinio, proconsole della Siria (Flavio Giuseppe, Autiq. Jud., XIV, 5, 5; Bell. Ind., 1, 8, 4). Popolata da Giudei e da Greci, appartenne poi al regno di Erode, che la legò per testamento alla sorella Salome (4 a. C.).
In I Mach. 9, 15, in luogo di «montagna di A. ", ignota ed in contrasto col contesto, è stato proposto di leggere "montagna di Hasor " che sarebbe la Baal-Hasor di II Sam. 13, 23, l'odierna Gebel el-'Asûr (E-M. Abel, in Recme Biblique, 33 [1924], pp. 380-87; L. Pirot, Azot, in DBs, I, coll. 682-84).
Evangelizzata dal diacono Filippo (Act. 8, 40) fu sede vescovile della Palaestina prima nei secc. iv-vi. Silvano, vescovo di A., partecipa al Concilio di Nicea, 325; si conoscono altri tre vescovi di A.: Charisio, Eraclio, Lazaro. Dal sec. xiv è sede titolare che, fino a metà del sec. xviri, era conferita agli ausiliari di Treviri.
BibL.: F. Vigouroux, Azot, in DB, I, coll. 1307-11. Per la diocesi, cf. G. Bardy, Avot, in DHG, V, col. 1365 sg.
Gaetano M. Perrella
AZPILUETA: v. martín de Azpilcueta, NAVARRUS.
AZPURU Y XIMENES, Thomas. - Prelato spagnolo, n. a Saragozza nel 1713, m. a Roma nel 1772. Fu canonico di Murcia, uditore di Rota per la Spagna in Roma, ed incaricato del re di Spagna presso la S. Sede. Fu insignito di molti benefici e di molte decorazioni; pubblicò numerosi opuscoli; ma la sua opera maggiore fu quella che prestò ai re Borbonici
per il conseguimento del loro ostinato proposito di sopprimece i Gesuiti. Non poté tuttavia vedere la sua opera coronata di successo, perché morì un anno prima che Clemente XIV, alla cui elezione aveva tanto cooperato con l'Azara, pubblicasse il famoso breve. Nel 1758 era stato eletto vescovo di Tortosa, e nel 1770 arcivescovo di Vatenza, senza prenderne tuttavia mai il possesso. La sua corrispondenza, rimasta inedita, è di grande interesse. Da agente, Carlo III l'aveva nominato suo ambasciatore presso il Papa.
BibL.: E. Cerchiani, Santa Romana Rota, II, Roma 1920, p. 251 : Pastor, XVI, II, 1-450, passim. Luigi Berra
AZTECHI : v. MESSICO, RELIGIONE del.
AZUL, Diocesi di. - In Argentina, suffraganea di Buenos Aires, nello stato omonimo, eretta, il 20 apr. 1934, con ventitré parrocchie della diocesi di La Plata. Cattedrale dedicata a Nostra Signora del Rosario. La diocesi ha una superfice di 72.936 \mathrm{kmq}. e conta 427.500 cattolici, su 450.000 ab.; 25 parrocchie; 49 sacerdoti diocesani e 14 regolari.
BibL.: AAS, 26 (1934), p. 358; 27 (1935), pp. 258, 259, 261; Anuario Católico Argentino, 1935, pp. 432-34; 1939, p. 299. Giovanni Meseguer
AZZANESI, Achille. - Colonnello pontificio, n. a Roma il 10 ag. 1823, m. ivi nel 1888. Entrato in servizio il 10 ag. 1839, combatté contro gli Austriaci a Cornuda ed a Vicenza nel maggio e giugno 1848, e l'anno dopo a Roma contro i Francesi. Si distinse a Castelfidardo ( 18 sett. 1860), nella repressione del brigantaggio (1864-67), nel difendere e rioccupare il Viterbese durante l'autunno del 1867 . Il 20 sett. 1870 tenne il comando della prima zona di difesa, conglobante la città Leonina ed il Vaticano. Fu una delle più belle figure romane del suo tempo; godeva fama di uomo colto.
BibL.: G. Badii, s. v. in Diz. del Ris. Naz., I, Milano 1930, p. 135 ; P. Dalla Torre, Materiali per una storia dell'esercito pontificio, in Rast. Stor. del Ris., i (1941). Paolo Dalla Torre
AZZI, Orazio (Ignazio) degli. - Esegeta francescano, n. a Parma il 27 apr. 1673, m. l'i i nov. 1757. Nell'Ordine fu lettore di teologia e definitore; fu caro ai pontefici Clemente XII e Benedetto XIV, ai quali dedicò i suoi vari commenti alla S. Scrittura, in specie al Genesi (1707), ai Salmi, al Cantico.
L'opera sua maggiore è Esposizioni letterali e morali sopra la S. Scrittura ( 13 voll., in.40, Venezia 17361746). Il suo stile fu biasimato per la prolissità; si studiò però di emendarlo. Nel 1740 ca. fu aggregato alla Società letteraria Albrizziana di Venezia.
Arduino Kleinhans
AZZOGUIDI, Baldassarre. -'Nobile cittadino bolognese, n. nei decennio tra il 1430 e il 1440 . Introdusse per primo l'arte tipografica in Bologna, associandosi nell'impresa l'umanista Francesco Dal Pozzo e Annibale Malpigli; il primo ebbe l'incarico di scegliere le opere da stampare e di correggere le prove, il secondo di eseguire il lavoro materiale. La prima opera uscita dai suoi torchi, un testo di Ovidio, reca la data del 1471, con questa sottoscrizione: «Balthesar Azoguidus Civis Bononiensis honestissimo loco natus primus in sua civitate artis impressoriae inventor... ad utilitatem humani generis impressit; MICCCCLXXI». L'A. proseguì la sua opera fino al 1480 , quando condizioni avverse lo costrinsero a desistere dall'impresa. Fra le sue edizioni, circa una trentina, in carattere romano, rivestono particolare valore per la loro rarità la Vita di Guerino cognominato Meschino (1475), gli Statuta Civilia Communis Bononiae (1476), e il Decamerone del Boccaccio (1476).
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(da C. I" Chlcdowsh: Bic Mencchro des Barock, Mionero Bell) Azzolini Decio - Ritratto di J. F. Voet (sec. xvir). Berlino, Kaiser Friedrich Muscum.
L'elenco delle edizioni si trova in D. Reichling. Appendices ad Hainii Copingeri Repertoriun bibliographicum, Monaco 1911, pp. 135-36.
Bibl.: A. Sorbelli. I primordi della stampa in Bologna: B. A., Bologna 1909; D. Fava, Manuale degli incunabali, Milano [1939], p. 101. - Cf. anche L. Sighinolfi, Francesco Puteolano e le origini della stampa in Bologna e in Parma, in La Bibliofilia, 13 (1913-14). p. 722 sgg.
Alessandro Fratesi
AZZOLINI, Decio. - Cardinale, n. a Fermo l'ir apr. 1623, m. a Roma l's giugno 1689. Laureatosi giovanissimo in filosofia, fu in Spagna al seguito del nunzio Panciroli. Innocenzo X, nel 1644, lo nominò segretario della cifra; morto, nel 1651, il Panciroli, A. prese la direzione degli affari della Segreteria di Stato fino all'arrivo del vescovo di Nardò Fabio Chigi, nominato segretario di Stato. Dopo aver ricoperto l'ufficio di segretario dei brevi ai principi, nel 1654, fu creato, da Innocenzo X, cardinale diacono di S. Adriano.
Nel Conclave del 1655 fu a capo del cosiddetto "squadrone volante" che intendeva favorire l'elezione di un cardinale, senza subire l'influenza della Francia o della Spagna. E anche nei successivi conclavi cui partecipò tenne tale fermo e deciso atteggiamento.
Clemente IX lo nominò segretario di Stato; nel 1668 A. optò per la diaconia di S. Eustachio. Divenne, poi, successivamente titolare di S. Croce in Gerusalemme, di S. Maria in Trastevere e di S. Prassede.
Dell'A. si ricordano l'opera svolta a favore del collegio Piceno che, per il suo intervento, ebbe da Clemente IX la chiesa di S. Salvatore in Lauro, la protezione accordata al poeta Francesco di Lemene, l'amicizia con Cristina di Svezia che lo chiamò il massimo di tutti i cardinali, anzi di tutti gli uomini.
Bibl.: G. Bild, Christine de Suide et le curd. A., Parigi 1899; Pastor, XIV, passim.
Mario De Camilli
AZZOLINO (Ascelinus, Aicelinus, Azelinus, Ezelinus). - Lombardo (di Cremona?), domenicano, mandato da Innocenzo IV al «re dei Tartari». Partì da Lione nel marzo 1245 e passò probabilmente in Siria o in Palestina, dove scelse per compagni altri tre domenicani. Nel 1247 la missione arrivò a Tiflis dove le si aggiunse fra' Guicciardo da Cremona, dimorante nel convento domenicano di quella città. Il 24 maggio 1247 gli inviati incontrarono un accampamento mongolo, al cui capo, Baigiunojan, consegnarono le lettere del Papa. Frate A. tornò a Lione nell'estate del 1248 con due messi tartari, recanti al Papa un editto del gran khan Güyük, e una lettera di Baigiu. Fra' Simone di StQuentin, uno dei compagni di A., stese una relazione del viaggio, della quale sussistono soltanto frammenti, inseriti nello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais.
Bibl.: P. Pelliot, Les Mongols et la pahauti, in Revue de l'Orient chrétien, 24 (1924), pp. 223-232; G. Soranzu, Il Papato, l'Europa cristiana e i Tartari, Milano 1930, pp. 113-15.
Raimondo Loenertz
AZZONE de Ramenghis. - Canonista italiano del sec. xiv, genero di Giovanni d'Andrea (v.); fu professore a Bologna certamente nel 1339; m. intorno al 1346. Si conoscono di lui due opere di diritto canonico: Repetitiones (falsamente attribuite al coevo romanista Azzone), e Quaestiones (inedita).
AZZORRE: v. ANGRA, diOCESI di.
AZZURRI, Francesco. - Architetto, n. a Roma nel 1827, m. ivi nel 1901; presidente dell'Accademia di S. Luca, nelle sue maggiori opere di architettura civile rielabora motivi classici e tradizionali, occupando una significativa posizione nell'architettura dello scorcio del secolo, quando, cioè, stava per interrompersi la tradizione neoclassicista. A lui si deve, tra l'altro, il restauro di S. Maria in Monticelli e la costruzione della cappella di S. Lucia (1861) nell'arciconfraternita del Gonfalone a Roma, il restauro di Palazzo Venezia e della Cancelleria e il disegno della cancellata di Palazzo Barberini. All'A. spetta il merito di aver costruito e ampliato molti ospedali, secondo criteri diversi da quelli usati fino ai suoi giorni.
Bibl.: R., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 297; F. Azzurri, La chiesa di S. Maria in Monticelli e i suoi rittuori, Roma 1860; G. De Angelis d'Ossat. L'architettura in Roma negli ultimi tre decenni del sec. XIX, ivi 1942, passim.
Maria Vittoria Brugnoli
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BA. - Nome che gli antichi Egizi davano all'anima intesa come capacità di sopravvivere assumendo forme diverse e che al plurale ( b 3.w) significa "potenza". Il segno con cui era espresso graficamente rappresenta per alcuni la ciconia nigro, per altri la scopus umbretto. Secondo gli Egizi l'anima, alla morte dell'individuo, non si allontanava completamente dal corpo, ma vi rientrava a piacere. Specie di notte l'anima si riposava sul cadavere: essa è rappresentata sotto forma di uccello che allarga le ali, talvolta con faccia di uomo barbuto. L'idea che gli Egiziani antichi credessero alla trasmigrazione delle anime, come gli Indiani, non è attestata. Secondo gli Egizi, dopo la morte le anime, a loro piacere, solo momentaneamente, potevano assumere l'aspetto di un animale o di una pianta. Significativo è il fatto che anche le divinità possedevano uno o più b. e che il termine era talora usato come sinonimo di dio.
BbL.: J. Vandier, La religion égypsienne, Parigi 1944, pp. 122-23 (con hdd.).
Bresta Bacchi.-
BAADER, Franz Xaver Benedict von. - Filosofo e teosofo n. a Monaco di Baviera il 27 marzo 1765, m. ivi il 23 maggio 1841. Studiò medicina alle Università di Ingolstadt e di Vienna, poi mineralogia e geologia all'accademia di Freiberg. Un soggiorno di alcuni anni (1792-95) in Inghilterra lo mise in contatto con le correnti spirituali colà vigenti. Mentre dai sociologi inglesi, specialmente dal Burke attinse alcune delle idee fondamentali della sua teoria sulla società, l'empirismo ed il deismo contribuirono ad orientarlo verso la teosofia del St. Martin e del Böhme, che rimasero poi i maestri del suo pensiero. Ritornato in patria entrò in relazione di amicizia con lo Schelling e, in parte sotto il suo influsso, concepì il programma della «filosofia positiva» e si avvicinò al realismo ed al teismo. Nel 1826 fu chiamato alla cattedra di teologia speculativa dell'Università di Monaco. Le deviazioni però della sua dottrina ed il suo atteggiamento antipapale ed episcopalistico, per cui divenne un precursore del "vecchio cattolicesimo", condussero alla rottura con i suoi amici cattolici. Morì isolato, riconciliato sul letto di morte con la Chiesa.
B. fu uno dei pensatori più importanti del romanticismo e della restaurazione. La sua produzione letteraria comprende numerosi articoli, recensioni, memorie, ed anche esposizioni più ampie, benché non propriamente sistematiche cui attese nei due ultimi decenni della vita. Il B. mira ad essere anzitutto l'araldo di una filosofia religiosa per cui la fede cattolica diventi sapere speculativo. Ogni forma di sapere è "con-scientia" cioè partecipazione alla conoscenza divina. Solo accettando la fede e seguendo le sue ispirazioni l'uomo perviene a un retto uso della ragione e al suo pieno sviluppo. Anche la fisica vera è una scienza cristiana ed è da costruirsi sulla base dell'amartologia e della soteriologia teologica. La filosofia della società deve fondarsi sul principio che gli individui possono unirsi soltanto mediante la fede, perché una fiducia reciproca presuppone la fiducia comune in Dio.
In teologia il B. segue le idee del Böhme, sviluppandole in rapporto ai problemi e motivi dell'idealismo contemporaneo, specialmente di Schalling e di Hegel. Dio riassume nella sua essenza il dualismo di natura e di spirito. Il rapporto fra questi due momenti originari viene elevato, per un processo immunente ed eterno, dalla indifferenza primitiva ad uno stato di completa subordinazione della natura allo spirito. Da questo primo processo "logico", per cui Dio si realizza come perfetta "soggettività" spirituale, è da distinguere il processo reale ed emanativo, per cui Egli si sostanzia in Tre Persone. B. connette però questo secondo processo con i momenti del primo fino a porre in pericolo la consustanzialità delle Persone Divine. La creazione è diversa dai processi nominati, e concepita come
una specie di prolungamento ad extra delle produzioni interiori. L'idea divina, che nel Logos è divenuta idea viva ed annunziante, raggiunge nella creazione lo stato di idea enunziata e particolarizzata. La concezione dell'essere finito del B. è teapanistico: le creatur, non esistono per sé e fuori del Creatore. L'etica è interamente basata sulla sua teoria del peccato originale e dell'Incarnazione; il concetto centrale non è quello della legge o del dovere morale, ma della riconciliazione delle forze discordi della natura caduta, e della riconquista dello stato di armonica integrità, proprio del primo uomo. In Cristo è riapparso l'uomo come doveva essere, in cui cioè libertà e legge coincidono. Benché il B. non trascuri il lato morale della partecipazione alla grazia del Redentore, la considera tuttavia piuttosto sotto un aspetto cosmo-fisico, ed inclina perciò verso un certo naturalismo etico.
L'influsso postumo di B. è stato relativamente limitato. V. S. Soloviev e N. Berdiaev lo hanno considerato come uno dei maestri della saggezza cristiana.
BbL.: Edizione completa: F. v. B.s identiche Werke, 16 voll., Lipsia 1831-60. - Opere principali: Fermata cognitionis, I-IV, Berlino 1822-24; V. Lipsia 1823; Vorlesungen über spekulative Dogmatik, fasc. 1, Stoccarda 1928; fascc. 2, 3, 4, Münster, 18301836; fasc. 3, Monaco 1838. - Edizioni parziali: F. B., Grundzüge der Saviztätsphilosophie, Hellerau 1917. - Studi: A Stoccki, Geschichte der neueren Philosophie, II, Magonza 1883, pp. 326369: F. Werle, Der Mystiker F. v. B., Lipsia 1924; D. Baumgardt, F. v. B. und die philosophische Romantik, Halle 1927; J. E. Erdmann, Die Entzichtlung der deutscher Spekulation seit Kant, III, Stoccarda 1931, pp. 287-340. Beda Thum
BAAL (ba 'al = «signore, padrone, possessore -). Drvinità adorata da quasi tutti i popoli del vicino Oriente ed in Africa. Nella Bibbia è designato con l'articolo (hab-ba'al), omesso nei documenti di Ras

(lat. Musci Vaticani)
Ba - Raffigurazione dell'anima sotto forma di uccello con capo umana. Affresco parictale nella tomba della regina Nefertère (XIX dinastia, sec. xir a. C.) - Tebe, Valle delle Regine.
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Samrah. E incerto se il culto di B. sia di origine semitica o hittita. B. era lo spirito della fertilità, il principio maschile, cui era sacro il toro (la sua paredra, il principio femminile, era Baalat, o ' \bar{A} \bar{s} \bar{r} \bar{a} h [v.] o Biltith, o Beltis). Presiedeva ai fenomeni della natura ed emetteva la voce per mezzo del tuono, lanciava i fulmini, cavalcava le nubi, versava la pioggia. E rappresentato con armi e lancia in mano, diadema a raggiera (sole?) e gli bammduhm (secondo Rašī «colonne solari»; secondo Ingholt e Vincent «ara per bruciare incenso»; secondo Albright «braciere»). Non pochi antichi l'identificavano con Kronos o Saturno, poi con Giove ed in particolare col Iuppiter Eliopolitano (dio del sole) di Ba'albek (v.).
Dal luogo dove era adorato, o verso il quale si supponeva aver predilezione, o dall'ufficio attribuitogli, sorsero molteplici denominazioni (ipostasi) di B. (Baalim): Baalsamin (Balsamen) = B. del cielo, B. del Libano, B. Bérith (dell'alleanza), B. Markador (della danza ?), B. Mrp (sanatore), e Beelphegor (v.), Beelsephon (v.), Beelzebub (v.). Il territorio cananeo, prima dell'invasione israelitica, era ripieno di Baalim. Presso alcuni popoli, B. era adorato sotto altro nome, ma con le stesse prerogative: Mehal a Beisan, Rešoph-Seth in Egitto, B. Samin, Malak Bel, Jarchi Bel, Agli Bol a Palmira, B. Нaиmōn a Cartagine, Tešup tra gli Hittiti e i Hurriti, Melqart (v.) a Tiro, Hadad (v.) tra i Cananei.
E. Dhorne pone il culto di B. in connessione con l'idea che i nomadi avevano della divinità protettrice, che, in simbiosi coi membri della tribù, era considerata non solo padre, madre, fratello, parente, ma anche "padrone" o Baal; col moltiplicarsi degli dèi, si moltiplicarono i Baalim, di guisa che ogni città ebbe il suo B. e la sua Baalat (I Sam. 7, 3 sgg.; 12, 12); dal culto amorreo di «B. delle alte cime», nacque il B. del cielo, il B. S̆mn, Balsamen. Secondo F. Cumont, B. è il dio della tribù da cui in cambio della protezione, esigeva adorazione; la sua sovranità si estendeva col considerare clienti gli adoratori stranieri, per cui B. diveniva dio universale; "padrone" della terra perché la feconda, risiede in cielo da dove elargisce pioggia e calore (B. della fertilità). Secondo W. R. Smith, si passa dal concetto di terra di B. (sotto fertile, quindi preferita dal dio) a quello di B. possessore di quella terra. Dio della fertilità, divenne regolatore delle acque e della pioggia, colui che presiede alla produzione della vita animale e alle relazioni sessuali, quindi il marmo della terra; il principio maschile. Si ritiene più probabile, con Vigouroux e Lagrange, che il nome B. implichi un attributo della divinità, supponendo l'esistenza di un dio padrone e signore dell'universo.
I documenti di Ras Samrah (v.) ne lumeggiano la figura. Secondo il mito di Baal e Alejan-Baal, B. è uno dei 70 figli di Ašerat del mare e padre di Alejan-B. A differenza degli altri dèi, non ha tempio finché ' \bar{A} \bar{s} \bar{r} r a ̄ h non gliene ottiene la costruzione, eseguita con mattoni e cedri sulle cime del Saphon (M. Casio?), da Košer, Hasis ed Hjón, che vi aprono un abbaino perché B. "il cavalcatore delle nubi " possa emettervi la voce santa. La dedicazione è celebrata con ecatombi di buoi, montoni, capri, vitelli, agnelli. B. (con Alejan-B.) essendo in lotta con Mōt, genio delle mèssi estive (quindi della siccità), è il dio delle acque benefiche che fanno germogliare e crescere le piante. Eliminandosi a vicenda, B. (ed Alejan-B.) scende nelle viscere della terra al tempo delle mèssi, Mōt al tempo delle piogge. Mōt dalla dimora tenebrosa invia un messaggio che per arrivare a B. dovrebbe trafiggere Ltn (il Leviathan biblico?), serpente tortuoso dalle sette teste. A B. (e Alejan-B.) appartengono le nuvole, il vento, il fulmine, le piogge, i sette giovani, gli otto porci, la cosa della luce e il lampo. Risorto, B., accompagnato dalle figlie (Pidrija, figlia della luce, Talija, figlia dell'abbondanza, ed Arṣija) sale sulle cime del Saphon, dove è l'oro, cacciandone l'aurpatore Saphon. Dopo di che 'Anat uccide Mōt, restituendo così alla terra lo spirito della vegetazione.
B. era «encrato sui terrazzi delle case (Jer. 32, 29; II Reg. 23,12), nei templi (I Reg. 16,32; II Reg. 10, 21-27; 11,18) e specialmente sui bámōth (v. bĀMĀH); cf. Ier. 19.5; 32,35; I Reg. 18,20. Intorno alle are si erigevano gli báminduhm e si offrivano a B. anche vittime umane. Tali riti, crudeli e impudicissimi, sono esecrati dalla Bibbia (I Reg. 18,19-25; II Reg 10,19; Jer. 19.5; 32.35).
Il culto di B., nonostante la severa proibizione della legislazione mosaica, fu caro anche agli Israeliti. Al tempo dei Giudici adoravano i Baalim e le ' \bar{A} \bar{s} \bar{r} r i m (Indc. 2,11-13). Sotto Achab, genero di Ithobaal II di Tiro, nel regno di Israele si contavano 450 sacerdoti di B. e 400 di ' \bar{A} \bar{s} \bar{r} r a ̄ h e solo 7000 uomini ne rifiutarono il culto. L'energica reazione di Elia culminò con la sfida del Carmelo (I Reg. 16; 18,16-40). Promosso di nuovo da Ochozia, fu osteggiato da Ioram e sradicato da Iehu (I Reg. 22,54; II Reg. 3,2; 10, 18-28). Atalia l'introducse anche in Gerusalemme, ma l'aboli Iosa (II Reg. 11, 18; II Par. 23,17). Rimesso in onore da Achaz e Manasse, fu combattuto da Ezechia e Giosia (II Reg. 18,4; 21,3; 23,4-5). Però i sacerdoti di B. operarono fino all'esilio, dopo il quale il culto di B. scompare (Jer. 2,8, 23; 7,9; 9,14 sgg.). Alcuni nomi biblici terminanti in B. furono poi mutati in böseth ("ignominia ") : Isboseth per Isbaal, Mefiboseth per Mefibaal, ecc.
BtBL.: F. Vigouroux, s. v. in DB. I. coll. 1315-21: F. Cumont, s. v. in Pauly-Wissowa, Rewlenzychoódie, II. coll. 2647-52: M. J. Lagrange, Etudes sur les religions sémitiques, Parigi 1903, pp. 83-90; W. R. Smith e S. A. Cook, Lectures on the religion of the Semites, Londra 1927, pp. 93 sgg., 108 sg., 533 sgg.; H. Vincent, Le B. cananéen de Beysan et sa paridre, in Revue Biblique, 38 (1928), pp. 512 543: id., La notion biblique du Haut-Lien, ibid., 53 (1948), pp. 245 278; S. Langdon, Semitic mythology, Boston 1931: R. Dussaud, La mythologie phénicienne d'après les tablettes de Ras Shamra, in Revue de l'histoire des religions, 104 (1931), pp. 323-408: id., Le sanctuaire et les dieux phéniciens de Ras Shamra, ibid., 105 (1932), pp. 245-502: id., Le vrai nom de Ba'al, ibid, 110 (1936), pp. 5-20: id., Les découvertes de Ras Shamra (Ugarit) et l'Ascien Testament, Parigi 1937, pp. 68-81; E. Dhorne, L'évaluation religieuse d'Israel, I: La religion des Hébreux nomades, Bruxelles 1937, p. 313 sgg.; H. Seyrig, Iconographie de Malakbâ, in Syria, 18 (1937), pp. 108-209: G. Furiani, in Storia delle religioni di P. Tacchi-Venturi, II, 2^{2} ed., Torino 1939, pp. 83-125; id., La frasta di Adad, in Rendiconti dello B. Arcad. nav. dei Lincei, 8 (1932), pp. 374-86; H. Inghol, Le sens du mot hamndu, in Mélanges-Dussaud, H. Parigi 1939, pp. 793-802; B. Mariani, Dunsl «il patriarca sapiente - nella Bibbia, nella tradizione, nella leggenda, Roma 1945, pp. 156-59. 330351; W. F. Albright, Archaeology and the Religion of Israel, Baltimore 1946.
BAS'ALBEK. - Antica città della Celesiria tra il Libano e l'Antilibano all'altezza di 1170 m . nella fertile valle di Bekaa, presso le fonti del Litani; l'origine, che la leggenda mette in relazione con Salomone, ne è sconosciuta; il nome di Ba'albiki si trova nelle antiche iscrizioni assire e egiziane. La prima parte del nome indica la città come un luogo principale del culto fenicio di Baal, mentre la derivazione della seconda parte è incerta. I Greci, identificando il loro dio del Sole con Baal, la chiamarono Heliapolis, mentre i Romani parlarono del Giove di Eliopoli. Accanto a Giove anche Mercurio e Venere vi avevano dei templi e, come mostrano monete del I sec., la città fu fatta da Augusto colonia romana col nome Iulia Augusta Felix. L'imperatore Antonino Pio (138161) costruì un grandioso tempio alle divinità sunnominate, il quale fu terminato dai suoi successori fino a Caracalla (211-17). Anche a Bacco fu costruito un tempio. L'imperatore Teodosio (379-95) distrusse il grande tempio e costruì dinanzi ad esso una basilica cristiana.
La città di oggi, a est dell'antica città, conta ca. 8000 ab. (musulmani sunniti e sciiti, cattolici melchiti e maro-
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niti, "ortodossi ). E famosa per le rovine gigantesche della sua acropoli, in gran parte scavate dai Tedeschi nel 1900-1904, su cui si ergeva il grande tempio di Giove (o del Sole), alto ca. 20 m ., e quello piccolo di Bacco. Le muraglie di cinta del nord-ovest sono fatte di blocchi colossali. La base, alta 7 m ., è in pietre che hanno in media 9 m . di lunghezza, 4 m . di altezza e 3 di spessore. Tre blocchi timmici formano l'assisa del laco occidentale e mi. turano ognuno più di 19 m . di lunghezza, 4 m . di altezza e 3 m . di spessore. Nella storia dell'arte si mostra qui l'orte greca accomodata dai Romani (volte a botte), i quali imitavano le grandiose costruzioni degli Egiziani.
Dal sec. it forse, certamente dal tempo di Costantino (Eusebio, Vita Const., III, 58: PG 20, 1125),
B. fu sede vescovile del distretto Ploenice Libanensis; verso il 400 dipendeva dalla metropoli Damasco. Presa dagli Arabi nel 634, disputatissima durante le Crociate, 11. ha oggi due presuli orientali (cattolici): vescovo mellita (con ca. 7500 fedeli in 14 parrocchie) e arcivescovo (" minore") maronita, residente a 'Aramūn (Libano); l'eparchia maronita, non, anteriore al 1670, conta ca. 42.000 fedeli in 71 parrocchie, con ca. 120 sacerdoti e 30 monaci.

iib. G. Centrouk, L'Art de l'Asie occidentale ancienne, Parigi B112; BA'ALBek - Tempio di Atargatis (sec. III).
Bibl.: Beer, He-
liopolis, in Pauly-Wissowa, Realencyclop., VIII, 1, coll. 47-49; B. Meisternann-Bellorini, Guida di Terra Santa, Firenze 1925. pp. 672-80; H. Thiersch, Zu den Tempeln und zur Basilika von B., Gortinga 1925: L. Pirot, s. v. in DBs, I. coll. 685-713; S. Ronzevalle, Jupiter Heliopolitain, Nova et Vetera, Beirut 1937. Per la storia cristiana di B., vedi C. Korolevskii, Histoire der Patriarcats melhites, III, Roma 1911, pp. 310-12; id., s. v. in DHG, VI, coll. 4-8; Annuario Pontificio, 1929, pp. 175.
BAANA (ebr. Ba'ânāh). - Comandante di una schiera di soldati di Isbosech, figlio di Saul. Vista perduta la causa di Isboseth dopo la morte di Abner (v.), congiurò insieme al compagno Recalo contro la vita del principe. Ucciso Isboseth, si presentarono al rivale Davide, il quale, però, punì di morte l'assassinio (II Sam. 4, 2-9).
Altri personaggi biblici portano egual nome: uno dei 37 prodi di David (ibid. 23, 29); uno dei reduci dall'esilio (Ebd. 2, 2; Neh. 7, 7; 10, 27); uno dei 12 intendenti di Salomone, preposto su Aser e Balot (I Reg. 4, 16 : ebr. però Ba'ānā', come in Neh. 3, 4). Angelo Penna
BAASA (ebr. B a^{′} \bar{c} \bar{a}^{′} " ardito" o "malefico"). Terzo re d'Israele ( 908-885 a. C.), figlio di Ahia, di Issachar, capo della milizie del re Nadab, uccise questi mentre assediava Gebbethon e usurpò il trono sterminando i maschi della dinastia di Jeroboam, come aveva prodotto Ahia Silonite (I Reg. 14,10-11). Si scelse una nuova capitale, Thersa.
Fu in continua guerra contro il regno di Giuda, riuscendo a invaderne la parte settentrionale e occupando Rama, 9 km . a nord di Gerusalemme. Ma negli ultimi anni di regno perdette questo vantaggio, dovendo fron-
teggiare a nord l'invasion" (tutto Neftali) di Benadad I, re di Damasco, prima suo alleato poi collegato con Asa re di Giuda. Il rovescio militare gli alienò il favore del popolo. Il profeta Jehu ben Hanani gli preannunzio lo sterminio della sua stirpe in punizione della sua idolatria (I Reg. 15, 33-16, 7). Avveratosi sotto il figlio Ela (v.), il castigo rimase celebre nella storia biblica (ibid. 21, 22; II Reg. 9, 9; Jer. 41, 9).
BABAJ di GĒḍ̄̄tĀ. - Musicista del sec. viII, riformatore del canto nestoriano, assai decaduto ai suoi tempi. Fondò 24 (secondo altri 60) scuole nelle diocesi di Marga e Adiabene. Testi liturgici da lui composi sono ancora in uso nella liturgia nestoriana. Bibl.: G. S. Assemani, Bibl. Orient., III, 1, Roma 1722, pp. 177-81; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 212 , sc.
B \bar{A} B A J il Grande. - Patriarca nestoriano. N. nel 540 in Bēt 'Ajnātā, e si formò sotto la direzione di Abramo di Kaškar (v.), fondatore del monastero del Monte Islà, e quindi del di lui successore Dàdīšó (v.), cui successe nel governo di quel "Grande Monastero». Quando nel 607 morì il patriarca Gregorio e Cosroe II proibì ai nestoriani di eleggere un successore, B. resse - senza es-
tere vescovo e dietro preghiera dei vescovi - le sorti di quella Chiesa per 17 anni. Morto Cosroe II nel 628, B. fu eletto patriarca, ma preferì ritornare al monastero. Il catalogo di Ebediesu gli attribuisce 84 volumi.
L'opera sua più importante è quella che presso Ebediesu è intitolata "sull'unione" mentre nei manoscritti porta altri titoli. Con essa (ed. da A. Vaschalde nel 1915, in Corp. Scrip. Christ. Orient.), B. dà un'esposizione della dottrina nestoriana intorno all'Incarnazione e all'Eucaristia. Scrisse fra l'altro commentari sulle Centurie di Evagrio ed i 60 capitoli che le seguono, nonché una interessante storia del monaco Giorgio martirizzato nel 612 , la quale fu pubblicata dal Bedjan in Hist. de Mar Yabalaha, Pari-gi-Lipsia 1896, pp. 416-571 e tradotta da O. Braun in Bibl. der Kirchenväter, 37, p. 221 sgg. Un commento sulla Scrittura, molte biografie di nestoriani, regole per i novizi e canoni per i monaci sono opera sua, e suoi molti inni inseriti nel Breviario caldeo.
Bibl.: G. S. Assemani, Bibl. Orient., III, III, Roma 1723, pp. 88-97: ove si riferiscono per esteso le parole di 'Amr ibn Mettā e specialmente quelle di Tommaso di Mergā e di altri; A. Baumstark, Geschichte der syr. Literatur, Bonn 1922. pp. 137-39; V. Grumel, B. le Grand (VI et VII), in Echos d'Orient, 22 (1923), pp. 123-81 e 237-80; 23 (1924), passim. Pietro Blair
BĀBAJ bar NĕsibnĀjē. - Monaco nestoriano del sec. vi, denominato anche il Piccolo, per distinguerlo da Bābaj il Grande, con il quale ebbe gravi divergenze. N. in Nisibi e all'età di 22 anni vesti l'abito monastico sotto la direzione di Abramo di Kaškar: alla morte di questo (588), B. andò a rinchiudersi in una grotta nella montagna di Adiabene (o Hazzah) e dopo molti anni fece ritorno sul monte Izlā ove
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sulle rovine dell'antico monastero di Mār Samuele ne eresse uno nuovo che portò il suo nome. Sopravvisse 31 anni a questa fondazione e morì a 75 anni e mezzo non prima del 630 .
Scrisse sermoni metrici (mémré) sulla penitenza, e laudi per le domeniche dopo l'Epifania, per il digiuno dei Niniviti e per quello quaresimale, che figurano in vari manoscritti a Mossul, a Cambridge, a Parigi e Berlino. Le laudi per le domeniche sono stampate in The Book of Governors di Bugde (II, Londra 1893, p. 300), nel Breviario caldeo in Kétäbā daqdam wa dēbātar (Urmia 1901). In questi ultimi due sono stampati anche i testi quaresimali. Presso J. A. Maclean, East Syr. Office (Londra 1894) e in Theologische Quartalschrift, 48, p. 193 sg. vi è la traduzione di molte laudi. Altre opere tra quelle attribuite a B. da 'Abdīšn' (G. S. Assemani, Bibl. Orient., III, III, Roma 1725, p. 181) sono perdute.
BibL.: PO 13. 454-56; A. Scher, Les étricains syrieos aviectaux, in Revue de l'O. rient Chrét., II (1506), pp. 18-19; F. Nau, Ilistoires d'Abraham de Kallior et de B. de Nisibe, ibid., 21 (1918), pp. 171-72; A. Baumstark, Geschichte der syr. Literat., Bonn 1922, p. 132.
Pietro Sfair
BABELE, TORRE di. - Costruzione eretta a Babilonia (Babel) a scopo politico-religioso, e rimasta incompiuta (Gen. 11, 1-9). Il frazionamento dell'umanità in popoli discordi deriva da un "peccato originale" collettivo (cf. Ps. 2, 4) : è un casti