volume-02

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 et de B. de Nisibe, ibid., 21 (1918), pp. 171-72; A. Baumstark, Geschichte der syr. Literat., Bonn 1922, p. 132.

Pietro Sfair
BABELE, TORRE di. - Costruzione eretta a Babilonia (Babel) a scopo politico-religioso, e rimasta incompiuta (Gen. 11, 1-9). Il frazionamento dell'umanità in popoli discordi deriva da un "peccato originale" collettivo (cf. Ps. 2, 4) : è un castigo di Jahweh, perché l'unione degli uomini fomentava la superba rivolta a Dio. Gli abitanti di Sennaar (Babilonide) stabilirono di fabbricare, in mattoni e asfalto, una città dominata da una torre "la cui cima raggiunga il cielo; ci faremo così un monumento (šem, come in II Sam. 8, 13) e rimarremo uniti ". Le tribù volevano costruire una torre di un tempio "altissima" (ciò significa "fino al cielo" in sumero e in accadico), per simboleggiare l'unità del loro regno pagano. Indignato da tale orgoglio titanico (cf. Is. 14, 13-15), Dio (Yahweh in tutto il passo, che a torto O. Happel, dopo H. Gunkel, vuol dividere in due documenti : J^{1} e J^{2} ) confonde le lingue, cioè il comune accordo nel pensare, dei costruttori, che, abbandonata l'impresa ambiziosa, si disperdono per il mondo. Il nome Babel evoca "confusione", secondo l'etimologia popolare ( b a l bèl dal verbo bāld; ma in realtà è Bāb-ili: "porta del dio", come conferma il nome sumero Ka-dingirr a^{41} ).

L'evento biblico deve collocarsi o nel periodo neolitico (A. Bea, in Verbum Domini, 18 [1938], p. 15), o, come suggerirebbe l'uso dei mattoni, nei calcolitico. Gli idiomi erano forse allora già differenziati (Gen. 10, 5. 20. 31); certo le lingue si sono ramificate con il lento formarsi dei popoli, come già notava s. Gregorio Nisseno (Adv. Eunom., XII : PG 45, 996 sg.). Secondo J. Chaine (p. 68), il racconto biblico sarebbe "una risposta del folklore ebraico alla questione dell'origine delle lingue".

Non si è trovata allusione, finora, a questo o simile racconto nei documenti cuneiformi. Il testo di Alessandro Poliistore ( 80-40 a. C.) in Eusebio (Chron., I, 4 : PG 19,123; Praep. Evang., IX, 14 : PG 21,701) dipende dalla Sibilla giudaica (III, 97 sgg.), cioè da una leggenda haggadica. Negli scarsi accenni conte-
nuti nelle tradizioni primitive dei popoli (India, Persia, Grecia), il tentativo di raggiungere il cielo con una costruzione e la confusione delle lingue non si presentano con un nesso di causalità; le leggende in merito dell'America Centrale e della Corea sono dovute a influssi cristiani (P. Heinisch, Das Buch Genesis, Bonn 1930, p. 201). Il mito greco della costruzione dei Titani ribelli al cielo (Virgilio, Georg., I, 281) è adattato alla t. di B. da Dante (Inf., XXXI,77sg.; De Vnlg. Eloq., I, 7-8), che adduce come autore sempre Nemrod ("Nembrōt": Purg., XII, 34-36; Pur., XXVI, 124-26). "Torre di Nembrotts" la chiama P. Della Valle.

Lat. di B. biblica adottava forse quella che poi sarà la solita forma della ziqquerel o torre a piani babilonese, simile a piramide a piani rientranti collegati all'esterno da un piano inclinato o da scale, che simboleggiava la "montagna del mondo". Le antichissime torri di Ur e di Uruk (Erech) avevano tre piani; quelle deltempio di Nabû a Borsippa (oggi Birs-Nimrūd, "Torre di Nemrod ") e del palazzo di Sargon a Khorsabad sette piani; al fastigio vi era la "cella" della divinità e una specola astronomica. Erano insieme templi e fortezze, costruite in mattoni. Una tradizione (già nel Talmúd bab., Sanhedrin, 109) identificava la torre di B. con le gigantesche rovine di Birs-Nimrūd (oggi ancora alte 46 m .), visitate da Beniamino da Tudela (sec. xII) e, il 23 nov. 1616, da Pietro Della Valle (Viaggio in levante, ed. L. Bianconi, Firenze 1942, pp. 308313) : così R. Ker Porter (1820), J. Oppert, A. H. Sayce, F. Vigouroux, Frd. Delitzsch, H. L. Struck, E. König, C. H. Kraeling, J. P. Peters, L'edifizio di Borsippa (che è a ca. 15 km . a sud-ovest di Babel) è l'E-ur-imin-an-hi "casa dei 7 pianeti del cielo e della terra" dedicato al dio Nabû e ricostruito da Nabuchodonosor II (605-962).

Oggi è ben nota la "t. di B." messa in luce da R. Koldewey, e illustrata da B. Meissner, H. Gressmann, Th. Dombart, G. Martiny, H. Vincent. Nel recinto sacro di Babilonia, a nord del grandioso (quadrilatero di m. 409 = m. 400) tempio di Marduk (Bel) detto \bar{E}-sag-ila ("casa della testa cretta"), si innalzava l'alta torre \bar{E}-temen-an-hi ("casa del fondamento del cielo e della terra") a 5 piani con sopra una terrazza nel cui centro si ergeva il santuario. La torre esisteva già nel II millennio a. C. Il re Nabopolassar (sec. viI a. C.) dichiara di "aver ricevuto ordine da Marduk di ricostruirla... fissando il suo fondamento fino al cuore dell'Arallû e portandone la vetta fino al cielo"; suo figlio Nabuchodonosor la portò al fastigio. Di questa meravigliosa torre, descritta da Erodoto (I, 181; cf. Diodoro, II, 9; Strabone, XVI, 1, 5) e, con accurata indicazione delle misure, dalla tavoletta di Anu-bēl-šunu (sec. III a. C.), la base quadrata misurava ca. m. 95 di lato e l'altezza raggiungeva ca. m. 90 e forse 100 m., K. Galling, Biblisches Reallexikon, Tubinga 1937, coll. 73-75; H. Vincent, p. 408); se ne vedono le rovine al punto chiamato 'Amrān ibn 'Alī.

Ma la Bibbia parla di una costruzione più antica, di cui nulla rimane; così, dopo J. Nikel, H. ZschokkeJ. Döller, pensano gli esegeti più aggiornati. I "critici" vedono in Gen. 11, 1-9 una mera leggenda di

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carattere etiologico (H. Gunkel, in Die Religion in Gesch. u. Gegenwart, V, Tubinga 1931, col. 1325 sg.).

Bibl.: A. Hammerschmid, Die Sprachverwirrung zu Babel, in Theol.-probl. Monatscheift, 8 (1898), pp. 1-13, 89-101, 138160, 228-40; O. Happel, Der Turmbau von Babel, in Bibl. Zeitschr. 1 (1903), pp. 222-31; 2 (1904), pp. 337-50; 3 (1905), pp. 17-31; H. Lesière, La Tour de Babel, in Rev. prat. d'Apolog., 17 (1906, it), pp. 327-63; G. Geiger, Zur babylonischen Sprachverwirrung, in Theol-probl. Monatscheift, 17 (1907), pp. 662-72; R. J. Koldewey, Das wieder erstehende Babylon, Lipsia 1914, 4* cd. 1925 (illustre la torre E-temen-an-h); id., Der babylonische Turm nach der Tontafel des Andelschans, in Mitteil. d. deutschen Orientgesellschaft, 29 (1918), pp. 1-38; Th. Dombart, Der Salvatorat, I: Zibborrat, Monacn1020; id., Der babylonische Torm, in Jahrbuch d. deutsch. arch. Institut, 34 (1920), pp. 49-64; J. P. Peters, The Tower of Babel at Barrigga, in Tournal of Amer. Gr. Soc., 41 (1920), pp. 137-39; B. Meissner, Babylonien und Atriviren, I, Heidelberg 1920, p. 314 sg.; N. Budde, in Festschrift für K.Morris (Beilafi d. Zeitschr. f. d. altes), Wiss., 41), 1923, p. 43 sgg.; P. Heimsch, Der Turmbau von Babel, in Studio Cathol., I (1923), pp. 139-69; H. Gressmann, Israel und the Tower of Babel, Chicago 1928; Th. Dombart, Der babylonische Torm (Der Alte Orient, 29, 11) Lipsia 1930 (c in Klio, 21 (1927), pp. 133-74); F. Ceuppens, De historia primarea, Roma 1934, pp. 377-80; G. Martiny, Der Torm zu Babel, in Forsch. a. Fortschritte, 10 (1934), p. 30 sg.; A. Wadler, Der Torm von Babel: Urgemeinschaft der Sprachen, Basilea 1935 ; M. Honnorat, La tour de Babel et la longue primitive de la Terre, Parigi 1936 ; De Keulenaer, Gen. 11, 1-9, in Coll. Michlin., 11 (1937), pp. 488-83;
O. E. Rawn, Der Torm zu Babel, in Zeitschr. deutsche. Morgenl. Ges., 91 (1937), pp. 352-72; G. Martiny, Etemenaubi, der Torm zu Babel, ibid., 92 (1938), pp. 572-78; F. Wetzel, H. F. Weissbach, Das Hauptbeiligtum des Märdub in Babylon, Eutpila und Etemenaubi, Lipsia 1938; T. A. Busink, De Turen van Babel, Batavia 1938 (cf. O. E. Rawn, in Or. Liter.-Zeitung, 42 (1939), pp. 290-93); H. J. Lenzen, Die Entwicklung der Zibborrat. Von ihren Anfängen bis zur Zeit der 3. Dynastie von Ur, Lipsia 1941 (cf. E. D. Von Buren, in Or. Lit.-Zeit., 46 [1943], pp. 4051 409); P. A. H. de Boer, Gen. 11, 1-5, in Nieuwe theol. Stadiën, 24 (1941), pp. 304-309; G. Contenau, Le déluge babylonien suivi de Islitor aux enfers. La Tour de Babel, Parigi 1941; G. E. Closen, Incontro con il Libro sacro, trad. it., Brescia 1943, pp. 30-34; J. Chaine, La tour de B., in Mélanges E. Podechard, Luone 1942, pp. 67-69; L. H. Vincent, De la Tour de Babel au Temple, in Rev. Bibl., 53 (1946), pp. 403-40; M. Rutten, Babylone, Parizi 1948, pp. 80-88.

Antonino Romeo

BABENSTUBER, Ludwig. - Benedettino, m. a Deining (Baviera superiore) nel 1660, m. a Ettal nel 1726. Emessa la professione nel monastero di Ettal (1682) e terminati gli studi filosofici e teologici all'Università di Salisburgo, fu ordinato sacerdote (1689) e insegnò filosofia a Salisburgo e nel monastero dei Canonici regolari di Schlehderf. Conseguita la laurea in teologia a Salisburgo nel 1695, insegnò nella stessa università teologia morale (1695-1702), teologia
scolastica (1703-10) e scienze bibliche e esegesi (17061716). Ritiratosi nel 1716 dall'università, si recò nel suo monastero di Ettal, ove continuò l'insegnamento della teologia fino alla morte.

L'opera principale di B. è la Philosophia Thomistica Salisburgensis (Augusta 1706, in 4 tomi), nella quale, seguendo l'ordinamento, allora in uso, delle opere di Aristotele, capone, senza grande originalità, il tomismo integrale. Nella sua Ethica supernaturalis Salisburgensis (Augusta 1712) propone il probabilismo nel senso del Laymann, Busenbaum, ecc.

Bibl.: P. Lindner, Die Werke des Ettaler Professors L. B., in Studien und Mitteilungen zur Geschichte des Benediktinervadens, 34 (1913), pp. 723-29; M. Ziegelbauer, H storia rei litterariae O.S. B., III, Vienna 1734, pp. 444-45; L. Glöckert, L. B., in Bencdiktinische Monatscheift, 8 (1926), pp. 141-48; E. Winance, La «Philosophia Thomistica» de L. B., Lovanio 1934, Giovanni Müller

BABEUF, François-Noël. N. a Saint-Quentin il 23 nov. 1760 . In gioventù si fece conoscere per i suoi scritti demagogici sul «Correspondant Picard». A Parigi pubblicò «Le Tribun du Peuple». Fu propagatore di una assoluta eguaglianza fra tutti i cittadini, che, per essere effettiva, non 'doveva limitarsi ai diritti civili e politici, ma essere estesa al campo economico attraverso l'aboli-
zione della proprietà privata e la creazione di una eguaglianza remunerativa per ogni attività di lavoro. A tal fine organizzò un club, «la Società del Pantheon», cui partecipò anche F. Buonarroti (v.). Sciolta l'associazione (1795) gli aderenti pensarono di rovesciare il governo con la forza (Congiura degli Eguali). Tradito, fu condannato a morte; si suicidò il 27 maggio 1797.

Bial.: A. Galante Garrene, Buonarroti e B., Torino 1948. Carlo, Ramacciotti

BABILA, santo, martire. - Vescovo di Antiochia, m. nel 250. Sarebbe quel vescovo che non permise all'imperatore Filippo di entrare in chiesa se non dopo aver fatto la penitenza impostagli. Così il Chronicon Paschale (che riferisce la testimonianza del vescovo antiocheno Leonzio, m. nel 358) e il Liber in s. Babylon, attribuito da molti a s. Giovanni Crisostomo; Eusebio riferisce pure tale fatto, ma non indica né il nome del vescovo, né quello della città.

Secondo Eusebio, B. morì in prigione ad Antiochia, mentre il Crisostomo seguendo una tradizione meno sicura, dice che fu decapitato. Sepolto nel cimitero cristiano della città, fu fatto trasportare nel sobborgo di Dafne dal cesare Gallo (351-54) e nuo-

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vamente rimuovere da Giuliano l'Apostata. I Martirologi siriaco, geronimiano e romano lo ricordano al 24 genn. con tre bambini.

BibL.: Eusebio, Hist. erel., VI, 34 e 30: G. Crisostomo (dubbio), Liber in s. Babylon contra Iulianum et contra Geutiles, 6 e 11: PG 50, 541 e 549-50: Chronicon Paschale, ed. L. Dindorf, 1, Bonn 1832, pp. 503-504: Martyr. Hieronymianum, pp. 59-60: Martyr. Romanum, pp. 33-34: P. Franchi de' Cavalieri, in Note Agingrafiche, VII (Studi e Testi, ed), Roma 1928, pp. 147-48: H. Delchave, Les origines du culte des Martyrs, 2^{°} ed., Bruxelles 1933, pp. 36, 54, 193-95 e passim.

## BABILONESI.

- Popoli che, fin dagli albori della storia, abitarono il "paese fra i due fiumi" (Mesopotamia) Tigri ed Eufrate, che va dall'attuale Bagdad al Golfo Persico, detto Babilonide o Babilonia (v.) dalla città (Babel) che dal 1830 a. C. ne fu la capitale.

Al iv millennio a. C., troviamo Sumeri a sud ed Accadi a nord. E problematica la provenienza dei Sumeri, non semiti. Gli Accadi erano semiti; presero il nome da Accad, capitale del loro primo impero. Questi, rafforzati dall'arrivo continuo di tribù affini, a poco a poco ebbero il sopravvento, occupando tutto il paese. Ai tempi antichi la città quasi confinante con la
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Babilonesi - Genio alato inginocchiato dinanzi all'albero della vite. In basso iscrizione cuneiforme con i titoli reali di Assurnasirpal II (sec. ix a. C.) - Musei Vaticani, scala dei rilievi assiri.
sponda del mare era Eridu, già vicina agli stagni del mare. La pianura mesopotamica superiore, con gli abbondanti canali artificiali, creàtivi dalla saggezza dei governanti, era una terra ricca e ferace, una piccola Egitto.

Sommario: I. Storia. - II. Letteratura babilonese-assira e Bibbia. - III. Religione.

1. Storia. 1. Sumeri-Accadi. - La storia dei B., che arriva fino all'avvento di Ciro ( 538 a. C.), abbraccia due grandi periodi: il sumero, dagli inizi al 1830 , e l'accadico o babilonese.

Nel primo, i Sumeri, apportatori d'una elevata civiltà, di una cultura che influì, per secoli, sull'antico Oriente, della scrittura (la cuneiforme) che fu in uso fin quasi alla nostra èra, ebbero il predominio. Erano tante piccole città-Stati, spesso in lotta tra loro, tra cui: Ur (v.), patria di Abramo (Gen. 15,17); Lagaš (Telloh); Kiš (el-Oheimir); Umma (Gōbah); Adab (Bismajjah); Isin; Mari; Uruk (Warka; l'Erech di Gen. 10,10), Larxa (Senkereh, l'Ellasar di Gen. 10,10). Soltanto a periodi qualcuna domina su tutto il paese; cosi Lagaš con i re Entemena ed Urukagina (inizi III millennio); Umma, con Lugalzaggisi (seconda metà III millennio). Accad, fondata da Sargon (Šarru-kin) I,
il cui impero raggiunge il Mediterraneo, è la capitale del primo impero semita : l'accadico (2360-2180). La III dinastia di Ur (2067-1960), dopo l'occupazione dei Gutci, fu l'ultima manifestazione della potenza sumera.
2. La I^{a} dinastia babilonese. - Il 2^{°} periodo ha inizio con l'avvento (1830) della Ia dinastia babilonese (l'Amorrita), che ha nome da Babel, scelta a capitale (1830-1531). I semiti accadici avevano preparato il terreno all'avvento di questi regnanti di razza semitica. Cinque re amorriti (ca. 1830-1728 ) precedettero il celebre Hammurapi (v.), che giunse all'apice della gloria e del successo. Hammurapi fu il fondatore della grandezza di Babilonia, che, durante il suo regno, ha il predominio sull'intera Mesopotamia, su parte della Siria e dell'Elam. Gli ultimi cinque re della prima dinastia babilonese, pur contando al loro attivo qualche successo militare e continuando a reggere l'impero con saggezza ed equità, non riescono più a ristabilire l'unità dell'impero. Popoli nuovi inquieti si affacciano all'orizzonte, ed incursioni dalle montagne di nord-ovest e di nord-est indeboliscono la supremazia della città di Babel. Samsuditana (ca. 1582-50), ultimo re di questa prima dinastia babilonese, vide il suo paese desolato da una invasione di Hittiti provenienti dalla Cappadocia e dall'Anatolia, che però non rimasero molto tempo nella regione mesopotamica. Già sotto l'immediato successore di Hammurapi, Samsuiluna, sorse una nuova dinastia del "Paese del Mare " (parte sud-est della Babilonide). Dinastia insignificante che rappresenta una ribellione di elementi misti, sumeri ed accadici, alla vittoria semitica babilonese.
3. Dinastia dei Cassiti (ca. 1550-1150 a. C.) - L'invasione hittita, benché di breve durata, causò un grave indebolimento della Babilonia. Essa fu inoltre accompagnata da parecchie altre migrazioni di popoli, fra cui quella dei Cassiti che, stabilitisi in Babel quali dominatori, vi regnarono per oltre 4 secoli.

I Cassiti, che si suppone fossero ariani, imparentati ai Mitanni e Hittiti, abitano, al principio del III millennio, le rive del Mar Caspio (nome derivato da Kassu, essendo la p, nelle lingue caucasiche, terminazione del plurale). L'epoca cassita è povera di documenti. La civiltà degli invasori era inferiore a quella degli abitanti vinti; seppe adattarsi alla cultura ed agli usi del paese.

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Dal punto di vista religioso, i nuovi arrivati fanno a giera con l'elemento locale per onorare la divinità del popolo soggetto. Sotto questi re cassiti sono specialmente interessanti i hudurru (pietre di confine), sui quali si trovano disegnati moltissimi emblemi della divinità (v. Maṣṣ̣̆nHĀH).

Politicamente i nuovi dinasti, da Gandaš, il conquistatore di Babel, sino a Ellil-nādin-ahhē (nome semitico), l'ultimo regnante, per quanto ci è noto, si accontentarono di mantenersi indipendenti nel loro piccolo Stato. Vincendo il re del vicino "Paese del Mare" presso il Golfo Persico, ebbero sotto la loro dominazione tutto il paese mesopotamico sino allo Zab inferiore.
4. Gli Assiri-B. (tra il 1149 e il 625 a. C.). - La politica delle due città (Babilonia ed Assur) si confonde, tanto che risulta necessario farne la storia contemporaneamente. In essa, periodi di mutua guerra si alternano a periodi di pace e di relazioni amichevoli.

Nel 1149 una nuova dinastia si impadronisce del potere a Babilonia e conta undici re per la durata di anni 131 e mezzo, dal 1170 al 1039 a. C. Il fondatore della dinastia può, da un frammento di hudurru della collezione Yale, essere identificato con Marduk-
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(fol. Mussi Vaticani)
sāpik-sēri. Terzo re di questa dinastia è Nabuchodonosor (Nabū-kudur-uşur) I, il quale libera Babilonia dai danni dell'invasione elamita. In un hudurru di questo re, che è una carta di privilegi per Ritti-Marduk (il conduttore dei carri), si accenna ad una campagna di questo re in Elam "per vendicare» Accad, devastata dalle precedenti incursioni elamite. Le truppe babilonesi si raccolsero a Der, paese presso la frontiera elamita, in estate e soffrirono il caldo; ma Ritti-Marduk infuse coraggio alle truppe che giunsero all'Eulaeus, dove vinsero le truppe elamite confederate. Pare che il vincitore fosse clemente coi vinti poiché un altro hudurru ci informa che alcuni elamiti si rifugiarono a Babilonia portando seco la statua del loro dio Ria, sotto la protezione di Nabuchodonosor I, da essi richiesta. Questo monarca si dice conquistatore del paese dei Lulubi (a sud del lago Van) e di Amurru.

Ad Assur (v.) la serie dei re è completa, sebbene i particolari che si possiedono si riferiscano solo ad Aššur-riš-iši I (1130-1113), contemporaneo di Nabuchodo-
nosor I. Questi è detto pure conquistatore di Ahlāmu, di Lulubu e dei Kuti. Forse si incontrò con l'armata babilonese in occasione della conquista dei Lulubi, arrecandole o subendone qualche affronto. Infatti Nabuchodonosor I di Babilonia reagisce alla provocazione mossagli dal re assiro che era penetrato in territorio babilonese, lo insegue ed assedia nella fortezza di Zanku; ma Aššur-riš-iši lo costringe a togliere l'assedio. Nabuchodonosor ritorna all'attacco, e subisce una nuova sconfitta, perdendo il campo trincerato di Karastu ed il comandante in capo dell'armata che è fatto prigioniero e condotto in Assiria.

La politica di conquista e di guerra del re Aššur-riš-iši prende proporzioni considerevoli col suo figlio e successore Theglathphalasar (Tiglatpileser) I (11121074 a. C.), che fu il più grande conquistatore dell'antico impero assiro. L'iscrizione su di un cilindro, che narra le sue campagne e le sue vittorie, comprende otto colonne di oltre cento linee ciascuna. Vincitore feroce e crudele, percorse, sc minando la distruzione e la morte, quasi tutto il paese tra il Tigri e il lago di Urmia e l'Armenia, indicato sotto il nome di Nairi, penetrando pure verso nordovest fino a Subartu e Commagene e nel paese dei Muski. In una successiva campagna si avventurò nel territorio dei Hatti in Cappadocia sul confine del paese dei Moschei. Melitene e la regione circostante dovettero subire il giogo assiro; ad ovest furono devastate e soggiogate Carcamis e le tribù aramee. Tutte queste conquiste ebbero luogo nei primi cinque anni del suo regno. Le sue spedizioni contro gli Aramei nel nord della Siria ebbero luogo verso gli ultimi anni di regno, nei quali intraprese pure una spedizione contro l'Elam, da lui devastato.

Le relazioni tra Babilonia ed Assur, che nei primi anni di regno di Theglathphalasar dovettero essere pacifiche ed amichevoli, furono in seguito turbate. Forse una prima animosità fu causata dal re di Babilonia quando asportò dalla città di Ekalläte, in territorio assiro, le statue degli dèi Adad e Sala. E forse per vendicare questa ingiuria Theglathphalasar invase la Babilonia riuscendo ad impadronirsi della stessa città di Babel, unitamente ad altre, fra cui Dūr-Kurigalzu, Sippar, Opis.

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(fol. Musri Vaticani)
Babilonesi - In alto uno stalliere con due cavalli da tiro. In basso due palsfrenieri con due cavalli da sella - Età di Assurbanipal (sec. VII a. C.) - Musci Vaticani, scala dei rilievi assiri.

Aššur-bèl-kala, nipote e successcre di Theglathphalasar, fu legato da amicizia con Marduk-šăpik-zër-mati, re di Babilonia: ma quando questi venne spodestato da Adad-aplu-iddina, arameo, figlio di Itti-Mardukbalătu, fece alleanza con l'usurpatore e ne sposò la figlia.

Dopo il regno di Aššur-bèl-kala, la storia dell'Assiria ci è quasi sconosciuta per un periodo di ca. 130 anni; solo da iscrizioni posteriori si sa che sotto il regno di Aššur-rābi II (roio-970) l'Assiria perdette le province aramee lungo il corso dell'Eufrate, già conquistate da Theglathphalasar, e che un re posteriore, Salmanassar III (858-824), avrebbe riavute. Un altro re, Aššur-riš-iši II, collocò la propria statua sulle montagne dell'Assiria settentrionale; nelle vicinanze del monte Amanus, il che dimostra ch'egli continuò le spedizioni mediterranee di Theglathphalasar I.

Verso il 950 Theglathphalasar II è sul trono dell'Assiria; gli succedettero Aššur-dān II suo figlio e Adadnirāri II suo nipote. Durante questo periodo Babilonia è in decadenza: i nomadi del deserto, i Satū, fanno incursioni nelle città babilonesi, le depredano e le devastano. Sul trono di Babilonia si susseguono dinastie effimere, finché con l'avvento della VIII dinastia (dinastia H), verso il 1000, ha inizio un governo più stabile. Babilonia ed Assiria sono nuovamente in conflitto. Adad-nirāri II infligge una grave disfatta a Sa-maš-mudammiq, quarto e quinto re della nuova dinastia, e riporta una seconda vittoria su Nabū-šum-ukin I, uccisore e successore di Samaš-mudammiq, conquistando diverse città babilonesi. Poi fra i due paesi si stabilirono relazioni amichevoli ed ognuno dei due re sposa la figlia dell'altro.

Nel sec. ix si ha una rinascita del regno assiro con l'avvento di T'ukulti-ninurta II (888-884 a. C.). Costui conquista fino al lago di Urmia, mentre al nord-ovest penetra fino a Commagene. Suo figlio Assurnasirpal III ( 885-860 ) completa questi successi militari, penetrando ancor più addentro nelle regioni dei laghi di Van e di Urmia, vincendo e assoggettando, momentaneamente, i Kirhi, i Kirruri, i Nummi, che occupano le regioni poste fra i due laghi ad ovest e a nord. Queste regioni, denominate "Paese di Nairi", montagnosi, di difficile accesso, rifugio sicuro alle continue ondate delle orde tendenti a penetrare nel mezzogiorno, il nuovo impero assiro non riusci mai a sottometterle completamente.

Assurnasirpal con le sue campagne dovette opporsi ai moti dei predoni provenienti dal deserto verso il mezzogiorno e l'ovest dell'Eufrate. I beduini Sutù, nomadi aramei, provenienti dai deserti dell'Arabia, furono respinti e dispessi; parecchie piccole città poste lungo l'affluente Chabur furono costrette a riconoscere la supremazia di Assur, i cui eserciti rioccuparono al nord-ovest i paesi degli Hittiti e dei Moschei.

Ma Babilonia sopportò di mal animo questa espansione assira, specialmente per l'interruzione delle strade commerciali lungo l'Eufrate; il suo re Nabü-apal-iddin si uni al re di Suhi, staterello posto lungo l'Eufrate allo sbocco del Chabur. Ma sulle forze unite prevalse Assurnasirpal, che fece prigioniero il fratello del re babilonese col comandante del suo esercito. Dopo questa battaglia seguirono relazioni amichevoli tra i due paesi, che continuarono fino al regno di Salmanassar III.

L'enorme bottino, i gravi tributi imposti ai pepoli vinti, mentre assicuravano la prosperità dei conquistatori, diminuivano la forza di resistenza dei paesi sottoposti all'egemonia assira. Il modo feroce di guerreggiare instaurato da Assurnasirpal fu imitato dai suoi successori; le città vinte sono depredate, distrutte ed incendiate; i popoli che resistono sono passati a fil di spada; sulle mura delle città vinte sono esposte le tronche teste o la pelle dei nemici scorticati vivi. Ma questa crudeltà e questo opprimente giogo assiro ad altro non riescono che ad alienare l'animo delle popolazioni momentaneamente asservite, e favoriscono ribellioni che i governatori assiri, posti dal re nelle regioni conquistate, sono incapaci di dominare.

Salmanassar III ( 858-824 ) diresse personalmente le sue campagne militari per un periodo ininterrotto di 26 anni; spinse le sue conquiste fino ad ovest del lago di Urmia e vinse pure Parsua e Namri. In Armenia (Urartu), al nord del lago di Van, dove era sorto un potente reame, guerreggiò contro i re Ariani e Sarduri I. In Cilicia estese le sue campagne fino a Tarso e nel nord fino al paese di Tabal ed a Musri (ad ovest di Melitene), riuscendo dappertutto vittorioso. In Babilonia, dove due fratelli si disputavano il potere, egli, chiamato in soccorso da uno dei due, ne vinse l'avversario; ma suo figlio, Aššur-dān-apla, cospirò contro di lui. Samši-adad V (823-810) riusci a disfarsi del fratello e si assicurò il diritto al trono. Spese i 12 anni del suo regno a consolidare le conquiste di suo padre. A tal uopo percorse quasi gli stessi paesi. Combatté pure e vinse il re di Babilonia Marduk-balātsu-iqbi il quale aveva raccolte truppe mercenarie da Elam, da Urartu (Caldea) e da altri distretti. Il regno di Adad-nirāri III (809-782), figlio di Sammuramat (la Semitamide della leggenda greca), fu ancora più splendido. Egli sottomette una parte della Babilonia, riconquista il paese di Nairi :

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in Media giunge fino al "gran mare del levar del sole" (il Mar Caspio): percorre vittorioso i paesi di Hatti, Amurru, Tiro, Sidone; sottomette a tributo il "paese di Omri" (la Palestina) fino al "grande mare del coricar del sole" (Mediterraneo); Damasco è assediata e messa a sacco; un considerevole bottino di oro, argento, rame, ferro, stoffe, oggetti in avorio, è trasportato in Assiria. Tuttavia a nord ed a nord-ovest parecchie province gli vengono strappate da un regno ivi sorto di nuovo. Menuas, re di Urartu (Armenia), aveva tolto ai suoi vicini del sud le province di Melitene ed il paese di Dajaini.

Sotto il regno dei successori di Adad-nirāri la potenza di Urartu si consolida a spese dell'Assiria, giacché Argistis e Sarduris II (760-730) estendono il loro dominio a tutto il paese di Nairi, a nord del Tigri, dal lago di Urmia fino a Melitene. Per la trattazione della susseguente storiadi Assiria, v. theglathphalasar III (745-727), salmanassar V (726-722) figlio di Theglathphalasar III ; Sargon (722-705), Sennacherib (704-081), assubbanipal (669-626).
5. Impero neobabilonese. - In seguito alle vittorie ottenute, i Medi occuparono l'Assiria, e Nabopolassar (625-605) fu signore assoluto della Mesopotamia. Babilonia, libera finalmente dall'oppressione assira, risorge a nuova vita e a grande splendore.

Per opporsi ai progressi dell'esercito egiziano, Nabopolassar inviò un esercito sotto il comando del figlio Nabuchodonosor. La battaglia decisiva fra l'Egitto e Babilonia fu combattuta a Carcamis (604) e segnò la sconfitta del faraone.

Dopo la morte del padre, Nabuchodonosor II (604561) salì sul trono di Babilonia. Una delle sua prime spedizioni fu diretta contro Gerusalemme, che conquistò e distrusse nel 586 . La popolazione fu deportata a Babilonia col re Sedecia, il quale fu accecato. Gerusalemme fu distrutta e tutti gli oggetti preziosi, anche i vasi sacri del tempio, furono, come bottino di guerra, portati a Babilonia. Nel 568 Nabuchodonosor iniziò un'altra guerra contro l'Egitto; ma non se ne conosce l'esito. Il lungo regno di questo re è giustamente celebre anche per le magnifiche costruzioni che arricchirono Babilonia di splendide mura, di palazzi, di templi e di giardini. Sotto di lui furono ristabiliti i canali di derivazione del fiume Tigri, fino a congiungere questo fiume con l'Eufrate. I suoi successori furono re piuttosto deboli; Amēl-Marduk (Evil-Merodach di II Reg. 25, 27 sgg.; Ier. 52, 31), Neriglissar (Nergal-šar-uşur) e Labaši-Marduk regnarono pochi anni, dal 561 al 556. Nel 555 a. C. il partito sacerdotale riuscì a porre sul trono Nabonide, celebre quale ricostruttore di templi, ma senza attitudini militari.

Intanto sorgeva l'astro di Ciro (v.), re dei Per-
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(prapr. Prof. D. E. Van Buren)
Babilonest - Sigillo assiro, Età di Assurnasirpal II (sec. Ix a. C.). Biblioteca Vaticana, Museo Finfano.
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(prapr. Prof. D. E. Van Buren.
Babilonest - Cilindro assiro con simboli astronomici (sec. viI ca. a. C.).
siani, il quale, dopo avere sconfitto Astiage, figlio di Classare, fondando il grande impero mede-persiano (549), poi Creso re di Lidia (545), nel 538 mosse contro Babilonia.

La difesa della città e della regione fu affidata a Bēl-šar-uşur (il Balthassar della Volgata), figlio di Nabonide. Ma le truppe babilonesi vennero sconfitte in una battaglia presso Opis, e poco dopo cadde anche Babilonia, in cui Ciro fece il suo ingresso trionfale. Babilonia con tutto il suo territorio fu unita all'impero persiano, e Ciro si proclamò re di Babilonia. Cosi tutta l'Asia anteriore venne riunita sotto lo scettro di un solo monarca di origine ariana, e con l'apparizione della dinastia Achemenide (v.) finisce la storia degli antichi popoli assiro-babilonesi.
II. Letteratura babilonese-assira e Bibbia. - Una vasta letteratura recente sostiene che la Bibbia, specialmente il Pentateuco, deriva da fonti assiro-babilonesi.

Le fonti anteriori babilonesi cui avrebbe attinto l'autore della Tôrâh sarebbeio: 1) l'Enûma elîs (v.) cioè il poema della creazione (cf. H. Gressmann, A. O. Texte, II, pp. 108-38; 2) Il racconto del dilucio(v.), su cui cf. A. Deimel in Orientalia, 20 [1926], pp. 69-79: 3) I Cataloghi dei re leggendari babilonesi (cf. A. Deimel in Orientalia, 17 [1925], pp. 33-47); 4) La legislazione del codice sumero e soprattutto quella del codice di Hammurapi (v.) che ha molti articoli somiglianti a quelli dell'autore del Pentateuco (tradotto e pubblicato da P. Scheil, IV Délégation en Perse, Parigi 1904).

Chiunque confronti anche superficialmente le tre prime fonti babilonesi con i dati del Pentateuco osserva qualche lontana somiglianza di forma, unita a grande diversità di sostanza.

Rinviando a Enûma elîs (v.) e a Gilgameš (v.), ci si limita a rilevare il carattere leggendario dei dieci re primitivi babilonesi, che, secondo Berozo, regnarono 430.000 anni; secondo due documenti cuneiformi trovati in questo secolo (Wald-Blundell edit. da St. Langdon: Historical Inscriptions...., Oxford 1923) regnarono o 241.200 anni ( 1^{°} doc.) o 456.000 anni ( 2^{°} doc.). Ogni paragone tra questi re primitivi mesopotamici ed i Patriarchi (v.) di Gen. 5, manca quindi di base.

Nella letteratura non si può negare qualche somiglianza tra la babilonese e la biblica. Ed è naturale. L'assiro-babilonese e l'ebraico sono entrambi popoli semitici. Il vate, anche ispirato, se voleva avere

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Babilonesi - Tre prigionieri che recano sulla snalle travi di legno, spinti da due azuzzini. Età di Sennacherib
(inizio sec. vil a. C.) - Musei Vaticani, scala dei rilievi assiri.
più fama e più corrispondenza doveva adoperare gli schemi già conosciuti. Perciò tanto negli inni quanto nelle lamentazioni si trova una composizione a schema quasi identico.

Se l'esteriore della composizione può ritenersi molto somigliante, il contenuto è di molto differente. Anzitutto negli inni e lamentazioni babilonesi è evidente il politeismo, e manca quell'elevatezza morale a cui giunge il Salterio ebraico.

La storia assiro-babilonese offre qualche sincronismo molto interessante per la storia dei re di Samaria e di Giudea; citandone i nomi e fissandone la data, viene ad avvalorare il racconto biblico (v. assiri).

Si potrebbe supporre che i due rami semitici, ba-bilonese-assiro ed ebraico, i quali ebbero una lingua madre comune, abbiano anche avuto, in tempi remoti, una comunanza di idee religiose e morali. Il ramo ebraico, guidato da Jahweh e dai Patriarchi, mantenne pura da corruzione la morale e la religione primitiva.

Il ramo babilonese-assiro, a contatto con altri popoli politeisti e non sorretto da richiami di guide spirituali e perciò avendo deviato in qualche punto sia religioso che morale, conservò tuttavia, grazie a quell'origine comune, una idea religiosa e morale non priva di una certa nobiltà.

Bibl.: Testi accadici, sumerici e rapporti con il Vecchio Testamento: S. Landersdorfer, Die sumerischen Parallelen zur bibl. Urgeschichte, Münster 1917; A. Jirku, Altorient. Kommentar zum A. T., Lipsia 1923; H. Gressmann, Altorient. Texte zum A. T., 2^{2} ed., Berlino-Lipsia 1926-27; Ch.-F. Jean. Le milieu biblique av. T.-C., I: Histoire, Parigi 1922, pp. 7-35; II: La littérature, ivi 1923, pp. 2-114, 209-315; III: Les idées religieuses et morales, ivi 1936, pp. 37-262, 333-402, 417-29; J. Plessis, Babylone, in DBs, I, coll. 713-849; G. Furlani, Babilonia, in Enc. Ital., V, pp. 734-73; B. Bonkamp, Die Bibel im Lichte der Keilschriftforschung, Recklinghausen 1939. - Storia e cultura: F. Thurano-Dangin, La chronologie des dynasties de Sumer et Arcad, Parigi 1918; B. Meissner (e E. Weidner), Babylonien und Assyrien, 2 voll., Heidelberg 1920-25; id., Könige Babyloniens und Assyriens, Lipsia 1926; G. Contenau, La civilisation assyro-babylonienne, Parigi 1922; P. Dhorme, L'aurore de l'histoire babylonienne, in Rev. Bibliqur, 33 (1924), pp. 534-56; 35 (1926), pp. 62-82, 233-39, 534-47; E. Meyer, Die altere Chronologie

Babyloniens, Assyriens und Asyypirat, Stoclarda 1925; A. Dvimal, Die bibl. Paradienerzahlung jund ihre babylon. Parallelen, in Orientalia, 19 (1925), pp. 90-100; id., Der bibl. Sintflutbericht und die Keilinschriften, ibid., 20 (1926), pp. 69-79; id., "Enlima elif und Hexaëneron, Roma 1934; F. Hommel, Historia de autigno Oriente (trad. spagn.), Bardellona 1927-28; E. Ebeling, Geschichte des alten Morgenlandes (Sammlung Giouhen), Berlino 1929; G. Castellino, Le lamentaziani individuali e gli inni in Babilonia e in Icraele, Torino 1940; A. Bos, Die Texte von Alnus und das A. T., in Biblion, 21 (1940), pp. 188-90; A. Heidel, The Babylonian Genesis, the Story of the Creation, Chicago 1942; A. Vincent, L'aube de la civilisation: Les Sumériens, in La Revue, Parigi 1948.

Giustino Boson
III. Religione. - Gli dèi principali dei Sumeri, che si ritrovano nel pantheon babilonese, sono Anu, dio del cielo, re degli dèi; Enlil, patrono di Nippur, dio della terra; Enki patrono di Eridu, dio delle acque, dai Semiti chiamato Ea; Enzu, dio della luna, patrono di Urim, più tardi chiamata Uru dai B.; Udu o Babbar, dio del sole, patrono di Larsa; Ninni, dea del pianeta Venere, dai Semiti identificata con Ištar, signora di Uruk; Dumuzi-abzu «figlio dell'apsü» ossia dell'abisso cioè di Enki. Di Dumuzi i B. hanno fatto Tammûz.

1. Gli dèi. - Secondo i B. e gli Assiri le folte schiere di divinità da essi adorate formano un complesso di varie famiglie divine, delle quali sta a capo una coppia di marito e moglie, che hanno al loro servizio grande numero di ministri. Gli dèi sono la personificazione in forma umana o delle varie forze della natura, come l'acqua, il fuoco, o di esseri cosmici, come il cielo, la luna, le stelle, o di concetti morali, come la giustizia e il diritto. Già in origine le figure divine dei B. e Assiri avevano già nella maggior parte dei casi carattere astrale, ma con l'andar del tempo esse si astralizzarono sempre più, e nel periodo neobabilonese o caldaico l'astralizzazione raggiunse il suo punto culminante. Allora tutti gli dèi più cospicui avevano o un astro o una stella o una costellazione quale loro manifestazione, ed accanto agli antichi dèi planetari si adoravano altresì divinità stellari con lo stesso carattere.

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I B. e Assiri distinguevano tra i loro dèi in primo luogo alcune triadi, la cui adorazione esercito una certa azione sulle cerimonie religiose. La triade cosmica era composta di Anu, dio del cielo, di Enlil, dio della terra, e di Ea, dio dell'acqua; era dunque identica a quella dei Sumeri. Della triade astrale facevano parte Sin, il dio della luna, Samaš, il dio del sole, ed Ištar; la divinità del pianeta Venere, la dea della guerra, segnatamente presso gli Assiri, e dell'amore e delle voluttà. Nelle cerimonie del bérâ, che era il sacerdote divinatore, aveva grande parte un'altra triade, quella formata di Samaš, Adad, dio della pioggia, del fulmine e della tempesta, e di Marduk. Tutte e tre queste divinità, e specialmente le prime due, facevano conoscere agli uomini il futuro mediante i fulmini e le piogge. La triade cultuale o ascrificale comprendeva Ea, Samaš e Marduk.

Il dio nazionale della Babilonia era Marduk (v.), laddove quello degli Assiri era Assur (v.).

Il dio della pioggia, della tempesta e del fulmine, Adad, era adorato più in Assiria che in Babilonia, identificato con Amurrû, dio nazionale dell'Occidente. Di Adad si diceva che proclamava la sua volontà nel fulmine e nel tuono. Nel tuono si sentiva il muggito del toro del dio. Adad porta l'uragano, il vento cattivo, lo tempesta, il terremoto, la carestia. Ma egli è altresi il dio della pioggia benefica, colui che fa crescere le missi, provoca l'inondazione che porta il limo nella pianura.

Nâbû, figlio di Marduk, era molto venerato in Babilonia, ma negli ultimi secoli dell'Assiria egli acquistò grande fama anche in questo paese. Il nome Nâbû è di origine semitica e vuol dire l'annunziatore, il profeta. Era stato il dio locale della città di Borsippa a mezzogiorno della città di Babele. Egli era il dio delle arti e dei mestieri, della scrittura, della sapienza, il ministro degli dèi e il loro segretario e portava le tavole del destino degli dèi.

Il dio dell'inferno e della morte, della guerra e delle morie era Nêrgal, marito di Ereškigal, signora degli inferi, dio malelico, ma nello stesso tempo aveva anche alcuni tratti di un dio buono. Si vedeva in lui un grande guerriero, un dio distruttore, che ha al seguito l'insumere schiera dei dèmoni nefandi e orribili, veri giustizieri che puniscono gli uomini peccatori e ribelli con malattie ed altre disgrazie ed infine con la morte. E Nêrgal che riempie l'inferno di defunti. In Babilonia era adorato specialmente nella città di Kûtû. La sua stella era il pianeta Marte.

Il dio del sole si chiamava con nome semitico Samaš, che vuol dire appunto sole. Il suo carattere non differiva punto da quello del corrispondente o meglio identico dio Udu o Babbar dei Sumeri. Era riguardato quale dio della giustizia e delle leggi, ed è proprio da lui quindi che il re babilonese Hammurapi ricevette le leggi del paese. Assieme ad Adad era un dio mantico.

Maggior importanza di lui aveva il dio della luna, Sin, identico col dio sumero Nanna. Il nome Sin è stato foggiato dai Semiti della Valle dei Due Fiumi con due parole sumere che hanno il significato di signore della sapienza.

Tamûz era l'antico dio agrario sumero Dumuzi, adorato tanto dai B. quanto dagli Assiri, affine all'Osiride egizio, all'Adone dei Semiti occidentali, all'Attis frigio e ancora ad altre figure divine simili. Era il dio del bestiame, dei parti degli animali, della vegetazione, dei pastori. Egli era anche un medico e un risanatore. Tammûz moriva ogni anno, quando al principio dell'inverno spariva la vegetazione, e risuscitava in primavera, col rinascere della natura, ricondotto sulla terra dall'arallâ (v.) a opera di sua madre o di sua moglie o di sua sorella.

Un antico dio oronio era Dagan, che era anche dio della vegetazione. Gli antichi Mesopotamici avevano alcune divinità del fuoco e della luce, Nusku, Gibil, Išum. Le sette Ebiadi erano chiamate semplicemente il Sette.

La dea per eccellenza della Babilonia e dell'Assiria era Ištar (v.). Ištar era quasi identica alla dea sumera Ninni o Innini, dea tanto della guerra quanto dell'amore. La sua posizione tra le dee fu così preminente in Assiria che il suo nome venne a significare dea in genere. I Mesopotamici avevano ancora un grande numero di altre divinità
femminili, quasi tutte dee della procreazione o della medicina, ma le loro figure si fusero quasi tutte con quella di Ištar.

Il numero delle divinità era veramente strabocchevole, ma le più adorate erano i grandi dèi, gli ilôni rabûti, identici, si può dire, coi sette dèi planetari : la Luna, il Sole, Venere, Giove, Mercurio, Marte, Saturno. Si faceva distinzione tra gli dèi del cielo, gli Igigi, e quelli della terra, gli Anunnaki.

Nella gerarchia degli esseri dell'universo sotto gli dèi stanno i dèmoni, per la maggior parte cattivi, nemici degli uomini, giustizieri degli dèi, che questi sguinzagliano quando vogliono punire qualche peccatore o ribelle. I dèmoni infliggono agli uomini dolori e disgrazie di tutte le specie, penetrano nei loro corpi, vi si annidano e sono quindi la causa delle molte malattie che li affliggono. Infine essi uccidono i mortali, se questi non riescono in qualche modo a rabbonirli o a distrarre la loro attenzione dall'uomo attaccato. Gli uomini cercano di difendersi dai dèmoni ancora mediante gli amuleti, che sono scongiuri scritti sopra tavolette. La demonologia babilonese e assira, di origine per la maggior parte sumera, era sviluppatissima. Dappertutto i Mesopotamici vedevano dèmoni e spiriti cattivi. La loro vita era quindi una lotta continua contro gli attacchi dei dèmoni. Se la religione era il servizio reso agli dèi, molto altro tempo essi impiegavano nella difesa dai dèmoni.
2. Mitologia. - Intorno alle principali loro divinità i Mesopotamici avevano elaborato una ricca mitologia. I B. avevano un mito di Marduk, in buona parte attinto a miti anteriori dei Sumeri, al quale un poeta diede forma di epopea. Siccome l'Enûma elî̌ (v.) - questo è il titolo datogli dai B., titolo che significa "Quando in alto" - si propone di spiegare come Marduk sia divenuto il dio nazionale del paese, tale epopea dovrebbe esser da noi chiamata dell'« Esaltazione di Marduk».

Tra gli altri miti vanno rilevati segnatamente quello della discesa di Ištar agli inferi e quello che parla di Nêrgal ed Ereškigal per spiegare come il dio della morte è divenuto il re dell'inferno. Altri poemetti mitici descrivono il mito di Etana e l'aquila, col volo dell'erne al cielo e la sua caduta, la creazione dell'uomo da parte di varie divinità, le avventure di Adapa (v.), figlio di Ea, e come non riusci ad ottenere la vita eterna, nonché altri tratti della vita di vari dèi e dee della Mesopotamia. La stragrande maggioranza di tali miti risale ad originali sumeri, in parte pervenuti fino a noi.

Oltre all'Enûma elî̌ gli antichi Mesopotamici avevano un'epopea della quale la figura centrale era un re antichissimo della città di Uruk, Gilgameš (v.), accanto al quale campeggia la figura parimente eroica del suo intimo amico Enkidu. Quest'epopea mitica è un raffazzonamento dell'epopea sumera di Gilgameš ed Enkidu.
3. Magia. - La vita religiosa babilonese e assira è caratterizzata dalla grande parte data alle pratiche scongiuratorie, magiche ed incantatorie, all'arte mantica, cioè alla predizione del futuro da un grandissimo numero di circostanze e mediante gli oracoli degli dèi, ed ai riti e alle cerimonie nei grandiosi e numerosi templi delle città, officiati da folte schiere di sacerdoti e inservienti.

Gli scongiuri ed incantesimi avevano per loro patrono il dio dell'acqua, perché l'acqua era l'elemento incantatorio e magico per eccellenza. Il sacerdote scongiuratore dêipa (v.) aveva quindi per protettore il dio Ea, del quale eseguiva i riti e le cerimonie servendosi dell'acqua (saü ellu), consacrata appunto da questo dio. Gli scongiuri più elaborati consistevano in una descrizione del dèmone o della malattia o dell'incantesimo dai quali era stato colpito l'ammalato o l'ammaliato; in una dichiarazione che Marduk vede il dèmone o l'incantesimo, ma, non sapendo quale mezzo adottore per scacciarlo o scioglierlo, chiede e suo padre Ea consiglio ed aiuto; in un dialogo tra le due divinità; in un incarico da parte di Ea di adoperare

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i mezzi scongiuratòri indicati. Buona parte degli scongiuri è dedicata all'esorcizzazione del malato, insidiato dai dèmoni, per scacciare i quali si getta loro qualche offa di carne di maiale o di agnello. I testi babilonesi e assiri contenenti la descrizione di scongiuri e incantesimi sono in numero grandissimo ed appartengono a tutte le età. Affini agli scongiuri erano gli atti magici, mediante i quali si cercava di solito di far morire qualche persona. A questo scopo si fabbricavano, a titolo d'esempio, statuine di argilla o di altra materia che poi si distruggevano onde provocare con la loro distruzione la distruzione o morte della persona raffigurata. Oppure si recitava una formola magica mentre si sfogliava qualche pianta o si spezzava un bastone, sempre allo scopo di addurre la morte della persona simbolicamente rappresentata, basandosi sul concetto che il simbolo è in realtà l'oggetto simboleggiato.
4. Culto. - La vita religiosa si manifestava segnatamente nelle numerose cerimonie religiose, eseguite per la maggior parte nei templi. I rituali, dei quali parecchi risalgono, nei testi conservati, all'ultimo periodo della Babilonia, descrivono molto particolareggiatamente tutti gli atti religiosi dei quali constano, gli spostamenti con le statue delle divinità, gli scon-
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Babilonesi - Genio alato con testa di aquila davanti all'albero sacro. Bassorilievo trovato a Nimrūd, palazzo del re Assurnasirpal, sec. ix a. C. Parigi, museo del Louvre.
giuri che li interrompevano ogni tanto, gli inni con l'accompagnamento degli strumenti sacri, in primo luogo tamburi e timpani, le processioni con l'intervento di tutti gli dèi della città, e numerosi altri incidenti di carattere molto diverso. Ogni dio importante aveva annualmente una grande celebrazione che poteva durare anche due settimane: la più rinomata era quella di Marduk a Babele, che si teneva nella prima quindicina del primo mese dell'anno, e durante la quale gli dèi sotto la presidenza del dio nazionale fissavano i destini per l'anno che stava per cominciare.

Il sacrificio era offerto agli dèi giornalmente, e con maggiore abbondanza nei giorni festivi. Veniva offerto di solito nelle celle del tempio e, quando si trattava di divinità astrale, sopra la terrazza dell'edificio. Assai marcato era il carattere alimentare del sacrificio offerto agli dèi.

La classe sacerdotale era numerosa e comprendeva molti gradi e specie di sacerdoti e di addetti ai templi. Il sacerdote divinatore, b \bar{a} r \bar{a}, aveva la mansione di indovinare il futuro mediante la scienza mantica. Egli praticava in primo luogo l'epatoscopia ossia l'ispezione del fegato, segnatamente degli agnelli, per
stabilire dalle forme, dai colori, dalle peculiarità di questo ciò che accadrebbe. Il b. e l'assiro, prima di intraprendere qualsiasi cosa, interrogava il dio mediante le pratiche divinatoric. Queste pratiche dell'antica Mesopotamia si sono diffuse mediante scritti letterari presso tutte le altre nazioni del prossimo Oriente antico e sono penetrate anche in Occidente. Lo scongiuratore ed esorcizzatore portava il nome di mabmaî o dâpu. Un'altra specie di sacerdoti era quella dei k a l \bar{a}, il cui cómpito principale era quello di cantare con l'accompagnamento degli strumenti sacrigli scongiuri e gli inni agli dèi durante le cerimonie. Lo langā aveva funzioni amministrative più che realmente religiose ed occupava il posto supremo nel sacerdozio.

Secondo il sentimento degli antichi Mesopotamici l'uomo non muore del tutto, ma entra in uno stato particolare, nel quale conserva il corpo e passa nel sottoterra, nell'arallā, dove mena peró una vita molto grama e scialba. I B. e Assiri inumavano i corpi dei defunti. Essi ponevano accanto al morto quegli strumenti e quegli oggetti dei quali si era servito durante la sua vita, e recavano sulla tomba cibi e bevande, perché non corresse il rischio di soffrirvi la fame e la sete. Triste era quindi la condizione di chi non aveva parenti pronti a fornirgli i viveri per l'aldilà.

Bibl.: Sumeri: Ch.-F. Jean, La religion sumérisque. Parigi 1931. - B. e Assiri: M. Jastrow, Die Religion Babyloniens und Assyriens, I-II, Giessen 1905-12; P. Dhorme, La religion sstpro-babylonienne, Parigi 1910; G. Furlani, La religione babilonesce assira, 2 voll., Bologna 1928-29; id., Riti babilonesi e assiri, Udine 1940.

Giuseppe Furlani
BABILONIA. - Nome usuale della città di Babele da cui derivò quello di tutta la regione mesopotamica (v. babilonesi).

Il suo nome più antico è il sumero Ka-dingir-rahi, tradotto esattamente in accadico B a ̄ b-ilibi (ebraico: Babel), cioè «Porta del dio». Nomi più recenti : Tin-tirhi «bosco di vita" (nome di un quartiere poi passato alla città) ed Ehi "città del canale». Dalla forma B a ̄ b-ilâni "porta degli dèi» deriva il greco Baßukúv.

Il nome Bâb-ili era proprio del quartiere sacro, dove si trovava la "porta santa" (bâbu ellu), che si apriva soltanto il 5 del mese Dazu (sett.-ott.) per il passaggio del dio Nabû che dalla vicina Borsippa veniva

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a visitare Marduk; e il io Nisan (marzo-