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i «bosco di vita" (nome di un quartiere poi passato alla città) ed Ehi "città del canale». Dalla forma B a ̄ b-ilâni "porta degli dèi» deriva il greco Baßukúv.

Il nome Bâb-ili era proprio del quartiere sacro, dove si trovava la "porta santa" (bâbu ellu), che si apriva soltanto il 5 del mese Dazu (sett.-ott.) per il passaggio del dio Nabû che dalla vicina Borsippa veniva

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a visitare Marduk; e il io Nisan (marzo-apr.) al passaggio di Marduk e degli altri dèi, uscenti dal grandioso tempio Esagila, cui era annessa la celebre torre Etemenanki, visibile a grandissima distanza, per la solenne processione che chiudeva la festa del nuovo anno. A questa "porta santa", sempre chiusa e murata, si è ispirato Ex. 44,3. Il nome dal quartiere fu esteso a tutta la città.

Sargon I (ca. 2340 a. C.) si presenta quale fondatore di Babel; ma questa è molto più antica; Sargon non fece che togliere dall'oblio questo villaggio o cittadina sumera, posta in una situazione geografica privilegiata, sulla via tra il Golfo Persico, la Siria e il Mediterraneo. B. fu per la prima volta capitale sotto Sar-kâli-šarri (dinastia di Accad); l'importanza di questa città religiosa crebbe poco a poco sotto la III dinastia di Ur (ca. 2067 1960).

Dopo il primo impero accadico, con Sargon, Babel ritornò capitale con la prima dinastia amorrita ( 1830 -1530 a. C.); gli Assiri (v.) la sottomisero, Sennacherib la distrasse ( 690 a. C.), i suoi successori la ricostruirono. Raggiunse il più grande splendore sotto Nabuchodonosor ( 605 562 a. C.), che ne fece la più grande
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(da R. J. Koldewey, Das wiedererste hende Babylon, ja ed., Lipsia 1925) e la più famosa capitale dall'antichità, tanto da essere elevata a simbolo di prosperità e di fasto.

Dal 538 in poi, inizio della dominazione persiana, incomincia la decadenza vaticinata dai profeti (Is. 13 e 21 ; Ier. 50 e 51 ), che fu ultimata dai Parti nel 126 a. C.

Per la cattività degli Ebrei in Babilonia v. zsilio di babilonia.

Dal 1899 in poi scavi sistematici furono condotti da R. Koldewey presso il villaggio odierno Hillah; le rovine della grande metropoli si estendono principalmente sulla riva sinistra dell'Eufrate, intorno all'attuale el-Merkez; più a nord il villaggio Babil ha conservato l'antico nome. - Vedi Tav. XXXIX.

Bibl.: R. Koldewey, Das wiedererstehende Babylon, 3^{2} ed., Lipsia 1914: O. Reuther, Die Innenstadt von Babylon-Merkes, ivi 1926: G. Furlani, Babele, in Enc. Ital., V, pp. 729-32: E. Unger, Babel, die heilige Stadt, Berlino 1930: A. Pohl, Das verschlossene Tor Ez. 44, 3, in Biblica, 13 (1932), pp. 90-92, e

20 (1939), p. 201; F. Wetzel e F. H. Weissbach, Das Hauptheiliztum des Marduk in Babylon. Esagila und Etemenanki, Lipsia 1938: M. Rutten, Babylone, Parigi 1948: dà il quadro della città, dei quartieri, degli edifici pubblici, dei templi e degli scavi. Francesco Spadafora

BABILONIA dei CaldeI. - Il patriarca dei Caldei (convertiti dal nestorianesimo) ha il titolo di B. Il patriarcato fu istituito nel 1834 dopo la soppressione del patriarcato cattolico di Diarbekir, l'ultimo
titolare del quale era morto nel 1827 (anche i patriarchi di Diarbekir si chiamavano già patriarchi di B. a cominciare da Giuseppe II nel 1696). La diocesi del Patriarca è quella di BagdadMossul. Egli risiede a Mossul o a Bagdad.

Guglielmo de Vries
BABILONIA d'Egitto. - Città dell'antico basso Egitto, situata nella regione donde partiva il canale dal Nilo al Mar Rosso.

Nonostante le leggende riportate dagli storici antichi (Ctesia, Fragm., ed. Diodorf, Parigi, II, 13; Diodoro Sic., I, 56; Flavio Giuseppe, Aut. Iud., I, 15, 1), che attribuiscono la sua fondazione a prigionieri assirobabilonesi, essa fu, in realtà, una città prettamente egiziana, anteriore alla XVIII dinastia. Si identifica con Her-'aha, già menzionata sulla Pietra di Palermo ( H r - ' h '), che è a sud dell'attuale "Cairo vecchio". Qui i Romani costruirono una fortezza, detta Babylon, che oggi sussiste col nome Qeşr aš-Šâm. Gli arabi di 'Amr ibn al-‘Ās, conquistatala (641), la ampliarono in una città, detta al-Fustăt (dal lat. fossatum), l'odierno "Cairo vecchio" (oltre 50.000 ab.). L'antico nome sopravvisse: Bâbiljûn, oggi Dejr-Bâbilûn, è parte dell'antica fortezza. Nel medioevo il sovrano d'Egitto era chiamato "soldano di Babilonia". B. appare nel sec. v sede di un vescovato cattolico col nome di Bablun.

I Copti, con qualche raro esegeta, dicono che s. Pietro vi scrisse la sua prima lettera (cf. I Pt. 5, 13).

Bibl.: H. Gauthier, Dictionnaire des noms géographiques, IV, p. 203 sg. ; A. H. Gardiner, Ancient Egyptian Onomastica, II, pp. 131-44. Giustino Boson

BABILONIA dei Latixi. - B. costituisce attualmente il titolo dell'arcivescovo della sede latina (Babilonensis Latinorum), immediatamente soggetta, che risiede a Bagdad. Dapprima si trattò di un semplice vescovato, la cui serie espicopale comincia nel 1632, quando Urbano VIII, accogliendo la domanda dello

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scià, istituiva nella capitale Ispahan una sade vescovile per i numerosi cattolici latini esistenti nella Persia.

Qualche tempo dopo una pia donna di Meaux, Maria Riconard, faceva dono al Pontefice di 6000 doppie di Spagna (ca. 125.000 lire oro) per la creazione di un vescovato nei paesi infedeli a patto che ella potesse presentare il primo titolare e che i successori di questi fossero sempre francesi. Con la bella Super universas del 6 giugno 1638, Urbano VIII attribuiva tale fondazione al vescovo di B. o Bagdad, con obbligo di residenza per i titolari, che dovevano essere tutti di nazionalità francese (R. de Marticis, Iuris Pontificii de Propaganda Fide, I, Roma 1888, pp. 174 175). Dal 1773 si nota una lacuna nella serie dei titolari, che riappaiono nel 1820 in seguito alla riorganizzazione della diocesi avvenuta nel 1818.

Il 19 sett. 1848 la diocesi, che conta qualche migliaio di fedeli, fu eretta in arcivescovato (v. baddad).

BibL.: R. Janin, Bagdad, in DHG, VI, col. 199.
Alberto Galieti
BABILONIA dei Siri. - Nel 1790 fu eretto un arcivescovato siro-cattolico a Bagdad col titolo di B. e con giurisdizione sulla regione di Bagdad, Mossul e Bassora. Nel 1862 fu fondata a Mossul una propria diocesi. Si contano 3414 fedeli, 7 sacerdoti, 4 parrocchie, 2 scuole.

Guglielmo de Vries
BABIN, François. - Sacerdote e insigne moralista, n. ad Angers il 6 dic. 1651, m. ivi il 25 genn. 1734. All'università fu professore di teologia dal 1676; cancelliere dal 1684; decano della facoltà dal 1710; vicario, inoltre, della diocesi dal 1706.

Nel 1707 ebbe dal vescovo l'incarico di presiedere alle pubbliche conferenze mensili sui casi di coscienza; il che gli porse il destro di redigere le sue Confereuses du Diocèse d'Angers. Riprese, rifondendoli e perfezionandoli i volumi già prima pubblicati e che lasciavano parecchio a desiderare; poi continuò la serie con 18 nuovi volumi ( 8 sui Sarcamenti, 3 sul decalogo, 2 sui contratti, 2 sulle censure, 1 sulla irregolarità, 2 sui benefici), nei quali si ammira ancor oggi la logica serrata, l'ampia e profonda erudizione, la fine precisione; il tutto esposto con uno stile limpido ed elegante. L'opera fu successivamente compita, per desiderio del clero francese, da altri professori dell'università che vi aggiunsero la trattazione di nuovi casi fino a dare un corso completo di teologia; ed ebbe parecchie edizioni fino all'ultima, ripresa ed aggiornata, in 26 voll. (Besançon 1823), dal futuro card. T. Gousset; riprodotta ancora nel 1830.

Bibl.: Abbé de Mabanet, Mémoire historique sur la vie et les ouvrages de l'abbé B., in Mémoires de Trévoux, 1743, pp. 25752583; con le osservazioni e la replica dell'autore, ibid., 1742 , pp. 1897-1901; 1746, pp. 917-909; E. Levesque, s. v. in DHG, VI, coll. 17-19.

Celestino Testore
BABINGTON, Anthony. - Inglese, di nobile e ricca famiglia, n. a Detwick (Derbyshire) nell'ott. del 1561, m. a Londra il 20 sett. 1586. Cattolico e pio, mi facile agli entusiasmi religiosi, si lasciò ammaliare da un infelice sacerdote, John Bellard, dalle idee estremiste, il quale riuscì, approfittando dei suoi sentimenti favorevoli a Maria Stuarda, a metterlo a capo di una congiura diretta a liberare la regina prigioniera e a sopprimere la protestante Elisabetta, designata come usurpatrice; e a sedare nello stesso tempo i suoi scrupoli di coscienza che lo facevano tergiversare di fronte a un delitto.

Tra i congiurati, tutti cattolici, riusci ad entrare un altro sacerdote, Gilbert Gifford, spia segreta di Lord Walshingam, che a sua volta vi chiamò altre due spie. Cosil segretario di Stato era al corrente di ogni mossa; poté anzi manovrare le fila in modo da perdere insieme e gli sconsiderati e Maria Stuarda. Per mezzo, infatti, delle tre spie fece avviare e facilitò una compromettente corrispondenza tra il B. e la prigioniera; e quando dalle lettere che passavano
tra le sue mani potè sapere chiaramente la trama, diede l'ordine di arrestare i congiurati. I quali tentarono la fuga, ma invano; i sette principali, tra cui B., vennero presi, processati come traditori, impiccati e squartati.

Quella deprecabile congiura, ordita da cattolici e promossa da un sacerdote, recò grave danno alla religione, perché, sfruttata a modo dagli avversari, suscitò accuse contro il Generale dei Gesuiti e lo stesso Papa, incolpati di avere raccomandata la uccisione di Elisabetta; ma soprattutto offrì il destro a Lord Walshingam di procedere finalmente, in mezzo all'eccitazione suscitata nel popolo, a quell'atto di violenza che fu il processo e la condanna di Maria Stuarda.

Bibl.: D. Bartoli, Dell'Inghilterra, libro IV, Torino 1825, cap. 13, pp. 148-53; J. Spillmann, Gevibichte der Katholikenverfolgung in England, III, Friburgo in Br. 1905, pp. 100-107; Pastor, X, pp. 280-93; J. H. Pollen, Mary Queen of Scots and the B. Plat, from the original documents (Publication of the Scottish History Society, 3^{e} serie, 3), Edimburgo 1922 (con gli atti del processo e la corrispondenza relativa alla congiura).

Celestino Testore
BABISMO. - Nuova religione, sorta in ambiente islamico sciita per opera di Sajjid 'Alī Mohammed di Sīrāz detto il Bāb. La parola bāb (in arabo "porta") sta a significare la porta che conduce alla conoscenza della verità divina ed era già usata ad indicare un determinato grado nella gerarchia delle intelligenze cosmiche ad esempio dai Càrmati e da altre sétte seltte estreme.

Il Bāb, noto fra i suoi seguaci piuttosto con l'appellativo di Nuqtah "punto" (Nuqta-i bajān=Punto della rivelazione, Nuqta-i ulā-Punto primo) nacque il 20 ott. del 1819 a Sīrāz capitale della provincia persiana di Fārs. Nel 1844, di ritorno a Sīrāz da un pellegrinaggio al santuario sciita di Kerbelā, dove aveva assorbito le dottrine della sètta degli Sejbi (fondata in Persia nel sec. xvin, dichiarò in segreto, a un ristretto numero di persone per lo più ex-Sejbiti, la sua divina missione. Uno Sejbi, Husejn di Bušrüjeh divenne il primo fervente adepto del Bāb, nel quale riconobbe il successore mistico di Sajjid Kāşim di Rešt, uno dei fondatori della setta sejbita e morto poco tempo prima.

Quando il Bāb ritornò da un pellegrinaggio alla Mecca per la prima volta fu proclamata in pubblico la fede bābī: ne nacquero tumulti e i missionari del Bāb furono arrestati. Mentre si facevano inchieste sulla nuova religione scoppiò a Sīrāz il colera; il Bāb si recò (1846) a Iṣfahān dove fu protetto dal governatore della città : il suo successore, di idee diverse, nel 1847 fece condurre il Bāb nella fortezza di Mākū, nell'Azerbeigian persiano, dove restò prigioniero.

Frattanto Husejn di Bušrüjeh continuava la sua predicazione convertendo fra l'altro a Teherān i due fratelli Mīrzā Yahjā Nūrī (chiamato più tardi Subh-i Azal) e Mīrzā Husejn 'Alī Nūrī, il futuro Bahā̌ullāh (v. bahāismo). Anche una donna, la bella e intelligentissima Qurrat al-'Ajn, di Qazwin, si converti alla nuova religione.

A Bedešt, nel Horāsān ebbe luogo (1848) la prima riunione dei discepoli del Bāb, e l'Islām vi fu apertamente abrogato nelle sue pratiche esteriori. Frattanto i bābī erano ferocemente perseguitati in tutta la Persia; particolarmente notevole il massacro di babisti nel santuario di Šejh Țabarsī (1849) e a Zanğān (1850). Dopo questi disordini il Bāb fu trasportato a Tabriz per essere condannato a morte. Il Bāb, ap. peso ad una corda insieme con un discepolo, fu fucilato in presenza di una gran folla. La prima scarica non ebbe altro effetto che quello di rompere le corde cui era appeso il Bāb, che cadde al suolo incolume :

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A sinistra: KUDURBU DI MARDUK-APAL-IDDIN re di Babilonia (verso 1200 a. C.) - Berlimi, museo. A destra: PORTA DI IŠTAR, I due pilastri orientali con rilievi di animali sono dell'epoca di Nabuchodonosor II ( 604-561 a. C.).

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CROCIFISSO IN LEGNO POLICROMO Firenze, chiess di S. Lorenzo.

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l'esecuzione fu dovuta ripetere e per puro caso il Bāb non riusci a salvarsi ( 9 luglio 1850 ). La persecuzione contro i babisti aumentò ancora dopo l'attentato contro lo sciah Nāṣir ad-dīn ( 16 ag. 1852) compiuto, sembra, da un seguace del Bāb. I più celebri adepti della nuova religione dovettero lasciare la Persia. Mīrzā Husejn 'Alī (Bahā'ullāh) si stabilì a Bagdad, e poi fu esiliato ad Adrianopoli : egli si dichiarò successore del Bāb (v. bahá'ismo), mentre alcuni babisti rimasero più fedeli alla lettera degli insegnamenti del maestro e riconobbero per loro capo Mīrzā Jahjā Nūrī (Subb-i Azal).

La dottrina babista è una miscela delle dottrine degli scini ismailiti e dei duodecimani con aggiunta di numerose teorie più o meno originali. Il b. afferma che la storia religiosa umana è un succedersi di lunghi cicli iniziati rispettivamente da Adamo, Abramo, Mosè, Gesù, Maometto. Mentre per i musulmani Maometto è il "sigillo dei profeti", per i babisti tale continuo ricorrere di cicli, sempre più perfetti, prosegue ancora (il Bāb parla spesso nelle sue opere di un misterioso personaggio che gli succederà e che egli chiama "Colui che Iddio manifesterà "); il Bāb è appunto l'iniziatore di un nuovo ciclo profetico.

Il Bāb stesso compose numerose opere religiose, fra le quali un libro in prosa araba, intitolato Al-Bajān (" esposizione chiara"), che fu composto a Būscehr (Golfo Persico) nel 1845 ed un altro Bajān in lingua persiana. Il Corano è considerato dai babisti come abrogato dal nuovo libro sacro. Dio è unico e il Bāb è lo specchio in cui ciascuno può contemplare Iddio. Questi ha creato il mondo mediante sette attributi chiamati le "Lettere della Verità». Gran parte ha infatti nella religione babista il calcolo cabalistico: il numero 19 ha particolarmente importanza. Al posto dei santuari musulmani, che dovrebbero essere distrutti, dovrebbero erigersi 19 templi. L'anno è di 19 mesi di 19 giorni ciascuno e la comunità è retta da un collegio di 19 persone.

I fedeli sono tenuti a versare a tale collegio una specie di tassa annua sul capitale. Tutte le pene sono soppresse salvo l'ammenda e l'interdizione di coabitazione di marito e moglie per un tempo più o meno lungo. E ammessa libertà di commercio e di interesse. E obbligatorio sposarsi molto giovani e il divorzio è sconsigliato. Gli sposi divorziati possono riconciliarsi fino a 19 volte. I vedovi e le vedove devono rimaritarsi al più presto. Non esiste impurità legale, le preghiere in comune sono abolite, le donne possono mostrarsi senza velo. La mendicità è interdetta e i viaggi sono sconsigliati. Ogni giorno si devono leggere 19 versetti del Bajān e menzionare 361 volte il nome di Dio. Per la Persia il b. significò un profondo rinnovamento spirituale e una rinascita di religiosità pura e sincera, che destò gli entusiasmi anche di noti orientalisti europei come, ad es., il Browne e il Nicolas. Fu anche notevole l'influenza del b. sul movimento liberale e riformatore che aprì la Persia alla cultura e al progresso occidentali.

BibL.: E. G. Browne, A Traveller's Narrative, 2 voll., Cambridge 1891; J. A. De Gobineau, Les Religions et les philosophies dans l'Asie Centrale, 3^{\text {e }} ed., Parigi 1900; A. L. M. Nicolas, Seyyed Ali Mohammed' dit le Bāb (histoire), ivi 1903; Le Béyan arabe, trad. A.L.M. Nicolas, ivi 1905; Le Béyan Persan, trad. A.L.M. Nicolas, ivi 1911 sgg.; Nabil Zarandl, The DawnBrochers, Nuova York 1932. - Sullo šeljiseno si veda: A.L.M. Nicolas, Essai sur le Cheikhisme, Parigi 1910 sgg.

Alessandro Bausani
BABITS, Mihály. - Scrittore ungherese, n. a Szegszárd il 26 nov. 1883, m. nel 1942. Insegnò filosofia nell'istituto dei Cistercensi a Baja, ma abbandonò presto l'insegnamento per darsi esclusivamente alla letteratura. Collaboratore della rivista Nyugat (Occidente), ne divenne in seguito direttore. La forma impeccabile, la profondità di pensiero, la ricchezza ed
21. - Enciclopedia Cattolica. - II.
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Baboccio, Antonio - Portale del duomo di Napoli.
originalità della lingua caratterizzano la sua lirica e la sua prosa.

Ottime le sue traduzioni di Dante, Shakespeare, Shelley, Poe, Baudelaire. Notevole la sua Storia letteraria d'Europa. Il B. esercitò un grande influsso sulla moderna letteratura dell'Ungheria nonché, in certo qual modo, su quella dei paesi vicini. Attraverso un lungo ed interessante travaglio spirituale, il B. giunse all'integrale accettazione del cattolicismo. Una delle opere più significative dell'ultimo periodo della sua vita è l'Amor Sanctus, traduzione ungherese di inni sacri medievali. Ma in tutti i suoi scritti è possibile vedere il defensor fidei, il campione di Dio. La traduzione della Divina Commedia, intorno a cui lavorò per più di dieci anni, è considerata la più perfetta che esista in lingua ungherese.

BibL.: A. Schöpflin, Magyar Irók, Budapest 1916; I. Han-kiss-G. Juhász, Littérature Hongroise, Parigi 1930.

Alessandro Alessandrini
BABOCCIO, Antonio, da Piperno. - Scultore, n. nel 1351, m. nel 1435. A Napoli, dove svolse principalmente la sua attività, si conservano il Sepolcro di Agnese e Clemente d'Angiò, nella chiesa di S. Chiara (1381 ca.), la porta maggiore del Duomo (1407), il Portale di S. Giovanni dei Pappacoda (1415), la Tomba di Ludovico Aldomoresco in S. Lorenzo Maggiore (1421), il Monumento sepolcrale di Onofrio Penna in S. Chiara (1423). Nel duomo di Salerno è stato trasportato il Monumento funebre della regina Margherita di Durazzo (1412).

La maniera del B. deriva dal gusto diffuso in Napoli da Tino di Camaino (v.), e si esprime attraverso un rozzo realismo delle forme appesantite da fastosità paesana.

BibL.: S. Fraschetti, Sarcofagi dei reali Angisini in S. Chiara di Napoli, in L'Arte, 1 (1898), pp. 434-38; A. Venturi, Storia dell'Arte italiana, IV, Milano 1906, p. 320; Anon., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 301 ; R. van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, V, L'Ala 1925, p. 320, nota 1.

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(1st. Gab. Fat. Naz.)
Baburen, Theodoor - Arresto di Cristo - Roma, Galleria Borghese.

BABUREN, Theodoor Dirk van. - Pittore olandese n. forse ad Utrecht. Quivi fu scolaro di Paulus Moreelse e dopo il 1611 dimorò per qualche tempo in Roma. Verso il 1621 tornò in Olanda, dove sembra morisse ancor giovane. Appartenne alla schiera dei seguaci stranieri del Caravaggio, insieme con Gerard Honthorst (Gherardo delle Notti), cui si avvicinò moltissimo, con Wouter Pietersz Crabeth, Hendrik Terbrugghen, Theodor Rombouts, ecc.

L'opera sua principale è la decorazione della cappella della Pietà in S. Pietro in Montorio a Roma, dove tutti i dipinti, tranne quello raffigurante la Disputa di Cristo con i dottori, gli vanno, benché con qualche incertezza, attribuiti. Certamente suo è il quadro della Deposizione collocato sull'altare, nel quale si scorge una somiglianza con la pittura, dello stesso soggetto, del Caravaggio; qui tuttavia il caravaggismo perde la sua unità di plastica rappresentazione per il frantumarsi del partito luminoso in tanti risalti secondari; il colore, però, a differenza del maestro, è brillante e vivace.

Gli altri dipinti, nella stessa cappella, rappresentanti Cristo che trasporta la Croce, Cristo deriso e l'Orazione nell'Orto sono assai più deboli.

In Roma il B. dipinse anche la Lavanda dei piedi, già nella Galleria Giustiniani, poi passata nella Galleria di Wiesbaden; allo stesso periodo della sua attività possono anche assegnarsi la Cattura di Cristo, data al Manfredi, il S. Rocco ritenuto del Carracci, ambedue nella Galleria Borghese, la Cattura di Cristo, già nella collezione Gavotti, il Cristo tra i Dottori nella Galleria Mansi a Lucca.

Le opere del periodo seguente trattano i soggetti «di genere» più comuni alla pittura olandese e non interessano più l'arte sacra.

Bibl.: F. Ramdohr. Ober Malerei und Bildbauerarbeit in Rom, III, Lipsia 1787, p. 331; H. Voss. Die Malerei des Barock in Rom, Berlino s. d.; R. Longhi, Precisioni nelle Gallerie italiane, in Vita artistica, I (1926), pp. 69-71; id., Precisioni nelle Gallerie italiane, I: R. Galleria Borghese, Roma 1928 (cf. indice);
E. Lavagnino, S. Pietro in Montario (Le chiese di Roma illustrate, 23), ivi s. d., pp. 13-16, 41-42 (con ripet.).

Vincenzo Golzio
BABUT, Etienne-Chables. - Storico francese di origine protestante, professore di storia del cristianesimo alla Università di Montpellier, m. in combattimento nel Belgio nel 1916.

Fu autore di numerose memorie di storia ecclesiastica sui secc. IV-v nelle quali accanto ad acuta indagine critica non mancano le prevenzioni di scuole che ne infirmano spesso le conclusioni. Esordì con lo studio Le Concile de Turin; essai sur l'histoire des Eglises provençales au Ve siècle (Parigi 1904); continuò con La plus ancienne dicrétale (ivi 1904) che secondo lui sarebbe la collezione: Comune Romanorum ad Gallos episcopos e che attribuisce a papa Damaso; Priscillien et le Priscillianisme (ivi 1909). Ancor più discussa fu la biografia S. Martin de Tours (ivi 1912); cf. Anal. Boll., 32 (1913), pp. 439-72 e poi Anal. Boll., 38 (1920), pp. 5-136 dove il p. H. Delehaye fa una critica a fondo dei criteri che hanno guidato il B. nel suo lavoro. Ultimo è l'Etude Biblique sur la Rédemption (Nlmes 1914).

Bibl.: A. Lambert, s. v. in DHG, VI, col. 32. Pio Paschini
BACCANALI. - Denominazione d'un culto che si celebrava a Roma (Livio, XXXIX, 8 sgg.), in laco Similae (Livio XXXIX, 12, 4; cf. CIL, VI, 9897; Schol. ad Juv., 2, 3), alle pendici dell'Aventino (Ovidio, Fasti, VI, 518), o in altre località d'Italia, specie nel mezzodì (cf. CIL, I, 196= CIL, X, 104; Livio, XXXIX, 41; XL, 19, 9), all'inizio del sec. II a. C.

La divinità che stava al centro delle celebrazioni era Bacco (Dioniso; [v.]). Ma non nella forma, nota ai fatini da tempi antichissimi, di Liber pater, dio, assieme a L i bera, della fecondità, e che, dall'inizio della Repubblica, aveva formato, assieme a Libera e a Cerere, una triade analoga a quella greca di Demetra, Dioniso e Core, ma

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in quella che aveva trovato la sua sistemazione nei culti misterici (v. diomiso, misteri di). Questo tipo di religiosità proveniva dall'Italia meridionale; originariamente il culto era riservato alle donne (Livio, XXXIX, 13, 8), poi, da parte d'una sacerdotessa compana, v'erano stati introdotti anche gli uomini. (Altrove [XXXIX, 8, 3] Livio parla di un "grascus ignobilis " portatore dei b. dall'Italia meridionale a Roma attraverso l'Etrotta). Le feste erano segrete; probabilmente vi veniva rappresentata l'uccisione di Dioniso fanciullo da parte dei Titani, una morte rituale (sita ut ne corpora quidem interdum ad sepulturam exstairent s) e una sorte di rapimento mistico tra gli dèi (s raptora dis homines dici»: Livio, XXXIX, 13, 13).

Si trattava, in sostanza, d'un culto di tipo orientale, con al centro la figura di Dioniso, culto che aveva avuto grande momento alla corte di Tolomeo Filopatore in Egitto, di carattere mistico, orgiastico e a sfondo esoterico, a quale non erano estrance, forse, le speculazioni filosoficereligose dei pitagorici. A Roma i b., resi noti in seguito a delazione motivata da questioni private, furono severamente considerati dal senato - sempre nemico d'ogni forma di "esterna religio" - che, attraverso il console Postumio Albino, montò un vero e proprio affare politico, che finì con una sanguinosa repressione a seguito del ben noto "senatus consultum" del 186. Questo, pur non giungendo a una precisa interdizione, regolava, limitandole notevolmente, le celebrazioni dei b. (il testo del "senatus consultum" - conservato in CIL, VI, 5827 - venne ritrovato "in agro Teurano ", in Calabria).

Il singolare valore storico dell'episodio dei b. è costituito dal fatto che l'avvenimento rappresenta, per quanto si sa, il primo caso in suolo italiano d'una collisione fra il potere politico e quello religioso (le indagini sui b. vennero compiute dal console e non dal collegio sacerdotale).

Per giustificare le sanzioni, il racconto di Livio è infarcito di particolari scandalosi e di accuse di immoralità, le stesse accuse che verranno mosse più tardi ai cristiani.

Dopo la persecuzione del 186 bisogna giungere alla metà del I sec. a. C. per ritrovare cenno dei b. (Serv. ad Verg., Sal., 5, 29: "Caesarem constat primum sacra Liberi patris transtulisse Romam "). Cesare, che, secondo ogni verosimiglianza aveva appreso i culti dionisiaci ad Alessandria d'Egitto, li reintroduce in Roma. Dopo di lui, progredendosi nella ammissione di forme religiose straniere e nel sincretismo religioso durante l'impero, tali culti si perpetuarono.

BibL.: G. Wissowa, Bacchanal, in Pauly-Wissowa, Realencyclop., II, col. 272 I sg.; F. Cumont, Les religions orientales dans le paganisme romain, 4^{2} ed., Parigi 1929, pp. 46, 48, 196 sgg.; E. Frondari, Senatus consultum de Bacchanalibus, in Hermes, 67 (1932), pp. 309-96; W. Krause, Zum Aufbau der Bacchanal-Instbrijt, in Hermes, 71 (1936), pp. 214-20; F. Altheim, A History of Roman Religion, ed. ampliata tradotta da H. Mattingly, Londra 1938, pp. 239 sg., 310 sg., 314 sg., 316, 325, 447 sg.; G. Ménard, Les aspects religieux de l's affaire e des Bacchanales, in Revue des études anciennes, 42 (1940), pp. 476-85; Y. Béquionon, Observations sur l'affaire des Bacchanales, in Revue archéologique, 6* serie, 17 (1941), pp. 184-98; A. Grenier, Les religions étrusque et romaine, Parigi 1948, pp. 145 sg., 156. Mario Camozzini

BACCANO (Ad Baccanas, ad Vacanas). - Nome d'una stazione postale al XXI miglio della via Cassia, dove presso la salita detta clivus Parralis, possedette una villa Annio Fusco, padre di Pescennio Nigro, competitore di Settimio Severo.

Negli Acta SS. Septembris, VI, Anversa 1695, pp. 230 233, al 21 sett. 5 riportata la Passio di un s. Alessandro vescovo, ignoto al Martyr. Hieronymianum, passio priva di valore storico, ove peraltro viene segnalata a B. l'esistenza d'una basilica sepolcrale in cui sarebbe stato deposto questo Alessandro vescovo e martire, riportandone anche l'iscrizione posta sulla sua tomba. G. Marin propose d'identificare tale Alessandro con quello ricordato al 22 ott. dai Sinassari costantinopoliiani (Note d'agiografie toscane in Revue bénédictine, 24 [1907], pp. 112-17); più verosimile l'ipotesi del Lanzoni (pp. 329-32) che lo suppone vescovo di Forum Clodii. La memoria di una venerazione di s. Alessandro in B. viene confermata
fino al sec. xI dalla bolla di Leone IX dell'a. 1033 in cui tra i beni della basilica Vaticana si ricorda una massa Clodiana cum locu Baccanas... et ecclesia S. Alexandri quae est in Baccanis. Sempre in B. nel 1874 si rinvennero resti sepolcrali e due pilastrini quadrati di marmo bianco alti m. 0,75 con tre facce lisce e la quarta contenente un tralcio di vite graffito tra due monogrammi \& G. B. De Rossi li identificò per basi di altare e li ottenne per il museo Cristiano lateranense.

BibL.: G. B. De Rossi, B. (Baccanas) sulla via CassiaScoperta del cimitero di S. Alessandro vescovo e martire con parte del suo antico altare, in Bull. arch. crist., 2^{2} serie, 6 (1875), pp. 142 132: 3^{2} serie, 6 (1888), p. 112; G. Tomassetti, La campagna romana, antica, medievale e moderna, III, Roma 1915, p. 106; H. Delehaye, Les origines du culte des Martyrs, 2^{2} ed., Bruxelles 1933, p. 320 .

Enrico Iosi
BACGANTI. - Divinità femminili minori greche al seguito di Dioniso. Erano rappresentate con i capelli sciolti, pelle di cerbiatto (nebride) sulla lunga veste e, in mano, il tirso o il cembalo o una fiaccola o un cerbiatto che agitavano nei movimenti frenetici della danza bacchica. Euripide, nelle Baccanis ne ha mirabilmente descritto il delirio sacro, durante il quale si vantano di far scaturire vino, latte e miele, sbranano uomini, animali e li divorano. Sono dette b. anche le sacerdotesse di Dioniso nelle quali ritroviamo di poco attenuata l'esaltazione delirante dei prototipi mitici.

BibL.: Rapp. Maenaden, in Roscher, Lex., II, II, col. 3243 sgg.; Marbach, Mainades, in Pauly-Wissowa, Realencyclop., XXVIII, col. 361 sgg.; N. Turchi, Menadi, in Enc. Ital., XXII, p. 837 .

Luisa Banti
BÀCCARI, Francesco. - Sacerdote, architetto e scrittore ascetico, n. a Lendinara (Rovigo) I' 11 ag. 1747, m. a Roma il 3 marzo 1835. Entrò a 16 anni nella Congregazione della Missione a Roma. Ordinato sacerdote, fu addetto alle missioni e alla predicazione al clero a Firenze, Forli, Fermo e in quasi tutte le diocesi della Romagna e delle Marche. Abile architetto, rese particolari servigi nell'ingrandimento e abbellimento di varie case della sua famiglia religiosa. Disegnò e diresse anche la costruzione di chiese, come la parrocchiale di Saludecio (Rimini). Ricoprì cariche distinte tra i suoi confratelli : fu superiore a Roma, visitatore provinciale, vicario generale per l'Italia. Godé la stima dei Sommi Pantefici da Pio VII a Gregorio XVI, di artisti e di altre persone eminenti. Fu membro dell'Accademia Clementina delle Belle Arti di Bologna. Nulto apprezzata, tra gli ecclesiastici, fu la sua opera: Pratica del Confessionale, 4 voll., pubblicata a Roma nel 1827 . Annibale Bugnini

BACCELLI, Liberato. - Fisico scolopio, n. a Lucca il 18 nov. 1772, m. a Modena il 21 ott. 1835. Insegnò fisica a Correggio e nell'Università di Bologna, della quale fu anche reggente durante il periodo napoleonico. Dopo la restaurazione del 1815 , passò nuovamente a Correggio, indi alla Università di Modena, come professore di fisica sperimentale. Fu uno tra i più illustri fisici del suo tempo. Pubblicò nel 1821, pochi mesi dopo la comunicazione dell'Gerstedt, le sue ricerche sui fenomeni eletro-magnetici, emulo di Faraday, Ampère e Arago. Notevoli anche i suoi studi e le sue scoperte nella chimica, nell'idraulica e nell'ottica. A lui va rivendicata la liquefazione del gas ammoniacale, da lui ottenuta nel 1811, dodici anni prima delle esperienze del Faraday.

BibL.: L. Picanyol, Un grande scienziato, p. L. B. delle Scuole Pie, Roma 1936; G. Provenzal, Ricendicazioni scientifiche italiane. La liquefazione dei gas, L. B. Prof. di fisica sperimentale nello Universita di Bologna (1772-1835). Nuove esperienze sullo stringimento e distendimento dei fluidi aeriformi per virtù di aumentato e diminuita pressione atmosferica, Roma 1942.

Leodegario Picanyol

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BACCELLIERE, BACCELLIERATO. - Il nome probabilmente deriva dalla milizia e indicava un cavaliere di armatura leggera tenuto a prestare servizio (baccelleria) in corrispettivo della concessione di una terra. Dalla milizia laica passò alla milizia di Cristo ove indicò il clero minorista, poi fu traslato a indicare un grado accademico inferiore sia alla laurea che alla licenza e dall'Università parigina si diffuse probabilmente a tutte le altre. Nelle università teologiche si disse baccalaureus biblicus chi, a giudizio del suo maestro, era idoneo ad esporre la S. Scrittura, baccalaureus sententiarius chi poteva leggere le Sentenze di Pietro Lombardo. Si otteneva il grado con pubblica disputa. Anche nelle facoltà di Legge e d'Arti si ebbero baccellieri. Il nome sussiste in Francia (bachelier ès lettres, bachelier ès sciences) e significa licenziato dalle scuole medie e ammissibile all'università di lettere o di scienze. Vige in pieno nelle università anglosassoni. E stato conservato nelle Tocoltà ecclesiastiche e, secondo la Deus Scientiarum Dominus (24 maggio 1931, art. 8), il baccellierato «è un grado accademico, dal quale si riconosce che lo studente ha dato tal saggio della sua dottrina da essere ritenuto idoneo a proseguire il corso verso i gradi accademici superiori»; si conferisce in teologia, in utroque iure, e in filosofia dopo il secondo anno di studio : dopo il primo in studi biblici, in diritto canonico, in archeologia cristiana, in studi orientali e in canto gregoriano (art. 41). Si consegue il titolo solo dopo aver sostenuti con successo gli esami richiesti per il titolo stesso.

Vittorio Bartoccetti
BACCHER, Placido. - Venerabile, n. in Napoli il 5 apr. 1781, da famiglia originaria della città (agli portò, oltre al cognome aggiunto B., quello di De Gasaro), m. ivi il 19 ott. 1851. Imprigionato durante la Repubblica partenopea, ebbe dal governo di essa il padre esiliato e due fratelli fucilati. Sacerdote nel 1806 , divenne rettore della chiesa del "Gesù Vecchio ", che restaurò con le proprie sostanze, facendone un centro di intensa vita religiosa.

Uomo di penitenza e di estrema carità, praticò specialmente l'apostolato della predicazione e ne acquistò larga fama a Napoli e in Italia. Amico del b. Francesco Saverio Maria Bianchi (v.) e di altri insigni spiriti religiosi, assistette in morte la ven. Maria Cristina di Savoia. Rifiutò un vescovado e fece ritirare il canonicato a lui conferito dal card. Sforza Riario. Venne sepolto al "Gesù Vecchio». Nel 1909 ne venne introdotta la causa di beatificazione (AAS, 1 [1909], pp. 498-501).

Bibl.: G. Petrone, Il venerabile don P. B. rettore del a Gesit Vecchio * di Napoli, Pozzuoli 1924.

Nello Vian
BACCHIDE ("figlio di Bacco"). - Generale siro del regno seleucida, che partecipò a tre riprese alla lotta contro i Maccabei in Palestina. Inviato da Demetrio I Sotere a Gerusalemme ad insediare il sommo sacerdote Alcimo (v.) ed a sostegno del partito ellenista (16r a. C.), uccise molti fedeli giudei e riusci in parte, con l'astuzia, a dissolvere il partito di Giuda Maccabeo (I Mach. 7, 8-25). Ritornato in Giudea con un esercito per vendicare la sconfitta di Nicanore, ad Elasa (forse presso el-Birēh) vinse i pochi ( 800 ) soldati di Giuda, il quale rimase ucciso nella lotta (I Mach. 9, 1-18). Ristabilito il dominio siro, B. dovette a lungo sostenere una guerriglia snervante contro i nazionalisti radunatisi nei monti meridionali intorno a Gionata Maccabeo. Alla morte di Alcimo ritornò in Antiochia, lasciando molti presidi in munite fortezze; ma nel 157 a. C. era di nuovo in Giudea, dove, non potendo aver ragione di Gionata, che gli sfuggiva sempre, venne ad un accomodamento (I Mach. 9.37-73).

Forse è distinto da questi il B., generale di Antioco IV, ricordato in II Mach. 8, 30. Angelo Penna

BACCHINI, Benedetto. - Benedettino e storico insigne, n. a Borgo S. Donnino il 31 ag. 1631, m. a Bologna il I sett. 1721.

La sua prima attività letteraria fu rivolta a continuare (1686-90) la pubblicazione del Giornale de' Letterati d'Italia, già da altri cominciata e non continuata a Roma. Eletto bibliotecario del duca di Modena, pensò di pubblicare l'opera inedita di Agnello di Ravenna, Liber Pontificalis seu vitae Pontificum Ravennatum; ma gli studi preparatôri lo persuasero a far precedere un'altra opera più generale, De ecclesiariticae hierarchiae originibus dissertatio (Modena 1703), nella quale, dopo aver parlato del governo dell'impero romano e di quello degli Ebrei al tempo di Gesù Cristo, tratta delle origini delle metropoli italiane e in particolare di quella di Ravenna. L'opera, densa di erudizione, suscitò meraviglia e forti opposizioni, perché il B. vi sostiene la tesi fondamentale della assoluta distinzione iniziale del governo ecclesiastico dal governo civile, e dovette difenderla con ardore, appoggiato dai carld. G. A. Tommasi e D. Ferrari. Il Liber Pontificalis di Agnello uscì a Modena nel 1708, arricchito di dissertazioni, note e appendici; riportato poco più tardi dal Muratori in Rerum Ital. Script., II, Milano 1733, pp. 1-220. Del B. dànno la vita e delle molte altre opere edite e inedite un ampio catalogo il Mazzucchelli, II, 1, pp. 8-11, e I. Affo, Memorie degli scrittori e letterati Parmigiani, V, Parma 1797, pp. 345-420 e A. Pezzana, in Continuazione delle Memorie degli scrittori e letterati Parmigiani, vol. I dell'App., ivi 1825 , pp. 864-908.

Bibl.: Hurter, IV, coll. 1227-31; G. Carreire, s. v. in DHG, VI, coll. 47-49.

Celestino Testore
BACCI, Pietro Giacomo. - Aretino, sacerdote della Congregazione dell'Oratorio a Roma, ove m. nel 1656. E noto per la sua Vita del b. Filippo Neri fiorentino, fondatore della Congregazione dell'Oratorio, raccolta dai processi per la sua Canonizzazione, stampata per la prima volta dal Brugiotti in Roma nel 1622. Essa è rimasta la biografia classica di s. Filippo, di cui riproduce fedelmente lo spirito; ebbe oltre 140 ristampe, e traduzioni in diverse lingue. Carlo Gasbarri

BACCINELLI, Giuseppe. - Carmelitano scalzo, in religione Bernardino di S. Teresa, missionario e vescovo; nativo di Roma ( 15 marzo 1807), dove professò l'8 dic. 1824; andò al Malabar nel 1833, ove fu rettore al seminario siro-malabarico di Verapoly (1833-36 e 1839-46) e parroco di Verapoly (1835) e di Cunemao (1836-39). Quando, nel 1845, il Malabar fu diviso in tre vicariati (Verapoly, Mangalore, Quilon) egli fu nominato pro-vicario di Quilon (1847). Dal 1853 fu coadiutore del vicario apostolico di Verapoly e amministratore di Quilon, fino al 1859 , quando assunse il governo di Verapoly con il titolo di arcivescovo di Farsala. Per promuovere l'educazione del clero indigeno, riunì i piccoli seminari siro-malabarici in un seminario centrale a Puthenpally (1866); introdusse l'uso delle missioni popolari e degli esercizi spirituali ed eresse un Terz'ordine regolare tra il clero indigeno secondo la regola carmelitana ( 1855,1860 ). Morì a Verapoly il 5 sett. 1868.

Bisc.: Mackenzie, Hist. of Christianity in Travancore, in Travancore State Manual, a (1904), p. 198 sg.; Ambrosius a S. Ternsia, Missarch. Caroc., IV, Roma 1939, pp. 338-45; id., Nomenclater Mission. C. D., ivi 1944, p. 71.

Ambrogio di Santa Teresa
BACCINI, IDA. - N. a Firenze nel 1850 e m. ivi nel 1911, fu scrittrice feconda ed apprezzata per la bontà, la sincerità e la freschezza da cui appare pervasa la sua opera. I suoi libri riscossero, presso i giovanetti e le giovanette della sua epoca, il maggiore consenso.

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Diresse la B. due giornali educativi: Il giornale dei bambini e Cordelia, quest'ultimo fondato da A. de Gubernatis. La B. scrisse: Le memorie di un pulcino, Il libro delle novelle, Angeli del cielo e angeli della terra, Per le veglie incernali, Storie allegre e storie meste, Interessante e istruttivo è il libro intitolato Piccoli vingsiatori, viaggio in Cina, in cui vengono raccolte le lettere, ricche di meraviglie per la descrizione dei luoghi visitati, che due ragazzi inviano alla madre durante un loro viaggio da Firenze, a Livorno e a Singapore, toccando, durante il viaggio, Messina, Aden, Ceylon.

Carattere autobiografico hanno i libri: La mia vita e Scintille nell'ombra.

Bibl.: G. Fanciulli, I. B. ricordata ai giovani, Firenze 1911; E. Poselli, I. B., in Il Marzoceo, 5 marzo 1911; G. Fanciulli e E. Monaci, La letteratura per l'infanzia, Torino 1937, p. 233 ap.; O. Giacobbe, La letteratura infantile, 4^{2} ed., ivi 1937, p. 123 ap. e passim.

Nino Sammarano
BACCIO d'Agnolo. - N. a Firenze il 19 maggio 1462, m. ivi il 6 maggio 1547 . Fu in gioventù intagliatore in legno ed esegui gli stalli del coro in S. Maria Novella; in età matura si dedicò anche all'architettura, ricercando, sulle orme del Cronaca, una severa massività che spesso male si accorda con gli spunti brunelleschiani cui contemporaneamente fa capo il suo stile.

Architetto vari edifici civili a Firenze, fra i quali il palazzo di Agostino della Seta (Serristori) dai caratteristici sporti laterali, ben congegnato nei rapporti di massa; quello Bartolini-Salimbeni (1520), quello Antinori, ecc. Oltre ai lavori di adattamento in Palazzo Vecchio, fra il 1506 ed il 1515 costrui un tratto di ballatoio all'imposta della cupola di S. Maria del Fiore, opera aspramente criticata da Michelangelo. Nel 1506 innalzò il campanile di S. Spirito, con ampie aperture d'ispirazione brunelleschiana e bizzarro coronamento, e quello di S. Miniato al Monte (1527). La più tarda chiesa di S. Giuseppe in via dei Malcontenti è invece un organismo severo e saldo, privo di quelle estrosità da intagliatore delle quali altre volte B. dà prova: non è originale lo schema a navata unica con cappelle laterali, perché già usato da Antonio da Sangallo il Vecchio. I figli Giuliano (1491-1555) e Filippo (m. nel 1569), pur essi architetti, sono noti rispettivamente per la canonica di S. Martino a Montughi e per il palazzo Boutourlin a Firenze.

Bibl.: G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, IV, Firenze 1881, pp. 349-6s; A. Venturi, Storia dell'arte ital., VIII, 1, Milano 1923, pp. 475-83; XI, I, II, ivi 1939, pp. 552-56.

Guglielmo Matthise
BACCIO (Baccio Sinibaldi) da Montelupo. Scultore e architetto, n. a Montelupo nel 1469, m. a Lucca nel 1535. Fra le sue opere sono quattro statue in terracotta per una Pietà in S. Domenico a Bologna (1495) ispirate ad una viva sensibilità pittorica che discende dal Verrocchio e da Leonardo; la levità dei panni, la morbida flessione del gesto, il trapassar sottile dei piani, attraverso i quali si esplica l'intendimento pittorico, sono equilibrati nel misurato contrapporsi delle luci e delle ombre.

Esegul molti crocifissi (Firenze, S. Marco; Arezzo, SS. Flora e Lucilla, ecc.), ma fra tutti quello di S. Lorenzo in Firenze ha particolare morbidezza di modellato. Più saldo il pensoso S. Giovanni Evangelista in bronzo del 1515 (Firenze, Orsannichele) dove l'equilibrio chiaroscurale e quello dell'atteggiamento si fanno più studiati. Nel periodo tardo della sua attività, che si svolse a Lucca, la Madonna nella chiesa di S. Martino (resto del monumento Gigli), mostra nell'ingrandimento delle forme e nel continuo frangersi dei drappi uno spezzarsi dell'equilibrio iniziale, onde l'opera è svuotata del suo contenuto lirico.

Verso il termine della sua vita si dedicò all'architettura e la sua opera più importante è la chiesa di S. Paolino a Lucca, con una disarmonica facciata a tre ordini, eccessivamente sviluppata in altezza ed un interno a navata unica con transetto, nel quale l'ordine architettonico è
![img-25.jpeg](img-25.jpeg)
(fol. Alinari)
Baccio d'Agnolo - Campanile della chiesa di S. Spirito. Firenze.
sormontato da un attico che conferisce all'insieme una verticalità sproporzionata. - Vedi Tav. XL.

Bibl.: A. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, IV, Firenze 1881, pp. 559-62; M. Polverosi, Uno scultore del rec. XVI: B. S. da M., ivi 1899; F. Filippini, B. da M. a Bologna, in Dedolo, 3 (1927-28), pp. 528-41; A. Venturi, Storia dell' Arte ital., X, I, Milano 1935, pp. 87-92; XI, I, ivi 1938, pp. 946-50.

Guglielmo Matthise
BACCO, santo, martire : v. SERGIO e BACCO, santi, martiri.

BACH. - Famiglia di musicisti, originaria della Turingia, il cui capostipite è Veit (Vito), n. ca. il 1550 e m. nel 1619. Il più notevole fra gli anziani fu Giovanni Cristoforo, n. ad Armstadt l'8 dic. 1642 e m. il 31 marzo 1703, compositore di musiche vocali, fra cui una Storia biblica, e di corali organistici. Ma il più glorioso della famiglia è Giovanni Sebastiano n. ad Eisenach il 21 marzo 1685, m. a Lipsia il 28 giugno 1750, musicista di fama universale. Rimasto orfano ancora fanciullo, fu avviato all'arte dal fratello maggiore Giovanni Cristoforo, organista ad Ohrdruf. Nel 1703 fu per pochi mesi musico di corte, come violinista, nella cappella privata del principe Giovanni Ernesto di Sassonia a Weimar e poi organista nella nuova chiesa di Arnstadt. Nel 1707 accettò il posto di organista nella chiesa di S. Biagio a Mühlhausen. Ostacolato da elementi conservatori nei suoi disegni

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di rinnovamento della musica religiosa, ritornò l'anno dopo a Weimar come organista di corte e musico di camera del duca, migliorando notevolmente le sue condizioni finanziarie. Nel 1717 si trasferì a Köthen come maestro di cappella e direttore della musica da camera del principe Leopoldo di Anhalt dove compose, fra l'altro, le sei sonate per violino e i sei concerti detti brandenburghesi, cosi chiamati perché scritti per Cristiano Ludovico margravio di Brandeburgo. Lasciò Köthen nella primavera del 1723 per recarsi a Lipsia, successore del Kuhnau, in qualità di Cantor, ossia direttore della scuola di S. Tommaso e direttore della musica dell'università, un ufficio, dunque, inferiore alla dignità di maestro di cappella. Ma fu probabilmente spinto ad accettare questa situazione dalla necessità d'iscrivere all'università i molti figliuoli ormai adulti. I suoi meriti eccezionali non furono apprezzati durante la lunga permanenza di 27 anni in questa città, e non lievi furono talvolta i contrasti con i rettori della scuola. Compi numerosi viaggi, ma in genere condusse una vita familiare raccolta e austera, concedendo un maggior tempo all'insegnamento. Nonostante l'incomprensione dei cittadini, la fama del musicista si diffuse in Germania, cosicché fu sovente visitato ed onorato da molti ammiratori di passaggio a Lipsia. Negli ultimi anni si accentuò la miopia e dopo un'operazione fattagli nell'inverno 1749-50 perdette completamente la vista.

E singolare che un genio di tale potenza non abbia avuto universale risonanza fra i contemporanei, i quali apprezzarono in lui l'esecutore, impareggiabile come organista e clavicembalista, piuttosto che il compositore. Caduto in oblio (ma Mozart e Beethoven studiarono le sue opere), il merito della sua rinascita si può ascrivere al Mendelssohn che nel 1829 diresse
![img-26.jpeg](img-26.jpeg)
(da R. Magli-A. A. S. Bach, Parvezzo (66)
Bach, Giovanni Sebastiano - Ritratto ad olio di Elise Gottlieb Hausmann - Lipsia, libreria musicale Peters.
a Berlino la Passione secondo s. Matteo; da allora ebbero inizio gli studi che culminarono nella grande edizione delle musiche (1851-1900), pochissime delle quali erano state pubblicate vivente il compositore, e nella fondamentale biografia di Philipp Spitta (18731880).
B. è uno degli artisti che più profondamente hanno espresso il sentimento religioso, elemento davvero fondamentale di tutta la sua opera; tale carattere si può riconoscere anche nella musica strumentale, non soltanto nei corali, preludi e fughe per organo, ma in tutte quelle composizioni numerosissime, in cui domina un'austera ispirazione. Egli è il maestro sovrano della fuga : dalle Invenzioni a 2 e 3 voci sino al Clavicembalo ben temperato, all' O f ferta musicale e all'Arte della fuga si dispiega il suo sommo magistero nello stile contrappuntistico. Le composizioni vocali rivelano le qualità più varie ed intense dell'arte bachiana: e subito sono da ricordare le cantate religiose scritte, per tutte le domeniche e solennità di cinque anni interi, su testi tratti dal Vangelo o da testi sacri elaborati da alcuni poeti, fra cui il Neumeister; circa duecento sono giunte sino a noi, molte delle quali capolavori d'ineguagliabile felicità espressiva. Delle cinque grandi Passioni in forma d'oratorio sono rimaste due soltanto, quella secondo s. Giovanni (1723), di prevalente carattere mistico, e quella secondo s. Matteo (1729), superba concezione drammatica, che nell'ampia architettura racchiude quadri grandiosi ed episodi suggestivi. Altre qualità dell'arte bachiana distinguono i Mottetti, i tre Oratori di Natale, dell'Ascensione e di Pasqua. Sebbene di confessione protestante, il B. accolse elementi d'ispirazione dal rito cattolico componendo quattro Messe brevi, il melodioso Magnificat e quella grande Messa in si minore (1733-34), scritta per la corte cattolica di Dresda, che sta tra le più alte concezioni religiose dell'arte d'ogni tempo.

Alcuni figli di Giovanni Sebastiano divennero insigni musicisti, non indegni del nome paterno : il primogenito Guglielmo Friedemann, n. a Weimar il 22 nov. 1710 e m. a Berlino il 1^{°} luglio 1784 , ebbe un temperamento musicale di prim'ordine; fu prediletto dal padre, e organista dal 1733 al 1746 nella chiesa di S. Sofia a Dresda, fino al 1764 in quella di S. Maria ad Halle; si trasferì in seguito in molte città tedesche conducendo vita sregolata, contraria alla severa tradizione familiare. Oltre a musica organistica e strumentale compose: Heilig per coro ed orchestra e una cantata religiosa con sinfonia.

Il secondogenito Carlo Filippo Emanuele, detto il B. berlinese o amburghese, n. a Weimar l'8 marzo 1714, m. ad Amburgo il 14 dic. 1788 , studiò alle Università di Lipsia e di Francoforte sull'Oder e quivi fondò una scuola corale; recatosi a Berlino nel 1738, diventò nel 1740 clavicembalista di camera di Federico II; nel 1767 successe al Telemann come direttore della musica ecclesiastica ad Amburgo. Fu compositore assai fecondo, specialmente versato nell'improvvisazione e nell'arte della variazione tematica: di lui si ha molta musica clavicembalistica, orchestrale e da camera, e nel campo religioso ben 22 Passioni, due Oratòri e numerose cantate; nonché la celebre opera teorica sull'insegnamento del clavicembalo Versuch über die wahre Art, das Klavier zu spielen.

Il quartogenito Giovanni Cristoforo Federico, detto il B. di Bückeburg, n. a Lipsia il 21 giugno 1732, m. a Bückeburg il 26 genn. 1795, studiò prima diritto, fu dal 1750 musico di camera e poi maestro di cappella a Bückeburg sino alla morte. Dei tre oratòri scritti su testo di Herder ci sono pervenuti l'Infanzia di Gesù e la Resurrezione di Lazzaro (entrambi del 1773); abbiamo inoltre la cantata Pigmalione, mottetti e musiche strumentali.

Il figlio mino