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Federico, detto il B. di Bückeburg, n. a Lipsia il 21 giugno 1732, m. a Bückeburg il 26 genn. 1795, studiò prima diritto, fu dal 1750 musico di camera e poi maestro di cappella a Bückeburg sino alla morte. Dei tre oratòri scritti su testo di Herder ci sono pervenuti l'Infanzia di Gesù e la Resurrezione di Lazzaro (entrambi del 1773); abbiamo inoltre la cantata Pigmalione, mottetti e musiche strumentali.

Il figlio minore, infine, Giovanni Cristoforo,

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detto il B. milanese o londinese; n. a-Lipsia nel 1735 e m. a Londra il 1^{°} genn. 1782, fu nel 1754 a Milano maestro della cappella privata del conte Agostino Litta che gli concesse i mezzi per studiare il contrappunto col padre Martini a Bologna. Convertitosi al cattolicesimo, diventò nel 1760 organista del duomo di Milano. Nel 1762 si recò a Londra dove fu maestro di musica della regina e si uni col violinista Abel nella gestione di una società di concerti che ebbe notevole importanza. Oltre ad 11 opere teatrali italiane ed una francese, accolte con molto successo, compose due Oratòri, numerose Messe, Mottetti, Requiem e Te Deum ed ogni genere di musica strumentale.

BibL.: relativa a Giovanni Sebastiano: P. Spina, 7.-S. B., Lipsia 1873-80; C. H. Bitter, 7.-S. B., 2^{°} ed., Berlino 1881; A. Pirro, L'orgue de 7.-S. B., Parigi 1894; W. Cart, Etude sur 7.-S. B., ivi 1898; H. Bart. 7. S. B., Berlino 1922; A. Pirro, L'Esthctique de 7.-S. B., Parigi 1907; A. Schwoitaut, 7. S. B., 3^{°} ed., Lipsia 1924; C. S. Terry, 7. S. B., la vita, trad. it., Milano 1943.

Luigi Ronga
BACH, JOSEPH.

- Teologo positivo, n. il 4 marzo 1833 a Aislingen (Baviera) e m. a Monaco di Baviera il 24 sett. 1901. Sacerdote nel 1856, si laureò nel 1859 . Nel 1867 fu nominato straordinario e nel 1872 ordinario all'università di Monaco. Si occupò nell'apprendendire il pensiero dogmatico del mediocvo, e specialmente il problema cristologico negli autori tedeschi, stendendone una magnifica storia, cui aggiunse una serie di documenti inediti, dandoci un'opera che ancora si consulta con profitto.

Pubblicò : Meister Echardi der Voter der deutschen Spekulation (Vienna 1864); Die Siebenzahl der Sakramente (Ratisbona 1864); molta risonanza ebbe l'articolo su Gerbach von Reichenberg (1093-1169), in Oesterreichische Vierteljahrschrift für Kath. Theologie, 1865, pp. 19-118; Die Dogmengeschichte der Mittelalters vom christlogischen Standpunkt oder die mittelalterliche Christologie vom XIII-XIV fahrhundert (2 voll., Vienna 1873-75); Albertus Magnus Verhältnis zur Erkenntnislehre der Griechen, Lateiner und Juden (Vienna 1881).

Bau..: J. Schlecht, 7. B., in Hist. pol. Blätter, 130 (1902), pp. 489-85; J. Grisar, s. v. in DHG, VI, coll. 53-56.

Vito Zollini
BACHEM, Julius. - Avvocato, politico e pubblicista, n. il 2 luglio 1845 a Mülheim sulla Ruhr, m. il 22 genn. 1918 a Colonia. Fu uno dei principali redattori dei Kölnische Blätter, posteriormente Kölnische Volkszeitung. Amico e scolaro di Windthorst, il B. fu una delle personalità direttive del Partito del contro, di cui fino al 1890 fu egli stesso uno dei rappresentanti della Camera prussiana. Il significato storico del B. è nello sforzo da lui fatto per chiarire il carattere politico del Partito del centro. Durante il cosiddetto Kulturkampf, scatenato dal Bismarck, e
dopo la fine di esso, egli combatté l'opinione corrente che il Partito del centro avesse come suo scopo di difendere la Chiesa, e precisò che questo partito come tutti gli altri autentici partiti politici aveva come meta il bene comune dello Stato inteso nel suo significato più ampio, ma dagli altri si distingueva in ciò che nella scelta dei mezzi utili a realizzare quel fine esso seguiva come norma suprema la concezione cattolica del mondo e degli uomini. Ogni cittadino, anche non cattolico, poteva perciò unirsi a questo partito, ove ne avesse accettato il programma. Su queste basi il
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(da E. Steglich. J. S. Bach, Potsdam 1933)
Bach, Gionanni Sebastiano - Corale per organo : "Kom Gott Schöpfer Heiliger Geist" (Veni Deus Creator, Sancte Spiritus). Autografo. Berlino, biblioteca di Stato.
B. spese ogni sua opera per sviluppare e diffondere la viva forza del cattolicesimo in ogni campo della vita, cercando di stabilire una proficua e pratica collaborazione tra cattolici e non cattolici. Contro l'introduzione della so-cial-democraziadelle masse operaie germaniche egli sostenne i sindacati cristiano-nazionali. Difese la scuola cattolica, promosse la stampa (Kölnische Volkszeitung, Augustinusverein), e l'attività scientifica dei cattolici (Staatslexikon, sezione giuridica e sociologica della Görresgesellschaft) e chiese energicamente la parità dei cattolici e dei protestanti in tutti i rami dell'amministrazione e della istruzione pubblica.

Ove si tenga conto della divisione confessionale della Germania, non si può non approvare l'opera del B. e i princìpi da lui seguiti, e difenderlo anche contro le accuse massagli da carchie cattoliche professanti un radicale "integralismo" e un troppo zelante antimodernismo, specialmente dopo la pubblicazione dell'articolo : "Noi dobbiamo uscire dalla torre", pubblicato negli Historisch-politische Blätter, nel 1906. Vero è che l'indirizzo seguito dal B. contribuì a rendere i cattolici tedeschi meno attenti di quel che sarebbe stato necessario verso gli essenziali diritti dell'impero fondato dal Bismarck, così come d'altra parte mostrava di sottovalutare l'aperta e fredda avversione che la Chiesa e il cattolicesimo incontravano in Germania.

BibL.: B. Julius, Erinnerungen eines alten Publicisten und Politikers, Colonia 1913; K. Hoeber, s. v. in Staatslexikon der Görresgesellschaft, I, coll. 543-47. Gustav Gundlach

BACHENSTEIN, Johann von. - Arcidiacono di Zagabria, vissuto nel sec. xv. Prese parte importante nel Concilio di Basilea, dove si recò nel 1432 come procuratore dei vescovi di Zagabria e Cinquechiese. Ebbe dal Concilio molti incarichi importanti presso il papa Eugenio IV e alti personaggi politici. Fu referendario nel processo contro Eugenio IV, cappellano dell'antipapa Felice V e di Federico III.

BibL.: Hebée-Lecâercq. VII, p. 887 sgg.; A.-M. Jacquin, s. v. in DHG, VI, col. 27.

Benedetto Gioia
BAGHIAGCA. - Pseudonimo del pittore Francesco Ubertini, n. a Firenze il 1^{°} marzo 1494 e m. ivi il 5 ott. 1557. Le prime opere, e particolarmente le

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Bachiacca - La leggenda del re morto - Dresda, Pinacoteca.
(fot. Alinmri)
Deposizioni di Bassano e degli Uffizi, hanno chiari i caratteri umbri, a lui venuti dal suo maestro, il Pe rugino, i quali, pur attenuandosi in altre opere per il prevalere della maniera ora di Andrea del Sarto ora di Michelangiolo, Raffaello e Leonardo, formano sempre il substrato della sua arte.

Tra le opere migliori vanno ricordate il Battesimo di Cristo (Londra), il Suonatore di liuto (Londra, raccolta Butler), L'Angelo e Tobiolo (Berlino, raccolta Simon), la Suonatrice di liuto (Firenze, raccolta Contini-Bonacossi).

Bog.: M. Tinti, Il B., Firenze 1922; A. Venturi, Storia dell'Arte Italiana, IX, 1, Milano 1923, pp. 453-74; I. Fisenchel, Andrea del Sarto, Strasburgo 1935, pp. 100-102; E. Salvini, Ubertini Francesco, in Thieme-Becker, XXXIII, p. 582.

Maria Donati
BACHIARIO. - Scrittore ecclesiastico del principio del sec. v. E autore di due importanti opuscoli, De fide, e De reparatione lapsi. In questo si rivolge a Gennaro, abate di un monastero, perorando la causa di un monaco e diacono che era caduto in peccato con una vergine consacrata. Nel De fide presenta a Roma la propria professione di fede circa la Trinità, l'Incarnazione, l'origine delle anime, la natura dell'uomo, la risurrezione della carne, la natura e l'origine dei demitni, il digiuno, il canone delle scritture, gli apocrifi. Sono i temi ben noti dei simboli antipirscillianistici.

Secondo Gennadio, B. era monaco, e dai suoi scritti sembra essere stato lui stesso diacono e forse abate. Spagnolo, anzi propriamente galiziano, come tale aveva sofferto ostilità e accuse per sospetto di aderenze e simpatie priscillianistiche. Quindi, poco dopo il Sínodo di Toledo del 400 , che aveva riammesso ufficialmente i galiziani nella comunione dei vescovi cattolici, sarebbe stato come il portavoce dei suoi compatrioti per difenderli dalle accuse e sospetti che non cessavano di addensarsi a Roma contro di loro per parte dei vescovi della Betica e della Cartaginese. E innegabile che i suoi scritti hanno un aspetto ortodosso, e ci vuole della sottigliezza per trovarvi i segni di un'anima realmente priscillianista e origenista.

Parecchi hanno pure pensato che B. fosse vescovo, e come tale l'hanno voluto identificare con il misterioso Peregrinus episcopus revisore ed editore dei Canones epistularum Pauli Apostoli di Priscilliano (contenenti il famoso comma Iohanneum). Peregrinus sem-
bra pure aver raccolto in un solo corpus i vari libri della Volgata latina geronimiana. Altri ancora hanno cercato di rivendicare altri opuscoli anonimi a questo oscuro personaggio, del quale già Gennadio confessava di non aver trovato fuori del De fide, alcun altro dei grata opuscula che gli erano attribuiti.

Btsc.: Il De fide e il De reparatione lapsi furono editi da Fr. Florio, Roma 1748 (PL 20, 1015-62). Cf. Gennadio, De viris industriber, 24; G. Bardenhewer, Geschichte der altbireblichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1912, p. 412 ; A. Lambert, s. v. in DHG, VI, coll. 58-68; B. Altaner, Patrologia, vers. it., Torino 1940, p. 254.

Per ipotesi particolari v. A. Lapôtre, La "Cerna Cyprianis et ses enigmes. X: l'auteur, in Recherches de science religieuse, 3 (1912), pp. 595 sgg. e J. Dube, Le "De fide" de Bacharius, in Rev. d'hist. ecclés., 24 (1928), pp. 5 sgg., 301 sgg. (sarebbe autore del De scena Cypriani, del De Sodoma, del De Iona, dell'Epistola ad Turanism, e avrebbe scritto il De fide circa il 384 contro s. Girolamo). Fr. Florio ha tentato di attribuirgli il pseudagostiniano De Incarnatione Verbi ad Isonianism, che sarebbe lo stesso Gennaro destinatario dell'Epistola. Il G. Morin, Pages inédites de l'écrivain espagnol Bachiarius, in Bull. d'anc. htt. et d'arch. chrét., 4 (1914), p. 117 sgg., lo crede redattore delle due lettere di una religiosa spagnola nel codice Sangallese 100. Mac Incrry, St. Mochta and Bachiarius, Dublino 1923. I'ha voluto identificare con il Bachiarius vescovo di Siviglia del vir sec. Per le relazioni fra B. e Peregrinus v. Priscilliani quae superaunt, ed. Schepss, in CSEL, 18, p. 107 sgg.; Th. Stangl, Zu Bachiarius, in Berliner Philol. Wochenschrift, 37 (1917), pp. 868 sgg., 912 sg., 966 sgg.; J. De Bruyne, Etudes sur la Volgata en Espagne, in Rev. Bénéd., 31 (1919), p. 373 sgg.; L. M. Bover, Bachiarius Peregrinus?, in Estudios eclesiásticos, 7 (1928), p. 361 sgg.; Ad. d'Alès, Priscillian et l'Espagne chrétienne, Parigi 1936, p. 134 sgg.; J. Madoz, Una nueva redacción del "Libellus de Fide" de Baquiaric, in Revista española de teologia, I (1941), p. 457 sg. (importante).

Antonio Ferrua
BACHOFEN, Johann Jakob. - Giurista, n. a Basilea il 22 dic. 1815 , ivi m. il 25 nov. 1887. Discepolo del Savigny volse le sue ricerche alla storia dello sviluppo delle forme giuridiche in seno ai gruppi umani primitivi, sì da esser considerato il fondatore dell'etnologia giuridica.

La sua opera fondamentale è Mutterrecht (Stoccarda 1865), nella quale afferma che lo sviluppo sociale e religioso dell'umanità muoverebbe da un primo stadio, caratterizzato : economicamente dal comunismo; socialmente dal predominio della donna a cui faceva capo, data la promiscuità dei sessi, la norma della generazione; religiosamente dal culto di una grande Dea Madre, simbolo della terra che tutto produce e tutto in sé riassorbe, donde le divinità ctonie e il culto dei morti.

Da questa religione tellurica, nella quale predomina la mitologia lunare, si passerebbe a una seconda forma di religione e di civiltà, economicamente caratterizzata dalla pro-

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prietà privata, socialmente dal predominio dell'uomo anche nel seno della famiglia e religiosamente dal culto delle divinità solari; il che, secondo il B., sta a significare che il progresso della storia si compie attraverso la vittoria dello spirito come forza sull'inerzia della materia. Questo spiega la reviviscenza degli studi sul B. in Germania nell'epoca tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Bibl.: C. A. Bernoulli, 7. 7. B. und das Natursymbol, Lipsia 1924: sul quale volume vedi un'ampia analisi di R. Pettazzoni, in Studi e materiali di Stor. delle relig., I (1925), p. 233; Ch. Andler. 7.-7. B., son onore et sa méthode, d'après un livre récent, in Revue de l'Hist. des religions, 93 (1926), pp. 224-41; J.-J. Bachofen, Ureligion und antike Symbole, 3 voll., Lipsia 1926, contiene passi delle sue opere coordinati dallo stesso C. A. Bernoulli; B. Croce, Il B. e la storiografia ufifologica, in La Critica, 26 (1928), pp. 418431.

Nicola Turchi
BACH Y TARGARONA, Pedro. - Oratoriano catalano, n. il 1^{°} maggio 1796 a San Lorenzo de los Munts (Barcellona), m. a Vich il 6 genn. 1866.

Fece gli studi superiori all'Università di Cervera, si laureò in teologia all'Università di Maiorca (1819); entrò nell'Oratorio di s. Filippo Neri a Vich; ma dopo la soppressione di questo (1835) si rifugiò a Perpignan, poi a Nizze, finalmente a Roma. Rientrato, nel 1844, a Vich, ricostituil la Congregazione dell'Oratorio, di cui divenne superiore nel 1854 . Fondò anche l'Istituto dei Fratelli dell'Immacolata Concezione, il collegio per gli studenti poveri, un asilo per i preti malati.
'Tradusse dall'italiano il Directório Mistico para los Confesores del p. Bernardino da Castelvetere (Vich 1847), e compose in catalano e spagnolo il Mirall dorat de l'anima, ó sia instrucción practica per arreglar la vida viver santament, (s. l. s. d.).

Bibl.: Elias de Molins, Dict. biogr. de escritores catalanes del siglo XIX, I, Barcellona 1889, p. 185.

Ambrogio di Santa Teresa

BACICCIA (Gaulli, Giovan Battista), detto il. - Pittore, n. a Genova l'8 maggio 1639, si recò a Roma nel 1657 rimanendovi poi fino alla morte (2 apr. 1709), eccettuato un breve soggiorno a Modena (1669) e a Genova: nel 1674 fu eletto principe della Accademia di S. Luca.

Nell'ambiente artistico romsno, ove benefició deldell'amicizia e dell'appoggio del Bernini, il B. ebbe dapprima fama come ritrattista, ed esegul innumerevoli ritratti di papi e di cardinali, dal tempo del pontificato di Alessandro VII a quello di Clemente XI : in essi, l'aulica impostazione vandickiana si avviva di una intensa ricchezza coloristica e di una mobilità espressiva, raggiunta a contatto con l'arte berniniana (ritratti di Clemente IX, galleria di S. Luca e collezione Rospigliosi a Roma; ritratto del card. Leopoldo dei Medici, agli Uffizi). La complessa formazione figurativa del pittore, avvenuta a Genova presso il Borzone e a contatto con la feconda bottega dei De Wael, si riflette nelle prime opere romane (pala con la Madonna, il Bambino e santi, in S. Rocco, 1660-65; Pietà, collezione Incisa, 1667; Assunta, già proprietà Chigi a Castelfusano, 1667) denunziando, accanto ai modi fiamminghi del Rubena e del Van Dyck e ad un correggismo spesso mediato attraverso i lombardi, lo studio delle pale monumentali dei Carracci e del Reni. L'intimo dissidio pittorico inerente al commosso colorismo del B. nei confronti di una conclusa forma disegnativa, si compone per l'incontro romano con la scultura del Bernini, della quale il B. comprese l'essenziale significato di colore, che permetteva una soluzione nuova del problema massa-movimento: ne
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(ftst. (lab. Vat. Xax.)
Baciccia - Testa d'angelo. Particolare dell'affresco con l'Adorazione del Nome di Gesù - Roma, soffitto della chiesa del Gesù.

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(pt. Anderen)
Baciccia - La Vergine che presenta il Bambino a s. Anna. Quadro a olio su probabile disegno di G. L. Bernini. Roma, chiesa di S. Francesco a Ripa.
consegue una più libera visione cromatica della forma, intesa però sempre con plastica saldezza, onde permettere il ritmico fluire del contorno per un effetto di musicale armonia.

Le 4 Allegorie delle Virtù nei peducci di S. Agnese a piazza Navona ( 1668 -71) rappresentano la prima completa affermazione dello stile del pittore: seguono la decorazione del soffitto di S. Marta ( 1672 ; i due tondi laterali debbono l'esecuzione ad altra mano) e quella grandiosa del Gesù ( 1672-83 : comprende gli affreschi della volta della cupola, dei peducci, del catino absidale e della vòlta della cappella di S. Ignazio) commessa al B. dal generale dell'Ordine p. Oliva. Nell'affresco del voltone, con il Trionfo del Nome di Cristo, il B. si giova della propria abilità nello scorcio e della magnifica materia del suo colore per realizzare la più audace concezione di masse in movimento, travolgendo ogni termine architettonico in modo analogo a quanto aveva raggiunto il Bernini nella Cattedra di S. Pietro: la tradizione decorativa riassunta dallo stesso Pietro da Cortona, veniva così rinnovata a fondo, aprendo la via a successivi sviluppi.

Al medesimo periodo delle opere nel Gesù appartengono alcune delle tele più nobili del B. (S. Giovanni Battista nel deserto, in S. Niccolò da Tolentino; S. Ludovico Bertrando, in S. Maria della Minerva; Morto di s. Francesco Sacerio, in S. Agostino ad Ascoli Piceno; Natisità, nel Carmine a Fermo; Cristo e la Samaritana, galleria Spada); mentre nella più tarda attività, i valori meramente decorativi finiscono talvolta per prevalere accentuando gli effetti teatrali (Nascita del Battista, a S. Maria in Campitelli; S. Niccolò da Bari, in S. Maria Maddalena, 1697-98), amorzando la vitalità stessa del colore per ricondurne le
possibilità entro i termini di una consucta maniera. Nella decorazione del soffitto dei SS. Apostoli (1707) col Trionfo dell' Ordine francescano, il B. rivela una larvata adesione agli schemi e ai modi propri dell'imminente Settecento, contrari al suo stile migliore. - Vedi Tav. XLI.

Bibl.: M. Perotti, L'opera di G. B. G. in Roma, in Arte, 19 (1916), fasce. III e iv, pp. 207-33; V. Gobis, Pittori e scultori nella chiesa di S. Agnese, in Archivi d'Italia, 2^{°} scric, 1 (1933-34), pp. 302-303; P. Tocchi-Venturi, Le convenzioni fra G. B. G. e il generale dei Gesuiti... per le pitture della cupola e della vòlta del tempio Farnesiano, in Roma, 13 (1935), n. 4, pp. 147-56; V. Gobis, Doc. artistici sul Vino nell'Arch. Chigi, Città del Vaticano 1939, passim; G. Incisa della Rocchetta, Un nuora quadro del B., in L'Urbe, 3 (1940), n. 5, pp. 3-7; G. Boccolini, La raccolta di L. Pascali..., in Riv. dell'Ist. di Arch. e Stor. dell'Arte, 8 (1941), fasce. 2^{°} e 3^{°}, pp. 137-42; M. Masciotta, I ritratti del B., in Primato, 2 (1941), n. 20; M. V. Brugnoli, Dinguì del B., in Arti figurative, 1 (1942), pp. 49-54; E. Feinblatt, Jesuit Ceiling Decoration, in The Art Quarterly, 4 (1947), pp. 237-53. Maria Vittoria Brugnoli

BACILE. - I. Nella liturgia. - Grande piatto, per lo più in metallo, che serve per le varie abluzioni in uso nella liturgia. Specialmente nei primi secoli, quando i fedeli offrivano il pane ed il vino per il sacrificio, erano necessari recipienti per permettere al celebrante di purificarsi prima di iniziare l'azione sacra. Quando la Chiesa pensò essa stessa alle oblate, le abluzioni diminuirono e furono conservate solo per il loro valore simbolico; la grandezza quindi dei vasi destinati a queste abluzioni diminuì. Oggi oltre a b. abbastanza capaci per contenere l'acqua santa, o per lavarsi le mani nelle sacrestie, ve ne sono altri di diversa grandezza per gli usi liturgici. I vescovi usano un b. con una brocca di argento e di metallo; anche altri prelati hanno tale privilegio. B. di più piccole dimensioni servono per contenere oggetti che devono essere benedetti nelle varie funzioni, come il sale, la cenere, gli anelli, medaglie ecc. od anche per portare alcuni paramenti sacri all'altare nelle Messe pontificali.
II. Nell'arte sacra. - Le fonti medievali, fin dagli Statuta antiqua del 500 ca., ricordano spesso il b. liturgico (bacinum, aquamanile, pelvis, concha, patena, discus, manipulus, luxa, fons) che non si differenzia dagli altri se non per la decorazione in cui intervengono motivi cristiani, come nei piatti orientali dei secc. vi-vii su cui è rappresentata la comunione degli Apostoli (ad es., quelli provenienti da Riha della Collezione di Dumbarton Oaks e da Stuma del museo di Costantinopoli) o gli angeli davanti alla croce (Leningrado, Ermitage; Londra, museo Britannico, e Nuova York, Metropolitan Museum, provenienti da Cipro). Altri piatti d'argento sono più semplici nella decorazione, come, ad es., gli esemplari provenienti da Ostia (sec. iv, Vaticano, Museo Sacro), da Canoscio (Perugia, Soprintendenza), da Poltava (Leningrado, Ermitage) da Lampsaco e da Sutton Koo (Londra, museo Britannico), da Hamah (Baltimora, Walters Art Gallery). I piatti del tesoro di Nagy Szent Màilos con iscrizioni bulgariche del sec. IX (Budapest, museo Nazionale) servono piuttosto per uso profano. Un gran numero di b. di bronzo, corrispondenti nella forma e nella decorazione a tipi copti, fu trovato anche nelle tombe barbariche dei secc. vi e viI.

Numerosi e di varia forma sono i b. dell'alto medioevo; in molti tesori si conservano b. di ottone con rappresentazioni allegoriche, forse lavorati nella Germania settentrionale (ad es., alcuni di quelli del museo di Padova), che servivano, oltre che per il "lavabo", forse anche per il Battesimo. Dal sec. xiv fino al Rinascimento le scuole della Fiandre, della Renania e, dal sec. xv, di Norimberga lavorarono b. spesso con scene battute in ottone (Beckenschlägerei) destinati ad essere esportati, specialmente in Spagna e nell'Italia

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settentrionale. Più preziosi sono i b. di rame smaltato della scuola di Limoges dei secc. xili e xiv che si trovano spesso in doppio con decorazione identica (Vaticano, Museo Sacro; Parigi, museo Cluny; raccolte di Dresda, Baltimora, Londra, ecc.).

Nel Rinascimento il b. liturgico serve specialmente nella Messa pontificale; diventa più largo, molto pesante e decorato spesso a cesello o a sfodzo. Quasi tutti i grandi «tesori» conservano ricchi esemplari di b. lavorati insieme con la brocca (Vaticano, cappella Sistina; Siena, duomo, ecc.). Il neoclassicismo cambia anche il gusto per la forma del b., che diventa più semplice ed è quasi sempre accoppiato con la brocca (Vaticano, Museo Sacro).

Bial.: H. Leclercq, s. v. in DACL, II, 1, col. 602: W. F. Vollach, Metallecheiten der christlichen Kultes, Magonza 1921: J. Braun, Das christliche Altvagerät, Monaco 1932, p. 531: O. Schmitt. s. v. in Reallexikon zur deutschen Kunstgeschichte, I, col. 121.

Guglielmo Federico Volbach
BACIO. - Nella liturgia cattolica è un gesto di uso frequente e riveste carattere di venerazione ed omaggio, di affetto e unione fraterna, oppure di sudditanza. Ad esso è legato un simbolismo naturale per indicare amore, rispetto, unione, ed è entrato a far parte del rituale religioso oltre che civile presso moltissimi popoli e ha sostituito quella forma di adorazione che si dice π ρ ° σ α \dot{ν} ν η σ ι ς. Si distingue il b. delle persone (b. di pace), e il b. delle cose sacre.

Sommario: I. Il b. di pace. - II. Il b. al piede del Papa. - III. Il b. della mano. - IV. Il b. delle cose sacre.
I. il b. di pace. - 1. Alla Messa. - Si usa dare il b. di pace alla Messa con l'abbraccio vicendevole o con il presentare a baciare una tavoletta a forma di quadro, detta la "pace" (v.). L'abbraccio si usa tra il clero assistente alla Messa solenne; la "pace" si usa per il clero nelle Messe cantate non solenni e per i laici nelle Messe solenni. Il b. di pace è d'uso antichissimo, e più volte nel Nuovo Testamento (Rom. 16, 16; I Cor. 16, 26; II Cor. 13, 12; I Thess. 5, 26; I Pt. 5, 14) è ordinato ai fedeli di darselo scambievolmente. E detto \varphi Ω λ η μ α \dot{α} γ \dot{α} π η ς (osculum pacis: I Pt. 5, 14), \varphi Ω λ η μ α \dot{α} γ ι o v (osculum sanctum). Da Giustino (Apol. I, 65) risulta un b. di conclusione delle preghiere litaniche prima della celebrazione eucaristica. Simile b. di pace prima della preghiera euca-
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(fot. Gab. Fat. Naz.)
Bacile - B. d'arte tedesca del sec. xv - Atri, tesoro del Duomo.
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(Fot. Enc. Catt.)
Bacile - B. di ottone sbalzato con il profilo di M. T. Cicerone (sec. xVI) - Andelo, chiesa dell'Immacolata.
ristica è ancora oggi comune nelle liturgie orientali; allo stesso posto figura pure nella Traditio Apost. di Ippolito (sec. III), nella liturgia gallicana, nella mozarabica e nell'ambrosiana antica.

E certo che nel sec. v l'attuale uso romano di dare il b. di pace dopo il Canone non è ancora di uso comune, come risulta dall'intervento di Innocenzo I (Ad Decent.: PL 20, 553). In Africa, fin dal principio del sec. III, Tertulliano (De oratione, 18) parla di un b. di pace quod est signaculum orationis, dopo l'« orazione", dove si vede che se oratio non è specificamente la Oratio Dominica, indica l'orazione sacrificale, e non la prece litanica presacrificale. S. Agostino (Sermo 227: PL 38, 1101) seguita a testimoniare nel senso di Tertulliano: «Post ipsam (orat. Dominicam) dicitur: pax vobiscum: et osculantur christiani in osculo sancto".

Oggi il b. di pace si omette nelle Messe di Requiem, al Giovedi Santo e al Sabato Santo (Messa Pasquale).

L'omissione della prima si spiega per l'origine votiva e quindi privata di tali messe; nelle altre i medievali hanno trovato, e i moderni ripetuto, disparate ragioni, tra le quali l'evitare un'analogia col b. di Giuda al Giovedi Santo. La ragione vera è quella cui accenna Tertulliano che nota il fatto (De oratione, 18, PL 1, 1178 : a sic et die Paschae... merito deponimus osculum e) e cioè : il carattere penitenziale che il digiuno dà a tali messe, mentre il b. è un segno di fraterna letizia.

Il b. di pace si dava tra i fedeli a un cenno del diacono: \dot{α} σ π \dot{α} σ α σ θ ε \dot{α} λ λ \dot{η} λ λ 0 \cup ς (Constitutiones Apostolorum, VIII, 11,9): Pacem habete, ecc. Forse da principio nel b. di pace non si osservava la distinzione dei sessi, come risulta dalla precauzione rilevata da un agraphon citato da Atenagora (Legatio pro Christianis, 32: PG 6,964). Ma già nel sec. III come è vietato il b. tra fedeli e catecumeni, così lo è tra uomini e donne cristiane (Ippolito, Trad. Apost.) Al sec. Iv le Constit. Apost. (II, 57; VIII, ' 11,9 ) mentre semplicemente consigliano la distinzione dei sessi nella chiesa, la inculcano espressamente nello scambiarsi il b. di pace, dal quale erano esclusi gli scomunicati e i pubblici penitenti; la riconciliazione dei quali avveniva appunto col b. di pace (pacem dare): v. lapsi. L'uso del b. di pace mediante reciproco abbraccio, si conservò in Occidente fino al sec. xiII (In-

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![img-33.jpeg](img-33.jpeg)
ida a. Goldeckmidt, Die Elfenbeinsknitpluren, I. Birtine 20111 Bacro - Vescovo che bacia l'altare. Particolare della copertura d'avorio del sacramentario di Drogone (sec. IX).
nocenzo III, De Sacro altaris mysterio, 6, 5: PL 217, 909) e in qualche luogo fino ai secc. xv-xvi.

Fin dal sec. xili venne in uso, prima in Inghilterra, di dare il b. di pace facendo baciare una tavoletta in legno, metallo o pietra (Pax, Paciferum, Pacificale, Instrumentum pacis, osculatorium, tabula, asser ad pacem, cf. J. Braun, Das christliche Altargerät, Monaco 1932, p. 560 sgg.), baciata prima dal sacerdote celebrante in Messa. L'uso fu accolto da Pio V nella riforma del Messale (Ritus servandia in celebrat. Missae, 10,5) come uso generale, finché verso il sec. xvili decadde.

Oltre questo b. di pace comune a tutte le liturgie e che si richiama a Mt. 5; 23 sgg., si faceva largo uso del b. nella liturgia papale. Alla Messa, durante il canto dell'Introito, il Pontefice baciava alcuni dei suoi ministri; dei quali due avevano già baciate a lui le mani (Ordo Rom., I, 11 4,5; V, 5,8: PL 78,941; 970, 986 sgg.).

A questo uso antico si riconnette il b. che il Papa riceve sul volto e sul petto dai tre ultimi cardinali preti prima di salire l'altare (Innocenzo III, De Sacro altaris mysterio, 1, 11: PL 217, 805); a sua volta il Papa, dopo il b. dell'altare, bacia i suoi diaconi, che lo ricambiano con un b. sul petto (Innocenzo III, op. cit., 1, 15: PL 217, 807).
2. Nei Sacramenti. - Al principio, quando la Cresima seguiva immediatamente il Battesimo, dopo il rito, il vescovo baciava il neofito (Ippolito, Traditio Apost., Testamentum D. N. I. C., 2, 9).

Nella Penitenza il b. costituiva anticamente una cerimonia caratteristica ed era l'espressione più chiara del senso di riammissione nella fraternità della Chiesa per mezzo del Sacramento.

Un b. di pace esisteva anche nell'Ordinazione (Ippolito, Trad. Apost., Constit. Apost., VIII, 5, 10).

Nel medioevo questo b. assunse forse il significato che avevano usi analoghi dell'investitura feudale. Oggi resiste ancora: due volte, nell'ordinazione episcopale (Pontif. Rom.: De Consecr. electi in episcopum) e una volta nell'ordinazione sacerdotale (ibid.: De consecr. presbyteri).

Anche l'Estrema Unzione era accompagnata da un b. (Pseudo Dionigi, Eccl. Hier., 7, 2: PG 3, 456). Il Sinodo di Auxerre (578), can. 12, proibisce il b. ai morti.

Nel Matrimonio si riscontra ancor oggi fra i Greci il b. alla fine della cerimonia, mentre sembra che presso i Romani costituisse l'atto legale del matrimonio (C. Krüger, Codex Justin., in Corpus Juris Civilis, II, Berlino 1895, p. 194) e che per Tertulliano (De Virginibus velandis, 11) entrasse a far parte del rito come lo scambio degli anelli. Nel medioevo gli sposi si davano tra loro il b. di pace, che lo sposo aveva ricevuto dal sacerdote al Pax Domini della Messa.

Anche nell'amministrazione dell'Eucaristia si nota il b. che il Pontefice celebrante dava al diacono dopo averlo comunicato e il diacono dava a sua volta al suddiacono dopo avergli presentato il Santo Sangue (Innocenzo III, De Sacro altaris mysterio, 6, 9: PL 217, 911; Caerem. Episcop., 2, 29, 3). Gli altri comunicandi, come pure il diacono, prima di ricevere la comunione baciavano la mano (oggi l'anello) del vescovo.

Il b. di pace si ha pure nella benedizione dell'abate, dei cavalieri, nell'incoronazione del re e della regina (cf. Pont. Rom., rispettivamente), nella professione monastica.

Nella benedizione delle badesse, queste, dopo il rito, ricevono le monache per il b. di pace (Pontif. Rom.: De bened. abbatissae).

Nella liturgia mozarabica il vescovo baciava la badessa da lui benedetta. Altro b. di pace si usa alla fine del Concilio tra i partecipanti (Caerem. Episcop., 1, 31, 19).
II. il b. al piede del papa. - Un b. che ha tutt'altro senso che quello di pace è il b. al piede del Papa sia nella liturgia che nel cerimoniale di cortei. L'uso risale a tempi remotissimi ed ha le sue radici nella etichetta orientale (J. Horst, Proskyneln, in Neutestamentl. Forschungen, 3ª serie, 2 (Gütersloh 1932), p. 55 sgg .), è conosciuto nel Vecchio e Nuovo Testamento (Ps. 71, 9-11; Is. 49, 23; Lc. 7, 38-45, 15, 20; Mt. 26, 49) e non sempre ha un senso nettamente religioso. A tal proposito va rilevata la notizia del Liber Pontificalis (ed. Duchesne, Parigi 1886-92, I, pp. 275, 391; II, p. 107) secondo cui l'imperatore Giustino baciò i piedi a papa Giovanni I, Giustiniano II a papa Costantino, e la corte pontificia nell'847 a papa Leone IV, morem conservantes antiquum. Quest'uso di baciare il piede al Pontefice, notato già nell'Ordo Rom., I, 11, si è conservato nella liturgia papale, nella quale i due suddiaconi, latino e greco, baciano il piede del Pontefice, come pure nel rito dell'adorazione al neoeletto, e nel cerimoniale delle udienze private.

III. il b. della ziano. - Il b. della mano si mostra anch'esso un uso antichissimo in segno di amore e di rispetto. Nella liturgia baciano la mano: il vescovo eletto, dopo l'esame, al consacrante (Pontif. Rom.: De Consacr. electi in episcopum), i ministri al Pontefice prima di lasciare la sacrestia, per questo detta anche Salutatorium; tutti al Pontefice, al vescovo e agli abati nel ricevere da loro la comunione (ora si bacia l'anello). Uguale uso vige nella liturgia greca. Il b. della mano si usa in genere nella liturgia ogni volta che dal sacerdote si riceve o a lui si dà in mano qualcosa.
IV. il b. delle cose sacre. - Nell'antichità, il b. significava, oltre che amore, anche rispetto: donde il b. delle cose sacre. Tra questi b. va notato quello delle reliquie, della croce, delle palme e candele benedette, dei vasi e paramenti sacri e soprattutto il b. del libro degli Evangeli e dell'altare.

L'Ordo Rom., I, 8, prescrive un b. dei lati dell'altare da parte dei diaconi assistenti (salutare = baciare), e del Pontefice che ripete il gesto all'Offertorio. Al tempo di Innocenzo III l'altare si baciava tre sole volte; ma un secolo più tardi si notavano nove di tali b. Cf. G. Durando, Rationale Divini Offic., IV,

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39, 6 (Parigi 1854); F. J. Dölger, Zu den Zeremonien der Messliturgie, II: Der Altarluss, in Antike u. Christentum, 2 (1930), p. 190 sgg.

Bibl.: G. Moroni, s. v. in Dixion. di erudizione storico-ecclesiontica, IV. Venezia 1840, p. 11-23; F. Cabrol, Baiser, in DACL, II, coll. 117-130; H. Thurston, Kiss, in The Cath. Enc., VIII, p. 663; F. J. Dölger, Der Kuss im Tauf- u. Firmungsritual nach Cyprian u. Hippalyt, in Antike u. Christentum, 1 (1929), p. 186 sgg.; id., Zu den Zeremonien der Messliturgie, II: Der Altarluss, in Antike u. Christentum, 2 (1930), p. 190 sgg.; J.-A. Jungmann, Missarum uellenatis, II, Vienna 1448, pp. 389-403.

Salvatore Marsili
BACKER, Augustin de. - Erudito, n. ad Anversa il 18 luglio 1809, m. a Liegi il I dic. 1873. Da giovane intraprese viaggi in Belgio e in Francia avendo in animo di pubblicare uno studio sulle origini dell'arte tipografica. Entrato nel 1835 nella Compagnia di Gesù ed avendo constatato l'incompletezza della Bibliotheca scriptorum S. I. di N. Southwell, si dedicò del tutto a ricerche bibliografiche. L'opera sua principale è la nota Bibliothèque des écrivains de la Comp. de Jésus ( 7 voll., Lovanio 1853-61), edita con l'aiuto del fratello Aloys, anch'egli gesuita e bibliotecario a Lovanio. A distanza di pochi anni uscì una seconda edizione (in 3 voll., ivi 1869 -76) che il B. non vide interamente stampata e che fu condotta a termine dal fratello; seguita poi da una terza ancor più completa e aggiornata (Bruxelles 1890-1900), a cura di C. Sommervogel.

Bibl.: V. van Teicht, La Bibliothèque des écrivains de la Compagnie de Jésus et le père A. de B., Lovanio 1876; Sommervogel, I, pref., pp. I-vi, e coll. 723-25.

Silvio Furlani
BACNINH, vicariato apostolicO di. - Il i giugno 1883 venne staccato dal vicariato apostolico di Tonchino orientale, e affidato alla provincia domenicana delle Filippine, il vicariato di Tonchino settentrionale, che nel 1924 prese il nome di B. Fu smembrato nel 1913 per la creazione della prefettura apostolica, ora vicariato, di Langson e Caobang.

Superfice del territorio, situato in zona torcida presso il Tropico del Cancro: kmq. 24.700 : popolazione totale (computo appross. 1942): 1.200 .000 ab., in maggioranza Annamiti, ca. 60.000 di stirpe Tho o Thai, ca. 25.000 Man, nella regione montana. Cattolici 58.728 , quasi tutti Annamiti, con 730 catecumeni; una trentina di protestanti, e 1.140 .000 ca. pagani. Le 46 stazioni primarie e 428 secondarie sono affidate a 67 sacerdoti secolari annamiti e 12 Domenicani, coadiuvati da 6 suore estere e 201 indocinesi; 131 sono i catechisti, 347 gli insegnanti. Opere della missione : seminario minore con 22 alunni, e 59 filosofi e teologi che studiano fuori missione; "Domus Dei", per aspiranti al seminario e per catechisti, 52 dispensari, 20 orfanotrofi, un ospizio di vecchi e un lebbrosario, i ospedale. L'evangelizzazione procede lentamente (media annua 300 battesimi di adulti) sia per l'esiguità del personale, come per l'irretimento del popolo nelle preoccupazioni di ordine materiale. La II* guerra mondiale ha creato nuovi ostacoli.

Bibl.: Leonis XIII Acta, III 1884, pp. 239-40; AAS, 6 (1914), pp. 29-30; 7 (1935), p. 330 ; Guida delle Missioni cattoliche, Roma 1935, p. 158; Archivio Prop. Fide, Prospectus Status Missionis, 30 giugno 1942; MC, pp. 23-24.

Giuseppe Monticone
BACOLOD, Dioces di. - Nell'isola di Negros occidentale (Filippine); la città ha un porto sullo stretto di Guimaras e conta ca. 60.000 ab. La diocesi è stata eretta il 15 luglio 1932, come suffraganea di Cebu (Nome di Gesù); comprende all'est l'isola di Nepos e le piccole isole adiacenti distaccate dalla diocesi di Jaro, ed all'ovest l'isola di Siquijor distaccata dalla diocesi di Cebu. Ha una superfice di 13.143 kmq . e una popolazione di 1.218 .507 ab., dei quali 961.628 cattolici. Le parrocchie sono 53 ; i sacerdoti diocesani 32 e i regolari 23.

Bibl.: AAS, 25 (1933), pp. 324, 327, 360; E. Bazaco, La Iglesia en Filipinas - The Church in the Philippines, Manila 1938.

Corrado Morin
BACONE, Francesco. - Filosofo e uomo politico, n. il 22 genn. 1561 presso Londra, figlio di Nicola, guardasigilli della regina Elisabetta e nipote del primo ministro Burleigh; m. a Highgate (Londra) il 9 apr. 1626. Entrò tredicenne nel Collegio universitario di Cambridge, donde uscì tre anni dopo, tutto pervaso da quel senso di profonda insofferenza per l'aristotelismo logico e scolastico, che doveva poi divenire il motivo polemico centrale, implicito od esplicito, della sua speculazione. Inviato a Parigi dal padre, fu costretto a ritornare in patria per la morte prematura di lui ( 1580 ), per volgersi, premuto da necessità economiche, agli studi legali, e quindi all'esercizio dell'avvocatura. Ma questa gli era troppo ingrata: onde, indirizzando ad altra meta le sue mire, tentò la via degli onori. Membro del parlamento già fin dal 1584 , nel 1597 fu nominato consigliere straordinario della corona. Ma, guastatosi con Elisabetta, non gli fu possibile, durante il regno di lei, salire a più alte cariche, nonostante la protezione del conte d'Essex, di cui B. non esitò in seguito a farsi accusatore quando il conte fu processato come capo della congiura contro la regina (1601). Maggior fortuna politica ebbe B. sotto Giacomo I, al cui servizio e difesa si era totalmente dedicato, non esitando perciò a mutare le sue convinzioni politiche. Fu nominato successivamente Solicitor general (1607), Attorney general (1613), Consigliere privato della corona (1616), Lord guardasigilli (1617), Lord cancelliere (1618), barone di Verulamio e visconte di S. Albano (1621). Ma tanta fortuna ebbe breve durata : in quello stesso anno, accusato di corruzione nella sua condotta politica e amministrativa, fu dal parlamento sottoposto a processo e condannato a un'ammenda di 40.000 sterline, alla prigionia nella torre di Londra e all'interdizione da qualsiasi ufficio politico. Ricuperata dopo pochi giorni, in seguito a condono della pena, la libertà, dedicò gli ultimi anni, fino alla morte, agli studi preferiti. Ben può dirsi che in B. all'altezza dell'ingegno non fu pari la forza della volontà: onde è ben arduo compito per lo storico (come attesta, del resto, la discordanza dei pareri) pronunziarsi sulla dirittura del suo carattere morale.

Opere. - B. concepì una grande opera enciclopedica, l'Instauratio magna, che doveva svolgere, nella sua intenzione, un generale piano di riforma della scienza. Il disegno dell'opera comprendeva sei parti, di cui la prima presentava una sistematica "divisione delle scienze", ch'era in realtà una radicale revisione del loro stato attuale; la seconda spiegava i "principi dell'interpretazione della natura ", ossia il nuovo metodo della scienza; la terza forniva una "storia naturale e sperimentale per la fondazione della filosofia", o, più semplicemente, il materiale scientifico, cui applicare il metodo; la quarta ("scala dell'intelletto") mostrava il doppio uso, industivo e deduttivo, dell'intelletto nella ricerca delle leggi; la quinta avanzava "anticipazioni" di verità, ossia scoperte realizzate col metodo comune; la sesta, infine, comprendeva la sistemazione definitiva della "scienza attiva". Di queste parti, però, furono composte da B. solo la prima, col titolo De dignitate et augmentis scientiarum (Londra 1623), e la seconda, rappresentata dal celebre Novum Organum (ivi 1620); mentre della terza non rimane che una farraginosa raccolta di materiale scientifico, pubblicata postuma col titolo di Zylva Artivarum. Dal De dignitate e del Novum Organum possiamo considerare abbozzi preparatori, rispettivamente, The advancement of Learning (Londra 1605) e i Cogitata et visa (composto nel 1607, edito postumo).

Il capolavoro di B. è, senza dubbio, il Novum Orga-

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num, che rappresenta la prima, inequivocabile espressione della rinnovata coscienza scientifico-filosofica moderna, e costituisce il centro di gravità di tutta la produzione del Verulamio. E composto di due libri e di una prefazione: in quelli si espone il nuovo metodo (che è, in effetti, una "nuova logica", come si dice nel titolo, il cui riferimento polemico all'Organon di Aristotele è evidente); in questa si afferma, contro gli scettici e i dogmatici, la possibilità di una scienza certa, che si fondi sopra un metodo nuovo. Abbozzato nei Cogitata et visa del 1607, il Novum Organum fu iniziato dall'autore nel 1608, ma pubblicato solo nel 1620 . Sono inoltre da ricordare, fra gli scritti di B., la Nova Atlantis, scritta in inglese intorno al 1621, poi tradotta in latino e pubblicata postuma nel 1627; De Sapientia veterum (Londra 1609); Temporis partus maximus (1585); Valerius Terminus (1603); Redargutio philosophiarum (1609); Descriptio orbis intellectualis (1612): i quali (editi postumi) o esprimono anticipazioni ancora frammentarie di future intuizioni, ovvero hanno scarsa impotianza teoretica e storica.

Se molti dei valori morali tradizionali non trovarono rispondenza nell'animo di B., un ideale tuttavia diresse la sua attività di studioso: l'ideale della scienza e del sapere, la certezza, anzi, che nel sapere e nella scienza sta l'unica possibilità di una redenzione dell'uomo dalla schiavitù della natura e la sola fonte di una effettiva e sostanziale potenza umana. Tale certezza B. afferma già in un noto passo dei Cogitata et visa ("hominis imperium sola scientia constare : tantum enim potest quantum scit"), e ribadisce poi nel primo libro del Novum Organum ("scientia et potentia humana in idem coincidunt, quia ignoratio causae destituit effectum»). Già si avverte che B. è figlio spirituale della nuova scienza, e ben si comprende la sua ammirazione per le moderne invenzioni della stampa, della bussola, della polvere da sparo. B. intuisce chiaramente che una nuova èra si è ormai inaugurata per l'umano sapere. Ma egli intuisce anche che la nuova scienza poggia su fondamenti diversi da quelli dell'antica; che un elemento nuovo (l'«esperienza") è intervenuto a modificare radicalmente il suo processo costruttivo; che anzi questo stesso processo è il processo della mente, la quale, liberandosi dalla contingenza dei dati sensibili particolari, ascende induttivamente alla formulazione delle leggi universali. Agli interessi metafisici tradizionali si sostituisce, quindi, in B. un interesse epistemologico tipicamente moderno, vòlto non più a un mondo di essenze oggettive, bensì all'attività soggettiva della mente che costruisce sulle solide basi dell'esperienza la sua scienza della natura. Di qui le frequenti polemiche di lui contro l'aristotelismo delle scuole e le sue degenerazioni intellettualistiche, e l'importanza fondamentale attribuita al problema del «metodo».

Per B. il problema del «metodo» è il problema stesso dell'esperienza vista nel processo mentale, onde essa si costituisce in scienza: la sua soluzione è la determinazione dell'«inductio vera». "Esperienza» e "induzione" sono termini che non nascondono per B. una dottrina grossolanamente empiristica; ma esprimono il significato migliore della nuova metodologia, in quanto traduce il problema della scienza in un problema propriamente filosofico. L'« esperienza» di B. non significa un'informe congerie di dati empirici, e neppure costituisce il risultato di quella falsa forma d'induzione per enumerationem simplicem, che non tien conto delle istanze negative e quindi non conclude mai necessariamente; ma esprime piuttosto il processo stesso dell'«induzione vera», che concresce su se stessa per l'ordinato concorso del senso e dell'intelletto, di un senso
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(da F. II Lattic Vosterplices, Londra 1563)
Bacone, Francesco - Ritratto all'accuabirtu.
che fornisce il dato e di un intelletto che lo elabora. Senso e intelletto sono appunto i termini della sintesi conoscitiva baconiana, e più che termini, momenti di quella sintesi attiva, e come tali purificati dalle scorie derivanti da un loro uso astratto o disordinato. Il senso, in se stesso incerto e facile all'errore, vien provvisto di mezzi e strumenti atti a correggerne le deviazioni; l'intelletto che, quando sia abbandonato a se stesso ("sibi permissus"), è fonte d'innumerevoli astrazioni, vien, per cosi dire, alleggerito del peso morto dei suoi idola o anticipazioni e presupposti arbitrari che sviano dalla vera ricerca del sapere. B. li identifica minutamente, raccogliendoli in quattro classi : a) idola tribus, o errori derivanti dalla nostra stessa costituzione mentale (e connaturati, quindi, alla specie o "tribù» umana), per cui la conoscenza delle cose risulta deformata dall'intervento attivo della mente; b) idola specus, o errori derivanti dall'individuale conformazione psichica o dalla particolare educazione e cultura dei singoli; c) idola fori, o errori nascenti dalle reciproche relazioni degli uomini, e più particolarmente dall'uso irriflesso del linguaggio, che induce spesso a considerare reali entità puramente immaginarie e verbali; d) idola theatri, o errori introdotti negli animi dai vari sistemi filosofici e teorie tradizionali, succedutisi come apparati teatrali sulla scena della storia umana, e capaci di traviare il pensiero dalla vera conoscenza della natura.

Con la teoria degli idola, assai significativa e storicamente importante per il senso critico che la ispira, si conclude il primo momento della costruzione metodologica di B. Il quale è, dunque, essenzialmente cri-tico-negativo (destruens), ma implicitamente prepara la visione del processo costruttivo della scienza, cui tende come a meta finale la nuova logica, il «nuovo organo». B. si preoccupa estremamente di seguire da

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presso i vari momenti di quel processo : dalla prima raccolta di materiale empirico (historia naturalis) e dal suo ordinamento nelle tabulae, classificanti i fenomeni a seconda della loro presenza (tabulae praesentiae), o della loro assenza (tabulae absentiae), o delle loro variazioni quantitative (tabulae gradunm), sino alle istanze prerogative, o casi privilegiati, in cui il fenomeno avviene in circostanze affatto nuove e impensate, o non avviene in circostanze del tutto simili a quelle in cui suole presentarsi.

Fine ultimo di questa ricostruzione scientifica cui tende il nuovo metodo, è per B. (e in ciò egli paga il suo tributo all'aristotelismo scolastico, da lui cosi energicamente combattuto) la conoscenza del mondo in sé, delle forme o cause formali del reale, attraverso lo studio del mondo fenomenico; ossia delle nature, quali a noi si manifestano nella presenza delle cause materiali e nell'azione delle cause efficienti. Tuttavia il motivo dinamico, introdotto da B. nella concezione del processo conoscitivo della scienza, sembra in certo modo riflettersi sul significato della «forma» aristotelica, risolvendone la natura sostanziale in un principio di attuazione del fenomeno. L'atto puro non è più, cosi, l'immota causa prima aristotelica, bensí l'infinito principio interno dell'infinita attuazione delle forme, che si determina nel processo latente della latente struttura "latens schematismus "dei fenomeni. E poiché tal processo è movimento, a questo, in fondo, si riduce tutta la varietà delle forme. Ma la vera forma delle forme, la forma indita, come principio assoluto e immanente di ogni determinazione fenomenica, e al di là delle nostre possibilità conoscitive e nota soltanto a Dio, che ne è l'autore.

E da osservare, a questo punto, come la preoccupazione di garantire il valore oggettivo del conoscere (ossia la possibilità di conoscere il mondo non ex analogia hominis, sibbene ex analogia universi) abbia infine riportato B. verso la metafisica tradizionale, al tempo stesso che la sua nuova intuizione lo costringeva a dar di essa un'interpretazione tendenzialmente meccanicistica. Effettivamente non si può intendere il pensiero di B. senza riferirlo alla tradizione speculativa, in cui s'innesta. E fu appunto un riferimento polemico alle forme degenerate dell'intellettualismo aristotelico, quello che in nome di un fecondissimo procedimento induttivo fece disperdere a B. il senso profondo della deduzione genuinamente aristotelica, la quale pur nascondeva nel suo procedimento logico-categoriale un'esigenza di universalità, cui dovrà far capo nuovamente lo stesso Kant col suo criticismo gnoseologico.

L'importanza del pensiero di B., nei particolari campi del sapere filosofico, è di minore rilievo. Ammette, con Telesio, una forma oscura di percezione diffusa in tutte le cose; e nell'uomo un'anima spirituale: su di essa però la filosofia non ha nulla da dire e solo la religione può pronunziarsi. B., che pure vedeva nell'ateismo una causa di degradazione per l'uomo, e nella fede in Dio un principio di elevazione (è nota la sua affermazione che, se una superficiale filosofia può distrarre l'animo dall'interesse religioso, una più profonda esperienza di speculazione ne fa avvertire tutta la sostanziale vitalità), non fu tuttavia uno spirito profondamente religioso. Lo dimostra già l'etica, che possiamo enucleare dai suoi vari sc