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un foruncolo fa male, ma ciò non è possibile, giacché la natura senza mente non fa male. Il foruncolo manifesta semplicemente la tua credenza nel dolore con l'infiammazione e la gonfiatura, e tu chiami foruncolo questa credenza; metti mentalmente nel tuo paziente una forte dose di Verità, e questa curerà il foruncolo" (cap. 1). I mali della carne, cioè, sono dovuti alla credenza della carne, a un falso senso di vita della materia separata dallo spirito, e la "guarigione cristiana" si ottiene a misura che i cristiani imparano a dominare il senso peccatore che crede nella realtà di ciò che non è, perché non viene da Dio (malattia, morte). Non dunque miracoli, ma guarigioni da chi e in chi crede che l'uomo non è soggetto al male, da chi e in chi abbandona la visione erronea di sé come essere corporeo, pesante e sofferente. Gesù non ha inteso di operare miracoli, ma soltanto ha fatto conoscere la tecnica della guarigione per mezzo del "giusto concetto" che l'esistenza è, con tutta la sua attività e i suoi fenomeni, realmente solo uno stato mentale, e che il male non esiste.

Gli scientisti hanno una maniera speciale di interpretare la Sacra Scrittura. Basta leggere la Chiave ed il Glossario che si trova dopo questa, per avere un'idea delle strane interpretazioni che le dànno. Non c'è quindi da meravigliarsi se tanto nel campo cattolico come nel protestante (ad es. il celebre scrittore Mark Twain) sia stata criticata severamente questa dottrina panteistica, che di scienza cristiana non ha che il nome, ed è piuttosto una scuola terapeutica che una Chiesa o setta.

BibL.: Opere: M. B. E., Miscellaneous Writings 1883-96, Boston 1896; id., Science and Health with Key to the Scripture, ivi 1906; id., No and Yes, ivi 1913; id., Manual of the Mother Church, The first Church of Christ Scientist, 89* ed., ivi 1931. - Studi: A. Feilding, Faith Healing and Christian Science, 1899: A. L. Moore, Christian Science, Its manifold Attractions, Nuova York 1906; W. Lefroy, Christian Science contrasted with Christian Faith and with itself, Londra 1906; Mark Twain, Christian Science, ivi 1907; The Faith and Works of Christian Science by the writer of "Confessio Medici", ivi 1909: Anon., Editorial comments on the Life and Work of M.E.B., Boston 1911; A. M. Bellwald, Christian Science and the Catholic Faith, Londra 1922; T. J. Crossan, Christian Science and the Bible compared, Albany (Oregon) 1923; F. Campbell Springer, According to the Flesh, a Biography of M. B. E., ivi 1931; E. Sutherland-J. V. Dittemore, M. E. B., The Truth and the Tradition, ivi 1933; Woodbridge Riley, Fr. W. Peabody, Ch. E. Humiston, The Faith, the Falsity and the Failure of Christian Science, ivi; G. W. Ridout, The deadly Fallacy of Christian Science, Kansas City s. d. Camillo Crivelli
IV. La «Christian Science» dal punto di vista medico. - La difficoltà di giudicare l'efficacia dell'effetto curativo della Christian Science dipende dalla relativamente piccola importanza che essa dà alla medicina e dalla convinzione di ciò che potremmo chiamare soggettività della malattia, legata all'idea di una certa quale non esistenza del corpo. Anzi essa afferma che la conoscenza esatta della malattia da parte del paziente è piuttosto di ostacolo alla guarigione, e che, fino ad un certo punto, ammettere d'esser malarrende il corpo meno curabile. Questa posizione mentale non incoraggia a chiedere diagnosi sicure e prognosi né a studiare se la guarigione risponde o no all'aspettativa. Di qui, nei resoconti delle guarigioni, una certa indeterminatezza nella diagnosi, quasi un disinteresse a sapere di qual malattia si tratti ("pen-
savo di avere il morbo di Bright", "una cosiddetta incurabile malattia spinale ", "ciò che la medicina chiamerebbe probabilmente un tumore fibroide", "dispepsia, congestione di fegato e molte altre cose"), unito a notizie vaghe sul tempo impiegato a guarire ("in pochi giorni", "lentamente", "in alcune settimane"). Come ha notato anche Philipon, un medico favorevole alla Christian Science, "ciò che la distingue dalle altre scienze della stessa natura, è un certo carattere di apriorità, un certo disprezzo dell'esperienza e dei dati sensibili».

Leggendo i resoconti delle guarigioni dovute alla Christian Science, pochissime se ne trovano che reggano al confronto con quelle che servono alla Chiesa per i processi di canonizzazione, ma, come tutte le altre di minor momento, neppur queste sono documentate dal punto di vista medico. Per questo, non è possibile dare un giudizio sulla loro vera natura. Ecco però quanto si può non irragionevolmente dire. Quando si tratta di «dolori» istantaneamente scomparsi, teniamo presente che il dolore dipende dall'insieme delle disposizioni affettive e che la pratica regolare e incoraggiante della Christian Science può, per l'ottimismo che ispira o per le emozioni che suscita, sopprimerlo. In altri casi è da tener presente l'efficacia della psiche sulle funzioni che nuovamente la «medicina psicosomatica" ha messo in evidenza. La stessa raccomandazione della B. "dovete mentalmente non vedere la malattia" corrisponde indubbiamente alla osservazione comune che in certi casi una malattia non vista o non voluta vedere disturba meno o guarisce (Breitner; Max Lowy ricorda a questo proposito il detto indù: "non porvi attenzione, guarisce tutte le malattie "). Infine, quando la malattia guarita è di natura psicologica, è da tener presente che la Christian Science mette pure in qualche modo a contatto con Cristo e, per quanto confusamente, con il suo potere redentore; la sincera fiducia in Dio e il desiderio di purificazione interiore possono modificare favorevolmente la "cattiva coscienza" che gioca la sua parte nella patologia mentale (cf. P. Cossa, op. cit.). Il Mayo osserva che la Christian Science supplisce in qualche modo alle deficenze (psicologiche e affettive) del protestantesimo. In breve: in quanto essa conserva qualche cosa di cristiano nella sua ispirazione, i pazienti che non sian del tutto compresi della novità di questa "scienza" (che in sé nulla ha di cristiano, chi ben la intenda), possono trarre beneficio dalla preghiera intesa cristianamente. In quanto realizza una autosuggestione (guarigione per meditazione), la Christian Science ricorda le "guarigioni psichiche" note anche fuori del cristianesimo, in tempi e luoghi dove questa "scienza" non era e non è conosciuta (possibile analogia con le "guarigioni psichiche" dell'induismo, col quale la Christian Science ha elementi comuni).

BibL.: E. Philipon, in La science et la vie, 34 (1917), p. 261 sgg.; 36 (1918), p. 103 sgg.; W. J. Mayo, The medical profession and the public, in Journal of the American Medical Associa1., 76 (1921), p. 923 ; B. Breitner e M. Lowy, in Einheitsbesirebungen in der Medizin (opera collettiva), II, Dreads 1932, pp. 118, 140; E. Téchoueyres, A la recherche de l'unité, Parigi 1937, p. 7 sgg.; Swami Preamānauda, La guérison spirituelle, trad. frasc., Losanna 1943; H. Flournoy, in La douleur et son traitement, (opera collettiva), Ginevra 1944, p. 136 sgg.; P. Cossa, La mauvaise conscience en pathologie mentale? "Surmoi" freudien ou conscience morale?, in Annales Médico-Psychologiques, 1946.

Luigi Sormin
BAKER CITY, diocesi di. - Nell'Oregon, Stati Uniti d'America, suffraganea di Portland. Eretta il 19 giugno 1903 con lo smembramento della diocesi

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di Oregon (oggi arcidiocesi di Portland), questa diocesi comprende i due terzi dello stato di Oregon con una superfice di più di 182.240 kmq . Conta 23 parrocchie, con 32 sacerdoti diocesani e 8 regolari e 11.600 cattolici su 250.000 ab. (1948).

BibL.: Th. F. Merhan, s. v. in The Cath. Enc., II (1907), p. 213 e XVII (Suppl. 1922), p. 79; G. B. Corrigan, Chronology of the catholic hierarchy of the United States, in The Catholic historical review, I (1916), p. 384; T. F. O'Connor, A brief history of the diocese of B. C., Baker 1930; id., A Century of cotholicism in the Oregon country (Historical records and studies, 29), Baker City 1938, pp. 29-48; The Official catholic directory, II, Nuova York 1939, p. 246; E. V. O'Hara, Pioneer catholic history of Oregon (Centenntal edition), Paterson N. J. 1939.

Corrado Morin
BAKÓCZ, Tamía. - Cardinale, primate d'Ungheria, arcivescovo di Strigonia, n. nel 1442 ad Erdöd da un servo della gleba, m. a Strigonia nel 1521. Un suo fratello parroco lo fece studiare dapprima in patria e poi a Ferrara ed a Padova, dove conseguì il titolo di dottore. Tornato in Ungheria, divenne segretario del vescovo di Agria, l'italiano Gabriele Rangoni; poi per la sua cultura umanistica entrò nelle grazie di re Mattia, che lo nominò prima suo segretario e poi consigliere. Nel 1490 fu elevato al grado di cancelliere da Ladislao II. Approfittando della malattia e della debolezza di questo re, il B. fu il vero dominatore del paese, tanto che gli ambasciatori veneti a Buda lo chiamavano, nelle loro relazioni, «il secondo re del Paese». Fu uno dei maggiori uomini di Stato del tempo suo e si contesero il suo appoggio Venezia, l'imperatore e quasi tutti i sovrani europei. La sua massima vittoria diplomatica fu quella di far conciliare l'imperatore col Papa e con Venezia per combattere i Turchi. Nel 1492 il B. ottenne il vescovato di Agria; nel 1498 persuase Ippolito d'Este a cambiare con lui l'arcivescovato di Strigonia, primaziale d'Ungheria. Nel 1500 , per intervento di Venezia, fu nominato cardinale e nel 1507 patriarca di Costantinopoli. Fu l'unico cardinale ungherese ad essere una volta seriamente papabile: uomo destro e di grandi aspirazioni, nel Conclave tenuto dopo la morte di Giulio II fu uno dei più pericolosi avversari di Giovanni de' Medici, per la sua capacità, per le sue ricchezze e per l'appoggio datogli dalla Serenissima. Leone X lo nominò legato per tutta l'Europa nord-orientale e con una bolla lo autorizzò ad iniziare i preparativi per una crociata contro i Turchi. La crociata fu infatti proclamata il 16 apr. 1514, ma degenerò in una sommossa di contadini ungheresi contro i magnati. Con la morte di Ladislao II l'influenza del B. tramontò definitivamente.

Bibl.: Récai Nagy Lexikona, II, p. 460; F. Eckhart, Storia della Notizone Ungherese, Milano 1924, p. 93; M. Asztalos-Pethö, Storia d'Ungheria, ivi 1937, p. 166; Pastor, III e IV, passim. Alessandro Alessandrini

BAKUNIN, Michail. - Celebre anarchico russo del sec. xix, n. a Priamuchino (provincia di Tver'), nel 1814, m. nell'ospedale di Berna nel 1876. Figlio di un proprietario di terre e primogenito di undici figli, egli iniziò nel 1833 la sua carriera come ufficiale di artiglieria, ma dopo due anni l'abbandonò per darsi agli studi di filosofia. Attraverso Kant e Fichte pervenne a Hegel e ne professò entusiasticamente le idee. Documento della sua fede hegeliana di questo periodo sono l'introduzione a una sua traduzione dei Discorsi ginnasiali dello Hegel, nella quale B. fa sua l'idea della razionalità di tutto il reale, e un articolo Sulla filosofia, pubblicato nel 1840 nella rivista pietroburghese Notizie patrie. Le categorie hegeliane presen-
tano in questi due scritti ancora una certa colorazione religiosa, per quanto la religiosità del B. in quel tempo mostri già l'infrenabile spirito di libertà e la netta intolleranza di ogni autorità e di ogni limite dogmatico, che sono una delle sue principali caratteristiche.

Nell'autunno del 1840 B. si reca a Berlino, dove si mette sulla scia degli hegeliani di sinistra. Dio è per lui la libertà suprema. Questa però non può essere compresa attraverso la speculazione, ma solo attraverso la libertà e l'azione: «Vita, amore e azione possono essere conosciuti solo attraverso vita, amore e azione». Senonché la libertà viene ora da B. intesa sempre più in senso politico: «La libertà etica, senza quella esterna, è solo uno spettro inconsistente \%. Particolarmente significativo per lo sviluppo del B. in questo periodo è il suo famoso articolo Reazione in Germania, pubblicato sotto lo pseudonimo di Jules Elysard nei Deutsche Jahrbücher del 1842, nel quale il B. cerca di dimostrare che l'antitesi è l'elemento fondamentale della dialettica hegeliana. L'articolo si chiude con la celebre finale: "La passione di distruzione è nello stesso tempo una passione creatrice».

Negli anni che seguirono troviamo il B. sempre più preso dall'azione rivoluzionaria, nella quale egli ebbe come prima meta la liberazione degli Slavi e particolarmente dei Polacchi. Questo gli rese impossibile un ritorno in Russia. Il 1848 lo trova a Parigi in Germania e a Praga tra i più accesi agitatori e promotori della rivoluzione. Quando questa fu soffocata il B. venne arrestato a Chemnitz e, da un tribunale di Sassonia, condannato a morte. La sentenza non venne però eseguita ed egli venne consegnato all'Austria che nel 1851 lo consegnò a sua volta alla Russia. In Russia fu tenuto fino al 1857 in prigione, dove egli compose e diresse allo zar Nicola I la sua Confessione. Nel 1857 fu confinato in Siberia, ma dopo quattro anni riusci a fuggire, e a portarsi attraverso il Giappone e l'America a Londra. Qui collaborò col Marx nella Ia Internazionale. Ma le sue tendenze anarchiche e avverse a ogni forma di organizzazione statale lo misero ben presto in contrasto con costui, e il contrasto si andò sempre più acuendo sino a provocare l'espulsione del B. dalla Ia Internazionale (1872). Nel 1870 il B. prese parte alla rivolta di Lione e nel 1874 ai moti di Bologna. L'insuccesso dell'una e degli altri lo condusse a dubitare sullo spirito rivoluzionario degli uomini. La morte lo colse povero e deluso in un ospedale di Berna.

Il periodo più fecondo dell'attività letteraria del B. è quello che segui alla sua prigionia. In quel tempo furono infatti composte le sue opere più famose: L'Impero germanico dello staffile e la rivoluzione sociale (1871); Dio e lo Stato (1870-71); Stato e Anarchia (1873). In un primo tempo, nel 1848 , il B. aveva cercato Dio nella rivoluzione. E appunto verso quel tempo (probabilmente nel 1849) che egli scrive a un amico: «Sbagliate se credete che io non creda in nessun Dio. Io ho cercato Dio negli uomini, nella loro libertà, ora cerco Dio nella rivoluzione». L'odio violento che egli aveva d'ogni limite imposto alla libertà umana, lo condusse però alla fine a una radicale ostilità contro ogni forma di fede religiosa. L'essere sovrano di Dio gli sembra assorbire tutto: «Se Dio esiste, l'uomo è schiavo; ma l'uomo può e deve essere libero: dunque Dio non esiste».

Il B. è nella storia della cultura russa una delle figure più significative. Il suo anarchismo lo risollega - secondo Berdjnev - ad altre figure del medesimo tipo come Sten'ka Razin e Pugačëv, apparentandolo anche agli Slavofili con

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la loro profonda avversione a ogni forma di Stato. Idee bacuniniane si trovano anche nei romanzi di Dostojevskij. Il suo concetto della negazione come elemento fondamentale della dialettica hegheliana e della realtà, ha la sua continuazione nell'esaltazione di Lenin per la dialettica di Hegel, nella quale egli vedeva una giustificazione dell'azione rivoluzionaria.

Tra le edizioni delle opere (manca un'edizione completa) vanno segnalate: Oeuvres ( 6 voll., Parigi 1895-1913). In russo: Opere scelte ( 5 voll., Mosca-Pietrogrado 1919-22). Per le lettere si ha soltanto Correspondance de M. B., Lettres à Herzen et à Ogareff (1860-74), pubbliev avec préface et adnotationz par M. Dragomanova (Parigi 1898).

Bibl.: M. Nettlau, M. B., 3 voll., Londra 1896-1900: James Guillaume, L'Internationale, Documents et souvenirs, 4 voll., Parigi 1905-10: A. A. Kornilov, Molodve gody Michaila Babanina (Gli anni di gioventù di M. B.), Mosca 1913: Materialy dlia biografii M. Babanina (Materiali per la biografia di M. B.), pubblicati e corredati di note da V. Polonskij, I. 10. 1923: Gody stransisij Michaila Babanina (Gli anni delle percarinazioni di M. B.), Leningrado 1923: H. Iswolsky, La vie de Babanaine, Parisi 1930: Kaminski, B. (una vita avventurata), Milano 1945: B. Schultze, Soggi sulla psicologia dell'attiv. sno ruro. M. A. Babanin, in Humanitas, 5 (1947), pp. 464-81. Gustavo A. Wetter
BALA. - 1. Serva (cbr. Bilhâh; Settanta: BəXhâ) data a Rachele dal padre Laban al suo matrimonio. Vedendosi sterile, la padrona l'uni a Giacobbe "per averne figli mediante essa». B. ebbe due figli, cui Rachele, ricevendoli, impose i nomi di Dan e Neftali (Gen. 29, 29; 30,3 sgg.; 37,2; 46, 25).
2. Località (ebr. Bela') presso il Mar Morto. In seguito mutò nome in Segor (v.), Gen. 14,2.
3. Città della Giudea meridionale, assegnata alla tribù di Simeone, il cui nome ebraico c Ba'âlah (Ios. 15, 29; 19,3) o Bilhâh (I Par. 4, 29). Angelo Penna

BALA, Alessandro: v. alessandro bala.
BALAAM (ebr. Bil'âm). - Mago, figlio di Beor, della città di Pethor sulla riva destra dell'Eufrate, in Mesopotamia (Num. 22,5.6; cf. Deut. 23,5), probabilmente da identificarsi con la Pitru dei monumenti assiri e la Pedru degli annali di Thutmosis III (ca. 1500 ).

Fu protagonista di un episodio descritto diffusamente in Num. 22-24, ed a cui si accenna in Deut. 23,45; Jos. 13,22; 24, 9-20; Mi. 6,5; II Pt. 2,15; Ind. 11; Apoc. 2,14.

Verso la fine della loro dimora quadragenaria nel deserto, gli Ebrei, avanzando a oriente dal Mar Morto e dal Giordano inferiore, debellati i re amorriti Schon e Og, si erano accampati nelle pianure di Moab. Balac, principe del luogo, temendo la sorte infausta dei due precedenti, inviò d'urgenza un'ambasceria a B., perché venisse a maledire gl'invasori e li sgominasse con la sua virtù magica (Num. 22, 3-6). B. dapprima rifiuta di partire, dietro proibizione ricevuta dal Signore, che aveva nottetempo consultato. Nuovi messi rinnovano l'invito del re; Jahweh gli permette di accettarlo, a condizione che voglia fare quanto gli verrà da lui comandato. Ma mentre l'indovino s'incammina, Dio, sdegnatosi, gli ostacola il proseguimento del viaggio, mediante il suo angelo (Num. 22, 18. 22). Per quale motivo? Il testo, allo stato attuale, omette qualsiasi spiegazione. Forse B. nel suo intimo non si sentiva più disposto a osservare la condizione imposta da Jahweh, adescato dalle ampie promesse dell'invitante (II Pt. 2, 15 l'accusa particolarmente di venalità). L'asina su cui B. cavalcava non riusciva più a far un passo sulla diritta via, perché l'angelo le si parava innanzi. Picchiaro dal suo padrone, essa miracolosamente parlò, lamentandosi. Dio concesse poi a B. di scorgere l'angelo, il quale scagionò il giumento.

Emendato nelle sue intenzioni, l'indovino, scelto in via eccezionale a strumento di rivelazioni divine, giunge presso Balac, che subito lo porta sull'altura di Bamoth-Baal, donde si vedevano i vasti accampamenti
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(prop. E. Jan)
Balaam - Particolare di sarcofago del sec. iv. Roma, basilica di S. Sebastiano.
di Israele. Immolato un giovenco e un montone su ognuno dei sette altari fatti erigere da lui sul posto, ed entrato in comunicazione con Jahweh, B. invece di maledire, benedice solennemente gl'Israeliti, giustificandosi col dire: «Non sono in tenuta a proferire solo le parole che Jahweh mi mette in bocca?" (23, 11-12). Di lì a poco, su due nuove alture benedice ed esalta altre due volte Israele.

Il re, costernato e intimorito, lo prega di partire. Ma B. rinnova il suo gesto una quarta volta, predicendo tra l'altro: «Una stella spunterà da Giacobbe, uno scettro si leverà da Israele» (24, 17); oracolo, annunziante la comparsa nel popolo eletto di un personaggio insigne per lo splendore (simboleggiato dalla stella: cf. Gen. 49,10; Is. 14,2; Apoc. 22,16), re ("scettro") potente.

Gli scrittori sacri sopra citati, la tradizione cattolica e rabbinica hanno riconosciuto come storica l'intera narrazione biblica di B. I Padri, gli esegeti cattolici antichi e moderni hanno interpretato in senso messianico il suddetto vaticinio. Così anche la tradizione rabbinica (Targum di Onkelos). Notevole il fatto che, con numeroso popolo, R. 'Aqlbâ' (m. nel 135 d. C.) e altri dotti rabbini reputarono Messia Bar Kocheba, fautore dell'ultima riscossa nazionale dei Giudei ( 132 d. C.), chiamatosi «figlio della stella ", precisamente perché pretendeva applicare a sé il vaticinio messianico di B.

L'indovino, pronunciati i suoi oracoli, ritornò nella sua terra (Num. 24, 25).

Nelle vicinanze di Settim, Israele si lasciò trascinare dalle donne di Moab e del confinante Madian (Num., 23, 1-17) a feste idolatriche ed a dissolutezze. Colui che aveva istigato queste donne a far cadere Israele in disgrazia di Jahweh fu proprio B. (Num. 31, 16); il quale non sembra che avesse abbandonato l'idolatria; difatti non per volere suo aveva benedetto il popolo eletto!

Per vendicare lo scandalo, Mosè muove una guerra religiosa ai Madianiti, di cui uccide cinque principi. Lo stesso B. rimane travolto nella loro rovina (Num. 25, 16. 17; 31, 1-16). S'era dunque indugiato in terra madianita nel viaggio di ritorno, poiché gli avvenimenti di Num. 31 seguono a breve distanza quelli di Num. 22-25 (i capp. 2630 , oltre al racconto del censimento, contengono solo elementi legislativi).

Bibl.: E. F. Sutcliffe, De unitate literaria Num. XXII, in Biblica, 10 (1926), pp. 3-39: J. Enciso, El Jahvismo de B., in Estudios Biblicos, 3 (1931), pp. 123-29: E. Burrows, The Oracles of Jacob and B., Londra 1939: O. Eisefeldt, Die Komposition der Bileann-Erzälslung. Eine Nachprüfung von Rudolph Beitrag zur Hexateuchkritik, in Zeitschrift für alttestam. Wissenschaft, 16 (1939), pp. 212-41; G. H. Guyot, The Prefeey of B., in Catholic Biblical Quarterly, 2 (1940), pp. 330-40; ibid.,

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3 (1941), pp. 235-42; W. F. Albright, The Oracles of B. [Num. 2324), in Journal of Biblical Literature. 63 (1944), pp. 207-33. Ermenegildo Florit

Archeologia cristiana. - Il profeta B. venne rappresentato talvolta negli antichi monumenti cristiani sempre seguendo quanto è narrato a suo riguardo nel libro dei Num. 22, 22-35 e 24, 17. Dal punto di vista tipologico la scena più antica è quella che si riferisce alla profezia della stella e alla sua realizzazione, cioè la notissima scena del cimitero di Priscilla, interpretata finora come Isaia, mentre il raffronto con i testi contemporaneisuggerisce l'identificazione col profeta B., il quale è l'ut nico a parlare della stella (orietur stella ex Iacob); Isaia invece parla soltanto in alcuni luoghi della luce, mai della stella; è pure da mettersi in rilievo che nella lastra marmorea di Severa del museo Lateranense la stella è quella dell' Epifania; ora è proprio B. e mai Isaia che viene citato dai Padri quando si tratta dell'Epifania. Tale scena si riscontra pure in alcuni sarcofagi cristiani. Un gruppo abbreviato è quello offerto in pitture del cimitero dei S. Marcellino e Pietro, dove figura il profeta B. che indica la stella.

Un esempio raro è quello del sarcofago rinvenuto
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)

Balaam - Particolare della porta di bronzo di S. Zeno (sec. xI) - Verona.
che è presentato come il primo re di Moab (Num. 21, 26) : era forse il predecessore di B. o B. stesso. Appresa l'irreparabile sconfitta del suo potente nemico di ieri, s'impaurì, e ignorando che Dio aveva vietato agli Israeliti di attaccare i Moabiti, progenie di Lot (Deut. 2, 9), pensò di ricorrere a un potere sovrumano. Inviò dei messi moabiti e madianiu (vicini a Moab e discendenti anch'essi di Thare) al famoso indovino Balaam (v.) affinché con i suoi malefici ricacciasse gl'invasori. Balaam venne, ma, forzato dal vero Dio, benedisse gli Israeliti, prediscedone la futura gloria, e se ne parti lasciando B. Ermenegildo Florit

BALADITI :
V. ANTONIANI-MARONITI.

BÄLAJ. - Classico innografo siro, dimorante probabilmente fra l'Eufrate e Aleppo, verso la metà dei sec. v, autore di 5 inni o madraile in onore del vescovo Acacio di Berea (m. nel 432) e di un altro perla consacrazione della nuova chiesa di Qennešrīn o Aleppo (ed. J. Overbeck, S. Ephraemi Syri... opera selecta, Oxford 1865 , pp. 259-69, 251-58; vers. tedesca in Bibliothek der Kirchenväter, 2ª ed., 6ª serie, pp. 71-89, 63-75). Molto pre-babilmentesonoa: che di B., benché delle volte vadano sotto il nome di s. Efrem, 12 canti a Giuseppe, il figlio di Giacobbe, fra le composizioni più belle della poesia siriaca (ed. completa : P. Bedjan, Parigi-Lipsia, 1891 : Th. Lamy, Ephraemi... hymni et sermones, III, Malines 1889, coll. 249-640; IV, coll. 791-844, dove c'è anche la versione latina).
B. ha adoperato il metro pentasillabico; ciò che non autorizza però a concludere, come hanno fatto diversi copisti, specialmente quando si tratta di libri liturgici, che gli inni pentasillabici antichi siano sempre di lui. Altre volte gli stessi inni portano il nome di s. Efrem, il che rende dubbia la loro provenienza.

Negli inni autentici vi sono pregevoli testimonianze sulla mariologia e sul primato di s. Pietro.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 61-62. Ignazio Ortiz de Urbina

BALAN, PIETro. - Sacerdote, controversista e storico, n. ad Este il 3 sett. 1840, m. a Pragatto (Bologna), il 17 febbr. 1893. Di spirito indomito, d'ingegno acuto e di vasta e nutrita cultura storica, partecipò attivamente agli accesi contrasti politico-ecclesiastici del momento ed al giornalismo più battagliero a difesa dei diritti della Chiesa, a rivendicazione delle

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glorie del passato soprattutto in rapporto alle più genuine tradizioni italiane. Così egli, sin da giovane, inserendosi nella scia del neoguelfismo, si propose di lottare contro coloro che volevano bandire il Pontefice dalla vita nazionale, e contro quei cattolici "transigenti» pronti ad asserire che il Papa "dovesse» mutar rotta accettando senz'altro i «fatti compiuti».

Sacerdote nel 1863 , quando già da un anno veniva insegnando storia presso il seminario di Padova, e da due aveva dato alle stampe i primi Studi sul Papato, iniziò con Alessio De Besi e con Giuseppe Sacchetti le Letture Cattoliche, e, quindi, nel '65 a Venezia, anche come direttore, la Libertà Cattolica, per trasferirsi l'anno dopo in Firenze a L'Unità Cattolica, e fondare nel '67 a Modena il Diritto Cattolico.

Al primo periodo della attività del B. debbono tra l'altro cronologicamente assegnarsi: I precursori del liberalismo fino a Lutero (Modena 1867); l'Orazione funebre per mano. Giannibento Arnoldi arcivescovo di Spoleto (Spoleto 1876); L'economia, la Chiesa e gli umanitari (Modena 1868); Pio IX, la Chiesa e la Rivoluzione (ivi 1869); Dante e i Papi (ivi 1870); Della preponderanza germanica sul resto d'Europa (ivi 1871); La Chiesa e lo Stato in relazione specialmente all'Impero Germanico (ivi 1871); La prima lotta di Gregorio IX con Federico II (ivi 1871); La Storia di Gregorio IX e de' suoi tempi (ivi 1872-73); Gli assedi della Mirandola di Giulio II e Giulio III dietro i più recenti documenti (ivi 1876); le Memorie storiche di Tencarola nel Padovano (ivi 1876); la Storia della Lega Lombarda (ivi 1876); Memorie della b. Beatrice d'Este (ivi 1878); Le Tombe dei Papi profanate dal Gregorovius (ivi 1879); ed infine Il Papato e l'Italia (ivi 1879).

Il pensiero informaturs di questi scritti presto sboccava in due opere di ardito disegno, di vasto e aperto respiro, purtroppo neglette, mentre è ancora di ieri e assai opportuno il rilievo che i tre volumi di Storia della Chiesa in continuazione a quella del Rohrbacher ( 3 voll., Modena 1879-86) sono una appassionata difesa della drammatica vita di Pio IX. L'altra opera dettata con lo stesso spirito è la Storia d'Italia ( 7 voll., ivi 1873-90 ; 2^{°} ed. in 11 voll., 1894 1899) con note di R. Maiocchi che profittò delle correzioni ed aggiunte dello stesso B.

Posto nel 1879 da Leone XIII nell'Archivio Veticano, fu investito anche di delicati incarichi politici, di meritate onorificenze (beneficiato di S. Pietro, cameriere segreto, prelato domestico, referendario di Segnatura e conte romano). Ma ciò non impedì che fosse oggetto di seri polemiche e vittima di maligno insinuazioni intese a colpirlo nell'onore sacerdotale con l'attribuirgli paternità di scritti anonimi contro importanti direttive pontifice. Calunnie che non lasciarono la presa neppure quando il B., colpito al cuore, si ridusse nel 1883 alla solitudine di Pragato.

A questo secondo momento dell'attività del B. risalgono: La ribellione di Perugia nel 1368 e la sua sottomissione nel 1370, narrate secondo i documenti degli archivi vaticani (Roma 1880); Gli archivi della S. Sede in relazione alla storia d'Italia (ivi 1881); i Monumenta saeculi XVI historiam illustrantia (Innsbruck 1885); Sulla storia di Bassano di Ottone Brentari: Lettere critiche di P. B. e di A. Besi con appendici (Padova 1885); la Grandezza di Gregorio VII, discorso (Milano 1885); Clemente VII e l'Italia dei suoi tempi (ivi 1887); Fra Paolo Sarpi, note (Venezia 1887); Il Santuario di Santa Maria della Guardia presso Bologna (Milano 1890); Tomaso Bechet (Roma 1891); La vera realta delle cose, dei fatti della lotta presente in Roma e in Italia (Modena 1891). Né, comunque, in un elenco delle opere possono tralasciarsi: Di Giordano Bruno e dei meriti di lui ad un monumento; Monumenta reformationis lutheranae ex tabularis S. Sedia secretis; Roberto Boschetti e gli avvenimenti italici de' suoi tempi (1494-1529) Pio IX e il giudizio della storia; Il papato di Giovanni VIII dal 872 al 882 ed il processo di Bonifacio VIII nel 1304; I precursori del socialismo moderno; Clementis VII epistolae per Siodoletum scriptae.

Bial.: Nezrologio, in L'Osservatore Romano, 19 febbr. 1893; C. Molteni, Mons. P. B., il papato e l'Italia. Precede uno studio sulla vita e gli scritti di mons. P. B., Milano 1901; L. Muti (E. Martire), Un cinquantenario: Ricordando P. B., in L'Osservatore Romano, 7 apr. 1943; C. Casati, s. v. in Diz. degli scrittori d'Italia, I. p. 70; E. S., s. v. in Letalco eccles. illustrato, I. p. 413; Diz. eccles. ill., p. 133; M. Th. Dodier, s. v. in DHG, VI, coll. 305-306.

Paolo Dalla Torre
BALANGERO, GIOVANni Battista. - Missionario e scrittore. N. a Envie (Saluzzo) il 12 giugno 1849, entrato nel collegio Brignole-Sale di Genova nel 1868, partì per l'Australia nel 1872, donde, nel 1884, passò a Ceylon. Tornato nel 1895 , fu direttore del Convitto nazionale di Torino; poi si recò negli Stati Uniti, a Cincinnati, dove morì il 7 maggio 1919. Scrisse i suoi ricordi biografici, che presentano ancor oggi un certo interesse: Australia e Ceylon. Studi e ricordi di tredici anni di missione (1897).

Bial.: Streit, Bibl., VIII, p. 237; Collegio Brignole-SaleNegroni per le Missioni Estere, Annuario 1934-36 (Genova s. d.), pp. 39-40.

BALASFY, Tommaso. - Teologo e polemista urigherese. N. a Kolozsvar il 3 dic. 1580 da nobile famiglia, m. a Pozsony il 10 marzo 1625. Studiò nella sua città, a Vienna e a Roma, dove si laureò in teologia. Fu dapprima canonico di Gyor (1607), poi vescovo titolare nella Bosnia (1613) ed infine vescovo residenziale di Pécs (1622).

Scrisse vigorose opere polemiche contro luterani e calvinari, in cui difende i dogmi e i diritti della Chiesa. Ne ricordiamo le principali: Csepregi isbola, Mellyben a Lutheranus ex Kalvinista, Pozsony 1616; De fidelitate subditorum, Vienna 1620; Apologia pro clero et aliis catholicis Hungariae, sive refutatio libelli cui titulus "Querela Hungariae», ivi 1620; Castigatio libelli Calvinistici cui titulus "Macchiavellizatio», Strosburgo 1620; Repetitio castigationis Calvinistici Alberti Molnár, Vienna 1621; Bethleniani Novisoliensis XXV refutatio, ivi 1621.

Bial.: J. Szinnıey, Magyar írók élete es munkái, I, Budapest 1890, pp. 384-85; J. Pintez, A Magyar tradalom története, ivi 1921: A. Veress, Olasz egzetemchen iart magyarországi tannulik anyobonyve es iratai 1111-1164, ivi 1941; Monumenta Hungariae italica, II, 278; L. Tör, s. v. in DHG, VI, col. 311.

Settimio Cipriani

## BALÄTAB : v. sICHEM.

BALAÜSTRA. - Recinzione costituita da elementi verticali uguali fra loro, detti balaustri e balaustrini, spesso sorgenti da una base comune e sempre raccordati in alto da un elemento piano in funzione di davanzale; tale piano può essere analogo all'eventuale membratura inferiore. E ben distinta dalla transenna, poiché questa, invece d'essere formata, come la b., da elementi indipendenti e ripetuti, è un pluteo traforato. La b. nella sua forma più comune ebbe origine dal sistema di recingere loggiati quando, in applicazione del principio gotico di eliminare le masse inerti, i parapetti pieni o i plutei si articolarono in singoli sostegni verticali. Nell'architettura religiosa essa ha il preciso scopo di recingere o separare determinate zone dal resto della chiesa e perciò sostituisce plutei, parapetti e transenne; si rese quindi necessaria quando, abolita la sopraelevazione della zona presbiteriale propria del periodo romanico, era anche caduto in disuso il pluteo o la transenna. Essa venne pure usata di regola per limitare l'accesso alle cappelle, quando nel sec. xv si sviluppò lo luspatronato e quindi il dedesiderio di isolare le sepoltura o la zona gentilizia dallo spazio comune delle navate. La forma dei balaustrini e il colore dei marmi varia notevolmente nel corso del tempo. In complesso le b. degli edifici sacri seguono lo sviluppo di quelle delle costruzioni civili. Nel sec. xv si trova ancora qualche raro esem-

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pio di transenna come quelle con anfore fra girali nella sacrestia vecchia di S. Lorenzo a Firenze; ma già nel pulpito di S. Maria Novella la b. ha gli elementi verticali differenziati a forma di colonnine. In esemplari michelozziani o nella cappella Carafa in S. Maria sopra Minerva a Roma il balaustrino si è elegantemente assottigliato agli estremi, differenziandosi in due metà simmetriche. Sussiste ancora qualche recinzione piena chiamata anch'essa, ma impropriamente, b. come quella romana di S. Maria del Popolo della bottega di A. Bregno.

Già al principio del sec. xvi la linea elegante e slanciata dei balaustrini cede ad una maggiore massività che appesantisce le curve, mentre gli incavi si accentuano; infine delle due metà similari resta solo quella superiore e l'altra viene sostituita da una piccola base. Tale evoluzione si compie con rapidità in Roma da Bramante al Sangallo e al Vignola; Giacomo della Porta già accentua nella chiesa di S. Maria dei Monti i rigonfiamenti e gli incavi. Con il Moderno la b. viene adoperata come elemento terminale di una facciata sui due spioventi del frontone (S. Susanna) in modo che le masse plastiche si espandano con più graduale trapasso nello spazio. Il Borromini nel chiostro di S. Carlino alle Quattro Fontane accosta un balaustrino dritto ed uno rovescio per creare anche in una parte necessariamente priva di moto un ritmo continuo ed insistente. Intanto nel corso del Seicento le colorazioni dei marmi si fanno più vivaci, le curve si accentuano sempre di più e l'intera b. perde il primitivo andamento rettilineo. Pietro da Cortona nella cappella Gavotti nella chiesa di S. Niccolò da Tolentino usa balaustrini di sagome complesse e di sezione quadrata; infine il Borromini, nella cappella Spada nella chiesa di S. Girolamo della Carità, con fantasiosa aderenza alla funzione della b. durante l'am. ministrazione eucaristica, sopprime ogni elemento architettonico e vi sostituisce un drappo marmoreo sorretto da angeli. Nel sec. xviri i toni dei marmi si fanno pacati, le sagome perdono la mollezza seicentesca ed il senso del vuoto torna a predominare. Gli architetti dell'Ottocento si ispirarono variamente alle forme del passato secondo l'orientamento del loro ecclettismo. Invece nelle costruzioni moderne, quando non si torni al motivo della transenna, i singoli elementi verticali si riducono alla loro essenza di sostegni a sezione quadrata o circolare e l'interesse dell'architetto si orienta prevalentemente verso le proporzioni e la spaziatura.

Guglielmo Matthise
BALBI, Bernardo (Bernardus Papiensis). - Decretalista italiano, m. il 18 sett. 1216. Fu studente in diritto a Bologna e in quel tempo dimorò anche a Roma; poi ricoprì la carica di preposito della cattedrale di Pavia e fu professore di diritto canonico a Bologna; indi vescovo di Faenza (1191), e infine di Pavia (1198).

Scrisse prima glosse al Decreto di Graziano, che distinse con le proprie sigle: B. Ber. e Ber. Pa.

E autore altresi del Breviarium extravagantium, che fu denominato Compilatio prima, quando il Breviarium costituì la prima (privata, ma di grande autorità) delle Quisque compilationes antiquae. L'espressione Breviarium extravagantium voleva indicare che le decretali ivi raccolte erano fuori (extra vagantes x ) del Decreto di Graziano. Il Breviarium abbraccia soprattutto la decretali emanate dal 1187 al 1191 fino al pontificato di papa Clemente III e fu compilato dal B. quando era preposito della cattedrale di Pavia. In realtà però il B. volle pure inserire nella sua opera i Capitoli che erano stati omessi da Graziano; di questi e delle decretali successive al Decreto, il B. intese
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Balá́stra - B. di G. da Sangallo in palazzo Gondi - Firenze.
creare una raccolta sistematica disponendo nel Breviarium i vari Capitoli, sotto speciali titoli e raccogliendo questi in 5 libri con la seguente distribuzione della materia, che poi divenne regolare nelle compilazioni di decretali : Index, indicium, clerus, connobia (o sponsalia), crimen.

Prima del 1198 il B. compose un apparato di glosse al suo Breviarium. Tale opera nacque nella scuola in quanto egli tenne lectura sul suo testo e raccolse nelle glosse dell'apparato le spiegazioni date come maestro. Il B., inoltre, compilò una Summa Decretalium e altri particolari lavori di esposizione sistematica come la Summa de matrimonio e la Summa de electione, pubblicati dal Laspeyres, in appendice alla sua edizione della Summa Decretalium del B. Nella Summa Decretalium, il B. utilizzò pure i Casus ai testi canonici, scritti da Riccardo Anglica.

Mentre era vescovo di Pavia scrisse la vita del suo predecessore s. Lanfranco (Acta SS. Iunii, IV, Parigi 1867, pp. 620-30) e un commento all'Eccli. e al Cant.

Bim.: E. A. T. Laspeyres, Bernardi Papiensis Summa Decretalium, Ratisbona 1806-61; I. F. Schulte, Die Geschichte der Quellen, I, Stoccarda 1875, pp. 78-82, 175-82; id., Literaturgeschichte der Compilationen Antiques, in Sitzcongder. der K. Ah. der Wiss. Phil. hist. Kl., 66 (1871), pp. 78-79; S. Kuttner, Repertorium der Kanonistik, Città del Vaticano 1937. p. 322 sgg.; D. Beltrami, Un decretalista vescovo di Faenza: B. da Pavia, Faenza 1939.

Antonio Rota
BALBI (Balbus, de Balbis), Giovanni. - Erudito domenicano, famoso autore del Catholicon, su cui abbiamo le poche notizie biografiche ch'egli inserisce di sé nei suoi scritti. Dal suo luogo di nascita si chiama pure Giovanni da Genova (Ianuenzis). M. nel 1298 ca.

Prima di entrare nel chiostro aveva già composto un Opus paschale, cioè uno studio computistico per determinare il giorno di Pasqua. Nel convento domenicano di Genova si conserva il manoscritto delle sue Postillae super evangelia. Nel 1272 finì una somma di teologia in forma di dialogo sotto il titolo Dialogus super quaestionibus animae ad spiritum, conservato nella biblioteca Vaticana (Vat. Lat. 1508 e 1309). Diviso in sette libri, il trattato s'ispira sovente a s. Tommaso. Perciò il Grabmann annovera il B. tra i rappresentanti della scuola tomistica italiana.

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Del 1286 data la sua opera maggiore: la Summa grammaticalis quae vocatur Catholicon, detta il Catholicon. La materia di questa opera si estende e si limita al «Trivium», fornendo libri sull'ortografia, prosodia, grammatica, retorica e un vocabolario della latinità bassa e medievale. L'opera, stimata ancor oggi utile, sussiste in diversi manoscritti ed ebbe l'onore delle primizie dell'arte della stampa. Lo stesso Gutenberg curò con tipi speciali, detti tipi del Catholicon, nel 1460, la stampa di questa opera, chiudendo quest'ultima sua grande impresa tipografica col noto cólon particolare (riprodotto in LThK, I, col. 925). A questa prima edizione seguirono altre ancora nel sec. xv.
B. si era pure reso celebre per le sue virtù.

Bibl.: J. Quétif-J. Echard, Scriptores O.P., I, Parigi 1719, pp. 482 63:G.Zedler,Das Maituser Catholicon, Magonza 1905; R. M. Martin, s. v. in DGH, VI. col. 312 ; J. Schmid, s. v. in LThK, I, coll. 924 25:M. Grabmann, Mittelalterliches Gasteileben, Monaco 1926: I, pp. 369-73 : II, p. 396 ; A. Auer, Ein neuenfgefundener Katalog d. Donaiochauer Schriftsteller, Parigi 1933, pp. 100-15; id., Gruenckatalog der Wiegendrecke, III, coll. 278-91, nn. 3182 3203 ; id., Indice gen. degli Incun. delle Bibl. d'Italia, I (1943), pp. 131-32, nn. 1134-65. Angelo Walz
BALBI (Balboi), Gibilamo. Umanista, vescovo di Gurk, n. a Venezia ca. il 1460 , m. nel 1535. Discepolo a Roma di Pomponio Leto, fu poi a
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Baldina, santa - Monumento funerario di Stefano de Surdis, cappellano papale (m. 1300). Opera di Giovanni di Cosma - Roma, chiesa di S. B.
Parigi, donde la persecuzione del poeta regio Fausto Andrelini lo costrinse a fuggire. Insegnó quindi a Vienna, a Buda e a Praga. Nel 1515, per interessamento del re Ladislao, fu nominato preposto della cattedrale di Pozsony, e incaricato di varie missioni. Nel 1523 fu nominato vescovo di Gurk. Carlo V lo ebbe tra i suoi consiglieri. Ha lasciato versi, orazioni, trattati di storia, di filosofia e di politica.

Bibl.: J. Edlen von Retser, Nachrichten von dem Leben und den Schriften des Hieronymus B., Vienna 1790, tradotte poi in latino in capo all'ed. delle Opere del B., Vienna 1791; Pastor, IV, n. passim.

BALBIN (Balbinus), Bohuslav. - Erudito gesuita boemo, n. di famiglia nobile a Hradec Krǎlove il 3 nov. 1621, entrato nella Compagnia nel 1636, m. a Praga il 29 nov. 1688. Applicato alle missioni rurali e poi all'insegnamento della retorica, ne venne rimosso a causa di poesie satiriche troppo mordaci, e, allora, si dedicò allo studio delle antichità nazionali della Boemia.

Vi aveva preluso con tre monografie sui grandi santuari mariani: Diva Wartensis (Praga 1655), Diva Turzanensis (Olomouc 1658), Diva Montis Sancti (Praga 1665). Oltre a varie monografie storiche, le sue opere capitali sono l' Epitome historica rerum Bohemicarum (2 voll., iv 1673-77), e i Miscellanea Historica regni Bohemiae (io voll., ivi 1678-79, e rimaste incomplete).

Questa immensa compilazione va dalla storia naturale e dall'ernografia (B. vi guadagnò il titolo di "Plinius Bohemus ", ma questa parte è la più invecchiata della sua opera) all'agiografia (IV, Hagiographicus seu Bohemia sancta), alla genealogia, ecc. Parecchi volumi(V, Parrochialis et curialis; VI, Archiepiscopalis; VIII, Epistolario...) sono edizione di documenti antichi, preziosa, però non sempre fatta con la dovuta critica. Una delle parti rimaste inedite dei Miscellanea fu pubblicata dal premostratense R. Ungar col titolo Bohemia docta (3 voll., Praga 1776-80).
B. fu pure un ardente patriota ceco e ciò gli valse non poche difficoltà. La sua Dissertatio apologetica pro lingua slaconica, praecipue bohemica, pubblicata solo nel 1775 , lo fece contare fra gli «eccitatori» della coscienza nazionale. La sua opera storica e i suoi scritti inediti sono stati oggetto di molti studi recenti; manca però ancora una buona opera d'insieme.

Bibl.: A. Rejsek, P. B. B. S. 7. Jeho Siest a poder, Praga 1908; Sommervogel, I, coll. 792-808 e VII, coll. 1728-30; Maxaryhov slownik nauény, I, Praga 1925, p. 384; J. Jakubec, Déliny literatury české, I, Praga 1929, pp. 886-94, 908 1929, pp. 886-94, 908-
911; E. Lamalle, DHG, VI, coll. 316-19; W. Bobek, B. B. (Sbornik flos. fakulty, 9), Bratislava 1932; K. Krofta, O Balbinovi dćepicci, Praga 1938.

BALBINA, santa. - E sconosciuta al Martirologio geronimiano; appare non come martire, ma vergine e figlia del tribuno Quirino nella Passio leggendaria dei ss. Alessandro, Evenzio e Teodulo (Acta SS. Maii, III, p. 375); non è indicato il luogo del suo sepolcro. Per un'indicazione topografica mal compresa, Floro l'introdusse nel suo Martirologio al 18 giugno; Adone invece al 31 marzo, aggiungendo che era sepolta nel cimitero di Pretestato col padre Quirino. Con la stessa data è nel Martirologio romano attuale.

Portano il suo nome un cimitero suburbano e un titolo urbano.

Il primo era situato sulla via Ardeatina; il papa Marco vi costruì una basilica nella quale venne poi deposto egli stesso (336), com'è attestato dalla Depositio episcoporum e dal Liber pontificalis, nella biografia del

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papa Marco; fu restaurata da Gregorio III (731-41), Benedetto III (855-58) e Nicola I (858-67).

Due iscrizioni relative ad acquisto di sepolcri ricordano l'una in Balbinis basilica sub teglata (E. Diehl, Inscr. Chr. lat. ver., n. 2143), l'altra una galleria nuova del cimitero sotterraneo in cymiteriu Balbinae in crypta nuba (E. Diehl, ibid., n. 2149). Il De Rossi ritenne di poter riconoscere il cimitero di B. poco lontano da quello di Callisto, (Roma sotterranea, I, Roma 1864, pp. 221, 265, 269) così pure il Wilpert nel suo studio topografico sui monumenti cristiani dell'Appia e dell'Ardeatina (in Römische Quartalschrift, 15 [1901], pp. 32-49); ma l'identificazione resta dubbia, sia perché non confermata da ritrovamenti monumentali, sia perché l'antica via Ardeatina usciva dalla porta Ardeatina del recinto di Aureliano, distrutta nel sec. xvi, nel luogo dove il Sangallo eresse il suo bastione (C. Huelsen, in Bull. dell' Ist. archeol. germanico, 9 [1894], p. 320) ed il suo percorso, molto più a destra dell'attuale, si è rinvenuto nel 1933, in occasione delle fondazioni dell'Ospizio di San Michele, a destra del cimitero di Domitilla.

Il titulus sanctae B. appare per la prima volta nel Sinodo romano del 595 ; non si sa se esistesse prima o con altre denominazione. Il titolo è situato sul piccolo Aventino presso le terme di Caracalla e la casa di Cilone. L'edificio consta di una grande aula rettangolare composta di tre diverse strutture, con nicchie e abside semicircolare. E incerto se l'attuale chiesa sia un edificio profano della metà ca. del sec. iv d. C., ulteriormente adattato per il culto. L'attuale portico (fine sec. xvi) è ingrandimento del precedente; nel 1928 venne compiuto un radicale restauro a tutto l'edificio.

Si riaprirono le grandi finestre arcuate disposte sei per lato, tre nella facciata e quattro nell'abside. Si rinvennero nelle pareti pitture votive databili tra il ix e il xiv sec., rappresentanti la Madonna in trono tra gli Apostoli Pietro e Paolo, la Crocifissione di s. Pietro, Santi e donatori; si ritrovarono le tracce della schola cantorum che è stata ricostruita a spese del card. Verdier allora titolare. Un precedente restauro conservativo era stato compiuto nella seconda metà del sec. xv dal card. Marco Barbo. Notevole il monumento sepolcrale di Stefano de Surdis (m. 1300), opera del marmoraro romano Giovanni di Cosma, trasportatovi dall'antica basilica Vaticana nel sec. xviI.

E tra le chiese officiate dal Capitolo Vaticano. - Vedi Tav. XLV.

Bist.: Martyr. Romanum, p. 119: J. P. Kirsch, Die römischen Titelbischenim Altertum, Paderborn 1918, pp. 94-96; A. Muñoz, in Capitolium, 6 (1931), p. 34 reg.. H. Delehaye, Etude sur la lé. govalier romaine, Bruxelles 1936, p. 31; R. Krauthsimer, Corpus Basil. Christ. Romae, I. Città del Vaticano 1937, pp. 84-93.

Enrico Josi
BALBO, Cesare. - Storico e uomo politico italiano, n. a Torino il 21 nov. 1789, m. ivi il 3 giugno 1853. Uscito di nobile famiglia, fu prima educato dal padre, Prospero, ministro di Sardegna a Parigi e, dal 1798 al 1802, esule in Spagna e Toscana. Dalla scuola domestica, in cui C. e il fratello Ferdinando ebbero compagni Luigi Provana, Luigi Ornato e altri coetanei, nacque l'Accademia dei Concordi, nella quale, oltre ad abbracciare «le universe cognizioni umane», si pensava molto all'Italia, sotto l'ispirazione dell'Alberi, e si chiarivano opinioni e atteggiamenti politici. Sognava allora il B. di diventare un Voltaire cristiano e all'idea della religione civilizzatrice attingeva gli elementi della sua futura dottrina del «progresso cristiano".

Dominato da Napoleone I auditore al Consiglio di Stato (1807) e segretario della Giunta toscana (1808), le rampogne del «concorde» Carlo Vidua lo inducevano ad amare meditazioni e il trasferimento da Firenze a Roma quale segretario della Consulta (1809) lo turbava. "Atterrato, addolorato, disperato» di aver mano nelle usurpazioni contro Pio VII, era
colpito dallo "spettacolo rimproveratore della fortezza di quei preti». Maturava la sua crisi interiore, vigilata dalla fedele amicizia del Vidua, le cui lettere lo seguono a Parigi, a Lubiana, ovunque lo spingano i suoi uffici. La morte del fratello Ferdinando in Russia, la catastrofe di Lipsia, cui assisté, le conversazioni col Giffenga e altri ufficiali italiani imprimono significato più liberale e patriottico al suo pensiero. Alla caduta dell'Impero partecipa alla campagna di Grenoble, sente il disagio del chiuso ambiente della restaurazione, col Provana preconizza nel Piemonte «il cardine della futura salvezza d'Italia» e si lega con un nuovo amico, Santorre di Santarosa. Sono allora nuovi studi e nuove meditazioni, specie di storia, e un tentativo incompiuto di romanzo sulla Lega lombarda. Dal 1816 al 1819 segue il padre, ambasciatore sardo, a Madrid e qui compie ricerche sulla guerra d'indipendenza della Spagna e Portogallo, che stamperà nel ' 47 , insistendo sulla priorità dell'idea d'indipendenza su quella di libertà. Di nuovo in Piemonte, torna alle armi; assente dal dramma del ' 21 , ma sospettato, è punito con l'esilio e poi col confino.

Ormai tutto preso dagli studi storici, pubblica nel ' 30 i due volumi della Storia d'Italia dal 476 al 774 . Nel medioevo cristiano riconosce l'origine della civiltà moderna, nell'azione dei Papi la difesa della libertà: l'ideale neoguello è già in questa inscindibilità tra cristionesimo e civiltà. Deluso nelle sue aspirazioni di vita pubblica anche da Carlo Alberto, angosciato dalla morte della moglie (1833), gli studi diventano sempre più il suo conforto e la sua ra