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olina (v.). Tali dottrine, alla cui nascita e formulazione aveva certamente influito la lotta antiprotestantica, miravano a una decisa rivendicazione del libero arbitrio, ed escludevano a questo fine dalla volontà umana ogni mozione di Dio previa e determinante, difendendo in suo luogo un concorso divino immediatamente connesso con l'azione della creatura e simultaneo all'attività di questa. Oltre il rifiorire di idee già precedentemente incriminate dall'Inquisizione di Valladolid, Bañez scorgeva nelle dottrine di Molina una aperta rinunzia al pensiero di s. Tommaso; per cui non esitò a impegnarsi, in scritti e controversie, a quella che nelle sue intuizioni non era se non una rivendicazione e più esatta formulazione della tradizionale dottrina tomistica. Le linee essenziali del suo pensiero, cui si riferisce il termine b. sorto più tardi, possono così individuarsi : l'azione di Dio come causa prima non solo è necessaria, ma è ontologicamente anteriore a ogni attività della creatura sia irragionevole che spirituale. Quindi ogni atto umano, incluso l'atto libero, non può compiersi se non conseguentemente a una premazione di Dio, d'ordine fisico, cioè in linea di causalità efficente. Tale premozione è anche predeterminante nei confronti dell'atto della creatura. Nulla infatti potendo essere sottratto alla sfera universale della Causa prima, ogni determinazione dell'essere e quindi dell'attività creata, anche libera, deve necessariamente ricondirsi al suo dominio. L'azione tuttavia della Causa prima ch'è causa principale e universale, pur movendo e determinando ai singoli atti la volontà umana, non ne compromette la libertà. Allo stesso modo va concepito il concorso di Dio nell'ordine soprannaturale. La Grazia, nei confronti dell'atto meritorio, delle sue modalità e dei suoi effetti, incluso l'ultimo, la salvezza, è assolutamente precedente e sovrana. Di qui il concetto della grazia effusace e della predestinazione indipendente da qualsiasi previsione dei meriti o della corrispondenza da parte dell'uomo. Coerentemente a queste dottrine il Bañez difende, per tutte le azioni delle creature, sia necessarie che libere, la prescienza di Dio per mezzo delle decisioni eterne della sua volontà predeterminante. Tale rigorosa accentuazione del predominio di Dio, che rende un po' ardua la rivendicazione della libertà dell'atto umano, mentre è da alcuni teologi anche oggi ricondotta, almeno implicitamente, ai principi del tomismo, è da altri staccata dalle dirette responsabilità di s. Tommaso e ritenuta, nelle sue determinazioni ultime, esclusivo insegnamento di Bañez e dei suoi discepoli.

Biss.: G. Schneemann, Controversiarum de divinae gratiae liberique arbitrii concordia initia et progressus. Friburgo in Br. 1881; risponde: A. M. Dummerstuch, S. Thomas et doctrina praemotionis physicae. Parigi 1886; la polemica continua tra questo ultimo autore e l'altro gesuita Frina; più tardi si riaccende tra H. Gayraud e Th. De Regnum che scrisse: Bannesianisme et Malinisme, Parigi 1890; N. Del Prado, De gratia et libero arbitrio, Friburgo in Br. 1907. Finalmente la polemica tra A. d'Alés, Providence et libre arbitre, Parigi 1927, e R. Gar-rigou-Lagrange, Dieu (appendice), Parigi 1928. Ugo Viglino

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BANSKA BYSTRICA: v. neosolio.
BÀNTU. - Sotto questa denominazione si comprendono molte tribù della parte meridionale dell'Africa non culturalmente e razzialmente omogenee. Trattasi, infatti, di un raggruppamento esclusivamente linguistico (ba-ntu è il plurale di mu-ntu, uomo).

Le lingue dei popoli in questione hanno una struttura comune. Dividono i nomi in classi caratterizzate da prefissi preposti alle radicali, prefissi che in forma intera o contratta stanno ad esprimere le diverse relazioni grammaticali. Ogni classe fa uso di pronomi suoi propri. Mancano o quasi le preposizioni, mentre le relazioni di tempo e spazio si caratterizzano col disporre i sostantivi nelle apposite classi. Assente è pure il genere. Scarsi gli aggettivi ed i rispettivi concetti sottolineati attraverso i verbi. Le forme causative, applicative, iterative ecc. delle diverse azioni si esprimono per via di suffissi verbali. L'intero patrimonio lessicale delle lingue b. malgrado salienti differenziazioni fonetiche le cui leggi di trapasso sono oggi in buona parte note, lascia intravvedere notevoli comunanze di radici, richiamandoci con molta probabilità ad una origine comune. I linguaggi del gruppo si parlano, ad eccezione delle zone dell'estremo mezzodì abitate dai Boscimani e dagli Ottentotti, nonché del tratto sud-occidentale dell'Africa, sino alla linea equatoriale con superamento della medesima al centro e più ancora nella porzione occidentale. Focolai importanti di idiomi bantoidi si trovano in Nigeria e sulle coste della Guinea. All'unità linguistica dei B. non corrisponde, dicevamo, una unità culturale. Riassumeremo brevemente i relativi tratti etnologici più interessanti.

Tutte quelle genti praticano il sistema dell'agricoltura con la zappa, o a culture alternate o valendosi della combustione dei vegetali spontanei come fertilizzante. Alcune tribù meridionali ed orientali allevano anche il bestiame, che costituisce la migliore forma di capitalizzazione, tanto vero che appunto del bestiame si servono per l'impor. tante pagamento del prezzo della sposa ai futuri suoceri, mentre gli altri versano preferibilmente zappe.

Dal punto di vista sociale i B. tollerano il matrimonio poliginico, benché i più siano di fatto monogami. La legalizzazione del matrimonio, e quindi della prole, dipende generalmente dal totale versamento del prezzo sopra mentovato, ed infatti i figli nati prima di detto pagamento risultano illegittimi. Presso molte tribù, poi, la famiglia rappresenta una vera e propria unità economica anche nel senso che produce quello che consuma. Sempre la famiglia non manca di provvedere alla prima educazione dei figli sino a quando, e questo accade presso parecchi, non interviene la stessa tribù attraverso le iniziazioni giovanili. La famiglia, infine, rappresenta quasi per tutti il centro delle cerimonie connesse con nascita, matrimonio e morte, nonché dell'insieme dei sacrifici, che si sogliono offrire, sui campi o nelle capanne, ai cari defunti in occasione delle semine e della raccolta.

Politicamente vi sono tribù, che non presentano un nucleo centrale di governo, ma si scindono in gruppi in grembo ai quali i più anziani prendono di volta in volta le necessarie decisioni. Altre, viceversa, son giunte a federarsi sotto determinati capi riuscendo a farsi tributarie anche genti a loro vicine (Zulu e Basuto nel mezzodì, Hehe verso oriente). Nel Congo e nel Sud-Africa (Monomotapa), nella stessa regione dei Grandi Laghi non hanno mancato di sorgere persino veri e propri regni. La carica di capo di federazione o di monarca è quasi sempre ereditaria nella stessa famiglia, e ad essa spetta una parte importante nell'organizzazione economica (spartizione delle terre, condotta superiore dell'attività agraria e pastorale ecc.), ed inoltre il governo delle tribù e l'esercizio della giustizia. In alcune tribù tali autorità avevano anche funzioni religiose specialmente in rapporto alla prosperità generale,
alla fertilità dei campi, all'incremento del bestiame ecc., mentre presso altre genti figurano al riguardo speciali ministri del culto, ufficiali od ufficiosi, ministri da cui dipendono i maghi, gli stregoni, gli indovini ecc., cui specialmente in Africa occidentale si deve lo sviluppo delle società segrete.

Nella maggior parte delle tribù il culto dei defunti appare prominente. Alcuni considerano i morti alla maniera dei mani latini, ossia limitatamente ai consanguinei stretti; altri, invece, sembra che vi comprendano in genere tutti gli antenati, attribuendo loro vigile sollecitudine per la sorte morale e materiale dei discendenti. I B., inoltre, credono all'esistenza di un Essere Supremo (Mulungu, Unkulunkulu, ovvero Niambi, Leza, ecc.), che dai più non viene posto animisticamente in relazione con i trapassati. L'Essere Supremo non è oggetto di culto regolare. Certe tribù si sforzano di renderselo cerimonialmente benigno in periodi di forti sciagure collettive. Lo si concepisce come creatore del mondo, od anche come signore del cielo che, però, avendo ceduto ai trapassati il governo ed il contatto diretto con gli uomini, s'è solo riservato la decisione suprema su vita e morte, su felicità e dolore (ad es. sulla fecundità o sterilità della donna). Non manca, poi, il medesimo Essere Supremo di tutelare i principi morali, reagendo a determinati trascorsi con punizioni collettive (siccità, epidemie ecc.), mentre contro il suo preciso volere nulla possono i mani e gli antenati.

Bint.: Per quanto riguarda le questioni antropologiche connesse coi B., cf.: J. Deniker, Les races et les peuples de la Terre, 2^{°} ed., Parigi 1926, pp. 366-82; C. G. Nelizman, Races of Africa, Londra 1930, pp. 181-232. - Sui problemi economici e sociali: D. Kidd, Savage Childhood. A Study of Kulir Children, Londra 1906; E. Franke, Die geistige Entwicklung der Negerhinder, Lipsia 1912; J. Roscoe, The Northern B., Cambridge 1913; G. Spannaus, Züge aus der politischen Organization afrikanischer Völker und Stunten, Lipsia 1929; E. Schultz-Ewerth-L. Adam, Das Eingebornenrecht, 2 voll., Stoccarda 1929-30 (cf. Ostafrika, Kamerun, Herrera); E. Earthy, Volenge Wumen, Londra 1933; I. Schapera, The B.-Speaking Tribes of South Afrika, ivi 1937; Lord Hailey, An African Survey, ivi 1938, pp. 1826; D. M. Goodfellow, Principles of Economic Sociology. The Economics of Primitive Life as illustrated from Peoples of South and East Africa, ivi 1939. - Dal punto di vista religioso: H. Callaway, Religious system of the Amozulu, 3 voll., Londra 1870; W. Schneider, Die Religion der afrikanischen Naturculber, Münster 1891; C. Meinhof, Afrikanische Religionen, Berlino 1917; B. Ankermann, Totenkult und Seelenglaube bei afrikanischen Völkern, in Zeitschrift für Ethnologie, 2 (1918), pp. 89-123; H. A. Junod, The life of a South African tribe, II, parte 6^{°}, 2^{°} ed., Londra 1927, pp. 301-348; W. C. Willoughby, The Soul of the B., Naiora York 1928; P. Fr. Bösch, Les Bouyennouci, peuple de l'Afrique orientale, Münster 1930; W. C. Willoughby, Nature Worship and Taboo, Hartford 1932; H. Baumann, Schöpfung und Urzeit des Menschen im Mythen der afrikanischen Völker, Berlino 1936; L. Bittremieux, La société secrète des Bakhinda au Mayoude, Bruxelles 1936. - Riguardo alla linguistica, per lo sviluppo delle relative indagini fra i B., cf. P. W. Schmidt, Die Sprachfamilien und Sprachenkreise der Erde, Heidelberg 1926, pp. 83-92, 110-13. Sulle leggi fonetiche, struttura grammaticale e legami di parentela tra le diverse lingue del gruppo: W. H. I. Bleck, A Comparative Grammar of South African Languages, 2 parti, Londra 1862 e 1869 ; J. Torrend, A Comparative Grammar of the South-African B. Languages, ivi 1891; C. Meinhof, Grundzüge einer vergleichenden Grammatik der Bantusprachen, Berlino 1906; F. N. Finck, Die Verwandtschaftsverhältnisse der Bantusprachen, Gottinga 1908; L. Homburger, Einde sur la phonétique historique du B., Parigi 1914; A. Werner, Introductory shetch of the B. Languages, Londra 1919; H. H. Johnston, A comparative study of the B. and semi-B. Languages, 2 voll., ivi 1919-22; L. Homburger, Languages B., in A. Meillet e M. Cohen, Les langues du Monde, Parigi 1924, pp. 361-89; N. J. v. Warmeln, Introduction to the Phonology of the B. Languages, Berlino 1932. Quanto al significato dei prefissi: J. Torrend, op. cit.; W. Wanger, Comparative Study of Samerian and Ntu b Bantu b, Stoccarda 1932; J. Wils, De nominale klassificatie in de afrihoamche Negertalen, Nimega 1933. Per la ricostruzione del patrimonio lessicale base, H. H. Johnston, op. cit. Circa la ricostruzione del B. originale, C.

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Meinhof, op. cit. - Per l'eventuale provenienza del B., W. Wanper, op. cit. - In genere cf. anche le raccolte delle seguenti rivate: Africa (Londra), Anthropos (Modling-Vienna), Bantu Studies (Città del Capo), Canon (Bruxello), Journal of the African Society (Londra), The Journal of the R. Anthropological Institute (Londra), Zeitschrift fur Eingeborner-Sprachva (Amburgo).

Michels Schulien
BAOUARDY, Maria. - In religione Maria di Gesù Crocifisso, carmelitana scalza, n. ad Abellin (diocesi greco-melchita di S. Giovanni d'Acri) il 5 genn. 1846, in. a Betlemme il 26 ag. 1878. A tredici anni ricusò le nozze preparate e subì il martirio per la fede; misteriosamente curata, servì da domestica; non ammessa ai voti tra le suore di S. Giuseppe dell'Apparizione, si fece carmelitana a Pau, professando quattro anni dopo come conversa. Fu l'ispiratrice della fondazione del Carmelo di Betlemme. Straordinaria fu la vita mistica di questa figlia della Chiesa orientale, e tutta improntata a semplicità. La causa fu introdotta a Roma il 18 maggio 1927.

BibL.: AAS, 10 (1927), pp. 254-58: D. Buzy, Vita di suor Maria di Gesù Crocifisso, trad. it., Torino 1924; id., Pensieri di suor Maria di Gesù Crocifisso, trad. ital., ivi 1928. Mario Colpo

BAQAWAT (al-). - Nome moderno dato alla necropoli della città di Hibis ('Išci), metropoli della Grande Oasi. I primi studiosi che l'hanno descritta (cf. W. de Bock, Matériaux pour servir à l'archéologie de l'Egypte chrétienne, Pictroburgo 1901; P. Karpe, Durch die libysche Wüste zur Grossen Oase, Friburgo 1920, pp. 283-322) l'hanno ritenuta completamente cristiana : ma gli scavi americani del 1907 1908 e 1926 dimostrarono che essa è invece in grande parte pagana. Fu cominciata forse alla metà del sec. in e più tardi solo utilizzata anche dai cristiani. Ciò è confermato anche dai papiri provenienti dall'archivio di una corporazione locale di necrofori ed imbalsamatori, dall'anno 247 al 307, tutti pagani salvo uno (B. P. Grenfell e A. S. Hunt, Greek Papyri, II, Oxford 1897, nn. LXVin-LXXVIin, pp. 104-25). I mausolei pagani non si differenziano dai cristiani né per le forme architettoniche, né per la tecnica costruttiva (cf. W. Hauser, The Christian Necropole in Khargeh Oasis, in Bulletin of the Metropolitan Museum of Art, 27 (1932), pp. 38-50) ed è solo il riconoscimento del cadavere che può dare delle indicazioni precise. Le tombe pagane fino ad ora riconosciute contengono dei corpi imbalsamati, racchiusi in sarcofagi di legno dipinti con scene e simboli della mitologia egizia: non possiamo dunque per ora ritenere sicuramente cristiane se non quelle edicole che tali si palcsano per la loro decorazione o per le iscrizioni dipinte o graffite sulle pareti (sulle iscrizioni della necropoli si veda G. Lefebvre, in Annales du Service des Antiquités de l'Egypte, 9 (1908), pp. 179-83; A. Jacoby, Zur der «Ammonier». Inschrift der Grossen Oase in der Libyschen Wüste, in Byzant.-Neugriechische Jahrbücher, I (1920), pp. 148150), attendendo degli scavi esaurienti che ci diano modo di determinare esattamente la storia del cimitero. Questo si compone di ca. 250 mausolei disposti in due gruppi che si riuniscono a nord presso un grande edificio, che è probabilmente una basilichetta a tre navate, circondata da locali di servizio e d'abitazione, forse monastici. I mausolei sono generalmente delle edicole quadrate, con la porta a sud e qualche volta un'absidiola ad est, coperti da cupola su pennacchi e più raramente da un tetto piano: altre volte sono circolari od ottagonali. Vi sono poi dei mausolei rettangolari coperti con volta a botte, in qualche caso interrotta nel mezzo da una cupola. Le pareti sono decorate esternamente da arcate cieche portate da pi-
lastri o semicolonne addossate al paramento. I muri perimetrali sopravanzano l'imposta della cupola, che generalmente rimane nascosta, e sono decorati in alto da un fregio a giorno a triangoli. Il materiale di costruzione è il mattone crudo : solo gli architravi delle porte erano in legno od in pietra. Le pareti erano intonacate con limo fino ed imbiancate. Ai fianchi delle porte si vedono delle nicchie triangolari per accogliere le lampade. Delle importanti pitture decorano, oltre il grande edificio sopra citato, tre dei mausolei cristiani: quello detto delle scene bibliche, quello delle figure allegoriche e quello della decorazione a vigna.

BibL.: Su tali pitture oltre De Bock, op. cit., si veda C. M. Kaufmann, Ein altchristliches Pompeji in der libyschen Wüste, Magonza 1902, e C. M. Wilkinson, Early Christian Paintings in the Oasis of Khargeh, in Bulletin cit., 2 (1928), pp. 29-36; esse risentono nella loro iconografia dell'influsso di sette non ortodosse. Cf. L. Troie, AAAM und ZDH, in Sitzunzuber. d. Heidelberger Abad. der Wissensch., 17 (1916); E. Becker, Gnostische Einflüsse in der 2090 tvo-Darstellung von el Bagatudt, in Zeitschr. für d. Neutestam. Wissenschaft, 22 (1923), pp. 140-44; J. Leibovitch, Hellenismus et hébralimes dans une chapelle chrétienne à el Bagasudt, in Bulletin de la Société d'archéologie capte, 5 (1939), pp. 61-68.

Ugo Monneret de Villard

## BAR : ANTIVARI.

BARABBA (in aramaico significa «figlio del padre»; ortografia incerta nel testo greco). - Criminale di cui i Giudei chiesero a Pilato la scarcerazione, ottenendo la crocifissione di Gesù (Mt. 27, 15-26; Mc. 15, 6-15; Lc. 23, 13-25; Io. 18, 39-40). In pochi codici evangelici di scarsa autorità, e nelle versioni armena e georgiana, è chiamato "Gesù Barabba»: secondo tale variante, già nota a Origene, "Barabba" sarebbe un soprannome. B. era in carcere al tempo della Pasqua ed era considerato un «prigioniero insigne» (Mt. 27, 16), e Mc. 15, 7 specifica il motivo della detenzione: «in una agitazione popolare aveva commesso omicidio».

L'usanza giudaica (Io. 18, 39) per la Pasqua, accennata da Pilato, non ci è nota da altre fonti sacre o israelite; L.c. 23, 17 sembra alludere a un privilegio concesso dai Romani che, come i Greci, avevano simili usi. Il fatto che Pilato ricorre come ad ultimo espediente a contrapporre Gesù a B. per ottenere la liberazione del primo testimonia la qualità abietta del secondo. Ma l'intento del Procuratore (Act. 3, 14) falli: B. fu graziato, su richiesta del popolo istigato dai sadducei e dagli anziani, per continuare forse la sua vita torbida; egli entrò in una cornice di leggenda, divulgata da qualche apocrifo.

Angelo Penna
BARABINO, Carlo. - Architetto, n. a Genova l' ir febbr. 1768, m. ivi il 3 sett. 1835. Ebbe a Roma dal Barbieri l'educazione accademica e eclettica propria del suo tempo. Tornato nella sua città natale, lavorò intensamente dopo il 1818 , anno in cui fu eletto architetto del Comune.

Edificò la facciata di S. Siro di un classicismo più cinquecentesco che napoleonico, l'altare Imperiale-Lercari nel Duomo in cui adotta un motivo barocco, l'oratorio di Nostra Signora del Rosario a pianta circolare, il completamento della facciata della chiesa dell'Annunziata eseguito dopo la sua morte, che, per la freddezza accademica del pronao troppo discordante con l'insieme barocco, suscitò aspre critiche.

BibL.: H. V., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 422; M. Labù, C. B.: in Emporium, 54 (1921), pp. 207-23; N. Tarchiani, L'architettura italiana dell'attocento, Firenze 1937, pp. 36-37.

Marta Prandi
BARABINO, Niccolò. - Pittore, n. a Sarnpierdarena nel 1832, m. a Firenze nel 1891. Dotato di una straordinaria facilità nell'affresco e nella pittura ad olio, arrischi delle sue composizioni chiese e pa-

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Barabino, Niccoló - Madonna dell'Olivo, Particolare, Sampierdarena, cattedrale.
lazzi. Molto noti il Galileo davanti all'Inquisizione, nel palazzo Celesia; il Colombo a Salamanca, nel palazzo Orsini; la Glorificazione della Superba, nel palazzo comunale di Genova; la Gloria di s. Andrea, nel soffitto della chiesa dell'ospedale Duchessa di Galliera; le lunette in musaico per la facciata di S. Maria del Fiore a Firenze. Egli, con un innato fervore tiepolesco, ruppe i vincoli dell'accademismo storico dell'ambiente fiorentino in cui si era formato, e trasse profitto dalle esperienze romantiche e veriste di Domenico Morelli. Alcune sue Madonne, come la notissima Quasi oliva speciosa in campis (a Sampierdarena), divennero popolari. Il B. è considerato il maggior pittore ligure dell'Ottocento.

Bibl.: Anon., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 422; G. De. logu. N. B., Bologna 1928; E. Somaré, Storia dei pittori italiani dell'80o, Milano 1928, p. 35 .

Corrado Mezzana
BARAG (ebr. bärāq "fulmine»). - Collaboratore di Debora (v.), figlio di Abinoam, n. a Cades di Nephtali (Judc. 4, 5). Chiamato da Debora, in nome di Jahweh, a liberare gli Israeliti della pianura di Esdrelon, dal giogo dei Cananei, B. che aveva sofferto personalmente per opera di questi (Judc. 5, 12), accetta a condizione però che essa lo segua e lo assista nella battaglia.

Debora va con B.; al loro appello, oltre a Nephtali e Zabulon, più direttamente interessati, risposero Ephraim, Beniamin, Issachar e Machir, clan importante di Manasse, in tutto ca. 40.000 uomini (Judc. 5, 8), ma male armati. Di questi, 10.000 sono con Debora e B. sul Thabor (Judc. 4, 10) gli altri stan pronti sulle colline di Ephraim, che circondano la pianura. Sisara, generale dei Cananei, aduna tra Mageddo e Thanach, lungo il Cison, i suoi 900 carri e la fanteria. Forse di notte (Judc. 5, 20), B. lo attacca di sorpresa, mentre il Signore manda un gran temporale, che ingrossa il torrente
e rende viscido il terreno. Confusi e terrorizzati, i Cananei perirono nell'acqua del Cison, o inseguiti ed uccisi dai vincitori. B. trova Sisara ucciso da Giaele(v.).

Bibl.: L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I: La période des Juges, Parigi 1922, pp. 140-48, 390-92.

Francesco Spadafora
BARACHIA (ebr. Berehhjāh[ā] = «Benedetto da Jahweh»). - Nome di otto personaggi biblici : un figlio di Zorobabel (I Par. 3, 20), il padre di Asaph (ibid. 6, 39; 15, 17), un levita della famiglia di Elcana (ibid. 9, 16), uno dei quattro leviti custodi dell'arca (ibid. 15, 23), uno dei quattro capi di Ephraim che fecero liberare da Phacee (v.) i prigionieri di Giuda e li accompagnarono fino a Gerico (II Par. 28, 12-15), il padre del costruttore Mosollam (Neh. 3, 4. 30), il padre di Zaccaria preso a testimone da Is. 8, 2, il padre del profeta Zaccaria (Zach. 1, 7).,

In Mt. 23, 35 è ricordato un B. padre di Zaccaria, certamente distinto dal profeta omonimo. E antica la questione sul nome del padre del sommo sacerdote Zaccaria, che era figlio di Iolada (II Por. 24, 20-22). Forse l'inciso "figlio di B.", che manca nel codice sinaitico e nel passo parallelo di s. Luca (11, 51), è una glossa infiltratosi nel testo.

BARADA: v. ABana.
BARADAI: v. GIACOMO BARADAI.
BARAGA, Friedrich. - Uno dei più grandi missionari dell'America settentrionale dell'età moderna e primo vescovo di Marquette. N. il 29 giugno 1797 a Kleindorf nella Carniola (Austria). Dedicatosi prima agli studi giuridici, divenne poi sacerdote (1823) e dopo qualche tempo di ministero in patria, partì (1830) per gli Stati Uniti, dove lavorò indefessamente tra gli Indiani, prima tra gli Ottawa, poi tra i Cippewa. Nel 1853 fu nominato primo vescovo di Marquette (Michigan) e come tale lavorò sino alla morte, avvenuta quivi il 19 genn. 1868. Oltreché come apostolo, il B. è benemerito della letteratura cristiana indigena nelle lingue ottawa e cippewa. Oltre a molti libri di preghiere, di devozione e di istruzione religiosa, scrisse la prima grammatica e il primo dizionario della lingua cippewa, editi in inglese rispettivamente a Detroit nel 1850 e a Cincinnati nel 1853, opere che ebbero parecchie edizioni. Il B. riscosse stima e amore tanto dagli indigeni quanto dagli europei : parecchie città e istituzioni nel Michigan ed una via di Marquette sono intitolate al suo nome.

Bibl.: Chr. Veroyat, s. v. in The Cath. Encycl., II, pp. 282283; id., Life and labours of Right Rev. Fr. B., Milwaukee 1900; Streit, Bibl., III, pp. 738-42. Giovanni B. Tragella

BĀRĀJTHĀ'. - Insegnamento "esteriore, estraneo" (cf. nel diritto canonico le Extravagantes), non compreso cioè nella Mišnāh (v.), il codice alla cui redazione pose la basi Giuda (v.) il Santo. Tali norme legali vengono dette b. nel Talmúd babilonese (v.), mathnīthā' (insegnamento, giure tradizionale) nel Talmúd palestinese. Sono tuttora discussi i rapporti che intercorrono tra B. e Tōsephtā' (v.), dato che la massima parte delle b. non è compresa nella 'Tōsephtā'. Altri adducono delle ragioni particolari per spiegare l'esclusione di 76 norme legali di R. Hijjā' dal "corpus" della Tōsephtā'. Già al tempo degli Amorei (v.) si considerava non obbligatoria la conoscenza del testo di una b. Le b. di R. Hijjā' e di R. Hōša'jāh vengono riferite dai due Talmúd (babilonese e palestinese), ma anche dagli antichi Midhrāšim (v. MIDHR \bar{A} \bar{S} ), che sono di carattere prevalentemente precettistico. Come la Mišnāh e la Gēmā'rā' (v.), anche la b. contiene molti elementi narrativi (haggādici).

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Bibl.: H. Strack, Einleitung in Talmud und Midrasch, 2^{2} ed., Monaco 1921, p. 2; A. Gutimann, Das redolitionelle und sachliche Verhältris zwischen Milwa und Tosephte, Breslavia 1928; B. Weller, Barnite, in Eur. Tod., III, coll. 1033-47; A. Spanier, Die Tosephitaperiode in der tammitischen Literatur, Ber. lino 1936.

Eugenio Zolli
BARALLI, Raffaello. - Musicista, n. a Comigliano (Lucca), il 25 giugno 1862, m. nel 1922. Sacerdote, si occupò attivamente di canto gregoriano, con la sua opera di docente al Pontificio istituto di musica sacra in Roma.

Oltre studi vari, scrisse molti articoli nella Rassegna Gregoriana e in altri periodici; pubblicò con Luigi Torchi il Trattato di Prosdocimo de Beldemandis contro il Lucidario di Marchetto da Padova, e tradusse anche in italiano la Paleografia musicale vaticana di H.M. Bannister.

Luisa Cervelli
BARANOVIĆ, Lazzaro. - Predicatore russo del sec. xvir, arcivescovo di Cernigov dal 1657, m. nel 1693. E ignota la data di nascita. Originario della Piccola Russia, B. fu prima professore e nel 1650 rettore dell'Accademia di Kiev. Zelante pastore, fondò una decina di monasteri.

Si hanno di lui "Raccolte di sermoni predicabili" (Mosca 1674 e Kiev 1679); La spada spirituale (Kiev 1667 e 1686), in cui B. insegna chiaramente la Concessione immacolata della Vergine Maria; una raccolta poetica, di più di 1000 versi, dei quali circa la metà è dedicata alla Santa Vergine; ed una confutazione de l'Africa fede di P. Böhme, dal titolo Nuova misura dell'antica fede, pubblicata nel 1676.

Bibl.: N. Sumtsov, in Dizion. biogr. russa, XXII, Pietrogrado 1914, pp. 40-43; A. Palmieri, s. v. in DThC, II, col. 381; M. Th. Diodier, s. v. in DHG, VI, col. 380. Le lettere del B. sono pubblicate in Atti della Russia meridionale e occidentale, Martirio Jugio

BARANZANO, Redento Giovanni Antonio. Filosofo e scienziato barnabita, n. a Serravalle Sesia (Biella) nel 1590, e m. a Montargis (Loiret) il 23 dic. 1622. Si distinse come professore nella cattedra di filosofia di Annecy e fu uno dei primi che combatté l'onnipotenza di Aristotele, tentando di dimostrare la falsità di talune sue teorie sino allora ritenute come indiscutibili nella scuola. Ebbe corrispondenza col p. Niceron, con Bacone, il quale gli comunicò per primo la sua teoria del Novum Organum, con La Motte Le Vayer, che faceva gran conto di lui, ecc. Lasciò scritti ed opuscoli di carattere filosofico-matematico.

BibL.: G. Boffito, Bibl. Barnabitica Illustrata, I, Firenze 1933, pp. 75-80.

Leodegario Picanyol
BARATTA, Carlo. - Educatore, sociologo salesiano, n. a Druogno (Novara) il 10 ott. 1861, m. a Saloomaggiore, il 23 apr. 1909. Accolto nella Società da d. Bosco, insegnante nella Casa d'Alassio e qui ordinato sacerdote (1884), passò a Parma ove intraprese un vasto apostolato nell'oratorio, nel collegio, nella Scuola di Religione per studenti da lui fondata, (1889) prima in Italia, nella Scuola agraria. In questa egli realizzò il programma di rinnovamento agricolo bandito da Stanislao Solari (v.) con il quale ebbe amicizia e collaborazione. Della «nuova fisiocrazia» il B. fu apostolo e teorico: in un opuscolo del 1895 (Di una nuova missione del Clero) preconizzava l'azione dei sacerdoti per l'incremento della produzione agricola nazionale; nei Princìpi di sociologia prospetta l'agricoltura razionale come premessa di una soluzione cristiana della questione sociale. Nel 1904 passò a Torino come ispettore, continuando nel fervido apostolato. Fondatore della Rivista di Agricoltura, autore di molte pubblicazioni religiose, sociologiche, musicali.
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Baratta Francesco - Estasi di S. Francesco. Roma, S. Pietro in Montorio.

Opere: La libertà dell'aperain, Parma 1901; Principi di sociologia cristiana, ivi 1902; Il pensiero e la vita di S. Solari, ivi 1907.

Bibl.: F. Rastello, Don C. M. B., Torino 1938.
Egliberto Martire
BARATTA, Francesco. - Scultore, n. a Massa Carrara ( 1590 ca.), m. nel 1666 a Roma, dove fu collaboratore di G. L. Bernini. Le sue opere più significative sono il bassorilievo con l'Estasi di s. Francesco (1635) in S. Pietro in Montorio, teatrale nella composizione e nella ricerca degli effetti, e la statua del Rio della Plata della berniniana fontana dei Fiumi (1651). Fu anche a Venezia, dove collaborò al monumento al doge Valier nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

Bibl.: Per la biografia, cf.: le Vite di G. P. Bellori, di G. B. Passeri e di L. Pascoli, citate da R., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 406. Per la collaborazione col Bernini, cf.: S. Franchetti, Il Bernini, Milano 1900, pp. 88, 181, 212, 414. Elsa Gerlini

BARATTA, Pietro. - Scultore, vissuto a Venezia tra la fine del sec. xvir e la prima metà del xviri. Reagì al fastoso barocco diffuso a Venezia dal fiammingo Giusto Le Curt (di cui il B. fu probabilmente allievo) e rifacendosi ad esempi cinquecenteschi (Sansovino e Campagna) determinò quel gusto che fu preludio al neoclassico. Sua opera principale è il bassorilievo con S. Sebastiano nell'altar maggiore della chiesa omonima. Collaborò alla decorazione scultorea della facciata di S. Staè (1709).

Bibl.: U. V., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 457; W. Arslan, Sculture ignote di Giovanni Marchiori, in Bollettino d'Arte, 2^{2} serie, 3 (1925-26), pp. 437-39.

Elsa Gerlini
BARBA. - Presso gli antichi cristiani la b. era segno di autorità, come afferma Clemente Alessandrino (Paedagog., III, 11: PG 8, 633). Nella primitiva arte cristiana portano la b. : l'Eterno Padre in diverse scene (creazione di Adamo ed Eva, offerta

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di Caino e Abele, colloquio con Giacobbe nel sogno), Abramo, Faraone, Giacobbe, Elia, Eliseo, Nabucodonosor, i vecchioni di Susanna, Giovanni Battista; Gesù Cristo quasi sempre nella consegna della Legge, gli Apostoli Pietro, Paolo, Andrea e Giacomo Minore; talvolta l'artista alterna apostoli barbati e imberbi, come nel sarcofago di Gorgonio nella cattedrale di Ancona (Wilpert, Sarcofagi, tav. 14, 3). Molti sarcofagi rappresentano cristiani barbati, nel qual caso si tratta di veri ritratti, come nei sarcofagi dei due fratelli, del Comes Balerius, di Giulio Catervio, di Valerio Valentiniano, ecc.

Il tipo del Cristo barbato non è mai predominante in Occidente anche più tardi specie nell'arte carolingia, che si ispira volutamente al classicismo. In Italia, prima dell'età modernissima, in cui Cristo o viene del tutto orientalizzato o viene ambientato al nostro secolo, gli artisti sono divisi e dei piú famosi Cristi alcuni sono con b. (Trasfigurazione di Raffaello, il Cristo di Tiziano), altri sbarbati (Michelangiolo nel Giudizio, Leonardo da Vinci nella Cena). Un capitolo speciale della iconografia ha creato la leggenda di sante con la b. (cf. H. Delehaye, Les Légendes hagiographiques, 3ª ed., Bruxelles 1927, pp. 103, 195).

Relativamente alla b. esiste tutta una tradizione ecclesiastica. I monaci e i chierici orientali conservarono sempre la b.; in Occidente invece non c'è stata mai una norma fissa. Gli Statuta ecclesiae antiquae (Mansi, III, 955) proibiscono soltanto di coltivare la b. Sidonio Apollinare (Ep. 4, 13: PL 58, 519), sec. v, ci descrive un prete perfettamente sbarbato. Tuttavia in Occidente nel sec. xI si notano monaci con b. come risulta da M. Inguance - M. Avery, Miniature cassinesi del sec. XI illustranti in vita di s. Benedetto, Montecassino 1934. Però sin dal sec. Ix l'uso di non portare la b. doveva essere
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(fol. Andrione)
Barba - Cristo Pastore, imberbe. Particolare del mosaico del mausoleo di Galla Placidia (sec. v) - Ravenna.
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Barba - Cristo barbato. Particolare del monsaco obsidiale della chiesa dei SS. Cosma e Damiano ( 526 -30) - Roma.
generale in Occidente se diventò una delle accuse di Fozio contro la Chiesa latina (Niccolo I, Ep. 52 ad Hincmarum: PL 119, 11, 55). Coloro che su invito di Niccolò risposero alle accuse greche: Enea vescovo di Parigi: Liber adversus Graecos, 182 (PL 121, 744 sgg .); Ratramno, monaco di Corbie, Contra Graecorum opposita, IV, 5 (PL 121, 322 sgg.); i vescovi tedeschi adunati a Worms, Responsio Episcoporum Germaniae (PL 119, 1212), non hanno sdegnato di occuparsi della b. clericale non senza ironia: "Si sanctitas est in barba nullus sanctior est hircos ( R e- sponsio Episcop., ibid.). Nel roso il Sinodo di Coyaca (Spagna) ha il can. 3, che ordina il taglio della b. ai chierici (Mansi, XIX, 787) e, nel 1119, il Concilio di Tolosa (Mansi, XXI, 228) minaccia la scomunica ai chierici barbati more laicorum.

Si noti però che il divieto di portare la b. non esigeva che la si dovesse radere, ed infatti dura anche nel sec. xvir l'uso di tagliare con le forbici la b. sulle guance e sul mento, come si vede, ad es., dai ritratti di s. Filippo Neri e di s. Vincenzo de' Paoli.

Invece durante il sec. xvı si nota la tendenza a portare la b.; Giulio II e Clemente VII seguirono saltuariamente questo uso, finché il secondo la proibisce nella Curia, suscitando le recriminazioni degli eleganti di allora. Ma non giovò: l'uso della b. continuò, anche da parte dei papi, sino alla fine di quel secolo. Durante il xvir, tutti, anche i papi, seguirono l'usanza comune dei baffi e del piccolo pizzo; finché con Clemente XI venne di moda il radersi la b. Da quel tempo prescrizioni di papi e di vescovi in tal senso si susseguirono ininterrottamente fino alla risposta data il 10 genn. 1920 al vescovo di Breslavia (AAS, 12 [1920], p. 43 sgg .) che proibisce ai chierici secolari di portare la b.; il che ha fatto ritenere ad alcuni che

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PROFETI
Bassorilievo nel museo dell'Opera del Duomo - Firenze.

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SARCOFAGO CON COMBATTIMENTO TRA ROMANI E BARBARI, FORSE DACI
Il generale romano ha qualche somiglianza con l'imperatore Claudio II (m. nel 270 d. C.). Roma, museo delle Terme, collezione Ludovisi.

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PACE DEL DUCA D'ORSO
(fine sec. viII, inizio ix), - Cividale, museo.

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[Jot. British Muscum \& Allmari]
In alto: CHIUSURA IN METALLO, FILIGRANA E SMALTI DELLA BORSA contenente monete merovingiche del tesoro di Sutton Hoo - Londra, British Museum. In basso: RE AGILULFO IN TRONO E GUERRIERI IN ATTO D'OMAGGIO. Frammento di decorazione metallica a sbalzo (fine sec. vi, inizio sec. viI) - Firenze, museo Nazionale.

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il silenzio del CIC su questo punto non significhi abrogazione della disciplina anteriore. L'uso di portare la b. si è radicato invece in certi Ordini religiosi, sia monastici (Camaldolesi eremiti), sia mendicanti (Cappuccini), come anche presso i missionari. Nel campo liturgico la b. è in relazione con la tonsura, e questa portava con sé la deposizione di quella. Nello stesso atto liturgico (E. Martène, De Ant. Eccles. Rit., lib. II, Anversa 1736, pp. 187, 193; lib. III, pp. 629-634), e con precisione si occupano della rasura dei monaci e frati le costituzioni monastiche locali (Marténe, op. cit., lib. III, p. 684 e sgg.).

Bibl.: Vari autori, s. v. in Enc. Ital., VI, pp. 111-13; H. Thurston, Board, in The Cath. Enc., II, p. 362 sgg.; H. Leclercq, s. v. in DACI., III, p. 478-93, con amplissima bibl.

Salvatore Marsili
BARBALONGA, ANTONIO. - Pittore della famiglia degli Alberti, n. a Messina nel 1600 , m. nel 1649. In età giovanile venne a Roma dove fu se-
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(da Wilpert, Massiken)
Barbara, santa - Affresco in S. Maria Antiqua (sec. viII) - Roma.
nuace del Domenichino, col quale collaborò in S. Maria della Vittoria e, forse, in S. Carlo ai Catinari.

Suoi dipinti sono anche in S. Silvestro al Quirinale e in S. Andrea della Valle. Tornato a Messina (1631) esegui numerose opere (alcune farone trasportate in Spagna dopo la rivoluzione del 1674) tra cui, significative, il S. Filippo Neri (nella chiesa omonima), l'Ascensione (nel monastero di S. Michele), il S. Carlo Borromeo (nella chiesa di S. Gioacchino).

Il decorativismo ridondante, un po' teatrale, della maniera del B. influenzò, attraverso i numerosi scolari, la pittura siciliana della seconda metà del ' 600.

Bibl.: Notizie biografiche nelle Vite di G. P. Bellori (ed. in offset del R. Istit. d'Archeol. e Storia dell'arte, Roma 1941, p. 360) e di G. B. Passeri (ed. Hess. v. indica); per le opere del B. in Sicilia, cf.: F. Hackert-G. Grano, Memorie dei pittori messinesi, Napoli 1792, ristampa a cura di S. Bottari, 1932, p. 23; E. Mauceri-S.Agati, Il Cistercese per la Sicilia, Palermo 1910, pp. 204, 322, 324-26, 331. Per il periodo romano, v.: H. Voss, Die Malerei des Barochs in Rom, Berlino 1925, p. 303.

Elsa Gerlini
BARBARA, santa, martire. - Circa la vita e il martirio di B. non ci sono state conservate memorie storiche degne di fede. La Passio è una compilazione tardiva (sec. viI) piena di inverosimiglianza, probabilmente d'origine egiziana. Fu presto tradotta in latino e adattata al nuovo ambiente; di questa versione ci sono note tre redazioni, alle quali si sono ispirate alcune notizie martirologiche del sec. Ix. La Santa sarebbe stata martirizzata, all'inizio del sec. IV, sotto l'imperatore Massimiano, in una città che varia a seconda dei testi della Passio e degli autori dei martirologi : compaiono infatti Antiochia, Eliopoli presso Eucaita, Nicomedia, Roma e perfino una regione, la Tuscia.

Il giorno del martirio e della festa è fissato, tanto in Oriente quanto in Occidente, al 4 dic.; Adone seguito da Usuardo lo assegna al 16 dello stesso mese, come il calendario copto.

Il contenuto della Passio si può riassumere press'a poco cosi: B. giovane di rara bellezza viene chiusa dal padre, Dioscoro, in una confortevole torre perché non venga contaminata dal mondo. Il padre, saputo ch'era cristiana (si era autobattezzata), la denuncia al prefetto della provincia Martiniano; condannata, il padre s'incarica di eseguire la sentenza capitale, ma poco dopo l'esecuzione un fulmine incenerisce l'indegno genitore. I testi della Passio a noi noti ad eccezione di qualcuno, dànno una s. Giuliana come compagna di martirio di B.

Il più antico monumento che ricordi s. B. risale al sec. viII ed è costituito da una pittura ritrovata nella chiesa di S. Maria Antiqua al Foro Romano. Col sec. Ix le testimonianze relative al culto : chiese, oratori (il testo di Giovanni Discono nella vita di s. Gregorio Magno [IV, 89 ; PL 73, 234] ha soltanto valore per la fine del sec. Ix), altari, monasteri, ecc., si fanno sempre più numerose, in Occidente come in Oriente. Più tardi fu annoverata tra i 14 Santi Ausiliatori (v.) ed era invocata in particolare modo per ottenere la grazia di ricevere i Sacramenti in punto di morte. Gli artigieri e i minatori l'hanno scelta per patrona perché li protegga da ogni fatale scoppio, che potrebbe portarli alla morte, come lo scroscio del fulmine inceneri, al dire della Passio, il suo inumano genitore.

Bibl.: BHL, 913-14 (supplemento, pp. 40-41); BHG, 213218 (cf. Anal. Boll., 64 [1946], p. 249); BHO, 132-34; Martyr. Romanum, p. 364; Lanzoni, pp. 383, 341-43; P. Paschini, S. B. Note ogiografiche (Lateranum), Roma 1927 (studio critico); E. Tea, La basilica di S. Maria Antiqua, Milano 1937, p. 200. Si veda anche Anal. Boll., 60 (1942), p. 273, poomi in volgere su s. B.; ibid., 64 (1946), p. 10, invocazione: "quand le tonnerre tombera, Ste Barbe nous préservera ". A. Pietro Frutas

Iconografia. - Mentre la corona, la palma e la spada, strumento del suo supplizio estremo, caratterizzano la Santa come martire, nella sua iconografia interviene il pavone, una torre, le cui tre finestre accennano alla S.ma Trinità e, dal

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(prop. Degenhart)
Barbara, santa - Incisione di I. van Meckenem (sec. xv). Berlino, Gabinetto delle stanqpe.
sec. xv, anche un calice, che la indica come protettrice dei morenti. Fra gli artisti fiamminghi, Jan v. Eych (Anversa) e Memling (Chatsworth, Bruggia, Bruxelles) ci lasciarono insigni immagini della Santa. Nel Quattrocento italiano pittori di tutte le scuole - ad es., Jacopo dei Barbari, il Boltraffio, G. Cozzarelli, Fr. Francia, Matteo di Giovanni. Cos. Rosselli, Bart. Vivarini - gareggiano nel raffigurarla sia da sola che raggruppata con altri santi; nel Cinquecento Raffaello la dipinge nella Madonna Sistina e Palma il Vecchio nella pala di S. Maria Formosa a Venezia. Per la leggenda della Santa, già rappresentata in un codice miniato tedesco del sec. xit, un artista slesiano ci offre nell'altare omonimo del museo di Breslavia (1447) uno dei più estesi cieli di storie; la scena della fuga dalla torre fu dipinta dal Pinturicchio in un celebre affresco degli appartamenti Borgia nel Vaticano.

Bibl.: S. Peine, St. B. u. ihre Darstellung i. d. Kunst, Lipsia 1896; A. de Lapparent, Sainte Barbe, Parigi 1926 (utile per le illustrazioni); K. Künstle, Ihonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 112-15; I. Errera, Répertoire abrégé d'iconographie, Wetteren 1929, pp. 345-51; I. Braun, Tracht u. Attribute d. Heiligen in d. deutschen Kunst, Stoccarda 1943, coll. 113-18.

## BARBARELLI, Giorgio: v. GIORGIONE.

BARBARI. - La parola, greca di origine, significò da principio i balbettanti, coloro cioè che parlavano una lingua diversa dalla greca, e fu applicata pertanto anche a popoli di antica civiltà come i Cari, i Persiani, gli Egizi. Col crescere poi di una coscienza nazionale ellenica e di un orgoglioso senso di superiorità, la parola venne a designare genti di una civiltà inferiore, non colte e non educate. La parola passò in latino e da principio con il significato linguistico originale, tanto che si poté dire Plautus vortit barbare, per dire tradusse dal greco in latino. Nell'uso poi del
periodo imperiale la parola designò le popolazioni non soggette al dominio romano e viventi con forme di civiltà diversa dalla greco-romana, e generalmente più primitiva e immatura. In modo più speciale poi, quando si parla di b., si pensa a quelli che diedero al governo romano maggiori preoccupazioni, ai confinanti del nord e del nord-est, alle popolazioni cioè d'oltre Reno e d'oltre Danubio.

Secondo il precetto di Gesù: «euntes, docete omnes gentes », la predicazione del Vangelo non doveva conoscer confini, e il principio della eguaglianza di tutti gli uomini dinanzi a Dio doveva tendere a far scomparire il concetto di b. In ogni modo ragioni materiali (impossibilità di penetrare in paesi incivili senza città e senza strade, stato di ostilità con l'impero) fecero sì che il cristianesimo penetrasse con qualche ritardo tra i b. e, se mai, prima oltre i confini orientali che oltre i confini settentrionali dell'impero. Un passo di Tertulliano, che Getuli, Sarmati, Daci, Germani e Sciti credono già in Cristo (Adversus Iudacus, 7, 7) e uno di Giustino (Dialog. cum Tryphone, 117) che il cristianesimo è giunto anche tra i nomadi \dot{α} μ α ξ \dot{α} β ıos, non possono esser presi in tutta l'ampiezza del significato.

Una regione dell'Alta Mesopotamia, la Osroene con la sua capitale Edessa, rimasta fuori dei confini della provincia romana di Siria, e governata da una sua dinastia reale, legata a Roma da vincoli di clientela, vantò origini cristione remotissime. Un suo re Abgar avrebbe avuto addirittura corrispondenza epistolare con Gesù, e lo avrebbe invitato nel suo paese per essere guarito da una sua malattia. La pia leggenda che ebbe molta diffusione nel mondo orientale, si formò specialmente in seguito alla conversione del re Abgar IX (v.) che governò dal 179 al 214 , conversione che dovette esser seguita da quella di buona parte del suo popolo.

In Persia il cristianesimo trovava religioni salde e venerate, con caste sacerdotali di antiche e agguerrite tradizioni, quali il mazdeismo e il mitreismo, ma forse appunto attraverso mentalità abituate alla speculazione religiosa era possibile inserire nuove idee, come può provare il sorgere in questo tempo nella stessa regione del manicheismo (v.). Non solo, ma non è a dimenticare che entro i confini del regno di Persia e specialmente nelle province della Mesopotamia erano stanziati fino dal tempo del secondo impero babilonese forti nuclei di popolazione giudaica, facilmente avvicinabili dai predicatori del Vangelo. Anche pertanto in Persia il cristianesimo poté entrare abbastanza presto; Dionigi d'Alessandria verso la metà del sec. III conosce Chiese della Mesopotamia, e sa delle loro relazioni con Chiese d'altri paesi, e il dialogo di Barde. sane sulle Leggi dei paesi (sec. III) presuppone una notevole propagazione del cristianesimo fino nella Battriana e nelle altre regioni più orientali dello Stato persiano (v. PERSH).

L'Armenia che incombe con le alte sue montagne sull'Asia Minore e sulla Mesopotamia, fu tenuta molto d'occhio dai Parti e dai Romani che pur lasciandola indipendente mirarono ad avere nel sovrano armeno persona ligia ai loro interessi. Anche per l'Armenia ci sono tradizioni che vorrebbero far risalire all'età apostolica la evangelizzazione del paese, ma notizie più attendibili fanno giungere i primi insegnamenti cristiani ca. il sec. III attraverso la Cappadocia. Il vero fondatore della Chiesa armena fu Gregorio l'Illuminatore (v.) che, educato alla fede cristiana in Cesarea di Cappadocia, riuscì alla fine del sec. III a convertire il re armeno Tiridate e con lui buona parte della popolazione. Non troppo preparati anche per immaturità della loro lingua (solo nel sec. v il vescovo Sabag introduce tra loro una scrittura con proprio alfabeto) alle sottigliezze delle dispute teologiche, gli Armeni aderirono all'eresia monofisita, nella quale buona parte di essi permangono (v. ARMENIA).

Anche nella regione semidesertica a levante del Gior-

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BabBARI - L'imperatore vincitore dei b. Rilievo del tempo di Traiano riadoperato nella decorazione dell'arco di Costantino Roma.
dano che da 'Traiano era stata annessa all'impero, ed era abitata da popolazioni seminomadi (Arabi, Nabatei) era giunta sollecitamente la predicazione cristiana. Origene, che dall'Egitto più volte visitò il paese, ebbe molto a che farvi come apologeta e difensore di rette dottrine cristiane. E i resti archeologici di chiese e di musaici pavimentali cristiani attestano una fioritura cristiana molto notevole (v. ABABIA).

Missione sopra ogni altra remota dai confini dell'impero romano è quella dell'India che la tradizione affidava all'apostolo s. Bartolomeo. Il siciliano Panteno, docente nel Didaskalcion di Alessandria, recatosi nella seconda metà del sec. it a portare anche lui la buona novella in India (si dovrà con questo nome intendere propriamente la penisola indiana, a l'Arabia meridionale?) vi avrebbe trovato copie del Vangelo in aramaico di s. Matteo portato da s. Bartolomeo (v.). Non vi sono difficoltà per ammettere che Panteno possa essersi recato in India. Nel periodo in cui egli visse, ogni anno una flotta mercantile egizio-romana partiva regolarmente dal porto di Myos Hormos sul Mar Rosso per i mari del Levante, e poco prima era stato da ignoto autore compilato quel Periplus Marii Erythraei che ci è conservato. Meno sicuro è naturalmente quanto ci si dice sul rinvenimento dei Vangeli in aramaico (v. INDIA).

In un viaggio di ritorno dall'India sarebbero sbarcati in Etiopia (sec. iv) i santi fratelli Frumenzio ed Edessio (v.), primi predicatori del cristianesimo nella regione. La loro storia ci è narrata da Rufino (m. nel 410) e in accordo con questa data si sa che il re di Aksum Ezānā fu in relazione con Costanzo II e abbracciò il cristianesimo. Più tardi, per opera di missionari egizi, gli Etiopi divennero monofisiti (v. EYIOPIA).

Sulle coste settentrionali del Mar Nero può darsi che qualche gruppo di cristiani sia vissuto, ma non ne è provata l'esistenza, come invece appare sulle coste occidentali dello stesso mare nella cosiddetta Scythia Minor, dove esistevano colonie greche, e che era annessa alla provincia romana della Missia Inferior, e nella Chersoness Tenrica (Crimea) dove erano pure arrivate colonie di Mileto, e dove si era costituito il regno Bosporano.

E bene ora considerare l'attività della propaganda cristiana tra quei popoli che più propriamente erano allora noti col nome di b., e che furono poi quelli che invasero e frantumarono l'impero di Occidente, e che costituiscono ancora il nucleo più compatto di genti cristiane.

E possibile, che anche tra quei b. il cristianesimo sia penetrato molto presto, ma si può ben comprendere come, mancando nei loro paesi di origine una organizzazione sociale a tipo greco-romano, mancando le città, la predicazione della Buona Novella sia rimasta affidata allo zelo di missionari vaganti, siano mancati centri di raccolta, gerarchie, edifici di culto, e le tracce primitive siano pertanto scomparse. Ancora nel v sec. alcuni vescovi della Gallia rilevano con qualche rammarico, che nel tractus A r moricanus dov'erano rifluiti dei Britanni cacciati dagli Angli e dai Sassoni, sacerdoti itineranti celebrino i sacri misteri su tabulae portatili (cf. L. Duchesne, in Revue de Bretagne et de Vendée, 7 [1885], p. 4).

Alle difficoltà abituali di mancanza di strade, di ostilità delle popolazioni semiselvagge, sospettos