arico, che nel tractus A r moricanus dov'erano rifluiti dei Britanni cacciati dagli Angli e dai Sassoni, sacerdoti itineranti celebrino i sacri misteri su tabulae portatili (cf. L. Duchesne, in Revue de Bretagne et de Vendée, 7 [1885], p. 4).
Alle difficoltà abituali di mancanza di strade, di ostilità delle popolazioni semiselvagge, sospettose e mal disposte contro ogni straniero, è pure da aggiungere lo stato molto frequente di guerre interne tra le varie tribù ed esterne contro l'impero. E quando poi a mano a mano popolazioni barbariche vennero a stabilirsi dentro i confini dell'impero, non può dirsi che le loro condizioni per la predicazione cristiana fossero subito gran che migliorate.
I b. iniziavano la loro esistenza dentro i confini dell'impero con ogni sorta di violenze e di brutalità. E i cristiani che non erano mai stati dei ribelli all'impero, che ne accettavano e ammiravano gli ordinamenti, che ne apprezzavano i benefici, e credevano la pax romana voluta dalla Divina Provvidenza, che in-
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fine da non molto tempo avevano avuto la immensa gioia di vedere l'impero farsi cristiano, non potevano spogliarsi subito dell'inveterato, secolare sentimento di disprezzo e di ripugnanza proprio delle popolazioni civili per i b., sentimento che doveva ora essere inacerbito dalle prepotenze e dalla ferocia dei nuovi venuti. La credenza che il crollo di Roma dovesse significare la fine del mondo faceva ritenere questi invasori ministri del male da lasciarsi alla punizione divina. Tale sentimento di orrore si manifestò specialmente quando si ebbero le irruzioni degli Unni. Ci voleva del tempo, perché prevenzioni così radicate si attenuassero, e perché se ne vedesse lo spirito poco cristiano.
D'altra parte la presenza deib. dentro i confini era una realtà della quale non si poteva non tenere conto; non solo, ma essa si estendeva e si consolidava sempre più, mentre sempre più palese diventava la impotenza dell'impero a difendersi. Scrive pertanto giustamente il De Labriolle: «Dovevano le chiese rinchiudersi nel rimpianto del passato, e ammettere che legato ad una civiltà in evidente rovina, il cristianesimo dovesse perire con essa ?" (A. Fliche e V. Martin, op. cit., bibl., IV, p. 356). Si iniziò pertanto quella inderogabile evoluzione che doveva avvicinare il cristianesimo agli invasori, evoluzione singolarmente agevolata dalla superiorità culturale e morale delle gerarchie ecclesiastiche cristiane. Scrive ancora il De Labriolle: «La gerarchia cattolica non poteva non accorgersi, che la sua posizione andava sempre migliorando, che la sua funzione sociale diveniva preponderante. Essa si sentiva molto più libera e più potente di fronte alle forze divise, sparse, incoerenti dei b. di quanto non lo fosse stata nel potente organismo dello Stato romano. Con la sua struttura regolare, la sua solidarietà, il suo dominio sulle anime, la gerarchia cattolica rappresentava quell'ordine di cui tutti confusamente sentivano il bisogno; rappresentava anzi qualche cosa di più autorevole dell'ordine stesso : il diritto di parlare nel nome di Dio e di invocare, occorrendo, la vendetta celeste su chiunque misconoscesse la sua autorità» (ibid., p. 358).
Nella regioni d'oltre Danubio e d'oltre Reno non si hanno memorie sicure di comunità cristiane e di vescovati prima del iv sec., neanche in quella provincia di Dacia che per oltre un secolo e mezzo (107-274) fu annessa all'impero romano.
La testimonianza di Ireneo circa le «chiese fondate nelle Germanie» (Adversus haereses, I, 10, 2), si deve riferire alle due Germanie cisrenane e principalmente alle città più marcatamente romane di Treviri, Co-
lonia, Mogontiacum per le quali ci sono noti vescovi già dal in sec. Le grandi masse delle popolazioni barbariche d'oltre Reno e d'oltre Danubio erano rimaste pagane e di un paganesimo che si conosce solo imperfettamente da leggende del tardo medioevo.
Ma quando esse si costituirono in più solidi e stabili aggruppamenti, e quando entrarono nel territorio romano, e vi stabilirono dei regni, allora la propaganda cristiana si svolse tra loro più facilmente e con maggiori successi. Non di rado le conversioni furono in massa: il battesimo del capo portò quello della intera tribù. Verso la metà del sec. iv tra i Goti da più anni retti a salda monarchia si ebbe la prima conversione generale e la costituzione di una chiesa. Il goto Ulfila (v.), consacrato vescovo per la sua gente da Eusebio di Nicomedia, tornato in patria si diede con grande zelo alla predicazione e all'incivilimento del suo popolo. Introdotto un sistema di scrittura alfabetico al posto dei vecchi caratteri runici, tradusse in gotico buona parte dei libri sacri. Esercitò poi il suo apostolato più particolarmente tra quella parte di Visigoti che, cacciati dagli Unni, erano fuggiti verso il confine romano, e dall'imperatore Valente erano stati accolti nel territorio dell'impero. Il cristianesimo accolto e propagato da Ulfila era però nettamente ariano, come cioè egli lo aveva ricevuto dal vescovo consacrante Eusebio di Nicomedia, e come era praticato e favorito nella metà orientale dell'impero da Costanzo II e da Valente. E l'arianesimo fu lungamente osservato dai Goti e da altre popolazioni barbariche che a mano a mano, specialmente per influenza dei Goti meglio organizzati e più civili fra tutti, passarono al cristianesimo, per modo tale, che quando la fede del Concilio di Nicea per opera degli imperatori Graziano e Teodosio tornò ad essere la fede dell'impero, l'arianesimo rimase fino al vi e al vil sec. quale religione nazionale dei b., praticata talora con fanatica intolleranza. In questa si distinsero specialmente i Vandali che impadronitisi dell'Africa instaurarono contro i cattolici un regime di persecuzione che raggiunse di tempo in tempo estrema gravità. Ariani furono pure senza però arrivare a fanatiche persecuzioni di cattolici gli Ostrogoti in Italia, i Burgundj nelle valli del Rodano, i Suevi, gli Alani, i Visigoti stanziatisi in Gallia, e passati poi in Spagna. Anche i Longobardi che più di altre popolazioni germaniche avevano conservato rozzezza di costumi, quando giunsero in Italia in parte erano ancora pagani, in parte avevano da altri Germani accolto l'arianesimo e non furono da principio benevoli ai cattolici, fino a quando non riusci a s. Gregorio Magno con l'aiuto
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della pia regina Teodolinda di iniziarne la conversione al cattolicesimo. Più tardi di altri b., passarono al cristianesimo i Franchi, quando cioè avevano già col re Clodoveo costituito uno Stato franco nella Gallia settentrionale; siccome però il loro cristianesimo si svolse a contatto e per influenza delle popolazioni gallo-romane cattoliche, così non vi fu fra loro il passaggio nello stadio ariano.
La Britannia, pur cosi remota dal mondo classico e solo con Claudio entrata a far parte dell'impero romano, diede ciò nonostante un'adesione al cristianesimo più sollecita che quella di quasi tutte le popolazioni germaniche.
Al Sinodo di Arles del 316 sono presenti tre vescovi britanni, e nella Britannia nacque, verso la metà del iv sec.. Pelagio, contro le cui dottrine dovette combattere s. Agostino.
L'Irlanda rimasta sempre fuori dei confini dell'impero ricevette dei missionari cristiani inviatidapapa Celestino I (422-32), ma la sua conversione si deve specialmente al britanno s. Patrizio che, preparato alla cultura ecclesiastica da Germano d'Auxerre, vi

Babari - Ambasciatori di popolazioni barbare ricevuti dall'imperatore Traiano. Particolare della colonna Traiana (calco) - Roma.
nella sua fase iniziale. Nella stessa epoca in cui Tacito ci rappresenta i Germani è da escludere qualsiasi penetrazione di influsso cristiano nel loro costume giuridico.
Nel territorio della Germania propriamente detto solo con il sec. viil ad opera di Winfrido, divenuto poi s. Bonifazio, si può parlare di vero e proprio movimento verso la fede cattolica.
Diversa invece fu la situazione dei Germani viventi fuori della loro terra. Allorché i b., specie quelli facenti parte delle militiae foederatae, s'impadronirono delle province dell'Impero romano e vi instaurarono progressivamente la loro dominazione (a cominciare dal v sec.), i più fra loro avevano abbandonato le proprie credenze idolatriche, per ricevere il cristianesimo di Ario. Ma lentamente sentirono il contatto della civiltà romana ormai infornata di principi cristiani.
E noto che la legislazione imperiale, a cominciare da Costantino, si era svolta prevalentemente sotto l'influsso della Chiesa e della sua dottrina.
D'altra parte anche per questa ragione la Chiesa aveva fatto sua molta parte del diritto romano e se ne serviva nei suoi rapporti esteriori. Attraverso i due accostamenti predetti, tra loro convergenti, e cioè la civiltà romano-cristiana, e l'opera diretta della Chiesa, i Germani mutarono insensibilmente le proprie norme, ricevendo sempre maggiori elementi giuridici romani e canonici nel corpo delle proprie leggi.
Così quando la lex Ribuaria accoglie attraverso la legge romana l'istituto della manumissio in ecclesiis e ne accentua di sua parte, in senso cristiano, il motivo spirituale e le formalità esteriori, tiene poi a dichiarare apertamente che la Chiesa stessa vive secondo il diritto romano, scoprendo con ciò i due lati del nuovo orientamento spirituale del popolo a cui quella legge si dirige: romanità cristiana e diritto della Chiesa.
Eccone il testo relativo: "Hoc etiam iubemus, qualiscunque Francua Ribuarius seu tabularius servum suum pro animae suae remedium seo pro precio secundum legem Romanam liberare voluerit, ut (eum) in ecclesia coram presbyteris, diaconibus, seo cuncto clere et plebe, in manu episcopi servo cum tabulas tradat, et episcopus archidiacono iubeat, ut ei tabulas secundum legem Romanam, quam ecclesia vivit, scribere faciunt" (ed. Sohm, in NGH, Leges, V, p. 242).
La Chiesa stessa d'altra parte si fa propagatrice delle leggi romane tra le popolazioni barbare, vedendo in queste leggi uno strumento idoneo per la più agevole diffusione dei suoi princìpi morali, senza tuttavia trascurare di rivedere queste leggi e adattarle alla sua equità e alla sua dottrina spirituale, quando lo ritenga necessario.
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Fu infatti papa Gregorio Magno che sul finire del sec. vi iniziò l'invio in Spagna e in Inghilterra di testi di diritto romano, dopo averli opportunamente modificati, perché i suoi legati ne facessero intendere il nuovo spirito e ne raccomandessero l'uso. Talora gli stessi re barbarici accolsero direttamente le norme della Chiesa, e ciò specialmente dopo il passaggio dei loro popoli al cattolicesimo. A questo si convertirono i Franchi con Clodoveo nel sec. v e i Longobardi nel sec. vir, specialmente per opera della regina Teodolinda. La legislazione longobarda risente molto dell'influenza cristiana soprattutto dall'epoca di re Grimoaldo, ma fu veramente il successivo re legislatore longobardo, Liutprando, a modificare radicalmente in vari punti il diritto longobardo, ispirandosi alla dottrina della Chiesa. Egli afferma essere suo scopo di giovare "pro salute animae et gentis nostrae salvatione" (prologo dell'ed. dell'a. 728), "ut omnes in pace et gratia Dei vivere valeant" (cap. 72).
Rientra nell'accoglimento degli istituti canonistici, operato da questo re nella legislazione longobarda, la trasformazione del matrimonio, non più inteso come compravendita della donna, secondo l'originario concetto germanico, ma come "coniunctio quam Deus praecepit" (cap. 117); nel quale l'uomo "cum solo anulo eam subharrat n. E il rito dell'anello nuziale (subharratio cum anulo), inteso questo come signum fidei. Ricevendo l'anello la donna, non più oggetto passivo del negozio matrimoniale, esprimeva il consenso e lo manifestava allo sposo e all'ornitor. Attraverso l'evidente influenza della Chiesa, Liutprando accoglie altresi l'istituto dei lasciti per l'anima, con la sua "donatio post ubitum" (cap. 6), piegando insieme il diritto del suo popolo ad accogliere le disposizioni testamentarie, sconosciute al genuino costume germanico. Lo stesso re accoglie espressamente la norma canonica degli impedimenti matrimoniali per i gradi di parentela, affermando "quia canones sic habent" (cap. 32), "quia Deo teste papa urbis Romae qui in omni mundo caput ecclesiarum et sacerdotum est, per suam epistolam nos adortavit (sic!), ut tale coniugium fieri nullatenus permitteremus" (cap. 33).
Ma là, dove non è possibile vincere la costumanza germanica, come nel caso del duello, della faida, delle ordalie, questi istituti sono volti con la persuasione della Chiesa a minor danno. L'uso del duello si cerca di limitare proponendo in suo luogo un giudizio regolare, ma più snellito. Si tenta di evitare la faida (vendetta famigliare) opponendole sempre più il rimedio delle equivalenti compositiones (ammende in danaro). Le ordalie (giudizi di Dio) si combattono, dimostrando la vacuita della loro efficienza probatoria e inculcando il timore del castigo divino per il colpevole che osi impudentemente sfidare la collera divina.
Alcuni istituti appaiono poi introdursi nel più tardo diritto longobardo per effetto dei principi canonici, come quello dell'obbligazione valida e perfetta con il puro consenso (stantia) che si contrappone al pactum nudum romano, incapace di generare obbligazione vera.
Non è poi da nascondere che qualche influenza la stessa Chiesa ebbe a sentire nel suo diritto per l'accostamento di essa con il diritto germanico. Ciò in parte fu dovuto all'esistenza di centri ecclesiastici viventi secondo legge germanica. Esempio tipico in Italia il monastero di Farfa, che seguiva la legge longobarda. Di qui venne, che specialmente la procedura canonica abbia attinto in più luoghi ai principi e forme germaniche, e che la tessitura giuridica di alcuni rapporti sembri richiamarsi al meccanismo di corrispondenti istituti germanici. Al qual ultimo proposito si osservi la stessa corrispondenza dell'antica distinzione del matrimonio canonico in coniugium initiatum e coniugium ratum (accolta da Graziano nel suo Decretum) e la distinzione germanica di despontatio e di traditio, ad indicare i due momenti del matrimonio germanico. La prima fase dell'uno e dell'altro tipo di matrimonio, rappresenta un vero stadio, sia pur iniziale e imperfetto, del rapporto matrimoniale.
Maggiore però fu l'influenza che la Chiesa riusci ad esercitare sotto i Franchi e specie a cominciare dai Carolingi, quando il primo di questi, Carlomagno,
fu rivestito della dignità di imperatore romano e assunse, tra gli altri poteri, quello precipuo della tuitio Ecclesiae.
Ma questa che doveva essere funzione di appoggio e di assistenza alla Chiesa nella sua missione spirituale, degenerò presto in immoderata ingerenza nelle cose e nella disciplina stessa della Chiesa: onde quel dissidio dei due poteri, che sfociò nella dura lotta delle investiture.
Tuttavia tale dissidio, anziché diminuire, accrebbe lo spirito religioso, e la morale cristiana si fece sempre più strada nell'ispirazione dello stesso diritto laico e nel miglioramento del costume.
Fu infatti quel Pietro Crasso, fautore di Enrico IV nella lotta con Gregorio VII, che ripeté, dall'epistola 147 di papa Leone I, il principio della sottomissione della norma civile a quella canonica, quando scrisse nel suo famoso libello de lite: « in his quae vel dubia fuerint aut obscura, id novimus sequendum, quod nec praeceptis evangelicia contrarium, nec decretis sanctorum patrum inveniatur adversum" (Defensio Enrici IV regis, cap. 4).
La legislazione degli imperatori franchi meritò d'altra parte d'essere raccolta da parte di ecclesiastici, come attestano le collezioni di Ansegiso da Fontanelle (v.) e di Benedetto Levita (v.), il quale ultimo introdusse altresì nella propria raccolta la tripartizione in capitularia ecclesiastica, mundana e mixta. Ciò che rivela anche formalmente la prevalente aderenza di quella legislazione civile ai principi cristiani. D'altra parte il profondo sentimento religioso di quell'epoca si rivela riflettendo alle innumeri serie di donazioni fatte alle Chiese per assicurarsi la salvezza dell'anima, alla frequenza di ingressi nei monasteri pur di signori laici, in qualità di oblati, e allo spirito di larga penitenza che precedette e segui l'avvento dell'anno Mille.
Lo stesso spirito di avventura e l'indole combattiva della popolazione germanica furono volte al bene dalla Chiesa e ne nacquero i primi pellegrinaggi in Terra Santa e le Crociate, con l'istituzione di quegli ordini della cavalleria cristiana, che tante gesta glorioso e di civiltà compirono nel nome della fede. In tal modo con la sua opera lenta, ma sicura, di civilizzazione e di elevamento tra i b., di predicazione della pace e di accostamento tra vincitori e vinti, di elevazione delle classi umili, di mitigazione del servaggio personale e della gleba, di intima penetrazione dei principi cristiani nelle coscienze rozze dei b., la Chiesa, appoggiandosi in questo anche sul diritto e sulla civiltà superiore della popolazione romana, maturava quel lievito di rinnovazione che fruttò il medioevo cristiano, tutto slancio di fede e di dedizione ai più nobili ideali, così promettente di civiltà e così fervido di vita religiosa. - Vedi Tav. LII.
Bibl.: B. Malfatti, Imperatori e Papi ai tempi della Signoria dei Franchi in Italia, Milano 1876; C. Calisse, Diritto ecclesiastico e Diritto longobardo, Roma 1888; N. Tamassia, Longobardi, Franchi e Chiesa Romana al tempo di re Liutprando, Catania 1890; H. Brunner, Deutsche Rechtsgeschichte, v ed., 2 voll., Berlino 1206-28; E. Marignon, Etude sur la civilisation française: I. Le Société Mémoingienne; II. Le culte des Saints sous les Mémoingiens, Parigi 1899; C. Calisse, Vis romani atque canonici iuris in legibus Longobardorum praesertim in Italiae regno, in Acta Congr. jur. intern., II, Roma 1933, p. 239. Antonio Rosa
BARBARI, JACOPO de': v. DE' BARBARI, JACOPO.
BARBARICA, ARTE. - Sotto il nome di a. b. si comprendono le manifestazioni artistiche dei popoli nordici, e in particolare di razza germanica, che invasero fra il Iv e il IX sec. il territorio dell'impero
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romano. Inoltre sotto tale definizione si comprende anche l'arte dei popoli rimasti fuori dall'orbita romana, come gli Scandinavi o gli Irlandesi, e di alcuni popoli nomadi, ad es., Avari o Sciti, provenienti dall'Asia.
La maggior parte degli studiosi ha assunto l'anno 375 come principio dell'immigrazione e quindi delle manifestazioni, per noi più interessanti, dell'a. b. Ma il movimento dei popoli nordici e lo sviluppo della loro arte cominciò già molto prima, con la lotta dei Germani contro l'impero romano (verso il 166) e con l'avanzata dei Marcomanni e dei Goti, che si trasferirono dal Baltico al Mar Nero, portando nelle loro opere tracce dei contatti che avevano avuto con i popoli mediterranei : oggetti importanti d'arte romana (oreficeria, ceramiche, vetri ed esempi della glittics) erano infatti penetrati fin dai primi secoli (tesoro di Hildesheim) persino nei paesi scandinavi; senza tuttavia togliere all'arte della Germania di quest'epoca la preponderanza dell'influsso celtico. Ma nella fattura di alcune categorie di oggetti, invece, si riscontrano particolarità tecniche, come, ad es., la filigrana, che dimostrano contatti con la cultura della Russia meridionale ellenistica e dei paesi danubiani. Nel sec. III, nei nuovi regni dei Goti, nella Russia meridionale, e dei Vandali, nella Slovacchia, si sviluppa già un'arte caratteristica: appare allora per la prima volta, ad es., un tipo di fibula di forma larga (derivata dai prototipi romani), che diventa successivamente comune all'arte di tutti i popoli germanici (esempi nelle tombe di Sacrau presso Breslavia, datate verso l'anno 300). Subito dopo si nota anche l'adozione delle paste vitree e delle pietre. Si vede chiaramente come nel primo periodo, e cioè fino alla metà del sec. vi, l'ornamento geometrico e il colore predominino, e come più tardi fino alla metà del sec. viI, si sviluppi l'ornamento con forme animali, stilizzate e deformate in maniera astratta; la forma umana è quasi completamente assente.
I diversi prodotti artistici dei vari gruppi etnici si differenziano via via più nettamente l'uno dall'altro, anche se esistono contatti fra loro. Così si distingue l'arte dei Goti del Mar Nero da quella degli stessi Goti occupanti l'Italia, e si definisce più chiaramente l'arte dei popoli occidentali che formano il regno merovingio (Franconi, Turingi, Alemanni e Bavari), dei Longobardi (dopo l'anno 568) in Italia, degli Angli, Sassoni e Iuti in Inghilterra (dalla metà del sec. v) e dei popoli nordici in Danimarca e nella penisola scandinava.
Tra gli oggetti di a. b. oggi conservati, scarsissime sonel le opere religiose, come le croci d'oro delle tombe longobarde in Italia e della Germania meridionale; della scultura si conosce specialmente la decorazione dei monumenti longobardi dell'Italia settentrionale e delle chiese visigote della Spagna. Nell'architettura predominano, come dimostrano le chiese di Ravenna o di Capua, le vecchie forme dell'arte italiana; soltanto i Visigoti creano uno stile autonomo.
Importantissima per lo sviluppo dell'a. b. è l'opera dei Goti. Nel grande regno che essi crearono durante il sec. III nella Russia meridionale, subirono vari influssi : della vecchia cultura ellenistica del paese, dell'arte provinciale romana, sarmata, persiana e dei popoli dell'Asia centrale. Da questa mescolanza di diversi stili dominata dal gusto dei Goti, nasce verso il principio del sec. Iv un nuovo stile di carattere ben definito, di cui è tipica la vivacità del colore. L'oreficeria, come si vede nel tesoro di Petrossa anteriore al 376 (oggi smarrito), dimostra ricchissimo impiego di pietre preziose, destinato a svilupparsi ancor di più durante il sec. v. In gran parte l'oreficeria è lavorata ad alveoli (cloisonnée); questa tecnica di inserire in alveoli le pietre, specialmente almandine rosse, viene dall'arte persiana e indiana; le pietre stesse usate dai Goti vennero fornite per la maggior parte e già tagliate, dall'India.
Nuovo e caratteristico per questa fase dell'a. b. è

Barbarica, arte - Oreficeria d'a. b. Arte del Reno e della Gallia settentrionale (sec. viI) - Berlino, museo di Stato.
anche il tipo di fibula in forma di aquila, d'oro e almandine, che diventa sempre più stilizzato nella forma dell'animale, come dimostra la fibula di Cesena del 500 ca . Oggetti di quel tipo furono prodotti anche dai Visigoti durante il loro regno nella Francia meridionale (412-507); l'arte dei quali, invece, diviene più grossolana durante l'occupazione della Spagna (507-711). Il più famoso tesoro di quell'epoca è quello di Guarrazar con le corone votive di Swinthilla (621631) e di Recenawinth (649-72), conservate nel museo di Madrid. Anche l'architettura spagnola si rifà allo stile dei Visigoti. Le più belle chiese si trovano a S. Juan de Banos (661), a S. Pedro de Nava, a S. Miguel de Lino presso Oviedo, cui va unita, per i caratteri formali, la grande aula regia di Naranco ( 750 ca.). La decorazione ornamentale di questo monumento ricorda quella della chiesa di S. Pedro de Nave e dimostra ancora l'influsso dell'ornamento sul legno, tipico per l'arte germanica.
Tecnicamente differenti, se anche spesso con la decorazione di almandine, sono i lavori degli Ostrogoti in Italia (443-555), come si vede nei frammenti della corazza di Teodorico, già nel museo di Ravenna. L'ordinamento alveolato, composto di triangoli sormontati da dischi, ricorda il fregio che ricorre nelesterno della tomba del re a Ravenna.
I Longobardi hanno lasciato poche tracce durante i loro viaggi. Realizzano vere e proprie opere d'arte specialmente dopo l'arrivo in Italia (568-774), apprendendo dai Goti la tecnica degli alveoli (Zellenverglasung), e la filigrana dall'Oriente. Come ornamento
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preferiscono gli intrecci, come si vede non soltanto nell'oreficeria (ad es., le croci delle tombe) ma anche nella scultura. L'ornamento animale arriva ai Longobardi dal nord e si sviluppa nella loro arte più tardi, dopo il 630 . Ma col tempo la cultura longobarda si adatta sempre più al gusto italiano, subendo anche lo influsso bizantino; cosi fra gli oggetti trovati nelle tombe di Nocera Umbra e di Castel T'rosino (Roma, museo Nazionale e museo di Palazzo Venezia) o di Civezzano (Cividale, museo) si trovano ornamenti prettamente bizantini.
Fra i più importanti lavori sono alcuni pezzi appartenenti alla regina Teodolinda, come la legatura di un evangeliarò, donatale da papa Gregorio Magno nel 603, il frammento di elmo col ritratto del re Agilulfo (591-615), di fattura più propriamente barbarica (Firenze, museo del Bargello). Gli ornamenti scultorei, con gli stessi motivi di intrecci o di figurazioni animali (Roma e Ravenna), risentono maggiormente dello stile italiano. Sicuramente lavorato da Longobardi fu l'altare che il duca Ratchis*(744-49) eresse in S. Martino a Cividale in memoria di suo padre Pemmo; al quale è simile il baldacchino del patriarca Callisto ( 740 ca .). Più raffinato è lo stile del sarcofago di Teodoro (m. nel 720) a Pavia, e quello di s. Cuminiano a Bobbio, dove, accanto a forme bizantineggianti, si riscontrano motivi irlandesi, quali si trovano anche nelle miniature dell'Italia settentrionale («scriptoria» di Verona, Bobbio o Novara).
L'arte dei popoli del regno merovingio subisce fino alla fine del sec. vi il forte influsso dell'arte provinciale romana, come si vede anche nella ceramica e nei vetri, e insieme di quella gotica, cui si deve l'amore per il colore. In un secondo periodo ( 600-750 ) si forma uno stile auto-

(prepr. Volbach)
Barbarica, arte - Corona d'oro decorata di gemme del tesoro di Guarrazar (sec. vir)-Madrid, museo del Prado, già al museo di Cluny.
nomo, che si esprime specialmente nell'oreficeria, sebbene i lavori con incavi obliqui rivelino ancora derivazioni dell'arte romana. In Italia, sorto a contatto dei Longobardi l'interesse per gli alveoli, si notano, provenienti probabilmente dagli Anglosassoni (metà del sec. vi), i primi influssi dello stile detto animale. L'arte alcmanna produsse anche vasi liturgici, come il calice del duca Tassilo a Kremsmünster (777) o reliquiari, come il bell'esemplare di Coira, e spesso fu sensibile a influenze irlandesi, specialmente nella miniatura (ad es., lo *scriptorium * di S. Gallo, la opere di Corbie, Lusexill, Fleury, Lann, in cui permangono tuttavia tracce orientali). Maggiori relazioni con la vecchia cultura romana si notano nelle zone occidentali (Treviri, Magonza, Colonia) dove sono alcuni avori sicuramente lavorati ancora da stranieri, forse orientali.
I popoli germanici, Sassoni, Angli e Iuti che invadono fra il 441 e il 449 l'Inghilterra portano con sè l'arte dei loro vecchi paesi. Ma già alla fine del sec. v si fanno indipendenti e trovano uno stile autonomo, che si divide fra un gruppo, intorno a Kent, di Iuti, i quali conservano contatti con l'arte merovingia, e un gruppo di Anglosassoni nel nord. Nei diversi pezzi del tesoro di Sutton Hoo dal principio del sec. vir (museo Britannico), decorati in diverse tecniche con filigrane, vetri, pietre come almandine, si riconoscono i contatti con l'arte francese, longobarda, scandinava e si trovano pezzi importati da Bisanzio.
Con il cristianesimo, verso la metà del sec. vir, entrano nuove correnti. Da Kent arrivano anche influssi irlandesi, in oreficeria e pittura, con stile animale (Book of Durrow, fine del sec. vir). Nella scultura sono caratteristiche le croci in pietra, di cui è il più antico esemplare quella di Collingham (Yorkshire) del 651, con intrecci e i simboli degli evangelisti; nelle croci più importanti (Ruthwell e di Bewcastle) sono evidenti influssi dell'Oriente cristiano che permangono anche nelle importantissime miniature.
L'arte dei paesi scandinavi ha uno sviluppo molto più omogeneo e autoctono, sebbene anche qui non manchino apporti stranieri, tanto che quest'arte rappresenta più chiaramente i caratteri dell'a. b. nordica. Il colorismo, che nel sec. vi proviene dalla cultura pontica, non dura molto, poiché l'invasione degli Unni (375) toglie le relazioni con quelle popolazioni; più importanti sono gli influssi dell'arte provinciale romana e della Germania occidentale, che forniscono motivi geometrici e vegetali, mentre i motivi animali, che già verso la seconda metà del sec. v entrano nell'arte scandinava come eredità dell'arte provinciale romana trasmessa dagli Anglosassoni, invadono nel sec. vi quasi completamente ogni decorazione; verso il 600 gli ornamenti perdono l'originaria stilizzazione a causa di influssi longobardi e alemanni (tombe di Vendel in Svezia). In un'altra fase, verso il principio del sec. viri, i motivi animali si fanno più organici come distribuzione ornatistica ma divengono ancor più astratti come forma; sembrano poi provocare, al principio del sec. Ix, la reazione verso il plasticismo proprio dell'arte dei Vichingi ( 800-1100 ), la quale non è esente da apporti anglosassoni e anche carolingi; nei secc. ix e x alcuni motivi vegetali segnano contatti con l'Oriente (nei secc. xi e xir comparirà anche l'acanto usato nel continente), e affiorano i primi motivi cristiani che ricordano le miniature irlandesi, come dimostra la pietra di Iellinge ( 980 ca .) con l'immagine del crocifisso e col rovescio occupato da una grande bestia, a somiglianza di quanto si verifica nelle opere lignee (porta della chiesa di Urnes, sec. xi, in Norvegia e reliquiari nella cattedrale di Cammin, del 1000 ca.). Anche l'arte del tessile ricorda ancora, negli arazzi di Sknø (sec. xir), l'arte stilizzata delle pietre con le rune, mentre in quello di Baldishol (Oslo, museo) segue i prototipi francesi. - Vedi Tavv. LIII-LIV.
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Bibl.: A. Odobesco, Le trésor de Pétrossa, Parigi 1900; A. Venturi, Storia dell'arte italiana, II, Milano 1902, passim; A. Gocize, Gaitiche Schnallen, Berlino 1907; M. Besson, L'art barbare dans l'ancien diocèse de Lausanne, Losanna 1909; E. A. Stuckelberg, Langobardische Plastih, Monaco 1909; E. Brenner, Bericht der röm. german. Kommission, VII, Francoforte 1912, pp. 233-347; J. Strzegowski, Altsi, Iran und die Völkervanderung, Lipsia 1917; A. Pasqui-R. Paribeni, Necropoli barbarica di Nocera Umbra. in Monumenti antichi, 25 (1918), pp. 137-332; N. Aberg, Die Gaten und Langobarden in Itulien, Upsala 1923; A. Haupt, Die älteste Kunst insbesondere die Baukunst der Germanen, Berlino 1923; J. Brondsted, Early English Ornament., Londra 1924; K. Schumacher, Kultur und Siedlungsgeschichte des Rheinlands III, Maszonza 1923; A. Alföldi, Der Untergang der Rönarherrschaft in Pomonien, Berimo 1926; N. Aberg, The AngloSaxons in England, Upsala 1926; J. Strzygowski, Early Church Art in Northern Europe, Londra 1928; W. Vorek, Die Alameusern in Wïrttemberg, Berlino 1931; G. Kaminna, Kultur der Germanen im ersten Jahrh., Lipsia 1932; F. Henry, La sculpture irlandaisc, Parigi 1933; W. von Jenny e W. F. Volbach, Germanischer Schmach des frühen Mittelalters, BerIino 1933; H. Estes, Die Grabfunde aus dem spanischen Westgotenreich, ivi 1934; H. Kühn, Die vorgeschichtliche Kunst Deutschlands, ivi 1935; B. Salin, Das altgermanische Tierornament, Lipsia 1935; E. T. Leeds, Early Anglo-Saxon Art, Oxford 1938; W. Holmqvist, Kunstprobleme der Merowingerzeit, Stoccolma 1939; G. L. Micheli, L'indusimere de haut moyen âge et les influences irlandaises, Bruxelles 1939; W. von Jenny, Die Kunst der Germanen im frühen Mittelalter, Berlino 1940; C. Cocchelli, Monumenti del Friuli, 1, Milano 1943, passim; G. Behrens, Merowingerzeit, Magonza 1947; A. F. Kendrick, The Sutton Hoo Ship Burial, Londra 1947; M. Ch. Ross, Early Christian and Byzantine Art, Baltimore 1947.
BARBARIGO, Gregorio, beato. - N. a Venezia da Gian Francesco e Lucrezia Leoni il 16 sett. 1625, m. a Padova il 18 giugno 1697. Compiuti i suoi studi a Padova accompagnò l'oratore veneto Alvise Contarini a Münster in occasione delle celebri trattative per la pace della Germania. Ritornato a Venezia fu eletto Savio agli Ordini, ma Fabio Chigi che lo aveva conosciuto a Münster lo esortò ad entrare nel clero; nel dic. 1695 fu ordinato prete a Venezia. Il Chigi, diventato Alessandro VII, lo volle presso di sé a Roma nel 1656 e lo creò suo prelato domestico affidandogli importanti incarichi. Nominato vescovo di Bergamo il 10 luglio 1657 e creato cardinale il 5 apr. 1660 fu richiamato a Roma nel 1663 e poi, nell'apr. 1664, trasferito alla diocesi di Padova. L'attività pastorale iniziata a Bergamo ebbe campo di esplicarsi con grande frutto a Padova con la illuminata beneficenza, con le

Barbarica, arte - Battistero di Callisto, patriarca di Aquileia (712-14). Cividale, Duomo.
Pavigri, Volbach)
riavvicinamento religioso di quelle genti (cf. S. Serena, Il card. G.B. e l'Oriente, Roma 1938). In questo il B. servi di modello ad altri prelati per l'incremento dei loro seminari. Il B. partecipò ai Conclavi del 1667 e del 1669, dai quali uscirono Clemente IX e Clemente X. In quello del luglio 1676 alcuni cardinali proposero la sua candidatura ma egli fece convergere i voti su colui che fu Innocenzo XI. Nel Conclave del 1689, quando la sua elezione pareva bene avviata, promosse l'elezione di Alessandro VIII. Morto questo, raccolse nel nuovo Conclave (1691) sino a 35 voti; ma anche questa candidatura fallì, perché troppo si temeva la rettitudine del B. (cf. S. Serena, Il card. G.B. ed il Conclave del 1691, Padova 1933).
Fu beatificato da Clemente XIII il 20 sett. 1761.
Opref: Scritti inediti del b. G. B., pubblicati da P.A. Uccelli, Parma 1877; G. B., Lettere pastorali, editti e decreti, pubblicati in diversi tempi, Padova 1920; Quarantadue lettere del b. G. B. a Giov. Pastrixia, con prof. e note di S. Serena, Padova 1938; Cliavorum Venatorum ad Antonium Maghabechium epistolae, II, Firenze 1746, p. 28 sgg.; Lettere del b. G. B. a M. A. Ferracci, Padova 1934.
Bibl.: A. Ricchini, De vita ac rebus gestis b. G. B. libri tres, Roma 1761; A. Coi, Visite pastorali del b. G. B., ivi
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1761: J. Stievano, Sulla vita del b. G. card. B. vescovo di Padova, Padova 1897 (cf. Anal. Bolland., 18 [1899], pp. 303-304); G. Alessi, Vita del b. G. B., Padova 1897 (cf. recensione in Anal. Bolland., 17 [1898], p. 264); id., Il seminario di Padova, Padova 1911, pp. 49-180; G. Bellini, La tipografia del seminario di Padova, Pio Peschini
barbarigo, Marco Antonio. - Cardinale, arcivescovo di Corfù dal 1678 al 1685 , vescovo di Montefiascone e Corneto (Tarquinia) dal 1687 al 1706. N. a Venezia da Agostino e Chiara Barbarigo il 6 marzo 1640 o m. in Montefiascone il 26 maggio 1706. A 25 anni entrò nel Maggior Consiglio; ma la sua inclinazione a vita più perfetta lo indusse nel 1671 ad entrare nel sacerdozio. Il beato Gregorio Barbarigo, un suo lontano parente, lo chiamò a sé, lo nominò canonico della cattedrale di Padova e alla sua scuola divenne un sacerdote celante e caritatevole. Accompagnò il beato Gregorio nel 1676 al Conclave e rimase con lui, secondo il desiderio di Innocenzo XI, per più di un anno a Roma. Resasi vacante la sede di Corfù, vi fu eletto e vi entrò il 24 sett. 1678 .
Il tranquillo e fruttuoso governo del B. fu interrotto nel 1685 da un grave incidente, provocato da Francesco Morosini, generalissimo della flotta veneziana; la
Repubblica condannò l'arcivescovo, ne sequestrò i beni e lo costrinse a rifugiarsi a Roma. Chiarito il caso, Innocenzo XI nominò il B. cardinale (a sett. 1688) e poi vescovo delle sedi unite di Montefiascone e Corneto (Tarquinia), delle quali prese possesso il 20 ott. 1687. Le sue doti di governo gli meritarono la fama di un altro Carlo Borromeo, che perdura ancora immortalata soprattutto da due grandiose opere. La prima è il celebre seminario «Barbarigo», nel quale promosse i buoni studi, dotandolo largamente ed arricchendolo d'una magnifica biblioteca. La seconda fu la creazione dell'Istituto delle scuole e maestre pie per le fanciulle del popolo, che per lo più crescevano senza istruzione e vera educazione cristiana. A questo scopo si servì della ven. Rosa Venerini, fondatrice delle Maestre pie di Viterbo, la quale aprì circa 10 scuole nei principali centri della diocesi e avviò buon numero di maestre, tra cui s. Lucia Filippini (v.), divenuta poi, dietro diretta proposta della Venerini, superiora dell'istituto di Montefiascone. L'instancabile vescovo si meritò gli speciali elogi di Clemente XI e dei suoi contemporanei, che lo ebbero in concetto di santo. Se ne prepara infatti la causa di beatificazione e canonizzazione.
Bibl.: Ne scrisse la vita il noto archeologo coevo G. Marangoni, Vita del card. M. A. B., vesc. di Montef. e Corn., ed. da E. Chierichetti, Montefiascone 1930, ora completata da
quella in 2 voll. di P. Bergamaschi, Vita del serco di Dio card. M. A. B., Roma 1919: A. Volpini, De vita et moribus M. A. B., Fantea 1877. Quanto all'istituzione delle Maestre Pie cf. ora la posizione sulla Venerini preparata dalla Sezione storica della S. Congregazione dei Riti (Città del Vaticano 1942, pp. 119-27, n. 48).
Giuseppe Lōw
Barbaro, Ermolao (seniore). - Figlio di Zaccaria, fratello di Francesco, il celebre umanista e uomo di Stato, n. a Venezia verso il 1410 , m. ivi il 12 marzo 1471. Fu protonotario apostolico e si ha manoscritta una sua Lectura sulle leggi canoniche. Aspirò invano alla sede di Bergamo nel 1437; ebbe invece quella di Treviso il 16 ott. 1443; di là fu trasferito a quella di Verona il 16 nov. 1453: in ambedue si dimostròaccortoorganizzatore ed amministratore. Partecipò nel 1459 al convegno di Mantova presieduto da Pio II ed il 2 dic. consacrò colà la chiesa di S. Francesco. L'anno seguente lo stesso Pontefice lo inviò legato presso Carlo VII di Francia, quindi a Perugia dove rimase due anni. M. a Venezia, fu portato a seppellire nella sua cattedrale di Verona, che aveva restaurata insieme al palazzo vescovile.
Non si hanno di lui opere a stampa; una Oratio contra poetas indirizzata al card. Pietro Barbo nel 1453 manoscritta; una vita ed un'omelia di s. Atanazio;
Sermones de tempore, Epistolae e qualche altra cosa.
Bibl.: Mazzuchelli, II, p. 253 sE.; A. Zeno, Dissertazioni Vavsiane, II, Venezia 1733, p. 253 sE.; Ughelli, V, col. 940 sgg. Notizie preziose su lui e suoi celebri congiunti ha raccolto E. Ciengna nel volumi delle sue Iserizioni Veneriane, 6 voll., Venezia 1829. 1833, l'ultimo s. d. (v. agli indizi rispettivi). Pio Peschini
barbaro, Ermolao (luniore). - Nipote dell'omonimo vescovo di Verona, n. a Venezia da Zaccaria nel 1453, m. a Roma il 21 maggio 1493. Fra il 1460 ed il 1470 fu a Roma col padre, dove poté essere discepolo di Pomponio Leto e di Teodoro Gaza per il greco. Poi passò a Padova e nel 1475-76 vi interpretò le opere morali di Aristotele; mentre nel 1484 vi tenne scuola di dottrine aristoteliche. Per la Repubblica veneta fu inviato oratore a Federico III imperatore nel 1486, a Lodovico il Moro nel 1488, alla Curia romana nel 1490 . Mentre sosteneva questa legazione, essendo morto il 2 marzo il card. Marco Barbo, patriarca d'Aquileia, Innocenzo VIII lo elevò a quella sede il 6 marzo, sebbene fosse semplice laico, ed egli l'accettò, per ubbidire al volere del Papa; incorse in tal modo nella disgrazia della Signoria, come contravventore delle leggi che vietavano ai suoi oratori di ricevere qualunque grazia dai sovrani presso cui erano accreditati. La Repubblica non lo volle riconoscere mai come patriarca.
Il B. fu in relazione e in corrispondenza con i più
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(fei. Alinari)
Barbaro, Ermolao - Ritratto, Copia cinquecentesca da un ritratto contemporaneo - Firenev, galleria degli Uffizi.
illustri dotti del suo tempo, come Angelo Poliziano, il Ficino, Pico della Mirandola, il Vernia, Elia del Medigo; tradusse le opere di Dioscoride, di Temiatio, e si accinse anche alla traduzione di tutte quelle di Aristotele, ma non poté andar oltre alle opere retoriche e dialettiche. Oltre agli studi filosofici, il B. coltivò con particolare passione anche quelli eruditi e stimatissime furono le sue Castigationes Plinianae sul testo dell'Historia Naturalis di Plinio, stampata a Roma nel 1492-93. Egli può giustamente reputarsi l'umanista compiuto, non ancora degenerato nel pedante.
Bibl.: A. Ferriguto, E. B. sec., in Miscellanea di storia veneta, 3ª scrie, 15 (1922); Epistolae, Orationes et Carmina, ed. critica a cura di Vittore Branca, 2 voll., Firenze 1943; è questa la prima edizione che raccolga insieme questa parte dell'attività letteraria del B., dispersa nei manoscritti e nelle stampe dei suoi amici e corrispondenti.
Pio Paschini
BARBARO, Francesco. - Bellissima figura di umanista e di uomo di Stato, n. a Venezia ca. il 1598 dal senatore Candiano, m. ivi nella seconda metà del genn. 1454. Fu educato nell'amore delle lettere da Giovanni da Ravenna detto il Grammatico, da Gasparino Barzizza, poi da Guarino Veronese, che gli insegnò anche il greco. A diciannove anni ca. (1415) pubblicò il trattato latino De re uicoria, nel quale, movendo dalla scelta della moglie, conduce il lettore sino all'educazione dei figli. Quest'opera gli acquistò grandissimo credito, perché all'inesperienza giovanile supplì con l'erudizione appresa dai classici greci e latini, destando l'ammirazione di uomini come Pier Paolo Vergerio, Poggio Bracciolini, Ambrogio Traversari. Sposò a 21 anni Maria Loredan, entrò in Senato nel 1419 e ben presto cominciò ad essere impiegato nel servizio della Repubblica in uffici e legazioni che si susseguirono quasi senza interruzione.
Fu due volte legato presso Martino V per la guerra
contro Filippo Maria Visconti, duca di Milano, e la guerra fu il programma costante della sua vita politica. Fu sotto Eugenio IV uno dei più tenaci propugnatori dell'unione religiosa coi Greci e del soccorso all'impero d'Oriente. Nel 1438 essendo podestà di Brescia sostenne un memorabile assedio contro Niccolò Piccinino, condottiero del duca di Milano. Nel 1452 ebbe l'ambito ufficio di procuratore di S. Marco.
Si ricordano del B. alcune orazioni pronunciate nei momenti più solenni della sua carriera; molto numerose sono le sue lettere su argomenti assai disparati, politici, religiosi e letterari, che vanno dal 1409 al dic. 1453 e fra i suoi corrispondenti si trovano i personaggi più illustri dell'epoca: Niccolò V, Lodovico Trevisan cardinale camerlengo, il card. Francesco Condulmer, poi Ambrogio Traversari, Ermolao Barbaro seniore, Flavio Biondo, Giorgio di Trebisonda. Inoltre il Poggio, il Valla, il Niccoli, Leonardo Bruni lo vollero intermediario e pacere nelle loro contese, ufficio che egli si sforzò di compiere senza offendere alcuna della parti.
Bibl.: Lo stesso B. raccolse le proprie lettere; poi nel sec. aviti il card. Querini fuse insieme le raccolte quattrocentesche insieme con le lettere che egli ritrovò e tutte pubblicò nel volume: Fr. Barbari et alienum ad ipsum Epistolae, Brescia 1743. al quale tien dietro un altro volume con una lunga Distribu praefiminaris in cui è attentamente studiata la vita del B.; Mazzuchelli. II, p. 264 sg.; R. Sabbadini, Centotrenta lettere inedite di F. B., Salerno 1884; P. Gothein, F. B., Berlino 1932; L. Lazzarini, Un libro su F. B., in Archivio di St. it., 7 serie, 20 (1933), pp. 97-104.
Pio Paschini
## BARBARUS : v. SCALIGERI.
BARBASTRO, diOCESI di. - Nella parte settentrionale della Spagna in provincia di Huesca, suffraganea di Saragozza. Posta sulle ultime propaggini dei Pirenei, a 332 m . sul mare, B. ( 9.000 ab. ca.) fu eretta in diocesi nel rroo. Primo vescovo fu quello di Roda col titolo di B.-Roda. Trasferita la sede a Lérida (v.) nel I149, B. dopo un lungo processo fu unita a Huesca da Innocenzo III nel 1203. La diocesi fu ristabilita il 18 giugno 1571, di nuovo unita a Huesca per il concordato del 1851 ed infine ristabilita nel 1896. E governata da un vescovo con il titolo d'amministratore apostolico. Sono state pubblicate 10 costituzioni sinodeli dal 1571 al 1715 , queste tutt'ora in vigore. Nell'ag. 1936 furono dai rivoluzionari assassinati 114 sacerdoti, costituenti la gran parte del clero secolare, e 67 religiosi insieme col vescovo mons. Florentino Asensio. La cattedrale, costruita dal 1500 al 1533, possiede un bel «retablo» di Damiano Forment (sec. xvI).
L'archivio, catalogato, comincia nel 1571. Il seminario fu fondato nel 1711. La diocesi ha una superfice di 4000 kmq., con 153 parrocchie, 47 sacerdoti diocesani e 16 regolari ed una popolazione di 36.400 ab., tutti cattolici (1948).
BibL.: J. de la Canal, España Sagrada, XLVI, Madrid 1836; P. Sáinz de Baranda, España Sagrada, XLVIII, ivi 1862; A. Lambert, s. v. in DHG, VI, coll. 594-614; J. Quibus, Misioneros Mártires, Barcellona 1941.
Giovanni Meseguer
BARBATELLI, BERNARDINO : v. POCCETTI.
BARBATO, santo. - N. a Cerreto all'inizio del sec. viI, m. il 19 febbr. 682. La sua vita, scritta nel IX sec., è leggendaria. Successe a Ildebrando nel vescovato di Benevento, nel 663; fu in pari tempo vescovo di Siponto e nel 665 ottenne come suffragante Bovino, Larino e Ascoli Satriano. Intervenne al Concilio di Roma del 680 e, pare, a quello di Costantinopoli del 68r. Esercitò un benefico influsso sul duca Romualdo e lavorò con successo alla estirpazione delle superstizioni longobarde.
Il suo corpo è venerato in Benevento, dove fu deposto sotto l'altare maggiore della cattedrale dal
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card. Vincenzo M. Orsini il 10 nov. 1687. Festa il 19 febbr.
BibL.: Acta SS. Februarii, III, Anversa 1648, pp. 139-42; A. M. Jatmackino, S. B. e il suo secolo, Benavento 1002; G. Cangiano, Origini della Chiesa benecentana, Benevento 1923, pp. 7, 40-51; id., Sulla leggenda della vipera longabarda e delle streghe. - Documenti: la leggenda di s. B., in Atti della Soc. Stor. del Sannio, 1929, p. 84 sgg.; Martyr. Romanum, p. 69.
Noemi Crostarosa Scipioni
BARBAZIANO. - Monaco milanese del tempo di s. Ambrogio. Usci dal monastero fondato dal Santo in Milano per rifugiarsi a Vercelli, donde diffondeva le dottrine eterodosse di Gioviniano contro la verginità e il digiuno. S. Ambrogio temendo giustamente che tale propaganda potesse disgustare le vergini vercellesi dei loro voti e gli asceti delle loro penitenze, si affrettò a scrivere ai fedeli di quella chiesa una lettera (LXIII, 20-21) in cui si scaglia con parole veementi contro B. Lo chiama ripetutamente discepolo di Epicuro, l'apologista della voluttà, che i filosofi a ragione

BARBAZIANO, santo - Barcofago detto di s. B. (sec. vi), contenente le reliquie del santo dal 1658 - Ravenna, Dummo.
hanno espulso dalla loro società. Non si sa quale sia stata la sua fine.
BibL.: P. De Labriolle, in Storia della Chiesa di A. FlicheV. Martin, III, trad. ital. di A. P. Frutaz, Torino [1940], p. 372. Ireneo Daniele
BARBAZIANO, santo. - Il suo culto era accentrato a Ravenna e nell'Emilia nel sec. IX, quando un ravennate ne scrisse una vita che non ha valore storico (PL 145, 769-75). Secondo questa fonte, B. era un prete orientale venuto da Antiochia con un altro sacerdote di nome Timoteo a Roma, dove visse nascosto per un certo tempo nel cimitero di Callisto. Le guarigioni operate lo fecero conoscere all'imperatrice Galla Placidia che lo volle con sé a Ravenna. Storicamente è probabile che B. fosse un prete di Ravenna, venerato dopo morte come santo. Festa il 31 dic.
Bibl.: F. Lanzoni, Acta s. Barbatiani, in Rivista di Scienze, 6 (1909), pp. 635-58, 712-34. Mario Scaduto
BARBELITI. - Detti anche Barbelioti da Ireneo e Teodoreto, erano una delle principali sètte gnostiche del II e III sec. Derivano il loro nome dall'eone femminile Barbelo o Barbero, parola di origine ebraica, che significa più probabilmente "figlio di Dio». Quali fossero la natura e le prerogative di questo eone è difficile determinare. Forse voleva rappresentare l'elemento femminile, che, secondo tali gnostici, è all'origine di tutte le cose. A Barbelo infatti si manifestò il Padre ineffabile e cosi è divenuta la madre dei viventi, che da lei derivano mediante successive coppie (o sizigie) di eoni intermedl. Essa generò pure la luce, la quale, perfezionata dalla unzione dello spirito creatore, è Cristo. Barbelo ha anche
la missione di liberare l'elemento divino imprigionato nella materia e in lotta con gli eoni inferiori.
Qualunque fosse la dottrina di tali eretici, e che ci viene trasmessa in modo un po' diverso da s. Ireneo e da s. Epifanio, è certo però che essi erano di una immoralità innominabile: si abbandonavano agli excessi più sfrenati, ammettendo la promiscuità dei sessi e parodiando sacrilegamente i misteri più augusti del cristianesimo. S. Epifanio li fa derivare dai nicolaiti e Teodoreto dai valentiniani.
Bibl.: S. Ireneo, Adversus Haer., I, 19; PG 7, 691-94; S. Epifanio, Haer., 23. 2-5 e 26, 1-19; PG 41, 321-24, 329-63; Teodoreto, Haeret. labul. comp., I, 13; PG 83, 361-64; G. Herpennither, Storia della Chiesa, I, 4^{°} ed., Firenze 1904, p. 199; H. Leisegang, Die Gnoïs, Lipsia 1924, pp. 186-96; E. De Faye, Gnostiones et Gnosticisme, 2^{°} ed., Parigi 1925, pp. 396-400 e 421-24; G. Bareille, s. v. in DThC, II, coll. 382-84.
Settimio Cipriani
BARBERA, Mario. - Gesuita e scrittore. n. a Mineo (Catania) il 17 apr. 1877, m. a Roma il 5 nov. 1947. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1891 e compiuti gli studi, fu chiamato nel 1910 fra i redattori de La Civiltà Cattolica. Ebbe pure incarichi presso le Congregazioni romane.
La sua prima produzione fu di carattere narrativo : Fiori di rovine (Roma 1912), L'isola degli emiri (ivi 1912), Bienes Fortis (ivi 1918), Meriggio d'Etiopia (ivi 1927). Lasciato il genere narrativo si dedicò alla trattazione di argomenti storici, apologetici, pedagogici, nei quali ultimi portò un equilibrio, una competenza e una visione cosi chiara da renderlo, in questo ultimo quarto di secolo, uno degli studiosi più apprezzati ed autorevoli in questioni scolastiche. E de