us Buchananum, Brutum et Boncherium et reliquos monarchomachos II. 6 (Parigi 1600, 1612); In titulas pandectorum de rebus creditis et de jurejurando commentarii (ivi 1605); De potestate papae, un et quatenus in principes saeculares jus et imperium habeat (Londra 1609; Pont-à-Mousson 1609; all'Indice il 26 apr. 1613 ).
Biel.: E. Dubois, G. B. jurisconsulte écossais, Parigi 1873: A. Depond, L'Argenis de B., étude littéraire, ivi 1875; Hurter, III, col. 281; E. Martin, s. v. in DThC, II, col. 389: D. G. Hunter-Blair, s. v. in The Cath. Enc., II, pp. 291-92; G. Ermini, s. v. in Enc. Ital., VI, p. 163; J. Carreyre, s. v. in DHG, VI, col. 754 .
Vito Zollini
BAR-COCHEMA: v. BAR KÖKHËBHÂ { }^{1}.
BARCOS, MARTINO de. - Teologo giansenista, in a Baiona nel 1600 e m. il 22 ag. 1678. Nipote di Jean du Vergier de Hauranne, il celebre abate di S. Cirano, insieme col cugino d'Anguibert studiò a Lovanio sotto la guida di Giansenio. Segretario dello zio dopo la morte del cugino, collaborò con lui alla redazione del Petrus Aurelius (1631-46) e col celebre Arnauld d'Andilly, del cui figlio era stato istitutore, a quella della Comunione frequente, origine funesta di tutte le sue controversie future. Appoggiato dalla regina madre, il 9 maggio 1644 successe allo zio defunto nel governo dell'abbazia di S. Cirano, che si diede a riformare;
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ivi pure, dopo un periodo di esilio, mori. Con gli altri autori giansenisti e sulla scia del gallicanesimo cercò di scuotere l'autorità del Romano Pontefice.
Le sue opere principali sono: De l'autorité de s. Pierre et de s. Paul qui réside dans le pape successeur de ces deux apôtres, s. 1. [1645], pubblicata anonima, in cui il B. propone la sua teoria, esposta in altre pubblicazioni posteriori, che i due apostoli avevano eguale diritto al titolo di pastori supremi della Chiesa. L'opera fu condannata dal S. Ufficio il 24 genn. 1647 , ed il 29 fu condannata specificamente anche la dottrina relativa (Denz-U, 965); La grandeur de l'église romaine établie sur l'autorité de s. Pierre et de s. Paul (s. 1. 1645); Epistola ad Iunocentium de suprema ecclesiae romaine amplitudine (s. 1. [1645], ambedue all'Indice il 24 genn. 1647); Eclairsissements de quelques objections que l'au a formies contre la graudeur de l'église romaine (s. 1. 1646); Quae sit s. Augustini et doctrinae ejus auctoritas in Ecclesia (Parigi 1650); De la foi, de l'espérance et de la charité (2 voll., Anversa s. d., riedito a Châlons 1691); Exposition de la foi de l'église romaine touchant la grâce et la prédestination (Mons 1696; all'Indice il 24 apr. 1697).
BibL.: D. de Colonia, Dict. des livres juusénistes..., I, Anversa 1752, pp. 118-19. 145-46; II, pp. 144-47; B. Jungmann, s. v. in Kirchnebe., I (1882), coll. 1994-95; Hurter, II, coll. 69-70; E. Dublanchy, s. v. in DThC, II, coll. 390-91; J. Carvore, s. v. in DHG, VI, coll. 733-57; G. Costa-Resende, L'influsso di De Dominis nella dottrina di M. d. B., Sào Paulo 1937; P. Jorco, D. B. e la controversia del duplice primato, Sorengo-Lugano 1941.
BARDEL, Claude. - Vescovo, n. a Thiers il 23 febbr. 1851, m. a Séez il 16 febbr. 1926. Sacerdote nel 1874, vicario generale delle diocesi di Clermont e di Bourges nel 1891 e 1893, vescovo ausiliare col titolo di Parium nel 1894, vescovo residenziale di Séez il 14 apr. 1897, coltivò con passione la profonda religiosità dei suoi diocesani e l'alto livello culturale e spirituale del suo clero. Oggetto di aspre persecuzioni alla rottura del Concordato, espulso dal vescovado e gravemente colpito dalla chiusura del suo seminario, riusciva con mezzi di fortuna a riorganizzare gli istituti di formazione del clero, gettando anche le fondamenta di fiorenti istituzioni per la difesa degli interessi religiosi, per la penetrazione delle idealità sociali cristiane, e soprattutto per l'intensificato allargamento della scuola libera cattolica, manifestando il suo spirito apostolico e caritativo specialmente in occasione della prima guerra mondiale.
BibL.: P. Calendini, s. v. in DHG, VI, coll. 764-65.
Gabriella de Stefano
BARDENHEWER, OTTO. - N. il 16 marzo 1851 in München-Gladbach (Renania), m. a Monaco il 23 marzo 1935. Studiò teologia e lingue orientali a Bonn, laureandosi nel 1873 in lettere con la tesi : Hermetis Trismegisti qui apud Arabes fertur de castigatione animae libellum edidisse, latine vertit [B.O.].
Nel 1874 passò nel seminario di Colonia dove subì l'influenza dello Scheeben; nel 1875 fu ordinato sacerdote. Continuò poi gli studi a Würzburg e nell'anno 1877 pubblicò la sua tesi teologica: Des hl. Hippolytus Kommentar zum Buch Daniel. Con una borsa della Görres-Gesellschaft continuò gli studi orientali a Monaco e pubblicò: Die ps.-Aristotelische Schrift «über das Reine Gute», bekannt unter dem Namen "Liber de causis», 1882. Nell'anno 1878 libero docente a Monaco, con la tesi : Polychronius, der Bruder Theodor's von Moppoeste, Friburgo in Br. 1879. Dal 1884-86 fu professore di Vecchio Testamento a Münster e dal 1886 professore del Nuovo a Monaco, dove creò nel 1905 un seminario biblico-esegetico. Il suo studio principale fu però la letteratura antica cristiana. La Patrologia usci nel 1894 ( 2ª ed. 1901, 3ª ed. 1910. Anche traduzione italiana). Più importante ancora la Geschichte der altkirchlichen Literatur, I, 1902 (2a ed. 1915); II, 1903 (2a ed. 1914); III, 1914 (aggiunte 1923); IV, 1924; V, 1932. Nell'anno 1911 assunse le direzione della Bibliothek der
Kirchenväter e già dal 1895 teneva quella delle Biblische Studien, nei quali pubblicò: Der Name Maria, Friburgo in Br. 1895, e. Marine Verhändigung, ivi 1926; Der Brief des hl. Jahnbes, ivi 1928. La sua devozione per la Madonna si esprime nella traduzione di prediche antiche su Maria (Marienpredigten aus der Väterzeit, ivi 1934). Il B. era un conservatore; per la sua fedeltà verso la Chiesa dovette superare molte difficoltà nella sua giovinezza da parte della setta dei vecchi-cattolici e durante il Kulturkampf, e più tardi nella lotta contro il modernismo. Come patrologo si è acquistato un posto prontinente in questi studi avendoci dato l'unica storia letteraria moderna, particolareggiata e ben aggiornata, di tutti gli antichi scrittori ecclesiastici.
BibL.: J. Sickenberger, Erimuerungen an G. B., Friburgo in Br. 1937.
Ersk Peterson
BARDESANE. - Gnostico, n., secondo la Cronaca di Edessa, nel 154 e m., secondo la Cronaca di Michele il Siro, nel 222 (cf. F. Nau, Patrologia Syrinca, II, 1, Parigi 1907, pp. 510, 523). Fuggiti, in seguito a una rivolta contro il re persiano Sàhrub, i genitori sarebbero venuti ad Edessa. La loro dimora anteriore sarebbe stata Arbela in Adiabene (cf. Teodoro bar Kâna), ibid., p. 517). B., o meglio la sua famiglia, sarebbe dunque vissuto nelle tradizioni della cultura porta e questo è confermato da Sesto Giulio Africano, che nei Kestoi, cap. 29, ha descritto la vita di B. alla corte di Abgar IX di Edessa, dove eccelle nell'arte di tirar d'arco, proprio della nobiltà porta. Ma il trasferimento ad Edessa portava necessariamente ad un avvicinamento all'impero romano ed alla cultura occidentale. B. cerca d'unire in sé le tradizioni culturali dell'Occidente e quelle dell'Oriente.
Porfirio conosce un libro di B. sull'India, ma pare che la sua conoscenza di questo paese non fosse diretta, ma fondata su tradizioni letterarie, ultima fonte delle quali era Megastone, come è provato dalla coincidenza di Porfirio, De abst., IV, 18 con l'avio Giuseppe, Bellum Iud., VII, 352356 (v. Morel, in Rheinisches Museum für Philologie [1926], p. 111 sg.). Ma anche il frammento di B. (presso Stobeo, Eclog. I, p. 66 sg .) sull'acqua della Stige con la descrizione di un uso indiano, ha una notevole corrispondenza in un testo del romanziere Achille Tazio, VIII, 12, come fu dimostrato dal Boll in Philologia, 66 (1907), p. 11 sg. Il che, sembra, porta alla conclusione che B. non era uno spirito originale, ma un orientale, che, simile a Sesto Giulio Africano, cercava di appropriarsi le più differenti materie della curiosità umana. Sotto questo punto di vista anche la parte di B. nella composizione di un dialogo sul fato non può essere così personale, come si è pensato. Si è discusso molto se il testo strisco di un dialogo intitolato: Le leggi dei poesi (di cui la migliore edizione è quella di F. Nau in Patrol. Syr., II, p. 492 sg .), o i frammenti greci (presso Eusebio) e latini (nel Ps. Clem., Recognitiones) rappresentino l'opera originale di B. Il mancato consenso degli studiosi su questo punto si spiega forse con il fatto, che la fonte originale di questa opera si confonda con la recensione o rielaborazione fatta da B. Lo svolgimento del pensiero nel dialogo rivela del resto la tradizione della filosofia greca (cf. D. Amand, Fatalisme et liberté dans l'antiquité grecque, Lovanio-Parigi 1945, p. 228 sg.).
Per i Padri della Chiesa in Siria, in prima linea per s. Efrem, B. non è un filosofo greco, ma uno gnostico orientale, anche quando si rimprovera a lui l'uso della parola "Hyie" (materia) nella storia della creazione. Si menziona la sua dottrina di sette "essenze» (eoni), la sua astrologia (zodiaco), la sua antropologia, secondo la quale il corpo sarebbe opera delle Tenebre, l'anima invece opera delle "Sette». E chiaro che il suo Cristo non aveva un vero corpo e che B. negava la resurrezione dei corpi. Si citano alcune frasi di B. che per noi sono quasi incomprensibili. Pare che abbia parlato di un "Padre della vita" (sotto forma del sole) e di una "Madre» (sotto forma
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della luna) che avrebbero generato il + Figliuolo della vita». La sua dottrina sullo Spirito e sulla Sophia non diventa chiara per noi dai pochi accenni. Si sente qualche cosa di due figlie di rūbā qūdīā (Spirito Santo), ma non si comprende l'ultimo senso di questa speculazione. D'altra parte si dice che lo Spirito (o non il Figlio) abbia creato con Dio il mondo. Tcodore bar Konej (v. anche sode bar gèpà; iwannīs di DĀRĀ) cita versi da un inno cosmogonico (v. H. Schaeder, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 5 I [1932], p. 46 sg .), che nei dettagli non è bene comprensibile, ma si vede che si tratta di una mescolanza nella creazione, effetto di un tentativo delle tenebre di mischiarsi con le cinque essenze. Il tentativo falli per la parola di Dio (Cristo), che dispose di nuovo le cinque essenze ai loro luoghi primitivi (quattro essenze secondo i quattro punti cardinali), secondo il mistero della croce. Questo mondo, creato dalla mescolanza, viene purificato in seguito alla concezione e al porto fino alla perfezione. La luce che si trova in alto, mentre le tenebre sono in basso, è un essere vivente e sta anche nel cuore del credente. Non è chiaro il rapporto fra questa cosmogonia e l'escatologia di B. Si sa che B. era aderente della dottrina astrologica di sei millenni. Interessante è la tendenza ottimista di questa dottrina. Il matrimonio serve alla purificazione del mondo. Coloro presso i quali si doveva recare il padre di Mani, perché rifiutavano il matrimonio, non potevano dunque essere aderenti di B. come si è affermato (I. Pedersen, in Oriental Studies presented to E. Browne, Cambridge 1922, p. 385) e per la stessa ragione l'affermazione di s. Efrem che i bardesaniti sarebbero stati gli autori degli Atti apocrifi degli Apostoli non è ammissibile, ma può essere che la loro speculazione abbia avuta influenza sul testo di questi Atti. L'influenza di B. su Mani, che ha conosciuto e citato B., non è ancora chiarita (ipotesi di F. C. Burkitt nel fournal of Theol. Studies, 35 [1934], p. 358). I bardesaniti erano ancora conosciuti ai polemisti arabi. Per la Chiesa siriaca gli inni di B. e di suo figlio Harmonios sono stati un grave pericolo. Secondo lo Schaeder, B. non era ancora influenzato dalla metrica greca (loc. cit., p. 57), differentemente da suo figlio. Gli inni di Efrem erano in rivalità dunque con quelli di Harmonios.
BibL.: F. Nau, Bardesanes. Liber legum regionum, in Patrologia Syriaca, II, i, Parigi 1907, p. 492 sgg., ha raccolto i frammenti e data l'odiziano definitiva del testo del dialogo. Una traduzione del dialogo di G. Levi Della Vida apparve nel 1921 a Roma nella collezione: Scrittori cristiani antichi, fasc. III. - Da aggiungere C. W. Mitchell, S. Ephraim's Prose Refutations of Mani, Marcion and B., I, Cambridge 1912: II, ivi 1921. - Della letteratura nuova, v. G. Levi Della Vida, B. e il Dialogo delle leggi dei paesi, in Riv. trimestrale di studi filosofici e religiosi, I (1920), pp. 399-430; id., Appunti bardesonici, in Riv. degli studi orientali, 8 (1919-20), pp. 716-22; F. Haase, Zur Bardesanischen Guosis (Texte und Untersuchungen, 34, iv), Lipsia 1910; id., Neue Bardesanesstudien, in Orient Christianus, nuova serie, 12-14 (1922), pp. 4, 129 sg ; id., Altshristliche Kirchengeschichte nach orientalischen Quellen, Lipsia 1925, p. 327 sg.: H. H. Schaeder, B. von Edessa, in der Überlieferung der griechischen und der syrischen Kirche, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 51 (1932, 1), pp. 21-73; A. Baumstark, Jnannis von Dava über B., in Orient Christianus, 30 (1933), pp. 62-71. Eda Peterson
BARDI, Donato di Betto: v. donatello.
BARDI, Girolamo. - Medico, n. a Rapallo nel 1600 da ragguardevole famiglia genovese. Nel 1619 si fece gesuita, ma dopo cinque anni, per causa di salute, abbandonò l'Ordine e andò a studiare a Genova ove presto fu promosso dottore in medicina e in teologia. Per la protezione dell'arcivescovo Giuliano de' Medici ottenne il titolo di professore in queste
due scienze, con insegnamento a Pisa. Coltivò anche l'anatomia e nel 1651, dopo la morte del padre, andò a Roma, dove ottenne dal papa Alessandro VII il permesso di esercitare la medicina, malgrado fosse sacerdote. Morì in questa città nel 1667.
Scrisse : Epistola de aqua quae ex latere Christi effluxit, in De latere Christi aperto di T. Bartol (Lione 1646); Medicus politico-catholicus seu medicinae Sacrae, tum cognoscendae tum faciendae (Genova 1643); Theatrum naturae iatrochymicae rationalis (Roma 1654).
BibL.: Mazzochelli, II, i, p. 338; N. Eloy, Dizionario di storia della medicina ecc., I, Napoli 1761, p. 323; A. Hirsch, Biographisches Lexikon, I, Berlino 1929, p. 330.
Adalberto Pazzini
BARDIli, Christoph Gottrried. - Filosofo tedesco, n. a Blaubeuren nel Württemberg il 18 maggio 1761, m. a Mergelstetten il 5 giugno 1808.
Scrisse di filosofia e di storia della filosofia, ma è noto specialmente per la sua polemica contro Kant nell'opera Grundriss der ersten Logik, gereinigt von den Irrthümern der bisherigen Logiken überhaupt, der Kantschen insbesondere; keine Kritik, sondern eine medicina mentis.... (Stoccarda 1800 ).
La dottrina del B. è, secondo il Reinhold, un realismo razionale per il quale il principio del mondo è il pensiero oggettivo, che però in noi diventa soggettiva. Il mondo è una manifestazione del pensiero la cui legge è il principio d'identità o di non-contraddizione. Questa teoria, che prelude evidentemente al panlogismo hegeliano, non incontrò le simpatie di Fichte e di Schelling che l'attaccarono, mentre piacque al Reinhold al quale si deve la notorietà del nostro filosofo.
BibL.: Fr. Uberweg - B. Geyer, Grundriss der Gesch. der Philos., III, 12* ed., Berlino 1924, pp. 612-13. Umberto Degl'Innocenti
BARDONE di Oppershofen, santo. - Arcivescovo di Magonza, n. intorno al 980 . Monaco nella grande abbazia di Fulda, abate poi di diversi monasteri fu dall'imperatore Corrado II nominato arcivescovo di Magonza, sede che resse per venti anni (1031-51). Ft quindi arcicancelliere dell'impero e legato papale per la Germania, nominato da Leone IX. Il io nov. 1036, presenti l'imperatore, l'imperatrice e la corte, consacrò la cattedrale di S. Martino. Nell'ott. 1049, innanzi all'imperatore Enrico III e al papa Leone, fu tenuto a Magonza un grande concilio, al quale B. prese parte attiva. M. a Dornloh il 10 giugno 1051, fu sepolto nella cattedrale che aveva consacrato. La sua festa cade il io giugno.
BibL.: Vulculdux, Vita B., in MGH, Scriptores, XI, pp. 313342; Vita major (anonima), in Acta SS. Yunii, II, Anversa 1698, p. 299 sgg.; F. Schneider, Der hl. B., Magonza 1871; H. Böh-mer-C. Völl, Regesten zur Geschichte der Mainzer Erbischöfe, I, Magonza 1871, p. 165 sgg. Pier Fiossto Palumbo
BARDSTOWN: v. louisville.
BAR EBREO, Gregorio. - Scrittore siriaco giacobita, n. a Melitene nel 1226, m. a Marāgah nel 1286. Il suo nome di battesimo era Giovanni, cambiato poi in quello di Gregorio Abū 'l-Farağ, quando egli fu eletto vescovo : più comunemente è conosciuto sotto l'appellativo di B. E. (siriaco Bar 'Ebrāja), perché suo padre, il medico Aronne, era un ebreo fattosi cristiano. Studiò ad Antiochia, ed a 20 anni fu fatto vescovo di Gūbbās, presso Melitene, dal patriarca giacobita Ignazio II; l'anno seguente passò alla sede di Lāqabbin, e infine a quella di Aleppo. Nel 1264 fu elevato, da Ignazio III, alla dignità di mafrējān, superiore a quella di vescovo. Per questa sua carica, e per le vicende religiose e politiche dei suoi tempi, viaggiò molto, ma prese da ciò occasione per consultare studiosi e biblioteche. Per il carattere mite, oltreché per la scienza, alla sua morte fu rimpianto
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anche dagli avversari nestoriani. La sua tomba è oggi nel convento di Màr Matteo, presso Mossul. Poligrafo abbondantissimo, fu poco profondo e ancor meno originale. I suoi scritti trattano della Bibbia, di teologia, filosofia, storia sacra e profana, diritto canonico e civile, scienze naturali, medicina, astronomia, perfino di letteratura amena : sono sia in prosa sia in versi. Per questa sua erudizione enciclopedica fu ravvicinato, non senza qualche ragione, al suo contemporaneo Alberto Magno : certo è che nessuno meglio di lui seppe, in un periodo di piena decadenza della letteratura siriaca, assimilare e fondere insieme l'eredità culturale siriaca e quella araba.
I principali suoi scritti sono: il Granaio dei misteri (Avsar râzè), ampio commento biblico, specialmente filologico; il Candelabro del santuario (Mēnärat qūdlé), di cui è come un riassunto il Libro dei raggi (Kētābā dēcalgē) che è un saposto generale della teologia monofisita; il Libro delle direzioni (Kētābā dēbūddājē), o Nomocanone, riassunto della legislazione sia canonica sia civile ad uso dei Siri occidentali; il Libro dell'etica e il Libro della colomba, d'indole giuridico-ascetica; la Crema della sapienza (Hēwat bekmētā), vasta enciclopedia della filosofia aristotelica trasmessa attraverso gli Arabi, che serve ancora oggi ai Siri come repertorio filosofico; il Libro delle pupille, egualmente d'indole filosofica; una Cronaca siriaca e una Cronaca ecclesiastica, di cui la prima, che s'occupa specialmente della storia politica dell'Oriente, dipende in gran parte dalla Cronaca di Michele il Siro, e fu ancora ricapitolata dall'autore nello scritto arabo Storia delle dinastie; i Racconti omeni, che in alcuni punti diventano scurrili ed osceni; una grammatica siriaca; disservazioni di medicina, astrologia e poesie varie. Molti di questi scritti sono inediti.
Bial.: R. Duval, La Littérature syriqque, 3^{e} ed., Parigi 1907, passim: A. Baumstarb, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 312-20, con elenco completo degli scritti e delle edizioni. Per il diritto canonico: G. Ricciotti, Nomocanone di R. Hebreo (Fonti per la Codijcaz, Can. Orient., 3, 1), Roma 1931; Il Candelabro dei Santuarii, ediz. J. Bakos, Leida 1948.
Giuseppe Ricciotti
## BARESMAN : v. IRAN.
BARETTI, Giuseppe. - Poligrafo, n. a Torino il 25 apr. 1719, m. a Londra il 5 maggio 1789. Ebbe a Guastalla da Carlo Cantoni la prima educazione letteraria e il gusto della poesia bernesca; a Torino fu discepolo del Tagliazucchi. Vero zingaro letterario, fece più o meno lunghi soggiorni a Parma, a Mantova, a Venezia, a Milano, dove fu ascritto ai Trasformati. Pubblicò a Venezia nel 1747-48 una infelice traduzione delle Tragedie di P. Cornelio; nel ' 50 , a Torino, le sue migliori Piacevoli poesie, e a Milano, nello stesso anno, il Primo cicalamento contro il regio professore Giuseppe Bartoli, prima sua battaglia contro gli antiquari "perdigiornate». Il sequestro delle copie non ancora diffuse di questo cicalamento fu non ultima causa della decisione, da lui presa l'anno dopo, di lasciare la patria per più libera terra. Eccolo nel ' 51 a Londra, ove fu addetto alla direzione del Teatro italiano, e si diede a insegnare la nostra lingua e a studiare inglese, francese, spagnolo, lingue di cui s'impadroni in modo da riuscire a scrivere in esse come nella propria. Divenne amico di Samuele Johnson; e nell'arte del rapido scintillante aggressivo conversare ben presto gareggio col maestro. Pubblico in inglese opere didattiche e polemiche su la lingua e letteratura italiana, delle quali la più celebre è un ancora oggi apprezzato dizionario inglese-italiano (1760). Pubblicato questo, accompagnò un giovane "matto inglese» in un viaggio per il Portogallo, la Spagna, la Francia ; e tornò finalmente in Italia.
A Milano si mise a scrivere una relazione del suo viaggio in forma di Lettere familiari a' suoi tre fratelli:

ida La frusta letteraria di G. Barctti, I. Milano 1931)
Baretti, Giuseppe - Ritratto inciso da P. Caronni.
ma, uscitone il I tomo nel ' 62 , la pubblicazione fu sospesa per certe rimostranze del ministro del Portogallo. L'anno seguente, il B. riuscì a pubblicare a Venezia, in mezzo a molte contrarietà, il II tomo, con il quale l'opera rimase interrotta. Tutte le numerosissime lettere odeporiche del Settecento son superate da quelle del B. non tanto per la novità dei fatti e l'acutezza dei giudizi quanto per la bellezza e vivacità della prosa. A Venezia, che era il centro più attivo del giornalismo italiano, il B. iniziò, nascondendosi sotto lo pseudonimo ben significativo di Aristocco Scannabue, il I ott. 1763, un periodico, tutto scritto da lui, di critica battagliera, La Frusta letteraria, che continuò a pubblicare agni quindici giorni, sino al 15 sett. 1764. Propostosi di trasformare in mensile il suo periodico, ne pubblicò il 25^{°} numero il 15 genn. 1765 : dopo il quale il Governo veneto, per disfarsi del turbolento giornalista, soppresse la Frusta. Allora il B., ritiratosi a Monte Cardeto presso Ancona, protetto dal card. Acciajuoli, continuò il suo periodico, datandolo da Trento, per altri otto numeri ( 1 apr. - 15 luglio 1765), quasi tutti riempiti da otto violenti e rutilanti Discorsi contro il p. Appiano Buonafede, che, per vendicarsi di una innocua critica che Aristarco aveva fatta del suo Saggio di commedie filosofiche, lo aveva assalito con il Bue pedagogo. E questa la più famosa e scandalosa polemica del sec. xviri. (Ne La Frusta è da segnalare il saggio del B. sui libri ascetici in Italia [ed. Laterza, I, Bari 1923, pp. 78-83], in cui si consiglia in tale materia stile terso ed elegante e adesione alla storia, contro l'abuso di pie narrazioni, intessute di dubbi o falsi miracoli). Lasciò il suo "nascondiglio», e, sempre vigilato dagl'inquisitori della Repubblica veneta, andò a Bologna, a Firenze, a Livorno, a Genova, donde tornò nel '66 a Londra, portando in cuore la patria amata. E quando Samuele Sharp venne fuori con certe sue lettere di viaggio (1766) calunnianti l'Italia, il B. gli fu addosso con un libro in inglese, in cui difese i costumi e la cultura italiana di quegli anni (An account of the manners and customs of Italy, Londra 1768). Questo libro gli diè tanta fama, che in quello stesso anno fu eletto segretario dell'Accademia di belle arti per la corrispondenza straniera. Viaggiò con la famiglia di una sua alunna per la Francia
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e le Fiandre; e poi da solo, nuovamente, visitò la Spagna, dando compimento alle Lettere o' fratelli in lingua inglese (A journey from London to Genoa, through England, Portugal, Spain and France, Londra 1770). Il B. è giudicato per questo libro il più originale e geniale descrittore italiano della Spagna e rivelatore dell'anima e della poesia spagnola. Tornò in Italia nel '70; ma, fallitogli il tentativo di restarvi definitivamente, si restituì l'anno dopo a Londra, e non si allontanò più dall'Inghilterra. Seguitò sempre a lavorare e a stampare con lena instancabile: si cita il suo capolavoro critico, il Discours sur Shakespeare et sur Monsieur de Voltaire(Londra 1777), discorso d'importanza europea, nel quale esalta, in polemica col Voltaire, l'eccellenza del più grande poeta moderno; e la Scelta di lettere familiari (Londra 1779), per uso degli inglesi studiosi dell' italiano, tutte scritte da lui con nomi diversi (non trovando - ma esagerava! - lettere tollerabili d'altri) ad eccezione della prima, che è del Caro.
L' uomo, con tutti i suoi difetti, riesce assai simpatico. Schietto leale sincero, forte nelle traversie, altero nella povertà, generoso nell'agiatezza, burbero talora, ma burbero di buon cuore; esercitò onoratamente la professione del

Barga - Facciate del Duomo (fianco d'una chiesa del sec. xi). Le altre parti sono dei secc. xili e xiv.
A. Devalle, La critica letteraria nel Settecento.: G. B., Milano 1932; G. J. Loprione, G. B. nella sua "Frusta", Pisa 1940; L. Piccioni, Bibliografia analitica di G. B., Torino 1942, e molti altri scritti di questo infaticabile baretriera: M. Fubini, Dal Muratori al Baretti, Bari 1946.
Giulio Natali
BARGA. - In prov. di Lucca, resa nota dal Pascoli che vi è sepolto. Il monumento principale è il Duomo, romantico, costruito in più fasi, tra i secc. xii-xiv, (una porta a ponente reca la data del 1371), ed in seguito restaurato e completato nel sec. xvir; la facciata, insolitamente rettilinea, è la trasformazione del fianco di una chiesuola ad una nave (forse del sec. xi); è decorata sobriamente da archetti pensili retti da lesene, quali poi si estesero in Versiglia ed in Garfagnana; ha porte di gusto pisano abbellite da sculture lombardeggianti. L'interno, a tre navate, conserva il pregevolissimo pulpito, opera attribuita, come i platei, a un seguace di Guido Begarelli da Como (metà del sec. xili).
Altre opere notevoli: un rilievo attribuibile a Biduino (fine sec. xit), una gigantesca statua lignea, di s. Cristoforo, del sec. xili, un ciborio e una Sacra Famiglia di scuola
letterato, senza curvar la schiena a prìncipi e a mecenati; e in quella età in cui ignobili avventurieri disonoravano l'Italia, tenne alto in Inghilterra il nome della patria.
Delle due lodi che si sogliono dare al B., di banditore d'idee innovatrici e di scrittore che giovò tra i primi al rinnovamento della nostra prosa, la prima è assai discutibile, innegabile è la seconda. Più che critico, fu un formidabile polemista, un terribile sgomimatore dei "paladini del calamaio", un giustiziere inesorabile de' "versiscioltaj ", de' "raccoltaj ", degli eruditi senza spina dorsale, degli arcadi impotenti. Ma, descrittore di viaggi, versatile conoscitore di culture straniere, difensore d'Italia, polemista degno d'accapigliarsi col Voltaire, ingegno fatto d'arguto bonsenso, egli ha il primato fra i nostri prosatori e poligrafi del Settecento.
Bibl.: Opere di G. B., 7 voll., Milano 1813-20; Scritti scelti ined. o rari (a cura di P. Custodi), 2 voll., Milano 1822-23; Discours sur Shakespeare et sur M. de Voltaire, a cura di F. Biondolillo, Lanciano 1911. L. Piccioni cura una nuova edizione delle Opere per la collezione laterziana degli Scrittori d'Italia, - Biografia e critica: P. Custodi, Memorie d. vita di G. B., nel vol. I dei cit. Scritti scelti; L. Morandi, Voltaire contro Shakespeare, Baretti contro Voltaire, Città di Castello 1884; E. Masi, La "Frusta letteraria" e il "Rue pedagogo", in Parrucche e sanciulatii del sec. XVIII, Milano 1886; L. Piccioni, Studi e ricerche intorno a G. B., Livorno 1899; L. Collison Murray, G. B., Londra 1909; L. Piccioni. G. B. prima d. "Frusta Letteraria", nel suppl. 13-14 del Giornale storico d. letter. italiana, 1912;
robbiana, numerose oreficerie custodite nella sacrestia.
Altre terracotte robbiane si trovano nelle chiese di S. Francesco e del Conservatorio, notevole anche per una vetrata dipinta del sec. xvI.
Bibl.: P. Magni, Il territorio di B., Albenga 1881; P. Groppi, Guida del Duomo di B., Barga 1906; A. Della Pace, Il Duomo di B., Pisa 1916; P. Tuscco, Storia dell'arte italiana. I: Il Medioevo, Torino 1927, pp. 559-584, 812, 815, 900, 904; M. Salmi, L'architettura romanzia in Toscana, Milano 1928, pp. 15, 44, 60,61 (con bibl.): G. Settala, Il Duomo di B., in Illustrazione toscana, 14 (1937), pp. 23-25.
Fabia Borroni
BARGELLINI, Giulio. - Pittore, n. a Firenze il 14 febbr. 1875, m. a Roma nel 1936. Anche in tempi di dilagante verismo, tenne fede ad una pittura volutamente arcaistica, arditamente decorativa in virtù di preziosi accostamenti cromatici, riferibile alla corrente preraffaellita. Da ricordare le sue lunette per la Mole Sacconiana e gli affreschi per la Banca d'Italia e per l'aula del consiglio nel Ministero della giustizia in Roma, in cui è rievocato l'evento della Conciliazione. Le sue maggiori opere d'arte sacra sono: la Crocefissione di Calenzano (Firenze) e le cappella di S.Giovanni Gualberto a S. Praseede (Roma). La decorazione musiva della parete d'ingresso nella risorta cattedrale di Messina è stata distrutta dalla guerra.
Bibl.: G. Bistolfi, Il poeta dell'ombra dorata, s. a. e l.; R. Angeletti - E. Natali, Gli artisti a Roma, Sulmona 1909, p. 43;
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G. Bargellini, Gli affreschi nella sala del Consiglio della Banca d'Italia (relazione), Roma 1924; P. Vittoria, La conciliazione negli affreschi di G. B., in Illustrazione Romana, I (1939), pp. 14-17. Corrado Mezzana
BARHADBÉSABBÄ. - Storico e nestoriano, n. a Bet Asbaje (Persia); fualurno della scuola di Nisibi sotto la direzione di Hénánā, nella seconda metà del sec. vi.
Il catalogo di Ebediesa (G. S. Assemani, Bibl. Orient., III, Roma 1723, p. 169) attribuisce a B. libri, di cui soltanto una storia della Chiesa in 32 capitoli è ancora conservata. F. Nau (PO 9, 493 sg.) ne pubblicò gli ultimi 14 capitoli. A. Shor (sp. cit. 4, 320 sg.) pubblica di B. il Trastato sulla fondazione delle scuole. Nel 605 un certo B. vescovo di Halwān sottoscrisse il Sinodo di Gregorio I (J. B. Chabot, Synodicon orient., Parigi 1902, p. 379). Siccome vi sono contraddizioni tra le due opere, Baumstark (Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 136) ritiene che l'autore della prima è differente da B. vescovo di Halwān e autore della seconda.
Pietro Sfair
BARI, ARCIDIOCESI di. - In Puglia, nella omonima provincia di B., conta ca. 464.000 ab., 53 parrocchie, sacerdoti secolari 245 e 120 regolari, 2 seminari (minore e regionale). Alla sede di B., che ha per diocesi suffragance Ruvo-Bitonto e Conversano, è unito il titolo dell'antico vescovato di Canosa (v.). L'arcivescovo ha titolo di primate della Puglia. Particolare importanza ha il capitolo della cattedrale, i cui canonici hanno il privilegio delle insegne pontificali. Clero proprio, retto da un gran priore, ch'è la prima

Bant - Facciata della chiesa di S. Gregorio (secc. XI-XII).
autorità religiosa della diocesi dopo l'arcivescovo, ha la basilica palatina di S. Nicola, esente dalla giurisdizione arcivescovile. Patroni: s. Nicola vescovo di Mira e s. Sabino vescovo di Canosa; festa (della trzsalazione delle ossa di s. Nicola), il 9 maggio.
B. è sorta in prossimità della necropoli di Caeliae (oggi Ceglie del Campo), che raggiunse il suo massimo fiore nel v sec. a. C., e fu soppiantata da B., che divenne uno dei luoghi più ricchi della Magna Grecia, in cui l'elemento italicto, degli Japygi (da cui il nome di Japygia alla regione tra il Capo Salentino e la Daunia, il territorio presso a poco cioè delle odierne province di Bari, Brindisi, Lecce e Taranto), e l'elemento greco si fusero. Città autonomá, sul modello delle altre colonie greche della Magna Grecia, divenne, dopo la conquista romana della Puglia (317 a. C.), un municipio di qualche importanza: forse nell'età augustea, quando Orasio, nel suo viaggio a Brindisi, ne parla come di una città fortificata.
Dopo la rovina dell'impero d'Occidente, i Goti vi si insediano. Più tardi, sul finire del vi sec., il predominio dei Longobardi, sotto Autarico, si estende a tutta la Puglia. Saccheggiata da Costante II intorno alla metà del vir sec., B. entra nell'orbita dell'impero d'Oriente ma per poco tempo, perché, alla morte di Costante II, la città passa sotto il ducato longobardo di Benevento. Sotto Leone l'Isaurico, l'impero d'Oriente si afferma nuovamente sulle coste apule, ma quella soggezione è mal sopportata e B. la scuote dandosi un capo indipendente, nella persona del duca Teodoro. La storia posteriore della città oscilla tra l'alto dominio bizantino e l'obbedienza ai principi beneventani tanto più vicini. Dall'84 1 all'870 si ha una parentesi saracena finché Ludovico II imperatore riesce a liberare la città, dopo lungo assedio. Ma il ritorno di B. alla cristianità torna a vantaggio, nuovamente, di Bisanzio. Da allora, benché contesa fra Saraceni, Longobardi e Tedeschi, B. soggiace al governo bizantino e per ca. due secoli è la roccaforte del mezzogiorno e la sede del catapano d'Italia. Dopo alcuni tentativi di autonomia non riusciti intervengono i Normanni che sanno sfruttare i dissensi locali e in particolare l'estilità contro i Bizantini. Nel 1071 B. cade in possesso di Roberto il Guiscardo che rende ereditario nel suo casato il ducato di Puglia. In età normanna, B. vede la traslazione delle reliquie di s. Nicola, che un gruppo di mercanti baresi trasferisce solennemente dalla tomba del Santo a Mira di Licia. Il 9 maggio 1087, secondo la tradizione, le reliquie furono deposte nel palazzo del catapano ceduto dal suo nuovo possessore, l'arcivescovo Urso II. Un'altra versione ritarda al rog8 tale traslazione e ne dà il merito ai Veneziani. Sul luogo ove le reliquie vennero deposte sorse rapidamente la celebre basilica, dedicata a s. Nicola. L'evento consacrò quel che il dominio normanno rendeva possibile: il ritorno della Chiesa barese alla diretta dipendenza da Roma, da cui era stata staccata durante il governo bizantino.
Sebbene la tradizione locale attribuisca a s. Pietro l'evangelizzazione di B. e la nomina del suo primo vescovo, Mauro, la storia non conosce altro vescovo del luogo prima di Concordino, presente al Concilio romano del 465 . Dall'epoca longobarda sino alla metà del sec. x della sede di B. non si sa più nulla. I Bizantini, impadronitisi più tardi delle coste pugliesi, concessero per scopi politici il titolo di arcivescovo a quello di B. nel sec. x, titolo confermato nel 1025 da papa Giovanni XIX, ma non riconosciuto da Leone IX. Solo Alessandro II nel ro69 confermava i privilegi
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di B. come metropoli, dandole giurisdizione su Canosa, Giovinazzo, Molfetta, Trani, Ruvo, Canne, Minervino, Montemilone, Lavello, Cisterna, Vitalba, Conversano, Polignano e Cattaro, sull'opposta sponda dell'Adriatico.
Nel ro89 Urbano II, consegnando il pallio all'arcivescovo Elia, lo proclamò primate di Puglia. Abate dell'antico monastero di S. Benedetto, prima culla del sentimento religioso nella città, Elia ebbe incarico della custodia delle reliquie di s. Nicola e della costruzione del tempio dedicato al Santo, tempio del quale fu anche il primo rettore. Egli resse la Chiesa barese per tre lustri, fino al 1104. A B. era stato tenuto un concilio nel ro64, ne fu tenuto un secondo nel ro98 per volontà e alla presenza di Urbano II, che già anni prima, nella occasione del Concilio di Melfi e della consacrazione di Elia, era venuto a venerare le reliquie del Santo e a riconoscerne il culto. Ma il tentativo fatto allora di rinnovare l'unità religiosa fra Occidente ed Oriente non ebbe seguito. Posto già da tempo frequentato dai pellegrini di Terra Santa, B. divenne, sul finire dell'xi sec., una tappa importante delle imprese crociate. Pietro il Venerabile fu ospite di Elia nella preparazione della Crociata; il vescovo di Valenza vi muore nell'attesa dell'imbarco. Durante il periodo delle Crociate B. fu, con Brindisi, l'estrema tappa dell'Occidente prima del viaggio nel mar di Levante per principi normanni, francesi, provenzali. Il principato eretto da Boemondo ad Antiochia e il sempre più frequente stabilirsi di mercanti pugliesi e baresi nel Levante mediterraneo, infittendo i rapporti marittimi, segnano, per alcuni secoli, una sempre più larga partecipazione della città alla rinnovata unità latina dal mare ch'era stato di Roma; dai secoli più lontani del medioevo, B. ha mantenuto la sua funzione essenziale di porta d'Oriente.
Il dominio normanno, consolidatosi per opera di Ruggero II in tutta la penisola meridionale, fece di B. uno dei suoi centri maggiori. Negli anni intorno al 1130 l'arcivescovo Angelo si fece, in armonia alla politica normanna, sostenitore di Anacleto II contro Innocenzo II. Successivamente la città, divenuta centro di un tentativo autonomistico per opera del principe Grimoaldo Alferanite, e contesa tra Ruggero II, Lotario III e l'eletto duca di Puglia Rainullo d'Alife, è nel 1156 barbaramente distrutta dal re Guglielmo I. Passò attraverso la serie delle dominazioni del mezzogiorno: dai Normanni agli Svevi, che la predilezero, specie sotto Federico II, anche per la vicinanza della colonia militare saracena di Lucera e della rocca di Castel del Monte; dagli Svevi agli Angioini, fra i cui due rami la città fu disputata; dagli Angioini agli Aragonesi, che la diedero in feudo, prima, ai Del Belzo-Oraini, poi agli Sforza di Milano; dagli Aragonesi agli Spagnoli, agli Arburgo e ai Borboni. Secoli di decadenza, quelli successivi all'età aragonesa: al principio dell'Ottocento la citta era ridotta a poco più dell'antico borgo, e dai 50.000 ab. del
tempo felice a 18.860 . Contenuta anche durante gli anni della Rivoluzione Francese e dell'epopea napoleonica, durante l'occupazione delle truppe del Direttorio nel 1798, la prima breve restaurazione ed il regno di Giuseppe Bonaparte, Gioacchino Murat, pose nel 1813 la prima pietra della città nuova, al margine del Borgo vecchio, segnando per Bari l'avvento di nuovi tempi.
Entrata nel nuovo Stato italiano, all'indomani della spedizione dei Mille, riceveva in questi ultimi anni un impulso decisivo che ne faceva il maggior centro, dopo Napoli, commerciale e marittimo della penisola meridionale.
Nei secoli più vicini, la storia ecclesiastica della diocesi presenta solo alcuni momenti di particolare interesse : un suo arcivescovo, che tuttavia non era mai entrato in sede, Bartolomeo Prignano, fu eletto papa (Urbano VI); sorto sotto di lui il grande scisma d'Occidente, anche la Chiesa barese fu scissa fra clero urbanista e clementino. Altre insizni figure di arcivescovi si susseguirono lungo i secc. xv-xvi: al tempo di Leone X, Gian Giacomo Castiglioni; avanti e dopo, i cardd. Latino Orsini, Stefano Gabriele Marini, che fu poi patriarca della Indie, Girolamo Grimaldi; l'antico nuncio alla corte di Torino Giulio Cesare Riccardi; ilcard. Bonvisi; Ascanio Gesualdi, già nunzio nel Belgio e in Germania e poi patriarca di Costantinopoli; Nunzio Gaeta, che passò quindi al seggio patriarcale di Gerusalemme. Accresciuta già in antico del territorio di Canosa, nella diocesi di B.
vennero conglobate poi quelle di Acquaviva e, nella revisione della costituzione ecclesiastica del regno operata nel 1818, di Bitetto. Di B. sono alcuni nomi illustri per santità, come il b. Giacomo da B., frate minore; per dignità, come i cardd. Giacomo da Turri e Francesco de Caria, del Trecento, e gli arcivescovi Paolo il Teutonico di Manfredonia (xvi sec.) e Francesco Nicolai (xviII sec.); per iniziative politiche, come i capi dell'autonomismo barese Argiro longobardo, Agirizzo greco, Melo apulo; cronisti e storici, come l'arcidiacono Giovanni, autore della Translatio s. Nicolai e d'altre scritture (xi sec.); Lupo Protospata e l'autore anonimo degli Aennles Baresses e forse anche Guglielmo Pugliese, il cantore di Roberto il Guiscardo; il secentesco storico della città, il p. Antonio Beatillo, gesuita, e il descrittore settecentesco del culto di s. Nicola, Nicola Putignani, canonico della cattedrale; e fra i moderni studiosi che attesero alla pubblicazione del Codice diplomatico barese, occorre ricordare almeno Francesco Carabellese e mons. Francesco Nitti.
A poca distanza dalla citta, mèta di un pellegrinaggio l'ultima domenica di ag., è il santuario del Pasco di Capurso, dedicato alla Vergine. In città sono le case dei Domenicani, già convento di S. Francesco di Paola, che occuparono dopo il loro ritorno nel 1820 ; dei Minori cappuccini, dei Gesuiti, nella casa annessa alla chiesa del Gesù, dei Salesiani, delle Benedettine di s. Scolastica, più volte emigrate di edificio in edificio. A Palo del Colle è il solo monastero delle Olivetane che resti in Italia.
Bull.: Numerose rlferenze in L. Volpicella, Biblioteca storica della provincia della terra di B., Napoli 1887, pp. 130-221. In particolare si citano: A. Beatilio, Historia, vita, miracoli, traslazione e gloria di s. Niccolò arcivescovo di Mlva, patrono della vitta di B., Napoli 1820; id., Historia di B., principale vitta della Puglia nel regno di Napoli, ivi 1637; Ughelli, VII, pp. 500619; N. Putignani, Vindicine vitae et gestorum sancti thalamarurgi Nicolai, archivs. Myren., Bari 1723; N. Garruba, Serie
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critica de' sacri pastori baresi, ivi 1844; G. Petroni, Della storia di B. sino al 1836, Napoli 1857-58; id., Della storia di B., 1860-93, con note e agq. di V. Roppo, Bari 1912; Cappelletti, XXI, p. 524 ; P. Gams, Series Episcoporun ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873, p. 896; Eubel, I, p. 111; II, p. 112 ; III, p. 143; G. C. Berarducci e V. Bisceglia, Cronache dei fatti del 1799, Bari 1900; F. Carabellese, La Puglia nel sec. XV, a voll., ivi 1900 ; id., L'Apulia e il suo comune nell'ulte modiava, Trant 1905; id., Il comune pugliese durante la monarchia normannoscessa, ivi 1919; T. Massa, Le consuetudini della città di B., ivi 1904; J. Gay, L'Italie méridionale et l'empire byzantin, Parigi 1904; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, a voll., Parigi 1907; S. Lasorsa, La vita di B. durante il sec. XIX, Bari 1919-17; A. Jatto, La Puglia preistorica, Trant 1916; A. Lucarelli, La Puglia nel Rivorgimento, a voll., Bari 1922-23; Lanzoni, p. 301; G. Praga, La traslazione di s. Niccolò e i primordi delle guerre normanne in Adriatico, in Arch. stor. per la Dalmazia, 10 (1935) sg.; F. Nitti di Vito, La leggenda della traslazione di s. Niccolò da Mira a B., in Yapryia, 8 (1937); id., La ripresa gregoriana di B. (ro87-1103) e i riflessi nel mondo contemporaneo politico e religioso, Bari 1942.
Pier Fausto Palumbo
Arte. - Entro il perimetro delle sue antiche mura la «città vecchia» elevata sul promontorio che si spinge in mare fra i due porti custodisce i monumenti piú significativi di B.: il Duomo, S. Nicola, la chiesa di S. Gregorio e il Castello. Il Duomo fu fondato dall'arcivescovo Bisanzio, si cominciò a costruire nel 1034 e in una trentina d'anni fu portato a compimento, ma le distruzioni subite dalla città ai tempi di Guglielmo I il Normanno (1156) ne consigliarono una generale ricostruzione che avvenne fra il 1170 e il 1178. La nuova cattedrale sorse con la sua chiara pianta a croce egiziana e i due campanili absidali dei quali, quello di destra, crollo per un terremoto durante il sec. xvir. Molti restauri hanno contaminato il bell'edificio, tuttavia i lavori iniziati nel 1920 hanno restituito alla Chiesa alcuni dei suoi antichi valori sia all'esterno come all'interno.
All'esterno è notevole, oltre l'alta facciata, la finestra absidale ricca di sculture e le testate del transetto, specie quella di destra con una ornatissima rosa. La cupola che sorge all'incrocio del transetto con la navata centrale, ha una bassa calotta che emerge appena dal tamburo ottagono decorato con rilievi di schietto carattere arabo. All'interno le tre navate sono divise da sedici colonne monolitiche. Qui è caratteristica la distribuzione degli spazi, infatti le navate vanno restringendosi verso l'abside in modo da dare un senso di maggiore profondità alla costruzione. Il piano della nave trasversa e il presbiterio sono sopraelevati di sette gradini ed anche per ciò questa parte dell'edificio assume un carattere di maggiore grandiosità. L'abside centrale conserva resti di affreschi del sec. xir, mentre nel transetto vi sono quadri del Tintoretto, di Paolo Veronese e di Paris Bordone. Contigua alla cattedrale è la «trulla», edificio secentesco cilindrico all'esterno e dodecagonale all'interno; in origine era un battistero, oggi è sacrestia, di qua si scende nella cripta della cattedrale del sec. xir. Negli archivi del duomo di B. si conservano antiche pergamene, particolarmente celebre un Ecultet, opera di calligrafi beneventani dell'xi sec., ornato di miniature di gusto bizantino, ma certo di artisti italiani.
La basilica di S. Nicola iniziata nel 1087 sotto la direzione del benedettino Elia è senza dubbio il più importante fra i monumenti romanici della Puglia. La sua cripta fu consacrata da papa Urbano II il 1^{°} ott. 1089. L'edificio fu compiuto nel 1108 , ma venne consacrato molto più tardi nel 1197 dal vescovo d'Hildesheim per mandato di Celestino III, si dice alla presenza dell'imperatore Enrico VI. La bella facciata conserva il carattere originario e rispecchia nei suoi spartimenti le forme dell'interno specie per quelle due lesene che tutta la percorrono segnando i limiti della navata maggiore ed accentuando il senso ascensionale delle sue linee. Due grandi torri, solo in parte costruite, fiancheggiano, un poco in aggetto, la fronte

BabI - Castello di Federico II (ricostruito nel 1233).
della chiesa. Questa all'interno è divisa in tre navate e, come le chiese di Lombardia, ha alti matronei, mentre i primi tre valichi delle arcate sono stati nel sec. xv rafforzati con arconi i quali contribuiscono a dare strani effetti di pittoresco architettonico all'interno di questo edificio coperto da un ricco soffitto ligneo di età barocca. Il ciborio dell'altare maggiore è un'opera del sec. xir adorna anche di uno smalto limosino ove è rappresentato s. Nicola che incotona re Ruggero. Famosissime anche la cattedra episcopale e la cripta vastissima. Presso la sacrestia, nel tesoro, sono raccolti alcuni reliquiari di grande valore, mentre nell'archivio si conservano diplomi antichi, alcuni del sec. xir, bolle e pergamene.
La chiesa di S. Gregorio ha la facciata romanica che risale alla fine dell'xi o al principio del xir sec. adorna di tre bei portali. Il castello è uno dei più belli della Puglia. Ha un nucleo mediano eretto da Federico II fra il 1233 e il 1240 su alcuni avanzi di una precedente costruzione normanna, probabilmente fondata là dove sorgeva l'antica scropoli della città greca, e quindi una parte cinquecentesca. Nella città nuova è notevole la chiesa di S. Ferdinando con la facciata neoclassica di Fausto Niccolini. Nel museo provinciale vi è un'interessante raccolta archeologica e negli ultimi anni si è venuta sviluppando una pinacoteca che accoglie opere di notevole importanza. - Vedi Tav. LVI.
Bitti.: E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904, passim; M. Salmi, Il Duomo di B. e la sua antica suppellettile, in Rassegna d'Arte, 2 (1918), pp. 123-40; A. Haseloff, Die Rauten der Habentaufeu in Unteritalien, Lipsia 1920, passim; P. Torsca, Storia dell'arte, Torino 1927, passim; E. Lavagnino, Storia dell'arte medievale, ivi 1936, passim. Emilio Lavagnino
BAR IESU (Bapıy̧oũs : «figlio di Gesù»). - Giu deo dedito alla magia, "pseudoprofera" soprannominato Elymas ('Ebópsas'), termine d'origine araba ('altm "sapiente», plur. 'ulamā'). Viveva a Pafo presso Sergio Paolo, proconsole di Cipro, ove l'incontrarono
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Paolo e Barnaba. Il proconsole cra incline ad accogliere il messaggio evangelico, ma B. lo dissuadeva, e con intrighi e imposture "resisteva" agli Apostoli. Paolo, fissandolo, lo fulminò: "Uomo ripieno di frode e d'inganno, figlio del diavolo"; e gli inflisse, in castigo, la cecità: "Per un certo tempo resterai cieco", il che avvenne all'istante. Questo miracolo converti il proconsole (Act. 13, 6-12). Il Crisostomo (Hom. in Act., 28, 2: PG 60, 211) osserva che questo castigo era temporaneo, per indurre B. alla fede; Origene afferma (in Ecod.: PG 12, 276) che il mago credette infarti in Cristo.
F. C. Bauer e E. Zeller negarono la storicità di questa narrazione, considerandola un doppione dell'alterco di Pietro con Simon Mago (Act. 8, 18-24); ma fra i due passi l'unico punto comune è la presenza di un mago.
B. apparteneva a quella categoria, che cominciava a svilupparsi, di avventurieri giudei cultori e propagatori d'un occultismo teosofico. Mé7os ha perduto il senso persiano primitivo e significa "stregone". Il patronimico "figlio di Gesù " non sorprende, perché "Gesù " era nome allora assai frequente : oltre dieci personaggi di quel tempo lo portano negli scritti di Flavio Giuseppe. Ma s. Efrem e la Pêlittâ hanno Baryatomâ.
Da Act. 13, 8, parrebbe che 'Etiq̇a α s sia l'equivalente ( μ ε \vartheta ε \varrho μ η ν ε \dot{α} τ α ) del nome del mago. Th. Zahn identifica pertanto il senso dei due nomi e col cod. D e altri testimoni "occidentali" legge 'E τ τ ω μ α ξ (col senso di ε τ τ ω α ς "pronto") e Bapıop α \dot{α} α ν (che deriva dall'ebr. dñazoth, forma pr'el di lthooth "rese pronto"), sicché il mago avrebbe avuto doppio nome, greco e aramaico, di senso equivalente (come Thomas-Didymos).
Se si ammette la lezione "occidentale" 'E τ τ ω μ α ξ (o 'E τ τ ω μ α ς; Lucifero e tardivi codici dell'Antica Latina: "Paratur"), è plausibile l'identificazione di B. col mago di Cipro che Flavio Giuseppe chiama "A τ τ ω α ς (Antiq. Ind., XX, 7, 2; in vari codd. Simon), il quale fu intermediario tra il procuratore romano Felice e Drusilla, separando questa da suo marito Aziz re di Emesa.
Presso i latini comparve la forma Barieu ("maleficus", s. Girolamo), penetrata in 4 codici