volume-02

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 tardivi codici dell'Antica Latina: "Paratur"), è plausibile l'identificazione di B. col mago di Cipro che Flavio Giuseppe chiama "A τ τ ω α ς (Antiq. Ind., XX, 7, 2; in vari codd. Simon), il quale fu intermediario tra il procuratore romano Felice e Drusilla, separando questa da suo marito Aziz re di Emesa.

Presso i latini comparve la forma Barieu ("maleficus", s. Girolamo), penetrata in 4 codici dell'Antica Latina e in 5 della Volgata; s. Beda la propugna, per rispetto al sacro nome di Gesù. Strana è la congettura di F. C. Burkitt, che 'Etiq̇a α s sia corruzione di 6 I α μ \dot{α} ς "la peste".

Bibl.: F. C. Burkitt, The interpretation of Bar-Stat, in Journal of Theol. Studies, 4 (1902-1903), pp. 127-29; Th. Zahn, Die Apostolgeschichte, II, 3^{°} ed., Lipsia 1927, pp. 412-20; A. D. Nock, Paul and the Magus, in The beginnings of Christianity di F. J. F. Jackson e K. Lake, V, Londra 1933, pp. 164-88 J. Bidez e F. Camont, Les Mages hellénisés, I, Parigi 1938, p. 144 sg. (il nome μ \dot{η} γ ω ς ), e II, p. 14 (vari magi oriundi di Cipro); L. Cerfaux, Le "supernomen" dans le livre des Actes, in Ephemerides Theologisine Laeonientes, 15 (1938), pp. 174-80), 78-80.

Antonino Romeo
BARIGIONI, Filippo. - Architetto e scultore, n. a Roma nel 1690, m. ivi nel 1753. A Roma svolse la maggior parte della sua attività : la sua principale opera di scultura è il monumento di Maria Clementina Sobieski in S. Pietro in Vaticano (1735), eseguito in collaborazione con P. Bracci. Fu architetto della sornuosa cappella di S. Francesco di Paola in S. Andrea delle Fratte ed esegui diversi restauri, tra cui quello di S. Gregorio della Divina Pietà (1729). Fu a Urbino, dove restaurò la chiesa di S. Domenico (1732).

Bibl.: F. Titi, Descrizione delle pitture sculture e architetture esposte al pubblico in Roma, Roma 1763, pp. 19, 70, 270, 343; H. V., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 497 (con bibl.).

Elsa Gerlini
BARILI, Antonio di Neri. - Architetto e intagliatore, n. nel 1453, m. nel 1517 a Siena. Più che in opere di architettura eccelse nell'intaglio e nell'intarsio, tramandando l'eredità artistica degli antichi maestri senesi ai suoi allievi, che la mantennero per buona parte del sec. xvi. Le sue opere principali sono
nel duomo di Siena: il coro della cappella di S. Giovanni (1483-1502) di cui rimangono solo dei frammenti; i celebri banchi della libreria Piccolomini, gli stalli del coro, l'organo della sacrestia e la cantoria a destra dell'abside. Pure in Siena sono un cofano intagliato nel Palazzo della Signoria e nove pilastri, eseguiti nel 1511, nella galleria dell'Accademia. Nel Museo di Vienna è una formula con autoritratto intagliato, del 1502.

Il nipote Giovanni, n. nella seconda metà del sec. xv, fu suo allievo e collaboratore. Lavorò molto a Roma soprattutto alle Stanze vaticane, dove, per incarico di Raffaello, eseguì porte e finestre.

Bibl.: Anon., s. v. in Thieme-Becker, II, pp. 497-99; A. Venturi, Storia dell'Arte Ital., VIII, i, Milano 1923, pp. 903906.

BARILLI, Giuseppe. - Poligrafo, soldato, insegnante, n. a Budrio il 20 apr. 1812, m. a Bologna il 18 dic. 1894. Nel 1848, professore d'idraulica e meccanica all'Università di Bologna, combatté nello stesso anno e nel 1849 a Roma, ove fu segretario dell'assemblea della Costituente romana e redasse il decreto di proclamazione della Repubblica. Esule a Londra, tornò nel 1859 all'insegnamento e combatté nel 1866 e 1867 .

Con lo pseudonimo di Quirico Filopanti scrisse opere di divulgazione scientifica, filosofica, storica, ispirate al panteismo mazziniano e all'anticlericalismo più banale, con la scomposta erudizione del suo spirito irrequieto. Tra di esse, Dio liberale, Dio esiste, Bibbia sociale; l'Universo, lezioni popolari di filosofia enciclopedica (quest'ultimo, pubblicato anch'esso sotto lo pseudonimo di Quirico Filopanti, è all'Indice, decr. 12 marzo 1875).

Eglibemo Martire
BARING, Maurice. - Scrittore inglese, n. a Londra il 27 apr. 1874, da famiglia aristocratica, m. il 14 dic. 1945. Fu educato a Eton, dove conobbe Arthur Benson, che lo iniziò allo studio della letteratura russa. Si diede alla carriera diplomatica, che abbandonò nel 1903. Allo scoppiare della guerra russo-giapponese, fu inviato come corrispondente del Morning Post a Mosca, e vi rimase fino al 1907. Successivamente si dedicò tutto alla letteratura. Nel 1909 si convertì al cattolicesimo : «la sola azione di tutta la mia vita che son sicuro di non aver mai rimpianto ", come egli scrisse in proposito.

E, con Belloc e Chesterton, tra i più insigni scrittori cattolici inglesi. Scrive in una lingua controllatissima e raffinata, ed è uno squisito psicologo. Ha scritto saggi sulla storia e sulla letteratura della Russia, poesia, teatro, e alcuni romanzi a fondo storico-simbolico e di carattere psicologico-religioso, che son forse le migliori tra le sue opere. I più noti sono: Cat's Cradle, Daphne Adeane (1926) e Robert Peckham (1936), storia, quest'ultimo, di un profugo inglese, il quale, abbandonato il suo paese in seguito allo scisma, per non tradire la sua fede muore a Roma, perché, come egli vuole sia scritto sul suo epitaffio, "non poteva vivere lontano dalla patria». Due dei suoi romanzi, The Coat without a Seam (La tunica senza cucitura) e Daphne Adeane sono stati tradotti in italiano.

Bibl.: R. Las Vergnas, Chesterton, Belloc, B., Londra 1938, pp. 88-133.

Augusto Guidi
BAR IONA (Bapıovā̄). - Cognome patronimico dell'apostolo Simone soprannominato Pietro (Mt. 16, 17); è forma aramaica (bar Jönä) da tradursi «figlio di Giona", essendo jönd (ebr. jöndh) "colomba" (o contrazione di Jonathan o Jonadab?) nome del noto profeta (Ion. 1, 1; II Reg. 4, 25).
S. Girolamo (L. III in Mt. : PL 26, 121) vede implicito in "Filius columbae" l'influsso dello Spirito Santo, ma menziona l'opinione di quelli che asserivano «scriptorum vitio depravatum, ut pro Bar Ioanna h. e. filius Ioannis

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Bar Iona scriptum sit una detracta sillaba». E il Cod. 1424 (sec. IX) dei Vangeli in una glossa marginale nota che 76 lou δ α i α \dot{v} v ha utè 'I α \dot{α} v v o u.

II IV Vangelo presenta in due passi B. I. tradotto in greco ( 1,42 ; 21,15-17 tre volte), ma la lezione critica è in certa. Il più antico codice (B) ha nei due passi [6 ullc] 'I α \dot{α} v v o u, cod anche il codice sinaitico in Io. 1, 42; ma la gran maggioranza dei codici greci ha sempre 'I ω ν \tilde{α}. La Volgata clementina ha filius Iona in Io. 1, 42, ma una diecina di codici antichi della Volgata hanno filius Yohanna (lezione = occidentale) "del cod. di Koride(hi); in Io. 21, 15-17 tutti i codici latini hanno Ioannis. Origene latino, citando il a Vangelo secondo gli Ebrei» ha fili Ionae (ed. E. Klostermann, X. Lipsia 1935, pp. 389-90) o fili Ioanne (PG 13, 1295). 'I α \dot{α} v v η ς per 'I ω ν \tilde{α} ς nel IV Vangelo è forse dovuto ad influsso di codici "occidentali»; molti pensavano che 'I ω ν \tilde{α} ς in questo caso derivasse da Yôbânán contratto.

I critici odierni, da H. von Soden (Griechisches N. T., Gottings 1913, pp. 184, 228 sg.) a A. Merk (Nanum Text. gr. et lat., 4ª ed., Roma 1942, pp. 309, 391) e J.-M. Bover (Novi Test. Biblia gr. et lat., Madrid 1942, pp. 274, 348) dànno per certa nel IV Vangelo la lezione 'I α \dot{α} v v o u invece di 'I ω ν \tilde{α}. Comunque, il IV Vangelo non intenderebbe con ciò affermare che Bar Jónā debba tradursi a figlio di Giovanni (Yôbânán)»: ciò è sostenuto da K. T. Keim, F. H. Chase, F. Zorell, A. Merk, E. Kalt, Th. Innitzer e altri, ma è negato da G. Dalman, M.-J. Lagrange, H. L. Strack-P. Billerbeck, D. Buzy, W. Bauer e altri. Se la forma 'I α \dot{α} v v o u del IV Vangelo fosse criticamente certa, dimostrerebbe non già che Jônāh era inteso come un derivato da Jôbânān, ma solo che B. I. veniva liberamente trasposto in un equivalente notissimo di cadenza greca, familiare alla massa etnico-cristiana dei lettori, come è adoperato il nome greco Xí μ ω ν quale rispondente all'ebraico Sim' imatĥ \boldsymbol{n}. F. H. Chase ammette come possibile un doppio nome (Yona-Yôbânān o Yonas-Yohannes) del padre di Simon Pietro. H. Hirschberg, arguendo da barjōné che nel Talmūd designerebbe dei giudeo-cristiani (barjōn sarebbe "sicario", da bōrj a forza v), vede in costoro gli Ebioniti, fedeli discepoli di Simon Pietro, che da questo si sarebbero denominati'abjōnē, trasformando B. I. in 'dbhî jônäh ("padre della colomba » ).

BibL.: K. Th. Keim, Geschichte Jesu von Nazara, II. Zurigo 1870, p. 213; F. H. Chase, Yohn. Father of Simon Peter, in J. Hastings, Dict. of the Bible, II, p. 676 sg. (cf. III, p. 756); G. Dalman, Grammatik der jüdisch-palästinischen Aramäisch, 2^{2} ed., Lipsia 1905, p. 179; F. Zorell, Novi Test. lexicon graecum, Parigi 1911, p. 269, e 2^{2} ed., ivi 1931, col. 627; E. Klostermann, Die Evangelien (Handbuch sum N. T. di H. Lietzmann, 2), Tubinga 1919, p. 272; A. Merk, in Comm. in Ev. sec. Matth. di J. Knabenbauer, 3^{2} ed., ivi 1922, p. 54, n. 1; H.-L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud u. Midrasch, I, Monaco 1922, p. 730; M.-J. Lagrange, Ev. selon s. Matthieu, Parigi 1922 ( 8^{2} ed. 1948), p. 323 ; id., Ev. selon s. Jean. ivi 1925 ( 7^{2} ed. 1947), p. 47 sg.; D. Buzy, Ev. selon s. Matthieu, in La S.le Bible di L. Pirot, IX, ivi 1934, p. 216; W. Bauer, GriechischDeutsches Wörterbuch zu den Schriften des N. T., Berlino 1937, col. 222; E. Kalt, Biblisches Reallexikon, I, 2^{2} ed., Paderborn 1938, col. 195; H. Hirschberg, Simon Bariona and the Ebonites (Mt. 16, 17), in Journal of Bibl. Literature, 61 (1942), pp. 171-91; R. Marcus, A note on Bariona, ibid., p. 281; Th. Innitzer, Kommentar zur Leidens- und Verklärungsgeschichte Jesu C., 4^{2} ed., Vienna 1948, p. 405.

Antonino Romeo
BARISANO da Trani. - Scultore e fonditore di bronzo del sec. xir. La porta del duomo di Trani (1175), l'altra del duomo di Ravello (1179) e quella laterale del duomo di Monreale sono opera sua.

In questi lavori B. dispone entro scomparti incorniciati con fasce adorne di motivi decorativi tratti dalla tradizione plastica pugliese, dai bronzi, dagli avori e dalle miniature orientali immagini o gruppi di figure che dal fondo liscio delle formelle si stagliano con vivo senso di valori plastici perseguiti con una solida e morbida maniera di modellare. I suoi temi iconografici appartengono quasi tutti alla tradizione orientale spesso interpretati con originale e schietta spontaneità. - Vedi Tav. LVII.

BibL.: A. Muñoz, s. v. in Thieme-Becker, II, pp. 500-501; C. Augellllis, Le porte di bronzo bizantine, Arezzo 1924, pp. 24-

25; P. Toesca, Storia dell'arte, I, Torino 1927, pp. 835, 1108, 1109.

Luigi Bernucci
BARISINI, Tommaso: v. Tommaso da modena.
BAR KÖKHÉBHÄ { }^{1}. - Capo dell'ultima rivolta dei Giudei sotto l'imperatore Adriano.

Il suo nome ci è pervenuto in forme diverse. Le fonti cristiane lo chiamano Bar Kôkibhâ' o "figlio della stella", alludendo alla qualità messianica (Num. 24, 17), riconoscitagli anche dal famoso Rabbí 'Aqibá' (v.). Nelle fonti giudiche è denominato Bar Kôzibhâ' forse dal nome paterno o dal luogo di origine, ma più tardi, in seguito al disastroso fallimento, si spiegò nel significato etimologico "Figlio della menzogna" (Kōzèbhā'). Il suo vero nome, noto dalle monete, era Simone.

Per mancanza di fonti poco sappiamo della lunga e terribile lotta diretta da B. K. contro i Romani, che dovette essere violenta quasi quanto quella del 70 , descrittaci minutamente da Flavio Giuseppe (v.). L'insurrezione sembra fosse provocata da nuove restrizioni riguardo ai Giudei, già oppressi sotto Traiano. Pare che Adriano abbia proibito il rito della circoncisione, considerata come "castratio" (Sparziano, De vita Hadrianí, 14); il forte malcontento fra i Giudei fu aumentato dal proposito di seguire a Gerusalemme un piano regolatore, naturalmente secondo la concezione ellenistica.

La rivolta, condotta piuttosto col metodo snervante della guerriglia, scoppio nel 132. B. K. s'impadroni di Gerusalemme; coniò moneta con l'iscrizione: «Simone principe d'Israele» o "della redenzione di Gerusalemme». Ispiratore di audace eroismo negli insorti era il convincimento che l'auspicato Messia era venuto finalmente a sollevare dall'abiezione il popolo di Jahvech. Per questo motivo religioso B. K. inferi molto contro i cristiani che si rifiutavano di riconoscerlo per Messia (Giustino, Apologia I, 31; Eusebio, Chronicon, ed. R. Helm, II, Lipsia 1913, p. 201). Solo nel 135 il generale romano Giulio Severo poté vincere l'ultima resistenza a Bethar (oggi Bittir, 12 km . a sud-est di Gerusalemme), ove rimase ucciso anche B. K. Adriano ne diede l'annunzio al senato omettendo la formola solita che l'esercito era in buono stato; la Giudea era ridotta quasi un deserto (Dione Cassio, LXIX, 14). Fu severamente proibito ai Giudei di entrare nella nuova città Colonia Aelia Capitolina, che sostituì l'antica Gerusalemme. Varie leggende, introdottesi nel Talmūd, dànno iperboliche descrizioni della campagna di B. K. e della crudele repressione.

BibL.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, I, 4^{2} ed., Lipsia 1901, pp. 670-704; J. Gutmann, s. v. in Eur. Judaica, III, Berlino 1929, coll. 1079-85; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, 4^{2} ed., Torino 1941, pp. 552 539.

Angelo Penna
BARLAAM, santo, martire. - Nativo d'Antiochia nel sec. Iv. In sua lode si hanno un'omelia del Crisostomo (PG 50, 675-82), una attribuita a s. Basilio (ibid., 31, 484-89) e quelle di Severo d'Antiochia (Analecta Boll., 22, 133-34), nonché la sua Passione in greco (ibid., p. 139 sgg.). Metodi particolarmente atroci furono escogitati per tormentarlo. La festa nel Martrologio romano ricorre il 19 nov.

Pietro Sfair
BARLAAM di Seminara. - Teologo e scienziato del sec. xiv, n. verso il 1290 a Seminara (Calabria) e m . vescovo di Gerace nel 1350 . Contrariamente all'opinione comune fino ai nostri giorni, B. non nacque nella Chiesa cattolica, ma nello scisma (cf. la sua testimonianza in uno dei suoi opuscoli contro il dogma della processione dello Spirito Santo ab utroque, il 7^{°} della serie, nel cod. Parisinus graec. 1218, fol. 506^{°}

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del sec. xv). Da giovane ricevette una accurata educazione in uno dei monasteri calabresi nominalmente dipendenti da qualche vescovo cattolico di rito bizantino, ma fedele di fatto al patriarcato dissidente di Bisanzio. Trasferitosi a Costantinopoli nel 1326-27 come insegnante di scienze nel monastero di S. Salvatore, ne divenne presto abate. Fu anche nominato professore di teologia e di esegesi patristica all'Università imperiale, suscitando così la gelosia di Niceforo Gregoras, il quale lo sfidò a una pubblica discussione scientifica. Ne dà notizia Gregoras, il quale pubblicò il suo Florentius per dimostrare che aveva vinto il calabrese. B., dopo un suo soggiorno a Tessalonica, viene richiamato a Costantinopoli per trattare dell'unione insieme con i legati di papa Giovanni XXIII.

Fu allora che egli compose i suoi 21 opuscoli contro i Latini (PG 151, 1249-53: i titoli e gli incipit dei trattati).

Alcuni di questi opuscoli furono criticati da Gregorio Palamas. Forse per questo B. scrisse, poco dopo, contro il metodo di orazione degli esicasti (v.) di Monte Athos, contaminato di illuminismo, e contro la nuova teologia del palamismo. Intervenne allora (1341) il patriarca dissidente bizantino, e B., sconfessato, dovette disdirsi. Untiliato, B. ritornò in Occidente, dove nel 1339 era stato presso la corte pontificia di Avignone come legato di Andronico III, il quale prendeva dal Papa una cacciata contro il Turco. Non si ottenne nulla perché il Papa pose come condizione preliminare l'unione con la Sede romana. Le idee di B. su questa questione ci sono note da due discorsi composti allora e recentemente pubblicati (C. Giomelli, in Miscellanea Giovanni Mercati, III [Studi e Testi, 123], p. 52, sotto il titolo: Un progetto di B. Calabro per l'unione delle Chiese), da non confondersi con la minuta della seduta tenuta ad Avignone di cui Allatius ci dà degli estratti (PG 151, 1331-43).
B. strinse ad Avignone amicizia col Petrarca, il quale ricevette da lui lezioni sulla filosofia platonica. Questi contatti e gli studi fatti sulle discrepanze dogmatiche fra l'Oriente e l'Occidente indussero B. a diventare cattolico. Fu il Petrarca a spingerlo a questo passo nel 1342 sempre ad Avignone, dove B. era tornato ancora una volta. Grazie al suo influente amico, B. ottenne dalla corte pontificia una pensione e un po' più tardi il vescovato di rito bizantino di Gerace presso la nata Seminara. Consacrato ad Avignone dal card. Bertrando del Poggetto, fu di nuovo richiamato alla corte nel 1346 per una missione presso l'imperatrice bizantina Anna di Savoia, allora reggente. Si trattava senza dubbio dell'unione religiosa, ma il trionfo di Giovanni Cantacuzeno nel 1347 fece andare tutto a monte. B. ritornò a Gerace dove morì.

Conserviamo numerose opere sue, molte ancora inedite, e quasi sempre brevi benché di denso contenuto. Fra i libri perduti va ricordato il suo Contro i Messalioni, e cioè contro i palamisti. Diventato cattolico, B. ha confutato se stesso circa il primato del Papa e la processione dello Spirito Santo. Tre dei suoi opuscoli (PG 151,1255 sg.) sono una ragguardevole difesa del cattoliciomo. Fra le opere pubblicate segnaliamo ancora: 1) Due libri sull'etica secondo gli stoici, in latino (PG 151, 1341-64); 2) Asyıotıeń, ossia Aritmetica ragionata in 6 libri (Strasburgo 1572); 3) Commentarius arithmeticus secundi libri Euclidis (pubblicato fra le Opera omnia di Euclide nella Biblioth. classic. graecor. et latimor. Teubneriana, di Lipsia); 4) Sette lettere sugli inizi della controversia esiccata (ed. G. Schirò in Archivio storico per la Calabria, 1-8 [1931-38]; l'edizione è purtroppo difettosa).

Bibl.: G. Mandalari, Fra' B. Calabrese maestro di Petrarca, Roma 1888; Lo Parco, Petrarca e B., Reggio Calabria 1905; id., Gli ultimi oscuri anni di B. e la verita etorica sulla studio del greco di F. Petrarca; M. Jugis, a. v. in DIRG, VI, coll. 817-34; id., B. est-il né catholique? avec une note sur la
date de sa mort, in Echos d'Orient, 39 (1940), pp. 100-23. Sulle opere di B. cf. Fabricius Harles, Bibliotheca graeca, XI, pp. 462-70.

Martino Jugie
BARLAAM e IOASAPH (Iosaphat). - Sono i due principali personaggi di un romanzo agiografico tradotto dal georgiano in greco dal santo iberico Eutimio l'Agiorita (m. il 13 maggio 1028) e tradotto in latino, nel 1048, da un Latino residente alla corte di Costantino Monomaco. Lo stesso testo georgiano deriva probabilmente da una versione araba. Tali sono le conclusioni alle quali è giunto recentemente il p. Peeters (La première traduction latine de «B. et 7 .= et son original grec, in Analecta Bollandiana, 49 [1931], pp. 276-312), in contrasto con l'opinione comune che fa risalire almeno al principio del sec. vi la leggenda greca composta da un certo monaco Giovanni della Laura di Mār Saba, erroneamente identificato in seguito con a. Giovanni Damasceno. La prima edizione del testo greco è stata data nel 1832 da F. Boissonade (Anecdota graeca, IV, pp. 1-365).

Fin dal sec. xi, la traduzione latina di questo romanzo cominciò a circolare in Europa e divenne la fonte di una letteratura ricchissima in versi e in prosa, accresciutasi ancora ai nostri giorni. Se ne trovano traduzioni e adattamenti in quasi tutte le lingue occidentali. E dalla stessa versione greca è stata sfrutata in siriaco, in armeno, in etiopico, in ebraico. Il romanzo in questione non è che un adattamento della leggenda indiana di Buddha ad un soggetto cristiano. Oltre alla leggenda indiana l'autore ha anche utilizzato delle fonti cristiane, specialmente l'Apologia di Aristide che vi fu appunto ritrovata, e vi è riportata quasi per intero.

Solo più tardi, cioè a partire del sec. xvi, alcuni editori di martirologi hanno avuto la malaugurata idea di trasformare in autentici beati indiani i personaggi immaginari di B. e I. e di iscriverli nei loro cataloghi, e soprattutto nel Martirologio romano del Baronio, Roma 1584, al 27 novembre.

Bibl.: Oltre alle fonti segnalate: K. Krumbacher, Geschichte der byzantinischen Literatur, 2^{2} ed., Monaco 1897, p. 889; U. Chevalier, Biodoblugraphie, I, 2^{2} ed., Parigi 1905, pp. 434 sgg.; J. van den Ghern, a. v. in DTNC, II, coll. 410-16; J. Harris, The Sources of B. and 7., in Bulletin of John Ryland's Library, 33 (1923): G. Moldenhauer, Die Legende von B. und 7. auf der iberischen Halbinsel, Halle 1929; A. Fliehe-V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital. A. P. Frutaz, V, Torino [1942], pp. 520-21.

Martino Jugie
BARLACH, ERNST. - Scultore e disegnatore, n. nel 1870 a Wedel (Amburgo), m. a Rostock nel 1938. E considerato, col Lehmbruck, uno dei più eminenti scultori tedeschi moderni. La stessa riduzione a forme pesanti, cubiche e semplificate si riscontra tanto nelle sue sculture, come nelle sue illustrazioni (litografie e silografie) e nei suoi disegni. Nel 1930 cominciò la sua opera maggiore, il ciclo di grandi sculture per la facciata di S. Caterina a Lubecca; il lavoro interrotto durante il regime nazista, fu poi continuato, come desiderò lo stesso B., da G. Marcks.

Importanti opere antecedenti sono i monumenti ai caduti nel duomo di Magdeburgo (in legno) e in quello di Guestrow (in bronzo).

BibL.: H. Hildebrandt, Die Kunst des 19. u. 20. Jahrhunderts, Wildpark-Poradam 1924, passim; E. B., Ein selbstersaibltes Leben, Berlino 1928 (autobiografia): C. D. Carls, B., Berlino 1931; P. Fechter, Zeichnungen von E. B., Monaco 1932; K. Einstein, Kunst des 20. Jahrhunderts, Berlino 1931, passim; W. R. Valentiner, Origins of Modern Sculpture, Nuova York 1946, pp. 4, 73, 172.

Bernardo Degenhart
BARLETTA. - In provincia di Bari, sul mare Adriatico.

1. La diocesi. - Da Strabone detta Baretum, dai Latini Barulum. Fu in età romana il porto di Canusium, e servì spesso di rifugio agli abitanti di questa città,

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specialmente dopo la sua distruzione. B. stessa venne però a sua volta contesa dai Goti, dai Bizantini, dai Longobardi, dai Normanni. Furono i profughi di C a misium che costituirono in B. il borgo di S. Antonio. Notevole importanza acquisirò B. nel periodo delle Crociate, perché il suo porto, l'unico ben difeso a sud di Ancona, servì di base per le spedizioni e per i viaggi in Terra Santa. I cavalieri giovanniti e i Templari vi costruirono residenze; florida fu la città anche sotto gli Angioini. Non si hanno documenti circa la penetrazione cristiana, venuta per via di mare o dalla vicina Camisium. Quando questa fu distrutta, B., dopo un periodo di una certa autonomia, alle dipendenze dell'arciprete della chiesa di S. Maria in Auxilio, fondata dai profughi di Camisium, passò sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di Trani, come è attestato dalla bolla di Alessandro II del 1063 e da quelle successive di Urbano II, Callisto II, Adriano IV, Alessandro III e Celestino II. Al principio del sec. XII risalgono, nel borgo S. Antonio, le due chiese di B. del Santo Sepolcro e di S. Maria di Nazareth. La primavera una filiale della basilica del S. Sepol-
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Babletta - Abside della Cattedrale (sec. xv) e campanile.
cro ed era officiata da un Capitolo di canonici regolari. La seconda costituiva la chiesa principale dell'arcivescovo di Nazareth in Galilea. Alla caduta della Palestina nel 1187 l'arcivescovo di Nazareth si rifugio a B. e vi rimase fino al 1229. Più tardi il papa Alessandro IV concesse agli arcivescovi di Nazareth di risiedere in Tolemaide e il papa Clemente IV permise loro l'uso del pallio e della Croce, specie nelle chiese soggette in Italia. Caduta Tolemaide nel 1291, l'arcivescovo di Nazareth si fisso di nuovo in B. con piena giurisdizione episcopale, mantenendo i diritti e i privilegi delle chiese di Nazareth. Nel 1455 Callisto III unì alla sede di Nazareth in B. quella di Canosa (v.), unione confermata dalle bolle successive di Clemente VII (3 luglio 1521) e Paolo III ( 3 nov. 1534) che vi aggiunse anche la diocesi di Monteverde. S. Pio V con la sua bolla del 29 apr. 1566 concesse per le tre diocesi riunite la chiesa di S. Bartolomeo nell'interno di B., in cambio dell'antica basilica di S. Maria; la nuova cattedrale di S. Maria di Nazareth venne consacrata il 4 nov. 1571. Dal 1604 al 1608 fu arcivescovo di Nazareth Maffeo Barberini poi Urbano VIII. Nel 1818 il papa Pio VII unì Monteverde alla diocesi di S. Angelo dei Lombardi, mentre Nazareth e Canosa vennero unite a Trani. Leone XII fuse insieme i Capitoli
di S. Maria di Nazareth e di S. Maria Maggiore in B. Pio IX con il motu-proprio del 21 apr. 1860 separò il territorio di B. da quello di Trani erigendo una nuova diocesi con il titolo arcivescovile, con residenza nel palazzo degli antichi arcivescovi di Nazareth. Di fatto da allora l'arcivescovo di Trani è anche arcivescovo di B. Nella chiesa del S. Sepolcro dopo la soppressione dei Canonici regolari ( 1489 ), nel sec xvi i Cavalieri dell'Ordine di Malta vi istituirono il loro priorato di S. Giovanni.

Bull.: S. Loffreda, Storia di B., 2 voll., Trani 1895 ; S. La Sorsa, s. v. in Enc. Ital., VI, pp. 104-99; F. Bonnard, s. v. in DHG, VI, coll. 827-41.

Enrico Josi
II. Ante. - Il

Duomo è il monumento più cospicuo della città. Fu cominciato a costruire prima del 1150 da un Simiacca e dal figlio di lui, Luca di B., ma venne consacrato solo nel 1267 , fu quindi ingrandito verso il presbiterio nei primi anni del sec. xiv. l'abside fu compiuta nel xv.

La facciata che ha la parte mediana molto alta è adorna di bellissime bifore a transenna. L'interno a tre navate, rispecchia nella distribuzione delle parti, la storia della costruzione. Infatti le prime quattro arcate che poggiano su colonne monolitiche ap-
partengono all'edificio romanico; segue quindi l'ingrandimento del sec. xiv con vòte a crociere e pilastri. Questa seconda parte della chiesa si innesta a quella romanica a mezzo di un arco a tutto sesto cui seguono tre archi ogivali.

Notevoli il pulpito ed il ciborio simile a quello della chiesa di S. Nicola a Bari; ma con capitelli ricchi di una esuberante decorazione. Nel deambulatorio absidale, in un piccolo altare, è conservata una tavola dipinta su tutte e due le facce da Paolo Serafini da Modena (firma 1387): su di un lato è raffigurato il Redentore, sull'altro la Madonna con il Bambino. Questa immagine è detta Madonna della Difida, perché sarebbe stata portata in processione incontro ai tredici italiani vittoriosi il giorno del celebre combattimento.

Non lungi dal Duomo, è la cinquecentesca chiesa di S. Pietro. Molto maggiore interesse suscita quella del S. Sepolcro, che risale al sec. XI, ma fu rifatta alla fine del ' 200.

La facciata aveva in origine due campanili quadrangolari; rimane solo quello di sinistra mozzato. Nel fianco sinistro v'è un bel portale ad archi ogivali come gli archetti del coronamento delle tre absidi. L'interno riflette oltre che nel pronao, nelle vòtte a costoloni e nella torre sul transetto elementi di architetura gotica-borgognona che allora ebbe qualche diffusione anche nell'Italia meridionale. Presso la Chiesa è il famoso Colosso di B. E una statua bronzea

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alta più di cinque metri, da taluno ritenuta immagine dell'imperatore Eraclio, ma con più probabilità di Teodosio. La gigantesca figura è in piedi, nella sinistra ha il globo, con la destra stringe una piccola croce. Potentemente costruita, perseguendo vie nuove rispetto all'occadernia della tradizione statuaria ellenistica, questa immagine del sec. iv esprime un senso di forza e di volontà veramente indomabili.

Anche la chiesa di S. Andrea che vanta origini antichissime (sec. vi) ma che nella forma attuale è di età romanica, presenta notevole interesse. Nel portale vi è un rilievo con il Cristo benedicente fra la Madonna e il Battista.

Nell'interno, trasformato, vi è un bel coro lignco intagliato nel 1599 da F. Ferrara napoletano, in sacrestia si conserva una Madonna con il Bambino, firmata e datata da Alvise Vivarini nel 1483.

Varia altre costruzioni di B. conservano elementi romanici. Tra i monumenti di carattere civile è da ricordare particolarmente il Castello la cui origine risale al sec. xi ma che fu più volte rimaneggiato ed ingrandito, specie nel corso del sec. xvi.

Interessante è anche il cinquecentesco Palazzo della Marra e quello barocco del Monte di Pietà. A B. vi è anche una pinacoteca che conserva opere di pittori moderni soprattutto di Giuseppe De Nittis, notivo della città.

BibL.: E. Bertaux. L'art daur l'Italie méridionale, Parigi 1904, passim; A. Colosanti, Opere d'arte ignote e poco note (B., la cattedrale), in Boll. d'Arte. 3 (1910), pp. 184-88; P. Toesca. Storia dell'arte, Torino 1927, passim; E. Lavagnino, Storia dell'arte medievale italiana, iti 1936, passim. Emilio Lavagnino
III. Massacbo di B. - E uno degli episodi più sfruttati della propaganda protestante, avvenuto nel marzo del 1866. I protestanti si fondano, a quanto sembra, unicamente sulla relazione scritta dal loro correligionario Gaetano Giannini (che non fu testimonio se non dei soli inizi del "massacro") e pubblicata poi nell'Eco della Verità, giornale valdese, il 31 ag. di quello stesso anno. Ma dalla relazione di un testimonio che assistette a tutti gli avvenimenti - Antonio Marana - si deduce che le cose andarono in modo molto differente dal racconto del Giannini. E cioè : i pochi protestanti di Barletta, capeggiati dal Giannini, avevano impunemente oltraggiato i sentimenti religiosi dei cattolici barlettani, soprattutto in riguardo al S.mo Sacramento dell'Eucaristia. Dopo aver fatto inutilmente ricorso al sindaco ed al sottoprefetto, i cattolici pensarono di inscenare una dimostrazione di protesta. Mentre questa procedeva con pace e calma, diretta dal canonico Gorgoglione, un'altra se ne formava capitanata dal contadino Raffaele Fiorella, soprannominato Annita, il quale aveva dei rancori contro il protestante Decuratolo. Il Fiorella, avendo trovato il suo nemico nella casa dove era il Giannini, senz'altro lo uccise, mentre il Giannini, aiutato dal canonico Rizzi, poté salvarsi. Dopo questo delitto lo stesso gruppo capitanato dal Fiorella uccise un giovane cattolico, Ignazio Lanza, credendolo protestante. Il gruppo poi del Gorgoglione ad un certo punto, abbandonato il canonico, si diresse ad una casa dove abitavano due protestanti, buttò nella strada le masserizie e le bŕucò, lasciando però agli uomini il tempo di fuggire.

Nel processo che fu istituito, le autorità condannarono i colpevoli; ma si mostrarono ingiuste nel condannare anche due sacerdoti innocenti a 20 anni di lavori forzati. Costoro appellarono al tribunale di Lucera, dal quale furono assolti per insufficenza di prove. L'autore della memoria aggiunge : "chi voglia maggiori ragguagli deve leggere gli atti del processo svoltosi in Trani e poi in Lucera ".

Il continuatore del Martirologio protestante del Fons, W. Bramley-Moore, seguendo una indicazione non chiara della lettera del Giannini, asserisce che le vittime furono
tredici; mentre furono solamente due, un povero giovane cattolico ed il protestante Decuratolo, e questi più per vendetta personale dell'Annita che per motivi religiosi. Nello stesso autore troviamo una descrizione macabra, che è frutto della sua immaginazione. Egli dice che gli abitanti delle case dei protestanti furono buttati giù dalle finestre e squartati, che le vittime mutilate, alcune già morte, altre morenti, furono bruciate nelle strade, che donne inviperite lapidarono e pugnalarono molti di quei disgraziati e con urli demoniaci (unearthly) danzarono intorno al rogo delle vittime. Che poi tutto questo affare fosse diretto da Roma per impedire che le truppe francesi si ritirassero dagli Stati pontifici, risulta evidentemente così assurdo che neppure merita di essere confutato. Fu veramente biasimevole che l'ira popolare si sfogasse in fatti di sangue, ma ne fu causa l'insulto pubblico e la provocazione di alcuni pochi protestanti alla fede della grande maggioranza della città. - Vedi Tav. LVIII.

Per la diocesi moderna di B. v. Trani.
BibL.: L'eco della Veritd. 3 (1866, 23 ag.); G. Baxton Taylor, Southern Baptists in Sunny Italy, Nuova York 1929; C. Crivelli, I Protestanti in Italia, I. Isola del Liri 1936, p. 50; St. Jacini, Un riformatore teucano dell'epoca del Risorgimento, il conte Piero Guicciardini, Firenze 1940; Relazione di Antonio Marana trascritta dal con. S. Santorano, ms. in Bibliotheca de re protestantica, 13-1, D-2, conservata nella casa generalizia dei pp. Gesuiti.

Camillo Crivelli
BARLETTI, Carlo. - Fisico scolopio, n. a Rocca Grimalda (Alessandria) il 22 maggio 1735, m. a Pavia il 25 febbr. 1800 . Dopo avere insegnato scienze fisiche in varie case della Liguria e soprattutto nel collegio di Milano, nel 1772 fu nominato professore di fisica sperimentale nella Università di Pavia. Nel 1778, subentrato il Volta a quella cattedra, passò il B. a quella di fisica generale e meteorologia, che tenne sino alla morte. Nel campo dell'elettricità ha benemerenze tali da poter essere collocato tra i più rinomati scienziati italiani del sec. xvir. Fu propugnatore dell'elettricità simmeriana, e i suoi dotti esperimenti già preludevano alla teoria del Faraday intorno all'efficacia dei coibenti nei fenomeni d'induzione elettro-magnetica. Stampò un pregevole trattato di fisica, rimasto però incompiuto, e molti altri interessanti opuscoli e dottissime dissertazioni. Fu tra i fondatori della Società italiana delle scienze, detta dei Quaranta, e in corrispondenza coi maggiori scienziati italiani del suo tempo.

BibL.: L. Picanyol. Un grande fisico dimenticato. P. C. B. delle Scuole Pie, Roma 1938; id., Il p. C. B. e il suo carteggio con i grandi scienziati ital. del tempo, in Alessandria, 1939. Leodegario Picanyol

BARNA (BERNA) da Siena. - Pittore della scuola senese del sec. xiv. Ricordato dal Ghiberti come «eccellentissimo, peritissimo e dottissimo", non si sa quando nacque. Il Vasari racconta che morì nel 1381 cadendo da un ponte mentre affrescava le Storie del Nuovo Testamento nella collegiata di S. Gimignano: tanto che il ciclo dovette essere terminato dal suo discepolo Giovanni d'Asciano. Poiché mancano completamente notizie documentarie sul pittore, vi fu persino chi ne mise in dubbio la storica esistenza : tale opinione è per altro contestata dalla totalità degli studiosi, i quali son concordi nel riconoscere negli affreschi sangimignanesi, nonostante una assai larga collaborazione di siuti, la presenza di una personalità artistica dai caratteri ben distinti ed inconfondibili. E poi assai probabile che il B. menzionato dagli antichi storiografi sia da identificarsi con un B. di Bertino, pittore del popolo di S. Pellegrino che, secondo un documento rinvenuto dal Milanesi, nel 1540 sedeva tra i giurati al tribunale della Mercanzia di Siena. Estremamente ardua e controversa è invece la crono-

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logia del ciclo di S. Gimignano : ché numerosi argomenti si opporrebbero a quella proposta del Vasari, e tuttavia seguita e propugnata da alcuni autorevoli studiosi italiani, mentre altri propenderebbero a ritenere gli affreschi eseguiti verso la metà del secolo, anteriormente cioè al ciclo del Vecchio Testamento affrescato da Bartolo di Fredi (v.) nella stessa chiesa. Il recente spostamento della tradizionale datazione di questi ultimi dal 1356 al 1367 può costituire un nuovo importante argomento a favore della priorita degli affreschi del B. su quelli di Bartolo di Fredi.

Pochissimi sono i dipinti su tavola che in base ad analogie stilistiche con gli affreschi di S. Gimignano possono essere attribuiti con una certa attendibilità al B.: tra questi una bella Madonna col Bambino nella chiesa di S. Francesco di Asciano Senese e un Cristo porticrace nella collezione Frick di Nuova York. Formatosi su Simone Martini e Lippo Memmi, il B., nel ciclo sangimignanese, riprende con nuovo vigore e spirito d'indipendenza la schietta vena narrativa che era all'origine dell'ispirazione di Duccio, permeandola tuttavia di un afflato profondamente drammatico, non privo talvolta di una certa popolazione rudezza. Anche per la originalità della sua posizione, il B. è senza dubbio la personalità più viva e importante di tutta
la pittura senese del Trecento dopo la morte dei Lorenzetti.

Bibl.: P. Bacci, Il B. e Berna pittore della Collegiata di S. Gimignano è mai esistito?, in La Balzana, 1 (1927), pp. 249 237: C. Brandi, B. e Gian, D'Asciano, ibid., 2 (1928), pp. 19-36; D. Giuliotti, Il · poceretto B. ·, in La Diana, 5 (1930), pp. 117-29; S. L. Faison jr., B. and Bartolo di Fredi, in The Art Bulletin, 4 (1932), pp. 285-315; A. M. Gabrielli, Ancora del B. pittore delle Storie del Nuovo Testamento nella Collegiata di S. Gimignano, in Bull. renese di Storia Patria, 7 (1936), pp. 113-32. Enne Carli

BARNABA. - Collaboratore insigne degli Apostoli, legato specialmente a s. Paolo. Di nome Giuseppe, fu dagli Apostoli soprannominato B., cioè "figlio di profezia" o "di predicazione" (aramaico bar nēbhū'āh), significando con ciò le sue efficaci doti di "esortatore" presso la Chiesa nascente.

Levita di tribù, cipriota di nascita, era cugino di Marco l'Evangelista (Col. 4, io). Passò ad abitare a Gerusalemme, ove possedeva una casa, che vendette consegnandone il prezzo agli Apostoli (Act. 4, 16-17). Presentò Paolo neo-convertito agli Apostoli, avvallandolo con la sua autorità (Act. 9, 26-27). Per la grande stima che godeva ( · vir bonus et plenus Spiritu sancto et fide < Act. 11, 24), fu inviato ad Antiochia per dirigere la comunità cristiana ivi sorta. Di là sandò a Tarso a cercare Saulo, e trovatolo lo condusse in Antio-
chia" (Act. 11, 23), ove lavorarono insieme per un anno intero con gran frutto. Con Paolo andò poi a Gerusalemme a portare soccorsi durante la carestia al tempo di Claudio (Act. 11, io). Di ritorno ad Antiochia, fu consacrato insieme con Paolo, per l'evangelizzazione dei Gentili (Act. 13,2 ).

Partirono per una missione in Cipro, donde proseguirono a Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listri. A Listri il popolo entusiasta dei predicatori taumaturghi li crede due dèi : il facondo Paolo è acclamato come Mercurio e B., forse per l'imponenza del fisico, come Giove (Act. 13-14).

Di ritorno ad Antiochia, nuovamente inviati entrambi a Gerusalemme, vi consultarono gli Apostoli circa l'obbligo della circoncisione (Act. 15, 1-26). Progettarono poi di ritornare nell'Asia Minore a visitare le comunità fondate nella precedente missione. Ma Paolo si rifiutò di assumere anche Marco, cugino di B., che nel precedente viaggio li aveva abbandonati. Allora si separarono; B. preferì andare con Marco a Cipro, e Paolo per terra rifece l'itinerario della prima missione (Act. 15, 36-41). Rimase inalterata l'armonia fra i tre, come appare dalle menzioni benevole
che Paolo ha sempre per B. e Marco nelle sue lettere.
Altre notizie su B. non ci sono fornite dal Nuovo Testamento. Le notizie da altre fonti hanno poca autorità. La sua tomba sarebbe stata ritrovata al tempo dell'imperatore Zenone (488), insieme col Vangelo di s. Matteo scritto di mano dello stesso B. Il nome di B. figura nel Canone romano (Sacrament. gelasiano) e a Roma c'era in suo onore un'entica chiesa. Nella liturgia è quasi pareggiato agli apostoli. In Oriente e in Occidente la sua festa è all'i i di giugno.

Bibl.: L. Duchesne, St. Barnabé, in Mélanges d'arch. et d'hist., 12 (1892), pp. 41-71 (studio fondamentale); E. Le Camus, s. v. in DB, I, coll. 1461-64; F. Cabrol, s. v. in DACI, II, 1, coll. 496-98; G. Bardy, s. v. in DHG, VI, coll. 842-49.

Vincenzo Cavalla
Atti di B. - Libro apocrifo, composto alla fine del sec. v.

Nel 1698 D. Papebroch pubblicò per la prima volta, dal cod. Vaticano greco 1667, Acta et passio Barnabae in Cypre, con la rispettiva versione latina del card. Guglielmo Siristo (Acta SS. 7 until, II, ed. Anversa 1698, pp. 431-36). L'edizione greca di C. von Tischendorf, Acta apostolorum apocrypha, Lipsia 1851, pp. xxvi-xxxi, 8474, ha usufruito anche del Cod. Parision. 1470. Ma il merito dell'edizione critica, basata ancor su altri 4 codici,

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PORTA IN BRONZO DEL DUOMO DI MONREALE

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(fot. Gub. Fot. Nas.)
II REDENTORE
Affresco del sec. xili - Barletta, chiesa del S. Sepolcro.

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spetta a M. Bonnet, Acta apostolorum apocrypha, II, ivi 1903, pp. xxvir ag., 292-302.

Come autore di questi Jlepíobot xal μ α ρ τ o ́ ρ ι o v ~ 70 \overline{0} áyíou Bapvájix roũ ámozoó̀ou si esibisce Giovanni Marco, cugino di B., prima aiutante di Cirillo, grande sacerdote di Giove, e, dopo il Battesimo a Iconio, addetto al servizio di Paolo, B. e Sila. Dopo aver riportato la vivace discussione tra Paolo e B. (cf. Act. 15, 37-39), passa a esaltare l'attività di B. a Cipro. Questi dai Giudei dell'isola fu crudelmente vessato, poi bruciato vivo. Marco riusci a raccoglierne e occultare le reliquie « insieme col Vangelo ricevuto da Matteo», poi fuggì in Egitto ove continuò l'opera di evangelizzazione. Il Baronio (Annales, ad annum 57, n. 51) severamente lo definì un « nebuio». Dalle ben precise informazioni topografiche si potrebbe forse dedurre l'origine cipriota di questi Atti, verso la fine del sec. v.

Bibs.: O. Braunsberger, Der Apostel Barnabas, Magonza 1876, passim; R. A. Lipsius, Die apabryghen Apostelgeschichten und Apostellegenden, II, 11, Braunschweig 1884, pp. 270-97; E. Amann, Apocryphes, in DBs, I, col. 210. Adalberto Metzinger

Lettera di B. - Apocrifo del Nuovo Testamento, composto probabilmente sulla fine del sec. I.

1. Contemuto. - Si propone ( 1,4-5 ) di condurre i fedeli a una perfetta conoscenza del cristianesimo. Comprende, oltre l'introduzione (cap. 1) e la conclusione (cap. 21), due parti disuguali, nettamente distinte dall'autore stesso. La prima (capp. 2-17) è di carattere di-dattico-polemico. Esorta alla pratica delle virtù, contrapponendola ai sacrifici (cap. 2) e ai digiuni del Vecchio Testamento, ormai abrogati (cap. 3), poiché il giudizio è vicino (cap. 4). Illustra poi la redenzione operata da Cristo con la sua passione (cap. 5), predetta dai profeti (cap. 6), prefigurata dai simboli (detti, fatti, riti, prescrizioni varie) della legge mosaica, che a torto i Giudei hanno inteso letteralmente (capp. 7-17). Segue una parte morale: la dottrina delle due vie (cap. 18), molto simile a quella della Didaché (v.; capp. 1-5): la via della luce, cioè della virtù (cap. 19) e la via delle tenebre, cioè dei vizi (cap. 20). Nell'esortazione conclusiva ricorda che è vicino il giorno del Signore (cap. 21).
2. Autore. - E attribuita a B. dalla tradizione manoscritta (principalmente il codice Sinsitico della Bibbia, sec. iv, e il codice Gerosolimitano della Didaché, sec. xi) e dagli antichi scrittori ecclesiastici: Clemente Alessandrino, Origene, Scrapione di Tmuis, Eusebio di Cesarea (dubitativamente). Oggi tale attribuzione è generalmente rifiutata (la sostiene J. D. Burger, in Museum Helveticum 1946, pp. 180-93, assegnandola al 70-75), perché lo scritto non fu inserito nel canone del Nuovo Testamento, perché dà del Vecchio Testamento un'interpretazione esclusivamente allegorica contrastante con la dottrina di s. Paolo, di cui B. fu compagno, e perché è posteriore a B., morto verosimilmente non dopo il 70 . E dovuta probabilmente a un cristiano convertito dal giudaismo vissuto nell'ambiente alessandrino, ove fioriva l'allegorismo biblico. Fu composta dopo il 70 , poiché vi si allude alla distruzione del Tempio, e prima del 170, quando Celso la citò implicitamente (Origene, Contra Celeum, I, 63). L'interpretazione di una profezia di Daniele, riferita all'impero romano (4, 3-10), induce la maggioranza dei critici moderni a collocare l'opera sotto il regno di Nerva ( 18 sett. 96-25 genn. 98). Secondo L. Williams in Journal of Theol. Stud., 1933, p. 337 sg. fu composta prima dell'anno 100. Altri (così Stählin), per un'allusione, intesa letteralmente, alla riedificazione del Tempio ( 16,4 ), la pone nel 130. Cf. anche Schoepa in Conject. Neotestamentica, VI, pp. 3, 18 (poco dopo la rivolta di Bar Kocheba).
3. Dottrina. - Come s'è detto, lo pseudo-B. professa l'allegorismo nell'esegesi biblica, non solo scorgendo in tutto il Vecchio Testamento tipi di Cristo e della Chiesa, ma negando affatto il senso letterale (specie 10, 9-12). La divinità di Cristo è chiaramente affermata ( 4,12 ; 5,5,10 ; 6,12 ; 7,2 ; 12,10 sg.). Sulla redenzione compiuta col sacrificio di Cristo per ottenerci il perdono dei peccati e la nuova vita, si
diffonde in tutta la prima' parte. Parla ampiamente del Battesimo. Nell'escatologia, afferma che il mondo durerà scimila anni, che la fine è prossima, che nel settimo millennio Dio si riposerà, e nell'ottavo comincerà un altro mondo ( 4,3 ; 15 ; 21,3 ).

Bibs.: Edizioni: E pubblicata nel corpus dei Padri Apostolici (v.). - Studi : P. Hauser, Der Barnabasbrief (Forschungen zur christl. Lit. u. Dagmengesch., 11, 11), Paderborn 1912; O. Bardenhewer, Gesch. der altbirehl. Liter., I, 2^{°} ed., Friburgo in Br. 1913, pp. 103-16; O. Stählin, Gesch. der griech. Litter., II, II, 6^{°} ed., Monaco 1924, pp. 1229-31; A. Casamassa, I Padri Apostolici, in Lateranum, nuova serie, 4 (1938, 10-11), pp. 79101; G. Bosio, I Padri Apostolici, I, (in Corona Patrum Sales., serie greca, VII), Torino 1940, pp. 223-47 (introd., testo e vers. ital.); P. Muirhold, in Zeitschrift für Kirchengesch., 1940, pp. 255303 (storia ed esegesi). Michele Pellegrino

Vangelo di B. - Apocrifo, menzionato solo in due collezioni di libri canonici e apocrifi, come di origine gnostica.

Il cosiddetto Decretum Gelasianum de libris recipiendis et non recipiendis cita l'Evangelium secundum Barnabam (PL 59, 162, 175 sg.; E. von Dobschütz [Texte und Untersuchungen, 38, IV], Lipsia 1912); l'altra menzione è in un elenco greco di 60 libri canonici (T. Zahn, Geschichte des neutestamentlichen Kanons, II, Erlangen 1890, p. 292). L'opinione comune è che di esso non sia rimasta traccia alcuna; ma qualche autore ne avrebbe individuato due brevi testi (ad es., E. Hennecke, Neutestamentliche Apokryphen, 2^{2} ed., Tubinga 1924, p. 64, nota 2).

Del sec. xiv-xvi abbiamo manoscritti italiani (nelle biblioteche dell'Aia e di Vienna) che contengono un Vangelo di B., da non confondersi con quello antico gnostico. L'autore è un italiano il quale, passato dal cristianesimo all'Islam, in contrasto con la dottrina di s. Paolo voleva provare con l'autorità di B. che Gesù era profeta e precursore, non figlio di Dio, e che il vero Messia era Maometto. "C'est un curieux monument d'un étrange état d'âme" (Reu. bibl., nuova serie, 5 [1908], p. 300).

Bibs.: J. A. Fabricius, Codex apocryphus N. T., II, Amburgo 1719, pp. 372-87; J.-P. Migne, Dictionnaire des Apocryphes, II, Parigi 1858, pp. 140-45; L. e L. Ragg, The Gospel of Barnabas edited and translated from the italian MS. in the Imperial Library at Vienna, Oxford 1907.

Adalberto Metzinger
BARNABA da Modena. - Pittore modenese che operò nella seconda metà del Trecento. E ricordato per la prima volta nel 1364, quando decorò il Palazzo Ducale di Genova. Era allora in Liguria già da qualche anno ed è da supporre che non fosse molto giovane data l'importanza del lavoro. Nel 1367 firma la Madonna, eseguita sempre a Genova, ora all'Istituto Städel di Francoforte. Un'altra Madonna, ora a Berlino, è datata del 1369. Dalla Liguria passò in Piemonte: d'una sua permanenza in questa regione restano a documento le opere lasciate a Riyoli e ad Alba nella chiesa di S. Giovanni Battista, eseguite all'incirca tra il 1370 e il 1377 ca. Nel 1380 fu chiamato a Pisa per finire gli affreschi con la Vita di i. Reuieri nel Campesanto. Prima d'andare a Pisa si fermò, come risulta da un documento, a Modena. In Toscana rimase poco tempo e ritornò a Genova dove è documentato del 1383: è questa l'ultima data sicura che lo ricordi. Molte sue opere si trovano nelle gallerie del Piemonte e della Liguria, nei musei stranieri ed in collezioni private. Tra queste ultime rammentiamo la Madonna della collezione Schiff Giorgini di Roma, firmata Barnabas de Mutina pinxit, da porsi all'incirca verso il 1367 e che svela le sue parentele più legittime con la Madonna di Berlino e con quella del S. Matteo a Tortona.

La massima parte dei dipinti di B. giunti fino a noi riproducono un motivo arcaizzante della Madonna col Bambino. Sono gravi immagini in forme solennemente architettate con antiquati manierismi

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nella disposizione delle vesti tutte filetate d'oro. Hanno volti tondeggianti dipinti a tinte levigatissime e accese; me nelle ombreggiature a sfumato ritornano i colori, un po' sordi e come bruniti, dei Madonneri eredi del tardo bizantinismo. Nonostante però l'apparente monotonia degli schemi non mancano al maestro modenese qualità altamente pittoriche. B. dipinse anche alcune piccole tavole, come quella con l'Ascensione attribuitagli dal Venturi, già nella collezione Sterbini a Roma, e un'altra con la Pentecoste nella Galleria Nazionale di Londra, pur esse concepite all'antica, coi personaggi disposti in simmetria.

Bibl.: A. Venturi, s. v. in Thieme-Becker, II, pp. 207-208; P. Tivesca, Dipinti di B. da M., in Boll. d'arte, 2 (1923), pp. 291 294; R. van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, IV, L'Aia 1924, pp. 368-84; E. Lavastino, Storia dell'arte medioevale italiana, Torino 1936, p. 739; C. Brandi, in Catalogo della mostra d'arte italiana a Palazzo Venezia, Roma 1942, p. 29; L. Coletti, I primitivi, III, I padani, Novara 1947, pp. 34-36.

Giuliano Briganti
BARNABA di Palma. - Francescano spagnolo n. a Palma (Cordova) da umile famiglia siciliana (onde è detto anche B. di Sicilia) nel 1460 , m. ivi, in fama di santo, il 14 ott. 1532.

Addetto ai lavori agricoli, veniva chiamato il «santo ortolano» ovvero «B. il santo». Essendosi rifugiato nel convento francescano di Los Angeles, per sfuggire alla peste che infieriva nel suo paese, vi rimase molti anni addetto ai lavori dell'orto vivendo da religioso senza tuttav