volume-02

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el re e della regina d'Inghilterra sulla Chiesa (XXXVII), l'ammissione dell'episcopato (XXXVI), il matrimonio dei vescovi (XXXII), ecc.

Ma ciò che si potrebbe chiamare la caratteristica di questi a. è la loro ambiguità o difetto di chiarezza. Nell'epistola dedicatoria a Pusey, che il Forbes scrisse come proemio alla sua Spiegazione dei 39 a., si legge : "Il grande teologo tedesco Möhler pretende che siano calvinisti, benché riconosca la loro moderazione; l'arcivescovo Lawrence, nelle conferenze di Bampton del 1804, vuol dimostrare che sono prettamente luterani; F. a Sancta Clara (Ch. Davenport) asserisce che sono compatibili con i decreti tridentini ".

Si sa che il Newman, ancora protestante, nel suo famoso Tract 90, tentò di interpretarli in senso cattolico, e W. Parker nella sua Armonia della dottrina anglicana con la dottrina delle Chiese orientali si sforzò di adattarli al castellano della chiesa "ortodossa". Difatti si nota, nella maggior parte degli a., una certa tendenza a non precisare bene le parole, lasciando un po' vago il senso della frase, cosicché ogni lettore possa interpretarla secondo il proprio gusto. Basta conoscere le profonde differenze dottrinali che esistono tra la Chiesa Alta, la Chiesa Bassa e la Chiesa Larga, le quali ammettono tutte i 39 a., per avere una conferma di ciò che si è detto. J. Keating, esaminando la famosa "Dottrina della Chiesa d'Inghilterra ", fa osservare che un anglicano può sostenere o negare la nascita verginale di Gesù Cristo e la sua resurrezione; per lui è questione libera se i miracoli "di natura" del Salvatore siano o no fatti reali e se Gesù abbia errato nel suo insegnamento.

Molte infine sono le opinioni sul valore dei 39 a. Secondo S. Carter e A. Weeks (cf. Protestant Dictionary), essi hanno per gli anglicani lo stesso valore che per i luterani ha la confessione di Augusta e per i cattolici la confessione di fede del Tridentino. Nelle trattative per il riconoscimento delle ordinazioni anglicane da parte della Chiesa russa, gli anglicani dissero che gli a. dovevano essere interpretati e spiegati secondo le dottrine contenute nel Prayer Book. A ciò opposero serie ragioni gli «ortodossi» russi, capeggiati da I. P. Sokolov (cf. C. Crivelli, Anglicani e "Ortodossi" russi, in La Civilità Catt., 1941, iv, p. 83 sgg., 188 sgg., 261 sgg., 431 sgg.). Altri dicono doversi abbandonare gli a. e considerare solamente il Prayer Book come espressione della vera dottrina della Chiesa d'Inghilterra. Per ovviare alla difficoltà che trovavano molti ministri anglicani a sottoscrivere i 39 a. prima di essere ordinati, si dovette aggiungere nella formula che l'assenso agli a. non si estendeva a tutte le frasi in essi contenute. E questa, come si vede, una clausola indeterminata, che può essere interpretata a capriccio del nuovo ordinando. v. anche angliCAnEsino.

Bibl.: A. P. Forbes, An Explanation of the Thirty Nine Articles, Londra 1887; F. A. Gasquet-E. Bishop, Edward VI and the Book of Common Prayer, Londra 1891; Ch. Nell-J. M. Will-

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oughby, The Tutorial Prayer Book, Londra 1913; Fr. J. Smithen, Continental Protestantism and the Euelish Reformation, ivi 1927; The Book of Common Prayer with the Additions and Deviations proposed in 1976, ivi 1928; The Book of Common Prayer... According to the Use of the Protestant Episcopal Church in the U.S. of America, Nueva York 1929; Ch. Sydney Carter-G. E. Alison Weeks, The Protestant Dictionary, Londra 1933; S. L. OllardGordon Grosse, A Dictionary of English Church History. Doctrine in the Church of England, ivi 1938; J. Keating, Anglicanism self-portrayed, in The Manth. 171 (1938, 1), pp. 109118 (l'estratto, in traduzione francese, è stato stampato in Belgio). Camillo Crivelli
articoli fONDAMENTALI. - Per indicare le verità di fede gli scolastici cominciarono a servirsi della parola "articoli» invece dell'altra più antica e classica "sententiae". Invalse così l'uso di chiamare "a. di fede" le principali verità della dottrina rivelata e specialmente quelle contenute nel simbolo apostolico o Credo.

Ma i teologi non sono d'accordo nel determinare con precisione la natura e il numero di questi a.; né si può stare a quelli contenuti nel Credo, perché ce n'è qualcuno importante, come l'Eucaristia, di cui in esso non si fa cenno. I cattolici si attengono perciò a un concetto largo e generico, perché non vedono nella questione degli a. f. un problema di speciale importanza. I protestanti, al contrario, ne fanno gran conto e ne discutono già da quattro secoli, senza aver raggiunto ancora una conclusione definitiva. Essi hanno sentito sempre il bisogno di fissare alcune verità fondamentali, che siano come una tessera di riconoscimento per i fedeli della vera Chiesa di Cristo; ma non avendo un magistero supremo, la determinazione di quelle verità o a. f. è rimasta sempre affidata all'arbitrio individuale, che è l'acido dissolvente di tutta la riforma luterana. Si sono avute cosi numerose liste di a., diverse per contenuto e per estensione, ma tutte concordi nell'escludere quelle verità rivelate che condannano il protestantesimo, come, ad es., il primato di s. Pietro. Ora, tanto la S. Scrittura quanto la tradizione non autorizzano affatto una selezione delle verità rivelate da Dio, né lo scarto di qualcuna di esse: la Rivelazione o si accetta com'è, e apre la via della salvezza, o si rigetta per intero e il cielo si chiude sul nostro capo.

Per questo fu sempre facile ai cattolici confutare, in base alla Rivelazione e allo spirito stesso del cristianesimo, la pretesa dei protestanti. Cristo presenta tutto il contenuto della sua Rivelazione come intangibile e raccomanda agli apostoli di trasmetterlo come l'hanno ricevuto: "Andate e ammaestrate tutte le genti... insegnando loro ad osservare tutte le cose (omnia quaecumque) che io vi ho comandato" (Mt. 28, 19-20). E la storia e gli scritti del Padri e dei dottori dimostrano la cura scrupolosa che ebbe sempre la Chiesa nel custodire integro e intatto il divino deposito della Rivelazione.

Bibl.: S. Tommaso, Sum. Theol., 1*, q. 1, a. 8; 2*-2**. q. 1, 2a. 7, 8, q; H. A. Niemeyer, Collectio Confessionum in ecclesiis reformatis publicatarum, Lipsia 1840; C. Algermissen, La Chiesa le Chiese, Brescia 1942, p. 667 sgg.

Pietro Parente
ARTICOLI ORGANICI. - Con tal nome vengono indicate le 77 disposizioni che la legge francese del 18 germinale, anno x ( =8 apr. 1802), ratificante il Concordato stipulato il 15 luglio 1801 tra la S. Sede e Napoleone, aggiunse al Concordato stesso come sua parte integrante. Queste disposizioni, quasi certamente ispirate dal Talleyrand e redatte dal celebre giurista Joseph-Marie de Portalis, furono costantemente considerate dalla S. Sede come una violazione del Concordato da parte dello Stato francese, essendo state emanate senza intesa con la S. Sede stessa, ed essendo in gran parte contrarie alla dottrina e alle leggi della Chiesa: perciò la S. Sede, pubblicamente o per via diplomatica, protestò più volte contro di essi (la prima protesta fu quella contenuta nell'allocuzione tenuta da Pio VII nel Concistoro del 24 maggio 1802).

Con gli a. o. lo Stato francese si arrogava un intenso potere di ingerenza negli affari interni della Chiesa, fondendo insieme le pretese derivanti dal-
l'applicazione dei principi del giurisdizionalismo e del gallicanesimo. Tra l'altro in essi è affermato il diritto di placet o exequatur e l'appello ab abusu; si vieta di tenere concili particolari o sinodi diocesani senza l'autorizzazione del governo; si abolisce l'esenzione dei religiosi dalla giurisdizione dei vescovi; si vieta l'esistenza di gran parte degli enti ecclesiastici; si riconoscono ai metropoliti dei poteri molto più ampi di quelli stabiliti dalla Chiesa; si dànno varie disposizioni riguardo alla nomina dei vescovi, ai loro poteri, e ai rapporti con i metropoliti, con i seminari e con i parroci; cosi pure circa la predicazione (agli insegnanti è imposta la previa sottoscrizione alla dichiarazione del clero gallicano del 1682, condannata dalla Chiesa), le circoscrizioni delle diocesi e delle parrocchie, e varie altre materie.

Le proteste della S. Sede furono vane, perché il governo francese continuò ugualmente ad applicare tali disposizioni, fino a che la legge 9 dic. 1905, che introdusse la separazione tra Chiesa e Stato, abrogò, con l'art. 44, tanto il Concordato quanto gli a. o.

Veramente già nell'art. 3 della convenzione stipulata tra Pio VII e Luigi XVIII l'ri luglio 1817 era stata stabilita l'abrogazione degli a. o.; ma tale convenzione non fu mai ratificata, per le successive vicende politiche della Francia.

Lo stesso nome di a. o. fu dato al decreto del vice-presidente della Repubblica italiana (Cisalpina) Francesco Melsi d'Eril, del 26 genn. 1804, anno ttt, che conteneva dodici a. integrativi del Concordato stipulato con la S. Sede a Parigi il 26 sett. 1803. Anche questi a., di evidente aspirazione napoleonica, attribuivano all'autorità civile notevoli ingerenze nella materia ecclesiastica.

Bibl.: I. Rinieri, La Diplomazia pontificia nel sec. XIX, I-II, Roma 1902: La separazione dello Stato dalla Chiesa in Francia. Espostolone documentata (libro bianco), Roma 1905.

Pio Ciprotti
ARTICOLO DI MORTE. - E il punto o momento della morte, preso moralmente, cioè considerato con una certa elasticità, in maniera che permetta di includere tutto il tempo che trascorre dal momento in cui la morte si ritiene certa e inevitabile. Si distingue generalmente dal pericolo di morte, il quale esiste dal momento nel quale la morte si ritiene, in base alle particolari circostanze del caso, gravemente probabile. L'a. di m. suppone quindi la certezza morale della morte; il pericolo di morte, seria probabilità.

E celebre il decreto del Concilio Tridentino (sess. XIV, c. VII), nel quale si concedeva a tutti i sacerdoti di assolvere i fedeli in a. di m., da qualsiasi peccato o censura riservata : "...Ne aliquis pereat in Ecclesia custoditum semper fuit ut nulla sit reservatio in articulo mortis; atque ideo omnes sacerdotes quoslibet poenitentes a quibusvis peccatis et censuris absolvere possint x. Nell'interpretare questa concessione si divisero gli autori in due grandi gruppi, e causa di scissione fu appunto il diverso modo di interpretare l'espressione a. di m. Mentre alcuni (Soto, Cano, Covarrubias, Ledesma, ecc.) sostenevano che l'a. di m. si riferiva soltanto al momento nel quale il decesso è imminente e moralmente certo, altri (fra cui il Navarro, Suárez, Sánchez, Luqo, ecc.), pure ammettendo che a. e pericolo di morte fossero due concetti distinti, affermavano però che nella prassi ecclesiastica si equivalevano, almeno in re sacramentali, e allegavano parecchi documenti ecclesiastici nei quali l'equiparazione dei due concetti appariva nerta. Nel capitolo non dubium delle Decretali di Gregorio IX (I.V, tit. 39, e. 5), ad es., viene chiamato articulus mortis quello che nel canone si quis nundente del Decreto di Graziano (c. 29, C. XVII, q. 4) si considera come periculum mortis. E le citazioni si potrebbero moltiplicare. Aggiungevano come questa più ampia interpretazione meglio rispondesse alla mente della Chiesa, la quale intendeva facilitare l'accesso alla fonte della grazia; cosa che nella maggioranza

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dei casi sarebbe stata impossibile interpretando rigorosamente l'espressione a. di m. Prevalse finalmente questa seconda opinione; e negli anni immediatamente anteriori alla codificazione gli autori si esprimevano generalmente nel senso che nel CIC, e specie in materia sacramentale, potessero usarsi promiscuamente le due espressioni a. e pericolo di morte.

Tale equiparazione dottrinale è stata accolta dal CIC, il quale ha adottato l'espressione pericolum mortis agnipualvolta nella disciplina antica si trattava di articulus mortis (cf. per la confessione, il can. 882 e Conc. Trid., sess. XIV, de poenitent., c. 7 ; per il Battesimo, il can. 752, § 2 e S. Congr. S. Officii 18 Sept. 1850; per il Matrimonio, il can. 1043 e S. Congr. S. Officii 23 Apr. 1890, ecc.). Nel CIC non si trova mai menzionata l'espressione articulus mortis.

Restano però, nella vigente disciplina, due casi nei quali l'a. di m. viene rigorosamente interpretato: a) per la benedizione apostolica con indulgenza plenaria in articulo mortis; b) per la professione religiosa del novizio in articulo mortis. La benedizione apostolica con indulgenza plenaria può impartirsi, secondo la pratica della Chiesa, dopo l'amministrazione dei sacramenti della Penitenza, Eucariatia e Estrenta Unzione. Benché dalle parole del Rituale romano si deduca che per la benedizione non bisogna attendere il momento dell'a. di m. ma basta il pericolo di morte, le indulgenze e le grazie che vi sono annesse non si lucrano che nel vero a. di m. inteso nel senso più rigoroso.

La professione religiosa in articulo mortis prima del finire del noviziato fu concessa, come particolare privilegio, alle monache di s. Domenico da Pio V con la costituzione Summi Sacerdotis ( 23 ag. 1570). Pio X, col decreto Spirituali consolatione del 10 sett. 1912, estese la concessione a tutti i religiosi, e il 23 dic. 1922 la S. Congregazione dei Religiosi dichiarò che la concessione rimaneva in vigore nonostante il silenzio del Codice. Il novizio acquista con questa professione tutte le indulgenze, le grazie e i suffragi a cui hanno diritto i professi della rispettiva religione, e ottiene al tempo stesso una plenaria assoluzione dei peccati a modo di giubileo. Non deriva però da questo fatto alcuna conseguenza giuridica. E necessario che l'emissione abbia luogo proprio in articulo mortis, cioè non prima del momento nel quale la morte del novizio si ritiene certa e inevitabile. Questa è almeno la prassi attuale della S. Congregazione dei Religiosi (cf. tuttavia F. M. Cappello, Summa I. C., II, 4^{text {a }} ed., Roma 1945, p. 68).

Nei primi anni dopo il decreto del 1922, prevalse una certa equiparazione pratica di a. e pericolo di morte anche in questo caso: le "Constitutiones» dei Domenicani, dei Redentoristi ecc. esigeno solo che il novizio si trovi in p e ricolo di morte. Contemporaneamente però altre "Constitutiones» parlano esclusivamente di «a. di m.», come, ad es., quelle dei Claretiani, dei Missionari del S. Cuore, della Società del Verbo Divino, ecc.

Poiché il citato decreto del 1922 dice : «liceat exinde novitios seu probandos qui medici iudicio graviter aegrotent ut in mortis articulo constituti aetrimentur»; e poiché questa dichiarazione è posteriore al Codice, deve presumersi che con la dizione "a. di m." si sia voluto escludere il pericolo di morte. Ad ogni modo la S. Congregazione dei Religiosi, nelle recentissime approvazioni di Costituzioni non insiste più nella distinzione fra pericolo e a. di morte.

Bim.: Per gli antichi, cf. G. De Lugo, Daputationes scholasticae et morales: de sacr. Poenitentiae, disp. XX, sect. VII, n. 111 (ed. Vivès, V. Parigi 1893, pp. 267-68); immediatamente prima del Codice: J. D'Annibale, Suonovita Theologiae Moralis, I, 9* ed., Roma 1908, p. 29; dopo il Codice : Ph. Maroto, Institutiones Iuris canonici, 3² ed., ivi 1021, pp. 489-89; T. Schaefer, De Religiosis, 7² ed., ivi 1940, n. 260, pp. 560-64. Servo Goyenèche

ARTIGIANATO. - Piccola industria esercitata dal proprietario con l'aiuto di pochi dipendenti.

I. Definizione. - Più volte si è tentato di dare una definizione di artigiano, ma non si è mai pervenuti ad un pieno accordo. Attualmente una commissione speciale, creata in seno all'Unione internazionale dell'a. e delle piccole e medie imprese, sta raccogliendo la documentazione in materia allo scopo di addivenire ad una definizione internazionale della figura di artigiano. Sul piano nazionale è pure allo studio la stessa definizione, che dovrà fondarsi sul carattere dell'azienda, sulle sue dimezzioni, sulla prevalenza del fattore lavoro manuale, sul numero dei dipendenti e sulla natura delle singole lavorazioni. Tenuto conto di tutto questo, con molta approssimatività si può affermare che artigiano è la qualifica professionale di colui che nel campo della produzione lavora solo con l'aiuto di familiari o di pochi dipendenti imprimendo al prodotto l'impronta della sua tecnica e della sua mano.
II. CENnI STORICI. - Le origini dell'a. si confondono con le prime conquiste dell'uomo, quando con il lavoro della pietra, del legno, dell'osso e del corno forgia i primi oggetti suggeriti dal bisogno e modificati poi dalle funzioni. Escono dalle sue mani dapprima armi e attrezzi domestici e poi, gradatamente, rudimentali oggetti d'abbigliamento e d'arredamento. Man mano che il nomadismo decresce, sorge l'abitazione stabile e con la casa aumentano le esigenze e si sviluppa il senso del bello : compare, nelle sue varie forme, la terra cotta e affiora qua e là la decorazione che ingentilisce i prodotti; si inizia la lavorazione dei metalli. L'uomo in queste epoche è naturalmente artigiano.

Non c'è, e non ci può essere, nei secoli alcuna soluzione di continuità e si può affermare che l'a. non abbia mai avuto veri periodi di decadenza, in quanto dividendosi in due grandi branche (a. usuale e a. artistico) quando l'una non ha segnato progressi, l'altra ci ha dato il fulgore dei musaici delle basiliche romaniche o il cesello dei vasi sacri e delle corazze del ' 500 . Viceversa, quando è sembrato decadere l'a. artistico, l'ingegno alacre e l'intuito pronto dei maestri d'arte ci ha dato utensili e tecniche perfette per assicurare ai tessuti di lana ed ai damaschi o ai prodotti della nascente arte della stampa pregi non raggiunti, né superati dalla più perfetta industria moderna.

Però il periodo aureo delle attività artigiane si svolge nei secoli del medioevo e del Rinascimento. Il popolo acquista coscienza del suo valore, vede nelle attività produttrici la garanzia della sua vita e l'origine della sua forza. Si oppone alle prepotenze ed alle pretese dei nobili affermando al tempo stesso il suo diritto alla libertà politica ed alla libertà del lavoro e dei traffici.

La corporazione è lo strumento che attua questa profonda rivoluzione sociale: la vita comunale, raccolta entro le ben munite mura della città, offre all'a. grandi possibilità di affermarsi. Non mancano i maestri, non mancano i compagni e gli apprendisti. La distruzione dei castelli. l'abolizione dei pedaggi, la relativa sicurezza delle strade consentono i rapporti con i più lontani paesi, e artigiani e mercanti ci uniscono contro il comune nemico - i nobili - e dànno al Comune vita operosa, ricchezza e potenza (v. corporazione; monastero; scuola di ARTI E MESTIERI).

Quindi lo sviluppo del progresso meccanico, il pauroso imporsi della macchina hanno indubbiamente limitato il campo di lavoro dell'a. All'a. non appar-

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(da Faschinetti, S. Bernardine da Siena, Milano 1932)
Artigianato - Testitrici. Stampa anonima (sec. xiv). Milano, Civica Raccolta di Stampe.
tiene più il prodotto di massa, dominio dell'industria. Ma l'a., ridotto il proprio settore di attività, quello che ha perduto in ampiezza ha guadagnato in qualità.
III. A. e industria. - La posizione del prodotto industriale di fronte al prodotto artigiano si può così riassumere: il prodotto industriale è prodotto di massa; prodotto tipo, che, pur non rispondendo al gusto o all'esigenza particolare di nessuno, può sopperire alle necessità di tutti. Il prodotto artigiano è il prodotto di qualità; non l'oggetto anonimo che esce in migliaia di esemplari dalla macchina, ma l'oggetto che reca l'impronta della mano che l'ha prodotto e risponde alla particolare esigenza estetica o pratica di colui che ne ha richiesta la lavorazione o che ne ha fatto l'acquisto.

L'industria rappresenta il grosso della produzione; mentre l'a. è rimasto al margine di questa, margine più o meno rilevante a seconda del settore che si prende in esame. Ad es. : nei mestieri artistici, come in quelli dell'oreficeria e nell'abbigliamento, largo campo è rimasto al lavoro artigiano. Ad alcuni tipici mestieri l'industria non ha potuto fare nessuna concorrenza, mentre nelle varie attività che fanno capo all'abbigliamento, e particolarmente nella confezione dei vestiti, l'a. resiste vittoriosamente al prodotto a serie.

Al contrario, laddove il prodotto ha funzione prevalentemente strumentale e si richiedono soprattutto basso prezzo per largo consumo e tipi uniformi rispondenti alle esigenze pratiche della vita moderna, l'industria ha ridotto al minimo il lavoro artigiano. E questo rileviamo, ad es., nella lavorazione dei metalli, nelle arti della tessitura e della stampa, nell'edilizia.

Le conquiste della scienza e della tecnica hanno aperto però nuovi campi e suscitato nuovi mestieri : l'elettrotecnica, la meccanica, lo sviluppo e la diffusione degli strumenti di precisione, l'arte fotografica hanno dato agli artigiani il mezzo di affermare la loro capacità in aderenza ai tempi.

Le nostre considerazioni prescindono poi dal lavoro vasto e intenso che l'a. svolge per la ripa-
razione dei prodotti industriali e propri danneggiati dall'uso. Dalle calzature ai vestiti, dagli oggetti più comuni d'uso al restauro delle opere d'arte, dalla riparazione e revisione dei motori e delle macchine in genere alla rigenerazione e riparazione dei pneumatici, non c'è settore in cui l'intelligenza pratica ed acuta dell'artigiano non raddoppi o triplichi la durata di un oggetto con la sua opera modesta e preziosa.

La scarpa, oggi, esce molto spesso da una fabbrica, ma quante volte è necessario ricorrere all'opera dell'artigiano calzolaio prima di dichiararla fuori uso? Si ripeta lo stesso ragionamento per gli utensili da cucina, per gli abiti, per i pneumatici, le macchine da scrivere, gli orologi e gli accendisigari e si vedrà quanto grande è la ricchezza che non va perduta per merito magari di una paziente rammendatrice o di un fabbro laborioso e intraprendente.

Questa attività non dà titoli di nobiltà o di gloria nel mondo della produzione, ma costituisce una preziosa collaborazione anche per l'industria.

Si può concludere quindi che l'a. non è un settore produttivo, ma un modo di produrre applicabile a tutti i settori produttivi.

Un segno rivelatore della perennità del lavoro artigiano è dato dalla tendenza dei mercati che hanno sviluppato al massimo il progresso meccanico, e conseguentemente imposto ai consumatori il prodotto a serie: i paesi d'America, ad es., chiedono prodotti artigiani alle nazioni del vecchio mondo e favoriscono l'immigrazione di maestri d'arte.

Il prodotto uniforme stanca ed anche il consumatore nord-americano cerca per la sua casa mobili di fattura artigiana, stoviglie di ceramica o almeno
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(da Faschinetti, S. Bernardine da Siena, Milano 1932)
Artigianato - L'artigiano anefo. Stampa anonima (sec. xv)
Milano, Civica Raccolta di Stampe.

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![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(pot. Pont. Comm. Arch. Sacra)
RISURREZIONE DI LAZZARO, BUON PASTORE, ORANTI, DANIELE, NOE NELL'ARCA
Parete affrescata nel cimitero dei Giordani (sec. iv) - Roma.

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![img-7.jpeg](img-7.jpeg)

ARTI LIBERALI
particolare del piedistallo della colonna centrale del pulpito scolpito da Nicola Pisano (1266-68) - Siena, duomo.

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
particolare dell'Allegoria della Religione cattolica, affresco di Andrea Bannaiuti (1365). Firenze, S. Maria Navella, Cappellone degli Spagnuoli.

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TAV. X
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

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qualche originale sopramobile dovuto a un maestro d'arte italiano, francese o fiammingo.
IV. Carattere personale dell'a. - L'artigiano rappresenta la più alta affermazione della personalità umana nel mondo della produzione: egli, sia decoratore, incisore, sarto o falegname, impersona in se stesso gli elementi fondamentali della produzione: il lavoro, la tecnica, il capitale. Le sue facoltà intellectuali, i suoi muscoli, tutte le sue possibilità finanziarie sono tese nello sforzo produttivo ed egli porta nel lavoro la passione di chi sente legati a questa fatica il successo nella vita e l'avvenire della famiglia.

Nella bottega artigiana lavorano il maestro d'arte, qualche apprendista e talvolta qualche dipendente. Molto spesso non vi sono nè apprendisti, nè dipendenti, ma soltanto figli e nipoti dell'artigiano che apprendono il mestiere già trasmesso per secoli di padre in figlio. La macchina nella bottega artigiana è un ausilio prezioso per evitare le rudi fatiche della preparazione del lavoro, ma non è mai lo strumento vero e proprio del lavoro. Gli apprendisti e i lavoranti vivono a contatto ininterrotto l'uno dell'altro in alcuni metri quadrati di spazio: il maestro d'arte è con loro e dirige e insegna lavorando.
V. Aspetto sociale. - Le agitazioni sociali sfiorano, ma non travolgono la bottega artigiana che rappresenta un'ossi di pace: nella famiglia artigiana non esiste normalmente la disoccupazione; le artigiane possono lavorare nella propria casa, senza trascurare i lavori domestici; il lavoro femminile completa spesso i guadagni insufficienti del capo di famiglia e, nelle zone rurali, ha carattere stagionale. L'artigiana lavora nei mesi invernali, quando ogni attività agricola tace, e dalle sue mani escono pizzi e merletti di nobile fattura o pregiati tessuti a mano. Il contadino, parimenti, nella «morta stagione» si trasforma spesso in riparatore di falci ed aratri, in bottaio, in falegname.

L'a. rappresenta quindi una felice soluzione del problema sociale. E un complemento prezioso al lavoro dei campi, assicurando stabilità finanziaria alla famiglia rurale; consente, nelle tante varietà del lavoro a domicilio, l'ordinata vita della famiglia senza portare la donna nelle fabbriche; i mestieri di sarta, ricamatrice, rammendatrice, maglierista rappresentano al tempo stesso una fonte di guadagno e una difesa della femminilità.

I mestieri di sarto, pellicciaio, cravattaio, guantaio, e non pochi altri, ci dànno il tipo ideale dell'azienda familiare perché uniscono gli uomini e le donne, i giovani e le fanciulle della stessa casa in una attività produttiva.

Per il suo carattere spiccatamente personale e familiare l'a. ha sempre avuto una favorevole considerazione tanto nella dottrina sociale cristiana quanto nei movimenti sociali che ad essa si ispirano.
VI. Aspetto politico. - Il senso profondo di individualismo - che la natura stessa dell'attività che esercitano suscita negli artigiani - non ha impedito che attraverso i secoli l'a. si affermasse nella vita sociale e politica, attraverso organizzazioni professionali il cui ricordo suscita tuttora ammirazione.

Dobbiamo rilevare anzitutto che sin dai tempi più antichi l'a. fiorisce in clima di libertà. Nell'Oriente come nell'Occidente, in Grecia come a Roma, il ceto libero è costituito dagli artigiani e dai mercanti. La plebe romana nella sua grande maggioranza era infatti costituita da artigiani. Durante il medioevo le libertà comunali hanno la loro espressione economica nelle arti e mestieri. Anche oggi una comunità poli-
tica è tanto meno esposta a scivolamenti verso regimi tirannici quanto più in essi fiorisce l'a.
VII. L'A. attualmente in italia. - L'Italia anche in passato è sempre stata terra classica dell'a. sia per il carattere spiccatamente individualistico dei suoi abitanti, sia per le gloriose tradizioni in materia che si perdono nella lontananza dei secoli. Oggi pure l'a. gioca una parte assai notevole nella vita econo-mico-sociale italiana. Dal censimento del 1936 risultano esistenti in Italia 993.840 artigiani - con dipendenti e senza dipendenti - di cui 803.622 uomini e 190.218 donne. Le aziende artigiane assommano a circa 800.000 e coloro che vivono sul loro reddito si aggirano dai 4 ai 5 milioni. Durante la seconda guerra mondiale, data la difficoltà di ottenere materie prime, anche in Italia le attività artigiane hanno subito una flessione ed hanno segnato un arresto; però terminate le ostilità, si sono rapidamente riprese e ad esse sembra che si aprano sbocchi lusinghieri specie nelle Americhe.

BibL.: A. Marshall, Industry and Trade, Londra 1919; W. Sombart, Il Capitolismo Moderno, Firenze 1925; T. Frank, An Economic History of Rome, 2² ed., Baltimora 1927; G. A. Fanelli, A., Roma 1929; S. Lattes, L'A. forestale, Torino 1933; Et. Mar-tin-Saint Léon, Antismal, in DScoc. II, coll. 22-30; A. De Mori, A. italiano, Firenze 1947.

Raimondo Michetti
ARTI INDECOROSE. - Sono così chiamate, nel CIC (can. 138), quelle professioni o mestieri il cui esercizio viene espressamente vietato ai chierici perché ritenuto disdicevole al loro stato.

Il legislatore non determina quali a. debbano precisamente ritenersi indecorose. Supplisce il ricorso alle fonti, dalle quali risulta che la proibizione non interessa soltanto alcune a. propriamente intese, come quella del comico, dell'attore di teatro o di cinematografo, del danzatore, del giocoliere, del musico di piazza, del prestigiatore, ecc., ma va estesa anche a taluni mestieri, come quello del macellaio, del taverniere, del pubblico rivenditore, del bovaro, del cacciatore di professione ed altri ancora, i quali, benché onorevoli per una certa classe di persone laiche, non convengono invece allo stato clericale.

Con le a. i. non debbono confondersi le a. e professioni liberali (come ad es., la professione del me-dico-chirurgo, dell'avvocato e procuratore, del notaio, dell'amministratore pubblico e privato, ecc.), le quali tuttavia vengono ugualmente vietate al chierico, a meno che non intervenga la licenza della competente autorità (can. 139).

Zaccaria da S. Mauro
ARTI LIBERALI. - Vanno sotto il nome di a. 1. le discipline letterarie e scientifiche, che costituivano, durante il medioevo, l'insegnamento propedeutico alla filosofia e alla teologia. Esse erano divise in due gruppi, detti del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica). Il nome, attraverso la tradizione latina, deriva dal greco ( ἐ λ ε θ̇ θ ε ρ o t τ ἐ χ vee α ), e designa le arti degne di un uomo libero in contrapposto a quelle mercenarie e meccaniche ( β ἀ boldsymbol{α} boldsymbol{α} boldsymbol{α} boldsymbol{α} boldsymbol{α} ). La distinzione, che per la prima volta appare in Platone (De republica, 405 a; 522 a), vien ripetuta da Aristotele, che trattando nella Politica (VIII, 2) dell'educazione dei giovani, definisce meccanica ogni arte o disciplina che rende l'uomo libero inadatto all'esercizio della virtù. Cicerone usa rispettivamente per le due classi i termini di «liberales» o "ingenuae» od "honestae», e "sordidae» o "inhonestae" (De officiis, I, 42).

Per quanto riguarda il loro numero, Aristotele (loc. cit.) indica come costitutive dell'insegnamento comunemente in uso nel suo tempo : la grammatica, la ginnastica e la musica, "a cui a volte si aggiunge la pit-

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tura ». Cicerone nel De oratore (III, 32) vi comprende : la geometria, la musica, la fisica, l'etica, la politica e lo studio delle lettere e dei poeti. Assai prossimo all'elenco medievale è quello dato da Quintiliano (Institutiones oratoriae, I, 10), il quale usa, a designarne il complesso, l'espressione greca èyoùxlios; maikèis ("orbis doctrinae "), espressione che ci riporta all'ideale e alla pratica dell'età ellenistica. Definitivamente fer-
matoapparel'intero
complesso nello
Pseudo-Cebete e
nel neo-platonico
Porfirio. DopoBoezio il ciclo delle sette arti, che fin allora aveva, a seconda degli ideali di cultura, subito varie oscillazioni, è ormai d'uso universale.

La grammatica fin dagli ultimi tempi della repubblica, e poi durante l'impero, aveva per compito principale l'insegnamento delle parti del discorso, basato sulla testimonianza e l'autorità degli antichi. Varrone distingue quattro fasi nello studio della grammatica: "lectio" o lettura del testo classico; "emendatio" o commento letterale e letterario; "enarratio" o critica del testo e dello stile; "iudicium" o veduta d'insieme. Durante il medioevo la grammatica abbraccia lo studio dei grammatici e scrittori antichi e recenti. Divulgatissime e spesso commentate sono le due opere sulle 8 parti del discorso (Ars minor e Ars maior) di Elio Donato, che era stato, a
Roma, maestro di s. Girolamo e il più celebre grammatico del suo tempo. Accanto a lui molto noto è Prisciano di Cesarea in Mauritania (ca. 500), principalmente per l'opera, in 18 ll., Institutio de arte grammatica. Inoltre, insieme con scrittori come Orosio, Gregorio di Tours, Boezio, la grammatica comprende la lettura dei classici latini, Virgilio, Orazio, Seneca, ecc.

La retorica era stata molto in onore presso i Romani. Modello tradizionale di questa disciplina, intesa a formare il * vir eloquentissimus" erano le orazioni greche. L'insegnamento comprendeva una parte teorica riguardante i generi di eloquenza : epidittica, giudiziaria, deliberativa, e i suoi momenti essenziali : invenzione, disposizione, elocuzione; ed una parte pratica consistente in frequenti e variati esercizi. Nel medioevo la retorica non ha primaria importanza. Teodorico di Chartres nel suo Heptateoclon ricorda come modelli da preferirsi : Cicerone, Quintiliano, Mario Vittorino.

Delle rimamenti arti liberali sembra fossero insegnate durante l'impero, la geometria (Ulpiano, Digesto 50, 13, 1)
e specialmente l'astronomia. Della dialettica, aritmetica e musica fa cenno Varrone che inoltre vi aggiunge la medicina e l'architettura. Nel medioevo ebbe grande sviluppo la dialettica, che assunse nei secc. xI-xir primissima importanza. Mentre per s. Agostino essa è ancora la scienza delle leggi regolanti l'attività della ragione o l'arte di convincere e confondere l'avversario, nel medioevo, dopo la scoperta dell'intero Organo aristotelico, essa va lentamente arricchendosi e trasformandosi, fino ad assumere i caratteri di autentica speculazione filosofica. Minore estensione vòbero nel medioevo le discipline del Quadrivio che importavano per la loro stessa natura una preparazione tecnica più specializzata. Base dell'insegnamento della matematica e dell'astronomia erano anzitutto i libri di Boezio, l' A strolabio di Gerberto e le teorie di Euclide, nella versione di Adelardo di Bath.

I medievali trovavano già chiaramente delineato l'intero ordinamento delle a. I. nel De artibus ac disciplinis liberalium litterarum (parte I { }^{text {h }}, praef.) e nel De institutione divinarum litterarum di Cassiodoro. Furono queste due opere, specie di enciclopedia generale del sapere, che contribuirono a divulgare quel programma di insegnamento il quale, ripreso e rinnovato in seguito da Isidoro di Siviglia e più tardi da Alcuino, divenne, nel Trivio e Quadrivio, il canone caratteristico degli studi durante il medioevo. Tale, sia pur modesto insegnamento, assolse, particolarmente durante i secoli dell'alto medioevo, una funzione di indubbia importanza, conservando alla rinascita speculativa dei secc. xII-xIII la sostanziale continuità del pensiero e della cultura classica.

Fu appunto durante questo tempo che l'estendersi del sapere, dopo la scoperta della sintesi aristotelica, portò alla graduale svalutazione del Trivio e Quadrivio. Ma ancora Dante, secondo una probabile interpretazione dell'allegoria, giudica le s. l. indispensabile propedeutica al sapere umano quando parla del nubile castello del Limbo dove, con gli altri savi, deve entrare per sette porte (Inf., IV, 106-11). In pieno umanesimo, P. Paolo Vergerio intitola l'opera pedagogica scritta per Ubertino, figlio del signore di Carraza, De ingenuis ac liberalibus studiis. Ma già gli studi liberali sono più ricchi, e lo scopo non è più la forma-

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zione del retore o del filosofo, ma quella del condottiero e del principe.

Bibl.: Oltre le opere citate: J. Marietan, Problème de la classification des sciences, d'Aristote à 2. Thomas, Parigi 1901; O.Willmann, Didahith, als Biblungslehre, 3ᵃ ed. Brunswick 1903; J. E. Sande, A History of Classical Scholarship, I, Cambridge 1921; R. Laqueur, Hellenismus, Giessen 1922; per la storia della s. I. : R. M. Martin, Arts libéraux (sept), in DHG, IV, coll. 827 843 (con bibl.): H.-I. Marrou, S. Augustin et la fin de la culture antique, Parigi 1938. Ugo Viglino-Giussenge Maiolo

Iconografia. - La qualifica di a. l. si estende talvolta dalle a. l. annoverate nel Trivio e nel Quadrivio alla medicina e all'architettura. Personificate da Marciano Capella e dai suoi seguaci come figure femminili con determinati attributi e, per quanto risulta dalle fonti letterarie, raffigurate già nell'epoca carolingia, le a. 1. compaiono secondo lo spirito enciclopedico del medioevo nei portoni delle cattedrali gotiche francesi (Chartres, Sena, Auxerre), nel pulpito di Nicola Pisano a Siena ed in quello di Giov. Pisano a Pisa, nella fonte di Perugia ed infine nell'atrio della cattedrale di Friburgo (ca. 1300). L'apogeo del concetto enciclopedico si dimostra nei rilievi del campanile di Giotto, dove le a. l. sono coordinate con le sette virtù, con i sette sacramenti, con i sette pianeti, con le a. meccaniche e con i rappresentanti delle relative discipline. Un'altra composizione di tipo enciclopedico è quella quasi coeva del Cappellone degli Spagnoli in S. Maria Novella, dove alle a. sono associati i singoli cultori celebri di esse. Fin dalla tomba di Roberto d'Angiò in S. Chiara di Napoli le a. l. sono accostate ad un defunto per magnificarne le doti, fatto che ricorre nel Quattrocento nel Tempio malatestiano di Rimini e nella tomba di Sisto IV del Pollaiolo. Con qualche aderenza al concetto medievale, le a. l. si trovano intorno a s. Tommaso in disputa con gli eretici nell'affresco di Filippino Lippi in S. Maria sopra Minerva
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(IM. Zibart)
Arti liberali - La Grammatica. Collaboratori di Andrea Pisano (sec. xiv). Rilievo nel campanile di Giotto a Firenze.
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(let. Anderven)
Arti liberali - La Geometria - Pinturicchio (sec. xv). Vaticano, Appartamento Borgia.
a Roma. Assumono invece puro valore decorativo, anche se in rapporto con l'ambiente, in una porta intarsiata del palazzo ducale di Urbino o nell'appartamento Borgia in Vaticano (Pinturicchio ed altri pittori) o nei pannelli attribuiti a Giusto da Gand. In seguito la concezione naturalistica che informa la pittura bandisce le allegorie; per questo motivo Raffaello nella Scuola d'Atene interruppe il vecchio schema allegorico, sostituendo i simboli delle a. l. con le sole figure dei loro massimi cultori. - Vedi Tavv. VIII-IX.

Bib l.: K. Künstle, Ihanographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928: P. D'Ancona, Le rappresentazioni allegoriche delle a. l. nel Medioevo e nel Rinascimento, in L'Arte, I (1902), pp. 137-55, 211-28, 269-89, 370-83. Kurt Rathe

ARTOFORIO (ápтopópiov). - Nella Chiesa orientale indica la custodia della S.ma Eucarestia, la quale è conservata per lo più in un tabernacolo a forma di chiesetta, sopra l'altare maggiore o sopra quello della protesi. In molti luoghi invece la si serba in un recipiente a guisa di pomo, sospeso al baldacchino dell'altar maggiore. La lampada che deve ardere sempre, lume inestinguibile, fra la conca dell'abside e l'altare, non è tanto destinata all'a. quanto a tutto il santuario.

Placido de Meester
ARTOTIRITI. - Antica setta orientale, così chiamata, perché i suoi aderenti usavano pane ( ἀ ρ τ o ς ) e formaggio ( τ cup ρ o ́ s ) nella celebrazione dei loro misteri. Le poche notizie che ne abbiamo provengono dagli scrittori ecclesiastici dei secc. Iv e v: s. Epifanio è il primo a ricordarla nel suo Panarion, 2, 49 (PG 41, 880), seguito da Filastrio di Brescia (Liber de haeresibus, § 74: PL 12, 1186), da s. Agostino (De haeresib. liber, § 28 : PL 42, 30) e da s. Girolamo (In epist. ad Galatas, 2, 2: PL 26, 382), i quali comunemente si accordano nel metterla in rapporto col montanismo e localizzarne la presenza nella Galazia e paesi circonvicini. La critica moderna razionalista ha vo-

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luto vedere, a torto, un'a. in s. Perpetua (cf. P. de Labriolle, s.v. in DHG, IV, coll. 825-27). Mario Scaduto

ARUNDINE (dal lat. arundo "canna»). - Asta ornata e sormontata da tre candele disposte a triangolo, usata nella funzione del Sabato Santo. Dopo la benedizione del fuoco (v.) alla porta della chiesa, il diacono vi entra sorreggendo con la destra l'a., e canta tre volte il Lumen Christi all'ingresso, a metà e vicino all'altare, alzando ogni volta il tono della voce e accendendo una delle tre candele. L'a. rimane poi a fianco dell'altare maggiore fino alla domenica in albis. Il rito trae forse la sua origine dall'uso esistente in Roma dove, il Giovedl Santo, verso nona, alla porta del Laterano si accendeva, con una scintilla tratta da pietra focaia, una candela posta su di una canna; con essa poi si accendevano sette lampade e si iniziava la Messa (Ordo Rom. I, appendice 1, dell'evo carolino). La miniatura di un Exultet (Cod. Vat. lat. 3784, sec. xII) fa pensare che l'a. non fosse altro in origine che l'asta munita di una o più candele, adoperata per accendere il Cero pasquale. Comunque l'attuale cerimonia del Lumen Christi compare solo nell'Ordo Rom. XII, 30 (fine sec. xir inizio sec. xili).

Bibl.: Ordo Romanus I, appendice 1, n. 2 e Ordo Romanus XII, 30: PL 78, 960, 1076; M. Righetti, Storia Liturgica, II, Milano 1946, p. 171.

Silverio Mattei
ARUSPICINA. - E l'insieme delle dottrine degli aruspici, intese ad interpretare la volontà degli dèi attraverso l'esame delle viscere delle vittime; si che il termine equivale ad extispicium. L'a. è di indubbia origine etrusca, come etrusca è probabilmente la prima parte del nome. Le vere hostiae consultoriae, ossia gli animali, le cui viscere servivano alla consultazione, erano il bue e la pecora, ma soprattutto la seconda.

Fra le viscere occupava un posto quasi esclusivo il fegato; si esaminavano però anche il fiele, il cuore, i polmoni. Nell'esame del fegato gli aruspici avevano elevato il loro virtuosismo ad un grado estremo: si osservava il colore delle fibre, il numero delle fessure superficiali e si suddivideva l'organo con una topografia complicata in tante caselle, ognuna delle quali aveva il suo significato ed era sacra ad una divinità differente. Cosi sembra almeno di poter dedurre dal noto fegato bronzeo di Piacenza. Fra l'a. etrusca e quella babilonese sussistono alcuni rapporti, ma non sappiamo se siano dovuti ad influssi diretti.

BibL.: C. D. Thulin, Die etrushische Disciplin, II : Die Aruspiren. Gö̈nborg 1906; id., s. v. Haruspices, in Pauly-Wissowa, Realencyel. der blurs. Altertumszitc., VII, coll. 2449-50 (ottimo riassunto dell'opera precedente). Sui rapporti fra a. etrusca e babilonese, v. G. Furlani, Epatuscopia babilonese ed epatascopia etrusca, in Studie Materiali di St. delle Relig., 4 (1928), pp. 242-85

Paolino Mingazzini
ARVALI, FRATELLI. - Sodalizio religioso romano di tipo collegiale, composto di 12 membri, con a capo un magister; di reclutamento patrizio, con nomina di membri per cooptazione fino all'epoca imperiale, a partire dalla quale gli imperatori si riservarono la nomina (cooptatio ex litteris). Era dedicato al culto della dea Dia, aspetto speciale della dea Madre o Cerere, e possedeva al quinto miglio della Via Campana (presso l'odierna Magliana) un santuario.

La grande festa annuale della dea durava tre giorni e cadeva alla fine di maggio. Era diretta a propiziare gli dèi, specialmente i Lari, i Semoni, Marte e la dea Dia a pro' dell'agricoltura. Si conosce abbastanza bene l'attività liturgica di questo sodalizio a causa degli Atti, o processi verbali, purtroppo frammentari, delle loro adunanze, incisi su lapidi che restano in larga copia; i più notevoli per ampiezza sono quelli degli anni 218 e 240.

Le feste della fine di maggio erano indette anno per anno e s'iniziavano in casa del magister con libazioni, unzioni e altri riti propiziatori. Il secondo giorno, che era il più solenne, i f. A. si recavano nel santuario sulla Via
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Artuspicina - Specchio etrusco con rappresentazione dello indovino Calcante (sec. iv-iti a. C.) - Vaticano, Museo Gregoriano etrusco.

Campana ed ivi, dopo cerimonie lustratorie preliminari : 1) immolavano una agnella grassa alla dea Dia; 2) offrivano alla Madre dei Lari olle piene di farro, gettandole per il clivo che portava al santuario; 3) tripodavano nel tempio, a porte chiuse, con le vesti succinte e leggendo su appositi libretti, il carme celeberrimo: Enoz Lases innate. Seguivano un banchetto e gare di corsa nel vicino ippodromo. Il terzo giorno trascorreva in casa del magister con un banchetto, accensione di lumi e ghirlande di fiori.

L'antichità di questo sodalizio è provata dal fatto che Romolo stesso ne era considerato il fondatore; che le divinità adorate erano tutte indigene; che la lingua del carme è arcaica, come arcaiche erano le cerimonie della sua recitazione; che vi erano osservati il tabu del ferro e la persistenza dell'uso di olle di rozzo impasto, che richiamano quelle delle terremare; che vi si facevano libazioni arcaiche e per la qualità (offe impastate di farina, latte e fegato) e per il modo dell'oblazione. I suoi Atti sono dunque documenti di prim'ordine per lo studio della antichissima liturgia romana. Gli A. nel rito vestivano la pretesta e portavano sul capo infule bianche, sulle quali posava una corona di spighe. Il loro collegio durò fino agli ultimi anni del paganesimo.

Bibl.: G. Marini, Gli atti e monumenti del F. A., Roma 1792; G. Heczen, Acta fratrum Arvalium, Berlino 1874; N. Turchi, Il rituale degli A., in Saggi di storia delle religioni, Foligno 1924; G. Metzmacher, De sacris Fratrum Arvalium cum Ecclesiae Christianae coeremonii: comparandis, in Jahrb. für Liturgiemuis., 4 (1924), p. 1 sgg.; M. Nacinovich, Carmen Arvale, 2 voll., Roma 1933-34; A. Ferrua, Antichità cristiane: i+F . A .+ e i loro +A t t i+ in La Civiltà Cattolica, (1946, 1), pp. 41-49, a proposito del più recente trovamento (1945) di frammenti di Atti, nelle Grotte Vaticane.

ARVIDE, MARTín de. - Dei frati Minori, missionario e martire nel Nuovo Messico: n. a Puerto de S. Sebastian (Spagna), fu trucidato il 27 febbr. 1632. Emessi i voti nel convento di S. Francesco di Messico (1612), chiese ed ottenne il permesso di recarsi nel

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Nuovo Messico. Destinato alla missione di Pecuria, riusci a richiamare gli indiani Jemez che erano tornati alla vita vagabonda. Nel 1632 fu mandato tra gli indiani Zipias nell'Arizona. Partì accompagnato da due soldati, cinque indiani cristiani e un meticcio, Lorenzo, da lui educato; ma prima di arrivare vennero assaliti di notte da indiani, che di nascosto avevano seguito la comitiva. Fra Martin fu atterrato a colpi di bastone e lasciato mezzo morto, e Lorenzo, volendo ingrasiarsi i selvaggi, uccise il suo benefattore, troncandogli la testa e la mano destra.

Bibl.: A. de Vetancurt. Menologia Franciscano, Messico 1871; Z. Engelhardt, The Franciscans in New Mexico, in Franciscan Herald, 9 (Chicago 1921); M. Habig, The Franciscan Martyrs of North America, in The Franciscan Educational Conference, 18 (Washington 1936); id.. Heroes of the Cross. An American Martyrology, 2* ed., Nuova York 1942. Pancrazio Mawschalkerweerd

ARVISENET, Claude. - Scrittore ascetico francese, n. a. Langres l'8 sett. 1755, m. a Gray il 17 febbr. 1831. Studiò al ginnasio di Molsheim (Alsazia), poi la teologia a Parigi, al collegio di Laon. Ordinato sacerdote (1779), fu richiamato a Langres dal vescovo C.G. de la Luzerne, che lo nominò canonico. Durante la rivoluzione, rifiutò il giuramento "costituzionale» e col suo vescovo andò in csilio a Lucerna (1794). In Svizzere pubblicò anonimo il trattato ascetico che lo rese celebre: Memoriale vitae sacerdotalis (Lucerna 1794; 2^{mathrm{a}} ed. Costanza 1795; 27 ristampe dal 1822 al 1896; nuova ed. nella Bibl. asc.-mystica di A. Lehmkuhl, I, Friburgo in Br. 1906), in succoso latino biblico, diviso in versetti come l'Initazione di Cristo; ebbe largo successo e fu nel 180 I lodato a Roma.

Dal 1795 A. visse a Costanza e in altri luoghi del Baden. Tornò nel 1801 a Langres, ove pubblicò Maximes et devoirs des pères et mères (1801). Essendo stata soppressa dal Concordato (1802) la sede episcopale di Langres (riunita a Digione), il vescovo De la Tour du Pin chiamò A. a Troyes ove lo nominò canonico e vicario generale; A. vi trascorse il resto della sua vita dedicandosi all'apostolato ascetico, con gli scritti e con la direzione spirituale. Il nuovo vescovo di Troyes (1808-25), E.-A. de Boulogne, essendo stato incarcèrato, poi confinato (1811), A. fu nominato vicario capitolare per la diocesi di Troyes insieme a E.-B. Tresfort; ma dopo un anno circa A. si dimise, constatando che la sede non era canonicamente vacante; il vescovo liberato rientrò il 3 luglio 1814.

Adattando e svolgendo le idee del suo Memoriale, A. pubblicò altre dieci opere: Sapientia Christiana, Langres 1803; Le Bon Auge de l'Enfance, Troyes 1803 ( 50 ristampe dal 1826 al 1886); Manuductio iuvenum ad sapientiam, Troyes 1803, in francese 1819 ( 38 ristampe dal 1826 al 1881); Le Fronient des Élus, Troyes 1823 (81 ristampe dal 1829 al 1879); Tableau du christianisme contenant le précis de la vie de mathcal{J}_{1}-C. et des nugurs de ses vrais disciples, ivi 1824; Mayens de perfection pour une vierge chrétienne, Lione 1827 ( 62 ristampe 1829-83); La vertu angélique, Troyes 1826 (20 ristampe 1829-76); La volonté de Dieu, ivi 1826 (14 ristampe 1830-79). J.-B. Migne pubblicò le Oeuvres complètes de A. (in 8^{°} gr., Petit-Montrouge 1856), disponendole logicamente in due categorie: a) sui doveri di tutti i cristiani, b) sui doveri di stati particolari.

Bibl.: P. F. Esalle, C. A., Troyes 1804; L. Le Grand, s. v. in DHG, IV (1930), coll. 854-56; E. Prévost, s. v. in DSp, I. coll. 934-32. Antonino Romeo

ARYA-SAMĀJ. - Propriamente «comunità, società degli Arii»; uno dei numerosi movimenti religiososociali dell'India moderna, fondato nel 1865 da Dayānand Saraswati, un brahmano del Kathyawar (18241883), diffusosi in breve tempo in tutta l'India settentrionale (Panjab e Province Unite). Avversario del