ino Romeo
ARYA-SAMĀJ. - Propriamente «comunità, società degli Arii»; uno dei numerosi movimenti religiososociali dell'India moderna, fondato nel 1865 da Dayānand Saraswati, un brahmano del Kathyawar (18241883), diffusosi in breve tempo in tutta l'India settentrionale (Panjab e Province Unite). Avversario della cultura europea e di ogni suo influsso, e particolarmente contrario ai dettami del cristianesimo e dell'islamismo, Dayānand auspicò il ritorno dell'induismo alla
primitiva purezza mercè la sua restituzione alle fonti vediche, nelle cui divinità egli vedeva simbolicamente personificate le forze della natura.
La sua è perciò una dottrina monoteistica per la quale Dio, essere perfettissimo - di cui il culto è mezzo imprescindibile, come la rettitudine della vita, all'emancipazione delle anime dalla peregrinazione nelle esistenze, e alla beatitudine celeste - è creatore, reggitore e distruttore del mondo; l'esistenza del quale è pertanto un perpetuo sorgere, perire e rinnovarsi. Ogni possibile cognizione del passato, del presente e pur di quanto potranno concepire le età future - non solo per l'India - si deve considerar già inclusa nel Veda, che va così ritenuto il libro della sapienza divina. Ogni altra religione che non ne accetti il verbo è perciò da respingersi, sia essa non soltanto il cristianesimo o l'islamismo, ma pure il buddhismo e l'induismo, il quale ultimo ammette l'idolatria da Dayānand nettamente ripudiata. Non è ammessa da Dayānand neppure la remissione dei peccati; oppugnati sono il regime delle caste e il matrimonio dei fanciulli; difesa la necessità di una maggiore istruzione delle classi umili e l'equiparazione dei diritti delle donne a quelli degli uomini.
Notevole è la propaganda che l'Ā.-S. svolge tra i cristiani e i musulmani dell'India, anche da quando, morto Dayānand nel 1883, essa si è suddivisa in tre gruppi distinti, con tendenze gradualmente diverse. Di essi, uno, severamente conservatore, si tiene stretto ai dettami del Veda; un altro non disdegna accettare usi europei e ammette il cibo carneo; il terzo, finalmente, animato da spirito nazionalista, si oppone energicamente ad ogni influenza straniera e vorrebbe «far rivivere l'età d'oro dell'India antica».
Nel 1921 l'Ā.-S., i cui adepti vanno sempre aumentando, contava, anche in conseguenza del suo spirito nazionalista oltre che per l'attiva propaganda, nel solo Bengala 468.000 aderenti.
Bibl.: G. K. Farquhar, Modern Religious Movements in India, Nuova York 1919, pp. 101-09; P. A. Vâth, Histoire de l'Inde et de sa culture, trad. franc., Parigi 1937, pp. 376-77.
Ambrogio Ballmi
ARZON. - L'odierna diocesi caldea di Sécrt anticamente aveva il nome di A. I nestoriani la chiamavano pure Mēvadrē («dispersi»), per indicare le sparse tribù che la componevano. Sotto il primo patriarca, nel 1553, ebbe un vescovo cattolico e la serie è continuata fino ai nostri giorni con la sola interruzione degli ultimi tre decenni del sec. xvir. Questa diocesi fu devastata durante la guerra 1914-18 e fino ad oggi non è stata riorganizzata.
Bibl.: J. T'fnikdji, L'Eglise Chaldéenne cath. autrefois et aujourd'hui, estratto da A. Battandier. Annuaire Pontifical cath., 17 (1914), p. 45 sg.
Pietro Sfair
ARZUGI. - Popolo che abitava la regione di Leptis Magna (Lebda), nella Tripolitania. Per lungo tempo resistette ad ogni influsso del cristianesimo; ancora alla fine del sec. iv era in gran parte pagano (Agostino, Ep., 46, 1). L'isolamento in mezzo a popolazioni ostili rendeva difficile ai non molti cristiani l'osservanza della disciplina ecclesiastica. C'erano solo cinque vescovi e quindi fu deciso che, per le consacrazioni episcopali, bastasse la presenza di appena tre vescovi (Codex canonum Eccl. Africanae, 49, 52: PL 67, 196 e 197). Lo scisma donatista si introdusse anche in mezzo agli A., ma non si mantenne unito. S. Agostino allude a disaccordi tra i donatisti a. e gli altri ( E p ., 93,8,94 ). Lo scisma, però, non vi soppiantò del tutto la gerarchia cattolica.
BibL.: A. Audollent, s. v., in DHG. IV. coll. 1498-99.
Ireneo Daniele
AŠA: v. AMEŠA SPENTA.
ASA. - Terzo re di Giuda dopo la divisione del regno, figlio e successore di Abia. Regnò 41 anni ( 910-870 a. C.). Riparò le rovine che, sotto Roboamo, suo nonno, aveva causato al paese il faraone Sesac; eresse varie fortezze a difesa dei confini. L'an-
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no 15^{°} del suo regno, il capo banda (non re) Zara (Zerab) etiope (cuSita), da non confondersi con Osorkon I figlio di Sesac, con ingenti torne di Arabi e Libi invase la Palestina fino a Maresa, oltre Hebron. A. lo ributtò vittoriosamente fino a Gerara, riportandone grande bottino. Altra guerra sostenne contro Baasa, re d'Israele, il quale aveva già occupato Rama, porta di accesso verso Giuda; A. lo vinse, ma con l'aiuto di Benadad re di Siria, già alleato di Baasa, che con i tesori del Tempio e della reggia aveva guadagnato alla sua causa. Tale mancanza di spirito teocratico gli fu rimproverata dal profeta Hanani (II Par. 16, 7-10).
Per altro A. curò gli interessi del suo popolo e della religione. Riformò la corte, allontanandone anche la madre, Maacha, aperta favoreggiatrice dei culti idolatrici, e tolse dal paese gli idoli e gli ieroduli che i suoi predecessori avevano introdotto, distruggendo anche una statua di 'ĀSērāh che sua madre aveva fatto innalzare.
Al Tempio, poi, consacrò ricca parte delle prede di guerra; favorl il ritorno del popolo al vero culto, facendogli rinnovare solennemente, nel 15^{°} anno del suo regno, la promessa di fedeltà a Jahweh. Ma negli ultimi suoi anni si dimostrò di poca fede, cercando aiuto, per guarire i mali che lo affliggevano, più dai medici che da Jahweh. Nel 39^{°} suo anno di regno, non potendo più governare a causa dell'aggravarsi delle sue infermità, si associò al regno il figlio Josaphat. I Reg. 15, 8-24, II Par. 14, 1-16, 14 descrivono più minutamente le vicende del lungo regno, insistendo sulla parziale defezione religiosa di A., in conformità allo scopo pedagogico-religioso dell'opera.
Bibl.: A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933, pp. 46-48. Giuseppe Priero
ASABA-BENIN, vicariato apostolicO di. - La missione, affidata alla Società per le Missioni africane di Lione, ha origine dalla prefettura apostolica del Niger Superiore, che prese il nome di Nigeria Occidentale (1911) e fu elevata a vicariato il 24 ag . 1918. Distaccatane una parte di territorio nel 1911 per la creazione della prefettura della Nigeria Orientale, un'altra vastissima plaga fu annessa alla medesima prefettura; due zone furono cedute nel 1943, erigendosi la prefettura di Ondo-llorin.
La superficie del territorio è di ca. 30.000 kmq . e la popolazione totale di ca. 1.200 .000 ab., di cui oltre 1.000 .000 di pagani, ca. 200.000 musulmani, ca. 36.000 cattolici e 42.000 protestanti. Personale: 42 sacerdoti esteri, con 4 indigeni, 14 suore. L'evangelizzazione, sulle orme dei pionieri, i prefetti apostolici J. Poirier (1884-93) e C. Zappa (1894-1919), progredisce tra i vari gruppi linguistici (Etsako, Sobo, Ibo, Kwane, ecc.), sorretta da una buona organizzazione scolastica: 249 scuole elementari con 28.000 alunni; 55 secondarie con 2430 alunni, 3 normali con 200 alunni. Esiste un seminario maggiore a Benin City.
Bibl.: Guida delle Missioni Cattoliche, Roma [1935], p. 247; MC, p. 21. Giuseppe Monticone
ASAEL (ebr. ' Ā i ā k^{′} ē l, «Dio ha fatto»). - Agilissimo guerriero, nipote di Davide, figlio di sua sorella Sarvia, fratello minore di Joab e Abisai. Dopo che l'esercito davidico, comandato da Joab e Abisai, ebbe vinto a Gabaon le truppe di Isboseth capitanate da Abner, questi, inseguito dal veloce A., sentendoselo già alle calcagna, si voltò d'improvviso e, pur contro voglia, lo uccise all'istante (II Sam. 2, 19-23). Tale morte sarà pretesto a Joab per sbarazzarsi di Abner (ibid. 3, 27). Ammirato per il suo coraggio, A. era annoverato fra i primi valorosi di David (ibid. 23, 24; I Par. 11, 26). Fu sepolto nella tomba paterna, a Betlemme.
Ugual nome portano nel Vecchio Testamento: un levita inviato dal re Josaphat per istruire il popolo nella legge divina (II Par. 17, 8); un levita posto a custodire le offerte al Tempio sotto Ezechia (ibid. 31, 13); il padre di Jonathan collaboratore di Esdra (Volgata Azahel; Esd. 10, 15). Giuseppe Priero
ASAF (ebr. "raccoglitore»). - Capo di uno dei tre gruppi di cantori del Tempio e poeta sacro al tempo di David.
Secondo l'albero genealogico di I Par. 6, 39-43, era levita della linea di Gerson (v.). Appare dapprima posposto al "fratello" (parente) Heman cantore (I Par. 6, 39; 15, 19, ordine dei nomi: Heman, A., Ethan). In seguito A. era il capo e precedeva Heman e Jeduthun (ibid. 6, 5; 25, 1). Era il primo dei musici, che, divisi in tre categorie, dipendevano immediatamente da David (ibid. 25, 5-6). Lo strumento particolare di competenza di A. e del suo gruppo era il cembalo (mēṣilīijjīm, ibid. 15, 19; 16, 5; cf. 25, 1). I discendenti di A. sono ricordati come i continuatori dell'opera del padre (II Par. 20, 14; 29, 13; 35, 15; Esd. 2, 45 tra i reduci dall'esilio; 3, 10; Neh. 7, 45; 11, 17. 22).
Oltre che esecutore musicale dei salmi di David (I Par. 16, 7), A. fu anche compositore ispirato: sotto Ezechia i leviti lodavano il Signore «con le parole di David e del veggente A." (II Par. 29, 30). Il suo nome appare nel titolo di dodici salmi (v.) d'indole didattica e meditativa (Ps. 49 [50], poi la collezione omogenea 72 [73]-82 [83]). Ma l'argomento di taluni «salmi di A." tradisce un'origine posteriore : il 73 (74) e il 78 (79) si riferiscono alla rovina di Gerusalemme (587); il 75 (76) si adatta alla liberazione dall'assedio di Sennacherib (Is. 37, 36 sg .); il 79 (80) rivela una somma tribolazione nazionale; l'82 (83) pare alludere alla coalizione di Moab e Ammon contro Josaphat re di Giuda (II Par. 20, 1). Forse tali composizioni appartengono a qualche discendente di A., che ne ereditò con la professione il genio poetico (cf. Neh. 11, 17. 22).
Altri tre A. ricorrono nel Vecchio Testamento: il padre di Joab annalista della corte di Ezechia (II Reg. 18, 18. 37; Is. 36, 3. 22), un levita che fu capo dei cantori sotto Neemia (Neh. 11, 17), il gran custode delle foreste reali di Artaserse (ibid. 2, 8).
Enrico Galbisti
ASAF, santo. - Vescovo di Glasgow, vissuto nel sec. vi. Nessun testo letterario è rimasto sulla storia di questo santo, ma solo tradizioni locali e accenni brevissimi nella vita di s. Kentingern scritta da Jocelino di Furness. S. Kentingern, vescovo di Glasgow, allontanato dalla sua sede durante un periodo di torbidi ( 545 ca.), fondò nel Galles del Nord il monastero celtico di Llan Elwy nella vallata del Clwyd, popolatosi presto di 965 monaci tra i quali A. Quando Kentingern poté ritornare nella sua sede episcopale, A. suo discepolo ebbe affidato il monastero e verso il 573 fu consacrato vescovo per prendere la successione del maestro anche sulla cattedra episcopale. La festa della sua deposizione è celebrata il 1^{°} maggio; s'ignora però l'anno della sua morte, che sembra risalire ai primi anni del sec. vir.
Bibl.: Martyr. Romanum, p. 167; D. R. Thomas, History of the Diocese of S. Asaph, Londra 1874, pp. 1-5; J. H. Pollen, s. v. in The Cash. Enc., I, p. 766; F. J. Chaudjery, s. v. ibid., XV, p. 586 .
Mario Scaduto
ASAM. - Famiglia di artisti tedeschi. Hans Georg, pittore e stuccatore (Rotterdam ca. 1646 - 1711), lavorò in vari conventi e chiese della Baviera (Tegern-
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see, Benediktbeuren, ecc.). Ebbe due figli : Egid Quirin (Tegernsee 1692-Mannheim 1750) e Kosmas DaMIAN (Benediktbeuren 1686-Weltenburg 1739). Attraverso la loro formazione artistica romana, penetrò e fiorì in Baviera l'arte ornamentale italiana. Capolavori dei due fratelli sono le decorazioni del S. Jacopo di Innsbruck, del duomo di Frisinga e soprattutto la costruzione e decorazione del convento di Weltenburg e della chiesa
di S. Giovanni Nepomuceno a Monaco. Kosmas Damian lavorò anche a Roma con Giuseppe Ghezzi (v.); dipinse nella Trinità di Monaco e nel convento di Weingarten, dove esegui grandi affreschi. E uno dei più importanti pittori bavaresi del Settecento.
BibL.: Ph. M. Halm, Die Künstlerfamilie der A., Monaco 1896; Kl. Trost, Meister des Barocks: die Brüder Anon, in Illustrierte Zeitung, 90 (1942), n. 4994. pp. 84-85.
Vincenzo Golzio
ASAN (Asen). - Nome di dinastia bulgara(1 186-1258) iniziata dai tre fratelli A.: Giovanni, Pietro e Giovanni i quali fondarono il secondoimperobulgaro (1186-1396) sollevando contro Bisanzio, con l'aiuto dei Cumani, i Valacchi e i Bulgari. Benché il nome sembri cumano (turco), la famiglia A. era valacca (romena) almeno di lingua. Il regno dei Bulgari e dei Valacchi ripristinò l'antico impero bulgaro all'epoca della III Crociata, alla quale essi proposero l'alleanza contro i bizantini. Anzi si staccarono dalla loro Chiesa per unirsi a Roma, che accordò agli A. il titolo di re e un primate nella loro capitale di Tirnovo. Questa unione ebbe luogo sotto Giovanni, o Ioannitza o Kalojan (1196-1207), mentre la IV Crociata conquistava Costantinopoli (1204). Ma avendo i latini respinto nel 1205 l'alleanza, Giovanni I A. sconfisse Baldovino, il primo basileús latino. L'unione con la sede romana si protrasse a stento, sino al secondo A., Giovanni II (1218-41), il quale finì col rompere i legami con Roma (1237) lasciando l'alleanza ungarolatina per quella greca, e forse trascinando anche nella separazione da Roma i Romeni a nord del Danubio, i cui principati stavano per sorgere alla fine del
secolo. La dinastia A. si spense nelle lotte contro i Greci e i Serbi con Kaliman II (1257-58).
BibL.: V. Slatarski, Geschichte der Bulgaren, I, Lipsia 1918. Frédéric Tailliez
ASARHADDON (Allur-ahu-iddin «il dio Assur diede un fratello»). - Re di Assiria dal 681 al 689 a. C. Era figlio, forse il terzo, del re Sennacherib (v.) che lo prescelse per succedergli (II Reg. 19, 37=I s. 37, 38). I fratelli maggiori, non sopportando questa preferenza, trucidarono il padre e mossero guerra ad A., che in un mese e mezzo li vinse. Nei suoi dodici anni di regno, A. sostenne continue guerre difensive ed offensive. Riedificò Babel distrutta da suo padre, col tempio Ezagil e la torre Erenenanki.
Trattenne i Cimmeri alle frontiere settentrionali, sottomise gli Aramei, si alleò cogli Elamiti. Nel 677 conquistò e distrusse Sidone, il cui re 'Abd-Melqart (Abdimelkutti), scappato presso il re di Cilicia Sanduari, fu fatto prigioniero e l'anno dopo decapitato con Sanduari. La parte meridionale del territorio di Sidone fu data al re Ba'al di Tiro. Nel 673 A. aveva conquistato la maggior parte della Fenicia, della Palestina e di Cipro. Accertarono la supremazia di A., oltre al re Ba'al di Tiro, Manasse (v.) re di Giuda, i principi di Ascalon, Accaron, Arado, Azoto, Biblos, Ammon e Moab. Anche i dieci

(prger. B. Degeuhart)
Asam - Interno della Klosterkirche di Weltenburg.
principi delle città greche di Cipro (Idalion, Pafo, Salamina, Clytron, ecc.) mandarono ambascerie ad A. dichiarandosi suoi vassalli. Nel luglio 671 sgominò l'esercito egiziano, e la presa di Menfi riscattò lo scacco avuto da A. due anni prima dal farsone Tarhaka. In via per la terza spedizione contro l'Egitto sollevatosi, mori il 10 marbebwan (nov.) 669. Stanzio in Samaria colonizzatori delle province orientali (Esd. 4, 2).
BibL.: B. Meissner, Könige Babyloniens und Assyriens, Lipsia 1226, pp. 211-28; A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933. pp. 136-38.
Giustino Boson
ASBURGO (Habsburg). - Castello svizzero sull'Aar. La dinastia che ne prese la denominazione ebbe origine in Alsazia, ed il primo personaggio sicuro è un Werner vescovo di Strasburgo sul principio del sec. xI; suo nipote Werner fu conte in Argovia dopo il 1082; ma la famiglia acquistò potenza piuttosto
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lentamente nei paesi dell'odierna Svizzera e luoghi circostanti, sicché ai tempi di Federico II imperatore poteva ormai uscire dalla mediocrità. Le sue maggiori fortune cominciano però con la nomina di RoDOLFO (n. il 13 maggio 1218) a re di Germania, avvenuta a Francoforte nel sett. 1273, la quale poneva termine al lungo interregno che durava di fatto dal 1254. Il nuovo sovrano si preoccupò solo a parole di far valere efficacemente i suoi diritti in Italia, o di ricevere la corona imperiale (cf. Dante, Purg., VI, 103; VII, 94 sgg.); volse invece la sua politica ad allargare il dominio nella Germania sud-orientale, abbattendovi il potere di Ottocaro II di Boemia, suo principale avversario (m. il 26 ag. 1278), conquistandosi l'Austria, la Stiria, la Carniola e la Marca Venda; un poco più tardi (1335) anche la Carinzia entrò a far parte dei possessi asburghesi. Morto Rodolfo nel 1291, suo figlio Alberto ebbe la corona reale soltanto nel 1298, e la tenne sino al 1^{°} maggio 1308 quando fu ucciso e gli sottentrò Ludovico di Lussemburgo; tentò di riprenderla suo figlio FeDERICO (1214), ma ebbe contro di sé Lodovico di Baviera e nella guerra che ne segui rimase soccombente (m. il 13 genn. 1330). Di fronte alla casa di Lussemburgo, che riebbe poi il regno e l'impero ed occupò anche la Boemia, la casa d'A. passò in seconda linea; conservò tuttavia i possessi originari ed i paesi acquistati sulla fine del sec. xili, aggiungendovi il Tirolo. Un altro Federico compare a Costanza durante il Concilio, ma senza riuscire a prevalere contro l'operato di Sigismondo; solo dopo la morte di questo (1437), Alberto II d'A., del ramo albertino, diventò re di Germania. Alla sua morte avvenuta poco dopo (24 ott. 1439), Federico III (del ramo leopoldino di Stiria) tenne l'impero germanico sino al 1493 . Oltre ai diritti sull'Ungheria e sulla Boemia, che non cessò di rivendicare, egli riuscì ad assicurare alla sua casa la Borgogna (allora comprendeva i Paesi Bassi) grazie al matrimonio di suo figlio Massimiliano, poi re dei Romani. A sua volta Filippo, figlio di Massimiliano, sposò Giovanna la Passa, figlia di Alfonso re di Aragona e di Isabella regina di Castiglia; sicché alla morte di questi due sovrani, Filippo e poi suo figlio Carlo si trovarono ad essere eredi dei regni spagnoli; ed essendo già morto Filippo, alla morte del nonno Massimiliano (1519) Carlo (I di Spagna, e V di Germania) ai regni spagnoli congiunse anche il regno di Germania con la Borgogna, oltre il regno di Napoli conquistato dall'Aragonese nel 1501 ed i diritti sul ducato di Milano, contrastati dal re di Francia. A tutto questo si deve aggiungere il possesso delle Indie Orientali che si andavano scoprendo dopo il 1492. Contro questa smisurata potenza, che minacciava di assorbire tutta l'Europa, insorse Francesco re di Francia che cercò l'aiuto dell'Inghilterra e di chiunque potesse essere nemico di Carlo, non escluso il Turco, ed in particolare i principi germanici ribelli e fautori (soprattutto per ragioni politiche) delle nuove dottrine protestanti. Carlo pensò che gli conveniva dividere questo gruppo di regni col fratello Ferdinando, al quale affidò la Germania con l'Ungheria, che nel 1526 era rimasta senza re, e con la Boemia, e ritenne per sé tutto il resto. Alla sua abdicazione (1556) il figlio Filippo II rimase re di Spagna, Paesi Bassi, Napoli ed il resto e perpetuò la dinastia sino a Carlo II, morto nel 1706, quando vi si insediarono i Borboni di Francia, perdendo però i Paesi Bassi. Ferdinando I ebbe la corona imperiale che trasmise al figlio Massimiliano II e poi ai nipoti Rodolfo II e Mattia.
Alla morte di Mattia nel 1619 ebbe la corona Ferdinando II, figlio di Carlo di Stiria, secondogenito di Ferdinando I, uno dei più convinti sostenitori del cattoliciamo e dei suoi diritti in Germania; e questo ramo diretto si estinse nel 1740 con la morte di Carlo VI. Fu allora che pretese il trono di Germania Carlo Alberto di Baviera, figlio di una sorella di Carlo VI; ma questi in forza di una «pramunicica» da lui emanata, aveva stabilito che sua scede fosse la figlia Maria Teresa, moglie sino dal 1736 di Francesco I, duca di Lorena.
L'impero di Germania passò in tal modo nel ramo di A.-Lorena il quale acquistò il granducato di Toscana alla morte di Gian Gastone ultimo dei Medici (m. 1737) e poi anche il ducato di Modena alla morte dell'ultimo Estense: la Toscana toccò infatti a Pier Leopoldo e poi a suo figlio Ferdinando III e suoi discendenti; Modena al figlio del fratello di Pier Leopoldo e al figlio di lui.
Le guerre napoleoniche portarono nel 1804 alla soppressione del Sacro Romano Impero e del regno di Germania; altri regni si erano venuti formando: quello di Prussia, di Baviera, di Hannover, del Wütemberg. Francesco II assunse invece il titolo di imperatore d'Austria, re di Ungheria e di Boemia; egli costituì a proprio vantaggio il Regno Lombardo-Veneto con l'unire all'antico ducato di Milano i territori italiani della soppressa repubblica di Venezia; e poiché Toscana e Modena erano nelle mani di suoi parenti, fu in grado di esercitare una decisa preponderanza sui principi italiani. La riconquista dell'Ungheria durante il sec. xviri conduceva la casa d'A. ad allargare i suoi influssi europei e cristiani lungo tutto il corso del Danubio e su tutti i paesi circostanti; ma contro l'assolutismo dinastico della sua politica, che tuttavia assicurava ordine e buona amministrazione, nuove tendenze stavano sorgendo. Mentre la nazione germanica spostava il suo centro d'azione da Vienna a Berlino, le altre nazioni : Italia, Boemia, Ungheria e più tardi gli Slavi meridionali miravano ad una indipendenza totale. La casa d'A. comprese troppo tardi che col progredire dei tempi diventava cosa disperata mantenere le antiche posizioni, anche se queste erano state in genere tutt'altro che nefaste; e nella guerra mondiale del 1914-18 fu travolta insieme con quella degli Hohenzollern di Prussia che aveva messo in opera ogni sforzo per soppiantarla nella direzione della politica europea.
Ultimi degli A. a regnare sono stati : Ferdinando I, figlio dell'imperatore Francesco, il quale causa le insurrezioni del 1848 , aveva rinunciato in favore di Francesco Giuseppe, figlio di suo fratello. Morto questo, dopo lunghissimo regno, durante la guerra, nel 1916 gli successe Carlo Francesco Giuseppe, suo bisnipote, che cessò di regnare due anni dopo e morì in esilio a Madera, prigioniero degli alleati, perdendo in gran parte anche la fortuna patrimoniale della casa.
BISL.: E abbondantissima, sia quanto alla storia generale della famiglia, sia quanto alle diverse età ed ai singoli personaggi ed avvenimenti. Cfr. Ed. von Lichnowsky, Geschichte des Hauses Habsburg, Vienna 1836-44; W. Marx, Die Habsburg. Aarau 1836: A. Dudan, La monarchia degli Abbayo, Roma 1915; L. Léger, Histoire de l'Autriche-Hongrie, Parigi 1920; C. Capasso, s. v. in Enc. Ital., IV, p. 771 sgg. Pio Feschini
ASBURY, FRANCIS. - Fondatore del metodismo americano, n. nel 1745 a Handsworth, presso Birmingham, in Inghilterra, m. nel 1816 a Spottsylvania, vicino a Richmond. Fin da giovane fu seguace di Giovanni Wesley, che nel 1767 lo ammise tra i «ministri itineranti», cioè tra coloro che, secondo la sua
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istituzione, dovevano viaggiare predicando in tutti i luoghi di una regione determinata (circuito). Nel 1771 lo stesso Wesley lo mandò nelle colonie inglesi dell'America. Quando arrivò, trovò 600 metodisti; alla sua morte, ne lasciava 211.000. Nel 1772, per lettera, fu nominato dal Wesley suo assistente generale per tutti i metodisti della colonia inglese.
Durante il suo governo i metodisti americani si resero indipendenti da quelli d'Inghilterra, e senza riconoscere nessun grado ecclesiastico superiore, ma solamente maggiore giurisdizione, cambiarono il nome di "sopraintendenti" in quello di "vescovi». I metodisti americani si chiamarono da allora metodisti episcopali rimanendo a quelli inglesi il nome di metodisti wesleyani. L'A. viaggiò predicando per tutte le regioni che costituivano a quel tempo gli Stati Uniti; percorse 270.000 miglia a cavallo e ordinò 4000 ministri. A lui si deve lo spirito di attività missionaria che pervade tuttora il metodismo americano, e che, con l'andar del tempo, lo spinse a fondare la missione italiana, spiccatamente anticattolica.
BibL.: W. J. Towsend, H. B. Workman, G. Esyts, A New History of Methodist, 2 voll., Londra 1909; A. Stevens, A Compendious History of American Methodism, Nuova York s.d.; H. Asbury, A Methodist Saint. The Life of Bishop A., ivi 1927.
Camille Crivelli
ASGALON (ebr.' Ašgélōn; assir. Asqalina; egiz. Asqalna; odierno arab. Hirbet 'Asqalān). - Città palestinese tra Azoto e Gaza, quasi sul litorale.
Era un centro cananeo tra il 2500 e il 2000 a. C. Fu spesso sottoposta all'Egitto; figura nei «testi di proscrizione" della XI { }ᵃ dinastia egiziana (sec. xix a. C.). Subì l'influsso della cultura cipriota e micenea (dal sec. xvi a. C.). Fu conquistata da Ramses II (sec. xiri); divenne poi verso il 1200 una delle cinque città filistee (v. pentapoli). Giosuè non riuscì ad espugnarla (Jos. 13, 3); Giuda l'occupò all'epoca dei Giudici, ma solo per breve tempo (Judc. 1, 18).
Fu vassalla degli Assiri, e, nel periodo persiano, di Tiro. Era dedita al culto della divinità ittionorfa Dercèto (Atargatis) e di Astarte (Erodoto, I, 105); forse il tempio di Astarte, di cui si parla in I Sam. 31, 10, era ad A. Dopo la conquista di Alessandro, divenne centro di cultura ellenistica (da ricordare il filosofo Antioco, maestro di Cicerone). Nel sec. III a. C. appartenne ai Tolomei, ma con Antioco III (v.) passò ai Seleucidi. Due volte aprì le porte ai Maccabei Gionata e Simone (I Mach. 10, 86; 11, 60).
Dal 104 a. C. fu città libera, con èra e monete proprie, e fiorì sotto il protettorato di Roma. Erode il Grande l'adornò di monumenti (Flavio Giuseppe, Bell. Iud., I, 21, 11), benché non sembri che fosse oriundo di A., come molti ritennero (E. Schürer, Geschichte des Jüd. Volkes, I, 4² ed., Lipsia 1901, p. 293; U. Holzmeister, Historia aetatis Novi Test., 2ᵃ ed., Roma 1938, p. 24). A. fu sempre ostile ai Giudei.
Il paganesimo vi rimase vivace, e sotto Giuliano l'Apostata il popolo vi martirizzò molti cristiani (Teodoreto, Hist. Eccl., III, 3: PG 82, 1692). Prima del 300 era sede vescovile: oltre Longino, cui scrisse Pietro d'Alessandria sull'arianesimo, e Sabino, che partecipò al Concilio di Nicea, se ne conoscono sei vescovi fino al 940 , quando musulmani ed ebrei bruciarono la cattedrale e il vescovo fuggì a Ramleh. I crociati unirono la sede diA.a quella di Bethlemme. Sotto i musulmani dal 644 (con breve intervallo all'epoca crociata, 1154-1270), fu nel 1270 distrutta dal sultano Baibars, e non si rialzò più. La sede vescovile di A. da allora è titolare.
Importanti scavi diretti da Garstang (1920-24) sul Tell el-Hadra, su A. marittima e su A. antica, hanno confermato i dati storici sulle varie civiltà ivi succedutesi. Vi si sono scoperti, oltre l'agorà di Erode, una
esedra, statue della Vittoria e di Iside, insigni avanzi cristiani (basilica bizantina del sec. vir, chiesa latina dei Crociati).
BibL.: W. J. Phytian-Adams, History of A., in Palestine Explan. Found, 53 (1921), pp. 12-16, 76-90, 162-72; 54 (1925), pp. 112-19; 55 (1923), pp. 60-78; 56 (1924), pp. 24-33; F.-M. Abel, s. v. in Dibs, I, coll. 621-28. - Sulla sede vescovile, R. Janin, s. v. in DHG, V, col. 875 ss. Garzano M. Perrella
ASCANIO, NicanObe, beato. - Francescano spagnolo, martirizzato a Damasco il ro luglio 1860 . N. a Villarejo de Salvaneo (Madrid) il ro genn. 1814, entrò nell'Ordine nel 1830, ma fu costretto a ritornare al secolo dagli avvenimenti di Spagna del 1832. Ordinato poi sacerdote, fu parroco di Villarejo e direttore della comunità di religiose Concezioniste di Aranjuez sino al 1838 , anno in cui poté rientrare nell'Ordine e partire, nel seguente gennaio, per Damasco, dove, durante la sommossa dei Drusi, rifiutando di apostatare, venne trucidato.
Fu beatificato con sette compagni (v. damasco, martiri di), da Pio XI, il 10 ott. 1926.
BibL.: P. Paoli, I beati Emmanuele Ruiz e i suoi sette compagni dell'Ordine dei Prati Minori, Martiri a Damasco, Roma 1926.
ASCARICO. - Vescovo delle Asturie della 2² metà del sec. viII. Diresse a un certo Tuseredo un acrostico sull'incertezza dell'eterna salute, formato con pezzi degli ultimi versi dell'Hamart'genia di Prudenzio. Allo stesso scrisse una lettera per informarsi sullo stato in cui risorsero i defunti alla morte di Gesù (Mt. 27, 51-53). A. si rivolse ancora ca. il 783 a Elipando di Toledo per informazioni sulla sua dottrina delle relazioni del Figlio col Padre. Sembra che ne restasse guadagnato all'adozianismo (v.).
BibL.: L'acrostico in G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae, II, II, Roma 1888, p. 295: la corrispondenza con Tuseredo in PL 99, 1231-40. Per le relazioni con Elipando: PL 96, 893 sgg., specialmente 918 e il Codex Carolinus edito dal Gundlach in MGH, Epist., III, Berlino 1892, p. 637. Cf. anche A. Lambert, s. v. in DHG, IV, coll. 881-84. Antonio Ferraz
ASCELLINO (AsSELINO, ANSELMO). - Domenicano, oriundo di Lombardia, noto per l'ambasceria presso i Mongoli, affidatagli da Innocenzo IV. Questi dopo il Concilio di Lione, volle mandare due spedizioni alla conversione dei Tartari: una di Francescani, guidata da Giovanni di Pian de' Carpini, l'altra di Domenicani, sotto la guida di A. Dopo alquanto tempo passato a San Giovanni d'Acri per una migliore preparazione, A., sulla fine del 1246, partì con i suoi compagni, tra i quali Andrea di Longjumeau e Guiscardo di Cremona, pratici del paese, degli usi e costumi degli abitanti; e dopo 59 giorni di viaggio s'incontrò col generale tartaro Batsciù, al quale consegnò il messaggio del Papa. Però non seppe diportarsi con la dovuta accortezza, perché si rifiutò di piegare il ginocchio dinanzi al generale, come esigeva il protocollo, e magnificò esageratamente il potere della S. Sede. Il che lo mise in pericolo della vita. Dopo un soggiorno di nove settimane, durante il quale gli ambasciatori del Papa ebbero a soffrire fame, sete, disagi e insulti da parte di quelle orde ancora selvagge, A. ripartì, apportatore di una risposta arrogante del generale tartaro al Pontefice, a cui ingiungeva di sottomettersi al Gran Khan. A. giunse a Roma per rendere conto della sua missione, verso l'autunno del 1248. Non si sa se dopo sia ritornato tra i Tartari, come vorrebbero alcuni, e vi abbia subito il martirio, o sia invece rimasto in Italia.
BibL.: B. Altmer, Die Dominikanermissionen des 13. 7ahrh., Habelschwert 1924, pp. 120-28; P. Pelliot, Les Mongoles et la Papauté, in Revue de l'Orient chrétien, 24 (1904-25) pp. 282-335; G. Sorenzo, Il Popato, l'Europo cristiana e i Tartari, Milano 1930, pp. 114-17.
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ASGENDENTI : v. CONSANGUINITÀ; SUCCESSIONI.
ASCENEZ (ebr. 'Ašhēnaz; Settanta 'Aqzzvà̄). Figlio di Gomer, nipote di Iafet (Gen. 10, 3), designa un ramo della stirpe giapetica. Molti collegano ad A. gli Ašhuza dei cuneiformi, dai greci trascritto Σ α ἀ vartheta α mathrm{l}, Sciti, nomadi, distinti dai sedentari o Cimmeri (Gomer ?).
Asarhaddon dice nel prisma B di aver lottato contro Manna e Aškuza, e Ier. 51, 27 invita contro Babilonia "Ararat, Menni e A.", poi la Media. Da ciò potrebbe dedursi che i due popoli, Menni e A., abitassero a nord-ovest della Media, in regioni contigue all'Armenia (Ararat), e A. più particolarmente a nord di quel paese. In seguito è possibile che gli Sciti siano passati più ad ovest, verso il Mar Nero, e abbiano lasciato il nome di Ascania, menzionata dagli antichi geografi, ad un distretto di Bitinia, sul Ponto Eusino (Axenos).
I rabbini medievali e moderni (Gomer: «Germania »), seguiti da A. Knobel (Die Völhertafel der Genesis, Giessen 1850), ritengono A. capostipite dei Germani (v. Akenae). Molto si è scritto anche per identificare A. ora con i Frigi, ora con i Celti, ora con i Britanni, ora con i Bruzzi.
Giuseppe Priero
ASCENSIONE. - I. Nella S. Scrittura. - Dopo essere apparso ripetutamente durante quaranta giorni, Gesù risorto comparve un'ultima volta agli apostoli

(fol. Alinari)
Ascensione - Particolare della porta lignea della basilica di S. Sabina (inizio sec. v) - Roma.
nel cenacolo, cenò con loro, lasciando i moniti estremi; quindi s'incamminò con loro in direzione di Betania, ordinando di non partirsi da Gerusalemme finché non fossero stati rivestiti dalla "potenza dall'alto ". Giunti sul monte Oliveto, mentr'essi guardavano, fu portato in alto e una nuvola l'avvolse e lo nascose agli occhi loro. Due uomini biancovestiti apparsi dichiararono: "Questo stesso Gesù che è stato assunto in cielo di qui da voi, verrà nello stesso modo che l'avete visto andare in cielo" (Lc. 24, 44-53; Act. 1, 1-14). L'appendice di Mc. (16, 19) accenna pure all'A. In Io. 6, 62 Gesù aveva promesso la sua A. come «segno ".
Diversi acattolici supposero che il racconto dell'A. fosse un'interpolazione; ma la critica testuale oggettiva riconosce le genuinità del duplice testo lucano nella forma conservata dalla recensione orientale (tutti i codici del secc. iv e v). Anche nella forma detta occidentale (codice di Beza) che armonizza i due racconti di Luca, il fatto storico è affermato chiaramente. La critica letteraria, che scopre nel racconto l'orma unconfondibile dello stile lucano, e la critica storica, che trova affermato o supposto il fatto nella primitiva catechesi apostolica, ne confermano la realtà. I tentativi di scorgervi un mito, sorto in diverse fasi evolutive, s'infrangono contro il fatto accertato dell'antichità degli Atti (anni 62-63).
Nello stesso Nuovo Testamento suppongono od attestano la realtà dell'A. o della presenza dell'umanità glorificata di Cristo in cielo gli apostoli Paolo, Pietro e Giovanni (I Thess. 1, 10; Eph. 1, 20-22; 4, 10; 6, 9; specialmente Hebr. 9, 24 [e 7, 27; 8, 1, 10, 12; ecc.]; I Pt. 3, 22; I Io. 2, 1). Le testimonianze sono più che sufficienti per compensare il silenzio di Matteo, che ha preferito chiudere il suo Vangelo con l'apparizione in Galilea di Gesù che invia gli apostoli ad evangelizzare il mondo.
Bibl.: V. Larrañaga, L'Ascension de N.-S. dans le N. T., trad. franc. di G. Cazzan, Roma 1938 (capitale lavoro esegeticocritico).
Pietro De Ambroggi
II. Nella liturgia. - La festa dell'A. si celebra il giovedì successivo alla quinta domenica dopo Pasqua a distanza di quaranta giorni da questa, in conformità alla narrazione dell'evento lasciatoci dagli Atti. Negli antichi monumenti liturgici romani, come i Sacramentari leoniano, gelasiano e gregoriano, è detta Ascensa, e nella liturgia mozarabica, gallicana e ambrosiana, Ascensio, denominazione rimasta poi nella liturgia romana. La prima sua menzione si trova in Eusebio di Cesarea (De solem. paschali, cap. 5), che la chiama solennissima. Alla fine del sec. iv è ricordata pure nella Peregrinatio Aetheriae, secondo la quale si celebrava a Gerusalemme cinquanta giorni dopo la Resurrezione, cioè nel pomeriggio della Pentecoste. Ma nel sec. viII anche questa Chiesa si adattava all'uso di Roma. Nel medioevo era accompagnata da alcune cerimonie simboliche, ed in qualche paese ancor oggi sopravvivono usanze un po' singolari, ma piene di significato. Il cero pasquale si estingue dopo il Vangelo della Messa, a significare che il Cristo risuscitato è salito al Cielo.
BibL.: F. Cabrol, a. v. in DACL. I, II, coll. 2954-63; F. G. Holweck, Cal. liturg. Iestorum Dei et Dei Matris Mariae, Filadelfia 1925, p. 170.
Mauro Inguanez
III. Nell'archeologia. - La compostzione della scena dell'A. è stata ispirata dai testi dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli, come pure dai monumenti apocrifi, quali i Vangeli di Nicodemo e di Pietro, oltre la cosiddetta Ascensione di Isaia. Elemento determinante fu pure la diffusione liturgica della solennità dell'A. nel mondo cristiano, dalla basilica, eretta in Gerusalemme (v.) per iniziativa della matrona Poemenia, prima dell'anno 378, sulla sommità del monte degli Ulivi, nel punto dove il Signore era asceso al Cielo.
L'iconografia cristiana antica ha creato due tipi ben distinti dell'A.: il primo, d'origine orientale, rappre-
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senta la glorificazione divina di Cristo, il Rex gloriae (Ps. 23) : il Signore sale al Cielo in una mandorla, sostenuta dagli angeli; il secondo, di origine occidentale, è più realistico ed esalta il Figlio dell'uomo: il Signore sale al Cielo dal monte degli Ulivi aiutato dalla mano divina.
Il primo nasce in Palestina, probabilmente a decorazione della basilica stessa dell'A. in Gerusalemme, perché gli esempi più caratteristici sono forniti da un'ampulla (v.) di Monza e da una di Bobbio di indubbia origine palestinese e riproducenti soggetti copiati da rappresentazioni esistenti in edifici sacri palestinesi. Altri esempi dello stesso tipo si sono forniti dall'encolpio della biblioteca reale di Windsor e dalla teca per reliquie proveniente dal Sancta Sanctorum, ora nel museo Sacro della biblioteca Vaticana. Affini al tipo palestinese sono : quello sviluppatasi in Siria, di cui l'archetipo è offerto dal manoscritto siriaco scritto nel 586 dal monaco Rabula del monastero di S. Giovanni di Zagba in Mesopotamia, dal 1497 nella biblioteca Laurenziana a Firenze (cod. Plut. I, 56); il piatto argenteo di Perm (Siberia); il manoscritto siriaco della bibl. Naz. di Parigi; il tipo armeno, rappresentato dall'econgeliario della regina Mille (oggi a s. Lazzaro, n. 1144); il tipo egizio con l'affresco della cappella n. 42 in Bavit.
Al tipo orientale si ricollegano pure sia il pannello con l'A. nella porta di S. Sabina, sia l'A. nel sotterraneo di S. Clemente, tutt'e due in Roma, come pure quelle di Monreale e del ciborio di S. Marco in Venezia. In tutte queste rappresentazioni il Signore è sempre accompagnato da un corteo di angeli, secondo il testo del Vangelo di s. Giovanni (1, 91) e l'omelia di s. Giovanni Crisostomo (de Ascensione: PG 50, 449).
Il secondo tipo, occidentale, è raffigurato nell'avorio del museo Nazionale di Monaco di Baviera del sec. Iv; rappresentazioni analoghe si trovano in un sarcofago di Servanne (Wilpert, Sarcofagi, p. 336 e tav. XV); in un avorio del Free Public Museum di Liverpool, nel dittico del South Kensington Museum di Londra, ecc. Certo la scena dell'A. si diffuse ben presto anche in occidente, perché essa venne rappresentata agli inizi del sec. v nella basilica di Saragozza in Spagna, come attesta il tetrastico n. 44 del Dittoclonnus di Prudenzio.
BibL.: E. T. Deval, The iconography of the Ascension, in American fournal of Archaeology, 1915, pp. 277-319; H. Schrade, Zur Ikonographie der Himmeifahrt Christi (Vorträge der Bibliothek Warburg, 1926-19), Lipsia 1930, pp. 66-199; H. Gietberlet, Die Himmeifahrt Christi in der bildenden Kunst, Strasburg 1934.
Enrico Iosi
IV. Nella iconografia. - Mentre nei secc. x e xi le rappresentazioni occidentali dell'A. appaiono sempre più ricche di elementi orientali, già nel 1000 (Messale di Roberto di Jumièges, Rouen) comincia ad introdursi un tema del tutto nuovo, che oltralpe prevalse fino al tardo gotico: della figura di Gesù elevatosi nell'aria rimangono visibili soltanto i piedi e l'orlo del vestito. Per lo sviluppo definitivo del soggetto tre capolavori italiani ne segnano infine le tappe: l'affresco di Giotto nell'arena di Padova, quello di Melozzo da Forlì (Roma, Quirinale) e quello del Correggio nella cupola del duomo di Parma dove la gloria di Gesù, grazie al grandioso movimento rotatorio di tutta la composizione, assume il massimo vigore figurativo.
BibL.: vedi sopra la bibl. del n. 3.
V. Nelle tradizioni popolari. - Nella vita popolare la festa dell'A. aveva nel passato una grandissima importanza, mentre attualmente, forse più che per altre feste, il carattere delle manifestazioni va impallidendo e perdendosi. Essa dava luogo ad una serie di pratiche, riti e credenze, il cui fondo ispiratore muove dall'essere questo un solenne giorno di purificazione e benedizione; giorno, quindi, atteso con ansia dagli afflitti da gravi malattie, e anche considerato di lieto augurio.
La maggioranza degli usi popolari è connessa col va-

(101. Mendoio di S. Paolo)
Ascensione - A. e discesa dello Spirito Santo - Pal. miniatd della bibbia di S. Paolo (prima metà del sec. ix).
Roma, basilica di S. Paolo.
lore lustrale e terapeutico attribuito alle acque, giacché il popolo ritiene che nella notte dell'A. un angelo le benedica, trasmettendo loro un potere miracoloso, o che Iddio, aprendo un tratto della vòtta celeste, alzi il braccio a benedire il mondo. L'efficacia portentosa delle acque si rivela, secondo il popolino, alla mezzanotte in punto: in quel momento l'acqua salza del mare diventa dolce, come l'acqua dolce diventa benedetta, dando luogo ad una serie di prodigi. Com'è ovvio, sono specialmente i malati di pelle che si tuffano in mare, con certa fede della guarigione. - In questa beata notte - dice il folklorista G. Pitrè il mare diventa una probatica piscina alla quale da paesi vicini e lontani, ansiosi accorrono gl'infermi ». E l'efficacia delle acque in quel giorno è ritenuta miracolosa anche per gli animali, onde " padroni di pecore, capre, buoi, muli, cavalli, a preservarli dalle possibili malattie od a guarirli da alcune che essi abbiano, li fanno bagnare a quell'ora stessa o durante la notte»; e ve li conducono festosamente adorni con fazzoletti variopinti e con sonagli e campanacci, il che costituisce spettacolo tra i più pittoreschi. A Palermo le lustrazioni erano accompagnate da suoni di banda, canti e balli aventi carattere d'insolito tripudio.
Le stesse facoltà miracolose attribuite a erbe, piante e frutti, si crede dal popolo che siano possedute dall'uovo dell' A., che viene custodito gelosamente. La fede nella straordinaria efficacia curativa dell'uovo dell'A. per ogni forma di malattia, anche per le più ribelli ad ogni cura, ha dato luogo ad un proverbio molto diffuso, che troviamo ricordato spesso nelle commedie del ' 500 : «Non lo guarirebbe (o salverebbe) l'uovo dell'ascensa». In Romagna i contadini ritenevano che questo uovo avesse facoltà di far rintracciare gli annegati, illudendosi che, lasciato alla corrente, esso si fermasse nel punto ove si trovava la persona affogata.
In talune città d'Italia, la festa dell'A. ebbe, nei pas-
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(fel. Alinari)
AsCENSIONE - Particolare del musaico della cattedrale di Monreale (1174-82)
sati secoli, solennità grandiosa e pittoresca. A Venezia era una delle più sontuose : vi si teneva una fiera che durava quindici giorni e vi si compiva la cerimonia dello sposalizio del mare, a cui faceva riscontro, a Bari, il rito della benedizione delle acque marine.
A Firenze ha luogo ancor oggi, per l'A., la famosa "festa del grillo".
Bibl.: F. Toschi, Santi e feste nella tradizione popolare: l'Ascensione, in Ecclesia, 5 (1947), pp. 247-49 (con illustrazioni).
Paolo Toschi
ASCENSIONE, IsOLE: v. CAPETOWN, vicariato apostolicO di.
ASCENSIONE DI ISAIA: v. isAIA, ASCENSIONE di.
ASCESI. - Sforzo metodico di reprimere le tendenze inferiori della natura per realizzare progressivamente la perfezione spirituale.
Sommario: I. Natura. - II. Mezzi. - III. Forme. - IV. Analogie. - V. Deviazioni ascetiche.
I. Natura. - Il termine, ignoto alla classica lingua italiana (manca, p. ex., nel grande dizionario del Tommaso), che usa piuttosto ascetismo, è oggi ammesso nel linguaggio filosofico-morale, nel senso di lavoro prolungato e austero per il raggiungimento della virtù.
"Aoxүaıs, da áoxéw (nel Nuovo Testamento solo in Act. 24, 16), presso i Greci significava l'eser-
cizio fisico, l'allenamento ginnico e atletico (Platone, Tucidide, Senofonte), indi lo sforzo intellettuale e morale per raggiungere la sapienza e la virtù (gli stessi, Isocrate, Demostene, sofisti, cinici, stoici), infine la pratica religiosa (già Isocrate, ma principalmente Filone). In queste due ultime secesioni unite e fuse, il termine diviene familiare alla spiritualità cristiana, a partire da Clemente Alessandrino che gli dà senso generico (vita di fervente pietà : áoxүaıs γ v ω σ τ ι α ἠ * vita del cristiano perfetto") e da Origene che si attiene al senso ristretto (continenza), più comune presso i Padri greci.
L'a. cristiana è una pratica di vita derivante dalla fede o adesione a Cristo; è l'esercizio attivo di sforzi metodici e progressivi diretti all'acquisto delle virtù nella sequela e imitazione di Cristo. Implica un metodo o disciplina nel complesso e diuturno lavoro, quasi un'arte di aspro allenamento, e ha come fine il perfezionamento intimo in conformità al divino Modello. Ciò quadra con la concezione morale cristiana, che suppone un aspetto detto "negativo" (ardua lotta per la liberazione dal peccato e il superamento di.se stessi) e un elemento "positivo" (perfezione). In senso stretto l'a. si limita all'aspetto negativo, come "combattimento spirituale" (v.), ma gli autori cattolici intendono
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Ascensione - Affresco di Giotto, nella cappella degli Scrovegni - Padova.
di solito «a.» in senso più largo, e, pure applicando principalmente il termine alle pratiche repressive rivolte alla purificazione (e riparazione), vi includono inoltre l'itinerario dell'ascensione verso Dio. Per i gradi della vita ascetica, v. perfezione cristiana; vie, tre.
I caratteri specifici dell'a. cristiana possono ridursi a quattro: i) Deriva, come da prima sorgente, da Dio quale causa della grazia, e a Dio si riferisce come all'ultimo fine perfettivo di tutta l'attività umana; ciò la distingue da ogni a. a carattere stoico o pelagiano o comunque tendente a misurare con criterio umano la perfezione morale. 2) Si attua mediante l'azione volontaria, personale, vitale, intesa a sviluppare tutto il meglio e il nobile che è nell'uomo; ciò la distingue dalle a. delle religioni antiche, a carattere superstizioso, magico, esterno. 3) E impregnata di Cristo, il cui influsso santificante, efficiente ed esemplare, la modella intrinsecamente; ciò le conferisce un aspetto inconfondibile, ne spiega la vitalità incoercibile, giustifica l'apparente paradosso della sete della sofferenza. 4) Riconosce nell'autorità della Chiesa cattolica la sua primaria e infallibile norma direttiva.
L'a. è necessaria alla vita morale. L'uomo avverte in sé una lotta tra il senso e lo spirito, specialmente nella forza che trascina quello fuori o contro la direzione di questo. "Lo spirito è pronto, ma la carne è inferma" (Mt. 26, 41). Tale dualismo, quantunque connaturale alla costituzione primigenia dell'uomo, è
di fatto squilibrio causato dal peccato originale (v.), che ha spogliato la volontà della padronanza totale sulla parte sensibile. L'opposizione poi viene aggravata dal peccato attuale e più ancora dall'abitudine prava o vizio che ne deriva. Onde la virtù vera e duratura, che è rettitudine morale soprannaturale progressiva, non è per l'uomo un bene spontaneo, ma è frutto di reazione e di conquista. S. Paolo descrive drammaticamente la guerra sempre riaccendentesi tra la carne e lo spirito, la virulenza della concupiscenza (v.), lo sforzo imposto al cristiano per ristabilire l'equilibrio turbato, spogliandosi con dolore di quanto appartiene alla "carne di peccato" e rivestendosi dell'uomo nuovo modellato su Cristo (Rom. 7, 14-24; 13, 12-14; Col. 3, 5-8). Onde il cristiano dev'essere pronto alla lotta come un soldato armato di tutto punto ( E p h .6,10-18 ), come l'atleta, abituato ai duri esercizi, che percuote il nemico (se stesso) a sangue (I Cor. 9, 24-27) ed è tutto teso al traguardo (Phil. 3, 12-14).
E indispensabile alla vita morale lo sforzo continuo di rinunzia (v.) a se stessi per raggiungere la somiglianza con Dio. Tale è l'esplicito comando divino. Il lato pratico della dottrina rivelata coincide con l'obbligo della purificazione morale attuantesi nell'a., che non si limita all'indispensabile richiesto per la moralità dell'azione, ma tende a sviluppare il massimo di energia per raggiungere la somma altezza morale (Mt. 5, 48).
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Nel Vecchio Testamento, oltre numerose prescrizioni circa l'astinenza da determinate carni e parti di animali, abluzioni e purificazioni (v. PURITÀ RITUALE), sono imposti digiuni pubblici (Lev. 23, 27-33; Num. 29, 7-12) e praticati digiuni d'iniziativa privata, specialmente nelle pubbliche calamità (Giuditta, Esther). Lo spirito penitenziale veniva manifestato col vestirsi di sacco e di cilicio, coll'aspergersi il capo di cenere; era tenuto in onore il nazireato (v.), era lodata l'estrema sobrietà dei Recabiti (v.); carattere ascetico presentano anche le "scuole dei profeti" in una comune vita devota. Le pratiche di mortificazione si prefiggevano maggior purezza interiore, come attestano la loro relazione alla santità di Dio (Deut. 14, 1; Ioel 2, 12-13) e i richiami dei profeti (Is. 58, 1-9).
Gesù impone l'a. come "via stretta" conducente il suo seguace, carico della sua croce (Mt. 16, 25), al Padre Celeste, che gratuitamente ci rigenera comunicandoci la vita divina, e con cui dobbiamo essere in incessante relazione di dipendenza, ma più ancora di filiale pietà (v.) in cui predomina la carità (v.) soprannaturale. L'amore per Gesù, forza essenzialmente assimilatrice, spinge poi il cristiano a riprodurre in sé Cristo paziente. Infine l'a. cristiana si impone per il suo valore sociale, per l'influsso benefico che ne deriva a tutta la famiglia dei credenti (v. CORPO MISTICO).
Caratteristica dell'a. evangelica è l'abnegazione (v.), nell'ilare accettazione della sofferenza purificatrice, preferendo Cristo alle persone più care (Mt. 10, 37; Lc. 9, 23; 14, 26), sacrificando se stesso e le proprie membra e la stessa vita per Lui, fra le continue persecuzioni che attendono i suoi seguaci (Mt. 10, 16 sgg .; Mc. 8, 35). Occorre quindi continua vigilanza (Lc. 12, 35 sgg .), sia per i pericoli interiori (la carne) sia per gli esteriori (il mondo).
L'a. evangelica è, dunque, molto esigente. E concepita anzitutto come religiosità interiore, senza la quale non vi è vera preghiera né digiuno né carità di prossimo (Mt. 6, 1-33). Ha per norma ideale la perfezione