volume-02

Back to Volumes
 del ' 56 lasciò Firenze, essendo stato eletto rettore delle scuole pie di Pietrasanta. Vi rimase per quasi venti anni; tornato a Firenze morì il 1 giugno 1884; per la sua tomba il p. Mauro Ricci, suo scolaro, dettò l'epigrafe. Ebbe tra gli allievi il Carducci che lo ricordò in uno scherzo (Opere, I, pp. 308-10) e in una prosa sul Peggente di Rossetti (Opere, XVIII, pp. 241-42). Persona di molto buon gusto, il B. rappresentò degnamente a Firenze quella scuola classicista, che ebbe, tra gli ec-
clesiastici, rappresentanti come mons. Golfieri a Bologna, l'abate Missirini a Roma.

Bibl.: Opere : Epigrafi, Siena 1889; Poesie, Prato 1891; Prose italiana, ivi 1892. - Studi: A. Evangelisti, La vita e l'opera del B., in Giocald Carducci, Bologna 1934, pp. 198-54.

Giovanni Fallani
BARSOV, Nicolaj Ivanović. - Celebre teologo russo dissidente n. nel 1838, m. nel 1903. Fu maestro in teologia e per 25 anni professore nell'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo. Membro di varie società scientifiche, pubblicò alcuni volumi della Descrizione degli atti dell'archivio del S. Sinodo e molti articoli e saggi su questioni religiose e letterarie, specie sulla storia ecclesiastica. Tra le opere principali figura la Storia della predicazione antica (Pietroburgo 1865). Nella dottrina della Chiesa fu seguace delle teorie insegnate da Alessio Khomiakov come dimostra nella sua dissertazione Nova methodus in theologia (1869-70).

Bibl.: A. Palmieri, s. v. in DThC. II, col. 430; A. P. Lepuchin, s. v. in Enctil. Tool. Ortodossa (in russo), II, coll. 271-73; M. Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium, IV, Parigi 1951, p. 288.

Bernardo Schultze
BAR SÜDAJLE, Stefano. - Scrittore monofisita siro, n. ad Edessa nella seconda metà del v sec. Visse più tardi da monaco nella città natale. In gioventù trascorse qualche tempo in Egitto, dove conobbe le dottrine di Origene, che sviluppò più tardi in senso patteistico. Scacciato dalla patria a causa dei suoi errori, trovò rifugio in un monastero nella Palestina. La sua opera principale, ancora inedita, è : Il libro sui nascosti misteri della casa di Dio, da lui attribuito ad un certo Hieroteo, che sarebbe stato il maestro dello Pseudo Dionigi.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syr. Literatur, Bonn 1922, p. 350.

Guglielmo de Vries
BARTAS, Guillaume Salluste du. - Poeta francese, n. a Montfort presso Auch nel 1544, m. a Parigi nel 1590. Ugonotto non intollerante, servì Enrico di Navarra, il futuro Enrico IV, in parecchie missioni diplomatiche.

Nella sua opera principale La première semaine, che ha per tema la creazione del mondo, allontanandosi quasi del tutto dall'ispirazione classica, cercava originalità di poesia nel lirismo biblico che svolge seguendo le orme di quanti in Francia avevano tentato prima di lui la poesia scientifica, da Ronsard, a Scève, a La Boderie, a Peletier. Nella Seconde semaine (1608), rimasta incompleta, ed in cui egli si occupa più particolarmente dell'umanità, precisa ed allarga le affermazioni scientifiche della Première. Animato da sincero entusiasmo religioso, subordina la poesia alla dimostrazione di verità divine, e la scienza alla morale. Generalmente pedante e profissa (non vi mancano, tuttavia, bei passi), magniloquente e verbosa, l'opera del du B., che ebbe commentari di teologi cattolici e non cattolici, in Francia è stata ben presto dimenticata, ma in compenso nei paesi protestanti è stata popolare ed ammirata dai maggiori scrittori, da Milton a Byron a Goethe che l'ha esaltata entusiasticamente.

Un'edizione recente è apparsa a cura di U. T. Holmes, The Work of G. de S. sieur du B. (The University of North Carolina Press 1935) che l'ha fatta precedere da uno studio critico.

Bibl.: G. Pellissier, La vie et les oeuvres de du B., Parigi 1882; L. Delaruelle, Recherches sur les sources de du B. dans la «Première semaine», in Rer. d'hist. litt. de la Fr., 40 (1935), pp. 321-34; V. K. Whitaker, The Bartal'ase of Lucretius, in Studies in Philology, 33 (1936), pp. 134-46; A. M. Schmidt, La poésie scientifique en France au XVII- siècle, Parigi 1938, pp. 246-69. Jole Scudieri Ruggieri

BARTEI, Girolamo. - Musicista dell'Ordine degli Agostiniani, n. in Arezzo verso il 1560. Non si conosce la data della sua morte. Dal 1592 al 1598 fu maestro di cappella nel duomo di Arezzo. Si

## Page 540

portò poi a Firenze. Dal 1604 al 1607 fu a Volterra e nel 1608 fu chiamato a Roma dove fu maestro di cappella nella chiesa di S. Agostino. Fu anche organista a Orvieto e a Marino.

Pubblicò i Responsori della Settimana Santa, a voci pari, nel 1607; Quattro Messe a otto voci, nel 1608; Mottetti a due voci, nel 1609 ; i Concerti a due voci, nel 1618 ; i Ricercari a due voci, nello stesso anno, e i Magnificat a 4 e 5 voci, nel 1600 .

Francesco Coradini
BARTHEL, Johann Kaspar. - Canonista tedesco n. nel 1697, m. l'8 aprile 1771. Educato dai Gesuiti, fu ordinato sacerdote nel 1721. Dal 1725 al 1727 studiò a Roma, dove fu discepolo del Lambertini (Benedetto XIV). Dal 1728 alla morte fu professore di diritto canonico all'università di Würzburg.

Secondo scrittore su delicate questioni di diritto pubblico ed internazionale, rappresentò una corrente che seppe mantenersi nei limiti dell'ortodossia, pur mostrando un atteggiamento anticuriale.

Bim.: C.A. Bander, Lexikon vorderbener baierischer Schriftsteller d.XVIII u. XIX Jahrbunderts, I, Augusta-Lipsia 1824-25, pp. 35-37; L. Just, B. Jean Gaspard, in DDC, II, col. 206-207. Agatangelo da Langasco

BARTHEL, Melchior. - Scultore, n. a Dresda nel 1625, m. ivi il 12 nov. 1672. Viaggiò in Europa; oltre che in altre città italiane fu a Roma e poi a Venezia. Qui si trattenne 17 anni lasciandovi numerose opere in cui segui l'indirizzo berniniano (Sepolcro Pesaro in S. Maria dei Frari, un sepolcro nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, la statua di S. Giovanni Battista nell'oratorio di S. Maria di Nazareth). Nel 1670 tornò a Dresda e fu nominato scultore di corte.

Bim.: Anon., s. v. in Thieme-Becker, II, p. 547. Per le opere in Venezia, si. G. Lorenzetti, Venezia, Venezia s. a., pp. 122, 296, 319, 330, 430, 554, 744.

Elsa Gerlini
BARTHELEMY-SAINT-HILAIRE, Jules. - Filosofo e uomo politico, n. a Parigi il 19 ag. 1805, m. ivi il 24 nov. 1895. Fu conformista in politica e collaborò con il Cousin, ministro dell'istruzione (1840). Dopo un'assenza di circa 20 anni, durante i quali attese agli studi e fece un viaggio in Egitto, ritornò alla vita politica al tempo del secondo impero (1869). Fu capogabinetto del presidente Thiers u. caduto questo, aderì alla repubblica. In regime repubblicano fu senatore, vice presidente del Senato e finalmente ministro degli esteri nel gabinetto Ferry. Come filosofo appartenne alla scuola eclettica del Cousin e fu razionalista.

Tradusse e commentò quasi tutto Aristotele (Oeuvres d'Aristote traduites en francais, Parigi 1837-92), provocando qualche contestazione sull'esattezza delle sue traduzioni che furon dette «des belles infidèles». Gli si devono anche vari studi sulle religioni d'Oriente, come Du Boudhisme (ivi 1855), Le Boudha et sa religion (ivi 1859), Mahomet et le Coran (ivi 1865), e una vita del Cousin in tre volumi (ivi 1895 ).

Bim.: H. Marion, s. v. in La Grande Enc., V, p. 528. Umberto Degl'Innocenti
BARTHOLI (Bartoli), Francesco. - Predicatore e scrittore francescano, detto pure, erroneamente secondo A. Mercati, Della Rossa o Rubeae. Nativo di Assisi, si rese francescano verso la fine del ' 200 . Studiava a Perugia nel 1312, e nel 1316 a Colonia, donde rientrò in Italia l'anno seguente, portando seco numerose reliquie di santi. Nel 1320 e fino al 1325 dimorava a S. Maria degli Angeli e spiegava la S. Scrittura al popolo; guardiano del conventino di S. Damiano nel 1332, si ritrova nel sacro convento di Assisi nel 1334. Aveva aderito con fervore, negli anni 1328 1329, a fra' Michele da Cesena, a cui aveva pure di-
retto varie lettere; ma, catturato dall'Inquisizione e processato il 23 genn. 1330, confessò le sue colpe, ottenendo penitenza e perdono.

Verso la fine del 1334 scrisse la sua famosa opera, Historia o Tractatus de Indulgentia S. Mariae de Portiuncula (ed. P. Sabatier [Opuscules], Parigi 1900, n. 2), che, sebbene non immune da diletti, errori e znacronismi, pure ha non piccolo interesse storico specie per i documenti che contiene e varie notizie attinte da antiche leggende e memorie francescene (aveva conosciuto e udite fra' Marino discepolo e nipote del celebre fra' Masseo, uno dei prediletti di s. Francesco). E il primo lavoro storico sull'importante indulgenza, su cui tanti altri scrissero poi.

Il B. scrisse ancora i suoi Sermones (festivi e feriali) tenuti alla Porziuncula e una Historia passionis Christi pro die Veneris Sancti concordata per a Evangelistas (manoscritti alla bibl. di Assisi). Morì molto vecchio, ca. la fine del sec. xiv.

Bim.: L. Wadding, Annales Ord. Min., an. 1328, n. 22; I. H. Sbarales, Suppl. ad Script. Ord. Min., I, 2^{2} ed., Roma 1921, p. 260; M. Faloci Polignani, La prima ediz. di storia francescano, in Miscell. franc., I (1886), pp. 43-52 e 145; A. Mercati, Frate F. B. d'Assisi Michelista e la sua ritrattazione, in Arch. franclic. hist., 20 (1927), pp. 260-204.

Lorenzo Di Fonzo
BARTIMEO (Baptıuáos). - Mendicante cieco, guarito da Gesù nel territorio di Gerico durante la sua ultima andata a Gerusalemme. Solo Mc. (10, 46) ne dà il nome (patronimico) aramaico e l'interpretazione ( \dot{\text { a }} uós ζ λ μ α i o α Baptıuaios ) : "figlio di Timeo"; poiché la spiegazione, contro il solito, precede, M.-J Lagrange pensa sia un'antichissima glossa penetrata nel testo.

Il nome è d'etimologia incerta: Bar tim'aj (da tamjd "impuro") "figlio impuro", ma forse tim'aj era forma semitizzata del nome greco Té μ α ι ς ("onorevole ") o aveva il senso di "cieco" (come l'arabo aṣamm e il siriaco sesad). Qualche antico leggeva Bar sesad: "Barsemis, filius caecus, quod et ipsum conrupte quidam Bartimaeum legunt" ( L i- ber interpretationis hebraic. nom., ed. P. Lagarde, 2^{2} ed. Gottinga 1887, p. 99); il cod. D, con vari dell'antica latina, ha Baptıuiaç.

Informato del passaggio di Gesù, B. si mise a gridare: «Gesù, figlio di David (titolo messianico), abbi pietà di me!»; il Messia doveva infatti aprire gli occhi ai ciechi (Is. 35, 5; cf. Mt. 11, 5). Nonostante le minacce di molti, B. perseverava nella sua invocazione. Gesù ordinò che glielo conducessero. B. gettò il suo mantello e corse a Gesù (guidato da altri : L c .18,40 ), cui chiese il dono della vista. "Impietosito e toccati i suoi occhi" (Mt. 20, 34), Gesù lo guarì, in premio della sua viva fede, e B. si pose al seguito del Maestro: Mc. 10, 46-52.

Nella narrazione di Mt. 20, 29-34, Gesù guarisce due ciechi. S. Agostino ha risolto la difficoltà (De consensu Evangelist., II, 65 e 125 : PL 34, IIII e 1137 ag): «Hinc est ergo quod ipsum solum voluit commemorare Marcus, cuius inluminatio tam claram famam huic miraculo comparavit». Per la sua fede e la sua preghiera B. ebbe parte saliente nell'episodio miracoloso; forse poi ebbe una funzione nella Chiesa nascente, e Marco avrebbe conosciuto B. "come personaggio illustre d'allora" (Vittore Antioch., in Catenae graec. patrum di J. A. Cromer, I, Oxford 1844, p. 388).

Più grave è la difficoltà, la cui soluzione ha affaticato gli esegati, circa il luogo del miracolo. Mentre Mc. e Mt. sembrano affermare che il miracolo fu compiuto all'uscita ( ε ε σ τ ρ ε \cup μ ε ε ν ν α \dot{α} τ σ \tilde{u} \dot{α} π \tilde{α} "Tepi χ \dot{α} ), Lc. 18, 35-43 lo pone prima dell'ingresso di Gesù a Gerico, circostanza locale da ritenersi certa, data la precisione con cui L c. si esprime. Ma non altrimenti è da intendere Mc. 10, 46 Tepterras elc 'Tepi χ \dot{α} : «si avviano verso Gerico»; poi, l'ingegnosa separazione (I. A. Kleist) di ε ε σ τ ρ ε \cup \varphi ε ε ν ν

## Page 541

aủ706 da ànó 'Iepıyús a fuori di Gerico " (riferito alla frase principale: "B., cieco mendicante, sedeva fuori Gerico") risolve tutto. In Origene e nei codici "occidentali" (D, i migliori dell'antica latina) la difficoltà è risolta: Exclibev e non ànó 'Iepiyú. Altri identificano il senso di Mc. e Lc. riferendo il "partire" di Mc. alla vecchia Gerico (oggi Tell es-Suhân), l'«avvicinarsi» di L c. alla nuova Gerico (oggi Ribâ) quasi 3 km . a sudsud-est (L. Pirot, P. Ketter); altri : un cieco fu guarito all'ingresso di Gerico, l'altro all'uscita (s. Agostino [PL 34, 1138], A. Calmet, R. Cornely, J. Knabenbauer, F. Prat), oppure il cieco B. incontrò Gesù all'ingresso di Gerico ma fu guarito all'uscita di Gesù, il giorno dopo (Maldonato, C. a Lapide, L.-C. Fillion, G. Milligan che adduce J. Bengel, R. Stier, R. C. Trench, J. Wordsworth e altri).

Bibl.: G. Milligan, s. v. in J. Hastings, Dict. of the Bible. I, p. 248 sg.; M.-J. Lagrange, Ev. selon st. Luc, Parigi 1921, pp. 484-86, e Ev. selon st. Marc, 4ª ed., ivi 1929, pp. 284286; I. Knabenbauer, Conno. in Ev. sec. Matthaeum, II, 3ª ed. di A. Merk, ivi 1922, pp. 197-200; L. Foeck, Bartimanus in Iericho sanatur, in Verbum Domini, 3 (1923), pp. 34-42; I. A. Kleist, De Bartimani ad Iericho urbem facte sanatione, in Verbum Domini, 10 (1930), pp. 231-38, 297-303; L. Pirot, Ev. selon st. Marc, in La Sainte Bible, IX, Parigi 1934, p. 231 sg.; P. Ketter, Zur Lokalisierung der Blindenheilung bei Serice in Biblico, 12 (1934), pp. 411-18; F. Prat, Jesus-Christ, II, 16a ed., Parigi 1947, p. 181 sg. Antonino Romeo

BARTMANN, Bernhard. - Professore di teologia, n. a Madfeld, in Vestfalia, il 28 giugno 1860, m. nel 1938. Ordinato sacerdote nel 1888, si addottonò in teologia a Tubinga nel 1895 . Nel 1898 fu nominato professore di dogmatica a Paderborn.

Sobrio nell'esposizione, eccelle nel metodo positivo. La sua opera principale è il Lehrbuch der Dogmatik (1905-07, 7 ed., 1928, tradotto in francese). Meritano un particolare ricordo le altre seguenti sue opere: Christus, ein Gegener des Marienkultus? (1909); Grundriss der Dogmatik (2a ed. 1931); Das Fegfener (2 ed. 1931, tradotto in italiano).

BARTOLI, Adolfo. - Critico ed erudito, n. a Fivizzano (Massa) nel 1833, m. a Genova nel 1894. Fu collaboratore con il Vieusseux dell'Archivio storico italiano, professore dal ' 60 al ' 68 nelle scuole medie e dal ' 69 nella Scuola superiore di commercio a Venezia. Nel 1874 fu chiamato all'Istituto fiorentino di studi superiori ad insegnare letteratura italiana. Cultore dapprima di filosofia, storia e politica, il B. si dedicò poi a instaurare l'indirizzo della critica letteraria a riportandolo dalla concezione estetica desanctissiana alla tradizione storica", integrata dal metodo più rigorosamente scientifico.

Oltre a pubblicare le Lettere del Beato Colombini (Lucca 1850), le Vite di uomini illustri di Vesp. da Bisticci (Firenze 1859) e i Viaggi di Marco Polo (ivi 1863), il B. scrisse una Storia della letteratura italiana di grandi proporzioni, che condusse fin al settimo volume e non oltre il Petrarca. Si legge ancor oggi volentieri per lo stile chiaro e vivace, per l'abbondanza delle notizie e l'anima che il B. mette nel racconto, ma semplicistico si rileva quel criterio onde si valse nei giudizi, e che consiste nella a esaltazione dell'umanesimo pagano contro l'ascetismo cristiano" (B. Croce).

Bial.: B. Renier, Dante e la Lunigiana. Milano 1909 (v. indice); B. Croce, La letteratura della nuova Italia. III, Bari 1915, pp. 386-88. Silvio Pasquazi

BARTOLI, Adolfo. - Fisico e chimico, n. a Firenze il 19 marzo 1851 e m. a Pavia il 18 luglio 1896; è da ricordare per i suoi lavori di elettrochimica, specialmente sulla conducibilità elettrica delle soluzioni, e per altri notevoli studi sulla luce e sul calore. Nelle memorie sulla costituzione degli elettroliti (1882) egli ammise che in un liquido conduttore la sostanza disciolta è dissociata in parti che vengono dalla corrente elettrica fatte migrare agli elettrodi e così separate. E l'ipotesi d'Arrhenius, che prese il nome dallo scien-
ziato evedese che la ripresentò nel 1884. L'elettrolisi suggerì al B. un nuovo metodo di sintesi delle sostanze organiche, operando con elettrodi di carbone, sul quale tema lavorò per molti anni con la collaborazione del collega ed amico Giorgio Papasogli. B. vitse la cattedra di fisica matematica all'Università di Palermo (1886), ma insegnò a Sassari, a Firenze ed a Catania, dove diresse l'Osservatorio. Nel 1893 successe a Giovanni Cantoni nella cattedra di fisica all'Università di Pavia.

Biel.: E. Stracciati, A. B., in Il Nuovo Cimento, 4^{2} serie, 4, p. 211; D. Gambloli, Storia della fisica elementare del Cajori. Palermo 1920, pp. 498-501. Giulio Provenzal

BARTOLI, Danielio. - N. a Ferrara il 12 febbr. 1608, m. a Roma, al Gesù, il 13 genn. 1685. Non ancora sedicenne, il 10 dic. 1623 entrò tra i Gesuiti che di lui, gracilissimo per complessione, ma d'ingegno acuto e di indole mite, presero a fare uno dei loro più insigni per merito di apostoliche virtù e per arte squisita nel trattare la storia e la prosa italiana. Ricevuto appena nel noviziato di Novellara, bramò, come leggesi in una delle sue, del 2 febbr. 1627, di consacrarsi «alle fatiche delle Indie et al desiderato fine della divina gloria nel martirio». Quindi durante tredici anni, una o più volte l'anno, supplicò il generale Vinelleschi che lo mandasse a propagare la fede, così scriveva, «dove pericoli maggiori e maggiore occasione vi fosse di patire e morire negli stenti o esser ammazzato, là più sentendosi colla divina gratia, animato ad andare». Compluti a Parma gli studi filosofici e teologici, e ordinato sacerdote in Bologna il 1636, invece delle sospirate Indie ebbe a campo d'apostolato l'Italia.

Lesse dapprima filosofia, ma per brevissimo tempo, in Parma; quindi, occorsa necessità di un valente quaresimalista, gli si fece lasciare la cattedra per il pulpito. Tredici anni continuò predicando quaresime e avventi, una e talora più volte, in Ferrara, Genova, Lucca, Firenze, Roma, Napoli, Messina, Palermo, Malta, con fama di eccellente oratore e largo frutto spirituale negli uditori, fino a quando nel 1649 il nuovo generale Vincenzo Carafa lo volle storiografo dell'Ordine. Così a quarantesbae anni, lasciato il pergamo, dove stava per succedergli Paolo Segneri, intraprendeva l'apostolato della penna con certezza del più felice successo. Poiché se anche non era suo il Saggio di poesie morali, pubblicato in Bologna nel 1642 sotto il nome di Giov. Battista Bartoli, L'uomo di lettere edito nel 1643 per ritrarre i giovani dalla lettura dei romanzi, dava fondata congettura che la sua viva parola con tanto plauso ascoltata dal pergamo non meno gradita e fruttuosa riuscisse letta nei libri.

La Compagnia, la cui storia universale accingevasi a scrivere, contava allora un secolo e un decennio di vita; tempo bastevole per porgere allo storico copiosa e varia materia. Ad elaborarla con ordine e chiarezza volle, così egli stesso ci informa, appigliarsi alla vulgatissima divisione delle quattro parti del mondo, suddivise nelle regioni dove l'Ordine aveva più lavorato alla salute delle anime. La iniziò con un maestoso vestibolo o, come egli lo chiamò, "fondamento di tutta l'opera" che furono i cinque libri Della vita e dell'istituto di 1. Ignazio fondatore della Compagnia di Gesù, pubblicati in Roma dal Manelfi il 1650. Gli tennero dietro negli anni 1653,1660,1663,1667, 1673 altri cinque volumi in-folio, come il primo, tre per l'Asia (India, Giappone, Cina), due per l'Europa (Inghilterra, Italia). Da ciò si vede che l'Historia universale, come l'aveva annunciata, rimase in gran parte incompiuta, nonostante per ben trentacinque anni, salvo il triennio del rettorato nel Collegio Romano (1671-73), stesse sempre con la penna in mano. Vero è che in questo si lungo tempo trattò non pochi soggetti anche nel medesimo campo storico.

Tali furono le cinque, non tanto biografie, quanto storie della vita di insigni suoi confratelli, cioè : del p.

## Page 542

![img-28.jpeg](img-28.jpeg)
(ftd. Enc. Coli.)
Bartoli, Davilello - Frontespizio dell'opera: Della Vita e dell'Istituto di s. Ignatio, Roma 1650.

Vincenzo Carafa (1651), di s. Stanislao Kostka (1670), di s. Francesco Borgia (1671), di Niccolò Zucchi (1672), di s. Roberto Bellarmino ( 1678 ). A questi vanno aggiunti i cinque volumi Degli uomini e dei fatti della Compagnia di Gesù, composti negli ultimi anni del viver suo a modo di annali, per gli anni dal 1540 al 1590 , nei quali narrò raccorciate le vicende dell'Ordine inserendovi fedeli profili di parecchi Gesuiti altamente benemeriti della Chiesa. Cosl poté descrivere compendiosamente quanto la sua religione aveva operato nel Congo, nel Monomotapa, nell'Etiopia, in Brasile, nella Florida, nella Spagna e in Germania, argomenti non delibati nei cinque volumi dell'Historia universale.

Il lungo e copioso suo lavoro nel campo storico non esauri al B. la vena esuberante del suo ingegno.

Anche dalla filosofia, dall'ascetica, dalla fisica, dalla filologia, attinse utili soggetti che seppe trattare con nobiltà di sentimenti, con acume di riflessione, con argomentazione stringente e con meravigliosa varietà di frasi e modi di dire eleganti e quasi sempre lontani dalle stranezze del tumido Seicento. Ben 12 volumi divulgò nelle menzionate discipline; quali, a ricordarne i principali: La povertà contenta (1650), L'uomo al punto (1667), Dell'ultimo e beato fine dell'uomo (1670); Delle due eternità (1672); Delle grandezze di Cristo (1675); Dei simboli trasportati al morale (1677); tutti più volte ristampati sino al 1850 . In queste opere trasfuse, adattandolo alla lettura, non piccola parte del quaresimale sparito nel naufragio che fece sulle coste di Capri il 1649 quando recavasi a predicare a Palermo.

Ebbe il B. dopo la morte una sorte, se non unica, certo rara. Per più di un secolo e mezzo, fino alla seconda metà dell'Ottocento, fu concordemente levato al cielo; ricordisi l'appellativo di "terribile» datogli dal Giordani, e con questo gli encomi a lui tributati dal Monti, dal Leopardi, dal Galeani Napione, dal Gargallo, dal Tommaseo, e da altri loro coetanei.

Senonché, proclamato il regno d'Italia, forse a cagione delle passioni politiche, si passò da un estremo all'altro. Per un De Sanctis, un Settembrini, e tutto un fascio di critici della letteratura italiana, eccettuato il Carducci e qualche altro, il B. fu (il De Sanctis cosi lo defini) «un rètore e moralista astratto del Seicento», e il Bonghi non si perito di chiamarlo "scrittore nullo, mancante di pensiero, di vita e di verità, affastellato, farraginoso, senza coerenza, senz'ordine, d'uno stile posticcio e artificioso, d'una lingua copiosa sì, ma mescolata ed accozzata senza discernimento" (Lettere critiche, Napoli 1884, p. 157).

E questo quanto allo stile e alla lingua; rispetto poi al valore storico delle sue opere stesse non sarebbero altro che storie, come ora dicono, romanzate, sullo stampo dei Recits de l'histoire romaine du lre siècle, di Amedeo Thierry. Orbene questo giudizio può essere accettato soltanto da chi non mise mai a raffronto le pagine bartoliane con le fonti donde l'autore le derivò. Chi invece, prima di asserire intraprenda un cosi necessario raffronto, dovrà convincersi che il B. fu non solo eccellente prosatore, ma anche storico nello stretto senso della parola, espose vale a dire fedelmente cio che le fonti, criticamente vagliate, gli attestavano. Ma, intendiamoci, narrò e descrisse da artista, perché tale l'aveva fatto Iddio.

Laonde rettamente osservò Antonio Belloni (B. [Collezione scrittori italiani], Torino 1931, p. 7): «le rappresentazioni, le descrizioni, i racconti del B. si hanno da giudicare come si giudicano i ritratti eseguiti da valenti pittori, i quali, mentre rendono sulla tela quanto più fedelmente possono, le fattezze della persona che loro posa dinanzi, le idealizzano nello stesso tempo per rivelarne l'anima, il carattere, gli ascosi sensi della mente e del cuore ". Sembra pertanto che la critica novecentesca, faccia oggi per il ferrarese macchina indietro, ammettendo bensì in lui le imperfezioni immancabili, in ogni opera d'uomo, ma in fondo sentendo di questo sommo secentista come ne senti Giacomo Leopardi quando scriveva: «Ovidio descrive, Virgilio dipinge, Dante (e cosi proporzionatamente nella prosa il nostro B.), a parlar con proprietà non solo dipinge da maestro in due colpi, e vi fa una figura con un tratto di pennello, non solo dipinge senza descrivere (come fa anche Virgilio e Omero), ma intaglia e scolpisce dinanzi agli occhi del lettore le proprie idee, concetti, immagini, sentimenti" (Zibaldone, IV, 289).

Bial.: Per la biografia, la più distesa si ha nel t. I delle Operette morali, spirituali e scientifiche, Venezia 1716; la medesima compendiata, ma con alcune aggiunte in A. Patrignani-G. Boero, Menologia, I, Roma 1839, pp. 247-51. Per l'elenco delle opere edite e dei manoscritti v. Sommervogel, I, coll. 965-89. Sul B. storico v. la copiosa bibliografia raccolta da P. P. Trompeo, s. v. in Enc. Ital., VI, p. 248.

Pietro Tacchi Venturi
BARTOLINI, Domenico. - Cardinale, n. il 16 maggio 1813 a Roma, m. a Firenze il 2 ott. 1887. Autore di vari scritti di carattere agiografico e storico, però del tutto superati dal punto di vista critico.

Si ricordano Il cimitero d'Aproniano detto anche d'Engenia su la Via Latina (1840), ma corretto e rifuso dal p. G. Marchi; La sotterranea basilica di S. Marco (1844); Le catatombe di Siracusa, (1847); Le nuove catatombe di Chiusi, (1852); Sopra l'outice oratorio dei primitivi eriziani della regione dei Marsi oggi basilica di S. Cesidio prete e martire presso Trasacco alle sponde del lago Fucino (1855).

Nel campo agiografico le sue monografie sugli atti del martirio di s. Agnese (1858), dei ss. Abdon e Sennen (1859) e di s. Cecilia (1867) hanno perduto ogni valore, allo stesso modo della sua trattazione relativa alle cosiddette ampolle (v.) di sangue (1863).

## Page 543

![img-29.jpeg](img-29.jpeg)

Bartolini, Lorenzo - Particolare del monumento della contessa Zamojska - Firenze, chiesa di S. Croce, cappella Salviati.

Biel.: Hurter, V. col. 1649; G. Ferretto, Note storicoagingrafiche di Archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, p. 304 e passim; A. Ferrua nell'introduz. storica alla Mem. di G. B. De Rossi, Sulla questione del caso del sangue, ivi 1944, pp. 36,78-79 e passim.

Giuseppe Bovini
BARTOLINI, Lorenzo. - Scultore, n. a Savignano nel 1777, m. a Firenze nel 1850 . Studiò a Parigi nell'atelier di David; fu compagno di Ingres, e con quest'ultimo ebbe comune l'avversione ai modelli statuari classici e l'ammirazione per i quattrocentisti italiani; a Parigi, dove rimase dal 1799 al 1808, dopo anni di lotta e di povertà, riusci ad affermarsi fino a ottenere la protezione di Napoleone. Tornato in Italia, insegnò dapprima all'accademia di Carrara; e sia quivi, sia, più tardi, a Firenze (dove, superate le ostilità dell'ambiente, ottenne nel 1839 d'insegnare all'accademia) si oppose aspramente al classicismo del tempo, avversando lo studio delle statue antiche e propugnando l'imitazione della natura.

Nelle sue opere, tuttavia, e specialmente in quelle che più gli valsero la celebrità (La carità, della Galleria Pitti a Firenze e La fiducia in Dio, del museo Poldi-Pezzoli di Milano, ambedue del 1836 , fredde e artificiose nella loro purezza e levigatezza), fu prigioniero degli schemi tradizionali. Da questi seppe liberarsi di rado : e vi riusci nelle sculture funerarie (tomba della contessa Zamojska in S. Croce a Firenze), e ancor meglio nella statua del Machiavelli, nel portico degli Uffizi a Firenze, nel pregevolissimo autoritratto, e nei numerosi busti (di Pio IX, di Murat, di Rossini, ecc.), lontani cosi dal gusto accademico come da un crudo verismo. Ebbe una produzione vastissima, per cui si servì alla fine della sua carriera di numerosi aiuti, indulgendo sempre più al classicismo che aveva tanto combattuto.

Biel.: M. Tinti, L. B., Roma 1936; A. M. Brizio, Ottocento e Novecento, Torino 1939, pp. 439-41; D. Giuliotti, Penne pennelli scalpelli, Firenze 1942, pp. 175-81; C. Carrà, Artisti
moderni, ivi 1943, pp. 95-99. (Si ricordi inoltre il sonetto di G. Giusti, La fiducia in Dio, statua di B.). Marta Prandi

BARTOLISTI. - E l'appellativo dato dal sec. xv in poi alla numerosa schiera di giuristi seguaci di quel metodo di studio del diritto che aveva già consentito al grande Bartolo da Sassoferrato nel Trecento di trarre dalle fonti del Corpus turis la nuova più moderna dottrina civilistica, e dei fedeli assertori ad un tempo della bontà di quest'ultima e dei suoi ulteriori sviluppi.

L'esigenza di adeguare il diritto alla vita reale dei popoli in fase di profondo rinnovamento nell'ultimo medioevo e nella prima epoca moderna, e la convinzione ognora persistente che fondamento primo del diritto stesso restassero sempre i testi della Compilazione giustinianea, sia pure integrati da quelli canonisti e feudali, quali diritto comune per tutti i popoli di tutte le epoche, sono i motivi che sospingono e guidano i b. nel loro lavoro.

Senonché il corretto uso delle formole e dei procedimenti scolastici, che Bartolo e poi Baldo degli Ubaldi e i loro contemporanei avevano con successo applicato agli studi giuridici, aveva ormai dato agli inizi del Quattrocento i suoi frutti migliori, né appativa più atto a far rinvenire ancora nei testi della vecchia legge romana quei nuovi principi e quelle nuove norme che la pratica giuridica quotidianamente richiedeva. Eppure a tale risultato era compito precipuo della scuola di giungere, né era lecito ai dottori, presenti ora in tutti i gangli della vita pubblica e privata, di estraniarsi comunque dalle inderogabili esigenze dei loro tempi.

Così la necessità di definire il diritto volto a soddisfare i molteplici bisogni della nuova società prende per i b. il sopravvento sulle buone norme della pura speculazione scientifica: pur di raggiungere l'intento, le distinzioni scolastiche del tema trattato giungono a sminuzzare

## Page 544

e a polverizzare addirittura quest'ultimo; il processo logico deduttivo per risalire dalla soluzione delle premesse a quella della questione si riduce spesso ad un artificio dialettico non immune da cavilli; l'esame dei testi si svolge attraverso minute analisi, formulazioni di casi pratici, interminabili serie di osservazioni e di obiezioni per ritrovare infine in quelli l'intellectus più opportuno; il riferimento alle opinioni altrui, primo fra tutti di Bartolo, si fa continuo e pedissequo al punto di venire spesso anteposto alla lettera stessa della legge, e perfino l'ignoranza storica e filologica giova a volte a superare le difficoltà opposte da quest'ultima.

Tali gli innegabili difetti rinfacciati al bartolismo già dai primi umanisti del sec. xv e per i quali la culta giurisprudenza del Cinquecento porrà in esplicito stato di accusa la scuola, come di coloro che con le lunghe astruse disquisizioni, con l'esasperante dialettica, con l'assillante ricorso alla communis opinio, con gli errori di storia e di lingua, avevano corrotto la purezza delle leggi romane e reso oscuro il diritto.

Ma se è vero che il mos italicus, come fu detto, o bartolista, peccava di quei gravi difetti, è pur vero che da quella dialettica, da quel formalismo, da quella stessa nebulosità di esposizione nasceva di solito per esso il germe primo almeno di quel nuovo diritto che le popolazioni e i tribunali esigevano; mentre dallo studio letterario e storico delle fonti o mos gallicus, instaurato e rapidamente diffuso dai culti in Europa, il diritto romano finiva con l'allontanarsi definitivamente e sempre più dalla pratica dei tempi per confinarsi nell'archeologia.

E per questo che al bartolismo, pur debitamente influenzato dalla nuova cultura umanistica, restano fondamentalmente fedeli anche dopo il Cinquecento, quei paesi che al diritto espresso nelle leggi di Roma non intendono o non possono sostituire un loro nuovo diritto principesco e consuetudinario, quali specialmente l'Italia e la Germania, e che di cattedre bartolistiche si continuerà a parlare nelle nostre università fino al cadere del Settecento.

Giuseppe Ermini
BARTOLO di Fredi. - Pittore senese, n. ca. il 1330. Nel 1353 affittava in Siena una bottega per esercitarvi l'arte insieme con Andrea Vanni (v.) e risultava iscritto negli statuti del 1355. Sposò nel 1356, e dal 1368 al 1400 parteggiò attivamente alla vita pubblica di Siena, fu più volte eletto capitano del popolo e priore per il terzo di Camollia: nel 1376 fu nominato castellano di Massa, il testamento da lui dettato nel 1407 serve a sfatare la credenza che egli fosse padre di Taddeo di Bartolo: fu invece suo figlio il pittore Andrea (v.). M. nel 1410.

Delle numerose opere ricordate in documenti e in contratti di «allogazione» nemmeno una è rimasta; in compenso possediamo di lui varie tavole e affreschi con firma e data, che non solo ci consentono di seguire lo svilupparsi dell'arte sua dalla Madonna di Misericordia del museo di Pienza del 1364 (prima opera datata), fino alla grande ancona del 1388 ora smembrata tra il museo di Montalcino e la pinacoteca di Siena, ma ci permettono di attribuirgliene con sicurezza molte altre a Siena, Poggibonsi, S. Gimignano, Torrita, Lucignano e nei musei di Parigi e di Boston. Un elemento decisivo per la ricostruzione della cronologia di B. è stato offerto dalla recentissima scoperta della data del grande ciclo di affreschi con Storie dell'Antico Testamento nella collegiata di S. Gimignano, la più importante e vasta impresa del pittore. Anziché del 1356, come sulla scorta del Vasari si riteneva unanimemente, questi affreschi sono del 1367 e quindi concludono il primo periodo dell'attività di B. Le opere più significative del secondo periodo di B. sono, oltre alla citata pala del 1388, la Deposizione, firmata e datata 1382, e altre tavole con Storie di s. Filippino pure nel museo di Montalcino. La pittura di B. ispirata ad un garbato eclettismo che la rese capace di assimilare tanto la tradizione di Simone Martini quanto quella dei Lorenzetti, si distingue per la vivacità narrativa ed ha forse il suo pregio
![img-30.jpeg](img-30.jpeg)
(psl. Anderson)
Bartolo di Fredi - Hitarno di Mario alla casa paterna. Siena, pinacoteca.
maggiore in un limpido e festoso senso del colore, tipicamente senese.

Bibl.: C. Brandi, Reintegrazione di B. di F., in Bull. senese di storia patria, nuova serie, 2 (1931), pp. 206-10; S. L. Faison jr., Bama and B. di F., in The Art Bulletin, 4 (1934), pp. 285-315; L. Rigatuso, B. di F., in La diana, 9 (1934), pp. 214-67.

Enzo Carli
BARTOLO da San Gimignano, beato. - Parroco, n. nel 1228 di nobile famiglia, nel castello Mucchio presso S. Gimignano. Per farsi religioso si rifugiò a Pisa ed entrò nel Terz'ordine francescano. Ordinato prete esercitò eroicamente la carità verso il prossimo prima a Peccioli, poi a Picchena. Colpito dalla lebbra visse per venti anni relegato nel lebbrosario di S. Gimignano presso la Pieve di Cellolo, sopportando il male con tanta pazienza da essere chiamato il «Giobbe della Toscana». Morì il 12 dic. 1300 in concetto di santità e fu sepolto nella chiesa degli Eremitani di s. Agostino in S. Gimignano. Papa Pio X ne approvò il culto nel 1906. Festa il 12 dic.

Bibl.: A. Van den Wyngaert, De sanctis et beotis tertii Ordinis, in Archiv. Franciso, Histor., 14 (1921), pp. 18-24; E. Castaldi, Il b. B., il Giobbe della Toscana ed il suo meraviglioso sepolcro di Benedetto da Maiana, Firenze 1928 (con bibliografia); I. Beschin-J. Palazzolo, Martyrol. Franciso., Roma 1938, p. 478 .

Maria Morseletto
BARTOLO da Sassoferrato. - E il massimo giureconsulto dell'epoca medievale e certo una delle menti più alte di giurista che l'umanità abbia mai avuto.

N. nel 1313 presso Sassoferrato nelle Marche e istruito nei primi rudimenti grammaticali da un tal fra' Pietro d'Assisi, B. giungeva quattordicenne a Perugia, dove alla scuola di Cino da Pistoia riceveva la

## Page 545

prima solida formazione giuridica; passava nel 1333 a Bologna per ascoltarvi le lezioni di Iacopo Butrigario, di Raniero Arsendi da Forli e forse anche di Oldrado da Ponte e per addottorarsi nel successivo anno 1334. Seguiva un periodo di raccoglimento, che il neo dottore trascorreva in S. Vittore presso Bologna, dedicato, come egli stesso scriverà poi, a ripensare su quanto aveva appreso nella scuola e a meglio indagare direttamente sulle fonti del diritto. E lo studio dal quale egli uscirà maestro!

Assessore a Todi e forse nel 1338 a Pisa, saliva sulla fine di quell'anno la cattedra dello Studio pisano e vi era certamente ancora nel 1342; nel 1343 lo troviamo ad attendere a Perugia (dove resterà poi, tranne forse un nuovo probabile soggiorno pisano del 1351 al 1353) alla lettura del diritto civile fino all'anno della sua morte, 1357.

Con B. il nuovo studio del diritto, detto del commento, dalla forma letteraria più comunemente usata, o aristotelico e scolastico dall'uso fatto dei procedimenti logici e dialettici, consegue pieno successo e per lui s'imporrà ai posteri.

Dall'insegnamento di Cino e dalla tradizione perugina facente capo a lacopo da Belviso, B. aveva appreso la dottrina francese circa l'aderenza del diritto con la realtà dei tempi, il superamento della disione letterale dei testi con la ricerca della ratio della legge stessa e della mens del legislatore, l'applicazione dei metodi scolastici d'indagine allo studio del diritto; nella scuola bolognese aveva approfondito l'esegesi del Corpus iuris e tutto migliore conoscenza e rispetto ad un tempo dell'opera dei glossatori e di Accursio. Di tutto egli faceva tesoro: la soddisfazione delle esigenze pratiche è il necessario punto di arrivo della sua fatica; il testo delle fonti legislative, non solo romane ma canoniche e anche statutarie, e l'interpretazione già datane dalla glossa, è il punto di partenza e il sostegno indispensabile del suo ragionare; il metodo scolastico è lo strumento che gli consente di pervenire alla nuova costruzione. E di tutto egli fa uso opportuno, con un meraviglioso senso di equilibrio, con un argomentore semplice e corretto, con un'espressione chiara e concisa, con una capacità costruttiva più unica che rara.

Dall'intenso lavoro e dalla produzione scientifica di B., tanto abbondante nonostante l'ancor giovane età in cui la morte lo colse, verranno segnate non poche delle fondamentali linee di quella dommatica per cui il diritto moderno si differenzia dal romano e dall'antico; per lui troveranno definitiva formulazione indirizzi e principi nuovi, prima di lui soltanto enunciati; dalle sue dottrine prenderanno lo spunto i commentatori che lo seguiranno, massimo fra tutti il discepolo Baldo degli Ubaldi, per alcune delle maggiori conquiste della nuova scuola giuridica.

Nelle ampie letture sul Digesto vecchio, sull'Inforziato e sul Nuovo, sul Codice, sui Tre Libri e sull'Autentico, ha sviluppo l'esegesi dei testi, condotta con un vasto respiro di opinioni e di considerazioni; nei più che quattrocento consigli che ci son pervenuti dati alle stampe e negli altri numerosi tuttavia inediti, e nelle questioni, ha piena manifestazione l'intento pratico che costantemente ispira e dà particolare valore alla scienza bartoliana; nella ricca serie di una quarantina di trattati han risalto la vastità della sua cultura e le singolari facoltà di sintesi del suo intelletto, con gli istituti e argomenti più disparati che vi si trovano esaminati, eviscerati, ricomposti ad unità, in impostazioni dommatiche spesso così originali da rappresentare una netta separazione dall'antica dottrina e il principio veramente di una nuova epoca di vita del diritto.

Della grandezza di B. si resero consapevoli già i contemporanei, dal comune di Perugia, che gli concedeva nel 1348 la vera e originale cittadinanza perugina pur di conservarlo al suo Studio, all'imperatore Carlo IV, che nel 1355 lo creava consigliere, familiare domestico e commensale imperiale, gli concedeva il blasone stesso imperiale del leone rosso a
due code in campo d'oro e il diritto di supplire al difetto dell'età per i minori di 25 anni e quello di legittimare studenti; ma della sua meritata gloria migliori testimoni furono i posteri, che ne esaltarono il nome come di terrestre numen delle leggi, che ne accolsero le dottrine in ogni paese civile, che ne continuarono ad illustrare il pensiero dalle cattedre universitarie di bartolismo fino al cadere del Settecento.

BibL.: C. Bernabei, B. da S. e la scienza delle leggi, Roma 1881; L. Chiappelli, Le idee politiche di B., in Arch. giurid., 27 (1881); F. Meili, Die theoretischen Abhandlungen von B. und Baldus über das intern. Privat- und Strafrecht, Lipsia 1894; G. Salvemini, La teoria di B. da S. sulle costituzioni politiche, in Studi storici, Firenze 1901; J. W. Figgis, B. and european political ideas (Tromsas, of the Royal historic. society, 24 sects, 19), Londra 1903; C. N. S. Woolf, B. of S. His position in the history of medieval political Thought, Cambridge 1913; G. Fijalek, Dominus B. de S. eisoque pernague in Polonos auctoritas, Cracovia 1914; A. C. Jemolo, Il Liber minoritarum di B., in Studi sassareti, scs. I, Scienze givridiche, 1922; F. Ercole, Da B. all'Althesio, Firenze 1932; J. L. J. Van de Kamp, B. da S., Urbino 1935, e indicazioni ivi riferite sulle molte edizioni delle sue opere.

Giuseppe Ermini
BARTOLOCCI, Giulio. - Insigne orientalista, n. a Celleno, dioc. di Montefiascone (Viterbo), nel 1613, m. a Roma il 20 ott. 1687. Entrò nell'Ordine dei Cistercensi, e nella professione (1632) vi assunse il nome di Giulio di Sant'Anastasia. Fu allievo del giudeo convertito Giovanni Giona Galileo Battista (v.)'professore di ebraico nell'Università di Roma. Anche il B. insegnò tale lingua, per ben 36 anni, nel collegio dei neofiti, a Roma. Scrittore di ebraico nella Biblioteca Vaticana, ne descrisse in tre volumi i manoscritti ebraici.

L'opera monumentale cui deve la sua fama è la Bibliotheca magna rabbinica, stampata per i tipi di « Propaganda Fide", Roma 1675-83. L'ultimo dei 4 voll. fu completato dal suo discepolo e confratello p. Carlo Giuseppe Imbonati (ivi 1693). E un'imponente raccolta, in ordine alfabetico, di notizie su autori e scritti rabbinici. I giudei moderni, pur riconoscendo in essa la prima grande bibliografia rabbinica, la considerano scarse di valore critico. Ma Cristoforo Wolf (m. nel 1739) la prese come base per la sua celebre Bibliotheca hebraea; più tardi ne usarono largamente B. Ugolini nel suo Thesaurus antiquitatum sacrarum e il Calmet in Bibliothèque sacrée.

Il p. Imbonati aggiunse come quinto volume dell'opera, la sua Bibliotheca latino-hebraica (Roma 1694: bibliografia di scritti latini contro i giudei o su argomenti giudaici).

Altre opere (inedite) del B. sono una versione latina interfeseare del libro di Tobia, una versione del Targum al Cantico dei Cantici; Defensio doctrinae christianae (trad. in ebraico da G. G. G. Battista); Collectanea de Trinitate, Messiae divinitate ac gentium vocatione; e, incompleti, Sacro Genesis a Iudaeorum erroribus sindicata, Dictiones difficiliores in Mischna declaratoe, e versione del trattato Middot (sulle misure del tempio).

BibL.: C. G. Imbonati, Bibliotheca latino-hebraica, Roma 1694, p. 139 sg.; Mazzuchelli, II, p. 468 sg.; L. Zunz, Zur Geschichte und Literatur, Berlino 1845, p. 13 sg.; J. Singer, Enc. Iudaica, III, col. 1102 sg.

Ermenegildo Florit

## BARTOLOMEI, EBRICO (Henricus de Segusio o

Segusia; Hostiensis). - Decretalista, n. a Susa (Torino), m. ilf 25 ott. 1271. Studiò a Bologna dove seguì inizialmente anche i corsi di diritto civile. Insegnò a sua volta diritto a Parigi. Consacrato dapprima vescovo di Sisteron, fu poi arcivescovo di Embrun e quindi nel 1261 nominato cardinale vescovo di Ostia, onde l'appellativo di Hostiensis, con il quale è pure noto.

La sua Summa decretalium, condotta sulle Decretali di Gregorio IX, fu detta Aurea per la chiarezza e denoirà della informazione scientifica: in essa, scritta intorno alla metà del sec. xim, e che ebbe parecchie edizioni, è da notare la introduzione del nuovo metodo di esposizione del testo { }^{°} per il quale si abbando-

## Page 546

nava il vecchio sistema della semplice esegesi che si concretava soprattutto con l'apposizione delle glossae o notulae al testo. Il nuovo metodo è cosi descritto: - Primo ponendo casum vel dicendo sensum litterae, secundo legendo litteram et exponendo et etiam construendo si difficilis appareat. Tertio inducendo similia. Quarto inducendo contraria, et solvendo et distinguendo. Quinto quaestiones faciendo et determinando. Sexto dicendo notabilia ad quae et qualiter induci debeat decretalis " (lib. V, tit. I, de magistris).

E da avvertire che il metodo stesso era già stato anticipato dai decretisti e poi passo a regola ordinaria d'insegnamento nelle scuole giuridiche tedesche, nella prima metà del sec. xiv (cf. G. Kauffmann, Geschichte der deutschen Universitaten, Stoccarda 1888-96, II, pp. 347-48). Ripreso nelle scuole italiane civilistiche, costitui la base del nuovo indirizzo dei commentatori o scolastici, che ebbe in Bartolo il suo principale rappresentante e si fisso nel distico "Praemitto, scindo, summo casumque figuro; perlego, do causas, connoto et obicio».

La Summa dell'Ostiense contiene un notevole richiamo alle teoriche civilistiche e, anche per questo riguardo, è una fonte preziosa per la ricostruzione generale della dottrina giuridica del tempo. Vi si scorge altresi un primo tentativo diretto a modificare la scuola del diritto civile a mezzo dello spirito equitativo del tempo. Il B. è stato d'altra parte indicato come capo, in seno alla stessa dottrina canonistica, dell'indirizzo dell'equità in opposizione alla corrente più rigida capeggiata invece da Sinibaldo dei Fieschi (poi papa Innocenzo IV), che era per la rigorosa interpretazione delle norme (cf. B. Kuhlmann, Der Gesetzesbegriff beim hl. Thomas von Aquin im Lichte des Rechtsstudiums seiner Zeit, Bonn 1912, p. 22). Per la profonda conoscenza dei due diritti il B. fu detto monarcha utriusque iuris. Nella polemica con i civilisti avversò particolarmente il glossatore Giovanni Bassiano e il suo discepolo Niccolò Furioso.

Scrisse ancora una Lectura sulle stesse decretali gregoriane, condotta con molta erudizione. L'opera è posteriore alla Summa e appare elaborata dopo il 1268. Di lui è pure un Commentario sulle Novellae constitutiones di Innocenzo IV, e infine un Trastatus super electione completato da Guglielmo de Mandagoto.

BibL.: J. F. Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des han. Rechts, II, Stoccarda 1875, p. 123; F. Gillmann, Von der Hinterlegung des Allerheiligsten, in Archie f. hathal. Kirchenrecht, 102 (1922), p. 36. Antonio Rota

BARTOLOMEO, santo. - Abate benedettino di Marmoutier (Tours) sin dal ro63 ca., m. nel febbr. del 1084, noto per la sua scienza e attività riformatrice. Il suo nome appare in alcuni antichi martirologi, ma nessuna traccia esiste di un culto anticamente a lui prestato.

BibL.: Per la vita cf. PL 149, 394-402; P. Colendini, Barthélemy, in DHG, VI, coll. 1014-15. Mario Scaduto

BARTOLOMEO degli AmideI: v. SETTE FONDATORI.

BARTOLOMEO Anglico o di Glanville. - Minorita inglese del sec. xim, filosofo, teologo e naturalista insigne. Studio in Oxford come rivela la sua formazione scientifica, e passo poi a Parigi dove espose "cursorie» l'intera S. Scrittura. Baccelliere biblico dell'università nel 1230 , fu inviato dal suo ministro generale, fra' Giovanni Parenti, come lettore nello Studio di Magdeburgo in Germania. Vi fu accolto con grande onore nel 1231 e sembra che vi abbia svolto fino alla morte la sua attività di maestro, oratore e scrittore.

Frutto della sua vita universitaria e del suo magistero è il De proprietatibus rerum, opera enciclopedica in 19
libri, in cui raccolse tutto lo scibile dell'età sua. L'accoglienza entusiastica che le riservo il medioevo è testimoniato dai moltissimi manoscritti che si conservano nelle varie biblioteche e dalle numerose edizioni e versioni che se ne fecero nei secoli seguenti. Per essa fra' B. merito il titolo di «Doctor proprietatum» e di «primo grand'enciclopedista del medioevo». Il fra' B. di Glanville del sec. xiv sembra essere un duplicato del nostro fra' B. Anglico, che forse fu di discendenza Glanville o Glanville.

BibL.: Giordano da Giono, Chronica, ed. Buchmer, Parigi 1908, pp. 49-54; Salimbene da Parma, Chronica, ed. Holder Egger, in MGH, Scriptores, XXXII, p. 94. - L. Wadding, Script. Ord. Min., Roma 1906, p. 38 ; I. H. Sbaralca, Supplen. ad Script. Ord. Min., I, ivi 1908, pp. 120-23; J. Felder, Storia degli studi scientifici nell'Ord. Franc., vers. it., Siena 1911, pp. 183, 233-61; T. Plassmann, B. Anglicus, in Arch. Franc. Hist., 12 (1919), pp. 68-109; H. Lubbing, Zur Biographie des B. Anglicus, in Frantish. Studien, 12 (1925), pp. 234-37; W. Lampen, De re liturgica in opere B. Anglici, in Ephem. Liturg., 42 (1928), pp. 269-84; Anon., L'Italia nel pensiero di f. B. Anglico, in Studi Francescani, 14 (1928), pp. 111-18; M. De Wulf, Storia della filos. mediow., vers. it., II, Firenze 1945, pp. 87-89.

Giovanni Odoradi
BARTOLOMEO (B α ρ \vartheta ° λ ° μ α i ̃ o s, Bartholomaeus), apostolo, santo.

1. Sacra Scrittura. - Uno dei dodici apostoli nel Nuovo Testamento nominato soltanto negli elenchi dei Sinottici (Mt. 10, 3; Me. 3, 18; Le. 6, 14), ove è unito a Filippo, e di Act. 1, 13. Il nome è un patronimico il cui doppio elemento è aramaico : BarTalmaj "figlio di Talmaj». Talmaj ricorre nella Bibbia come nome di non ebrei (Ios. 15, 14; II Sam. 3, 3 e 13, 37 re di Gëšor), i Sertanta lo rendono Өsà̧i e Өsà̧a (Volgata : Theômai e Tholomai) e Fl. Giuseppe Өsào μ α i ̃ o s (Ant. Jud., XIV, 8, 1; XX, 1, 1; Bell. Jud., J, 9, 3; trattasi di personaggi siri) forse per assonanza con Il'os λ ε μ α i ̃ o s. I testi siriaci trascrivono Bar Tálmaj.

Benché la tradizione patristica sia muta al riguardo, B. si identifica molto probabilmente con Nathanael (v.) di cui parla solo il IV Vangelo ponendolo tra gli Apostoli (Io. 1, 45-51: vocazione dopo Andrea, Simone, Filip