Partecipò alla lotta contro Marsilio da Padova e Guglielmo d'Occam, che impugnavano l'autorità pontificia, con 2 trattati inediti : De Romani Pontificis, Christi Vicarii, auctoritate tractatus contra errores quorundam, qui tempore Ludovici Bavarioe ducis, contra Ecclesiam Christique Vicarium insurrexerunt e Libri Aegidii Romani de regimine principum. In questo ultimo, che è un
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compendio dell'omonimo libro di Egidio Romano, difende la teoria della potestas directa del romano pontefice sul potere temporale dei principi.
Di lui possediamo ancora altre opere inedite: Index in Milleloquium s. Augustini cum encomiis virorum illustrium de s. P. Augustino; Milleloquium D. Ambrosii; De re bellica spirituali per comparationem temporalis, partes III; Opus de pugna spirituali; Tractatus de quattuor novissimis.
Bibl.: Ughelli, II, 787, n. 21 ; F. Vecchietti, Biblioteca pisena, II, Osimo 1791, pp. 163-167; J. Lanteri, Eremi Sierae Augustinianae, I, Roma 1874, pp. 197-99; A. Perini, Bibliographia Augustiniana, I, Firenze 1929, pp. 203-205; M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, 2^{2} ed., Milano 1939, p. 151.
Settimio Cipriani
BARTOLOMEO di Vicenza, detto anche di BREGANZE, beato. - Domenicano, n. l'8 sett., ca. il 1200, m. a Vicenza nel 1270; celebre predicatore, scrittore mistico e insigne per le molte cariche sostenute al servizio della Chiesa. Che egli sia della famiglia dei conti di Breganze (castello presso Vicenza) si ha solo per tradizione, da nessun documento del tempo confermata.
Studente a Padova, abbracciò l'Ordine di s. Domenico e divenne famoso predicatore. Nel 1233 istitui a Parma la Milizia di Gesù Cristo (da non confondersi con la posteriore Militia Beatae Mariae Virginis o dei Frati Gaudenti). In seguito fu nominato penitenziere e cappellano pontificio e da Innocenzo IV lettore (detto più tardi Maestro del Sacro Palazzo) dello studio teologico della Curia. Fu poi vescovo di Limassol in Cipro (1252-55), donde fu trasferito a Vicenza (1253-70). Alessandro IV lo mandò in missione diplomatica alle corti di Londra e di Parigi; in questa occasione Luigi IX gli donò una reliquia della S. Corona, per la quale a Vicenza costruì l'omonima Chiesa gotica. Pio VI lo beatificò nel 1793 e la sua festa ricorre il 23 ott.
Delle sue opere, tutte inedite, sono conservate in codici indicati dal Kâppeli: Expositio Cantici Canticorum; De venatione diecini amoris, e tre cicli di Sermones: De b. Virgine; In festis Iesu Christi; De epistolis et evangeliis dominicalibus post Trinitatem. Altre opere sono perdute.
Bibl.: Salimbene, Chronica, ed. Holder-Egger, in MGH, Scriptores, XXXII, pp. 73 sg., 467, 595; Ughelli, V, col. 1052 sg.; J. Quitif-J. Echard, Scriptores O. P., I, Parigi 1719, coll. 254-59; [G. I. Faccioli], Vita e virtù del b. B. dei conti di B., Parma 1794; Acta SS. folii, I, Parigi 1867, pp. 246-55; ibid. Maii, III, ivi 1866, pp. 692-94; M. De Waresquiel, Le b. B. De B., ivi 1904; A. De Stefano, Le origini dei frati gaudenti, Roma 1915, p. 8 sg.; R. Creytens, in Arch. Ord. Praed., 12 (1942), p. 61 sg.; A. Zucchi, La S. Penitenziaria apostolica e l'Ordine di S. Domenico, Firenze 1942, p. 42; T. Kappeli, Der literarische Nachlass des sel. Bartholomäus von Vicenza O. P., in Mélanges Auguste Pelzer, Lavania 1947, pp. 275-301, Livario Oliger
BARTOLOMEO VENETO. - Pittore; le notizie della sua attività vanno dal 1502 (Madonna col Bambino, museo Correr, già collezione Donà delle Rose) al 1530 (Ritratto Martinengo, galleria naz. di Londra). Cremonese di origine, B. lavorò dapprima nall'ambiente veneziano di Giov. Bellini, distinguendosi per la incisiva ricerca plastica che fa pensare ad un diretto ricorso al Mantegna, prima che a rapporti con l'arte del Dürer (Circoncisione al Louvre, 1506). Chiamato a Ferrara, dipinse nelle stanze di Lucrezia Borgia (1505-1507); dopo un soggiorno a Bergamo (Pietà, in S. Pietro a Orzio) andò a Milano, ove sentì l'influsso dei maestri leonardeschi, in particolare del Boltraffio (Madonna all'Ambrosiana, ca. 1512; S. Caterina nello Städelinstitut di Francoforte). Nell'ultimo periodo (dopo il 1520) partecipa del prezioso gusto manieristico del tempo, accentuando alcune asprezze nordiche che gli sono tipiche, e la decorativa ricchezza

(fol. Alinari)
Bartolomeo Veneto - Ritratto di ignoto. Roma, galleria nazionale d'Arte Antica.
degli abbigliamenti. Tra le sue opere migliori sono i ritratti, famoso quello di gentiluomo nella galleria Corsini di Roma.
Bibl.: P. D'Achiardi, s. v. in Thieme-Becker, II, pp. 578579; E. Michalski, Zur Problematik des B. V., in Zeitschrift für Bild. Kunst., 61 (1927-28), pp. 280-88; 301-309; A. L. Mayer, Zur Bildnishunst des B. V., in Panthoon, I (1928), pp. 371 581; H. Hevesy, B. V. et les portraits de L. Borgia, in The Art Quarterly, 3 (1979), pp. 233-49; G. Burgellini, B. V. Il rito. della B. Beatrice d'Este, Ferrara 1943.
Maria Vittoria Brugnoli
BARTOLOMITI. - Ordine di monaci armeni protughi in Italia dalle regioni dell'Armenia-Cilicia già minacciate dagl'infedeli, e stabiliti a Genova nel 1307 con a capo il monaco Martiros. Con il favore del papa Clemente V essi costruirono nell'anno seguente un primo convento ed una chiesa con il titolo di S. Bartolomeo, apostolo degli Armeni, che dette loro il nome. Questi monaci chiamati Basiliani nella bolla di Clemente V, e comunemente "Frati armeni» (quantunque, dopo il 1350 , fossero tutti italiani) seguivano le regole e vestivano l'abito dei Domenicani ed avevano adottato il rito latino sopprimendo quello armeno.
L'Ordine dei B. ebbe un discreto sviluppo e buona fama finché venne retto da un superiore generale perpetuo; ma quando la carica divenne sessennale, sorsero dissensi e disordini tali da provocarne la soppressione totale nel 1650 . La chiesa fu data ai Barnabiti.
BibL.: G. Bitis, Relazione del principio e stato continuato della sagra religione de' frati de s. Basilio degl'Armeni in Italia. Pavia 1640; P. L. Alitan, Sisahan (arm.), Venezia 1893, p. 450.
Elia Pecikian
BARTOLOMITI. - Congregazione di sacerdoti secolari fondata con il titolo Institutum clericorum saecularium in communi viventium nel 1640 da Bartolo-
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meo Holzhauser (v.). L'intento primo del fondatore fu quello di portare un efficace aiuto alle diocesi e ai sacerdoti in seguito ai danni causati dalla guerra dei Trent' anni. I B. si occuparono prevalentemente della formazione dei giovani seminaristi.
Il primo loro seminario fu quello di Salisburgo, seguito dalla fondazione di molti altri. La Congregazione fu molto fiorente per oltre un secolo, soprattutto sotto il superiore generale Johann Appelius (m. a Roma nel 1700), che fece approvare definitivamente le costituzioni dal papa Innocenzo XI (già approvate nel 1647 al tempo del fondatore). Innocenzo XI volle una loro casa a Roma stessa, dove però l'istituto non raggiunse il successo ottenuto altrove, e la sede fondatavi ebbe breve durata. Notevole influsso esercitarono i B. sulla formazione del clero in Germania, particolarmente nelle regioni meridionali, in Austria, in Boemia e un po' ovunque in Europa; si diffusero anche nell'America del Sud. Verso la metà del 1700 la Congregazione era in decadenza, e cominciò una vita stentata che portò alla sua soppressione, avvenuta, anche per la mania persecutoria del tempo, per opera del governo bavarcse nel 1804.
Le principali caratteristiche costituzionali e disciplinari dei B. si possono cosi riassumere: non avevano voti, ma si obbligavano con giuramento a non abbandonare la Congregazione, a vivere in comune e alla comunanza dei beni: le rendite ecclesiastiche erano sottratte alla proprietà individuale, ciò che fece dare ai B. il nome di "comunisti»; ogni casa era retta da un superiore locale, più case avevano a capo un decano, e un superiore diocesano era preposto a tutte le case di una stessa diocesi; al di sopra di tutti era un superiore generale.
Si può considerare attualmente parziale erede degli scopi dei B. l' Unione (v.) apostolica» fondata nel 1862 da Vittore Lebeurier; essa si prefigge, tra l'altro, anche l'introduzione del processo di canonizzazione di B. Holzhauser.
Bibl.: B. Holzhauser, Constitutiones clericorum in comani vicentium; Constitutiones pro spirituali temporalisvo directione instituti clericorum saecularium; Epistola fundamentalis, Magonza 1716; F. Busam, Das Leben und das Institut des ebro. B. Holzhauser, in Studien und Mitteilungen aus dem Bovadiktiner und Cisterciesenerden, 23 (1902), pp. 403-22, 643-55; J. Wennen, s. v. in DHG, VI, coll. 1039-41; M. Heimbucher, Die Orden und Kongegnitionen der Katholischen Kirche, 3a ed., II, Paderborn 1934, pp. 595 -98. Ambrogio Mancone
BARTOLOZZI, Francesco. - Incisore di grandissima fama; n. a Firenze nel 1727 e m. a Lisbona, dove era andato nel 1802 a dirigere l'Accademia nazionale, nel 1816. Apprese i primi elementi del disegno e dell'intaglio in rame nel negozio di oreficeria del padre, in Firenze. Completò la sua educazione artistica a Venezia sotto la guida del Wagner. Al suo nome è legata la tecnica dell'incisione a puntini, già ideata da G. Campagnola e da lui ripresa e perfezionata. Soggiornò a Londra dal 1764 al 1802 ed anche qui ebbe un folto stuolo di allievi e di collaboratori. Raramente ideò egli stesso i soggetti da incidere; le opere completamente di sua mano che rimangono sono veri capolavori, come, ad es., La nascita del disegno. Esistono più di 2000 incisioni da lui firmate, numerose di soggetto sacro.
Bibl.: A. Tuer, B. and his Works, Londra 1882; S. Brinton, B. and his pupils in England, ivi 1904; P. K., s. v. in ThiemeBecker, II, pp. 580-82; v. lo studio critico di A. Calabi in A. de Veame, F. B. (cat. des estampes), Milano 1928, pp. xxviI-L.
Maria Donati
BARTOLUCCI, Salvatore. - Predicatore, filosofo e teologo scotista, dei Minori conventuali, n. in Assisi nella prima metà del Cinquecento, m. a Padova nel 1603. Professore di metafisica per diversi anni nell'Università di Padova, intervenne in qualità di predicatore al Concilio di Trento, ove pronunciò un applaudito discorso sul francescanesimo. Curò la ri-
stampa di varie opere di Scoto e di altri Scolastici, apportandovi personali contributi di precisazione.
Bibl.: G. Franchini, Bibliosefia di scrittori O. F. M. Conv., Modena 1603, pp. 542-43, 600-602, 619-30; I. H. Sbaralea, Supplern. ad script. O. Min., 2r ed., III, Roma 1936, p. 78; I. Goyens, s. v. in DHG, VI, col. 1052; G. Odoardi, Serie completa dei Franc. Min. Cons.ili al Concl. di Trento, in Miscellanea Francorcana, 47 (1947), pp. 401-402. Antonio Blasiacci
BARTOLUCCI, Vincenzo. - Magistrato pontificio, n. a Roma nel 1753, m. nel 1823. Nel 1808 fu avvocato fiscale della Camera apostolica e decano degli avvocati concistoriali. Dopo l'occupazione francese dello Stato della Chiesa, fu nominato da Napoleone primo presidente della corte di appello e consigliere di Stato. Con la restaurazione riprese la carica di avvocato della Camera apostolica. Pio VII, che non a torto diffidava del B., lo fece tuttavia richiamare dietro suggerimento del card. Consalvi. Della sua vasta conoscenza del diritto napoleonico il Consalvi si scrvì nella redazione del matu proprio del luglio 1816.
Bibl.: P. Grosse-Westfeld, La legislazione nello Stato pontificio sotto il card. Consalvi, in Nel I centenario della morte del card. E. Consalvi, Roma 1925; id., Justizreformen im Kirchenstaat in den ersten Jahren der Restauration, Paderborn 1932; M. Petrocchi, La restaurazione, il card. Consalvi e la riforma del 1816, Firenze 1941.
BÁRÚ. - Nome di una classe importante di sacerdoti babilonesi e assiri, la cui mansione principale era quella di stabilire la volontà degli dèi e cioè il futuro. Il b. era il sacerdote divinatore e vaticinatore, colui che interrogava gli dèi e in primo luogo il dio del sole Samaš e quello della tempesta Adad su ciò che gli dèi avevano stabilito. Il b. stabiliva il futuro in primo luogo mediante l'esame del fegato degli animali immolati a questo scopo, la "epatoscopia», molto in uso presso i popoli dell'Oriente antico. La scienza mantica, la bârûtu, si riteneva rivelata dal dio Ea. Il b. formulava concisamente la domanda diretta al dio e questo rispondeva sì o no. Prima di cominciare la cerimonia divinatoria il b. doveva purificarsi.
Giuseppe Forlani
BARUCH (ebr. «benedetto»). - Figlio di Neria, segretario di Geremia (v.), di cui scrisse gli oracoli, e suo fido compagno nell'assedio di Gerusalemme (Jer. 32, 12-16; 36, 4-32; 43,3). Per la sua fedeltà al grande profeta, Dio gli assicurò una protezione speciale (Jer. 42,5). Dopo l'uccisione di Godolla (v.), seguì Geremia nell'Egitto (Jer. 43,6). Sembra che abbia chiuso i suoi giorni tra gli esuli di Babilonia, dove trovavasi nel quinto aniversario della caduta di Gerusalemme (Bar. 1,1-2). In tale data ( 581 a. C.), compose il suo breve scritto, che poi lesse in presenza di Ge conia, penultimo re di Giuda, e dei nobili e del popolo, allora esuli presso il Sodi, canale di Babilonia (1,3). Indi alcuni messi, con una colletta di denaro portarono a Gerusalemme anche il libretto di B., affinché si leggesse dai superstiti in una delle solennità (1,6.14).
Libro di B. - Prima parte : dopo un proemio storico (1, 1-13 a), commovente preghiera (simile a quella di Dan. 9, 4-20) in cui si riconoscono le colpe dei padri e dei loro figli, ora esuli per meritato castigo di Dio, di cui s'invoca la misericordia che perdona, la potenza che salva, si loda la sapienza somma e unica, ben diversa da quella umana ( 1,15 \mathrm{~b}-4,4 ).
Nella seconda parte (4,5-5,9) il profeta dapprima fa parlare Gerusalemme ai suoi figli schiavi tra i Caldei, e infine egli stesso rivolge parole confortatrici alla città desolata esaltandone la futura gloria e predicendo la redenzione dei suoi figli.
Il capo 6 (ultimo) contiene una lunga Lettera di Geremia, che nei Settanta segue le Lamentazioni di Geremia.
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Possediamo il solo testo greco dal quale derivano le versioni antiche e, precisamente, le siriache pēsittá (II sec.) e siro-esaplare (viI sec.), e l'antica latina (II sec.) che passò intera nella nostra Volgata.
Che il libro, nonostante il dubbio manifestato da s. Girolamo (PL 28, 904), sia stato composto in lingua ebraica, può desumersi da una nota giustificativa ripetuta tre volte nella versione siro-esaplare ( \mathrm{I}, \mathrm{I7} ; 2,3 ) : "Questo (passo) non si trova nell'ebraico"; si allude molto probabilmente all'ebraico originale. Talvolta si citano lezioni varianti dalla versione greca del giudeo Teodosione (v.) che si basava unicamente sul testo ebraico. Inoltre nel testo greco dei Settanta riscontriamo alcuni ebraismi (2, 6.11.26; 5, 6) e persino erronee interpretazioni dovute alla lingua semitica della fonte; ad es., 1, 22: épyá̌̌eoðus = " operare" in luogo di "servire" agli dèi stranieri (l'ebraico 'abhadh ha infatti i due sensi); 4, 20: "sacco della supplica " per "sacco della penitenza"; cosi ancora 1, 10; 2, 18. 25. 29. Inoltre i brani poetici seguono la nota legge del parallelismo semitico.
Autenticità e CANGNicità. - a) Che il libro sia dovuto al segretario di Geremia è affermato dal titolo stesso, il quale precisa pure la data di composizione ( \mathrm{I}, \mathrm{I}-2 ). Ciò confermano sia l'affinità di forma e contenuto con il libro di Geremia, sia la corrispondenza delle condizioni storiche descritte e supposte dal libro con l'epoca cui esso si attribuisce. E vero che nel cap. 1,11, Baltassar (v.) viene chiamato figlio di Nabuchodonosor, mentre la storia profana lo fa figlio di Nabonide, ultimo re babilonese (555-39) e chiama Evil-Merodach ( 561 -60) figlio e successore immediato di Nabuchodonosor. A superare la difficoltà, si può supporre che Nabuchodonosor abbia avuto un altro figlio, erede al trono, ma premorto al padre, ancor vivo allorché B. compose il suo libro. Non sembra che questo Baltassar si possa identificare con quello di Daniele, per ragioni di cronologia.
b) B. è uno dei sette libri, detti "deuterocanonici", non inclusi oggi nel canone ebraico. Ma era dagli Ebrei letto fra i libri sacri come seguito e appendice di Geremia. Secondo le costituzioni apostoliche (iv sec. o inizio del v), B. nelle sinagoghe soleva leggersi con le Lamentazioni; i più antichi Padri lo ricordano e allegano come documento ispirato (s. Irenco, Atenagora, Origene, Clemente Aless., s. Atanasio; v. BIBRIA: Canone).
Alcuni critici cattolici (I. Goettsberger, Einleitung in das A.T., Friburgo in Br. 1928, p. 310, n. 1), ritengono che il celebre versetto 38 del cap. 3: «Post haec in terra visus est (cioè colui che nel v. 36 è detto: Deus noster) et cum hominibus conversatus est», sia stato aggiunto da qualche cristiano. Molti Padri però lo citano quale profezia riferentesi alla Incarnazione e divinità del Verbo, p. es., Teodoreto (PG 81, 773), senza avanzare alcun dubbio sulla sua genuinità.
BibL.: A. Amelli, De libri B. vetusissima latina versione usque adhuc inedita in celeberrimo codice Casinensi, Montecassino 1902; J. Knabenbauer, Comment. in Dan. Lament. et B., 2^{\text {a }} ed., Parigi 1907, pp. 421 - 520 ; W. Stoderi, Zur EchtLeitsfrage von B. 1-3, 2, Münster 1922; P. Heinisch, Zur Entstehung des Buchs B., in Theologie und Glaube, 20 (1928), pp. 696-710, opina poco felicemente che solo B. 1-3.8, sia stato composto al tempo del profeta; T. Paffrath, Die Klageforder, e E. Kalt, Das Buch B. übersetzt und erklärt (Die Heilige Schrift, VII, 3-4), Bonn 1932.
Ermenegildo Florit
Apocalisse di B. - Sotto il nome di B. ci sono pervenute due Apocalissi apocrife, la siriaca e la greca.
Apocalisse di B. siriaca. - E uno dei più importanti apocrifi del Vecchio Testamento, tipico esempio dell'apocalittica giudaica verso il roo d.C. E cosi chiamata perché conservata nella versione siriaca e in un solo manoscritto, il famoso codice milanese della Pēsittá,
pubblicato nel 1871 da A. Ceriani (Monumenta sacra et profana, V, fasc. II, Milano 1871, pp. 113-80), che già nel 1866 ne aveva data la traduzione latina (ibid., I, fasc. II, Milano 1866, pp. 73-98). Deriva da una precedente versione greca (di cui rimane appena qualche frammento, cf. R. H. Charles, The Apocrypha..., II, pp. 487-90), fatta sull'originale ebraico o aramaico. Ha molta affinità col IV Esd., con cui concorda nella disposizione, nello scopo, spesso anche nei pensieri; ma gli è inferiore per profondità ed elevatezza d'idee e per la nobiltà di tratti della figura del Messia. Senza dubbio c'è interdipendenza tra i due apocrifi, ma è difficile stabilire la relativa priorità, quantunque le maggiori probabilità siano per IV Esd. La data di composizione oscilla tra la fine del sec. i e il principio del sec. II. L'Apocalisse propriamente detta consta di 77 capp., in forma dialogata; segue (capp. 78-87) l'epistola alle 91 / 2 tribù in Assiria, già nota da altri manoscritti. Si fa anche menzione ( 77,19 ) d'una seconda epistola alle altre 21 / 2 tribù in Babilonia, che però non ci è pervenuta.
L'Apocalisse di B. pretende di comunicare le rivelazioni fatte a B. subito prima e dopo la distruzione di Gerusalemme per mano dei Caldei ( 587 a. C.), e incomincia appunto con la descrizione della caduta della città, che tuttavia si riferisce alla distruzione del 70 d . C. (capp. I-12). Quindi, mentre Geremia accompagna gli esuli in Babilonia, B. resta a Gerusalemme a piangere presso le mura, (capp. 13-20), ove il Signore gli rivela che verrà anche per i pagani il giorno del castigo e ad Israele sarà fatta giustizia. Questa prima parte ha una certa analogia con il libro di Giobbe sul problema dell'infelicità dei buoni e della prosperità degli empi. Nei capitoli seguenti predomina il motivo mes-sianico-escatologico in un succedersi di visioni non sempre collegate e armonizzate. In una prima visione (capp. 21-34) si annunziano i segni precursori del Messia, grandi tribolazioni in 12 periodi (le cosiddette "doglie messianiche "). Con la venuta del Messia s'inizia un'ero di prosperità per Israele e per tutta la terra. In un'altra visione, sotto i simboli della foresta e del cedro, della vite e della fonte, è descritta la caduta dei regni pagani, particolarmente del iv e ultimo, l'impero romano, e la vittoria del Messia (capp. 3546), il cui dominio "durerà per sempre finché il mondo votato alla rovina non giunga al suo termine" (40, 3). Quindi è descritta la sorte dei giusti e degli empi dopo la risurrezione (capp. 47-52). In una terza visione della nube con le acque scure e limpide (capp. 53-76) si descrivono in 12 tempi i vari periodi della storia d'Israele e del mondo, culminanti nel trionfo del Messia che farà la giustizia e apporterà la pace a la felicità; i popoli che si assoggetteranno ad Israele saranno salvi, i nemici saranno uccisi.
La visione del Messia nell' Apocalisse di B. siriaca, come in genere nell'apocalittica (v.) giudaica, è tutta a sfondo politico-nazionale; vi si prospetta un regno temporale d'Israele sotto lo scettro del Messia, che s'inserisce tra la fine del mondo presente e l'inizio del mondo futuro. Nonostante le frequenti ripetizioni d'idee e i nuovi motivi non sempre strettamente connessi ed anche qualche discordanza dottrinale, non è il caso di pensare a più fonti scritte e a diversi compilatori (R. Kabisch e E. De Faye parlano di 4 documenti distinti, R. H. Charles di 6 o 7). Come in tutti gli scritti apocaiittici, le nozioni sono spesso mescolate alla rinfusa, e vi si trovano risonanze di tradizioni diverse ed immagini disparate che gli autori non seppero armonizzare. Poiché ciò è una legge del genere letterario, i migliori critici (C. Clemen, E. Schürer, M. J. Lagrange, J. B. Frey) stanno per l'unità del libro e dell'autore. Del resto non è difficile scorgere, tra il groviglio di concetti e d'immagini, uno sfondo unitario nella visione sempre presente del Messia che
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è il punto di riferimento e termine di attesa. In questo quadro messianico-escatologico è ravvisata tutta la storia d'Israele e del mondo e s'inseriscono importanti nozioni teologico-morali, in gran parte derivate dal Vecchio Testamento. In complesso la teologia è essenzialmente giudaica, non esente da influssi cristiani, e rispecchia particolarmente le nozioni escatologiche dei giudei all'età apostolica, imbevute di speranze messianiche d'indole politico-nazionalista.
L'Apocalisse di B. siriaca e IV Ecdr. sono i due soli apocrifi giudaici che esplicitamente affermano, malgrado le inesattezze, una connessione tra il peccato di Adamo e la morte che ne è seguita per tutti gli uomini, come anche l'ereditarietà di quel primo peccato. Entrambi descrivono, più chiaramente degli altri, lo stato d'oltretomba: l'Ade o \dot{S} ε^{′} d i è la comune dimora dei defunti fino all'ultimo giudizio; ma i buoni ripasano presso i padri in attesa della risurrezione, mentre i cattivi sono tormentati con i nemici d'Israele. Per l'insistenza che vi si rileva circa la necessità e valore delle opere, R. H. Charles ritiene che l'Apoc. di B. siriaca esponga il giudaismo ordinario del i sec., cioè la dottrina che l'uomo sia giustificato dalla Legge. L'ipotesi della dipendenza da B. sir. della concezione paolina di Cristo - 2^{°} Adamo e da escludere (cf. A. Vitti, Apocal. B. syriaca, in Biblica, 7 [1926], pp. 384-92).
II. Apoc. di B. greca. - E una composizione giudaica con interpolazioni cristiane, scritta nei primi decenni del sec. II. Esiste mutila in un unico cod. greco edito da M. R. James (Apocrypha Anacdata, II [Texts and Studies, 5, 1], Cambridge 1897, pp. 84-94) e nella versione slavica (ed. Stojan Novakovic, Zagabria 1886). Ha dei punti di contatto con B. sir. e con Enoch slavo. B. racconta i suoi viaggi in spirito attraverso i 5 cieli : ma il testo è incompleto, e probabilmente trattasi di 7 cieli (Origene, De Princip., II, 3,6 accenna ad uno scritto di B. in cui si parla di 7 mondi o cieli). Nelle visioni s'inseriscono alcune nozioni escatologiche e si descrive la sorte dei giusti e dei cattivi dopo la morte. Nell'attuale stesura il breve apocrifo presenta evidenti segni d'interpolazione cristiana (capp. 4, 13-16). Ma esagera M. R. James che lo giudica un'apologia cristiana del sec. II.
Bibl.: R. Kabisch, Die Quellen der Apokalypse B., in Zabrbbiker I. protest. Theologie, 18 (1891), pp. 66-107; S. De Faye, Les Apocalypses juives, Parigi 1892, pp. 25-28, 77 103, 190-204; R. H. Charles, The Apocalypse of B. translated from the Syriac... with introduction, notes and indices, Londra 1896 (cf. pp. viI-Lexxiv); id., Apocrypha and Pseudospigrapha of the Old Testament, II, Oxford 1913, pp. 470-526; C. Clemen, Die Zusammenstezung des Buches Henoch, der Apokalypse des B. und des vierten Buch Esra, in Studien u. Kritiken, 1898, pp. 227-37; M.-J. Lagrange, Notes sur le Messianisme, in Rev. Bibl., 2 (1905), pp. 481-514, 501-11; id., Le Messianisme, chez les Juifs, Parigi 1909, pp. 109-14; M. Kinosko, Liber Apocalypscos B...., in Patrologia Syriaca (Graffin), II, ivi 1907, pp. 1096-1207; E. Schörez, Geschichte des jüdischen Falles, III, 4^{°} ed., 1909, pp. 302-15; S. Székely, Bibliotheca apocrypha, II, Friburgo in Br. 1913, pp. 261-84; G. Felten, Storia dei Tempi del Nuovo Testamento, trad. ital., II, Torino 1913, pp. 387-94; B. Violot, Die Apokalypsen des Esra und des B. in deutscher Gestalt, Lipsia 1923, pp. 205-36 (cf. introduz., pp. 171-2071); L. Gry, La date de la fin des temps selon les révélations ou les calculs de ps. Philon et de B. (apocal. syr.), in Rev. Bibl., 48 (1939), pp. 337-56; J. B. Frey, Apocryphos de l'A. T., in DBs, I, coll. 418-23.
Gaetano Stano
BARUFFALDI, Girolamo (SENIORE). - Letterato, arciprete di Cento, n. a Ferrara nel 1675, m. nel 1755. Pubblicò opuscoli eruditi in latino e in italiano; prese parte alla disputa Orsi-Bouhours.
Languido, ma fecondissimo verseggiatore, scrisse rime sacre, capitoli burleschi e canzonette anacreontiche, I l grillo (Venezia 1738), poemetto giocoso, e il Canapojo (Bologna 1741), che diede la stura ai poemi georgici del Settecento; è specialmente noto per i ditirambi, a imitazione del Bacco in Toscana del Redi, che chiamava «bac-
canalı». Il primo che pubblicò, fu la Tabaccheide (Ferrara 1714); ma ben 27 sono nella edizione postuma definitiva (Bologna 1738), di scarso pregio artistico, ma curiosi e interessanti per la storia del costume.
Bibl.: S. Barbon, La vita, i tempi e le opere di G. B., Feltre 1905; A. E. Baruffaldi, Bibl. della famiglia B., in Atti e mem. delle dip. Jerr. di st. patria, 23 (1923). Giulia Natali
BARUFFALDI, Girolamo (jUNIORE). - Gesuita, letterato, n. a Ferrara nel 1740, m. nel 1816.
Prefetto della biblioteca comunale della sua città, pubblicò, oltre molte operette di storia ferrarese, una Vita di L. Ariosto (Ferrara 1807), che è la prima compiuta monografia ariostesca, e la Continuazione delle memorie dei letterati ferraresi di G. A. e D. Barotti (ivi 1811).
Bibl.: D. Vaccolini, in E. De Tipaldo, Biografia dell'italiani illustri del sec. XVIII est., III, Venezia 1836, p. 211; A. E. Baruffaldi, Bibliografia della famiglia B., sopra citata.
BARZAGHI, Francesco. - Scultore, n. a Milano nel 1839, m. nel 1892. Formatosi alla scuola di V. Vela, si espresse con elegante realismo. La sua attività (soprattutto dopo il successo ottenuto all'Esposizione di Parigi del 1872) fu molto intensa. Sue opere monumentali sono le statue di Napoleone III, di Manzoni e di Verdi a Milano. Per il Duomo scolpì le statue dei ss. Venceslao e Adelaide.
Bibl.: C. Bolto, Bottegna artistica, in Nuova Autologia, 18 (1871), p. 406 sgg.; A. De Gubernatis, s. v. in Dizionario degli artisti italiani viventi, p. 39; E. Verga, s. v., in Thieme-Becker, II, p. 589; V. Colombo, Le più belle opere esposte alla mostra di Brera dal 1229 al 1910, Milano 1911.
Elsa Gerlini
BARZANA (Barcena), Alonso. - Missionario, n. ca. il 1529 a Baeza (secondo altri a Cordova, Vélez Malaga o Velinchón). Discepolo del b. Giovanni D’Avila, entrò nel 1565 nella Compagnia di Gesù e passò poi ( 1569 ) alle missioni del Perù. Prese parte attiva a varie fondazioni, a Cuzco, Arequipa, ecc.; nel 1585 si recò nel Tucumán (Argentina), e nel 1584-85 nella regione del Paraná. Tornato nel Perù, m. a Cuzco il 1^{°} genn. 1598.
Il B. si diede anzitutto all'istruzione degli indigeni, distinguendosi particolarmente nello studio delle lingue, ma c'è molto confusione nelle bibliografie circa la sua produzione letteraria. Sembra essere stato il principale traduttore in aymara e quichua, le due lingue generali del Perù, della Doctrina cristiana y coshecismo para instrucción de los Indios... con un confesionario (Lima 1584, il primo libro stampato nell'America del Sud), preparato in spagnolo del p. José Acosta; poi del Tercero Castecismo e exposición de la doctrina cristiana por sermones (ivi 1583). Sembra pure il principale autore d'una Arte y vocabulario en la lengua general del Peru llamado Quichua (ivi 1586) e d'un Confesionario para las curas de Indios (ivi 1586, in aymara e quichua). S. A. Lafone y Quevedo pubblicò sotto il nome del B. una Arte de la lengua Toba (La Plata 1893), ma l'attribuzione rimane dubbia. Sappiamo con certezza che scrisse vari altri lessici e grammatiche, ma rimasero inediti (nonostante le affermazioni di alcuni bibliografi), e probabilmente andarono perduti.
Bibl.: E. Torres Saldamando, Los antiguos jesuitas del Peru. Lima 1882, pp.31-34; Streit, Bibl., II (1924), pp. 267-68; G. Furlong, A. B., apostol de la América meridional, in Estudios, 49 (1933), pp. 450-59; 50 (1934), pp. 57-64, 128-40, 211-12
Edmondo Lamalle
BARZELLOTTI, Giacomo. - Filosofo, n. a Firenze nel 1844, m. a Roma nel 1917. Insegnò a Pisa e a Roma. Scolaro del Mamiani, seguace, in parte, di Kant, non mai originale, la sua filosofia teoretica si riduce ad un'analisi psicologica del fatto del conoscere umano. I valori morali vengono posti a sé stanti fuori della scienza. La norma pratica è ispirata non dalla ragione, ma dal cuore, dalla fede, da un tatto finissimo, pratico non teoretico, guidati dalla coscienza.
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Scrissc: La morale nella filosofia positiva (Firenze 1871); D. Lazaretti di Arcidosso detto il Santo (Bologna 1883); Santi, solitari e filosofi; saggi psicologici (20 ed., ivi 1886); Dal Rinascimento al Risorgimento (Palermo 1909), oltre ad articoli dispersi in varie riviste.
Bunl.: G. Gentile, G. B. e la filosofia non filosofica, in Origini della filosofia, contemp., I, Messina 1917, pp. 333-53; G. Alliney, I pensatori della seconda metú del sec. XIX, Milano 1942, pp. 117 120 e 342 - 46 .
Giacomo Soleri
## BARZILLAI: v. berzelLai.
BARZIZZA, GASPARINO. - N. a Barzizza in quel di Bergamo secondo il Sabbadini nel 1359. Laureatosi a Pavia nel 1392 in grammatica e retorica insegnò in questa stessa città dal 1400 al 1407. Dal 1408-20 insegnò nello Studio di Padova donde si trasferì, nel 1421, con il favore di Filippo Mario Visconti in Lombardia. Nel 1430 ritornò a Pavia ma per poco, perché, ivi lo coglieva la morte nel 1431. A Padova il B. si addottorò anche in arti e nel 1414 fu nominato segretario apostolico, partecipando poi, nel 1417, con questo ufficio, al Concilio di Costanza, mentre Francesco Filelfo lo sostituiva sulla cattedra padovana.
Il B. ebbe notevole influenza sulla cultura e sulla formazione umanistica dei letterati del suo tempo. Alla sua scuola si formarono, tra gli altri, Vittorino, Francesco Barbaro, il Filelfo, L. B. Alberti. Il B. fu amico di Guarino Veronese. Al B. si deve l'istituzione nel ' 400 del Convitto. Egli difatti tenne convittori a casa propria, tra i quali alcuni di nobili famiglie, come tre nipoti del card. piscentino Branda Castiglioni. I convittori pagavano una retta di 40 scudi ed erano affidati alla cura di buoni precettori, talvolta agli stessi figliuoli del B., mentre il B. sorvegliava l'andamento generale, ego - diceva - ad gubernaculum sedeo.
Dall'epistolario appare quanta cura e sollecitudine paterna il B. ponesse nell'educazione dei suoi scolari e convittori. L. B. Alberti lo chiama "padre e precettore" e il Senato veneto alle dimissioni del B. doveva rispondere "nostri nobilés non possunt pati te a filiis eorum divelli". Sull'esempio del B., anche Guarino V. aprì poi un convitto in casa sua. Il B. ebbe il merito di avere affermato, nel risveglio degli studi classici del ' 400 , la tradizione di Cicerone. Guarino poté dire di lui « cuius ductu et auspiciis Cicero amatur, legitur et per Italorum gymnasia summa cum gloria volitat». Il B. fu - come dice il Woodward (Vittorino da Feltre, Firenze 1921, p. 20) - il primo ad avvicinarsi a Cicerone con uno spirito prettamente scientifico, applicando al testo un metodo analitico comparativo al quale nessun autore antico era stato fino allora assoggettato. Il B. è autore di un trattato sull'«ortografia» che stabilisce i nuovi fondamenti della ortografia umanistica. Opere: G. B., Opera, Roma 1728.
Boll.: C. De Rosmini : Vita e disciplina di G. Veronese, Brescia 1809-1806, passim; R. Sabbadini, 130 lettere inedite di F. Barbaro, Salerno 1884, passim; id., G. Veronese e il suo epistolario edito ed inedito, ivi 1883; id., Studi su G. B., su Quintiliano e Cicerone, Livorno 1886; id., Lettere ed orazioni edite ed inedite di G. B., in Archivio storico lombardo, 13 (1886); G. Voigt, Il Risorgimento dell'antichitú classica, I, Firenze 1888, pp. 222 e sgg. e 506 ; id., La scuola e gli studi di G. G. Veronese (con 44 documenti), Catania 1896; R. Cassi-R. Cestaro, Spigolature barziniane, Padova 1907; W. H. Woodward, La pedagogia del Rinascimento, Firenze 1923, passim; M. Sticco, L'umanesimo di G. B., in Vita e pensiero, 15 (1924), pp. 466-76; R. Sabbadini, Dalle nuove lettere di G. B., in Rend. del r. istituto lombardo di scien. e lett., 62 (1929), pp. 881-90; D. Bertolot, Die älteste Briefsammlung des G. B., Monaco 1929; G. Vidari, L'educazione in Italia dall'umanesimo al Risorgimento, Roma 1930, pp. 50-51; D. Magni, G. B., Una figura del primo umanesimo, in Bergamum, 11 (1937), nn. 2, 3, 4.; R. Sabbadini, s. v. in Enc. Ital., VI, p. 262.
Nino Sammartano
BAS, Giulio. - Musicista, n. a Venezia il 21 apr. 1874, m. a Genova il 27 luglio 1929. Maestro e organista a Venezia (S. Marco), e a Roma (S. Luigi de' Francesi), professore al Conservatorio di Milano (1908-15), fu anche compositore di molta musica sacra, nonché

(let. Andr. 200)
Basaiti, Marco - Voxuzione dei figli di Zebedeo.
Venezia, galleria dell'Accademia.
scrittore apprezzato di teoria gregoriana e di didattica musicale (Trattato di forma musicale, Milano 1906; Trattato d'Armonia, ivi 1908).
Luisa Cervelli
BASATTI, Marco. - Pittore, attivo in Venezia nei primi decenni del xvi sec. Formatosi su Alvise Vivarini, subi qualche influsso di Giovanni Bellini e del Carpaccio, restando sempre un quattrocentesco, tanto che la riforma giorgionesca gli rimase quasi estranea. Ricordiamo la Vocazione dei figli di Zebedeo, l'opera sua più nota, e l'Orazione nell'orto, ambedue nelle Gallerie dell'accademia di Venezia; la Madonna e santi del museo civico di Padova.
Boll.: G. Fagolari, s. v. in 'Thieme-Becker, II, pp. 590-91 (con bibl.); A. Venturi, Storia dell' Arte Ital., IV, Milano 1915, pp. 434-36, 614-22. Per l'elenco delle opere cf. : B. Berenson, Venetian Painters of the Renaissance, Nuova York 1907, pp. 82-83; id., Pitture ital. del Rinascim., Milano 1936, p. 45. Per quadri in America, attribuiti al B., cf. : B. Berenson, Venetian Painting in America, Londra 1916, pp. 102-104, 126-32, 142-214, 231-43. Per i disegni agli Uffizi, cf. P.N. Ferri, I Disegni di antichi maestri negli Uffizi, in Boll. d'arte, 3 (1909), pp. 383-84; R. Degenhart, Dürer oder B.?, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, 5 (1940), pp. 423-28.
Vincenzo Golno
BASAN. - Regione della Transgiordania settentrionale (nord-est della Palestina). Il nome ebraico Bälän è generalmente usato con l'articolo; fu terra celebratissima per la sua fertilità tanto che il suo nome ne divenne sinonimo e perciò i Settanta e la Volgata sostituiscono al nome proprio la traduzione «pingu e : Ps. 21, 13; 67,16; Ez. 39, 18; Am. 4, 1.
E delimitata a nord dall'Hermon e la pianura di Damasco, a ovest dai monti G. Hej8 e il lago di Tiberiade, a sud dal Jarmūk (el-Menādireh), che limita
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Galaad (v.), a est dalla montagna dei Drusi. E un vasto piano di natura vulcanica, circondato da monti, cantato dai profeti per la sua fecondità, al pari di Galaad e Saron (Is. 33, 9; Ier. 50, 19; Mi. 7, 14; v. Ps. 67, 16 s.; Nah. 1, 4), celebre per i suoi pascoli popolati di rori (simbolo di ferocia e superbia ; Ps. 21, 13; Ez. 39, 18), una volta ricoperto di foreste di querce ammirate (Is. 2, 13; Zach. 11, 2) ed esportate (Ez. 27,6), ora ricco di cereali, specie nella pianura di Hawrān. Le sue acque sono raccolte dal Jarmūk.
Città principali erano Astharoth, Ebrei, Salecha, Gaulon; racchiudeva l'Argob (v.). Prima dell'entrata degli Ebrei nella Palestina, il B. era «la terra dei Giganti» (Deut. 3, 13), Rēphd'im (v. astaroth) e costituiva la maggior parte del regno amorrito di Og. ultimo gigante; sterminati gli Amorriti (v.), il territorio fu assegnato a metà della tribù di Manasse (Deut. 3, 13).
Nell'epoca greco-romana, la regione fu divisa in quattro province ("tetrarchie ") : la Gaulanitide verso il lago Genezaret, la Traconitide, nella parte opposta, l'Auranitide, a sud-est con i monti del Hawrān, e la Batanca (v.).
Giuseppe Priero
BASANKUSU, vicariato apostolico di. - La prima stazione (Yumbi sul fiume Congo, a monte di Kwamout, attualmente nella prefettura apostolica di Bikoro) fu fondata nel 1905 dalla Società di S. Giuseppe di Mill Hill, su invito di re Leopoldo II. Nel 1919, quando fu dismembrato il vicariato di Congo Belga, la missione, trasferita a Bokakata nel bacino del Lulonga, passò al vicariato di Nuova Anversa (ora Lisala), e fu poi eretta in prefettura (1928). Ne vennero precisati i limiti territoriali e rettificati i confini con la missione di Coquilhatville nel 1931. L'8 genn. 1948 fu elevata a vicariato apostolico. La supertice del territorio è di kmq. 70.000 ca.; popolazione totale : ca. 226.000 ab. di stirpe Bantu (Mongo, Ngombe, Monganda, ecc.), di cui 33.405 cattolici e 3508 catecumeni; pagani ca. 155.500 ; protestanti ca. 21.500. Le 15 stazioni primarie (chiese 14, cappelle 183) sono affidate a 50 sacerdoti e 7 fratelli di Mill Hill (quasi tutti olandesi), coadiuvati da 45 suore (della Carità di Morslede e Terziarie francescane di Asten); 275 catechisti e 107 insegnanti. Opere della missione : scuole elementari 45 ( 3716 alunni), 2 professionali ( 43 alunne), una normale ( 52 alunni), parecchi centri di assistenza materna e infantile, 10 dispensari.
L'evangelizzazione, oltreché da sfavorevoli condizioni climatiche ed igieniche, è inceppata sia dalla progressiva denatalità, specie fra i Mongo, causata da una diffusa immoralità, sia da una maggiore dispersione degli indigeni, in cerca di lavoro redditizio (estrazione del copal), durante la guerra. Buone speranze tuttavia offrono l'accresciuta frequenza alle scuole e la fondazione di collegi, vivai di future famiglie cattoliche.
BbL.: AAS, 19 (1927), coll. 48-49; 23 (1931), coll. 374-75; Annuaire des missions catholiques au Congo Belge, Bruxelles 1932, pp. 268-76; Guida delle missioni cattoliche, Roma (1935), p. 262; Arch. Prop. Fide, Prospectus status missionis, 30 sett. 1948.
Giuseppe Monticone
BASCAPE (a Basilica Petri), Conlo, venerabile. - Barnabita n. da nobile famiglia il 25 ott. 1550 a Melegnano, m. il 6 ott. 1615 in Novara; al fonte fu chiamato Giov. Francesco. Laureatosi in diritto a Pavia, fu membro del collegio milanese dei dottori, e di s. Carlo segretario e aiuto validissimo nel governo episcopale. Fattosi barnabita ( 1578 ), diede forma definitiva alle Costituzioni (1579) e venne eletto tre volte generale dell'Ordine (1586-93). Assunto da Clemente VIII al
vescovato di Novara (1593), attese con zelo, sull'esempio di s. Carlo e secondo le prescrizioni del Concilio di Trento, alla riforma della disciplina ecclesiastica e dei costumi del popolo, mediante frequenti lettere e visite pastorali; radunò tre volte il sinodo diocesano; istituì a Novara gli Oblati dei ss. Gaudenzio e Carlo; fondò scuole per la dottrina cristiana e pie congregazioni; migliorò e restaurò il seminario, aggiungendovi il collegio dei chierici maggiori. Promotore della beatificazione di s. Carlo, ebbe la gioia di vederlo canonizzato ( 1609 ).
Delle molte opere che lasciò (se ne troverà l'elenco completo nella Biblioteca Barnabitica) ricordiamo soltanto: De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. Cardinalis.... libri septem (Ingolstadt 1592), fonte di prim'ordine; gli scritti pastorali dal 1593 al 1609 (Novara 1609); Novaria seu de ecclesia novoriensi (ivi 1612); Historia ecclesiae mediolanensis, lib. primus (ivi 1615), suggerita e desiderata da s. Carlo, ma rimasta incompiuta; De metropoli mediolanensi (Milano 1612); Commentarii canonici (Novara 1615).
I processi per la sua beatificazione furono iniziati nel 1620 ed oggi ancora vi si sta lavorando. L'intimità del B. con s. Carlo e la loro somiglianza di spirito e di opere lo fecero chiamare da Innocenzo XI, già vescovo di Novara: «un altro s. Carlo» (cf. nota del Gobio in 2a ed. F. Chiesa, Vita del ven. C. B., II, Monza 1868, p. 238).
BbL.: F. Chiesa, Vita del ven. C. B., Milano 1636; P. L. Marzini, S. Carlo e il ven. B., Monza 1910 (lettere del B. a s. Carlo sulla sua legazione a Filippo II; cf. nuova ed. di G. Guariglia, La corrispondenza di C. B. a s. Carlo Borromeo nella collezione della Bibl. Ambrosiano, Milano 1936). - O. Premoli, Due carteggi inediti tra due santi prelati (B. e A. Sauli), estratto dalla Riv. di Scienze storiche, 5 (1908); id., Storia dei Barnabiti nel Cinquecento, Roma 1913, passim; G. Boffito, Bibl. barnabitica, I, Firenze 1933, pp. 95-117; IV, ivi 1937, appendice, pp. 287-89 (completa rassegna bibliografica); A. Baba e G. Cavigioli, in Pagine di cultura, I (1934), pp. 83-91, 131-35; P. Barzaghi, in Eco dei Barnabiti. Studi, 5 (1941), pp. 19-31. Fio Pecchiai
BASCIO, Matteo da: v. matteo da bascio.
BASEDOW, Johann Bernhard. - Pedagogista. N. ad Amburgo l'11 sett. 1723, m. a Magdeburgo il 25 luglio 1790. E uno degli ultimi rappresentanti dell'illuminismo tedesco. Conseguita a Lipsia la laurea in filosofia e teologia, nel 1753 gli fu affidata la cattedra di filosofia e di morale all'accademia di Dorce (Danimarca), vivendo fra srenti e contrasti dovuti alla stravaganza del suo carattere e alla scarsa sua correttezza. Allontanato da quella cattedra per alcuni suoi studi eterodossi, passò ad insegnare ad Altona, ma incorse nella scomunica per attacchi contro gli orrodossi.
La lettura dell'Emile di Rousseau lo fece rivolgere alla pedagogia, e nel 1774 pubblicò il suo Elementarwerk, ein geordneter Vorrat aller nötigen Erkenntnis zum Unterricht der Jugend von Anfang bis ins akademische Alter [4 voll., Dessau), che è - in fondo - l'Orbis pictus di Comenio, rimaneggiato sul piano di studi di Rousseau. Nel 1774 si recò a Francoforte a sollecitare aiuti dai grandi, ricchi e sapienti per la realizzazione della sua riforma pedagogica, e qui conobbe anche Goethe, il quale - se si dimostrò favorevole al di segno di lui di dare sviluppo a una conoscenza più viva del mondo - non risparmio critiche al «Trattato» perché la natura vi era rappresentata allo stato di dispersione, né approvò mai i modi cui egli si lasciava andare, ferendo il sentimento - soprattutto religioso - di coloro dai quali sollecitava appoggio. Avendo guadagnato molti alla sua causa, e particolarmente il principe di Anhalt-Dessau, fondò in quell'anno a Dessau il Philanthropinum, specie di istituto che doveva contenere ad un tempo un seminario per formare i maestri e un collegio con internato per fanciulli, e su di esso pubblicò uno scritto dedicato all'imperatore Giuseppe, al re di Danimarca, all'imperatrice Caterina, e indirizzato ai benefattori dell'umanità. Il Philanthropinum
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poggia, quanto alla politica sul cosmopolitismo delle nazioni civili, quanto alla religione sul deismo di Rousseau e quanto alla morale sulla filantropia. Kant, nel suo trattato sulla pedagogia, giudicò l'istituto la sola scuola che, data la necessità di fare esperienza nel campo dell'educazione, abbia cominciato a mutar strada dando ai maestri la libertà di lavorare secondo i loro propri indirizzi e piani: nulla di definitivo e di compiuto vi è in questa opera, ma essa rappresenta una tappa nella lunga via percorsa dalla pedagogia moderna alla ricerca di metodi razionali. Il metodo intuitivo, raccomandato da Comenio già nel xvir sec., e di cui Pestalozzi doveva essere, qualche anno dopo, l'ardente apostolo, era in uso nell'istituto, il quale - per altro - dal Raumer, storico tedesco della pedagogia, fu detto una "caricatura pedagogica" perché vi si abusava, in una forma persino puerile, di lezioni di cose e di esercizi meccanici. Ma più che il sistema che si usava, contribuì alla rovina dell'istituto il carattere irascibile e bizzarro del suo fondatore, con il provocare presto dissidi interni; egli ne lasciò allora (1778) la direzione; e sebbene questa rimanesse affidata al Wolke, che era stato uno dei più eminenti suoi collaboratori, l'istituto decadde rapidamente, e si chiuse nel 1793. Non si arrestò, frattanto, l'attività febbrile del B.: nel 1795 pub-

Basilie - Porta di S. Gallo dell'antica cattedrale (ca. 1180) - In alto: Cristo in gloria: in basso : parabola delle Vergini sacre e delle Vergini stolte.
blic.: L. Ingleian, Topografia dell'Armenia antica. Venezia 1822, pp. 380-87; L. Alizan, Descrizione dell'Ararat. ivi 1890, pp. 15-26; S. Eprikian, Dizionario topograf. dell'Armenia, ivi 1902, p. 383 .
Serafino Abellon
BASILE, Vincenzo. - Missionario gesuita in Dalmazia, n. a Siculiana (Agrigento) il 29 dic. 1811 e m. a Palermo il 3 marzo 1882. Entrato nella Compagnia il 1827 , fu destinato superiore della nuova missione che si tentava di fondare in Albania (1841-43), ma avendo l'erezione d'un seminarietto a Scutari irritato i Turchi, fu d'uopo ritirarsi ed il padre B. passò in Dalmazia ed Erzegovina. Fu superiore della missione di Trebigne ( 1850 1852), poi della missione illiricodalmata (1852-59). Nel 1855 fu nominato dalla Congregazione di Propaganda Fide visitatore apostolico della diocesi di Trebigne e Marcano.
La sua interessante relazione alla Congregazione fu pubblicata da M. Papac, Trebinjsha bishupija sredinom XIX stoljeca po izvješću apostolskog vizitatora o. Vinha Basila D. I., in Vrala i prinosi, 8, (Serajevo 1938), pp. 83-102. Buon conoscitore delle lingue, tradusse in sloveno il Pensaci bene del padre Baudrand (Roma 1844), pubblicò un libro di preghiere in albanese (ivi 1845), un altro in sloveno (Verona 1864), e pure in sloveno meditazioni con preghiere del p. A. Kanizlié (Roma 1865). L'anno 1859 era rientrato nella sua provincia di Sicilia, ma tornò a lavorare fra gli Slavi d'Austria e di Dalmazia dal 1862 al 1872 .
Bibl.: Sommervogel, I. coll. 1000-1001 (A. Aldegheri), Breve storia della provincia veneta d. C. d. G., Venezia 1912. pp. 149-59 e 199.
Edmondo Lamalle
BASILEA, Diocesi di. - Nella Svizzera; comprende i cantoni di Argovia, B. città e campagna, Berna, Lucerna, Sciaffusa, Soletta, Turgovia e Zug. Il vescovo risiede a Soletta. Immediatamente soggetta alla S. Sede, conta 600.000 cattolici su un totale di 1.850 .000 ab., 446 parrocchie, 900 sacerdoti secolari e 170 regolari. Lo stemma della città consiste in un pastorale nero in campo d'argento e deriva dall'antico stemma del principato vescovile (pastorale rosso in campo d'argento). Patroni : s. Orso e Vittorio, martiri della legione Tebea.
B. ebbe origine da un agglomerato formatosi nel territorio dei Raurachi attorno ad una fortezza eretta da Valentiniano I e dal 347 designata col nome di Basilia. Non si conosce l'epoca della cristianizzazione del luogo, ma il primo vescovo storicamente accertato è Giustiniano episcopus Rauricarum (346), che deve aver avuto la propria sede in Augusta, posta a ca. 10 km . a sud dell'odierna B. In un documento del 620 viene poi ricordato Ragnacaro episcopus Augu-
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stanae et Basiliae (ca. 620-50); titolo dal quale risulta che la sede episcopale era già spostata a B. Adalberone II (999-1021) ricevette in dono da Rodolfo III di Borgogna l'abbazia di Moutin Grandval e i possedimenti da essa dipendenti, che formarono il nucleo del principato ecclesiastico. Esso raggiunse la massima estensione nel sec. xv, comprendendo oltre la signoria di B. anche il Giura Bernese e alcune parti dell'Alsazia e durò fino al principio del xix sec. La lotta per le investiture ebbe una forte ripercussione sulla diocesi di B. : il vescovo Burcardo (1072-1107) prese le parti di Enrico IV e fu scomunicato dal Concilio di Quedlinburg (ro85). Durante il grande scisma, che si concluse con il Concilio di Costanza (v.) i vescovi presero le parti di Urbano VI. La Riforma penetrò nella diocesi con la predicazione di Giovanni Ecolampadio (14821532), che, insieme con Erasmo di Rotterdam, era stato chiamato dal vescovo Cristoforo di Uttenheim (15021527) ad insegnare nell'università. Essa guadagnò rapidamente terreno, tanto che il vescovo Filippo di Gundolsheim (1527-33) fu costretto a ritirarsi nel suo castello di Porrentruy. Il capitolo fuggì a Friburgo in Brisgovia ed il culto cattolico fu proibito (1538). Molti territori della diocesi aderirono alle nuove idee e solo il vescovo Gian Cristoforo Blarer di Wartensee (1575-1608) riuscì a riacquistare parte dei diritti perduti, oltre a ricondurre la Valle di Lauffen alla fede cattolica. Il principato soffri molto nella guerra dei trent'anni, e all'epoca della Rivoluzione Francese fu eretto a Repubblica rauraziana la quale, più tardi, fu annessa alla Francia, di cui divenne il cosiddetto dipartimento del Monte Terribile. Allora il vescovo

Basiliea - Facciata dell'antica cattedrale (sec. xiv) e campanile (inizio sec. xv).
Giuseppe Sigismondo di Roggenbach (1782-94) lasc