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rauraziana la quale, più tardi, fu annessa alla Francia, di cui divenne il cosiddetto dipartimento del Monte Terribile. Allora il vescovo
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Basiliea - Facciata dell'antica cattedrale (sec. xiv) e campanile (inizio sec. xv).

Giuseppe Sigismondo di Roggenbach (1782-94) lasciò Porrentruy (1792) e si rifugiò a Bienne. Con l'unione del dipartimento alla diocesi di Strasburgo, avvenuta in virtù del concordato del 1802 , il principato vescovile di B. cessò praticamente di esistere. Il trattato di Vienna (1815) attribuì poi le parti svizzere ai cantoni di Berna e di B. Il concordato tra la S. Sede e i cantoni di Lucerna, Berna, Soletta, Zug, Argovia e Turgovia (1828), e la bolla Inter praecipua del 7 maggio 1828 di Leone XII utirobo la più grande parte della diocesi di Costanza in territorio svizzero alla diocesi di B. press'a poco nei limiti odierni. In seguito agli articoli di Baden, sorse, tra l'autorità ecclesiastica e quella temporale un nuovo conflitto, che si acui (espulsione dai conventi di religiosi e Kulturkampf) dopo il Concilio Vaticano (1870). Nel 1883 un nuovo accordo pose fine al dissidio. La bolla Ad universam catholicam Ecclesiam del 7 sett. 1888 erigeva a diocesi autonoma il Ticino e la univa a quella di B., il cui vescovo veniva ad assumere il titolo, che porta ancora oggi, di vescovo di B. e Lugano.

Fra gli istituti di cultura è da ricordare l'Università fondata da Pio II (1459) e riorganizzata tra il 1813 e il 1818. La più importante biblioteca è quella Universitaria, ricca di 420.000 volumi, 240.000 opuscoli, 2800 incunabuli e 542 manoscritti.

Sott.: Fonti: J. Troullat e L. Vautrey, Monuments de l'histoire de l'ancien ééché de Bâle, 5 voll., Porrentruy 1852-62. - Studi: L. Vautrey, Histoire des écêques de Bâle, 2 voll., Einsiedeln 1882-86; L. Stouff, Le pouvoir temporel des écêques de Bâle depuis le XIII- siècle jusqu'à la Réforme, Parigi 1891; R. Wackernagel, Geschichte der Stadt Basel, 4 voll., Lipsia 1912; L. Duchesne, Fastes Episcopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1915, pp. 223-26; A. Quiquerez, Histoire des institutions politiques, constitutionelles et juridiques de l'écêché de Bâle, Delémont 1913; K. W. Hieronimus, Das Hochstift B. im ausgehenden Mittelalter, Basilea 1938; I. B. Villiger, Das Bistum Basel zur Zeit Johanns XXII, Benedikts XII und Klemens VI (1316-1352), Roma 1939; Th. Schwegler, Geschichte der hotholischen Kirche in der Schweiz, Stans 1945; R. Massini, Das Bistum B. zur Zeit des Invasiturstretles, ivi 1946.

Erminia Kühn-Steinhausen
Concilio di B. - Secondo quanto era stato prescritto dal Concilio di Pavia - Siena, chiuso il 7 marzo 1424, il nuovo concilio doveva radunarsi a Basilea nel 1431. Doveva presiederlo il card. Giuliano Cesarini che stava come legato in Germania per la lotta contro gli huskiti. Il concilio tenne la sua prima sessione solenne il 14 dic. 1431; ma papa Eugenio IV, novellamente eletto, nel timore ch'esso degenerasse in ribellione contro la S. Sede, e per desiderio di promuovere dall'Italia l'unione con l'Oriente, il 18 dic. lo sciolse. Ma il concilio nella sua seconda sessione ( 15 febbr. 1432) protestò che, derivando esso la sua autorità direttamente da Cristo, aveva il diritto di obbligare alle sue decisioni anche il Papa e che percio esso non poteva essere trasferito e sospeso da alcuno.

Questo principio ripetuto più volte in seguito, formò il fondamento delle sue rivendicazioni posteriori; intanto proseguì nell'opera sua sotto il favore dell'imperatore Sigismondo ed il consenso generale della opinione pubblica. Il Papa allo scopo di evitare uno scisma, dopo lungo tergiversare, il 15 dic. 1433 riconobbe con una bolla la legittimità del concilio con l'autorità di procurare l'estirpazione delle eresie, di pacificare la cristianità e di riformare la Chiesa. Il concilio però, allargando arbitrariamente i suoi po. teri e continuando a proclamarsi direttamente investito dallo Spirito Santo, non soltanto pretese limitare l'autorità dei legati pontifici, ma di sostituirsi al Papa nel governo della Chiesa, di limitare le risorse economiche della S. Sede, di creare una propria curia per gli affari amministrativi e di giudicare gli affari più ardui come quelli riguardanti il ritorno all'unità degli

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hussiti e dei greci. In realtà le trattative con gli hussiti, trascinatesi in lungo, non giunsero ad alcun risultato positivo; mentre i bizantini non vollero saperne di trattare con il Concilio.

Questo, intanto, dominato da una maggioranza nella quale i vescovi avevano ben poca parte e guidati dal card. Luigi Alleman, trascendeva a violenze inaudite : esso cominciò una diretta offensiva contro Eugenio IV, ed il 31 luglio 1437 osò intimare al Papa ed ai cardinali di presentarsi a Basilea entro 60 giorni; il 1^{°} ott. giunse fino a proclamare la contumacia di Eugenio IV.

Questi, intanto, con bolla del 18 sett. denunciava le mene turbolente del suo procedere, l'incapacità di condurre a conclusione le trattative con i greci e perciò trasferiva il concilio stesso da B. a Ferrara. I più autorevoli personaggi che, come il card. Cesarini, avevano sperato invano di contenere il concilio in una via di disciplina e di contegno, lasciarono B. Mentre Eugenio IV presiedeva prima a Ferrara poi bentosto a Firenze il suo Concilio, a B. si proruppe ad aperta ribellione col definire "come articolo di fede " che il Papa non può trasferire un concilio ( 15 marzo 1458); pochi giorni dopo il Concilio lanciò la sospensione contro Eugenio IV; ma soltanto il 25 luglio 1439 , osò votare la solenne deposizione di Eugenio IV, ed il 5 dic. eleggere come nuovo pontefice Amedeo IV duca di Savoia, ancora laico, con il nome di Felice V.

Questi, fattosi consacrare, fu coronato a B. il 24 luglio 1440 . In tal modo si rispriva lo sciama sopito ventidue anni prima; esso ebbe però un seguito assai limitato e condizionato: Francia e Germania si proclamarono neutrali nella contesa, l'Italia quasi totalmente stette con Eugenio IV; con tutto ciò il concilio continuò a Basilea finché il 16 maggio 1443 , nella sua 45^{°} sessione, decise di trasferirsi a Losanna, dove resiedeva Felice V, con il proposito di aprire dopo tre anni un nuovo concilio a Lione.
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(propr. E. Zosi)
Basilea - Porta del castello a Soletta (sec. xv) e campanile della chiesa dei SS. Orso e Vittorio (sec. xviII).

Invece a Losanna il 24 luglio 1448 i membri del concilio di B. pretesero di continuare ancora nell'opera loro; però, fattosi intermediario il re di Francia, trattarono con Niccolò V, successo ad Eugenio IV; quindi ritirarono le censure intitte contro i legittimi Pontefici ed il 7 apr. 1449, avendo abdicato Felice V, elessero per conto proprio lo stesso Niccolò V, come legittimo Pontefice.

Così si chiudeva un concilio che per il periodo 1433-37 deve ritenersi come ecumenico, ma che realmente invece di essere stato utile alla cristianità non aveva fatto che riaccendere sopite contese e tener desto quegli antagonismi che dovevano ridestarsi più forti con la rivoluzione protestante.

BibL.: G. Hergetmither, Storia universalr della Chiesa, V. Firenze 1906, p. 223 sgg.: Hefcle-Leclereq, VII, it. p. 663 ; Pastor, I. p. 293 sgg. e la ricchissima bibliografia riportata in queste opere.

Pio Paschini
Arte. - I momenti artistici principali per la città di B. sono del principio del sec. xi, quando fu ricostruita, sotto l'imperatore Enrico II, la Cattedrale, e degli anni del Concilio di B. (1341-1449) che riunì molti artisti e favorì l'ingrandimento e l'abbellimento di diverse chiese gotiche. Poco dopo, nel 1459, Pio II vi fondò l'università.

Scarsi sono gli avanzi monumentali anteriori all'epoca romanica; e sono essenzialmente, oltre i rilievi, le iscrizioni romane, ecc. (nel museo Storico), le fondamenta del Castrum della città romana; si suppone che la prima cattedrale fosse eretta sul posto del tempio romano. Più scarsi ancora i resti di villaggi celtici e gallici, di tombe alemanne e di monumenti franchi. Del sec. vir-viII sono la vecchia cattedrale di S. Maria, il battistero di S. Giovanni e, fra altre, le chiese di S. Brandano, S. Albano (con resti di cappelle anteriori), S. Oswaldo, santi dei quali fu instaurato il culto da missionari irlandesi nel sec. vir.

Nel roig venne consacrata la cattedrale attuale. Gran parte di essa è del sec. xir; restaurata ed ampliata dopo il terremoto del 1356 , fu terminata nel ' 400 con il completamento delle sue torri, in una delle quali sono riconoscibili tracce della cattedrale di Enrico II. Ricchissimo fu il tesoro che, offerto da questo imperatore alla chiesa da lui fondata, fu disperso soltanto nel 1836. Ne facevano parte l'antependio d'oro attualmente nel museo Cluny di Parigi, un reliquiario a forma di croce passato ai musei di Berlino e altre orificerie divise tra B., Londra, Leningrado e Nuova York. Famosa per le sue sculture è la Porta di S. Gallo ( 1180 ca.), di stile tardo-romanico; figure del terzo quarto del sec. xiri sulla facciata occidentale; del 1374 è la statua equestre di s. Giorgio.

Nella cattedrale sono sepolti fra gli altri la regina Anna moglie di Rodolfo di Asburgo, m. nel 1289, Erasmo da Rotterdam, Ecolampadio e Bernoulli.

Fra le altre chiese tuttora esistenti da ricordare, è la già menzionata S. Alban (ricostruita dai Cluniacensi nel 1083, e poi rifatta in forme gotiche) di cui si conserva il chiostro romanico. Sono invece, nello stato presente, essenzialmente gotiche le chiese degli Scalzi (fondazione francescana, del 1270 ca., trasformata in museo Storico), dei Certosini ('400), S. Chiara (fondazione francescana del '200), S. Leonardo (consecrata nel 1118), S. Martino (ricostruita alla fine del ' 300 ), S. Pietro (id.), dei Domenicani ( 1260 in poi, con chiostro), S. Teodoro ('400). Con la Riforma, nel 1523, e con la cessione della sede vescovile nel 1523 , cominciano a sparire molti affreschi di carattere religioso.

Molte strade e piazze conservano in parte un aspetto gotico-rinascimentale; fra gli edifici profani eccellono il Geltenzunfthaus ( 1578 ), lo Sjöesthof ( 1581 ), con influssi italiani, il municipio (tardo-gotico). L'aspetto della città è

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in parte dovuto all'andamento delle antiche mura, delle quali esistono ancora diverse porte fortificate (Spalentore, ecc.) ornate di sculture.

Famosi, per quanto conservati soltanto in copie, due cicli della Danza macabra: uno del convento di Klingenthal (fine del '300), l'altro della chiesa dei Domenicani (metà ' 400 ) : alcuni frammenti sono oggi nel museo Storico. La pittura di B. fu portata al massimo splendore da Konrad Witz (v.) (Basler Alter, 1440 ca.). Nel '400, B. era celebre per l'arte delle vetrate dipinte, del tessuto e dell'illustrazione silografica di libri stampati : anche il giovane Dürer (v.) lasciò le prime prove del suo bulino in libri di editori di B. Tipico il pittore e disegnatore Urs Graf.

Di importanza europea fu l'attività di Ambrosius e Hans Holbein (v.), (venuto quest'ultimo a B. nel 1513) evidente negli affreschi eseguiti per il muncipio nel 1521 e sgg. (se ne conservano alcuni resti nel museo), negli sportelli dipinti dell'organo della cattedrale, negli altari, e nei ritratti. Per le età seguenti basterà ricordare che la città diede i natali a M. Merian il grande incisore di vedute di città europee ( 1593 ), allo storico e storico d'arte J. Burckhardt (1818), al pittore A. Boecklin (1827). Le principali opere d'arte sono raccolte nella Galleria, nel museo Storico, nel Gabinetto dei Disegni.

Bibl.: R. Wackernagel, Geschichte der Stadt B., 3 voll., Basilea 1907-24; M. Wackernagel, B. (Berühmte Kunsttätten, 57). Lipaia 1912; K. Eschar, Die Miniaturen in den Basler Bibliotheken, Basilea 1917; E. A. Stueckelberg, Basler Kirchen, 4 voll., ivi 1917-22; K. Escher, s. v. in G. Dehio, Handbuch d. deutsch. Kunstdenkmaller, IV: Südwestdeutschland [Jah.: ElsassLeibbringen v. d. deutsche Schweiz], Berlino 1926, p. 304 sgg.; H. Reischardt, Das Münster im B., Burg. nr. Magdeburgo 1928; P. Roth, Das Basler Konzil, Berna 1931; F. Staehelin, Die Schweiz in römischer Zeit, Basilea 1931: Die Kunstdenkmaller des Kantons Basel-Stadt: I. Vargeschichtl. röm. u. frduhische Zeit (C. H. Baer ed altri), II. Der Basler Münsterschatz (R. F. Burckhardt), III. Kirchen (C. H. Baer ed altri), Basilea 1932-41 (continua); K. Stehlin e R. Wackernagel, B. Münster, ivi 1935; J. Gantner, Gallusgforte, in Basl. Zeits. f. Gesch. u. Altertumskunde, 36 (1937); p. 423 sgg.; H. Rott, Quellen u. Forschungen z. südwestdeutschen u. schweizer. Kunstgesch., III. Oberrhein, p. 127; Quellen, II, passim, Stoccarda 1936-38; J. Gantner, Kunstgeschichte der Schweiz, I. Frauenfeld-Lipsia 1936 (ed. francese Neuchâtel 1941); K. W. Mieronimi, Das Hochstift B., Basilea 1938; M. Moullet, Die Gallusgforte, ivi 1938 (con bibl.); O. Homburger, B. Gallusgforte, in Medieval Studies in Memory of Kingsley Porter, Cambridge 1939, p. 237; W. Weisbach, Gallusgforte, in Zeits. f. schweiz. Arch. u. Kunstg., 3 (1941), p. 110; H. Lehmann, Die monumentale Glasmalerei im 15. 7hdt., II, it, BasileaZutigo, s. d. - Periodici: Basler Jahrbuch, 1879 sgg.; Basler Zeitschrift f. Geschichte u. Altertumskunde, 1902 sgg.; Anzeiger f. schweizerische Altertumskunde, 1868-1938, continuato da Zeitschrift f. schweizerische Archneologie u. Kunstgesch., 1939 sgg. Bernardo Degenhart

BASILI, Andrea. - Compositore, n. a Città della Pieve (1703 ?), m. a Loreto il 29 ag. 1777. Organista alla S. Casa, è autore di molta musica sacra, di un oratorio, di pagine organistiche (manoscritti nell'archivio della S. Casa) e d'un manuale d'armonia e contrappunto per organisti e cembalisti.

Gastone Rossi Doria

BASILI (Basil'y), Francesco. - Figlio di Andrea, n. a Loreto nel 1767, m. a Roma nel 1850, maestro della Cappella Giulia a S. Pietro in Vaticano. Superò di molto la fama del padre, con una quindicina di opere teatrali, un oratorio, una cantata e numerose pagine sacre: Messe, mottetti, inni, salmi, magnificat, litanie, ecc.

Bibl.: G. Radiciotti, L'arte musicale in Tivoli nei secc. XVIXVIII, Tivoli 1907; G. Tebaldini, L'Arch. music. della Caga. Laureiana, Loreto 1921.

Gastone Rossi Doria
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(prege. K. Joel)
BasileA - Cattedrale della nuova diocesi a Soletta, dedicata ai SS. Martiri Orso e Vittorio, costruita da Gaetano Matteo e Paolo Ant. Pisoni (1762-73).

BASILIANE. - Figlie di s. Macrina, Congregazione di rito bizantino, fondata secondo la Statistica della gerarchia e dei Fedeli di rito orientale (Città del Vaticano 1932, p. 391) nel nov. 1921 a Mezzoiuso, diocesi di Palermo, dallo ieromonaco Nilo Borgia di Grottaferrata e approvata con decreto del 19 luglio 1930 dall'arcivescovo di Monreale, quando fu eretta la casa madre di Palazzo Adriano, situata nella sud detta diocesi. Hanno per scopo l'educazione della gioventù femminile e l'apostolato della carità fra il popolo.

BASILIANE SÜWAJRITE. - Congregazione femminile fondata nel 1732 da alcune nubili melkite aleppine, che già menavano in Aleppo vita di comunità, secondo le costituzioni delle Visitandine di S. Francesco di Sales, sotto la guida di p. Pietro Fromage.

Le loro costumante vennero confermate da Benedetto XIV nella costituzione Demandatam del 24 dic. 1743. Poi le costituzioni dell'Ordine vennero approvate da Clemente XIII col breve del 15 nov. 1762 e stampate a Roma nel 1764 (cf. Mansi, XLVI, coll. 309320, 330, 1225-30; versione ital. delle costituzioni, coll. 1303-46). Le B. s. hanno per scopo la vita claustrale contemplativa con stretta clausura ed ufficio corale. Contano due monasteri con 45 religiose nella diocesi di Beirut.

Da queste ebbero origine, nel 1832, quando i monaci ššwajriti si divisero in due rami, le monache B. aleppine, che tuttavia conservarono le medesime costituzioni ed il medesimo tenore di vita. Anch'esse hanno due monasteri con 30 religiose nella diocesi di Beirut.

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BibL.: S. Congregazione Orientale, Statistica delle Gerarchie e dei Fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 392393; T. Jock, Nénites et Chondivites, Central Falls 1936 (da leggersi con cautela).

Alberto Colleti
BASILIANI, MONACI ORIENTALI. - Vengono cosi chiamati i religiosi di Oriente che ispirano la loro vita monastica alle regole di s. Basilio. L'espressione "Ordine di s. Basilio", sotto la quale vennero erroneamente compresi, dal sec. xvI ai tempi nostri, tutti i monaci di rito bizantino, è nata in Occidente e venne per la prima volta adoperata, agli inizi del sec. xi, come semplice formola di cancelleria, dalla Curia Romana, quando questa si occupò dei monaci greci dell'Italia meridionale (v. basiliantd'ttalia).

I B., pur conservando quanto vi è di essenziale nella vita monastica come la preghiera, la vita comune e l'osservanza dei consigli evangelici, differiscono ormai dal monachismo primitivo nella varietà degli scopi e dei regimi che li guidano, e comprendono in seno al cattolicismo i seguenti Ordini canonicamente riconosciuti :
I. Ordine basiliano di s. Giosafat. - Prende il nome dal grande monaco e martire Giosafat Kuncewicz (m. nel 1623) che si sentì mosso ad una riforma del monachismo del suo paese. Divenuto lui arcivescovo di Polotsk, la riforma prese forza per l'opera di Giuseppe Rutskuyi, archimandrita dal 1609 del monastero della S.ma Trinità di Vilna, il quale, diventato metropolita nel 1614 , convocò nel luglio 1617 nel suo castello di Ruta presso Novogrudok, il primo Capitolo generale dei B. riformati e con la cooperazione dei Gesuiti, che s'erano stabiliti a Vilna, dettò loro uno schema di costituzioni, che rispecchiarono fin nei particolari il genere di vita della Compagnia di Gesù, ancor meglio copiato nell'ultimo Capitolo legislativo tenuto a Torokany nel 1780 . Tuttavia i nuovi B. conservavano l'obbligo della recita dell'ufficio divino, e mentre i monasteri d'Oriente dipendono dal vescovo locale, Rutskuyi raggruppò tutti i monasteri sotto l'autorità di un protoarchimandrita, vero generale di Ordine, eletto liberamente dalla Congregazione. Stabili però che tutti i monaci dipendessero tanto per il ministero esterno che per la vita interna anche dal metropolita. Egli conferi in tal modo alla istituzione una rigida organizzazione adatta perfettamente alla vita attiva come aveva sempre desiderato, allontanandosi dalle costumanze degli antichi monasteri orientali. Ai religiosi, oltre gli altri tre, veniva imposto il voto supplementare di rifiutare tutte le dignità. Benedetto XIV li dispensò tuttavia col breve Inclytam quidem del 12 apr. 1753. Con decreto del 4 ott. 1624, Propaganda Fide invitava tutti i B. ruteni a riunirsi in congregazione. E così approvata da Urbano VIII col breve Exponi nobis del 20 ag. 1631, essa assunse il nome della S.ma Trinità di Lituania.

Intanto molti monasteri della Polonia, venuti all'unione cattolica, come altri di nuova fondazione, rimasti indipendenti da quelle congregazioni, si unirono fra loro nel Capitolo generale tenuto a Leopoli nel 1739, assumendo la denominazione di Congregazione della Protezione della B. V. Maria o di Polonia. Benedetto XIV, col breve Etsi dubitare del 27 nov. 1742, la esortò ad unirsi con la Congregazione di Lituania, come di fatto avvenne nel Capitolo generale del Duomo nel maggio 1743. In tal modo si ebbe una sola Congregazione basiliana divisa nelle due province di Lituania e di Polonia e Benedetto XIV, col breve Inter plures dell'11 maggio 1744, approvando le risoluzioni del Capitolo, stabili che la congrega-
zione assumesse il nome di Ordo s. Basilii Magni Ruthenorum e che il protoarchimandrita si eleggesse alternativamente dall'una e dall'altra provincia, come pure il procuratore generale residente in Roma. Tali disposizioni rimasero in vigore anche dopo la spartizione della Polonia. Nel 1744 i B. ruteni erano ca. 1300 con 72 monasteri in Lituania e 69 in Polonia. Nel 1780 il numero delle province fu portato a tre; una per la Lituania, l'altra per i paesi passati alla Russia e la terza, di S. Nicola, per la Russia Bianca. Ma scoppiata in Russia nel 1832 la persecuzione, nel 1839 l'Ordine basiliano non vi poté più esistere. Nei domini austriaci l'Ordine non venne risparmiato dal giuseppinismo; per modo che, quando fu decretata la riforma di Leone XIII nel 1882 , vi esistevano in tutto 14 monasteri.

I monaci ruteni d'Ungheria, rimasti indipendenti da quelli di Polonia, non ebbero materialmente a soffrire; ma, essendo ridotti ormai a pochissimi, nel 1922 vennero annessi alla Congregazione di Galizia riformata da Leone XIII. Di questa, che, a sua volta, non si trovava in migliori condizioni delle altre, il medesimo Pontefice con la lettera apostolica Singolare praesidium del 12 maggio 1882 , affidò ai Gesuiti la riforma che, con l'approvazione della nuova costituzione, il 1^{°} giugno 1896 , fu felicemente portata a termine dagli stessi monaci. La novella congregazione, detta del S.mo Salvatore, diventata florida e numerosa, poté intraprendere missioni nel Brasile, nel Canada e negli Stati Uniti d'America a favore degli emigranti ruteni e prendere nel 1904 la direzione del Collegio ruteno di Roma. Nel 1921 il romeno Maxim, fattosi b. nel monastero di Krekhiv in Galizia, volle ripristinare l'antico convento dei SS. Pietro e Paolo tra i suoi concittadini della Transilvania. In seguito a ciò s'intese la necessità di restaurare la locale organizzazione monastica ed il Capitolo generale, tenuto a Dobromyl nel luglio 1931, ristabiliva la dignità di archimandrita per tutta la congregazione con residenza a Roma e l'autorità di un protoegùmeno a capo di ciascuna delle tre province, la galiziana, la podcarpatica per i paesi a sud dei Carpazi e l'americano-canadese comprendente anche gli Stati Uniti d'America, alla quale si aggiunse la viceprovincia del Brasile, oggi provincia.

Inoltre, nell'udienza pontificia del 24 febbr. 1932, i monaci della riforma di Dobromyl, divisi in 23 monasteri, ottenevano di assumere il nome di «Ordine basiliano di s. Giosafat» per ricordare la parte avuta da questo santo nella rinascita dell'antica congregazione rutena.
II. B. melkiti del S.mo Salvatore. - Questi B. detti anche «Salvatoriani», traggono la loro origine da una fondazione di Eutimio Sajfi (1642-1722), metropolita di Tiro e Sidone. Egli fin dal 1684 aveva radunato alcuni sacerdoti, facendo emettere loro i voti religiosi e costruendo per essi nel 1708 , nei pressi di Sidone, il monastero e la chiesa tuttora esistenti. Come Rutskuyi, Eutimio non intendeva da principio fondare un vero monastero di rito orientale, però subito i suoi monaci appaiono B. ed insieme veri missionari. Nella costituzione Demandatum del 24 dic. 1743, Benedetto XIV considera i Salvatoriani come esistenti per viam facti, li dichiara B., ingiungendo loro di osservare la genuina regola di s. Basilio e li sottomette all'ordinario del luogo e mediatamente al patriarca di Antiochia dei Melkiti, al quale restano direttamente soggetti nei riti dove non esiste un ordinario cattolico. La forma del loro governo è analoga a quella dei B. suíwajriti e aleppini.

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Fino alla conquista della Siria da parte degli Egiziani (1831-32) i Salvatoriani hanno atteso al ministero parrocchiale nella Fenicia, Palestina, Egitto e città di Damasco; ed anche oggi continuano soprattutto ad esercitarlo nelle diocesi di Tiro, Sidone, Tolemaide (S. Giovanni d'Acri), Cesarea di Filippo (Paneade), Tripoli (Libano) e Damasco, nelle quali contano 7 monasteri e 290 monaci, in gran parte sacerdoti.
III. Ordine b. di S. Giovanni Battista (Baladiti Súwajriti) dei Melkiti. - Dal monastero di Balamand, presso Tripoli, verso il 1710 uscirono per ritirarsi in solitudine i due icromonaci Gerasimo e Salomone, che, giunti al Libano, fondarono un piccolo monastero presso la chiesetta di S. Giovanni Battista, trovata tra Súwajr e Biagrín. A causa della guerra il monastero fu dovuto ben presto abbandonare per cercar scampo a Beirut. Salomone vi resto solo quando il compagno ritornò a Balamand. Senonché nel sett. 1712 Gerasimo tornò al suo monastero ottenendo grandi favori dal metropolita cattolico di Beirut. Moltiplicatosi il numero dei monaci, nel giugno 1720 si unirono in Capitolo : elessero archimandrita il confratello Niceforo Karmî e fissarono le regole della loro disciplina in 18 articoli. Nel 1722 l'archimandrita prescrisse l'emissione dei tre voti, oltre quello dell'umiltà, imitando monaci maroniti libanesi. In seguito, per completare le regole brevi e lunghe di s. Basilio, il p. Nicola Sà'ig trovò opportuno adottare semplicemente le costituzioni dei predetti monaci libanesi, desunte da costituzioni italiane non ancora bene identificate. Tuttavia le variazioni risultarono di piccola entità e vennero approvate da Benedetto XIV col breve Ecclesiae Catholicae regimini dell'11 giugno 1757.

Sulla fine del sec. xviri il metropolita di Beirut, Ignazio Sarrūf, col pretesto di alcuni abusi, cercò di riformare la Congregazione šūwajrita, ma non vi riusci, e diede principio ad una nuova Congregazione nel monastero di Mār Sim'ān (S. Simone stilita presso Beirut). Il patriarca Teodosio VI Dahan la soppresse con l'approvazione di Propaganda Fide, che pur approvava alcune parti dei regolamenti imposti ai šūwajriti dal metropolita (1784). I šūwajriti, benché monaci dall'origine, dovettero tuttavia, come i Salvatoriani, adattarsi a servire parrocchie sprovviste di clero secolare nelle diocesi di Beirut e di Zableh.

Attualmente contano 5 conventi, 5 procure e 118 professi in maggior parte icromonaci, che insieme con la vita liturgica, attendono anche ad opere di apostolato e di carità.
IV. Ordine b. Aleppino dei Melkiti. - E una derivazione della Congregazione šūwajrita, dalla quale si staccarono fin dal 1824. Essendo stato annullato il distacco dall'emiro del Libano, Bašīr II S̄ihab, soltanto nel sett. 1829 fu possibile una definitiva divisione, approvata dalla S. Congregazione di Propaganda Fide il 9 genn. 1832. Da allora i membri del ramo libanese si dicono "Baladiti", mentre gli altri si dicono "Aleppini». I B. aleppini non hanno mai esercitato la cura di anime nel loro paese, però reggono 25 parrocchie fuori di esso nelle diocesi di Ba'albek, Zableh, Tripoli (Libano), a Damasco nella Transgiordania, nell'Egitto e nel Sudan. Contano 75 monaci e 5 monasteri, tra cui quello del S.mo Salvatore in Saba (repubblica Libanese).

BibL.: G. Folosz, Geschichte der Union der ruthenischen Kirche mit Rom, 2 voll., Vienna 1878-80; A. Guepin, Un apôtre de l'Union des Eglises au XVIIe siècle. St. Tosaphat et l'Eglise
greco-clave en Pologne et en Russie, 2 voll., 2^{2} ed., Parigi 1892 1898; C. Korolevskij, Histoire des Patriarchats Melchites, Roma 1910; A. Kerczon, Die griech.-hathal. Kirche in Galizien, 1921; A. Formacue, The Uniate Eastern Churches, Londra 1923; J. Pargoire, Basile de Césarée et B., in DACL. II, coll. 507-10; Analecta Ordinii s. Basilii Magni, Leopoli 1924 (per i ruteni); S. Congr. Orientale, Statistica della gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 323-42.

Alberto Galieri
BASILIANI d'ITALIA (Italo-greci). - "Ordine basiliano" è denominazione di origine occidentale, sorta in Italia nel medioevo, per indicare e contraddistinguere i monaci italo-greci che seguivano particolarmente i precetti ascetici di s. Basilio il Grande.

L'attuale Congregazione dei Monaci b. d'I. o di S. Maria di Grottaferrata è l'erede e continuatrice del monachismo italo-greco che, importato in Italia nel sec. vi, sotto Giustiniano, si sviluppò con la progressiva bizantinizzazione delle province italiane dell'impero di Bisanzio, favorita dall'afflusso di monaci profughi dalla Siria e dall'Egitto, a partire dal sec. vir, causa l'invasione araba. Questo afflusso si accentuò a motivo della persecuzione iconoclasta del sec. vir, perché nelle province bizantine dell'Italia meridionale le leggi iconoclaste non andarono mai in vigore.

L'occupazione araba della Sicilia nel sec. IX determinò la concentrazione del monachismo italo-greco nella Calabria, nelle Puglie e nella Lucania, ma si avverò poi un ritorno in Sicilia, nell'età normanna, quando furono ristabiliti i monasteri che tanto lustro diedero alla Chiesa bizantina d'Italia.

Mirabile la santità che fiorì nel monachismo italo-greco già nel periodo antecedente ai Normanni. Le figure più rappresentative sono: s. Elia Speleota, s. Cristoforo di Collesano e s. Saba Iuniore, s. Leoluca, s. Nicodemo di Mammola, s. Vitale di Castronuovo, s. Giovanni Teriste. Ma il grande astro, che nella lunga vita attrasse nella sua orbita una numerosa schiera di monaci e li trasformò in santi e in sapienti fu s. Nilo di Rossano (910-1004), fondatore del monastero di Grottaferrata (v.).

Si può asserire in tutta verità che con s. Nilo e i suoi discepoli, b. Paolo, s. Proclo e s. Bartolomeo da Rossano, il monachismo italo-greco, quando ancora generalmente prevaleva il sistema eremitico, ebbe una vera e perfetta organizzazione cenobitica, che peraltro già si era in qualche modo attuata nel centro monastico del Mercurion, l'Athos della Calabria bizantina, dove anche s. Nilo si formò sotto la guida di s. Fantino. I grandi riorganizzatori del monachismo italo-greco dell'epoca normanna, quali s. Bartolomeo da Simèri (v.) e s. Luca di Messina, applicarono gli insegnamenti del grande Nilo, sempre vivi nel monastero di Grottaferrata, che all'ombra della Sede Apostolica prosperava ed era come il centro di richiamo dei monaci italo-greci.

Il periodo aureo del monachismo italo-greco coincide con quello della dominazione normanna (ro591198). I principi normanni, infatti, furono mecenati del cenobitismo. Sorsero così i monasteri del Patir, nei pressi di Rossano, e del S.mo Salvatore in Messina.

Da allora una parte dei monasteri si organizzò in due estesi gruppi monastici; l'una, con a capo l'archimandrita del S.mo Salvatore di Messina, comprendeva gran parte dei monasteri della Sicilia e alcuni della Calabria, 49 in tutto; la seconda dei SS. Elia ed Anastasio del Curbone, che abbracciava 36 monasteri della Lucania e della Calabria.

Continuò il monachismo italo-greco a prosperare sotto la dominazione sveva (1198-1266); ma durante il successivo dominio degli Angioini (1266-82) si iniziò il periodo di avversità e di decadenza, provocato sia dalle angherie dei nuovi padroni, come pure dalla

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Basiliani d'Italia - I monasteri dei b. d'I. dal sec. x al xx. I puntini, anche non accompagnati da nome, ne indicano l'ubicazione; quelli tuttora esistenti sono contrassegnati da crocette.
progressiva diminuzione dell'elemento greco che andava assimilandosi all'ambiente italiano.

La riduzione del numero dei monaci che ne consegui, la dimenticanza delle tradizioni monastiche orientali e della lingua greca, determinarono il passaggio di alcuni monasteri ad Ordini religiosi latini e l'abbandono di altri. Il doloroso decadimento della disciplina religiosa non poté essere eliminato né arrestato dalle visite apostoliche che si susseguirono, a partire dalla prima prescritta da papa Onorio III nel 1221. Neppure vi riusci il celebre card. Bessarione, che si adoperò a riformare l'Ordine. Molti monasteri furono ceduti in commenda e infine si pensò di sopprimere radicalmente l'Ordine basiliano in Italia. Se questo pericolo fu scongiurato lo si deve a Gregorio XIII, coadiuvato dai due illustri cardinali Guglielmo Sirleto e Giulio Santoro.

Nel giorno di Pentecoste del 1579 ebbe luogo la vera nascita dell'Ordine con la convocazione del capitolo generale dei monaci greci d'Italia a S. Filarete di Seminara, presso Mileto in Calabria, seguita, in data 1^{°} nov. del medesimo anno, dalla bolla Benedictus Dominus di Gregorio XIII, che costituiva la Congregazione b. d'I. e quella di Spagna, conferendole un ordinamento simile a quello della Congregazione benedettina dei Cassinesi. Si cercò anche di dimi-
nuire gli abusi delle commende con il separare la mensa del commendatario da quella monastica, come si praticava con i Benedettini. L'Ordine così riformato riprese a vivere. La rinnovata Congregazione basiliana fu italo-spagnola, giacché entrò a farvi parte anche il ramo spagnolo dei basiliani di rito latino che, costituito in Spagna ca. il 1556 , pur dipendendo dal medesimo generale, ebbe sviluppo e influenza locale. Questo ramo fu soppresso dal ministro. Espartero (1855).

Al ristabilito monachismo b. d'I. mancava però, in realtà, la nota essenziale di monachismo bizantino.

Eccettuato il convento di Mezzoiuso (Palermo), fondato nel 1609 dall'albanese Andrea Rezes, nel quale i monaci che lo popolavano erano italo-albanesi nati e vissuti nel rito bizantino, negli altri monasteri, compreso quello di Grottaferrata, il rito bizantino, pur conservando alcune caratteristiche arcaiche italo-greche, era stato gravemente alterato. Molti monasteri adottarono in tutto il rito romano; i monaci potevano facilmente mutare rito. Anzi nel 1709, l'abate generale Pietro Menniti chiese a Clemente XI la completa latinizzazione dell'Ordine; supplica che fu rifiutata, come pure l'altra rinnovata a papa Benedetto XIV nel 1746 dal generale Diego Del Pozzo.

Nel 1784 il ministro del re di Napoli, B. Tanucci,

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soppresse numerosi monasteri situati nella parte continentale del regno. Rimasero quelli della Sicilia e di Grottaferrata. La legge infine del 1866 sciolse interamente l'Ordine, che sarebbe scomparso, se nel monastero di Grottaferrata, che venne conservato come monumento nazionale, i monaci non avessero ottenuto di poter rimanere come custodi. Il rito, però, che si osservava nella Badia era misto dei riti bizantino e romano.

Per mettere le basi di una ripresa del monachismo bizantino d'Italia s'imponeva una riforma. E questa venne finalmente decisa dalla S. Congregazione di Propaganda Fide per gli affari di rito orientale, nella seduta plenaria del 12 luglio 1880 , e, nonostante le gravi difficoltà in cui urtò, fu confermata con decreto del 12 apr. 1882. Grande parte nella preparazione e nell'attuazione della riforma ebbe l'erudito abate di Grottaferrata, G. Cozza-Luzi (v.), in seguito vicebibliotecario di S. Romana Chicca. Il suo successore, l'abate Arsenio Pellegrini, portò a termine la riforma nel suo lungo governo (1883-1917), organizzandosi cosil l'attuale Congregazione dei Monaci b.
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propr. E. Jusil d'I. di S. Maria di Grottaferrata, che ebbe le sue prime costituzioni nel igoo.

Terminato quasi il lavoro di riforma, segui un primo passo verso l'espansione: nel 1920 fu riaperto lo storico monastero di Mezzoiuso, dove la Congregazione ha il suo probandato. Un'altra fondazione si iniziava nel 1932 a S. Basile, in Calabria, nella diocesi italo-albanese di Lungro; e nel 1935 si riapriva, dopo oltre un secolo, il collegio di S. Basilio in Roma, per la formazione filosofico-teologica dei giovani monaci. Nel 1938 infine, per rispondere ai desideri della S. Sede, i monaci si portarono in Albania, dove stabilirono le missioni di Fieri e di Argirocastro dalle quali sono stati espulsi. Nel 1948 hanno aperto una casa a Piana degli Albanesi (Palermo).

Pio XI, con bolla Pervetustum Cryptaeferratae coenobium del 26 sett. 1937, dava alla Badia la sua definitiva sistemazione giuridica con la elevazione a Monastero Evarchico, ossia Abbatio nullius, immediatamente soggetta alla S. Sede.

Biol.: P.P. Rodotà, Dell'origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, II: Monaci basiliani, Roma 1760: C. Korolevskii, Basiliens italo-grecs et espagnols, in DHG, VI. coll. 1180-1236, con ampia bibliografia; G. Batiffol, L'abbaye de Rossano, Parigi 1821; C. Gatti-C. Korolevskij, I Riti e le Chiese orientali, I : Il rito bizantino e la Chiesa bizantina, Genova-Sampierdanna 1942; M. Scaduto, Il monachismo basiliano nella Sicilia medievale, Roma 1947.

SOMMARIO: I. Significato. - II. Origine. - III. Descrizione. - IV. La b. nelle varie province dell'impero romano. - V. Liturgia e diritto canonico.
I. Signiflicato. - Nell'uso cristiano la voce b. ha un triplice significato: i) B. maior o minor è un titolo onorifico congiunto con certi diritti, che viene concesso alle chiese più insigni. 2) B. significa una determinata forma dello spazio, cioè un ambiente longitudinale di almeno tre navate, delle quali la mediana è elevata sopra le altre tanto da poter avere proprie finestre. Così le varie parti dello spazio vengono nettamente separate e insieme subordinate per costituire un unico organismo. La luce propria della navata centrale dà allo spazio basilicale la sua tipica nota di chiarezza e di giocondità. Il tipo a navata unica è la cosiddetta Hallenkirche. 3) B. viene chiamata la chiesa Ipaieocristiana e con ciò importa una determinata forma stilistica architettonica di una data epoca. La forma spaziale della b. viene formata dallo stile basilicale e ne costituisce una parte essenziale; viene però adoperata anche in tutti gli altri stili.
BASILICA. - La parola b., che deriva dal greco ( σ τ o \dot{a} β α σ λ λ ι η ) significa nella lingua latina un'aula grande di uso pubblico o privato. Dal principio del sec. Ir in poi anche la chiesa paleocristiana viene chiamata b. (A. Ferrua, I più antichi esempi di b. per "aedes sacra", in Archivio glottologico ital., 25 p. 142 sg.).
II. Origine. - Sembra che l'origine basilicale della chiesa cristiana si debba collocare verso la fine del in e il principio del sec. iv. A proposito di questa origine sono state escogitate le più varie teorie. La più antica faceva della b. paleocristiana una copia della b. farensis. Già Leon Battista Alberti si era espresso in questo senso, e questa fu l'opinione comune fino alla pubblicazione del De basilicis libri tres (Bruxelles 1847) dello Zestermann, che difese l'originalità della b. paleocristiana e la sua derivazione dal culto liturgico. Poi seguirono le più varie tesi sul prototipo architettonico della b., ricercandolo alcuni nella sala egiziaca di Vitruvio (Weingärtner), altri nelle costruzioni delle catacombe (Richter), nella fusione della sala privata con la cella trichora (Kraus) delle catacombe, nella fusione dell'atrio con il tablinum della casa romana pompeiana (Dehio, Lemaire), per accennare soltanto alle più conosciute.

Accanto a queste teorie di derivazione piuttosto materiale troviamo sempre anche seguaci dello Zestermann come il Witting e il Liesenberg.

Difatti la liturgia come scopo principale della b. cristiana doveva lasciarvi la sua impronta. Ma anche la destinazione pratica più individuale lavora e realizza con mezzi ed elementi architettonici già conosciuti. Con questo è da respingere non solo la teoria dello \mathrm{Ze}- stermann come troppo unilaterale, ma anche le altre, che non tengono conto del fattore ispiratore della liturgia. In specie la derivazione dalle catacombe non risponde affatto né ai risultati moderni dell'indagine cimiteriale né alla storia della chiesa primitiva. La teoria della casa pompeiana poteva sedurre nella pianta, ma non nella realtà. Inoltre sappiamo oggi che

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(da R. Visillard. Les origines du titre de St. Martin aux Monts, Roma 1837)
Basilica - Assonometria del - Titulus Equilii (fine del sec. III) - Roma.
la casa romana di Pompei è soltanto uno dei tanti tipi di case romane. Come mai proprio dalla piccola Pompei derivò la forma della b. paleocristiana per tutto il mondo? Un ultimo decisivo argomento contro tutte le derivazioni troppo materiali da un prototipo unico è il fatto, sempre più conosciuto, che la b. paleocristiana, nonostante la sua forma tipica e universale, esiste in tante forme e variazioni, quante sono le forme regionali, distinte nel vasto impero romano.

In realtà la formazione della b. paleocristiana è un fenomeno complesso che deriva da fattori spirituali e materiali insieme, come già proponeva il Mothes. I fattori spirituali sono le speciali esigenze della liturgia e una certa avversione dello spirito paleocristiano alla pompa mondana. Fattori materiali sono i singoli elementi architettonici presi dalla sinagoga e dall'architettura profana sia dell'Oriente che dell'Occidente, secondo le circostanze territoriali; più di tutto però la b. profana sia forense sia privata. Da questi elementi la b. paleocristiana si sviluppò come creazione nuova durante il sec. iv nella sua forma definitiva, unitaria nella concezione generale, ma insieme differenziata secondo le varie province dell'impero romano.
III. Descrizione. - 1) Ingresso. - Normalmente è preceduto da un elemento architettonico che serve realmente e interpreta simbolicamente il passaggio dal mondo profano al recinto sacro. La forma più sviluppata è l'atrio (v.); spesso è sostituito da un semplice portico, che nella Siria si sviluppa in facciata turrita. Il portico, specialmente se in forma più chiusa, viene anche chiamato nartece ed era nella disciplina della Chiesa antica il posto dei penitenti. Esiste talvolta anche un nartece nell'interno della b., separato dal resto dello spazio da un colonnato oppure da costruzioni più leggere, che permettevano l'uso di velari.
2) Le navate. - Il corpo della b. viene formato dalla navata o piuttosto dalle navate, che normalmente sono tre, ma che possono anche salire a cinque (nell'Africa settentrionale anche sette e più). Delle navate la mediana è notevolmente più larga e più alta delle altre e ha propria luce, forma cioè il tipo basilicale di spazio sopra descritto. Le tre o più navate sono
dunque subordinate e corrono parallelamente come altrettante vie sacre verso l'altare. Le pareti principali della navata sono divise orizzontalmente in tre zone sovrapposte. In basso si trova la fila delle colonne o dei pilastri; al di sopra il muro della navata, che serve spesso per decorazioni figurate, e in alto la fitta serie delle finestre luminose, corrispondenti rigidamente agli oscuri intercolunni sottostanti. Tutte queste zone orizzontali si uniscono prospetticamente verso l'altare facendo così di questo centro ideale anche il centro ottico dello spazio.

Nell'Oriente specialmente (conosciamo però tre casi anche a Roma) troviamo spesso inserito fra colonnato e finestre il matroneo, cioè un piano superiore sopra le navate laterali aperto verso l'aula centrale mediante un colonnato. L'aula rettangolare formata dalla navata centrale era coperta con un soffitto piano che sottolineava ancora l'austera semplicità di questo ambiente sacro, distinguendolo nettamente dalle sontuose b. profane e dalle grandiose vòlte a crociera delle aule termali.

Talvolta, specialmente se erano cinque, le navate sboccavano in un transetto a forma di vasta sala quadrangolare, collegata con la navata centrale attraverso un grande arco, il cosiddetto arco trionfale. In alcune regioni, come intorno all'Adriatico e nell'Africa, il pavimento della b. era spesso a musaico con figure, ornamenti geometrici e iscrizioni.
3) Il presbiterio. - La navata centrale della b. sbocca, o direttamente o attraverso il transetto, nell'abside, un vano semicircolare o poligonale, raramente quadrato. La disposizione di questo ambiente varia molto secondo le regioni. Dalla Siria si diffuse l'uso di accompagnare l'abside con due vani laterali prâthesis e diaconicon, che servivano quali sacrestie per i bisogni del culto. Altrove troviamo tre absidi parallele o in forma triiobata. Generalmente l'abside sporge dalla parete di fondo, talvolta però non apparisce al di fuori.

Nel fondo dell'abside stava la cattedra del vescovo, addossata al muro fra due bancate per i presbiteri. Davanti l'abside, o immediatamente o a relativa distanza, si trova l'altare, vero centro dell'edificio di culto. L'altare stesso era sormontato da un ciborio. Lo spazio intorno all'altare era riservato ai sacerdoti e ai chierici assistenti alle funzioni liturgiche e perciò separato dal resto dell'aula con cancelli decorati. Tutto l'ambiente fu chiamato presbiterio e più tardi anche coro, dal gruppo dei cantori che vi prese posto. Anzi, per avere spazio sufficiente per i cantori, i cancelli si stendevano spesso anche ad una parte della navata centrale. Così ebbe origine la schola cantorum propriamente detta.
IV. La b. nelle varie province dell'impero romano. - 1) Roma. - La forma architettonica della b. paleocristiana nonostante la sua generica unità subisce notevoli differenze secondo le varie regioni architettoniche. Il tipo classico romano della b. con la sua forte tendenza longitudinale si ritrova qua e là nell'impero romano, ma raramente fuori d'Italia. Troviamo invece gradatamente un cambiamento del tipo romano verso un tipo orientale con tendenza centralizzante, che va a finire nella costruzione a cupola dell'età bizantina. Tali elementi occorrono, ad es., in Africa, con l'aumento del numero delle navate laterali, col girare del colonnato lungo il muro interno della facciata, con le due absidi opposte e con l'altare portato innanzi nella navata centrale. Simili ed altri elementi si raccolgono in tutte le province del Mediterraneo orientale.

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Nessuna città del mondo ci ha conservato un sì gran numero di chiese paleocristiane come Roma. Essa ci insegna inoltre le diverse forme che poteva prendere l'edificio di culto cristiano secondo le varie necessità della vita ecclesiastica. La cura della grande comunità cristiana di Roma rese già fin dal in sec. necessaria la divisione della città in vari centri "parrocchiali" che agli inizi del v sec. salivano a venticinque, numero che rimase poi costante. Questi centri del culto e dell'amministrazione ecclesiastica di Roma furono chiamati tituli (v.). Essi per la loro funzione di "parrocchia " erano tutti dentro la città in opposizione alle "chiese cimiteriali" che stavano fuori le mura, dove soltanto, secondo la legge romana, potevano trovarsi i luoghi di sepoltura. Cosi Roma fu circondata da una corona di chiese cimiteriali, che vi sorsero nel iv sec. in conseguenza del culto dei martiri (v. ad comps). Oltre i titoli e le chiese cimiteriali, troviamo fra le b. paleocristiane romane anche chiese semplicemente urbane come la b. costantiniana del Laterano, S. Croce di Gerusalemme e S. Maria Maggiore, che sorsero con scopi e intenzioni particolari. Le b. cimiteriali principali sono: S. Pietro, S. Paolo, S. Sebastiano, S. Lorenzo, S. Agnese. Dei numerosi titoli nominiamo fra i più interessanti: S. Martino ai Monti, S. Clemente, S. Sabina, SS. Giovanni e Paolo, SS. Quattro Coronati, S. Pudenziana, S. Anastasia, S. Crisogono.

Nel vir sec. nasce a Roma una nuova specie di
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(da F. Wacktemuth, Der Baum)
Basilica - Pianta dell'antica b. costantiniana di S. Pietro.
edifici ecclesiastici, legati alle diaconie, sedi di organizzazioni assistenziali di carità verso i poveri. Nel secolo seguente anche esse ebbero proprie chiese con un loro servizio liturgico. La più famosa di queste diaconie è S. Maria in Cosmedin.

Nella storia della b. paleocristiana Roma è unica quanto al numero, l'autenticità, la conservazione, la differenziazione di tipi secondo la forma architettonica e la funzione ecclesiastica, e non può essere paragonata con altra città del mondo.
2) Ravenna e regione adriatica. - Un vero centro architettonico accanto a Roma fu Ravenna, favorita dalle vicende politiche come sede di Teodorico e poi dell'esarca bizantino. Le relazioni con Bisanzio determineranno anche la forma delle b. ravennati e di quelle circostanti l'Adriatico. L'abside poligonale è fiancheggiata dalla próthesis e dal diacónicon, generalmente è illuminata da grandi finestre. Invece dell'atrio troviamo spesso un grande portico. L'uso del pulvino sopra i capitelli, la decorazione plastica e musiva rivelano del pari lo stile bizantino. Il gruppo di Ravenna merita speciale attenzione per l'insigne valore artistico delle sue opere. Le b. conservateci sono S. Giovanni Evangelista, S. Agata e S. Pierro Maggiore (oggi S. Francesco), fondate nel sec. v, S. Apollinare in Classe e S. Apollinare Nuovo fondate nel sec. vi.

L'influsso di Ravenna si estese sulle coste adria-tico-dalmatiche. Per il periodo dal sec. v al vir sono da nominare specialmente la b. dei SS. Felice e Fortunato a Vicenza, le b. di Aquileia, di Grado, di Trieste ed in particolare quella di Parenzo. In territorio austriaco troviamo resti di antiche b. a Duel presso Villacco e a S. Peter im. Holz. A Salona sono da notare i resti di due b. collegate dentro la città, delle quali una a forma di croce, e di due altre nella vicina zona cimiteriale di Marusinac. La b. doppia è un fenomeno speciale di queste regioni come anche l'uso di ricchissimi pavimenti a musaico.
3) Costantinopoli e i Balcani. - A Costantinopoli la b. propriamente detta ha ceduto presto il posto alla soluzione bizantina dell'edificio di culto a spazio centrale con cupola. Ci è rimasta soltanto la b. di S. Giovanni di Studio, ma anche questa non del tipo spaziale basilicale, ma di Hallenkirche. L'influsso di Bisanzio ha troncato anche lo sviluppo della b. nei paesi balcanici, almeno dal sec. vi in poi. Dal sec. iv al vi, però, troviamo oggi nella sola Grecia sessanta b. paleocristiane, divisibili in tre tipi principali : cioè b. longitudinali, b. di pianta quasi quadrata nel complesso delle tre navate, e b. con transetto. Spesso troviamo i matronei sopra le navate laterali. Il nartece è indispensabile e sviluppato in varie forme, mentre l'atrio ha soltanto tre lati a colonne. Quasi tutti i santuari del culto pagano furono trasformati in b. o nuove o inserite nel tempio antico; così Olimpia, Delfi, Eleusi, Epidauro, Dodona, ecc. Speciale menzione merita la b. di S. Demetrio a Salonicco.

Anche la Romania ha conservato resti di molte piccole b. paleocristiane, specialmente nella Dobrugia, a 'Tropaeum, Troesmis e Dolojman.
4) Asia Minore. - La forma basilicale dell'edificio di culto si sviluppa nell'Asia Minore fino al sec. vi, quando venne messa da parte dalla forma bizantina a cupola. La b. in queste regioni mostra molte varianti. Accanto al soffitto piano troviamo anche la vòlta a botte. Il nartece è spesso doppio, interno e esterno; l'abside può ess