rma basilicale dell'edificio di culto si sviluppa nell'Asia Minore fino al sec. vi, quando venne messa da parte dalla forma bizantina a cupola. La b. in queste regioni mostra molte varianti. Accanto al soffitto piano troviamo anche la vòlta a botte. Il nartece è spesso doppio, interno e esterno; l'abside può essere semicircolare, poligonale o, e questo è un elemento speciale, a forma di ferro di
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cavallo; può essere sporgente o inserita nel muro di fondo, fiancheggiata da próthesis e diacónicon o no. Troviamo anche qui matronei sulle navate laterali e talvolta la facciata allargata da due basse torri. Monumenti importanti sono a Efeso la b. della Madonna e quella di S. Giovanni, il santuario di S. Tecla presso Seleucia, le b. di Meriamlik, Ruṣāfah, Korykos e Binbirkilissa. L'Armenia produce un tipo originale di edificio a cupola, ma conosce anche la forma longitudinale come sala con volte a botte o come Hallenkirche a tre navate con pilastri.
5) Mesopotamia. - L'architettura ecclesiastica della Mesopotamia occidentale segue il tipo sviluppatosi nella Siria, mentre nella sua parte orientale crea una forma architettonica molto differente dal tipo generico della b. paleocristiana, derivandola dal tempio assirobabilonese e dal palazzo sassanide. Specialmente nella regione montuosa del Tūr 'Abdīn troviamo due tipi di chiese; il primo si compone di una sala lunga rettangolare in direzione est-ovest, con abside semicircolare e un nartece lungo il lato sud; il secondo invece ha un vano trasversale con triplice béma

(da De Vogue, Architecture civile et religieuse en Syrie, t. II p. 125)
Basilica - Ricostruzione dell'esterno della b. di Dèr Turmānīn (sec. v).
(cioè presbiterio ab-
sidato con próthesis e diacónicon) e nartece.
6) Siria. - Un centro architettonico di particolare importanza è senza dubbio la Siria. Condizioni speciali del materiale da costruzione e tradizioni regionali hanno, specialmente nella Siria meridionale, formato un tipo di b. di notevole monumentalità. La muratura a blocchi di pietra portava spesso all'uso di forti pilastri a larga distanza. Cosi lo spazio presenta un ritmo più pesante e più solenne. Talvolta la mancanza di legno costringeva alla costruzione del soffitto in lastre di pietra posate sopra archi trasversali. Con questo elemento la tipica divisione dello spazio centrale della b. in zone orizzontali viene cambiato in una serie di blocchi spaziali verticali, evidente preludio alla concezione spaziale dell'architettura medievale. Anche la decorazione plastica del muro esterno con colonnine sovrapposte, lesene, archetti, ecc. può interpretarsi come preludio di forme pre-romaniche. Importante è pure la forma del coro normalmente composto di un'abside collocata fra próthesis e diacónicon, forma che appunto dalla Siria irradiò un po' dappertutto. Monumentale è pure la soluzione della facciata, cioè di un portico a due piani con due tozze torri laterali. Il principale monumento dell'antica Siria è il santuario di Qal'at Sim'ān, eretto intorno
alla colonna del famoso asceta Simeone. Altre b. notevoli sono quelle di Dèr Turmānīn, Qalb-Laozeh, Ruwejbah e Tafbah.
7) Palestina. - Nella Terra Santa sorsero, come è naturale, sontuose b. già per opera di Costantino sui luoghi sacri di Gerusalemme e di Betlemme. La forma si distingue poco dal tipo classico romano. Spesso vari edifici sono congiunti in un unico complesso, per il quale una specie di propilei funziona da ingresso. L'abside mostra generalmente la soluzione della Siria. Di speciale importanza era la grande b. a cinque navate sul Golgota unita all'Anastasis, cioè il santuario sul sepolcro di Nostro Signore. Sostanzialmente conservata è ancora oggi la b. della Natività a Betlemme, anch'essa a cinque navate. Restidialiri edifici si trovano, oltre S. Stefano e la b. del Getsemani di Gerusalemme, a Emmaus, Mambre, Gerasa, sul Monte Nebo e sul lago di Genezaret (la b. della moltiplicazione dei pani).
8) Egitto. - Nell'Egitto troviamo due tipi differenti: uno piuttosto classico romano e l'altro piuttosto orientale. L'abside subisce le più varie forme e viene talvolta riccamentedeconata con colonnine nell'interno, come nelle b. del Monastero bianco e del Monastero rosso presso Sōhāğ. Il complesso più monumentale è il santuario di S. Mena a Abū Mīnā con due b. e vari altri edifici. Altri resti si trovano a Dendera, Bāwit, Luxor, Cairo Vecchio.
9) Africa settentrionale. - All'importanza delle province africane, nell'antichità, per la vita ecclesiastica corrispondeva naturalmente una vasta attività edilizia, della quale ci sono pervenuti numerosi e importanti testimonianze monumentali, specialmente nelle odierne Tunisia e Algeria. La forma architettonica della b. africana si distingue da quella romana per un complesso di elementi che, come già fu accennato sopra, esprimono una concezione spaziale più centralizzata e con questo anche più orientalizzante. Le navate crescono a cinque, sette e anche nove, fenomeno che porta logicamente anche ad ingressi laterali. La forma del complesso absidale è molto varia, ma. prevale quello siriaco. Nella Tunisia si trovano anche spesso due absidi opposte. L'altare sta verso la fine della navata principale a distanza notevole dall'abside. L'atrio è spesso sostituito da un nartece con ingressi laterali. Le colonne della navata sono talvolta binate. Dei resti conservati ci sono da notare per la Cirenaica.
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e Tripolitania le b. di Sabratha, Leptis Magna, Tolemaide e Apollonia; per la Tunisia cinque delle b. di Cartagine: cioè quella di Damous el-Karita, di Dermech e di Bir-Foutha, la b. Maiorum e la b. di S. Cipriano. Poi anche quelle di Feriana, el-Kef, Haldra, Sbilia, Segermes, Thelepte, Sbeitia. Dell'Algeria sono da nominare fra le altre le b. di Orléansville, Tipaza, Djemila, Timgad, Henchir-Deheb.
10) Spagna, Francia, Germania. - Gli edifici paleocristiani di queste regioni seguono in linea generale la forma architettonica romana. D'altra parte il numero di monumenti conservatici è relativamente scarso un po' per le nuove costruzioni sopravvenute e un po' anche per la deficenza di studi e scavi in proposito. Per la Spagna sono da citare specialmente Tarragona (Cattedrale), Merida, Vega del Mar. Nella Francia si trovano resti di edifici paleocristiani a Marsiglia (S. Vittore), Vienne (S. Pietro), Lione (Cattedrale). La Germania possiede nel duomo di Treviri un nucleo architettonico antico di forma quadrata, del quale però non è del tutto certo, se fosse dall'inizio un edificio di culto. Resti di costruzioni paleocristiane si sono trovati anche a Colonia (S. Gereone, S. Orsola, S. Severino), Bonn e Xanten.
Bisc.: 1) Bibliografia generale: A. Zestermann, De basilicis libri tres, Bruxelles 1847; W. Weingärtnes, Ursprung und Entmichlung des christlichen Kirchengebäudes, Lipsia 1838; O. Mothes, Die Basilikaufarm bei den Christen der ersten Jahrhunderte, 2^{\text {a }} ed., ivi 1869 ; I. P. Richter, Der Ursprung der abendländischen Kirchengebäude, Vienna 1878; F. X. Kizina, Realencyklopädie der christlichen Altertümer, Friburgo in Br. 1882; G. Dehio, Die Genesis der christlichen Basilika, Vienna 1883; G. von Bezold, Die christliche Baukunst des Abendlandes, Stoccarda 1890-1901; F. Witting, Die Anfänge christlicher Architektur, Strasburgo 1902; H. Lemoire, L'origine de la basilique latine, Bruxelles 1911; O. Wulf, Altchristliche und byzantinische Kunst, Berlino 1914 (Bibliographisch-hritischer Nachtrag, 1936); C. M. Kaufmann, Handbuch der christlichen Archäologie, Paderborn 1922; F. GrossiGondi, I monumenti cristiani iconografici ed architettonici dei sei primi secoli, Roma 1923; H. Leclercq, Basilique, in DACL, II, 1, coll. 323-602; R. Schultze, Basilika, Untersuchungen zur antiken und frühmittelalterlichen Baukunst, Berlino 1928; K. Liesenberg, Der Einfluss der Liturgie auf die frühchristliche Basilika, Neustadt 1928; Atti del III Congresso Internazionale di Archeologia cristiana (Studi di Antichità cristiana, 8), Roma 1934; F. Wachsmuth, Der Raum, II: Raumschöpfungen in der altchristlichen Kunst, Marburgo 1935; E. Kirschbaum, Der Raumcharakter der altchristlichen Basilika, in Rös. di Arch. Crist., 13 (1936), pp. 271-303; F. W. Deichmann, Versuch einer Darstellung der Grundrisstypen des Kirchenbaues in frühchristlicher und byzantinischer Zeit im Morgenlands auf kunstgeographischer Grundlage, Wurzburg 1937; L. Kitschelt, Die frühchristliche Basilika als Darstellung des himmlischen Jerusalem, Monaco 1938; G. P. Kirsch, Gli edifici sacri cristiani nell'antichità : appendice aggiunta alla versione ital. della Storia della Chiesa di A. FlicheV. Martin, III, Torino 1940; Atti del IV Congresso internoz. di Archeol. cristiana, I (Studi di Antichità cristiana, 16), Roma 1940; II (ibid., 19), ivi 1948.
2) Bibliografia regionale (senza le monografie su singoli monumenti). - Roma: J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen im Altertum, Paderborn 1918; Chr. Huelsen, Le chiese di Roma nel Medio Evo, Firenze 1927; R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romae. Le b. cristiane antiche di Roma (sec. IVIX), Città del Vaticano 1937 (in corso di pubblicazione); R. Vielliard, Recherches sur les origines de la Rome chrétienne, Macon 1941; M. Armellini, C. Cecchelli, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX, Roma 1942. - Ravenna e regione adriatica: C. Ricci, Ravenna, Bergamo 1902; Ch. Diehl, Ravenne, Parigi 1903; W. Gerber, Alchristliche Kultbauten Istriens und Dalmatiens, Dresda 1912; R. Egger, Frühchristliche Kirchenbauten im südlichen Noricum, Vienna 1916; E. Dyggve e J. Bronssted, Recherches à Salone, Copenaghen 1928. - Castanzirapoli e i Balcani: R. Nitzbammen, Die christlichen Altertümer der Dobrudscha, Bucarest 1918; G. A. Sotiris, Al nakausguatuvrmai faanlusal vhg "Elikdheg, Atene 1931; A. M. Schneider, Byzanz. Vorarbeiten zur Topographie und Archäologie der Stadt, Berlino 1936. - Asia Minore: J. Strzygowski, Kleinasien, ein Neuland der Kunstgeschichte, Lipsia 1903; H. Rott e K. Michel, Kleinasiatische Denkmäler, ivi 1908; W. M. Ramsay e G. L. Bell, The Thousand and one Churches, Londra 1909; I. Keil e A. Wilhelm, Denkmäler aus dem raubenKilihien, Manchester 1931. - Mesopotamia: C. Preusser, Nord-
mesopotamische Baudenhmäler altchristlicher und islamischer Zeit, Lipsia 1911; G. Bell, Churches and Monasteries of the Tur 'Abdîn and neighbouring Districts, Heidelberg 1913; U. Monneret de Villard, Le chiese della Mesopotamia, in Orientalia Christiana Analecta, 128 (1940). - Siria: M. de Vogüé, La Syrie centrale. Architecture civile et religieuse du I { }^{e} au VII { }^{e} siècle, Parigi 18651877; H. Glück, Der Breit- und Langhausbau in Syrien, Heidelberg 1914; H. W. Beyer, Der syrische Kirchenbau, Berlino 1923; H. Ce. Butler, Early Churches in Syria, Nuova York 1929. Palestina: M. de Vogüé, Les églises de la Terre Sainte, Parigi 1860; E. Mader, Altchristliche Basiliken und Labaßtraditionen in Südindien, Paderborn 1918; C. Warzinger, Denkmäler Palästinas, Lipsia 1933; B. Bagatti, Edifici cristiani nella regione del Nebo, in Rös. di Arch. Crist., 13 (1936), pp. 101-42. - Egitta: A. Butler, The Ancient Coptic Churches of Egypt, Oxford 1884; W. de Bock, Matériaux pour servir à l'archéologie de l'Egypte chrétienne, Pietregrado 1901; E. S. Clarke, Christian Antiquities in the Nile Valley, Oxford 1912. - Africa settentrionale: St. Gsell, Les monuments antiques de l'Algérie, Parigi 1901; P. Gauckler, Basiliques chrétiennes de Tunisie, ivi 1913; I. Sauer, Der Kirchenbau Nordafrikas in den Tagen des hl. Augustinas, in Aurelius Augustinus, Festschrift der Görresgesellschaft, Colonia 1930, pp. 243-300. Spagna, Francia, Germania: V. Lampercz y Romea, Historia de la arquitectura cristiana española en la edad media, Madrid 1930; J. Hubert, L'art pré-roman (Les monuments datés de la France), Parigi 1938; N. Irsch, Der Dom zu Trier, Düsseldorf 1931.
Engelberto Kirschbaum
v. Liturgia e Diritto canonico. - Nel linguaggio ecclesiastico moderno s'è introdotta ufficialmente una distinzione fra b. maggiori e b. minori. Le b. maggiori, dette anche patriarcali, sono quattro: 1) la b. del Salvatore sui Celio, la chiesa cattedrale di Roma, "capo dell'Urbe e dell'Orbe ", detta comunemente di S. Giovanni in Laterano per la speciale venerazione in cui vi sono tenuti i ss. Giovanni Battista ed Evangelista; presso di essa sino al sec. xiv v'era anche il patriarchio, cioè la residenza abituale del papa, del suo clero e della sua curia; 2) la b. di S. Maria Maggiore sull'Esquilino che Sisto III nel sec. v adornò con grande splendore di musaici in

(fol. Gab. Vat. Naz.)
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(Inci Comptes Rendus de l'Acad. des Inser. at belles lettres, BIII)
Basilica - Pianta della b. di Damous el-Karita (sec. vi).
ricordo del Concilio di Efeso (431); a queste due grandi basiliche urbane si aggiungono le altre due cimiteriali e perciò estra urbane erette sulle tombe degli apostoli, cioè : 3) la b. di S. Pietro in Vaticano; 4) la b. di S. Paolo sulla via Ostiense.
Nell'antichità cristiana la Lateranense era ufficiata durante la settimana dai vescovi suburbicari; mentre le altre tre erano ufficiate a turno dai chierici addetti ai titoli di Roma. Altrettanto avveniva per la chiesa cimiteriale di S. Lorenzo al Verano, sulla via Tiburtina, che era perciò ed è in qualche modo eguagliata alle quattro patriarcali. Attraverso il medioevo le b. di S. Paolo e di S. Lorenzo furono affidate ai monaci benedettini che vi costruirono accanto i loro monasteri; nelle altre tre fu invece costituito un capitolo di canonici, presieduto ciascuno da uno dei cardinali col titolo di arciprete; in esse fu pure eretto un collegio di penitenzieri, affidato nel sec. avi ai frati Minori per il Laterano, ai Domenicani per S. Maria Maggiore, ai Gesuiti per S. Pietro (sostituiti nel sec. xvili con i Minori conventuali): essi hanno l'incarico di ascoltarvi le confessioni come penitenzieri minori alla dipendenza del card. Penitenziere maggiore. Nelle b. maggiori, compresa quella di S. Lorenzo, l'altare maggiore è riservato al papa, sicché nessuno vi può celebrare senza suo permesso, che del resto si concede assai raramente, a meno che la celebrazione avvenga alla presenza del papa stesso. Per speciale privilegio Pio IX con breve del 3 ag. 1855 concesse alla Congregazione dei canonici regolari lateranensi di celebrare all'altare papale il giorno di s. Lorenzo nella b. omonima; tale privilegio è stato poi ristretto all'abate generale della medesima Congregazione con decreto della Sacra Congregazione dei Riti dell' 1 I luglio 1920. A S. Paolo, per privilegio di Innocenzo III (bolla del 13 giugno 1203), riconfermato da Benedetto XV (rescritto del 14 genn. 1920) l'abate ordinario "pro tempore" celebra all'altare papale il 25 genn., giorno della Conversione di S. Paolo. Il 30 giugno, cappella papale, celebra all'altare della confessione un arcivescovo assistente al Soglio per privilegio di Gregorio XVI (1841). Una prerogativa poi delle b. maggiori è la Porta santa che il papa a S. Pietro ed i cardinali arcipreti a S. Giovanni e a S. Maria Maggiore aprono e chiudono nell'Anno Santo. A S. Paolo, dove manca l'arciprete, è aperta e chiusa da un cardinale delegato dal papa, che ordinariamente è il cardinale decano. L'anniversario della loro dedicazione si celebra in tutta la Chiesa. Fuori Roma sono b. patriarcali le
chiese di S. Francesco (bolla Fidelis Deus, 4 marzo 1754 di Benedetto XIV) e di S. Maria degli Angeli (bolla Omnipotens ac misericors Deus, 11 apr. 1909 di Pio X) in Assisi.
B. minori attraverso il medioevo furono, in Roma, le chiese di S. Lorenzo in Damaso e di S. Maria in Trastevere, in seguito lo divennero per consuetudine e per privilegio diverse altre chiese come recentemente quella dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso e di S. Antonio sulla via Merulana. Secondo la disciplina vigente nessuna chiesa può avere titolo di b. se non per concessione apostolica o per consuctudine immemorabile (can. 118 del CIC); e lo possono ottenere anche le chiese fuori Roma.
La concessione del titolo è subordinata a speciali condizioni: 1) antichità, grandezza e valore artistico o religioso della chiesa; 2) clero sufficiente per le sacre funzioni; 3) rendite adeguate per le spese del culto; 4) ricchezza di suppellettile sacra e di sacre reliquie; 5) che la chiesa sia solennemente consacrata. I privilegi che accompagnano il titolo sono: l'ombrellone, il tintinnabolo e la cappa magna per i canonici. L'ombrellone è a forma di un grande cono con bande alternate di porpora e oro, cui sovrasta un globo sormontato da una croce dorata. I due colori sono quelli della città di Roma. Un primo accenno di quest'ombrellone lo abbiamo nell'Ordo XV, n. 153, dove il D'Amelius narra che nella canonizzazione di s. Brigida ( 7 ott. 1391) alla porta di S. Pietro tutti i canonici andarono incontro al papa con la croce, la cappa, l'ombrellone e il tintinnabolo (PL 78, 1361). Già in quel tempo il tintinnabolo era il compagno inseparabile dell'ombrellone. Esso consta di un'asta che poggia sul petto di chi lo porta. La parte superiore è formata da legno ben lavorato nel mezzo del quale è appesa una campanella e al suo battaglio è legata una cordicella che gli fa battere ogni tanto un suono. Sovrasta la campanella una specie di icone, nella quale son dipinti da una parte il santo titolare della b. e dall'altra una immagine del Signore o di qualche santo. Altro privilegio delle b. minori è la cappa magna violacea che si porta sopra il rocchetto ove esiste un Capitolo cattedrale o collegiale. In estate alla cappa si sostituisce la cotta. - Vedi Tavv. LXIII-LXIV.
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Bibl.: X. Barbier de Montault, Traité pratique de la construction, de l'amoulement et de la décoration des églises, Parigi 1878: Decreto authentico S. Rituum Congreg., IV, Roma 1900. pp. 357-60; A. Molion, Basilique, in DDC, II, coll. 224-40. Pio Paschini - Silverio Mattel
## BASILICATA: v. Lucania.
BASILICI. - Grande compilazione giuridica bizantina, promulgata in greco sotto l'imperatore Leone VI il Sapiente (886-911), col titolo di Raccolta dell'intera legislazione in 60 libri (Пара̀̀̀лллвs σ u v a- γ ω γ \dot{η} \varkappa α i σ \dot{α} τ α ξ ι ς \dot{ε} v \dot{α} λ 0 ι ς β ι β λ i 0 ι ς \dot{ε} ξ \dot{η} κ o v τ α α π α \dot{α} σ η ς vop.082012c).
Quest'opera fu ideata e condotta a termine come repurgatio, cioè correzione, aggiornamento e rifusione, dell'intera opera legislativa di Giustiniano (v.) e di quella posteriore fino all'imperatore Leone VI (in particolare si tenne conto anche dell'Ecloga di Leone Isaurico e Costantino Copronimo, sebbene non esplicitamente). Questa repurgatio delle antiche fonti era in progetto e in parte attuata già al tempo di Basilio I ( 867-86 ), come da accenni in due passi, l'uno nella prefazione del Prochiro, l'altro nel proemio delI'Epanagogo. Come possiamo constatare per mezzo del testo dei B. giunto fino a noi, il materiale dato dalla legislazione anteriore, tolto tutto ciò che non era o non sembrava adatto ai tempi e alle esigenze dell'età di Basilio I e di Leone VI, fu rifuso e riportato in 60 libri a loro volta divisi in titoli (nello stesso titolo sono raccolte le materie riguardanti un medesimo istituto giuridico: de nuptiis, de legatis, de tutoribus, ecc.) muniti di rubrica e ripartiti in capitula e in themata. Nei capitula i passi tolti dalle fonti si susseguono nell'ordine che avevano in esse. Quanto alla costituzione del testo greco dei B., furono dai compilatori utilizzate a questo scopo le traduzioni, le parafrasi, gli eleborati e i lavori scolastici dovuti ai maestri di diritto del sec. vi-viI; ciò per le fonti latine giustiniance; mentre per le Novelle e la legislazione posteriore si usò per lo più il testo originale greco, o lo si rimaneggiò alquanto in qualche caso.
Il testo dei B. in parecchi codici è munito di un apparato di scoli, i quali per la massima parte sono frammenti di commentari e di parafrasi al testo del Corpus Iuris risalenti ai secc. vi-inizio del vir; ad essi furono aggiunti talvolta passi desunti da opere di scrittori di diritto dei secc. xxiI. Come carattere e disposizione, tale sistema di scoli trova completo analogia nelle cosiddette Cutene della letteratura teologica bizantina. Quanto al sostituirsi di tali Catene si B., è opinione oggi accettata che tale apparato fu aggiunto al testo posteriormente, con lo più grande probabilità nel sec. x, e successivamente, nei secc. xit-xiit, furono aggiunti gli estratti di commenti dei giuristi dei secc. x-xit. Le materie ecclesiastiche sono trattate principalmente nel 1. I, tit. I (della Trinità e fede cattolica), nel 1. III, titt. 1-4; 1. IV; 1. V, titt. 1-3 (materie di organizzazione e amministrazione della Chiesa e diritto privato ecclesiastico); 1. LX, tit. 54,20 sg. (pene per infrazioni di leggi della Chiesa e contro gli eretici). Tutte queste norme si ispirano a criteri di una rigida difesa del dogma e della disciplina della Chiesa.
I B. come si hanno oggi, per vaste lacune nello stato attuale della tradizione manoscritta, non sono completi, neanche nell'edizione più recente di G, E. Heimbach ( 6 voll., Lipsia 1833-70) con i supplementi di Zachariae von Lingenthal (ivi 1846) e di C. Ferrini e G. Mercati (ivi 1897 ).
Per questa ragione sono notevoli, al fine di avere un'idea delle parti dei B. perdute o ancora giacenti nascoste in manoscritti, i due sommari dell'opera (opera che qui ricordiamo: la Synopsis Basilicorum nuior del sec. x (ed. Zachariae von Lingenthal, Ius Graeco-Romanum, vol. VI) e più ancora il Tipucito della fine del sec. xi, di cui finora
sono stati pubblicati nei voll. 23, 51 e 107 degli Studi e Testi della biblioteca Vaticana i libri I-XII, XIII-XVIII e XXIV-XXXVIII, rispettivamente a cura di C. Ferrini e G. Mercati, di F. Dölger e di S. Hoermann e E. Seidl.
Bibl.: Cf. per tutti G. Ferrari, a. v. in Enc. Ital., VII, pp. 146147 e la bibliografia ivi; V. Arangio-Ruiz, in Scritti di diritto romano in cuore di C. Ferrini pubblicati dalla Università di Pavia, Milano 1946, pp. 98-117.
Valentino Capacci
BASILIDE. - Eretico gnostico, fiorito sotto Adriano e Antonino Pio (120-40) ad Alessandria, dove probabilmente era pure nato. Ivi egli tenne scuola e con il figlio Isidoro, che continuò poi l'opera sua, diede origine a una nuova eresia gnostica, ancora viva nel iv sec. Non sembra attendibile la notizia degli Acta Archelai, 67, che egli «predicasse anche tra i Persiani».
Scrisse un vangelo secundum Basilidem, del quale non sappiamo se fosse un'opera personale o una manipolazione di uno o più vangeli canonici; un commento allo stesso in 24 libri, e degli inni religiosi. Di queste opere non ci è restato quasi nulla; sappiamo solo che, insieme con quelle del figlio, furono gli strumenti di propaganda della sua dottrina.
La dottrina di B. secondo gli antichi era un plagio delle concezioni religiose elleniche; B. stesso e Isidoro si richiamavano alle rivelazioni di profeti barbarici come Parchor, Barchof, Bar Kabba, Cham, e di un presunto discepolo di s. Pietro, Glaucia. Di fatto il sistema basilidiano, per quanto ne sappiamo, era fortemente permeato dalle speculazioni religiose orientali.
La sua cosmologia era emanatistica. Da un ente supremo senza origine sono emanati cinque altri esseri, due dei quali, Sapienza e Potenza, creano il primo cielo e dànno origine ad altri 364 esseri con altrettanti cicli. Questo sistema divino è denominato Abraxas (v.) o Abraxax o anche Mitra, parole le cui lettere greche prese con valore di cifre dànno 363 . La soteriologia è quella comune degli gnostici. E difficile dire quale applicazione essa trovasse nella morale ufficiale della setta, giacché in questo punto sogliono essere poco concordi e attendibili i particolari degli scritti antieretici. Pare ad ogni modo che vi avessero un posto rilevante le pratiche magiche e della più bassa superstizione.
L'antropologia era nettamente dualistica. Isidoro scrisse anche un libro Sull'anima concresciuta, facendo dell'uomo un composto di due esseri antagonisti, l'uno figlio della luce e l'altro della materia. La redenzione consiste dunque nel liberare quello da questo. Il corpo di Gesù era quindi solo apparentemente materiale, e sulla croce per un gioco di prestigio ascese il Cirenco e non Gesù. La redenzione è essenzialmente intellettuale.
Molto diversa ci risulta invece la dottrina basilidiana dai Filosofumeni di Ippolito. E un sistema piuttosto evoIustantistico, per cui dal non essere primitivo spunta dapprima il "seme di tutto" e poi da questo per successive generazioni tutta una scala di esseri e cieli che formano l'Abraxas e il mondo materiale. E difficile sciogliere l'enimma di questa antitesi fra le fonti. Forse Ippolito si riferiva alle credenze dei basilidiani del suo tempo (che sappiamo essere notevolmente cambiate); forse confuse con B. gli scritti di un altro gnostico dello stesso nome.
Bibl.: Le fonti essenziali sono Ireneo, Adv. haer., I, 24: Ippolito, Philosoph., VII, 20-27; Clemente Alessandrino, Strom., passim; i frammenti superstiti si trovano pubblicati con le opere di s. Ireneo (PG 7, 1263). - Cf. H. Hilgenfeld, Die Ketzergeschichte des Urebristentums, Lipsia 1884, p. 195 sgg.; G. Bardenhower, Geschichte der altbireblichen Literatur, I, Friburgo in Br. 1913, p. 347 sgg.; H. Llewgang, Die Gessis, Lipsia 1924, p. 146 sge.; A. Omadeo, s. v. in Enc. ital., VI, p. 326 sgg. - L. Hendrix, L'hérésiange Alexandrea B., Amsterdam 1926 e G. Bardy, s. v. in DHG, V, coll. 1170-73, si fondano soprattutto sull'Ippolito dei Filosofemeni.
Antonio Ferrua
BASILIDE, santo, martire: v. potamiena e basilide, santi, martiri.
BASILIDE, santo, martire. - Di questo martire della Tuscia suburbicaria, sepolto al XII miglio del-
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l'Aurelia, presso Lorium, tra la Bottaccia e Castel di Guido, non conosciamo dati biografici attendibili; le tre composizioni agiografiche che lo riguardano sono tardive e prive di valore storico. I martirologi geronimiano e romano lo ricordano al 10 e al 12 giugno, ma i latercoli sono corrotti e incongruenti, specie nel romano. Il Capitulare evangeliorum di Würzburg (sec. viI) e di poi gli altri Capitolari romani posteriori di tipo puro lo ricordano senza consoci al 12 giugno (cf. Klauser). Il Sacramentario gelasiano del sec. viII, lo commemora allo stesso giorno premattendolo al gruppo eterogeno del vecchio gelasiano: Quirino, Nabore e Nazario, gruppo oggi ancora esistente nel Messale romano. Ci sembra che la data del dies natalis da preferire sia quella del 12 giugno. Della basilica eretta sul corpo di B. al XII miglio dell'Aurelia, citato nell'Itinerario Malmesburiense, e della chiesa «S. Basilidis in Merulana * ricordata dal Liber Pont. nella vita di Leone III, nulla è rimasto.
BibL.: Martyr. Hieronymianum, pp. 313, 315, 316; Martyr. Romanum, p. 234; Acta SS. 7 unii. II, ed. Venezia 1742, pp. 507 514: Th. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Münster 1935, pp. 29, 72, 116, 155, 178; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della Città di Roma, II, Roma 1942, pp. 152 (Ir. Malm.), 306 (Lib. Pont.): J. F. Kirsch, Le nemorie dei martiri sulla via Aurelia e Cornelia, in Miscell. F. Ehrle, II (Studi e Testi, 38), Roma 1923, pp. 86-91; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel Medio Evo, Firenze 1927, p. 208.
A. Pietro Frutaz
BASILIO, santo. - Vescovo di Cesarea di Cappadocia, n. ivi verso il 330 e m. nel 379, dottore della Chiesa.
Sommario: I. Vita. - II. Opere. - III. Pensiero teologico. - IV. Pedagogia.
Le fonti per la conoscenza della vita e dell'opera di s. B., singolarmente copiose, sono anzitutto i suoi scritti, specialmente le lettere; inoltre, l'orazione funebre composta in sua lode da s. Gregorio Nazianzeno (PG 36, 496-606) e altri scritti del medesimo; ne lasciarono un elogio anche s. Efrem (Assemàni, Opp. S. Ephr., II, 289-96); e s. Gregorio Nisseno, fratello di B. (PG 46, 787-818), che parla di lui anche in vari altri luoghi. S. Girolamo ne elenca alcune opere nel De viris illustribus, 116; e poichè B. ebbe tanta parte nella storia della Chiesa, ne fanno menzione gli storici ecclesiastici Filostorgio, Socrate, Sozomeno, Teodoreto, Rufino.
I. Vita. - Nacque da Bssilio, ricco possidente, retore e avvocato, d'una famiglia in cui la fede cristiana era radicata e gloriosa tradizione, e dalla virtuosa Emmelia. La nonna paterna, Macrina, ricordava volentieri s. Gregorio Tsumaturgo, di cui era stata fervente discepola. Ebbe cinque fratelli, tra cui Gregorio, poi vescovo di Nissa, e Pietro, vescovo di Sebaste, e cinque sorelle, delle quali ci è nota solo la primogenita, Macrina. Fatti i primi studi sotto la guida del padre, che nel frattempo sembra si fosse trasferito presso Neocesarea nel Ponto, li continuò poi a Cesarea, a Costantinopoli, ed infine per quattro o cinque anni ad Atene, che era ancora la capitale culturale del mondo ellenico e pagano, dove insegnavano fra gli altri i celebri retori lmcrio e Proeresio. Vi incontrò s. Gregorio Nazianzeno, con cui si legò d'intim1 amicizia. Al ritorno in patria, verso il 356 , accettò l'insegnamento della retorica e per qualche tempo sottivisogni di gloria; poi, soprattutto per le esortazioni della sorella Macrina, decise di darsi a vita ascetica. Probabilmente ricevette solo allora il Battesimo, ritardato secondo un diffuso costume del tempo, e intraprese nel 357-58 un viaggio per l'Egitto, la Palestina, la Siria, la Mesopotamia, con l'intento di studiarvi la vita dei monaci; poi si ritirò anch'egli nella solitudine sulle rive dell'Iris, presso Neocesarea, ove presto lo
raggiunse l'amico Gregorio di Nazianzo e si formò una comunità. Dopo 5 anni fu indotto dal vescovo di Cesarea Eusebio a ricevere l'ordinazione sacerdotale e a coadiuvarlo nel ministero; ma sorti dei dissapori, forse per gelosia da parte di quest'ultimo, eletto vescovo ancora catecumeno, senza preparazione teologica né pratica, preferì, per evitare divisioni nel clero, ritornare alla vita solitaria. Quando poi, sotto Valente, l'ortodossia parve in pericolo, i buoni uffici di Gregorio Nazianzeno ottennero il ritorno dell'amico a Cesarea, dove riprese a lavorare a fianco di Eusebio stesso per il mantenimento della vera fede e per il regolamento della liturgia, prodigandosi nel lenire le calamità d'una spaventosa carestia che afflisse la Cappadocia nel 368.
Morto Eusebio nel 370, B. fu eletto, non senza contrasti, a succedergli in quella sede metropolitana che pare contasse allora una cinquantina di sedi suffraganee. Frattanto infuriava la persecuzione ariana; Valente, che aveva fatto una breve comparsa a Cesarea nel 365 , vi ritornò nel 3710372 e fece ripetuti tentativi per indurre B. a concessioni; non osò tuttavia ricorrere alla violenza contro di lui. Altri contrasti vennero a B. dalle pretese di Antimo, vescovo di Tiana, che quando Valente divise la Cappadocia in due province, usurpò i diritti di metropolita sulle diocesi della Cappadocia seconda, di cui la sua sede diveniva il capoluogo amministrativo; e si urtò anche con l'intimo amico Gregorio Nazianzeno, che egli aveva creato vescovo della piccola città di Sasima, contesa da Antimo. Accanto all'opera di vigilanza, d'istruzione, di lotta per l'ortodossia nicena, B. diede straordinario sviluppo alla beneficenza, organizzando ospizi per l'assistenza delle varie categorie di bisognosi nelle singole circoscrizioni locali amministrate da un corepiscopo e soprattutto nel capoluogo della diocesi, ove sorse per opera sua quasi una seconda Cesarea, una città della carità, che il popolo chiamò Basiliade. Anche fuori del territorio della sua giurisdizione si estese l'opera di B., come quando nel 372, per incarico di Valente, si recò in Armenia per provvedere alle sedi episcopali colà vacanti.
Ebbe una parte di primaria importanza nelle relazioni dell'episcopato d'Oriente con quello d'Occidente a proposito della lotta contro l'arianesimo e delle particolari questioni connesse, come lo scisma d'Antiochia. Nel 371 mandò il diacono Doroteo a Roma con un memoriale in cui esponeva al papa Damaso la miseranda condizione delle Chiese orientali, chiedendo l'invio di messi che vi ristabilissero l'unità; più tardi B. e altri suoi colleghi invocarono la visita degli stessi vescovi occidentali e li pregarono di ottenere l'intervento dell'imperatore Valentiniano, ben disposto verso i cattolici, presso il fratello Valente. L'azione dei vescovi occidentali, specialmente di Damaso, sembrò troppo lenta ed inefficace a B., che se ne lamentò fortemente; nella questione di Antiochia poi lo disgustava il favore degli occidentali per il vescovo Paolino, mentre l'Oriente appoggiava Melezio. Più tardi le relazioni ritornarono cordiali. B. morì il 1^{°} genn. 379, col conforto d'aver visto prodilarsi, per l'avvento al trono di Teodosio, la vittoria dell'ortodossia, dopo aver prodigato, nella non lunga vita macerata dalle penitenze e travagliata da penose infermità, le magnifiche risorse d'intelligenza, di cuore, di saggezza pratica in una attività multiforme per la sua diocesi e per la Chiesa universale, come difensore della fede e dell'unità cattolica, come predicatore e pastore, come legislatore della vita mona-
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(let. Alineri)
Basilio, sakto - Messa di s. B. davanti all'imperatore Valente. Dipinto di P. Subieyros (1745).
Roma, basilica di S. Maria degli Angeli.
stica, come propulsore e organizzatore della carità, meritandosi, dai contemporanei e dai posteri, il titolo di «Grande». Festa il 14 giugno.
II. Oreste. - Uomo nutrito di lunghi studi e di assidua contemplazione, chiamato dalla Provvidenza a un'incessante attività di governo per cui da natura era meravigliosamente dotato, B. lasciò nei suoi scritti i sobri documenti della sua cultura, ma, soprattutto, della sua vita interiore e dell'intensa azione pastorale. Tutte le sue opere sono d'occasione, composte per soddisfare immediate necessità pratiche.
In collaborazione con s. Gregorio Nazianzeno compose, nella solitudine del Ponto (358-59), la Filocalia, antologia di passi origeniani, che non ci è pervenuta. Delle Orazioni abbiamo due gruppi di argomento esegetico: le 9 omelie sull'Esamerone e le 13 sui Salmi. Nelle prime (PG 29, 3-208), recitate durante una settimana della Quaresima, commenta l'opera della creazione fino al quinto giorno compreso. Non sappiamo per qual ragione B. non abbia spiegato anche la creazione dell'uomo. L'oratore si fonda sul senso letterale della Scrittura, senza trascurare l'allegoria, dimostrando pronta sensibilità dei bisogni e dei gusti dell'uditorio; abbondano, suggeriti dall'argomento stesso, gli esempi e le similitudini tratte dalla natura e volte all'insegnamento morale, che è lo scopo domi-
nante. B. commentò i Salmi 1, 7, 14, 28, 29, 32, 33, 44, 45,48,49,59,61,114 (PG 29, 209-494), dedicando a ciascuno un'omelia, sempre con intento prevalentemente morale. Si contano altre 24 omelie (PG 31, 163-618), non tutte sicuramente autentiche; sono di argomento esegetico (la 12ª sul principio dei Proverbi e la 16ª sulle parole «In principio erat Verbum 1); dogmatico-apologetico (la 9^{2}, Dio non è autore dei mali, la 35ª sulla fede, la 24ª contro i sabelliani, Ario e gli anomel); encomiastico (la 5ª in onore di s. Iulitta, la 17ª su s. Barlasm, ritenuta spuria, la 18ª su s. Gordio, la 19ª sui Quaranta di Sebaste, la 23ª su s. Mamante). Ma l'intento morale è predominante, o si esorti al digiuno ( 1^{°}, 2ª [contestata]), o alla conoscenza di se stesso ( 3^{°} ), o al rendimento di grazie ( 4^{°} ), o si richiamino i ricchi a considerare la vanità delle ricchezze e il dovere dell'elemosina ( 6ª, 7ª, 8ª, 21ª ), o si biasimi l'ira ( 10ª ), o l'invidia ( 11ª ), o l'ubriachezza ( 14^{°} ), o l'abuso di procrastinare il Battesimo ( 13^{°} ), o si raccomandi l'umiltà ( 20^{°} ). Particolarmente fortunata l'omelia 22ª, in realtà un trattatello, in cui s'insegna ai giovani in qual modo possano leggere con frutto i libri pagani. B. può dirsi l'instauratore della predicazione cristiana anche come opera letteraria. Egli sa trarre profitto dalla vasta cultura e dall'accurata formazione retorica: ma dai suoi discorsi emerge sempre in primo piano la figura del pastore che non perde mai di vista i bisogni delle anime e, con profondo intuito della psicologia della folla, presenta nella forma più adatta la dottrina e la morale cristiana.
Non è abbondante la produzione propriamente teologica di B., che pure fu uno dei più illustri campioni dell'ortodossia contro l'arianesimo: o gliene mancò il tempo, assorbito com'era dall'attività pratica, o non sentì molta attrattiva e gli mancò la fiducia nell'utilità della controversia. Fra il 363 e il 365 scrisse la Refutatio Apologetici impil Ennomii, in tre libri (PG 29, 497-670), contro il vescovo di Cizico che aveva condotto l'arianesimo alle estreme conseguenze d'un puro razionalismo. B. riporta i passi più importanti dell'avversario e li confuta con vigore dialettico e zelo d'apostolo, esponendo nel primo libro soprattutto il concetto di «essere ingenito: árevvęaia », dimostrando nel secondo la consustanzialità del Figlio e nel terzo quella dello Spirito Santo. Il libro De Spiritu Sancto (PG 32, 67-218), scritto nel 374, è una risposta alle accuse rivoltegli d'essere esitante circa la divinità della terza Persona. Il trattato perciò ha carattere di esposizione dogmatica e di apologia personale.
Sotto il titolo di Opere ascetiche ci è pervenuta una raccolta di scritti (PG 31, 619-1428) non tutti sicuramente basiliani. Ne costituiscono la parte centrale i Moralia, So regole morali, divise ciascuna in più capitoli, dimostrate con passi dei Nuovo Testamento, e due opere che si connettono con l'attività di B. come riformatore del monachismo. Sono raccolte di istruzioni sulla vita religiosa, in forma di risposte a quesiti, disposte senza ordine logico. La prima, Regulae fustia tractatae, fu composta nella solitudine del Ponto e comprende 55 numeri che trattano dei doveri generali del monaco; la seconda, scritta più tardi, è di 313 Regulae brevius tractatae, svolgenti una specie di casistica della vita monastica. Norme di vita ascetica si trovano poi sparse nelle orazioni e in molte lettere. L'Epistolario comprende 366 lettere (PG 32, 219-1112), fra cui alcune spurie o dubbie e altre a lui dirette, che gli editori maurini divi-
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sero in tre classi secondo l'ordine cronologico : lettere scritte prima dell'episcopato, durante l'episcopato, di data incerta. Trattano di dogma e di disciplina ecclesiastica, di particolari bisogni e interessi della Chiesa, oppure contengono esortazioni al ravvedimento o consigli di vita spirituale; altre rientrano nel genere della consolatio par la morte di persone care, oppure esprimono i sentimenti dell'amicizia, raccomandano a vari personaggi le necessità di coloro che ricorrevano al vescovo.
Riguardo alla forma, essa varia naturalmente secondo il carattere, lo scopo e il destinatario dello scritto; ma, nelle lettere più ancora che nei discorsi, B. mostra le sue qualità di scrittore esperto ed accurato. Usa una lingua elegante e pura, regolata sulle norme dell'atticismo dominante, né smentisce mai quella formazione retorica a cui aveva atteso con serio impegno e che mostra cosi efficace il suo influsso sugli scrittori cristiani del iv secolo. E in questo periodo che la seconda sofistica entra con tutte le sue risorse nella letteratura cristiana. Ma, pur osservando, nella disposizione della materia, nella scelta degli argomenti, nell'uso delle figure, nella ricerca degli effetti di suono, i precetti appresi a scuola, B. non sacrifica mai alla forma il pensiero e tende costantemente al suo fine pratico con schiettezza e vigore. Più sobrio dell'amico e condiscepolo Gregorio di Nazianzo, mentre sa variare il tono secondo le circostanze, s'attiene ad un linguaggio semplice e accessibile al popolo, ravvivando la sua esposizione con varietà di quadri, con copia di aneddoti, con vivacità di descrizioni, con vibrazioni di sentimento sincero.
Accanto alle opere sopra menzionate, la cui autenticità, a parte qualche riserva già espressa, è garantita dalle testimonianze e dagli argomenti interni, altre ci sono pervenute col nome di B. o spurie o di dubbia autenticità. Il IV ed il V libro di Adversus Eunomium (PG 29, 671-774) hanno per autore Didimo il Cieco. Il libro De virginitate (PG 30, 669-810) è oggi attribuito a Basilio d'Ancira. Non sono di B. alcune lettere, fra cui la corrispondenza con Apollinare (nn. 361-64: PG 32, 1101-1108). Sono controverse, perché ignote a Puzio, le tre prediche premesse ai Moralia, le due che precedono le Regulae, apocrife sono generalmente ritenute le Poenae e le Constitutiones asceticae, che chiudono il gruppo delle opere ascetiche. Nell'Enarratio in prophetam Isaiam (PG 30, 117-668) alcuni vedono gli appunti d'una serie di conferenze tenute da B. nel 374-75, mentre altri la attribuiscono ad un ignoto autore quasi contemporaneo, e per altri non c'è che un piccolo nucleo basiliano a cui si sovrapposero composizioni di altri scrittori. La corrispondenza con Libanio (nn. 335-59: PG 32, 1077-1100), già considerata suppositizia dei Maurini, è ritenuta autentica da altri. Per la Liturgia (PG 31, 1629-56) che porta il nome di s. B. ed è ancora usata dieci giorni dell'anno nella Chiesa greca, è difficile sceverare quanto è dovuto a B. e quanto è venuto ad aggiungersi in seguito.
III. Pensiero teologico. - Fu soprattutto la dottrina trinitaria che attirò l'attenzione di B., per la necessità di far fronte all'arianesimo dilagante. Pur sostenendo, contro il razionalismo di Eunomio, che Dio non è comprensibile da alcuna creatura (Adv. Eun., I, 14) e che occorre soprattutto attenersi alla tradizione dei Padri (ibid., I, i sg.; Hom., 24, 6), egli tenta d'illustrare il dogma con la distinzione fra oûoí e \dot{α} π \dot{α} σ τ α σ ι ς (anche π ρ \dot{σ} σ ω π o v intendendo a dovere questo termine), che prima si usava promiscuamente; e desumendo il significato di tali termini dalla filosofia platonica, concepisce la prima come l'essenza comune, la seconda come la sussistenza individuale ( E p ., 38,2, 3; 236, 6). Vuole che si affermi la proprietà delle
persone e si mantenga l'unità ( μ ° ν α ρ χ^{′} α; De Sp. S., 18, 45); le proprietà delle persone non scindono l'identità dell'essenza (Adv. Eun., II, 28). Le note distintive delle tre persone sono: nel Padre, l'essere Padre e il sussistere, lui solo, senza nessuna causa ( \dot{ε} ε μ η δ ε- μ i α ς α \dot{v} α ς ); nel Figlio, l'effulgere, solo unigenito, dall'ingenita luce e nel far conoscere per sé e con sé lo Spirito ché procede dal Padre; nello Spirito Santo, l'essere manifestato dopo il Figlio e col Figlio e l'ave. re la sussistenza dal Padre (Ep., 38, 4). In sostanza, dunque, le persone divine si distinguono fra loro in forza delle mutue relazioni ( σ χ \dot{ε} σ ι ς ). Il Figlio procede dal Padre come l'immagine perfettamente uguale di lui, per via di generazione impassibile, indivisibile, eterna, come raggio della luce, come parola che esprime perfettamente il pensiero (Adv. Eıи., II, 12.16. 28; Hom., 16, 3). Sostenendo l'ó μ ° σ \dot{σ} σ ι ς "consostanziale" niceno (Ep., 8, 3), B. è tuttavia disposto ad accettare la formola "ó μ ° ι ς α α τ^{′} oúoí α " ("simile quanto all'essenza"), purché vi si aggiunga \dot{α} σ α ρ α λ λ \dot{α} α τ ω ς ("senza alcuna differenza"), col che si ha l'equivalente dell'ó μ ° σ \dot{σ} σ ι ς (Ep., 9, 3). Difende, in tutto il trattato De Spiritu Sancto e altrove, la divinità della terza Persona e la consustansialità col Padre e col Figlio (cf., ad es., De Sp. S., 18, 45 sg.; Adv. Eun., II, 34), pur evitando, par non urtare troppo gli oppositori, di chiamarlo Dio. Quanto al modo di procedere, mentre riconosce la difficoltà d'intenderlo, afferma non solo che vi è intima unione dello Spirito Santo col Padre e col Figlio (Hom., 24, 6-7), ma anche che lo Spirito Santo procede dal Padre per mezzo del Figlio ( δ ι \dot{α} τ \dot{ε} ν μ ° ν σ γ ε ν \tilde{η} ), non per generazione, ma come "spiritus oris eius" (De Sp. S., 18, 45; Ep., 38, 4).
In cristologia, afferma che il Verbo ha assunto un vero corpo umano e solo cosi ha potuto redimerci (Ep., 261, 2); Cristo dunque non è solo uomo, ma uomo-Dio (In ps., 48, 4). Quanto al modo della redenzione, B. appare incerto: nello stesso luogo in cui sembra accettare la spiegazione del prezzo pagato al demonio, asserisce pure che Dio doveva essere placato col santo e prezioso sangue di Gesù Cristo, perché l'uomo potesse ottenere la remissione del peccato (ibid., 3-4). L'uomo, come anche l'angelo, ricevette da Dio la santificazione e la somiglianza con lui. Gli effetti della grazia santificante vengono descritti come ritorno all'immagine di Dio, elevazione, illuminazione, spiritualizzazione, oltre ai doni carismatici (De Sp. S., 9, 23; 16, 38). Adamo, ingannato dal demonio, mangiò il frutto proibito, e cosi decadde dal suo stato naturale, perdette il suo massimo bene, che era l'aderire a Dio, precipitò in ogni sorta di mali e trasmise all'umanità il peccato (Hom., 1, 3; 8,7 ; 9,6-7 ). La necessità della grazia attuale, dichiarata ripetutamente, sembra asserita anche per l'inizio della fede e della giustificazione, quando è detto che il nostro libero arbitrio è preparato dal Signore (De Sp. S., 8, 18), che non noi afferriamo Cristo per virtù nostra ma siamo afferrati da Cristo per la sua venuta (Hom., 20, 4); che il Signore ci ha prevenuti e sollevati, come si solleva sulle acque un fanciullo incapace di nuotare (In ps., 29, 2).
La fede è «l'assenso pieno ( \dot{α} δ ι \dot{α} κ ρ ι τ o ς ) a ciò che si ascolta, nella piena certezza della verità delle cose che per dono di Dio vengono predicate» (De fide, 1), ed è preceduta dalla cognizione razionale dell'esistenza di Dio per mezzo delle creature ( E p ., 235 ). Le verità da credere si attingono dalla Scrittura e dalle tradizioni non scritte (De Sp. S., 7, 16; 9, 22; 10, 25;
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27, 66 sgg.; 29, 71; 30, 77; Ep. 140, 2; 243, 2). L'efficacia del Battesimo, necessario alla salvezza come la fede (De Sp. S., 12, 28), viene non dall'acqua ma dalla presenza dello Spirito Santo (ibid., 15, 35); il Battesimo ci ristabilisce nel paradiso, ci fa ascendere al regno dei cieli e ritornare all'adozione di figli, ci dà la fiducia di chiamar Dio padre nostro, ci fa divenire consorti della grazia di Cristo, figli della luce, partecipi della gloria eterna, ci dà la pienezza d'ogni benedizione; può esser supplito dal martirio (ibid., 15, 36). La presenza del corpo e del sangue del Signore nell'Eucaristia è menzionata riportando i testi biblici (Reg. brev., 172, 309; Mor., 8, 1); la comunione quotidiana è buona e giovevole; per facilitarne la frequenza è permesso, non solo in tempo di persecuzione, ma anche ai solitari, e in certi luoghi, come ad Alessandria e in Egitto, a tutti, di conservare presso di sé l'Eucaristia dopo che il sacerdote ha compiuto il sacrificio ( E p., 93). E necessaria la confessione dei peccati a coloro che possono curarli, cioè a coloro cui fu affidata l'amministrazione dei misteri di Dio (Reg. brev., 229, 288; cf. In ps., 32, 3). Quanto all'escatologia, B. condanna risolutamente l'opinione che nega l'eternità delle pene dell'inferno (De Sp. S., 16, 40; Reg. brev., 267).
Nella morale, B. attinge largamente alla dottrina cinico-stoica, divenuta patrimonio comune, particolarmente nella forma della diatriba, specie di predicazione popolare moraleggiante che esercitò notevole influsso sulla predicazione cristiana. Combatte in particolare l'ubriachezza, l'invidia, la superbia, la cupidigia e la durezza di cuore dei ricchi, con termini che sembrerebbero negare il diritto di proprietà (Hom., 8,7 ), mentre sono piuttosto energiche le affermazioni del dovere della carità. Nel campo ascetico, presenta come stato di perfezione la vita monastica (Serm. de renunt. saec., 2, di autenticità contestata), ch'egli intende nella forma cenobitica, di cui esalta i vantaggi in confronto dell'eremitica, per la correzione dei propri difetti, l'esercizio della carità e di tutte le virtù (Reg. fus., 7; Serm. de renunt. saec., 2). Il cenobio basiliano comprende un numero di monaci modesto in confronto al cenobio di s. Facomio, e non è collegato, come quest'ultimo, in una vera organizzazione con altri monasteri. Di massima importanza è seguire docilmente il direttore spirituale (ibid., 7-4). Il monaco deve lavorare manualmente, secondo le disposizioni del superiore, per mortificarsi, per esercitare la carità verso il prossimo e per compiere la volontà di Dio (Reg. fus., 37-43); deve studiare la Scrittura, e le Regulae breves sono appunto spiegazioni ascetiche di passi biblici; deve attendere, in comunità, alla preghiera e alla salmodia, distribuita nelle diverse ore della giornata (Reg. fus., 37, 2-5). Pure insistendo sulla necessità di mortificare il corpo (Reg.fus., 17, 2; Hom., 3, 5), vuole che ciò si faccia con moderazione, tenendo presenti le necessità corporali e la preminenza della mortificazione spirituale (Reg. fus., 19, 20, 22; Reg. brev., 126, 128, 139, 196). In tal modo l'anima giungerà all'unione con Dio, sorgente d'ogni delizia (In ps., 32, 1, 4; 44, 6; 45, 2; Hom., 4, 2). Oggi ancora il monachismo orientale segue la via tracciata da s. B., sebbene egli non abbia inteso fondare ciò che oggi si chiama un ordine religioso.
Biol.: Una storia critica delle edizioni generali di s. B. fu intrapresa da D. Amand, in Revue Bénédictine, 52 (1940), pp. 140161; 53 (1941), pp. 119-51; 54 (1942), pp. 124-44; 56 (1945), pp. 126-73. La prima edizione completa fu pubblicata a Basilea nel 1532: la migliore è quella dei maurini Garnier e Maran, con traduzione latina del Garnier e empi prolegomeni, Parigi 1721-30; ri-
prodotta più volte, figura pure, con l'aggiunta di nuovi testi, in PG 29-32. Delle poche ed. parziali si hanno: C. F. Johnston, De Spiritu Sancto, Oxford 1892; R. Defertari e Mc Guire, B. B. Letters, 4 voll., Londra 1926; l'omelia ai giov