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ica urtarono i sentimenti del popolo scozzese, allora cattolico, in maniera che per evitare turbolenze, si dovette rilasciarlo libero. Con grande energia il B. provvide subito all'indipendenza della patria e alla difesa della religione. Nominato legato a latere dal papa Paolo III, nel 1544 procedette con maggiore energia e fece condannare a morte, fra altri, il predicatore protestante Giorgio Wishart, reo di avere

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ordito un complotto per assassinarlo (1546). Due mesi dopo egli stesso era ucciso dai partigiani del Wishart, stipendiati dall'Inghilterra. Il card. B. non fu esente da difetti, ma fu un grande e vero amante della religione e della sua patria e fece quanto poté per impedire la volanga protestante, causa di tante rovine della Scozia.
3. James. - N. nel 1517, m. nel 1603 a Parigi, mentre il re Giacomo andava a Londra per cingere la corona d'Inghilterra. Figlio di un fratello del card. B. Dopo i suoi studi e all'età di appena 34 anni fu eletto arcivescovo di Glasgow (1551). Non essendo ancora sacerdote, ricevette l'ordinazione sacerdotale e la consacrazione episcopale a Roma nel 1552. Ritornato in patria, durante la reggenza di Maria di Guisa, la aiuto contro i nobili scozzesi protestanti, i quali, arricchitisi con beni ecclesiastici rubati, vedevano nella pseudoriforma l'unico mezzo per poterli godere in pace. Morta la reggente nel 1560 , il B. si ritirò a Parigi, portando seco molti documenti che lasciò poi al collegio scozzese di questa città, e che, in gran parte, andarono disgraziatamente dispersi o perduti durante la Rivoluzione Francese. La rugina Maria Stuart lo nominò suo ambasciatore presso la corte di Francia. Fu anche suo consigliere ed amico sincero durante tutta la vita, rimproverandola anche dei suoi sbagli, e rimanendole fedele anche dopo la di lei forzata abdicazione nel 1567 . Nel 1574 il consiglio privato scozzese lo dichiarò ribelle e fuori legge, ma il re Giacomo VI di Scozia e I d'Inghilterra gli mantenne la sua fiducia e lo elesse suo ambasciatore presso la corte di Francia nel 1586.

La sua amicizia con la famiglia Guisa lo unì alla lega contro Enrico IV e quando la lega si sciolse, fu in pericolo di essere cacciato dalla Francia, ma lo stesso Enrico IV vi si oppose. La sua condotta fu cosi nobile durante tutte queste vicende, che, nel 1598 , cioè quasi 40 anni dopo la soppressione della religione cattolica in Scozia, il Parlamento scozzese gli restitui i suoi beni con tutti gli onori e dignità che aveva avuto, «benché non avesse mai riconosciuta la religione nuova del regno».

Bibl.: Th. Me Crie, The Story of the Reformation in Scotland, Londra 1905, pp. 17-23, D. O. Hunter-Blair, s. v. in The Cath. Enc., II, pp. 372-75. Camillo Crivelli

BEATO RENANO: v. RENANO BEATO.
BEATRICE, santa, martire: v. SIMPLICIO, FAUSTINO e BEATRICE (VIATRICE), santi, martiri.

BEATRICE della Concezione. - Mistica clarissa n. nel 1594, m. nel 1646, figlia naturale del duca di Terranova. Chiuss per forza dal padre nel monastero delle Clarisse di Salamanca (1612), si volse poi tutta a Dio e visse santamente.

Favorita di grazie di contemplazione e di estasi, scrisse 4 trattati mistici : De las hablas que haxe Dios al alma en lo más escondido del centro de ella; De otra manera de hablas más en lo exterior; De las passiones del amor; De la fé viva. Queste opere furono stampate con la biografia di B. (pp. 268-344) nel libro 3^{°} dell'opera Fundación del conserto de la Purisima Concepción de Franciscanas Descalzas de la ciudad de Salamanca (Salamanca 1696), composta dalla badessa Manuela della S.ma Trinità.

BibL.: Archivo ibero-americano, 12 (1919), p. 422; 21 (1924), pp. 409-10.

Ferdinando Diotallevi
BEATRICE I d'Este, beata. - Monaca benedettina, n. in data incerta (ca. 1191?) da Azzo VI d'Este e da una Savoia, probabilmente Sofia, figlia del conte Umberto III il Beato, nel castello d'Este, m. il 10 maggio 1226. Visse alla corte del fratello Azzo VII per alcuni anni. Intorno al 1220 si ritirò nel monastero di Sslarola e, nel 1221, fondò un monastero sotto la Regola benedettina sul Gemolo, uno dei Colli Eugnosi, e ne vestí l'abito. Qui visse gli ultimi cinque anni,
rifiutando ogni dignità e data a vita di penitenza, «ex animo divinae legis amatrix», secondo la coeva iscrizione tombale. Nel 1578 le spoglie furono trasferite in Padova, presso la chiesa di S. Sofia. Il culto fu approvato nel 1763 .

Bibl.: P. Balan, Memorie della vita della b. B. d'E., Venezia 1878.

Nello Vian
BEATRICE II d'Este, beata. - Benedettina, figlia di Azzo VII d'Este e nipote della precedente. Già vedova, secondo alcuni, entrò nel monastero di S. Stefano de Rotta a Ferrara, dove fece professione nel 1254. Con la comunità passò, alcuni anni più tardi, nel monastero di S. Antonio abate, fuori le mura della città, e vi mori il 28 febbr. 1264, all'età di ca. 33 anni. Il culto fu approvato nel 1774.

Bibl.: G. Baruffaldi, Vita della b. B. d'E., Venezia 1713.
Nello Vian
BEATRICE di Nazareth, beata. - Monaca cistercense, n. a Tirlemont ca. il 1200, m. a Notre-Dame-de-Nazareth, presso Lier (Brabante) il 28 ag. 1268. Abbracciò la vita religiosa a 17 anni nel monastero di Blocmendael, fondato da suo padre, che poi segui nelle ulteriori fondazioni di Maagdendael e di Notre-Dame-de-Nazareth (1236) dove fu priora.

Di fine cultura e privilegiata di grazie mistiche, fu una precorritrice della devozione riparatrice del S. Cuore. Sua caratteristica, infatti, è una grande devozione alla Passione del Signore, che sempre conservava presente alla sua intelligenza e la fece penetrare nel Cuore del Maestro, che l'attirava a sé, la rinchiudeva nella sua ferita e là ella sentiva gli avvertimenti spirituali, le promesse, i desideri del Divino Riparatore.

Ci rimane di lei: Von seven Manieren van Minne (Lovanio 1926), dove descrive i diversi gradi di ascensione di un'anima verso l'amore di unione mistica con Dio, che richiama le sette dimore dell'anima di s. Teresa. B. ebbe anche l'abitudine di scrivere le sue esperienze spirituali, intercalandole con piccoli trattati di argomenti ascetici e mistici, che formarono, dopo la sua morte, una specie di autobiografia che serví di fondamento a W. von Afflighem, abate di St-Trond, per una Vita scritta in latino e pubblicata con varie omissioni e senza prologo, da C. Henriquez con il titolo: Quinque prudentes virgines (Anversa 1700).

Bibl.: L. Reijpans e J. van Mierlo, Een nieuwe schrijfster uit de eerste helft der XIII envo, in Dietsche Warande en Belfort, 1925, pp. 352-77; id., Bentrijs van Nazareth Seven Manieren van Minne, Lovanio 1926, con ampia introduzione; J. van Mierlo, s. v. in DSp. I. coll. 1310-14. Celestino Testore

BEATRICE de Silva Meneses, beata. - N. a Ceuta (1424) da nobili portoghesi. Sorella del b. Amedeo. Dama d'onore di Isabella di Portogallo, regina di Castiglia dal 1447, si ritirò qualche tempo dopo nel monastero cistercense di Toledo. In questo città l'anno 1484 fondò l'Ordine delle Concezioniste, approvato da Innocenzo VIII (1489). M. nel 1490 (o secondo altri, nell'estate del 1491). Il suo culto fu approvato il 28 luglio 1926. L'Ordine francescano celebra la sua festa il 18 ag.

Bibl.: E. Gelin, Relatio de vita et virtutibus b. Beatricis de S., in Acta Ordinis Fratrum Minorum, 28 (1909), pp. 467-470; AAS, 18 (1926), pp. 496-99; R. Conde, Vida de la b. Beatrice de S., 1931; C. Silva-Tarouca, s. v. in Enc. Ital., VI, p. 446. Giovanni Meseguer

BEATRICE di Toscana. - Marchesa, n. in Lorena verso il 1015, m. a Pisa il 28 apr. 1076. Figlia di Federico duca dell'Alta Lorena, e rimasta presto orfana di ambedue i genitori, venne accolta, insieme con la sorella Sofia, dalla zia, imperatrice Gisella, moglie di Corrado II il Salico. Alla corte imperiale poté acquistare grande esperienza politica che esercitò poi contro il cugino Enrico III, quando, sposa-

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tasi nel 1036 con Bonifacio di Toscana, indusse il marito ad allearsi con altri potenti signori e, con l'appoggio di questi, a ribellarsi apertamente all'imperatore nel 1047. Mortole il marito nel 1052, sposò, con audace colpo politico, il cugino Goffredo il Barbuto, noto nemico di Enrico III, e questi allora, adegnato, imprigionò la fiera marchese e la condusse al suo seguito in Germania. Alla morte dell'imperatore, B. fu rimandato libera in Italia dalla reggente Agnese (ro56). Perduto il marito (ro69) essa e la figlia Matilde si posero interamente al servizio del Papa; e le lettere di Gregorio VII dimostrano che questi le contava come le ausiliarie più fedeli.

Bist.: A. Overmann, Gräfin Mathilde von Tuscien, Innsbruck 1805; A. Falce, Bonifacio di Cannata padre di Matilde, I: Storia, II : Regesto, Reggio Emilia 1926-27; N. Grimaldi, La contesa Matilde e la sua stirpe, Firenze 1928. Emma Santovito

BEATTY, Chester, papiri. - Lotto di 12 gruppi di papiri greci, acquistati nel 1930 e 1931 in Egitto da A. Chester B., provenienti forse dalle rovine di un monastero locale cristiano non identificato, conservati nella collezione di B. a Londra e pubblicati negli anni 1933-37 da Frederic George Kenyon del museo Britannico. La scoperta di questi papiri fu la più sensazionsle delle scoperte di antichi testi biblici dopo quella del Codice sinaitico.

Il contenuto è il seguente : Nuovo Testamento. - Pap. I (sigla: P 45) : 50 fogli contesti dei a Vangeli e degli Atti, superstiti di un codice di 110 fogli o 220 pagine numerate, scritto forse nella prima metà del sec. III e contenente i a Vangeli e gli Atti. Un altro foglio di questo codice si trova a Vienna, pubblicato nel 1933 da H. Gerstinger.

Pap. II (sigla P 46) : 86 fogli in ottima condizione con la maggior parte delle seguenti epistole di s. Paolo: Rom., Hebr., I e II Cor., Eph., Gal., Phil., Col., I Thess. Di questi 86 fogli, 56 fogli si trovano a Londra nella collezione di Ch. B. e 30 fogli a Ann Arbor nell'Università di Michigan, pubblicati nel 1935 da H. A. Sanders. Il codice di cui restano questi fogli, scritto nella prima metà del sec. III, aveva 104 fogli e conteneva tutte le lettere pasline, ad eccezione, per quanto pare, delle lettere pastorali.

Pap. III (sigla : P 47) : io fogli di un codice del in sec., contenente Apoc.

Vecchio Testamento. - Pap. IV (sigla: 961) : fogli di un codice di 66 fogli del sec. iv, contenente Gen.

Pap. V (sigla: 962) : 22 fogli di un codice di 84 fogli del sec. in, contenente anch'esso Gen. Questi due manoscritti di Gen. hanno speciale importanza, perché manca la maggior parte del Gen. nei grandi codici vaticano (B) e sinaitico (S).

Pap. VI (sigla: 963) : parti sostanziali di 33 fogli, e frammenti identificati di altri 22 fogli di un codice di 108 fogli del sec. II, contenente Num. e Deut. Questo papiro è il più antico di tutta la collezione.

Pap. VII (sigla: 965) : frammenti di 33 fogli di un codice di 104 fogli della prima metà del sec. in, contenente I_{2}.

Pap. VIII (sigla: 966) : frammenti di 2 fogli di un codice della fine del sec. II e dell'inizio del in sec., contenente Ier.

Pap. IX e X : Di un codice di forse 118 fogli della prima metà del sec. in sono superstiti 29 fogli di Ez. e 8 fogli di Esth. e 13 fogli mutilati di Dan. (sigla: 968), 8 dei 29 fogli di Ex. sono di Ch. B. e 21 di J. H. Scheide, essendo depositati nell'Università di Princeton e pubblicati nel 1938 da Johnson, Gehman e Kase. Il papiro di Dan. ha un'importanza tutta speciale, perché contrava a tutti gli altri codici greci e alla Volgata; non ci dà la versione fatta da Teodozione, ma la versione dei Settanta conservata soltanto in un codice greco del sec. x e in una versione sirisca.

Pap. XI (sigla: 964) : I foglio e mezzo del sec. iv, contenente Eccli.

Pap. XII : 8 fogli (di Ch. B.) e 6 fogli (dell'Università di Michigan) sono di un codice del sec. iv o v, contenente il libro apocrifo di Henoch, molto popolare nell'antichità e citato nella epistola canonica di Giuda, ed un'omelia di Melitone di Sardi (sec. II).

L' importanza di questi papiri è assai grande : a) per la loro mole, generalmente assai ampia, ed in generale per il loro ottimo stato di conservazione; b ) per la forma che hanno, non di rotolo, ma di quaderno o codex, che sembra propria dei Cristiani; c) per le abbreviazioni dei nomius sacra che appaiono essere state già in uso al tempo di Adriano; d) per la loro età, che per la maggior parte dei papiri risaleal sec. III, e per il papiro VI persino al sec. II. Ci fanno conoscere la condizione in cui era il sacro testo
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(da F. G. Kenyon, The Chester Beatty Biblical Papyri, London Hill, fasc. I, loc. IV) Beatty, Chester, papiri - Papiro IV, Gen. 23, 13-27 (sec. iv). British Museum.
un secolo prima dei più antichi Codici vaticano (B) e sinaitico (S).

Bist.: Edizioni dei testi: Pap. I-XI: Fr. G. Kenyon, The Ch. B. Biblical Papyri. Descriptions and Texts of twelve Manuscripts on Papyrus of the Greek Bible, 8 voll., Londra 1933-37. Pap. I: H. Gerstinger, Ein Fragment des Ch. B. Evangelienhodex in der Papyrusammlung der Nationalbibliothek in Wien, in Aegyptus, 13 (1935), pp. 67-72. Pap. II : H. A. Sanders, A ThirdCentury Papyrus Codex of the Epistles of Paul, Ann Arbor 1935. Pap. IX: A. C. Johnson - H. S. German - E. H. Kase, The John H. Scheide Papyri Ezekiel, Princeton 1938. - Altri studi : Fr. G. Kenyon, Recent Developments in the Textual Criticism of the Greek Bible, Londra 1933; id., Nomina sacra in the Ch. B. Papyrus, in Aegyptus, 13 (1935), pp. 5-17; id., The Story of the Bible, Londra 1936; id., The Text of the Greek Bible, ivi 1937; id., Our Bible and the Ancient Manuscripts, ivi 1939; H. A. Sanders, The B. Papyrus of Revelation and Heshier's Edition, in Journ. Bibl. Lit., 53 (1934), pp. 371-80; id., Some Fragments of the oldest B. Papyrus in the Michigan Collection, in Proceedings of the Amer. Philos. Society, 75 (1935. iv), pp. 313324; M. J. Lagrange, Les Papyrus Ch. B. pour les Evanailes, in Rev. bibl., 45 (1934), pp. 5-41; J. Schmid, Der Apokalypsetext des Ch. B. Papyrus P_{47}, in Byzant.-Neugriech. Jahrblicher, Atene 1935, pp. 81-108; P. Collomp, Les Papyrus Ch. B. Observations bibliologiques, in Rev. hist. phil. relig., 14 (1934), pp. 130-43; E. R. Smuthers, Les papyrus B. de la Bible grecque, in Recherches de science religieuse, 24 (1934), pp. 12-34; A. Merk, Codex Evangeliorum et Actuum in papyris Ch. B., in Miscellanea Biblica, II, Roma 1934, pp. 372-406; F. W. Beare, The Ch. B. Biblical Papyri, in Chronique d'Egypte, 23 (1937), pp. 81-91; id., The Text of the Epistle to the Hebrews in P46, in Journ. of Bibl.

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Lit., 63 (1944), pp. 379-96; A. Allgeier, Die Ch. B.-Papyri zum Peatateuch, Paderborn 1938; H. C. Hoskier, Appendix to an Article on the Ch. B.-Papyrus of the Pauline Epistles, Oxford 1937; id., A Commentary on the Varian Readings in the Text of the Epistle to the Hebrews in the Ch. B. Papyrus P_{4} 6 (ca. 200 A. D.), Londra 1938; C. C. Tarelli, The Ch. B. Papyrus and the Western and Byzantine Texts, in 7ourn. Theol. Stud., 41 (1940), pp. 233-60; id., Some further linguistic aspects of the Ch. B. Papyrus of the Gospels, ibid., 43 (1942), pp. 19-25; H. F. D. Sparks, The Order of the Epistles in P_{4} 6, ibid., 42 (1941), p. 180 ; G. D. Kilpatrick, The Ch. B. Papyrus P 46 and Hebrews 11, 4, ibid., 41 (1940), p. 68; id., Western Text and Original Text in the Gospels and Acts, ibid., 44 (1943), pp. 24-36.

Ernesto Vogt - Aristide Calderini
BEAUCAIRE DE PEGUILLON, François de. Teologo e storico, n. a Cresté il 15 apr. 1514, m. il 14 febbr. 1591. Eletto vescovo di Metz nel 1555, si recò nel nov. del 1562 insieme con il card. Carlo di Lorena ed altri vescovi francesi al Concilio di Trento, dove prese parte alle discussioni, sostenendo con calda eloquenza le tesi che i vescovi derivano direttamente da Dio la loro autorità e che l'autorità del Papa non è assoluta. Curò la redazione del decreto concernente il matrimonio clandestino, inserito poi negli atti del Concilio. Ritornato in diocesi l'anno seguente, si oppose ai progressi del calvinismo, pubblicando anche un opuscolo con cui ne confutava gli errori. Ma le agitazioni dei protestanti lo costrinsero nel 1568 a lasciare la diocesi e a ritirarsi nella calma del suo castello nativo, dove attese alla compilazione di un'opera voluminosa: Rerum Gallicarum commentaria ab anno 1464 ad annum 1580 (Lione 1625), la quale però arriva di fatto solo fino al 1566.

Bibl.: J. B. Pelt, s. v. in DThC, II, coll. s18-20 con bibl. Cosimo Petino
BEAUCOUSIN, Richard. - Certosino, n. a Parigi nel 156 r , m. in concetto di santità nella certosa di Cahors l'8 ag. 16ro. Terminati gli studi di giurisprudenza, entrò nella certosa, di Vauvert, a Parigi, e nel 1591 emise i voti religiosi. La sua pietà e scienza mistica furono presto conosciute anche fuori del monastero, tanto che da ogni parte si veniva a consultarlo, perché era stimato come il direttore più santo e sicuro di Parigi.

Lo chiamavano "l'occhio dei contemplativi ". S. Francesco di Sales, s. Vincenzo de'Paoli, Pierre de Bérulle, il futuro cardinale, lo ebbero direttore o consigliere; il card. de Sourdis ammirava tanto le sue virtù che volle fondare una certosa a Bordeaux. Diresse spiritualmente la b. Maria dell'Incarnazione (Madame Acarie) e la consigliò d'introdurre le Carmelitane riformate in Francia. Fu priore della certosa di Cahors e convisitatore della provincia di Aquitania. Giovanni B. Maillet ne scrisse la biografia, che si trova nella biblioteca di Ajaccio (dono del card. Fesch).

Scrisse diverse opere di spiritualità (inedite) e tradusse in francese l'opuscolo di Ruysbroek, Ornamentum nuptiarum spiritualium (Tolosa 1606).

Birl.: Scriptores S. Ord. Cart., I, pp. 1-2 (ms. dell'Archivio della Grande Chartreuse); L. Levasseur, Ephemerides Ord. Cart., 3 (1891), pp. 46-51; J. B. Boucher, Vie de la b.se Marie de l'Incarnation, Parigi 1854, pp. 141-44; Enc. cartusienne, V, pp. 41-43 (ms. della Grande Chartreuse); H. Huijben, in Via spirituelle, supplément, 26 (1931), pp. 21-46; id., s. v. in DHG, VII coll. 122-23.

Gabriele Costa
BEAUDENOM, Léopold. - Scrittore ascetico, n. a T'ulle il 23 nov. 1840 , m. a Puteaux il 21 dic. 1916. Direttore spirituale molto ricercato, cappellano delle Orsoline, per assecondare il desiderio di essere missionario, entrò nel 1875 dai Maristi; ma non poté continuare per la malferma salute. Tornato cappellano di varie comunità, dovette per esaurimento ritirarsi a Puteaux, dove, nei vent'anni che gli rimasero, scrisse le sue opere ascetiche, intonate ai metodi e alle dottrine di s. Ignazio e di s. Francesco di Sales,
e volle, per umiltà, che comparissero anonime fino alla sua morte.

Formation d l'humilité et par elle aux autres vertus (Parigi 1897; vers. it. Torino 1938); Pratique de l'examen particulier d'après s. Ignace (ivi 1898); Pratique progressive de la confession et de la direction (2 voll., ivi 1900; vers. it. Torino 1935-40); Les sources de la pieté (ivi 1908, vers. it. Torino 1938); che forma come la terza parte dell'opera precedente; Formation morale et religione de la jeune fille (2 voll., ivi 1906-11; vers. it. Torino s. d.); Méditations affectives pratiques sur l'Evangile (4 voll., ivi 1912-18, il 4^{°} postumo; vers. it. Firenze 1939). Il B. avrebbe voluto aggiungerne un 5^{°} sui misteri della risurrezione. Altre opere postume: Lettres de direction (Parigi 1919); Orientation de l'âme vers la perfection (ivi 1929).

Bibl: Anon., M. le Chanoine B., in Lettres de Direction, Parigi 1919, pp. v-sLV; A. Boucher, s. v. in DStn. I, coll. 13121319.

Cebosina Tronce
BEAUFORT, Henry - Cardinale fratello di Enrico IV di Inghilterra, n. nel 1377, m. nel 1447. Rappresentò una parte importantissima nella vita politica inglese. Entrò nella carriera ecclesiastica e fu, nel 1398 , consacrato vescovo di Lincoln. Nel 1403 fu nominato cancelliere; lasciò l'ufficio l'anno successivo, promosso alla sede vescovile di Winchester. Ebbe grande influenza sul principe di Galles, che, salito nel 1413 al trono (Enrico V), lo chiamò di nuovo al cancellerato. Quattro anni dopo lasciò di nuovo l'ufficio e partecipò al Concilio di Costanza dove arrivò nel sett. 1417, quando si disputava a proposito della riforma e dell'elezione del nuovo Papa. Riusci a mettere d'accordo l'imperatore Sigismondo ed i membri del concilio; sicchè nella sessione XXXV (9 ott.) si promulgarono alcuni canoni; fu quindi fra gli elettori di Martino V. Questi lo avrebbe voluto cardinale, ma il B. dové rifiutare per il veto posto dal suo re.

Nel 1424, sotto Enrico VI, divenne cancelliere per la terza volta, ma dovette affrontare una lunga e sorda lotta mossagli dal suo nipote, duca di Gloucester, reggente durante la minore età del re. Il B. riusci a dimostrare infondate le accuse, ma volle ugualmente dimettersi da cancelliere.

Il papa Martino V gli offrì di nuovo (1426) il cappello cardinalizio, che Enrico questa volta accettò. Nel 1427 fu nominato legato pontificio per la Germania, l'Ungheria e la Boemia, contro gli usubi, incarico che cessò nel 1431 con la morte di Martino V.

Nel 1431 incoronò re di Francia Enrico VI, con fastoso rito, nella cattedrale di Parigi. Nel 1435 prese parte al congresso di Arras, riunito per cercare, senza riuscirvi, una via di pace con la Francia. Fece parte del tribunale che condannò al rogo Giovanna d'Arco.

Bibl.: L. B. Radford, H. B., Londra 1908; HefeleLeclercq, VII, p. 458 sgg. Carmina Starace

BEAULIEU, Bernard-Louis. - Missionario nella Corea, n. l'8 ott. 1840 a Langon (Francia), entrato alle missioni estere di Parigi nel 1863 e ordinato sacerdote nel 1864, partì per la Corea con il Bretennière (v.); dopo un breve soggiorno in Manciuria, penetrò nella Corea nel 1865, studiò la lingua e fu incaricato di un piccolo distretto non lungi dalla capitale, quando scoppiò la persecuzione del 1866. Arrestato su denuncia del suo servo, fu imprigionato a Seul, subì la tortura e fu condannato alla decapitazione, che avvenne l'8 marzo 1866. Con lui furono martirizzati il vescovo mons. Berneux, e i confratelli Giusto di Bretennière e Dorie. Da giovane studente aveva redatto, per il volume La salle des martyrs (Parigi 1865) la sezione intitolata Notice sur les martyrs (pp. 63-432).

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(Deauneveu, Andrè - Salterio del duca di Berry (fine sec. xiv-inizio xv) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. fr. 13091.

BibL.: P. G. Deydon, Vie de B.-L. B., Bordeaux 1868, 2^{2} ed. (con la corrispondenza), ivi 1894: A. Launay, Mémorial de la société des missions civongives, II, Parigi 1918, pp. 31-32.

BEAUMONT, Christophe de. - Arcivescovo di Parigi, n. nel 1703, m. a Parigi il 12 dic. 1781, esemplare per il rigore dei costumi, per il grande spirito di fede e per la profonda devozione al sovrano. Fu dapprima nominato canonico e conte di Lione, poi, nel 1741, consacrato vescovo di Baiona; nel 1745 arcivescovo di Vienne e, l'anno successivo, fu promosso alla sede di Parigi. Celebre è rimasta la sua disputa teologica contro i giansenisti, circa la bolla pontificia che condannava l'opera del p. Du Quesnel intitolata Réflexions morales. Sostenne altresì vivaci polemiche con alcuni filosofi e scrisse varie ordinanze contro libri - fra cui l'Emile - di J. J. Rousseau che gli pareva scalzassero le basi della religione e dello Stato. Questo suo atteggiamento gli suscitò contro l'opposizione violenta del Parlamento, tanto che Luigi XV, per sottrarlo alle persecuzioni, lo esiliò prima al Castello di La Roque, nel Périgord, poi a Conflans ed infine in un monastero di Trappisti. Nessuna minaccia valse a piegarlo davanti ai suoi avversari.

Il B., rigidissimo contro i giansenisti, era invece ammirevole in privato per la sua moderazione, per il suo temperamento mite e per la grande carità verso il prossimo. Si dedicò con zelo generoso alla direzione della sua diocesi fino agli ultimi giorni di sua vita. Ci resta di lui un Recueil de mandements, lettres et instructions pastorales.

BibL.: E. Règnault, C. de B., Parigi 1882: A. Lesort, s. v. in DHG, VII, coll. 204-206.

Carmine Starace

BEAUNEVEU, André. - Pittore, miniatore, scultore, forse architetto, n. in Francia, lavorò tra il 1360 ed il 1403 anche in Fiandra ed in Inghilterra: nel castello di Barr per Iolanda, signora di Cassel (1360), a Valenciennes (1361-62 e 1374), a Malines (1374-75; 1383-84), a Ypres (1377), a Cambrai (1378).

Le opere che gli possono essere attribuite con sicurezza sono le statue funebri (abbazia di S. Denis) ordinategli nel 1364 da Carlo V, e le ventiquattro deliziose miniature del Salterio del duca di Berry (biblioteca Ncz. di Parigi). E invece rimasta interrotta la tomba del conte L. di Mâle (Courtrai, chiesa di Notre-Dime), iniziata nel 1374.

Il suo stile, pur essendo nella scia del tardo gotico, ha spunti realistici di grande efficacia.

BibL.: R. De Lasteyrie, Les miniatures d'A. B. et de Jacquemart de Hesdin, in Monuments et mémoires publiés par l'Académie des inscriptions et belles lettres, 3 (Parigi 1896), p. 71: P. Durvieu, s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 121-22.

Fabia Borroni
BEAUVAIS, DIOCESI di. - Nel nord-est della Francia, capoluogo del dipartimento dell'Oise alla confluenza dei fiumi Thérain e Avelon. In una superfice di kmq. 5845 , conta 396.724 ab. dei quali 394.500 cattolici; è divisa in 551 parrocchie con 361 sacerdoti secolari e 15 regolari (1949). Patrono della diocesi è s. Luciano martire.

Fece parte della seconda provincia belgica, ma dell'età romana non restano che avanzi termali. Il primo vescovo di cui si conosce la data è Marino dell'anno 632; ma la successione dei vescovi di B. tanto per il periodo romano che per quello merovingico non si può documentare; alcuni vescovi dei secc. viI-viII sono noti solo da documenti : i loro nomi non appaiono mai nei concili prima

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della metà del sec. viII. La Costituente fece di B. una diocesi dipartimentale con Rouen per metropoli. Il concordato la soppresse, annettendola ad Amiens. Fu ristabilita nel 1823, di nuovo come suffraganea di Reims. Pio IX con breve del 12 apr. 1854 conferì al vescovo di B. il diritto di assumere anche i titoli delle due diocesi soppresse di Noyon e di Senlis. Fu arcivescovo di B. il b. Francesco Giuseppe de la Rochefoucauld (v.), martirizzato nel 1792.

Numerose furono le abbozie nelle diocesi di B. La più celebre è quella benedettina di S. Sinforiano, eretta nel sec. x dal vescovo Drogone nel luogo dove sorgeva un antico oratorio; bruciata e restaurata tre volte, trasformata in commenda all'inizio del sec. xvı, ne restano oggi solo avanzi del chiostro e d'una facciata. L'abbazia di S. Quintino dell'Ordine agostiniano, eretta nel 1067 e dedicata nel 1069 (primo abate Ivo di Chartres), fu mutata in commenda nel sec. xvı e venduta nel 1791; la chiesa venne poi demolita.

Il più antico edificio religioso di B. è Notre-Dame de la Basse-Oeuvre, in cui restano grandi pilastri quadrati della fine del sec. x; la facciata è del sec. xI e il portale del xiII. Vicino sta la cattedrale, S. Pietro, fondata dal vescovo Ugo alla metà del sec. Ix, continuata nel sec. xI, incendiata poi due volte, ricostruita ancora e crollata nel 1284. Vennero ripresi i lavori nel 1337, poi sospesi e ricominciati nel 1390. Nell'insieme costituisce una delle più belle costruzioni gotiche per l'altezza della sua nave centrale; il transetto è del sec. xvi, le vstrate dei secc. xivxvi. L'episcopio è preceduto da un portale con due torri a due piani del 1306, il resto appartiene all'inizio del sec. xVI; oggi è adibito a palazzo di Grustizia. Chiesa di S. Stefano. Costruita in parte al disopra di un edificio termale romano, offre nell'interno la nave del sec. xir, mentre il coro e le vetrate sono del sec. xvi. All'esterno un rosone contiene la ruota della fortuia. - Vedi Tav. LXX.

Bibl.: G. Dejardins, Histoire de la cattedrale de B., B.cu. vais 1869 ; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'uzienne Gaule, III, Parigi 1912, pp. 119-22, 143-44, 151-52; V. Leblond, La cattedrale de B., ivi 1926; J. Hubert, L'art pré-roman, ivi 1038, pp. 35-36, 90-163, 178; J. Béreux, s. v. in DHG, VII, coll. 255302.

Enrico Josi
BEAUZÉE, Nicolas. - Grammatico ed apologista francese, n. a Verdun il 9 maggio 1717, m. a Parigi il 25 genn. 1789. La fama del B. è legata ai suoi studi di grammatica e di linguistica. Difatti, dopo la morte del Dumarsais, egli fu incaricato di redigere per l'Encyclopédie gli articoli di grammatica, che più tardi raccolse e pubblicò in 3 voll. insieme con gli articoli di letteratura del Marmontel.

Scrisse anche una Grammaire générale, ou Exposition raisonnée des éléments nécessaires du langage pour servir de fondement à l'étude de toutes les langues (Parigi 1767). Il B. va specialmente ricordato per l'opera apologetica : Exposition abrégée des preuves historiques de la religion pour servir d'apologie contre les sophismes de l'irréligion (Parigi 1747), da lui composta all'età di 29 anni e che il Migne incluse nelle sue Démonstrations évangéliques.

Bibl.: J. M. Quérard, La France littéraire, I, Parigi 1827, p. 248; R. Samuel, s. v. in La Grande Encycl., V, p. 1084; C. Toussaint, s. v. in DThC, II, coll. 521. Francesco Cespino

BEBO di Bamberg. - Disconn del sec. xi, probabilmente membro della celebre «Schola Bambergensis fondata da s. Enrico imperatore. Presente al solenne incontro tra papa B nedetto VIII e Enrico II a Bambergs (1020) ricevette da quest'ultimo l'incarico di trasccrivere opere antiche. Nel 1021 gli inviò le Expositiones S. Hieronymi in Isaian e gli ultimi otto libri dei Moralia di s. Gregorio Mıgno.

Alle Expositiones premeite una lettera ("Divo Henrico claritate virtutum clarissimo augustorum B. suus"), in cui tra altro difende le attribuzioni dei disconi ed espone i sette doni dello Spirito Santo, aggiungendo poi due
carmi all'indirizzo dell'imperatore. Ai Moralia fa seguire un'altra lettera più breve ("Ecce partem Moralium quam petisti, Caesar, tibi carissime tribuo»). Queste lettere si trovano nei codd. Bamberg. B IV 18, fol. 1-7, c Bamberg. B V 6, fol. 172 b, e sono stampate in S. Hirsch, Jahrbücher des Deutschen Reiches unter Heinrich II, I (Lipsia 1862), pp. 527-53.

Bibl.: J. Loosborn, Die Geschichte des Bistums Bamberg, I, Monaco 1886, p. 285; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, ivi 1923, pp. 706-708.

Adalberto Metzinger
BECANUS, Martinus. - Teologo e controversista gesuita, n. il 6 genn. 1563 a Hilvarenbeek (Olanda; donde prese il nome; il gentilizio sarebbe stato Schellehens), m. a Vienna il 24 genn. 1624. Già alunno del collegio di Colonia, donde uscì magister artium, entrò il 22 marzo 1583 nel noviziato della provincia renana della Compagnia di Gesù. Terminata la sua formazione teologica, fu applicato all'insegnamento della filosofia a Colonia ( 1590-93 ) e quindi della teologia per oltre due decenni, prima a Colonia, poi a Würzburg, Magonza e infine a Vienna (1614-19). Per motivi di salute, dovette lasciare la cattedra e trasferirsi a Magonza; fu però ben presto chiamato alla corte di Vienna per succedere al p. Bartolomeo Villery come confessore di Ferdinando II. Come consigliere di Ferdinando, B. si adoperò presso la corte papale per giustificare l'operato del sovrano obbligato a muoversi tra enormi difficoltà. Lo stesso B. fu coinvolto (1620) nella questione della tolleranza verso i protestanti d'Austria, avendo, con un consiglio di teologi, dato responso favorevole, poste le circostanze, circa l'applicazione della confessione di Augusta in Au-1.., concessa poco dopo dall'imperatore.

Ma il nome del B. resta soprattutto legato alla storia della teologia e della controversia religiosa. Scrisse molto e fu molto letto, come provano le numerose edizioni di alcuni suoi libri, ma anche molto osteggiato, specialmente dai calvinisti nei quali egli vedeva allora il pericolo più urgente per la Chiesa. Alcuni dei tanti opuscoli anticalvinisti uscito dalla sua penna furono riuniti in volume: Enchiridion variarum disputationum... contra Calvinistas (Magonza 1606). In questa polemica, ebbe pure a cuore di difendere la Chiesa e la Compagnia di Gesù dall'accusa d'intolleranza e di spergiuro verso gli enerodossi: De fide haereticis praestanda (ivi 1608). Gli Aphorismi doctrinae Calvinistarum (ivi 1608), hanno dato occasione al Sabatier di accusarlo, ma a torto, di falsa citazione di Calvino. Prese pure parte alla polemica tra Giacomo I d'Inghilterra e s. Roberto Bellarmino sui limiti della potestà regia e papale: Serenissimi Jacobi Angliae apologia... refutatio (ivi 1609); Refutatio torturae torti... (ivi 1610); Controversia anglicana de potestate regis et pontificis (ivi 1612); quest'ultima opera fu colpita un anno dopo dall'Indice ( 13 genn. 1613) «donec corrigatur», non per ragioni dottrinali, ma per timore di complicazioni con i Parlamenti francesi.

Le opere maggiori del B. sono: Theologia scholastica (4 voll., ivi 1612-14), caratterizzate per chiarczza di esposizione ed efficacia di linguaggio; per la dottrina segue Suárez, ma senza servilismo; Manuale controversiarum (Würzburg 1623), che ebbe numerose edizioni e fu anche tradotto. Il successo di quest'opera fu però superato dal Compendium manualis controversiarum edito lo stesso anno a Magonza, raccomandato pure da s. Vincenzo de' Paoli. Che abbia colto nel segno, si può concluderlo dal numero degli Antibecanus che i protestanti gli opposero. In un genere assai diverso, un altro scritto del B. incontrò un favore attestato da più di trenta edizioni : Analogia veteris ac novi testamenti (Magonza 1620); fu ripreso nel Cursus scripturae sacrae del Migne (II, Parigi 1840, coll. 9-698).

Bibl.: Sammensgel, I, 1091-1111; VIII, 1789-90; J. Brocker, s. v. in DThC, II, coll. 251-53; E. Lamalle, s. v. in DHG, VII, coll. 641-44; B. Dudik, Correspondenz Kaisers Ferdi-

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(fol. Alinari)
S. CATERINA RICEVE LE STIMMATE

Siena, Accademia di Belle Arti.

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GESU DEPOSTO DALLA CROCE
Modena, chiesa di S. Francesco.

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nand II... mit P. M. B. und P. Wilhelm Lamormaini..., in Archiv f. äterr. Geschichte, 54 (1876): B. Duhr, Jesuitenfabeln, 3* ed., Friburgo in Br. 1899, pp. 144-46, 184-87, 649-51; id., Geschichte der Jesuiten in den Ländern deutscher Zange, II, 1, ivi 1913, pp. 452 455; II, pp. 216-25, 365-80 e passim (il più completo); H. Fouquente, Hist. de la Compagnie de Jésus en France, III, Pariai 1922, pp. 301-305. Edmondo Lamalle

BECCADELLI, ANTONIO detto il PANOBMITA. Umanista, n. nel 1394 a Palermo (da cui il soprannome di F.), da famiglia bolognese, m. nel 1471. Lasciò ben presto la città natale per attendere agli studi legali a Siena (1420), a Pistoia, a Firenze. Peregrinò quindi fra studi e svaghi a Bologna e Pavia.

E di questo periodo l'opera sua più nota: Hermaphroditus, due libri di epigrammi latini, in un latino abbastanza agile (Marziale, Catullo, Properzio e Ovidio sono i suoi principali maestri), e di intonazione prevalentemente licenziosa. Il successo fu grande: lo stesso Guerino scrisse un elogio, che venne premesso al libretto; numerosi anche però furono i biasimi e le invettive.

A Pavia il B. si fece amici vari umanisti, come Maffeo Vegio e Lorenzo Valla; scrisse allora i quattro libri delle Epistolae gallicae nelle quali ci appare scrittore brillante e spensierato. E a questa immagine di lui si ispirò il Valla, quando lo pose, in veste di difensore dell'epicureismo, tra gli interlocutori del suo De voluptate.

Nel 1434 Alfonso d'Aragona, «gran lume delle lettere", come lo chiama Vespasiano da Bisticci, lo invitò alla corte di Napoli, e gli diede poi continue prove della sua liberalità, colmandolo di doni e nominandolo suo consigliere prima, ambasciatore e segretario infine; tale carica gli fu confermata anche dal re Ferdinando, successore di Alfonso. A Napoli, oltre le Epistolae campanae, il B. compone anche quattro libri De dictis et factis Alphami regis Aragonum, abbondante raccolta di aneddoti in lode del sovrano.

Ma la migliore iniziativa del B. fu la fondazione di un'accademia, che trasse spunto dai frequenti convegni di dotti amici e di giovani studiosi nella sua casa di Napoli e nella sua villa di Resina. Questa accademia, detta poi pontaniana dal più famoso discepolo del B., Giovanni Pontano, fu attivo e fiorente centro di studi umanistici per tutto il resto del Quattrocento.

Il B. partecipò attivamente alla vita degli umanisti; contribuì a suo modo alla risoluzione di problemi dei testi plautini. Non ebbe attitudini profonde neanche nel campo della storia, e si arrestò all'aneddotica, al quadretto. Gli rimane il merito di aver promosso e sviluppato gli studi umanistici del Mezzogiorno di Italia.

Bial.: Per la bibliografia cf. F. Colangelo, Vita di A. B. il Panormita, Napoli 1820; tra gli studi critici, L. Barozzi e R. Sabbadini, Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze 1891, pp. 1-47; oltre ai noti studi sull'umanesimo del Gothein, Vuigt, Toffanin, Rossi, ecc. Utili anche i Contributi alla storia biografica e critica di A. B. detto il P., di F. Ramorino, Palermo 1883; e il lavoro di M. von Wolff, Leben und Werke des A. B. genannt P., Lipsia 1894. V. anche : M. Natale, A. B. detto il P., Caltanissetta 1902; F. Satullo, La gieninezza di A. B. detto il P., Palermo 1906; id., Comunicazioni e appunti; Per il carattere del P., Caltanissetta 1910. Sulla dimora del B. a Pavia; A. Corbellini, Note di vita cittadina e universitaria pazese nel Quattrocento, Pavia 1931, pp. 19 1932, 34-194. Sulla dimora napoleona: V. Laurenza, Il P. a Napoli, Napoli 1912, oltre agli studi sulla corte sraganese del Croce, del Mazzarinti, del Montalto. Tra gli ultimi studi: A. Altamura, Schermaglie umanistiche: il P., ivi 1938; e dello stesso, L'umanesimo nel Mezzogiorno d'Italia, Firenze 1941.

Per le opere del B.: A. B., Epistularum gallicarum Libri quatuor; Epistularum Campanarum Liber, Napoli 1546; A. Panormitna, Hermaphroditus, Coburgo 1824 e Lipsia 1908. V. anche: A. Cinquini e R. Valentini, Poesie latine inedite di A. B. detto il P., Aosta 1907, e R. Sabbadini, Ottanta lettere inedite del P., Catania 1910, pp. 3-187; e ivi: M. Catalano, Nuovi documenti sul P., pp. 169-209. Giulio Vallese

BECCADELLI, LODOVICO. - Nunzio apostolico; n. a Bologna il 29 genn. 1501, m. a Prato il 17 ott. 1572. Compì i suoi studi letterari a Padova sotto Benedetto Lampridio, dal quale apprese il greco. Nella giovinezza fu amico di Giovanni della Casa e poi del Bembo, di Trifone Gabriele, di Cosimo Geri. Quando Gaspare Contarini, nel 1534, fu creato cardinale, volle il B. al suo seguito in Roma e colà egli iniziò l'amicizia con Marcello Cervini e Bernardino Maffei, allora segretari papali. Fu con il card. Reginaldo Polo, quando questi nel 1539 andò legato a Carlo V, quindi con il Contarini quando, nel 1540 , andò legato in Germania e lo accompagnò a Bologna nel 1542. Morto il Contarini in quell'anno, passò a Reggio per incarico del card. Cervini, che n'era vescovo, e vi rimase come vicario generale entrando in tal modo nella carriera ecclesiastica. Di là passò al servizio del card. Morone quand'egli, nel 1544, fu nominato legato di Bologna; ma vi rimase poco, perché Paolo III gli affidò l'educazione del quattordicenne Ranuczio Parnese suo nipote. Nel frattempo ebbe anche l'incarico di recarsi a Trento per il Concilio (1545), dove in un primo tempo fu destinato come segretario, ma non vi rimase. Il 27 maggio 1549 Paolo III diede al B. il vescovato di Ravello e Giulio III, nel marzo 1550, lo inviò nunzio a Venezia, dove rimase sino al luglio 1554, tenendo il suo ufficio con grande accortezza e con soddisfazione di quella Signoria. Il 16 giugno Giulio III l'aveva intanto nominato suo vicarius in spiritualibus a Roma. Nel 1555 accompagnò il Morone nella breve legazione di Germania; poi il 19 sett. 1555 fu trasferito all'arcivescovato di Ragusa in Dalmazia, ove si portò a fare residenza; ne partì e fu presente al Concilio di Trento nel 1561-62. Poi, per invito di Cosimo I, duca di Firenze, ebbe temporaneo governo dell'arcidiocesi di Pisa e l'educazione del giovinetto card. Ferdinando, figlio di Cosimo. Rinunciò perciò all'arcivescovato di Ragusa nel dic. 1564 e fu invece provvisto con la prepositura di Prato, dove m. in fama di ottimo prelato e di dotto e valente studioso.

Bial.: Ne scrisse la vita Antonio Giganti, con la quale si apre la collezione: Manneruti di varia letteratura tratti dai manoscritti di mans. L. B., Bologna 1797, curata da A. Morandi. In essa, oltre le lettere, si ha la vita di P. Bembo scritta dal B.; P. Paschini, L'Inguicizione a Venezia ed il nunzio L. B., in Archivio r. deput. romana di storia patria 63 (1942), pp. 61-132. Pio Paschini

BECCAFUMI, DOMENICO. - Pittore, n. intorno al 1486 in Val di Biena (Siena), m. a Siena nel maggio 1551. Si dimostrò aperto agli influssi dei maestri del suo tempo fin dalle sue prime opere legate ai modi di fra' Bartolomeo e di Mariotto Albertinelli : ad es., l'affresco per la cappella del Manto nell'ospedale di Siena, del 1512. In quelle immediatamente successive (la Trinità del 1514 e le Stimmate di s. Caterina del 1515, ambedue nella pinacoteca di Siena) sono evidenti gli influssi perugineschi; nel s. Paolo, anche del 1515, il B. definì ancor più chiaramente la sua personalità di manierista. Due anni più tardi iniziò col Sodoma e con Gerolamo del Pacchia, la decorazione della cappella di S. Bernardino a Siena, compiendovi nel 1518 i due affreschi raffiguranti lo Spaulizio e il Transito della Vergine, interessanti per il linearismo fluente della composizione. Dipinse poi la tavola della Natività, nella chiesa di S. Martino, pure a Siena, nella quale predominano apporti dell'arte di Raffaello, le cui opere il B. aveva conosciuto durante la sua permanenza a Roma, tra il 1510 e il 1512. Divenuto pittore ufficiale della Repubblica di Siena, decorò in affresco un soffitto della casa di Marcello Ago-

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stini (poi Bindi-Sergardi); quest'opera, per l'abbagliante ricchezza di colori, per gl'inconsueti sfondi architettonici e per gli studiati effetti prospettici è meritatamente ritenuta fra le sue migliori.

Del 1528 è il Matrimonio di s. Caterina con la Madonna e otto santi (Siena, galleria Chigi-Saracini); due santi recano l'impronta dell'arte di fra' Bartolomeo, mentre nella Madonna si riconosce l'influsso di Raffacllo. Nel 1529 il B. ricevette l'ordinazione di decorare la sala del Concistoro nel palazzo Pubblico di Siena, lavoro ultimato dopo sei anni; quest'opera, oltre ad uno spiccato valore pittorico, ha grande importanza documentaria, poiché attraverso le varie scene vengono ricardati allegoricamente episodi della storia cittadina. Nel 1537 eseguì il famoso quadro di s. Michele per la chiesa del Carmine, sotto l'influsso di Michelangelo, tuttavia trasformato attraverso il suo spirito contemplativo senese.

Tra il 1538 e il 1539 dipinse per l'opera del duomo di Pisa il Vitello d'oro e il Castigo di Datan e Abiran e i Quattro Evangelisti; un anno più tardi iniziò gli affreschi per la tribuna del duomo di Siena (ultimati nel 1544) che testimoniano il raggiungimento della sua completa maturità artistica. Nel 1541 si recò a Genova, dove collaborò con Perin del Vaga nella decorazione del palazzo
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Beccafumi, Domenico - Sacrificio a Baal, graffito su disegno di B. Siena, pavimento del Duomo.

BECGARI, CAMILlo. - Gesuita, storico delle missioni, n. a Roma il 14 luglio 1849 . Entrato nel noviziato nel 1863 , insegnò venti anni in diversi collegi; nel 1897, divenne vice-postulatore e dal 1902 al 1923 postulatore generale delle cause di beatificazione e di canonizzazione della Compagnia di Gesù; m. a Roma il 4 ag. 1929.

Il suo nome è legato ad una delle principali edizioni moderne di fonti per la storia delle missioni. Nel 1903, pubblicò un volume di Natixie e soggi di opere e documenti inediti riguardanti la storia di Etiopia durante i secc. XVI, XVII e XVIII; grazie all'appoggio del Ministero delle colonie italiane, il saggio divenne il vol. I d'una collezione: Re rum Aethiopicarum scriptores occidentales inediti a saec. XVI ed.XIX (voll. 13 in 4^{°}, Roma 1903-1917; I, op. cit., 1903; II-III, Petr. Pace, Historia Aethiopiae, 19051906; IV, Emm. Bartadus, Tractatus tres historica-greagrapheti, 1906; V-VII, Emm. d'Almeida, Historia Aethiopiae, 19071908; VIII-X, Patr. Alph. Mendez, Expeditio Aethiopica, 1908-1910; XI-XIV, Relationes et epistolae variorum, 1911-14; XV, Index analytica, 1917). Ripubblicò a parte, in versione italiana, uno dei trattati portoghesi del vol. IV: Il Tigre descritto da un missionario gesuita del sec. XVIII (Roma 1909). Nonostante alcune deffcienze, causa l'insufficiente preparazione tecnica dell'editore, la collezione del B. è d'importanza fondamentale, non solo per la storia della missione gesuitica in Abissinia, ma per tutta la storia civile ed ecclesiastica dell'Etiopia nell'epoca moderna.

Edmondo Lamalle
BECCARI, JACOPO BARTOLOMEO. - N. a Bologna nel 1692, m. nel 1766. Chimico e fisiologo, insegnò chimica nello Studio bolognese : fu il primo professore di detta materia in Italia. Di grande importanza sono i suoi studi sui cosiddetti «fosfori» (pietra lucente di Bologna o solfuro di calcio), sulla fosforescenza e sull'annerimento del cloruro d'argento per opera della luce, punto di partenza della fotografia, per i quali studi lo cita Edmond Becquerel nell'opera La luce, le sue cause ed i suoi effetti (Parigi 1868). Scoprì il glutine della farina di frumento; s'occupò della struttura delle fiamme, dell'analisi delle acque minerali e di altri argomenti di chimica. "Dobbiamo inchinare a questo nome», scrive Francesco Selmi, «Bacché può dirsi che incominciò da lui la chimica a gettare qualche sprazzo di viva luce». E curioso notare l'occasione che l'ha indotto ad occuparsi come fisiologo del digiuno e di problemi del metabolismo dell'organismo umano. "Il card. Lambertini, che fu poi papa Benedetto XIV, componendo un'opera sulla beatificazione

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e canonizzazione di coloro che morirono in opinione di santità, volle sapere se l'astenersi da lungo tempo da ogni maniera di cibi e di bevande senza morirne, fosse fenomeno naturale, ovvero miracoloso" (F. Selmi), ed il B., con le sue ricerche sperimentali, fornì una risposta, che per quei tempi, quando ancora non si conosceva il valore energetico delle sostanze alimentari, fu molto prudente ed esauriente nello stesso tempo.

Bbsc.: F. Selmi, s.v. in Enciclopedia chimica, XI, p. 674; G. Provenzal, Profili di chimici ital., Roma 1938, p. 27. Giulio Provenzal

BECCARI, OdOARDO. - Naturalista, esploratore, botanico italiano, n. a Firenze il 16 nov. 1843, m. ivi il 25 ott. 1920. Evoluzionista, va ricordato per la sua teoria dell' "epoca di plasmazione" nel mondo dei viventi ancor giovane, nel quale era concesso ad ogni essere di modificarsi secondo i propri bisogni. Questa teoria sembra suggerita dalla necessità di conciliare il trasformismo biologico con la costanza delle specie nella natura attuale. E un'ipotesi a servizio di un'altra ipotesi.

Le sue opere più salienti sono: Malesia (3 voll., Firenze 1877-90); Asintic Puhas (4 voll., Calcutta 1908-11-1914-18); Polme del Madogancar (Firenze 1912); Polme della tribù delle Barattese (ivi 1924); Nelle foreste di Borneo; Viaggi e ricerche di un naturalista (ivi 1902, 2^{\text {a }} ed. 1920); Nuova Guinea, Celebes, Molucche (ivi 1924).

Bbsc.: P. Montegazz. A Borneo con O. B., in Nuova antologia, 1902, IV, p. 639 sgr.: A. Béguinot, Botanica, Milano 1938, p. 30.

Luigi Scremin
BECCARIA, CESARE. - Letterato, economista, giurista. N. a Milano il 15 marzo 1738, m. ivi il 28 nov. 1794. Fu educato, per otto anni, a Parma, nel collegio dei Gesuiti, e continuò poi gli studi presso l'Ateneo pavese, ove, ventenne, nel 1758, si addottorò in diritto.

Dalla moglie Teresa De Blasco, ebbe due figlie, di cui la minore Giulia fu madre di Alessandro Manzoni.

La formazione filosofico-giuridica del B. subì il diretto influsso delle nuove dottrine che si diffondevano con grande credito in Italia al tempo suo con le opere del Montesquieu, degli Enciclopedisti e di Rousseau; le quali nell'intento di preparare un nuovo ordinamento civile di giustizia e di benessere generale, proclamavano i diritti della ragione, la libera manifestazione delle tendenze di natura, l'origine dello stato sociale da un tacito compromesso.

A Milano si era formato un gruppo di amici aderenti alle nuove idee, composto, oltreché dal Beccaria, dai due fratelli Verri, cioè Pietro (1728-97), lo storico di quella città, e Alessandro (1741-1816), l'autore delle Notti romane; dal matematico e astronomo Paolo Frisi (17281784) barnabita; dall'economista Gianrinaldo Carli (17201795), e da altri. Questo gruppo di novatori assunse la denominazione di «Società dei pugni», ed ebbe, per organo, il periodico Il caffè, che durò dal giugno 1764 al maggio 1766 .

Questo fu l'ambiente in cui si maturò la cultura del B. Come letterato, si hanno di lui le Ricerche intorno alla natura della stile, edite nel 1772; come economista detto dalla cattedra di scienze camerali gli Elementi di economia pubblica che videro la luce, dopo la sua morte, nel 1804 .

Ma non a questi scritti è affidata la rinomanza del B. che, quasi per commissione degli amici, fu autore di uno dei libri più fortunati di allora: Dei delitti e delle pene, composto nel giro di pochi mesi, dal marzo 1767 al genn. 1764.

Tra i vari rami del giure, il campo criminale era rimasto il più confuso e il più arretrato, rispetto al movimento del pensiero. Non si aveva un vero co-
dice : le norme positive erano spesso eterogenee, slegate, frequentemente contraddittorie; tenute insieme da una giurisprudenza, dedotta da sentenze, dalla prassi, e da conclusioni dei criminalisti più in voga. L'imperfezione della procedura e del sistema punitivo e l'eccessivo uso della pena di morte, avevano più volte sollevato i reclami di filosofi e di giuristi, invocanti che venissero temperate, con umani criteri, le lamentate crudezze giudiziarie. Il B., per impulso e quasi sicuramente con la collaborazione del cesiacolo milanes