a e del sistema punitivo e l'eccessivo uso della pena di morte, avevano più volte sollevato i reclami di filosofi e di giuristi, invocanti che venissero temperate, con umani criteri, le lamentate crudezze giudiziarie. Il B., per impulso e quasi sicuramente con la collaborazione del cesiacolo milanese e specialmente dei Verri, si accinse a disciplinare le idee sull'arduo e delicato argomento. Egli deplora la oscurità delle leggi, le troppo larghe e pericolose facoltà lasciate ai magistrati, i metodi inquisitori velati dal mistero; si scaglia contro l'uso e l'abuso della tortura, per estorcere la confessione degli imputati; condanna la brutalità delle pene, e specialmente quella di morte, di cui nega la utilità e la necessità, salvo in casi estremi. Ricostruisce, sia pure sulla base del contratto sociale, la teoria criminalista con intenti di giustizia e di umanità.
Questo libro, di appena un centinaio di pagine, ebbe larghissima risonanza. Edizioni su edizioni e traduzioni nelle principali lingue di Europa gli dettero una diffusione straordinaria; appassionate polemiche, raccolsero in due campi le opposte tendenze. Gli Enciclopedisti di Francia lo acclamarono: il Morellet tradusse il libro in francese, dando alla materia un ordine diverso, accolto dall'autore. Voltaire e Diderot ne fecero un commento elogiativo ed invitarono il B. a recarsi a Parigi, ed egli, dopo sliquanto tentennare, si decise ad andarvi, nel 1766 , ospitato con onori entusiastici, dei quali si ingelosirono i Verri che si sentivano compartecipi, non ultimi, del successo dell'opera, e ne segui un raffreddamento della amicizia. Anche in patria non gli mancarono lusinghiere manifestazioni di stima e di apprezzamento: nel 1768 fu nominato professore di economia nelle scuole palatine di Milano; nel 1771 membro dei supremi consigli economici; nel 1791 componente la giunta per la riforma dei sistema giudiziario civile e criminale.
Nel campo avverso, con i francesi Jusse e Muyart de Vouglans e con lo scozzese Ramsay, si manifestò, più di ogni altro, infervorato il monaco vallombrosano p. Angelo Fachinei da Carfù, che formulò nel 1764 contro il B. 23 accuse di empiria e 7 di sedizione. Venne subito redatta una recisa risposta per giustificare l'autore, che non aveva avuto mai l'intenzione di offendere l'autorità e tanto meno la religione.
Il libro fu messo all'Indice con decreto del 3 febbr. 1766. La Chiesa, infatti, non poteva veder bene l'opera del B., sia per l'origine del suo fondo culturale, sia per il metodo da lui seguito, e, ai benpensanti, non aderenti all'areopago francese, il libro era sembrato frutto più di audacia, che di ponderazione: esponeva verità acquisite con tono presuntuoso; nel sistema criminale, se la visione della nuova civiltà ravvisava molti eccessi, non mancavano buoni principi, assodati dall'esperienza e dalla accettazione generale. Non era lecito biasimar tutto per tendenziosa bramosia di innovare.
Sulla "forma mentis" dell'autore, le imputazioni fattegli, allora, colpivano giusto. Lo stesso B. dovette confessare di essersi formato in un ambiente propizio alle sue idee; però è da ritenere che il veleno delle teorie illuministiche non avesse tolto al buon milanese la coscienza cristiana. Nel suo libro, in pochi punti tocca dei contatti fra la religione ed il giure penale, tra la giustizia divina e l'umana, tra il peccato e il delitto; e tiene con insistenza a chiarire che dai temi della religione, della divinità, e del peccato, la sua teoria intende prescindere. Ma è evidente che
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quando al campo del diritto penale si viene a togliere il beneficio dei concetti e dei canoni della giustizia superiore ed eterna, esso viene, necessariamente, a perdere molto della sua efficacia. Tra il mondo etico ed il mondo utilitario, il B. si trovò costretto a perseguire quest'ultimo. L'opera del B. è, invero, la conseguenza di una comune mentalità già formata. Mancò all'autore una vera e propria originalità di concezione e di iniziativa; spetta a lui però, il merito di aver tentato, per il primo, di dare una costruzione sistematica ad affermazioni e a voti isolati ed empirici, inquadrando i principi in una teorica ordinata e logica, intorno ad un criterio informatore ben netto, sebbene sostanzialmente fallace.
La sua voce in ogni modo ebbe eco e la evoluzione delle regole e della pratica criminale incominciò a snodarsi con maggiore efficacia. In Toscana, in Austria, in Russia, si attuarono riforme ispirate dalla sua parola. La tortura quasi scomparsa di fatto, scomparve anche di diritto e la pena capitale via via abolita e ripristinata costituisce un perpetuo argomento di discussione tra filosofi, sociologi e giuristi. Dove vige, i casi di applicazione, però, sono molto più limitati : i metodi esecutivi sono semplici e spicci, e la raggiunta accuratezza della procedura dà affidamento che si possa scongiurare l'incubo assillante di eventuali errori giudiziari, di esito irreparabile.
Bim.: E. Landry, C. B., Milano 1910; U. Spirito, Storia del diritto penale italiano, I, Roma 1923, pp. 49-78, con bibliografia: C. A. Vianello, La vita e l'opera di C. B., Milano 1938; M. T. Maestro, Voltaire and B. as reformers of criminal Law, Nuova York 1942. Per la storia della condanna all'Indice : A. Mauri, La cattedra di C. B., Firenze 1934.
Oliviero Savini Nieci
BECCARIA, Giovanni Battista. - N. a Mondovì nel 1716, si fece scolopio a 16 anni, insegnò filosofia e retorica a Palermo e a Roma, ma si dedicò per inclinazione alle matematiche, e per la via della matematica si volse allo studio delle teorie di Galileo e di Newton, nelle quali acquistò si chiara fama che venne chiamato nel 1748 ad insegnare scienze fisiche nell'Università di Torino. Si mise sulla via maestra dell'esperienza ed ebbe il merito di formare discepoli insigni, come il Lagrange, il Cigna, Prospero Balbo ed Angelo Saluzzo. Tra i suoi scolari ebbe origine l'Accademia delle scienze di Torino. Dopo la scoperta frankliniana, si volse allo studio dell'elettricismo naturale e vi acquistò fama mondiale. Fu in corrispondenza con Franklin e Volta e venne aggregato a molte accademie d'Europa. M. a Torino nel 1781.
Varia, intensa, notevolissima l'attività scientifica personale del fisico piemontese in parecchi rami delle scienze fisico-matematiche; dove, però, ha lasciato orme incancellabili è nella storia della scienza, nel campo della eletricità ed in quello della geodesia operativa. I suoi studi sull'elettricità, continuati con successo e tenacia per oltre un quarto di secolo, vertono sull'elettrostatica e sui fenomeni elettrici atmosferici e sono raccolti in molte pubblicazioni, che diedero altissima fama all'autore in tutta Europa e raccolsero, a volta a volta, lodi entusiastiche del Franklin e del Priestley. Nell'elettrostatica fu partigiano dell'ipotesi frankliniana del fluido elettrico unico, in opposizione a quella dualistica del Symmer. Quanto all'elettricità atmosferica, il B. fu veramente pertinace ed ardito osservatore e raggiunse risultati notevolissimi. Anche qui egli può ritenersi collaboratore e continuatore del Franklin, come dimostra il suo atteggiamento verso il parafulmine, che egli esperimenti e perfezioni. Una poderosa impresa che occupò parecchi anni della sua vita fu quella di misurare il Gradus Taurinensis : alle operazioni faticosissime di campagna, seguirono lunghi e difficili calcoli, sicché solo nel 1774 fu pronta l'ampia relazione latina intitolata come
sopra, con la descrizione delle operazioni stesse, la parte più significativa delle osservazioni e dei calcoli, ed i risultati. La pubblicazione, come è noto, destò numerose critiche; sopravvennero quindi i tentativi di revisione. Il B. rispose difendendosi con grande acutezza; ma solo mezzo secolo dopo la sua morte doveva venire la conferma quasi piena del risultato del B. e, tenuto conto dei suoi mezzi istrumentali meno perfetti, la piena conferma della sua spiegazione.
Bibl.: A. Vassalli Eandi, Notizie storiche intorno all'illustre piemontese G. B. B., Torino 1783; E. Tindida, Biografie degli illustri italiani, V. Venezia 1837, pp. 228-80; D. Ferrero, Ancora del p. G. B. B. Cenni biografici inediti, in Il Ritoramento, 6 (1881); G. Piscenza, Alcuni documenti su G. B. B., Fossano 1913; A. Michelotti, Storia di Mondovì, Mondovì 1921, pp. 482-89. Lettere del Volta a lui, in Atti dell'azz. delle sc. di Torino, 62 (1927), p. 711 ss.; suoi manoscritti nel fondo Patetta, ora alla biblioteca Vaticana.
Luigi Berra - Leodegario Picanyol
## BECCOS : v. GIOVANNI BENKOS.
BECHER, Erich. - Filosofo tedesco, n. in Reinshagen (Remscheid) il I sett. 1882, m. il 5 genn. 1929 a Monaco di Baviera, dov'era professore dal 1916.
Opere principali oltre a un'autobiografia: Philosophische Voraussetzungen der exakten Naturwissenschaften (1907); Gehirn und Seele (1911); Naturphilosophie (1914); Weltgebäude, Weltgesetze, Weltentwichlung (1915); Einführung in die Philosophie (1926); Metaphysik und Naturwissenschaften (1926).
Il B. è un realista critico : le esistenze non date nella coscienza si palesano con la loro attività, e la realtà di un mondo esterno è una ipotesi seriamente verosimile. Le sostanze sono complessi di qualità persistenti; i corpi qualità riempienti lo spazio, e formano i correlati reali delle qualità immediatamente percepibili. La concezione della natura è quella meccanica, confermata secondo il B. dalla teoria elettronica. In psicologia insiste sulla dottrina dell'attività reciproca o Wechselwirkung; in etica propugna un eudemonismo sociale o beninteso utilitarismo.
Bibl.: R. Eisler, Philosophen-Leckhon, Berlino 1912, p. 31: Autobiogr. in R. Schmidt, Philosophie der Gegenwart in Selbstdarstell., III, 2^{2} ed., Lipsia 1923; P. Luchtenberg, in Kantstudien, 34 (1929), pp. 275-90. Umberto Degl'Innocenti
BECHET, Thomas, santo: v. tommaso becket, santo.
BECHUANALAND: v. kIMbebley NELL'AFRICA MERIDIONALE, vicariato apostolico di.
BECK, Christian Daniel. - Teologo e filologo luterano, n. a Lipsia il 22 genn. 1757, ivi m. il 13 dic. 1832. Studiò filologia antica, teologia e storia, e nel 1785 divenne professore ordinario "graecarum et latinarum litterarum». Di vastissima erudizione, insegnava giornalmente da quattro a cinque ore: Nuovo Testamento, dommetica, storia dei dommi e della Chiesa, letteratura greca e latina, archeologia. Era bibliotecario dell'Università di Lipsia e fu 12 volte rettore di essa. Univa la filologia alla teologia, e fu l'ultimo che concepì la filologia come poliistoria.
Pubblicò più di 2000 opere sui classici e sulla teologia, traduzioni dal francese e inglese, oltre molti scritti d'occasione. Parecchie sue opere sono rimaste incompiute. Le sue opere teologiche sono: Institutio historica religionis christianae (1793 e 1811); Commentarii lüistorici decretorum religionis christianae et homiliae Lutheranae (1801); Monogrammata Hermeneutices librorum Novi Foederis (Lipsia 1803), opera importante, benché rimasta alla 1^{12} parte.
Arduino Kleinhans
BECK, Jakob Christoph. - Teologo protestante svizzero n. e m. a Basilea (1711-85), ove insegnò storia (1737), teologia (1744), esegesi del Vecchio Testamento (1759).
Il suo Vollständiges Biblisches Wörterbuch oder Verbolund Real-Concordanz (Basilea 1770) ebbe molte edizioni.
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Tra le altre sue opere esegetiche, in latino, rileviamo l'Epitome historise Ecclesiae V. Test. (ivi 1770) e tre lavori sul testo del Nuovo Testamento (1774-76).
Arduino Kleinhans
BECKER, Christian Edmund. - Della Congregazione dei Salvatoriani, prima prefetto apostolico dell'Assam, e poi fondatore dell'Istituto medico-missionario di Würzburg. N. il 22 ott. 1875 in Elsoff, presso Francoforte sul Meno, m. a Würzburg il 30 marzo 1937. Compiti gli studi filosofici e teologici a Roma, vi ricevette pure l'ordinazione sacerdotale nel 1898. Fu professore e poi rettore dello studentato di Merano. Nel 1905 fu nominato prefetto apostolico dell'Assam, che governò fino alla guerra 1914-18, in seguito alla quale, con tutti i suoi missionari, fu internato e poi espulso dall'India (1916). Ritenuto ormai impossibile un suo ritorno nell'India, nel 1921 rinunciò alla carica di prefetto. Verso quel tempo, i cattolici tedeschi s'interessarono assai del problema dell'assistenza sanitaria nelle missioni, e il B. fu invitato a mettere a loro profitto la sua esperienza. Pubblicò (1921) il suo opuscolo Aratliche Fürsorge in den Missionstündern; indi, con l'appoggio degli Ordini missionari e delle opere pontifice in Germania, nel 1922 pose le fondamenta dell'Istituto medico-missionario di Würzburg. Nel 1924 tenne corsi di lezione di missionologia all'Università di Würzburg, e nel 1928 ebbe la nomina a professore ordinario d'onore nella medesima università.
Il B. mise a servizio della causa missionaria anche la sua attività di scrittore; nel 1923 pubblicò la storia della sua missione (Im Stromtod des Brahmaputra, Monaco, 2ª ed. Aquisgrana 1927); nel 1921 uno studio sul problema delle caste in India (Indisches Kastenscesen und christliche Mission, Aquisgrana); scrisse pure parecchie biografie di missionari. In seguito trattò argomenti medico-missionari, sia sull'organo del suo istituto (Jahrbuch für missionsärztliche Fürsorge) a cominciare dal 1924, sia nella monografia Missionsärztliche Kulturarbeit (Würzburg 1928).
Bibl.: Die hatholischen Missionen, 65 (1937), pp. 122-23; Kath. missionsärztliche Fürsorge, 7ohresbericht, 1937, pp. 3-14. Giovanni B. Tragella
BÉCKER Y GONZÁLEZ, Jerónimo. - Storico e giornalista spagnolo, n. a Salamanca nel 1857 e m. a Madrid il 25 marzo 1925. Studioso serio e coscienzioso, equilibrato e a tendenze spiccatamente regaliste, scrisse largamente sulla storia diplomatica della Spagna e fu autore di acute ricerche relative alla storia dell'America spagnola.
Fra i suoi numerosi e più importanti scritti vanno ricordati, fra l'altro, La tradición politica española, Apuntes para una biblioteca española de políticos y tratadistas de filosofía política (Madrid 1896); Historia política y diplomática desde la independencia de los Estados Unidos hasta nuestros días (1776-1895) (ivi 1897); Relaciones diplomáticas entre la España y la Santa Sede durante el siglo XIX (ivi 1908); España e Inglaterra: sus relaciones políticas desde las paces de Utrecht (ivi 1907); una Historia de Marruecos (ivi 1905), cui vanno aggiunte anche la prima edizione completa della opere di fra' Pedro de Aguado e cioè la Historia de Santa Marta y nuevo Reino de Granada (ivi 1916-17) e la Historia de Venezuela (ivi 1918-19).
Bibl.: J. Coignet, s. v. in DHG. VII, coll. 383-84; V. Castañeda, Don J. D. y G., in Bol. de la Acod. de la Hist., 86 (1925), pp. 413-19; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la Historia espalola, Madrid 1927, p. 279.
Jola Scudieri Ruggieri
BECKWITH, John Charles. - Celebre propagatore del valdismo in Italia, n. nel 1782, da famiglia inglese, ad Halifax, nella Nuova Scozia (Dominio del Canadá), m. nel 1862.
Primo di 14 figli, all'età di 14 anni, secondo le tradizioni familiari, B. si arruolò nell'esercito inglese e prese parte alle guerre contro Napoleone I. Nella battaglia di Waterloo fu ferito in una gamba, che tre mesi dopo gli venne amputata. Nel 1827, nella biblioteca del duca di Wellington, casualmente trovò la Relazione di una escursione nelle montagne del Piemonte scritta dal benefattore dei valdesi, il canonico anglicano dr. Gilly. Ne comprò subito una copia, e la lettura lo spinse a visitare le valli valdesi, dove si recò nell'ott. dello stesso anno. Vi ritornò ogni anno fino al 1834, quando vi si stabili definitivamente, mettendo su casa propria e sposando, nel 1850 , una giovane valdese. Ivi dimorò poi, con poche interruzioni, fino al 1851 , epoca in cui si trasferì a Torino, per seguire più da vicino la costruzione del primo tempio valdese fuori delle valli.
L'opera che svolse il B. tra i valdesi ebbe un influsso importantissimo nello sviluppo del valdismo in Italia. Quando egli arrivò nelle valli, vi era appena qualche scuola elementare. Con il suo denaro e la sua instancabile attività B. riuscl ad istituire una rete completa di scuole primarie, procurando che ogni villaggio vi concorresse o cedendo il terreno o somministrando i materiali. Ottenne dalla Tavola valdese, sotto il cui nome sempre procurava di procedere, che i salari dei maestri fossero aumentati, mandò alcuni giovani alla scuola normale di Losanna, per ottenere maestri graduati e stabilire tra i valdesi anche l'istruzione secondaria; costruì il collegio di Torre Pellice, dotandolo di biblioteca, e diede miglior andamento a quello di Pomaretto, fondato dal Gilly; ricostruì ed edificò nuove chiese e case, per il cui servizio fece venire le diaconesse istituite dal pastore Germond nel cantone di Vaud. Vedendo che i valdesi non capivano il francese dei loro libri liturgici e di preghiere, procurò loro l'edizione in italiano e in dialetto di alcune parti della S. Scrittura, e finalmente pubblicò una serie di libri, tra i quali anche uno sull' Apocalisse, molto ostile alla Chiesa cattolica.
In mezzo a tutti questi sforzi e lavori si andò maturando a poco a poco in lui l'idea di fare dei valdesi il popolo evangelizzatore dell'Italia, sostituendo la Chiesa cattolica con il valdismo, e, nella sua mentalità anglicana, sorse il duplice ideale: l'evangelizzazione dell'Italia per mezzo dei valdesi anglicanizzati. E mise mano all'opera. Alla evangelizzazione dell'Italia si opponeva la lingua in uso tra i valdesi, cioè il dialetto piemontese e la lingua francese dei loro libri. Fece dunque tradurre prima i Vangeli di s. Giovanni e di s. Luca, e poi tutto il Nuovo Testamento con i Salmi, in lingua piemontese, mettendone però in colonne parallele la versione italiana dei Diodati. Con l'approvazione della Tavola, mandò alcuni giovani a Firenze per studiare l'italiano; istituì a sue spese corsi speciali per i professori delle scuole elementari, affinché tutti imparassero l'italiano, e si rallegrò con la Tavola quando l'avvocato Bonaventura Mazzarella ed il sacerdote apostata Luigi Desanctis aderirono alla chiesa valdese. Spinse pure la Tavola a cogliere tutte le occasioni per diffondere il valdismo fuori delle valli, servendosi delle nuove reclute italiane e dei ministri che avevano studiato a Firenze, e così, sotto il suo impulso, si formarono i primi gruppi valdesi a Firenze nel 1850, a Genova nel 1852, mentre a Torino, nel 1851, si metteva la prima pietra di un tempio, che veniva inaugurato due anni dopo. Era così profondamente radicata nel B. questa idea dell'evangelizzazione italiana per mezzo dei valdesi, che pochi giorni prima che si promulgasse lo Statuto di re Carlo Alberto ( 1848 ), con il quale i valdesi erano ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici, scriveva al moderatore o presidente della Tavola: «D'ora innanzi voi, valdesi, o siete missionari o niente». Per l'anglicanizzazione dei valdesi erano d'ostacolo la liturgia calvinista (per liturgia s'intende non solo il rituale ma anche la dottrina) ed il regime presbiteriano. Per cambiare la prima egli stesso compose e fece stampare, a sue spese, un volume di 438 pagine intitolato Saggio di liturgia secondo le dottrine della S. Scrittura, che era quasi un com-
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pendio del Prayer Book anglicano. Raccomandandone l'approvazione alla Tavola diceva che la Chiesa anglicana aveva il suo rituale, che la Chiesa greca e la «eterodossa Chiesa romana» si erano mantenute per secoli in forza delle loro liturgie, ma in cambio le Chiese evangeliche "per mancanza di essa sono in uno stato deplorevole di debolezza». E indicando il suo scopo, la conversione degli Italiani, scriveva: «Le Chiese protestanti d'Europa, dopo la riforma, hanno appena fatto proseliti tra i romanisti e dubito che nell'avvenire ne possano fare. Se voi, valdesi, avete l'energia ed il buon senso di presentare una Chiesa a questi fuggitivi del romanesimo è probabile che l'accettino; ma se voi invece solamente presentate loro una Bibbia, ne farete dei cristiani ma non dei membri di una chiesa, e questi cristiani cercheranno altrove un rifugio. La maniera pratica di ritenerli è quella di presentare loro la Bibbia ed una liturgia che mostri loro ciò che è la Chiesa valdesse». Per staccare sempre più i ministri dalla liturgia calvinista, il B. indusse la Tavola a mandare alcuni studenti al seminario anglicano di Durham sotto la protezione del canonico anglicano dr. Gilly, ed a fondare il seminario di Torre Pellice, dove potessero studiare la teologia i futuri ministri valdesi, senza che fossero costretti ad andare alle facoltà teologiche della Francia o della Svizzera. Questo avvenne nel 1853 , troppo tardi, ormai, per cambiare la tendenza calvinista della Chiesa valdesse. Per mutare poi il regime presbiteriano, il B. con vari articoli pubblicati nella nuova rivista Buena novella nel 1851, si sforzò di dimostrare che fin dal principio i valdesi erano stati episcopali e non presbiteriani, che discendevano dai primi cristiani, che uno dei loro rappresentanti principali era stato Claudio, l'iconoclasta vescovo di Torino nel sec. IX, origine che essi avevano sconfessata aderendo nel sec. XVI alle dottrine calviniste. In seguito propose un cambio di governo, cioè che invece di un «moderatore» temporaneo, fosse eletto un "moderatore» a vita, il quale, libero dalla cura di anime, si dedicasse interamente agli interessi generali della Chiesa. Era l'introduzione un po' palliata del sistema episcopale anglicano. Né la liturgia né l'istituzione di un moderatore perpetuo furono accettati dalla Tavola. Questo rifiuto dispiacque assai al B. che si ritrasse dai valdesi, pur conservando ancora relazioni cortesi con loro, anzi nel 1861 ritornò alle valli, ove rimase fino alla morte.
In una lettera del 1857 cosi manifestava la sua amara delusione al moderatore in cartea: "Non ho mai potuto ottenere che i valdesi capissero quale era la loro missione. Il dr. Gilly ed io siamo stati i soli valdesi, tutti gli altri sono calvinisti-francesi. Sette secoli di tradizioni bene confermate, non hanno avuto il minimo effetto nelle vostre menti. Ginevra era la parola scritta in grandi caratteri nella bandiera morale che voi avete spiegata in Piemonte, e perciò ne dovete sopportare tutte le conseguenze. Voi avete rinnegata e sconfessata la votra origine. Essendo figli legittimi dei tempi apostolici, voi avete rinnegato quest'origine e il vostro diritto come figli di questa terra per aderire a stranieri e ad innovatori. Il vostro grido di guerra è Calvino, mentre il nome di Claudio avrebbe sconfitto i vostri avversari e guadagnato alla vostra causa l'intelligenza, il rispetto e l'amore del Piemonte».
Bibl.: Fra le opere ricordiamo: Liber di Salm de David, tradout en lingua piemunteica, s. 1, 1840. - Studi: J. P. Meille, Among the Waldenses being the Life and Labours of general B. in the Vaudals Valleys, Londra 1876; A. Meille, Il generale B., Firenze 1879; T. Gay, Histoire des Vaudals, ivi 1912; E. J. Richardson, Shetch of Life of general B., Edimburga 1926.
Camillo Crivelli
BECKX, Pierre-Jean. - XXII { }^{0} generale della Compagnia di Gesù, n. l'8 febbr. 1793 a Sichem presso Dieet (Belgio), m. a Roma il 4 marzo 1887. Entrò a venti anni nel seminario di Malines ma, otto mesi dopo l'ordinazione sacerdotale, si faceva ricevere nel noviziato della Compagnia a Hildesheim (29 ott. 1819). Professore di diritto canonico nel seminario episcopale della medesima città (1823), veniva designato, nel marzo 1826, a cappellano del duca Ferdinando d'Anbaii-Koethen, che proprio allora si era conver-
tito al cattolicesimo; aveva allo stesso tempo la cura dei cattolici della regione. Morto il duca (1830), seguì a Vienna la duchessa Julia, di cui rimase confessore fin alla morte di essa (1848). In questi anni, oltre a disimpegnare varie missioni di fiducia affidategli dal p. generale Gio. Fil. Roothaan, in Austria, Baviera, Belgio si diede molto alla predicazione e stampò alcuni opuscoli ascetici, fra i quali un Monat Mariä (Vienna 1837, rifacimento del Mese di maggio del p. Lalamia), che ebbe molte edizioni e traduzioni.
La carriera del B. si orientò poi rapidamente in un altro senso. Tornato nel Belgio, diveniva nel 1849 segretario del p. provinciale e l'anno successivo rettore dello scolasticato di Lovanio. L'8 sett. 1832 assumeva la carica di provinciale di Austria; in questa qualità, ottenne dall'imperatore Francesco Giuseppe la revoca del bando portato contro i Gesuiti durante i moti rivoluzionari del ' 48 e con nuove fondazioni assicurò alla provincia un assetto migliore. Il 2 luglio 1833 veniva eletto a Roma generale della Compagnia.
Il suo lungo governo segna per l'ordine un periodo di espansione, con l'erezione di nuove province e missioni, con un afflusso di vocazioni che raddoppiò gli effettivi (da 3200 religiosi nel 1833 a 12.070 nel 1887). Il generale si adoperò specialmente per migliorare gli studi dei giovani religiosi, per organizzare meglio le missioni, per estendere alle varie province l'apostolato della stampa periodica, già inaugurato in Italia (con La Civ. Catt., 1^{°} sabato dell'apr. 1830) e nel Belgio. Ma vide pure la persecuzione scagliarsi contro la Compagnia in parecchi paesi, in Spagna (1834 e 1868), in Germania con il Kulturkampf (1873), in Francia, nelle varie regioni dell'Italia. A Roma stessa, le principali case furono confiscate dopo l'occupazione di Roma ed il p. B., capuiso dal Gesù, trasferì in ott. del 1873 a Fiesole la sede del governo della Compagnia. Gravato dall'età, ottenne nel 1883 dalla 23^{°} Congregazione generale un vicario generale con diritto di successione nella persona del p. A. M. Anderledy e si ritirò poco dopo nel noviziato di S. Andrea a Roma; espropriato questo nel 1886, passò gli ultimi mesi nel Collegio germanico.
Bibl.: Sommervogel, I, coll. 1118-23; VIII, col. 1792; A. Verstraeten, Leven van H. E. P. P. B., Anversa 1889: J. Martin, Leben der P. P. B., General der Gesellschaft Jesu, Ravensburg 1898, trad. it. C. Toatore: Vita del m.r.p. P.G.B., Torino 1909; E. Lamalle, s. v. in DHG. VII, coll. 388-90: L. Koch, Yeni-ten-Leuiben, Paderborn 1932, pp. 170-72. Edmundo Lamalle
BEDA di San Simone Stock. - Al secolo Walter Travers; carmelitano scalzo, n. nel 1619 da genitori protestanti nel Devonshire (Inghilterra). Venuto a Roma si convertì nel 1644 e si fece carmelitano (1647). Tornato in patria ( 1660 ) svolse un'intensa attività missionaria, interrotta da un soggiorno in Italia (16781686) causato dalla persecuzione contro i cattolici provocata dalla congiura di Titus Oates. M. il 17 genn. 1696 a Parigi.
Scrisse due relazioni inedite, sulla sua conversione e sulla sua operosità in Inghilterra (mss. arch. gen. Carm. sc.), ed un'opera apologetica dal titolo: A short and easy Introduction by way of a Dialogue between a Catthalic and a Protestant (Douai 1693), tradotta anche in francese e in italiano.
Bibl.: B. Zimmerman, Carmel in England, Londra 1899, pp. 171-307; Ambrosius a s. Theresia, Nomenclator Mission. Carm. Disc., p. 67.
Ambrogio di Santa Teresa
BEDA, il Venerabile, santo. - Dottore della Chiesa, n. nel 672-73 sul luogo ove Benedetto Biscop fondò, nel 674, il doppio monastero di Jarrow e Wearmouth. A questo fu egli offerto dai parenti all'età di sette anni, passando poi ben presto a Jarrow ove sempre visse. A trent'anni fu ordinato sacerdote, né mai ebbe altra dignità. e In questo monastero ho passato tutta la mia vita, consacrandomi interamente alla meditazione delle Scritture, e tra l'osservanza della disciplina regolare e la cura quotidiana di cantare l'ufficio
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in chiesa, ebbi sempre carissimo lo studio, l'insegnare, lo scrivere" (Hist. eccl., V, 24).
Lo studio gli fu agevolato dai molti preziosi manoscritti che gli portavano i suoi abati dai loro frequenti viaggi sul continente e a Roma: di essi si fece egli stesso copista, collatore e correttore. L'insegnamento, la fama della dottrina e degli scritti gli procurarono molte chiare amicizie, come quella dei discepoli e poi abati del suo monastero Vetberto e Cutberto, di Notelmo arcivescovo di Canterbury, Albino, abate della stessa città, Acca, vescovo di Hexham, che lo spronarono al comporre molte opere che furono poi a loro da B. dedicate, gli fornirono materiali per i suoi studi storici e tennero commercio epistolare con lui. A Egberto, vescovo di York, oltre che inviare una lunga lettera amichevole sulla dignità episcopale, fece pure una visita nel 734, ma ne tornò ammalato, né più si riebbe. A letto continuò a dettare excerptiones quandum dalle opere di Isidoro per uso dei suoi monaci e la versione anglosassone del Vangelo di s. Giovanni. Morì il 26 maggio 735, essendo arrivato al cap. 6, v. 9 .
Insieme con Isidoro, B. è la maggior figura di erudito dall'alto medioevo, e divenne uno dei padri di tutta la cultura posteriore. Il suo influsso si sparse specialmente attraverso la scuola di York, che con Alcuino trapiantò il sapere anglosassone nella civiltà carolingia e conseguentemente in quella europea. Fu tale la sua fama, che l'anno della sua morte fu registrato anche nelle cronache del continente, come un fatto memorabile.
B. seppe, oltre il latino e l'anglosassone, il greco, ed ebbe qualche conoscenza d'ebraico. Aveva familiari i trattatisti latini e gli autori della decadenza, ma lesse anche buon numero di classici ; dei Padri e scrittori ecclesiastici fece uno studio continuo, raccogliendo, fin da giovane, larghissima copia di estratti dalle loro opere. I suoi scritti di materia sacra sono quasi totalmente composti con questi materiali. Parte per gusto personale, parte per i bisogni della scuola e per l'indole dei tempi egli fu un temperamento enciclopedico e perciò un poligrafo. Si può dire che possedette tutte le scienze coltivate ai suoi tempi e in grado tale da esserne riputato maestro eccezionale.
I suoi scritti, di cui ci ha lasciato lui stesso un catalogo in calce alla Storia ecclesiastica ( \mathrm{V}, 24 ), hanno quasi tutti l'origine e lo scopo nel suo insegnamento, ad eccezione di quelli storici.
1. Opere esegetiche. - Formano la parte di gran lunga maggiore della sua produzione e sono commenti a quasi tutti i libri della Bibbia (in parte sono andati perduti, come quelli sui profeti). In essi suole ripetere le interpretazioni dei SS. Padri, specialmente di Girolamo ed Agostino, scelte con criterio e illustrate da proprie osservazioni; ma quando tenti di «volare con le sue ali» diventa prolisso e smodatamente allegorico. Fu il primo a proporre la teoria dei quattro sensi : storico, morale, allegorico, mistico, divenuta poi cosi familiare agli scolastici. Essenzialmente commentari di tratti del Vangelo sono pure le Homiliae per le varie feste dell'anno, una cinquantina, divise in due libri. Ad esse va annesso un Libellus precum, preghiere composte di tratti di salmi secondo il Salterio geronimiano ex hebraeo.
2. Opere didascaliche. - Alcune sono di indole elementare. Tali il De metrica arte, compendio di precetti tratto dai grammatici antichi e confortato con esempi di autori cristiani; il De schematibus et tropis Sacrae Scripturae, diviso in due parti secondo il titolo. Anche qui è la terminologia degli antichi retori applicata alla Scrittura. Il De orthographia è un dizionarietto di parole con brevi note grammaticali e lessicali e, soprattutto, distinzioni sinoni-
miche : dipende specialmente da Carisio. Il De temporibus tratta brevemente delle varie divisioni del tempo, della lunazione e del ciclo pasquale e finisce con una breve cronaca delle sei era del mondo; dipende dalle Etimologiae di Isidoro, con qualche prestito da Plinio e Macrobio. Fu composto nel 703. Dalle stesse fonti dipende essenzialmente il De natura rerum, che svolge concisamente in so capi la cosmografia celeste e terrestre.
Di carattere scientifico vuole essere invece il De temporum ratione, composto per i suoi monaci, che trovavano i precedenti trattati brevius molto digestos esse guam cellent, maximeque ille de Temporibus (prefazione). E del 725. Non solo vengono sfruttate più a fondo le fonti precedenti (Isidoro, Plinio e Macrobio), ma utilizzati anche tutti i cronografi cristiani. Cosi egli compose un ampio sistema di tutta la cronologia che fece testo per tutto il medioevo, ed ebbe anche per risultare di far entrare nell'uso comune l'era dionisiana, cioè il calcolo delle date dall'anno della nascita di Gesù. Anche la cronaca universale dell'ultimo capitolo secondo le sei età del mondo prende qui grande sviluppo e viene continuata fino al 725 , formando l'ossatura obbligata per la parte antica di tutte le cronache universali del medioevo.
3. Opere storiche. - Formano la parte migliore, più personale e stilisticamente più pregevole della sua eredità letteraria. L'Historia sanctorum abbatum monasterii in WYremuthe et Girsum, Benedicti, Califridi, Eosternini, Sipfridi atque Hscuetberthi ha per argomento l'opera di fondazione di Benedetto Biscop e lo zelo da lui spiegato per elevare il suo monastero al livello della civiltà italica. E scritto con gusto, sano giudizio storico e, per essere la prima storia di un monastero inglese, ci dà un quadro interessantissimo dello stato della cultura a quel tempo.
La Vita Cutbercli, il grande vescovo di Lindisfarne m. nel 687 , fu da lui redatta prima in esametri tra il 705 e il 726 , e poi, prima del 721 , più diffusamente, in prosa. I capitoli sono, in tutte e due le redazioni, quarantaseite, ma la materia in parte è cambiata. Si tratta però quasi sempre di miracoli operati in vita e prodigi dopo morte, e di notizie attinte ad una vita anonima anteriore ed a tradizioni lindisfarnesi. Lo scopo non è tanto storico quanto di edificazione, e a ciò è specialmente da attribuire l'enfasi del tono.
Carattere simile ha la Vita s. Felicis, riduzione in prosa dell'opera poetica di Paolino da Nola, per quelli che non leggevano i versi, condotta sull'esempio di una simile anonima riduzione dell'inno di Prudenzio su s. Cassiano. E andato perduto il Liber vitae et passionis s. Anastasii "male de graeco translatus et peius a quodam imperito emendatus, prout potui ad sensum correctus». Anche il Liber de locis sanctis non è che un epitome in 17 capitoli dell'opera di Adamnano (anteriore al 731).
Il Martyrologium "de natalitiis sanctorum martyrum diebus, in quo omnes quos inventre potui, non solum qua die verum etiam quo genere certaminis vel sub quo iudice mundum vicerint diligenter adnotare studui ", è il primo dei cosiddetti martirologi storici, precursori dell'attuale Martirologio romano. La sua forma primitiva non ci è nota, perché presto molti si applicarono a farvi aggiunte; sappiamo infatti che egli lasciava vari giorni in bianco. Però si può dire che egli attinse le sue notizie alle passioni dei martiri e agli scrittori ecclesiastici antichi, e, per le semplici menzioni di nomi, dipende dal Martirologio geronimiano e dai libri liturgici. In genere fa prova, per il suo tempo, di grande esattezza e prudenza nell'uso delle fonti.
L'Historia ecclesiastica gentis Anglorum, in 5 libri, è la sua opera principale, scritta su invito dell'amico Albino e dedicata, nel 731, al re di Northumbria Coovullo. Premette una descrizione del paese attinta a Plinio, Orosio e Solino, segue la storia delle origini, prima secondo Orosio e poi secondo Gilda e la vita di s. Germano, sino al tempo dell'imperatore Maurizio. Di qui (I, 23) la narrazione si fa molto più particolareggiata, perché cominciava la cristianizzazione della nazione e B. disponeva di proprie fonti. Essa procede quindi per lo spazio di 135 anni sino al tempo dell'autore, unendo insieme la storia civile a quella ecclesiastica, con metodo prevalentemente biografico
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ed episodico e avendo il massimo riguardo alla storia dei regni del sud e all'opera dei missionari venuti da Roma. B. è nemico dichiarato dei costumi celtici (pasqua e tonsura) e quindi lascia nell'ombra o anche squalifica l'opera, pur tanto importante, dei missionari irlandesi e scozzesi.
Con tutto ciò l'opera di B. fa epoca nella storiografia moderna. Anche dopo il libro di Gregorio di Tours, a cui forse si ispirò, si può essa chiamare la prima vera storia di una nazione, degna di questo nome. Egli scelse anzitutto con cura le sue fonti sui luoghi stessi di cui scriveva e da coloro che meglio ne lo potevano fornire. Le enumera scrupolosamente (aggiungi varie vite di santi) nella sua dedica a Ceovulfo, quasi per tema di impegnare troppo la propria responsabilità, oltre che per il debito di gratitudine e conclude: lectoremque suppliciter obsecro, ut si qua in liti quae scripsimus aliter quam se veritas habet pastis repparerit, non hoc nobis imputet, qui, quod vara lex historiae est, simpliciter ea quae fama vulgante collegimus, ad instructionem posteritatis litteris mandare studnimus. Oltre a questa lealtà e schiettezza, egli presenta, per il suo tempo, notevole senso storico. Ogni evento ritenuto soprannaturale è riferito con precisione ad una fonte, e quello che racconta di propria scienza difficilmente esce dai limiti della verosimiglianza. Larghe, per un monaco, sono le vedute per quel che riguarda la materia ecclesiastica e politica e, in generale, sicure. Sa trattare gli eventi e le persone più diverse con quella delicatezza e serenità che è di unamente superiore. In sostanza la scienza moderna non ha potuto vedere l'antica storia degli Angli in modo diverso da come lui l'ha narrata.
La sua narrazione ha l'inestimabile vantaggio di essere tutta saldamente impostata sull'era dionisiana ab incarnatione; è chiara, ben ordinata, sufficientemente proporzionata e non manca di una reale unità. Per questo è facile a leggere ed a seguire. La rendono anche gradevole e spesso avvincente le doti dello stile. B. vuole e suole essere sem-

(Int. Ena. Catt.)
Beda il Venerabile - Explanatio Apocalypsis, Lib. I (sec. xi). Biblioteca Vaticana, cod. lat. 641, fol. 5 .
#### Abstract
plice, cioè sobrio e modesto, né cerca mai gli effetti retorici; ma spesso si anima e sa dipingere al vivo e narrare efficacemente scene che colpiscono per la loro freschezza e per il carattere di verità e immediatezza, seppure ancora semibarbariche. Anche la notevole purezza del linguaggio aiuta grandemente la trasparenza del dire. L'Historia ebbe pronta diffusione: alla fine del sec. viII Paolo Diacono già se ne serviva. B. è già salutato dal Concilio di Aquisgrana dell'836 (Mansi, XIV, 726) venerabilis et modernis temporibus doctor admirabilis, ma, come epiteto stabile di lui, il titolo venerabile comincia ad apparire solo sui cataloghi del sec. xi. Fu venerato come santo in patria subito dopo la morte e poi accolto dal Baronio tra i santi del Martirologio romano; nel 1879 Leone XIII lo proclamò dottore della Chiesa universale. Festa il 27 maggio.
Le opere di B. si trovano già nel sec. ix nelle grandi biblioteche di Reichenau, St. Riquier, Lorsch, Sangallo ecc.; perciò ne sono numerosissimi i manoscritti. Però manca una buona edizione complessiva; scadente quella del Giles, in 6 voll., Londra 1843 , riprodotta in PL 90-95: vol. I, prolegomeni e operette didascaliche; II-IV, esegetiche; V, omelia, poesic e opere agiografiche; VI, la storia. Buone edizioni critiche sono quelle dell'Historia, della Vita sanctorum abbatum e della Lettera a Egberto di C. Plummer, Boedae opera historica ( 2 voll., Oxford 1896); della Metrica e Orthographia in H. Keil, Grammatici latini, VII (Lipsia 1880, pp. 219 e 261); del De schematibus et tropis in C. Halm, Rhetores latini minores (Berlino 1863, p.607) delle due forme della cronaca (nel De temporibus e nel De ratione temporum) di Th. Mommsen in MGH, Auct. antig., XIII, p. 223 sgg.; del De locis sanctis di P. Geyer in CSEL, XXXIX, p. 301.
Il nome, originariamente Boedo, già al tempo del nostro si scriveva preferibilmente Beda; dipoi fu spesso latinizzato Bedanus. Cf. H. Zimmer, Zur Orthographie des Namens B., in Neues Archiv, 16 (1891), p. 599. I dati della vita sono essenzialmente quelli da lui lasciatisi in calce alla Historia, gonfiati in una retorica Vita anonima (PL 99, 42) e rielaborati, dopo il Mabillon e i Bollandisti, soprattutto dal Plummer nei prolegomeni all'edizione citata. B. parla delle sue opere come di «annotazioni tratte ex opusculis venerabilium Patrum» e delle loro citazioni raccomanda ai copisti di tener conto nelle copie con indicazioni marginali (PL 94, 698). Naturalmente ciò fu fatto solo eccezionalmente in alcuni manoscritti, di cui cf. E. F. Sutcliffe, Annotations in the Vox. Bede's Commentary on S. Mark, in Biblica, 7 (1926), p. 428 e Some Footnotes to the Fathers, ibid., 6 (1925), p. 205. Le fonti sogliono essere i quattro dottori latini. Una lista delle citazioni di autori profani è stata redatta dal Plummer, loc. cit. c, per la cronaca, dal Mommsen. A. Wilmart ha identificato una raccolta di tali estratti da s. Agostino per un commento su s. Paolo, La collection de Bède le vénérable sur l'Apôtre, in Ben. bénéd., 36 (1926), p. 16 sgg. - Sulle opere didascaliche e quelle storiche vedi specialmente M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, I, Monaco 1911, p. 70 sgg., e i prolegomeni delle edizioni citate, particolarmente del Plummer. La Historia ecclesiastica fu già tradotta in anglosassone dal re Alfredo il Grande (849-901); ed. J. Schipper, Lipsia 1899. Nulla invece resta delle versioni in anglosassone fatte da B. stesso.
B. attesta di aver composto Librum hymnorum diverso metro e Librum epigrammatum heroico metro stoe elegiaco. Ne resta solo l'inno abecedario di 27 distici per s. Ediltrido, inserito da lui nella Storia, IV, 18, due parafrasi poetiche dei salmi 41 e 42 e altri inni meno sicuri che G. Dreves, Analecta hyvonica, 50 (1907), p. 96 sgg, fa salire a sedici. A parte sta il De die indicii (PL 94, 633), in esametri, il più notevole dei suoi carmi. Cf. Manitius, loc. cit. p. 86; W. Meyer, Poetische Nachlese aus dem sogenannten Book of Cerne in Cambridge und aus dem Londoner Codex Regius 2 A XX, in Gött. Nachr., 1917, p. 598 sgg. e J. E. Raby, Christian Latin Poetry, Oxford 1927, p. 145 sgg.
Anche il Liber epistularum ad diversos è andato sostanzialmente perduto. Ne restano solo sedici, raccolte in PL
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94, 655 sgg. - Sulle Omelie cf. G. Morin, La liturgie de Nople au temps de s. Grégoire et deux évangéliaires du VII e siècle, in Revue bénéd., 8 (1891), p. 481 sgg., e Le recueil primitif des homélies de Bède sur l'Evangile, ibid., 9 (1892), p. 316 sgg.; I. Chapman, Notes on the Early History of the Vulgata Gospel (Oxford 1908), p. 76 sgg. - Sul martirologio H. Quentin, Les martyrologes bistoriques du Moyen Age (Parigi 1908) e il suo articolo Bède, in DACL, VII, coll. 395-402.
Molte opere, certo apocrife, corrono tra quelle di B. nei manoscritti e nelle vecchie edizioni. Sono raccolte dal Giles in fondo a ciascuna classe di quelle ritenute autentiche. Da notare che non sono di B. le quattro orazioni che chiudono il Libellus precum; il De ratione computi (PL 90, 579) è un estratto posteriore del De temporum ratione. I commenti
a Matteo e Giovanni sono parimenti posteriori, il primo tolto da Rabano Mauro e il secondo in parte da Alcuino, e cosi pure quello In Genesim; cf. Schönbach, Ober einige Evangelienkommentare des Mittelalters(Sitzungsterichte der Wiener Ahod., 146. iv), Vienna 1903. Invece P. Lehmann, Wert und Echtheit einer B. abgesprochenen Schrift (Abhandl. der Bayr. Ahod., iv), Monaco 1919, tende a ritenere autentico il Li ber quaestionum (PL 93, 455) che va tra le opere spurie. Il Morin, Notes sur plusieurs écrits attribués à B. le vénérable, in Rév. bénéd., 11 (1894), p. 289 sgg., riconosce i Capitula lectionum in
Pentateuchum Bleyei, Iosue, Indicum nel cod. Parigino lat. 2342, semplici estratti da Isidoro, e inclina ad attribuire a B. gli argumeuta e le explanationes contenuti nell'apocrifa In psalmorum librum exegesis (PL 97, 478). Il De Bruyne, Note sur les uns. et les éditions du commentaire de B. sur les Proverbes, in fournal of Theolog. Studies, 28 (1926-27), p. 182 sgg., ha ritrovato il commento di B. a Prov. (frammenti in PL 91, 1051). Bedae Venerab. Expositio Actuum et Retractatio ed. M. L. W. Laistner (Medieval Academy of America Publications, xxxv). Su B. interprete della Scrittura vedi R. Cornely, Introductio in utrinque Testamenti libros sacros, I, Parigi 1883, p. 465 e F. Plaine, s. v. nel DB, I, col. 1538.
Bibl.: K. Werner, B. der Ehroürdige und seine Zeit, 2a ed., Vienna 1881; F. Plaine, Le vénérable B., docteur de l'Eglise, in Revue Anglo-Romaise, 1896, p. 49 sgg.; G. F. Browne, The Venerable B., Londra 1919; J. E. Raby, s. v. in DHG, VII, col. 393 sgg.; A. Hamilton Thompson, B. His Life, Times and Writings, Oxford 1935; B. Capelle, M. Ingvanca, B. Thum, S. B. Venerabilis (Studia Anselmiana, fasc. VI), Roma 1936. Antonio Ferrua
BEDDI, Girolamo: v. mazzola bedoli, giroLAMO.
BEDETTI, Giuseppe, servo di Dio. - Sacerdote, n. a Bologna il 23 luglio 1799, m. ivi il 4 genn. 1889. Non avendo potuto da giovane, per salute, durare nel noviziato dei Gesuiti, fu il soccorritore dei sofferenti e bisognosi della carità, tutto dando ai poveri. Diresse congregazioni di artigiani, particolarmente facchini e calzolai, e dal 1838 al 1861 rea-
lizzò un tipo di «scuola notturna» presto imitata. Fu arciprete della cattedrale e terziario servita. Nel 1923 venne iniziato il processo informativo.
Bibl.: G. Galloni, Il Servo di Dio mons. G. B., Bologna 1927. Mario Colpo
BEDINI, Gaetano. - Cardinale, n. a Senigallia il 15 maggio 1806, m. a Viterbo il 6 sett. 1864. Dopo aver compiuto gli studi nel locale seminario, fu ordinato sacerdote e fece parte del capitolo di quella diocesi. Venuto a Roma, Gregorio XVI lo destinò uditore della nunziatura di Vienna, retta allora da Ludovico Altieri. Nel 1845 fu scelto ad internunzio apostolico ed inviato straordinario a Rio de Janeiro, ed ivi ebbe

da G. Garibaldi, mediante letterache trasmise a Roma, l'offerta di porre la legione italiana a disposizione di Pio IX e della causa nazionale. Il 10 marzo 1848, di ritorno dal Brasile, fu nominato dal Papa sostituto del card. Antonelli alla Segreteria di Stato. Dopo la fine della repubblica romana, B. divenne nel 1849 commissario pontificio straordinario nelle quattro legazioni. Riconduese la tranquillità in queste province, e nominato prolegato di Bologna, adottò vari provvedimenti per dare lavoro ai disoccupati, per fa-
vorire il commercio mediante la costruzione di nuove strade, per promuovere l'agricoltura, per restaurare i monumenti artistici, in particolare la villa di S. Michele in Bosco. Creato il 19 marzo 1852 arcivescovo titolare di Tebe, fu nominato nunzio apostolico presso l'imperatore del Brasile. Infierendo però in quel tempo la peste in quell'impero, Pio IX diede al B. l'incarico di una missione negli Stati Uniti per dirimere certe divergenze sorte tra i cattolici nordamericani e per consegnare una assai amichevole lettera del Papa al presidente di quella repubblica. B. sbarcò a Nuova York il 30 giungo 1853, proseguendo subito il viaggio per la capitale federale, dove fu ricevuto in udienza dal presidente Pierce e dal segretario di stato Marcy. Dopo essersi fermato a Baltimora ed a Filadelfia, B. arrivò a Nuova York. Nel frattempo un sacerdote apostata, il Gavazzi, aveva iniziato una feroce campagna denigratoria contro il B., accusato a torto di essere stato crudele verso la popolazione, mentre si trovava commissario nelle legazioni, e di essere responsabile della morte di Ugo Bassi, giustiziato dagli Austriaci all'insaputa delle autorità pontifice e dello stesso B.. Si era perfino formato un complotto per assassinare il B., ma questi fu avvertito da uno dei congiurati su quanto si tramava contro la sua vita. Dopo aver visitato varie diocesi, B. arrivò a Nuova Orleans nel genn. 1854, donde s'imbarcò per l'Europa. Nel 1856 fu nominato segretario della Congregazione di Pro-
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paganda Fide. Vescovo di Viterbo e Toscanella dal 18 marzo 186r, Pio IX creò e pubblicò il B. nel concistoro del 27 sctt. 1861, cardinale del titolo di S. Maria sopra Minerva.
BibL.: Elogio funebre del card. G. B. arcivescovo di Viterbo e Toscanella letto ne' soleoni funerali degli 8 rett. 1864, uella chiesa cattedrale viterbese dal can. D. Pietro prof. Artemi. Viterbo. - Sull'offerta della legione da parte di Garibaldi si veda A. Luzio, Garibaldi e Pio IX, in Corriere dello Sern. 15 apr. 1932. Sull'azione del B. a Bologna cf. U. Beseghi, Ugo Bami, U. Firenze 1946. - Sulla missione degli Stati Uniti cf. J. G. Shea, History of the Catholic Church in the United States, IV, Nuova York 1892, p. 359 1932.
Silvio Furlani
BEDJAN, Paolo. - Orientalista, prete della Missione, n. a Khosrova in Persia nel 1838, e dopo essere stato zelante missionario fra i cristiani di rito caldeo, m. a Cologne-Nippes (Francia) nel 1920. Straordinaria è stata la sua attività come editore di antichi testi in lingua siriaca.
Compresi in 36 voll. pubblicati nello spazio di 27 anni. Fra questi devono essere menzionati il breviario e il messale caldei, la cui pubblicazione trovò opposizione presso la gerarchia caldea. Molto celebri sono anche i 7 voll. degli Acta Martyrum et Sanctorum, che comprendono un materiale agiografico quasi del tutto inedito, i 4 voll. delle Homiliae selectae Mar Iacobi Sarageniis, e l'edizione del Libro di Eraclide opera, fino allora sconosciuta, di Nestorio.
B., anche senza essere un eminente critico, ha reso un servizio incomparabile agli studi orientali.
BibL.: J. M. Vosté, P. B., le lavariste persan, in Orient. Christ. Periodica, 11 (1945), pp. 45-102, dove si pubblicano per la prima volta i documenti che riguardano gli attriti fra il B. e la gerarchia caldea.
Ignazio Ortix de Urbina
BEDOLI, Girolamo: v. mazzola bedoli, GIRolamo.
BEECHER. - Nome di una illustre famiglia del Connecticut negli Stati Uniti, discendente da uno dei fondatori della colonia di New Haven. I più celebri membri di questa famiglia furono, oltre Lyman B., i suoi figli, Henry Ward B.,