volume-02

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ia caldea.

Ignazio Ortix de Urbina
BEDOLI, Girolamo: v. mazzola bedoli, GIRolamo.

BEECHER. - Nome di una illustre famiglia del Connecticut negli Stati Uniti, discendente da uno dei fondatori della colonia di New Haven. I più celebri membri di questa famiglia furono, oltre Lyman B., i suoi figli, Henry Ward B., Harriett B. (Mrs. Stowe) ed Eward B.
I. Lyman B. - N. a New Haven (Conn.) nel 1775, studiò nell'Università di Yale. Appena finiti gli studi, nel 1798 fu pastore di una chiesa presbiteriana a Long Island, passando poi dopo ai congregazionalisti. Nel 1835 fu accusato dal suo presbiterio di insegnare dottrine false cioè non calviniste, ma venne assolto dal sinodo. Morì a Brooklyn nel 1863 . E rimasto celebre per i suoi sermoni, ma soprattutto per i suoi figli.
2. Henry Ward B.-N. nel 1813 , anch'egli fu successivamente presbiteriano e congregazionalista. Fu uno dei più valenti oratori degli Stati Uniti. Fu accusato di adulterio, e, benché assolto dal tribunale, la sua fama ebbe molto a scapitarne. Lavorò instancabilmente per riforme utili ma impopolari, come l'abolizione della schiavitù, la temperanza ecc. Alcuni anni prima della sua morte negò l'eternità delle pene dell'altra vita. Collaborò coi suoi scritti in varie riviste; fu editore in capo dell'Indipendent, e fondò nel 1870 The Christian Union. Morì nel 1887.
3. Harriett Stowe B. - A motivo del suo grande successo letterario, fu costei la più celebre delle figlie del Lyman. N. nel 1811, contrasse matrimonio con C. Stowe, sotto il cui nome è generalmente nota. Nel 1851 scrisse il romanzo Uncle Tom's Cabin ("La capanna dello zio Tom"), che ebbe una enorme diffusione e contribuì non poco alla guerra civile (1861-65) dalla quale risultò l'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Morì nel 1896.
4. Edward B. - N. nel 1803 , fu teologo congregazio-
nalista, editore del The Congregationalist e, durante alcuni anni, editore della Christian Union, fondata da suo fratello Enrico Ward. Professò una dottrina sua propria, cioè che l'uomo in questa vita è in uno stato progressivo e in transizione tra la vita primitiva e una futura, che deve venire dopo la morte. La lotta tra il bene ed il male non finisce con questa vita, continuerà nell'altra con la vittoria finale del bene e la soppressione del male. M. a Brooklyn nel 1895.

BibL.: Ph. Schaff. J. J. Herma, s. v. in Enc. of Religion Knovledge, Nuova York 1891; A. E. Dunning, Congregationalism in America, ivi 1894.

Camille Covelli
BEELEN, Johann Theodor. - Esegera, n. a Amsterdam il 12 genn. 1807, canonico a Liegi, dottore e professore all'Università cattolica di Lovanio, dove m. il 31 marzo 1884.

Opere principali: Chrestomuthia robbinica et chaldaica (3 voll., 1841-43); Liber Sapientiae graece secundum exemplar Vaticanum (1844); Dissertatio theologica, quae sententiam vulgo receptam, esse Sacrae Scripturae multiplicem interdum sensum litteralem, nullo fundamento satis firmo utii demonstrare conatur (1845); Interpretatio Epistolae s. Pauli ad Philippenses (1849, 2ª ed. 1852); Commentarius in Acta Apostolorum, cui integre adduatur textos graecus et latinus (2 voll., 1850-53, 2ª ed. 1864); Commentarius in Epistolam s. Pauli ad Romanas (1854); Grammatica graecitatis Novi Testamenti (1857). Inoltre tradusse e compose in fiammingo ruolo opere bibliche, di cui alcune sempre in uso. A. van der Heeren ha ripubblicato Het Boek der Psalmen, vertaald en uitgeled (Bruges 1941).

Bial.: O. Rey, s.v. in DB, I, vol. 1542 sg. Arduino Kleinhans
BEELPHEGOR (ebr. Ba'al-Pé'ér). - Era dapprima nome di una divinità, il fenicio Ba'al (v.), che prendeva titoli vari dalle località ove era venerato. Trattasi dunque della divinità venerata presso Phegor (o Pé'ér), monte non identificato di Moab (v.) di fronte alla punta settentrionale del Mar Morto, dirimpetto alla foce del Giordano (Num. 23, 28). E poi la località stessa, sede del culto della divinità. In questo senso dicesi anche Bethphegor (Deut. 3, 29; 4; 46 ; 34,6 ) rispondente, sembra, a bèth ("fanum") del Ba'al di Pé'ór.
B. era un centro di culto orgiastico e impudico. Perciò s. Girolamo (Lib. de sit. et nom.: PL 23, 879) riteneva che Phegor fosse la forma ebraica di Priapo; altrove lo identifica con Chamos (eb. Kémâ̂̂, in Iz. 15,2: PL 24,168).

Gli Ebrei, provenienti dal Sinai, si lasciarono sedurre dalle donne moabite e " furono iniziati " all'infame culto di B. Su ordine di Mosè, l'impuro sacrilegio collettivo fu punito con l'uccisione di 24.000 israeliti per opera principalmente di Finees (v.; cf. Num. 25; Ps. 105,28; Os. 9,10).

Giuseppe Prieto
BEELSEPHON (ebr. Ba'al Șēphôn). - Località sull'istmo di Suez verso il Mar Rosso, non meglio identificata, presso la quale si accamparono gli Ebrei prima dell'uscita dall'Egitto (Ex. 14,2 e 9; Num. 33,7). Il nome deriva da Ba'al (v.) e sāphôn ("nord") = "Ba'al del nord", di cui ivi era un santuario.

Tale luogo di culto era dovuto a Semiti provenienti dal sud: o naviganti fenici, i quali abbiano voluto impetrare dal dio vento favorevole da nord, contro quello avverso del sud-ovest (Marucchi), o altri Semiti i quali, provenienti dal Sinai per la via carovaniera, trovato a quel punto un posto fortificato dedicato a divinità egiziana, lo abbiano denominato dalla propria (Bourdon).

Giuseppe Prieto
BEELZEBUB. - Forma della Volgata basata sulla lezione di pochi codici greci del Nuovo Testamento,

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alla quale è da preferirsi Beelzebul, forma attestata dai migliori manoscritti (Mt. 12, 24; Mc. 3, 22; Lc. 11, 15). Tale nome (da ba'al e zébhûbh) indica il principe degli spiriti maligni, in virtù del quale Gesù è accusato dai Farisci d'aver operato prodigi. In II Reg. 1, 2 è ricordato quale dio della città filistea Accaron (v.): a tale divinità si rivolge l'idolatra re d'Israele Ochozia (v.).

La versione dei Settanta interpreta «dio delle mosche» (ebr. zébhûbh = mosca), che avrebbe un riscontro in Zebr \dot{α} π \dot{α} μ ν ω ς (Pausania, V, 14, 2) e in Myiogrus dent (Solino, 1); si venererebbe perché allontani, quale padrone, il pericolo delle mosche. Nei tempi rabbinici s'interpretò questo nome come "Signore dello sterco" (sram. zébhûd" "sterce"). Altri l'intesero come "Signore (dio) della dimora" (zébhûl). Ora è stato trovato il termine zbl nel testi ugaritici di Rás Samrah (v.). Generalmente si traduce per "principe, dominatore" (C. H. Gordon, Ugaritic Grammar, Roma 1940, p. 90 ).

Alcuni hanno pensato all'assiro bel dababi (siriaco bé'eldbâbâ) «avversario in giudizio»: nel nostro caso avrebbe un significato escatologico. B. sarebbe l'avversario nel giudizio finale. Ma è preferibile considerare il termine zébhûl come variazione fonetica del cananeo zbl «principe».

Bint.: W. Baudissin, B., in Realene, für prot. Theol. u Kirche, 3^{2} ed., II, Lipsia 1807, pp. 514-16; Ch. Virolleaud, in Syria, 12 (1931), pp. 350-51; W. Foerster, Beelzebul, in Theologischei Wörterbuch zum Ncucn Testament, I, Stoccarda 1933, pp. 605-606. Angelo Penna

BEETHOVEN, Ludwig van. - Musicista, n. a a Bonn il 17 dic. 1770, m. a Vienna il 26 marzo 1827. Discendente da una famiglia di musicisti di origine fiamminga, studiò dapprima col padre Johann, tenore alla cappella palatina, ma il vero suo maestro fu C. G. Neefe, che lo iniziò alla severa scuola del Clavicembalo ben temprato di G. S. Bach.

Nell'apr. 1787 andò a Vienna per studiare con Mozart, ma dopo poche lezioni, fu richiamato a casa per l'aggravarsi delle madre che morì nel giugno. Privo del conforto di lei che egli chiamò "la mia migliore amica", e capo-famiglia a 17 anni (il padre, alcoolizzato, era stato interdetto dalla legge), egli si trovò solo a lottare con le difficoltà della vita, e la sua infelice solitudine fu raddolcita solo dalla sincera amicizia che trovò, a Bonn, nella famiglia von Breuning, nel compositore F. Ries e nel conte Waldstein. Nel 1792 si eschiò a Vienna, dove studiò quattordici mesi con Haydn e, partito questi per Londra, con Albrechtsberger e Salieri, fino al 1802, dopo di che la sua attività si avviò alle più alte vette artistiche in un crescendo meraviglioso di operosità e di gloria fino al 1815 (Congresso di Vienna) che vide le teste coronate d'Europa chinarsi davanti al suo genio. B. fu aiutato e sostenuto da vari mecenati quali il principe Lichnowsky, l'arziduca Rodolfo, il principe Rasumowsky, ma egli si stacca nettamente dal carattere del musicista di corte, quali erano ancora Haydn e Mozart, perché dedica l'opera del suo genio, libero e indipendente, unicamente al servizio dell'arte. Gli ultimi anni furono per B. particolarmente tragici, perché avvolti dalla sordità che, cominciata ai primi dell'800, era completa nel 1819 e perché amareggiati dalla condotta del nipote Carlo, ingrato e indegno oggetto delle sue paterne cure.

Fra le sue composizioni, dall'opus 1 , un gruppo di trii commissionati dal principe Lichnowski (1793-94), alle variazioni, alle sonate, ai concerti per pianoforte, alla corona immortale delle nove sinfonie, al Fidelio (unica sua opera), ed alle Ouvertures, fino agli ultimi quartetti (opp. 127-35) in cui, dopo un primo influsso haydniano e mozartiano, vibra .utto il pathos romantico del suo titanico genio, non ultime vanno ricordate quelle di musica religiosa. Cattolico di nascita e di educazione, B. restò sempre credente, e, in gran parte, praticante. La fede fu la fonte più sublime e più pura delle sue opere d'ispirazione religiosa, in cui, oltre la tecnica eccellente del compositore, si sente il cuore di un uomo che cerca, chiama e adora il suo Dio.
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(de E. I'rrmeil, Berkiarra)
Beethoven, Ludwig van - B. che compone la Missa solemnis in re. Quadro di Stieler (1819).
Primo, cronologicamente, è un Oratorio: Cristo al Monte degli Olivi (op. 85) composto nel 1801-2 per tre solisti: Gesù, Serafino, Pietro, coro e orchestra, su testo di F. S. Huber, che, se non raggiunge le sublimi altezze della Missa solemnis, è sempre importante, anche perché gli procurò, alla fine del 1804, l'incarico, da parte del barone von Braun, proprietario del Teatro An der Wien, di comporre il Fidelio. Pur tralasciando di parlare degli studi per una messa in do minore (rimasta allo stato di progetto), di un canto funebre, op. 195, originariamente gruppo di tre pezzi per 4 trombe, composti nel 1812 adattato poi da Seyfield al testo del Miserere ( 4 voci) per essere eseguito ai funerali di B., ed altre cose minori, ricorderemo in modo particolare le due Messe, quella in do maggiore, op. 86 (1807) e l'altra in re maggiore, op. 123, Missa solemnis (1818-22). La prima, pur non avendo la struttura ciclica della grandiosa costruzione in cui è elaborata la Messa in re, è pervasa da una fede profonda, che riveste di interiore bellezza il testo. La seconda, ideata per la consacrazione dell'arcivescovo Rodolfo, e composta quando già la sordità lo aveva completamente isolato nel silenzio melodioso della sua anima, è veramente il capolavoro beethoveniano per altezza di ispirazione ed intensità di pathos espressivo, nella tenerezza con cui circonda i personaggi ed accompagna l'annunzio dei misteri, nella grandiosità con cui, facendosi eco di una umanità dolorante e travagliata, riesce ad esprimere con la voce possente del suo genio, l'anelito di tutto il genere umano verso una divina serenante pace; è lo slancio dell'Agmus Dei che corona, con l'invocazione : dona nobis pacem, quella che B. stesso definì la sua opera più grande e più riuscita. La purezza e la sublimità dell'arte e della fede, così mirabilmente unite, rifulgeno in queste sue semplici parole, che racchiudono tutto un programma e il segreto di uno stile : «Il mio principale scopo,

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lavorando alla Messa, era quello di far nascere il sentimento religioso tanto nei cantori quanto negli ascoltatori, e di rendere duraturo tale sentimento ".

L'edizione completa delle opere di B. fu curata da Breitkopf e Härtel (Lipsia 1864).

BibL.: A. Thayer, L. v. B's Leben, 5 voll., Berlino 18861908; E. Spranger, B. u. die Musik als Weltanschaumungsausdruck, Lipsia 1909; E. Kostner, B's, thematisches Verzeichnis, ivi 1913; T. Frimmel, B. Handbuch, ivi 1926; V. D'Indy, B., Parigi 1928; E. Vermeil, B., ivi 1929; E. Buchen, L. von B., Potsdam 1934; N. Köberle, Buch. B. u. Bruckner als Symbolgestalten des Glaubens, Berlino 1936; A. Bruers, B., catologo storico critico di tutte le opere, Roma 1940. Sulla Messa, oltre le pagine nelle accennate opere generali su B., cf. W. Weber, B's Mista solemnis, Augusta 1897. Sulla religiosità di B., A. Weisenbäck, B's Religiosität, in Musica Divina, 15 (1927), p. 73 sge.

Luisa Cervelli

## BEFANA: v. EPIFANIA.

BEGARELLI, Antonio. - Scultore, n. a Modena ca. il 1499 , m. ivi nel 1565 . Svolse la sua attività a Modena, Ferrara, Parma, Mantova, concretando la tradizione plastica emiliana di Niccolò dell'Arca (v.) e del Mazzoni (v.) nelle nuove forme cinquecentesche (ad es., la Pietà in S. Agostino di Modena, 1524). Alla larghezza monumentale della composizione, desunta da Alfonso Lombardi (v.), unisce la morbida grazia del modellato ispirata a Raffaello e al Correggio (Madonna col Bimbo e s. Giovannino, Museo civico, ca. 1527; Presepio, duomo di Modena, 1527) : insistente è la ricerca di animazione pittorica delle superfici (cf. frammenti del monumento Belleandi, galleria Estense, 1529) e delle scene, e per essa giunge ad effetti spettacolari di gusto già secentesco (Deposizione, in S. Francesco a Modena, 1531). Il B. consegue un raro equilibrio tra la riposata ampiezza plastica e il delicato senso pittorico nelle statue per la chiesa di S. Pietro a Modena (1532-33), mentre in seguito tale equilibrio si perde per il prevalere di una manierata eleganza (statue per S. Giovanni Evangelista a Parma, ca. 1540) e di un eccessivo vigore scultoreo che snatura le forme (Pietà, in S. Pietro, 1546; gruppo d'altare, ivi, commesso nel 1553; statue per la chiesa di S. Benedetto di Polirone presso Mantova, 1559). Gli fu aiuto il nipote Ludovico (n. a Modena ca. il 1530, m. ivi nel 1577) al quale si attribuiscono, ma senza certezza, le quattro figure di santi nell'altare di S. Pietro e il gruppo con s. Maria e Marta, in S. Domenico a Modena. - Vedi Tav. LXXII.

Biel.: G. Bariola, s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 174179; L. Magnani, A. B., Milano 1930: A. Venturi, Storia dell'arte, X, i, ivi 1935, pp. 611-43. - Maria Vittoria Brugnoli

BEGHINE e BEGARDI. - Le beghine appartengono a quella categoria di persone che seguono una vita media tra quella dei semplici laici e quella dei religiosi propriamente detti. Perciò in origine furono chiamate non già religiosae, ma mulieres religiosae: sono pie donne, vergini o vedove, che stanno insieme in un recinto o "beghinaggio" (beguinagium), sia abitando in case comuni, sia dimorando, o sole o a due o tre, in casette particolari di una o più stanze. Non emettono i tre voti monastici tradizionali, ma solo quelli di obbedienza e di castità e a carattere temporaneo, in modo che le b. non dànno un addio totale al mondo; conducono tuttavia una vita comune e di pietà simile a quella claustrale.

Nel considerare la loro storia bisogna tener distinte le beghine e i begardi che sin dall'inizio si svilupparono nell'ortodossia e quelli che professarono dottrine ereticali. E anzi provato che il termine beguinus o beguina, originariamente fu usato nel Brabante, nei ter-
ritori di Liegi e delle province renane, per designare, in genere, gli eretici catari o di simili correnti; altra denominazione contemporanea per questi eretici è quella di apostol(ie)i, derivante dalla loro pratica di una vita povera e pellegrinante. Etimologicamente l'epiteto beghina non deriva certamente da s. Begga, la quale visse nel sec. vir, e non fu per nulla fondatrice delle beghine, mentre solo tardivamente, nel sec. xvir, fu scelta da loro come patrona; neppure da Lamberto "li beges" (m. ca. 1177), che del loro movimento locale fu non il fondatore, ma uno dei vari organizzatori; anzi, il nomignolo "li beges" fu appioppato maliziosamente a Lamberto di Liegi, perché accusato ingiustamente di appartenere alla setta dei catari, ossia dei "begini" o "beges". Su questa base, alcuni autori (J. Van Mierlo) considererebbero questo qualificativo come una corruzione popolare del nome di "Albigenses" (al-beghini?), dato agli eretici catari nella Francia meridionale; altri lo riterrebbero una derivazione dal supposto verbo anglo-sassone "beggen" (cicalare, pregare, ovvero mendicare). Date le serie difficoltà dell'una e dell'altra ipotesi, non sembra inverosimile che il vocabolo begginus, di significato ereticale, provenga dall'antico termine francese bege (oggi beige), detto della lana grezza oppure non tinta, e dal suffisso -inus, analogamente a quello che avvenne per il suo stretto sinonimo bic[z]occo, derivato da bizz (bigio, indicante panno grigio o non colorato) e da un suffisso, e per l'epiteto umiliano, in Lombardia, derivato dall'abito umile, cioè senza colore, non tinto, cenerognolo, detto anche beretino, da cui il nome "berettini" con cui furono dal popolo chiamati gli umiliati; cosi ancora per il doppione francese etimologico e storico di bizarco, e cioè biset (Frère bis), proveniente da bis ( = bigio) e dal suffisso
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(da A. A. Garia, Ars Belgica IV, Lierre-Bresslins 880). BegHing = Chiesa del Beguinage, costruita dal 1664 al 1666. La facciata fu rinnovata nel 1767 da Van Everbroeck-Lierre.

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diminutivo -et. Le prime grafie begina, begginus, in francese begin, begine, favoriscono questa interpretazione. Consta peraltro che anche i catari, detti «apostolici", indossavano un panno non tinto, bigiognolo, cioè bege. Il termine beg[n]ardus è uno sviluppo posteriore (prima metà del sec. xIII) di beguinus; ma esso in seguito fu applicato quasi esclusivamente in senso ereticale ad altre manifestazioni eterodosse, di carattere panteistico e quietistico, come ad es. agli amalriciani, discepoli di Amalrico di Bena (v.), e soprattutto alle sétte del Libero Spirito (v.) o Spirito di Libertà.

Il movimento beghinale in genere è una manifestazione di quel fervore religioso che pervade i secc. xir e xiri e che dà origine a varie forme di vita ascetica ed evangelica, come quella dei valdesi nella Francia meridionale con le sue ramificazioni, tra cui i "poveri cattolici", degli "umiliati" in Lombardia, e, per riferircı specificamente ad associazioni di "donne religione", quella delle beghine nel Brabante, delle papelarde (o pappalarde) nella Francia settentrionale, delle bizocche (o pizzacchere) nell'Italia centrale - come, ad es., la b. Filippa Mareri e le sue prime seguaci a Petrella Salto (Rieti) e alcuni altri gruppi di devote in Toscana ed altrove, alle quali in seguito il card. Ugolino (1218) diede una regola di Clarisse-e, infine, delle beate nella terra di Spagna. Questo movimento, assai vasto ma ancora fluttuante nelle sue forme, lo si potrebbe chiamare beghinismo o bizzacchismo. Esso comprende uomini (boni viri, boni valeti, boni pueri ecc.) e soprattutto quelle "mulieres religiosae" che sono o affiliate a un istituto maschile (umiliati, poveri cattolici) o unite in associazioni indipendenti, e che si applicano ad una vita religiosa, diversa dalle istituzioni monastiche tradizionali. Per alcune rassomiglianze esterne con i gruppi ereticali, e per la prevenzione e l'avversione della parte antiriformista del clero, queste persone vengono denigrate e anche perseguitate come eretiche; gli stessi membri, ad es., degli istituti francescani e domenicani, che coronarono questo movimento religioso, sono talora beffardamente trattati da begardi, mentre lo stesso epiteto, come pure quello di bizzacco, diventerà sinonimo di spirituale (francescano) e di fraticello: "viri qui vulgariter fraticelli seu... bizochi sive beguini, vel aliis nominibus nuncupantur" (Sancta romana, 30 dic. 1317; cf. C. Eubel, Bull. Franc., V, Roma 1898, p. 134).

Il movimento e l'istituto beghinale in senso proprio e originario è nato ed ha preso forma nella parte orientale e meridionale del Belgio attuale, intorno al 1170. Le prime aderenti appartenevano generalmente alla categoria delle "recluse»; queste "religiosae mulieres" o "conversae" vivevano rinchiuse, in senso più o meno stretto, in cellette raggruppate intorno ad una chiesa, cappella, ovvero intorno a un monastero, per lo più di uomini, oppure presso o dentro un ospedale, praticando una vita, mezzo attiva mezzo contemplativa, da romite. Soprattutto i monasteri detti doppi erano particolarmente adatti ad accogliere queste recluse nella comunità delle vergini o vedove, rigorosamente separata dalla comunità dei monaci; quest'uso fu in voga specialmente nelle primitive canoniche norbertine; avvenne anche che nell'interno di un convento, non doppio, di monaci si costituisse, con l'andar del tempo, una "converseria", un rifugio per tali donne. All'inizio queste recluse o converse erano abitualmente associate ad un Ordine religioso, di cui seguivano la regola. Ma dalla metà del sec. XII
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(da Images de Bruges, introd. de Manctoir, Parigi 1925) Beghine - Il béguiuage di Bruges.
i monaci, per motivi d'onestà e di comodità, abolirono gradatamente i monasteri doppi e le converserie, vietarono l'ingresso alle donne, e perfino negarono l'affiliazione alle devote che stavano fuori o servivano negli ospedali e in altri istituti caritativi. Questa disciplina, divenuta generale nell'ultimo quarto del secolo, spinse centinaia di queste converse, rimaste senza l'appoggio d'un istituto e d'una regola monastica, ad aggrupparsi in associazioni autonome, nell'intento di praticare la vita religiosa secondo le norme del Vangelo, l'imitazione degli Apostoli, le direttive degli antichi Padri. Da questo orientamento nasce l'istituto beghinale, non per l'iniziativa d'un fondatore o fondatrice, ma piuttosto per l'azione combinata di vari fattori : primieramente quelli di natura religiosa, come la riforma gregoriana e altre correnti di fervore spirituale e di dottrine mistiche, o di tendenze eremitico-penitenziali trasmesse dal monachismo greco-orientale; in secondo piano i fattori economici e sociali, non esclusa la situazione demografica dell'eccedenza della popolazione femminile, aumentata per la numerosa partecipazione della nobiltà brabanzona alle crociate e ad altre spedizioni militari. Riscontriamo queste prime associazioni organizzate nella città di Liegi intorno al 1170 dal suddetto sacerdote riformatore Lamberto, e in quell'altra fondata ca. il 1180 a Huy (prov. di Liegi) dalla b. Ivetta di Huy; quest'ultima fondazione, come probabilmente anche quella di Lamberto, comprendeva una doppia agglomerazione di capanne intorno ad una chiesetta e un ospedale in cui vivevano, separatamente, da una parte le vergini o vedove, dall'altra gli uomini religiosi, detti più tardi begardi.

Queste primitive comunità beghinali non erano

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però conformi alle norme canoniche, perché praticavano una vita comune quasi claustrale, senza la necessaria affiliazione ad un Ordine monastico, ossia senza una regola giuridicamente approvata. Anche il IV Concilio Lateranense (can. 13) del 1215 proibiva l'introduzione di queste novità. Però l'anno seguente, Giacomo di Vitry, gran protettore delle primitive Congregazioni beghinali del Belgio, ottenne da Onorio III l'insigne privilegio del loro riconoscimento, esteso anche a quelle della Francia e Germania. Questa approvazione, anche se non scritta, favorì la diffusione del nuovo istituto nell'Europa occidentale e centrale; infatti, tutte le forme sopra ricordate del beghinismo improprio o bizzocchismo, per salvare la propria istituzione condannata dal canone lateranense, adottarono il programma approvato delle beghine dei Paesi Bassi, e col programma anche l'epiteto, l'organizzazione e le dottrine mistiche (scuola fiamminga) di quelle devote. Fanno eccezione le umiliate già approvate anteriormente dalla S. Sede.

Nelle regioni fiamminghe del Belgio e dell'Olanda, a cominciare dalla prima metà del Duccento, si costituiscono ampi e popolosi béguinages autonomi : sono piccole città, munite d'un recinto, con santuario, cimitero e curato proprio, con una o più infermerie, conventi speciali e casette particolari con centinaia di beghine, che nel tempo libero dalla preghiera tessono la lana, assistono gli ammalati, vegliano i morti; seguono come regola alcuni statuti diocesani.

Il Duccento segna un primo apogeo: belle ma semplici chiese di stile gotico; una grandiosa letteratura mistica in lingua popolare fiamminga, proveniente per la maggior parte dalla scrittrice Hadewych, che già annunzia il Ruysbroek (v.). S'ebbe un periodo pericoloso nel primo Trecento, a causa delle condanne del Concilio di Vienna (1311, pubblicate nel 1317) contro beghine e begardi irregolari, e di dottrine ereticali; fortunatamente in quei decreti si faceva eccezione, spesso rinnovata in seguito, per quelli ortodossi ed onesti, fedeli alle forme approvate. Un secondo apogeo seguì nel Seicento : notevoli e ricche chiese di stile barocco o rococò. Nonostante le soppressioni durante la dominazione francese (fine sec. xviII), parecchi «béguinages" si mantennero fino ad oggi, sebbene assai ristretto sia il numero delle beghine. Quello di Bruges e i due di Gand conservano una reale vitalità; in Olanda i meglio conosciuti sono quelli di Amsterdam e di Breda.

I begardi della misericordia (cura degli ammalati e sepoltura gratuita dei morti), detti anche celliti, alessiani, lollardi, schwestr[i]oni, compaiono principalmente dal Trecento in poi nelle province renane, in Olanda e parimenti in Belgio, ancorché le loro origini sembrino risalire alla stessa epoca e regione delle beghine, con le quali (begutte) abitavano in comunità doppie, come abbiamo sopraricordato. Vi furono anche begardi tessitori, meglio conosciuti sotto la denominazione di bogards; religiosi laici applicati all'industria della lana, affatto simili agli umiliati lombardi. S'incontrano già nella prima metà del sec. xili e sono una particolarità quasi esclusiva delle città belghe. Conducevano la vita comune, non in agglomerazioni di capanne, ma in propri conventi. Non avendo una regola approvata particolare, si affiliarono, come fece la maggior parte delle beghine, ad un Terz'ordine riconosciuto, specialmente a quello dei Francescani. Verso la fine del Quattrocento lasciarono il telaio di religiosi laici, per adottare pian piano la distinzione più comune tra padri-sacerdoti e fratelli-laici. Sparirono con la Rivoluzione Francese.

BibL.: J. Laurentius a Mosheim, De Beghardis et Beguinabus commentarios, Lipsia 1790; J. Greven, Die Anfänge der Beginen, Münster in Vest. 1912 ; id., Der Ursprung des Beginenwesens, in Historisches Jahrbuch, 35 (1914), pp. 26-58, 291-318; Fr. Callace, De Nederlandsche Beggnarden, in Neerlandia Franciscana, 1 (1014), pp. 7-32; L. J. M. Philippen, De begijdenen, Anversa 1918; H. Grundmann, Zur Geschichte der Beginen im 13. Jahrhundert, in Archio für Kulturgeschichte, 21 (1931), pp. 296-320; J. Van Mierlo, Begardisme e Beguinages, in DIIG, VII, coll. 426-41 e 457-73 (cf. la bibliografia ivi citata); D. Phillips, Begnines in medieval Strasburg. A study of the social aspect of Begnine life, Stanford University 1941; A. Mons. Betelmois en oorsprong der Nederlandsche Begijnen- en Begardendeweging, Anversa 1947. Alcantara Mons

BEGNUDELLI-BASSO, Francesco Antonio. Canonista italiano, n. verso il 1644 nel Trentino. Vicario generale in patria dal 1675 , canonico, e dal 1696 vicario generale a Frisinga dove m. il 9 ott. 1713.

E autore della Bibliotheca Iuris Canonico-Citalii Practica (Frisinga 1712), una delle migliori enciclopedie di diritto canonico di quel tempo che oggi pure ha qualche valore, quantunque superata da quella di L. Ferraris.

BibL.: J. F. Schulte, Geschichte der Quellen und Literatur des kanonischen Rechts, III, Stoccarda 1880, p. 148. Alberto Scala

BEGUNNI (o STRAINIKI) : v. RAEKOLNIKI.
BEHANI, FRATELLI. - Pittori, incisori e silografi tedeschi. Hans Seralb, n. a Norimberga nel 1500, m. a Francoforte nel 1550; Barthel, n. a Norimberga nel 1502, m. in Italia nel 1540. Appartengono, con il Pencz ed altri, al gruppo dei cosiddetti « Kleinmeister" (chiamati così per il formato spesso piccolissimo delle loro incisioni), che continuano la tradizione del Dürer (v.), subendo, contemporaneamente, nuovi forti influssi, specialmente nell'ornamento, dell'arte rinascimentale italiana (Pollaiolo, Mantegna), come dimostra il più noto quadro del Barthel, il Miracolo della Croce nella pinacoteca di Monaco (1530).

Nelle loro incisioni interpretano, oltre temi mitologici e della vita popolare, scene religiose. La loro abilità di ritrattisti fece sì che Barthel passasse, dal 1530, al servizio dei duchi di Baviera a Monaco e Landshut. - Vedi Tav. LXXIII.

BibL.: H. W. Singer, Die Kleinmeister, Bielefeld-Lipsia 1908; G. Pauli, s. v. in Thieme-Becker, III, p. 191 sgg.; E. Waldmann, Die Kleinmeister (Meister der Graphik, 5), Lipsia 1910; G. Pauli, H. S. B., 2^{2} ed., Strasburgo 1911; H. Röttinger, Die Holzschuitte des B. B., ivi 1921 ; K. L. Mayer, B. B. als Bildnismater, in Pantheon, 11 (1933), p. I sgg.; L. Baldass, Zur Bildnishonst der Dürerschule, in Pantheon, 26 (1940), p. 253 sgg. Bernardo Degenhart

BEHAVIORISMO : v. COMPORTAMENTO.
BÉHÉMÔTH. - Plurale di béhémâh, voce cbr. di significato generico ( = a bestia * ). Tra gli antichi traduttori, chi semplicemente trascrive il termine ebraico (Pelittâ e Volgata), chi lo rese con "animali" (Settanta, 62962) o con un termine equivalente (Targûm), per la difficoltà di ricavarne il significato preciso. Iob 40, 10-19 (cbr. vv. 15-24) ha una descrizione particolareggiata di b. Alcuni Padri (s. Girolamo, s. Agostino, s. Gregorio: PL 22, 401; 34, 439; e 41, 330; 71, 1055) hanno visto, sotto tal nome, la personificazione di Satana. Altri, come s. Tommaso (Expositio in Iob, 40, 15), e una tradizione rabbinica attestata da Ibn Ezra e seguita da qualche commentatore del sec. xvir, intendevano l'elefante.

Ma oggi l'interpretazione più comune vede in b. l'ippopotamo, designato con un plurale intensivo; G. Ricciotti opina che il plurale sia l'adattamento ebraico di una derivazione straniera (Il libro di Giobbe, Torino 1924, p. 243). In realtà i tratti della descrizione biblica, pur con le loro immagini poetiche, corrispondono in tutto all'ippopotamp.

Il massiccio mammifero, che nel suo pieno sviluppo può raggiungere dai tre ai quattro metri di lunghezza ed

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(per cortsito del dott. R. Degenhart)
Beram, Hans Sebald - S. Girolamo, Incisione.
un peso superiore ai 25 quintali, caratteristico per il suo muso carnoso e largo e per la sua cute spessa e nuda, viene descritto in Job esattamente come un animale anfibio, erbivoro, intorno al quale le bestie si sollazzano senza tema di venire azzannate, data la sua andatura pesante e lenta (finché non è irritato); si riposa "nel segreto del conneto e nei luoghi paludosi", "la circondano i salici del torrente"; esso non paventa l'irrompere delle onde contro la sua testa, ha un ossame vigoroso come sbarre di ferro, la sua breve coda solida come un cedro; l'uomo non riesce a catturarlo vivo per addomesticarlo, ed a forargli le narici, come fa agli altri animali che vuol utilizzare.

L'autore del ritratto tracciato, intende dedurne un insegnamento importante: Dio che interviene nel colloquio, per ridurre al silenzio Giobbe e gli altri interlocutori, mostra a costoro come le sue opere rivelino una potenza creatrice, immensamente superiore all'uomo. Un saggio n'è b., animale colossale e dotato di forza meravigliosa. Chi è impotente di fronte ad esso, semplice creatura di Dio, come mai ardirà di misurarsi con Dio, e resistergli in faccia?

Ermenegildo Florit
BEHRING, Emil Adolf. - N. ad Hausdorf il 15 marzo 1854 e m. il 31 marzo 1917 a Marburgo. Medico, igienista e batteriologo tedesco, professore all'Università di Marburg, noto per la scoperta del siero antidifterico, che gli meritò il nome di "salvatore dei bambini». Si occupò di questioni generali, lasciando qualche appunto e frammento filosofico, pubblicati postumi. Non fu privo di sentimento religioso e non sfuggì al tormento metafisico.

Tra le opere si ricordano: Die Geschichte der Diphterie (Lipsia 1893); Therapie der Infection kraubheiten (Vienna 1899); Beiträge zur experimentellen Therapie (Vienna e Berlino 1900).

Birl.: H. Zeiss e R. Biehng, B. Gestalt und Werk, BerIino 1940.

Luigi Scremin
BEIRA, diocesi di. - Nel Mozambico, Africa orientale portoghese, con un porto sull'estuario del fiume Buzi. Conta ca. 25.000 ab. ed è lo sbocco marittimo principale della Rhodesia meridionale. Fu eretta in diocesi il 4 sett. 1940, secondo l'accordo missionario tra la S. Sede e il Portogallo ( 7 maggio 1940) e comprende i distretti civili di B., Tete e Quelimane (prov. di Zambesia). Suffraganea di Lorenzo Marques, ha una superfice di 360.643 \mathrm{~kmq}. e una popolazione cattolica di 45.032 \mathrm{ab}., su un totale di 1.922 .596 .

Biel.: AAS, 32 (1940), p. 238; 33 (1941), p. 16.
Giovanni Meseguer
BEIRUT. - L'antica Begnó́ o Berytus, Berito (v.). Attualmente capitale della Repubblica del Libano. Il territorio, che prima era mandato francese, insieme con la Siria, raggiunse, dopo la seconda guerra mondiale, la propria indipendenza (1946). Situata alle pendici del Monte Libano, nella baia di S. Giorgio, è il primo posto della Siria. La città odierna è sorta sul sito di quella romana; è costituita da una città vecchia, al centro, e da una parte più recente, e possiede i resti di un tempio romano, chiese erette dai Crociati e moschee, che ne testimoniano le vicissitudini storiche.

Nei primi secoli cristiani ebbe una celebre scuola di Diritto, nella quale studiò s. Gregorio Taumaturgo e più tardi il giurista Triboniano. Patria di s. Panfilo poi vescovo di Cesarea, B. fu almeno dagli inizi del sec. Iv sede vescovile. Nel 448 si celebrò a B. la conferenza preparatoria a quella di Tiro nella causa del vescovo Iba. Teodosio II (449) dichiarò B., fino a quel tempo suffraganea di Tiro, metropoli, ciò che non fu ammesso dal Concilio di Calcedonia (451). Nel 555 B. fu distrutta da un terremoto. La restaurata città fu invasa dagli Arabi nel 635 , Il re di Gerusalemme, Baldovino I, la conquistò nel in io, con l'aiuto di 40 navi genovesi, elafecesignoria franca, finché nel 1291 non cadde in mano ai mamelucchi.

Secondo la statistica del 1932 B. ha una popolazione di 160.947 ab., di cui 92.722 cristiani.

Birl.: C. Korolevskij, s. v. in DHG, VIII, coll. 1300-40. Ignazio Ortiz de Urbina
B. E sede di parecchi vescovati, così distinti :
I. B. degli Armeni. - B. diventò un centro importante armeno soltanto dopo la prima guerra mondiale a causa dell'emigrazione dalla Turchia. La città è sede del patriarca cattolico di Cilicia dal 23 giugno 1928, ed è anche la sua diocesi particolare. Si contano ca. 7000 fedeli, 16 sacerdoti, 5 chiese, 5 scuole. Fioriscono le opere di azione cattolica.
II. B. dei Maroniti. - Un vescovo maronita di B. viene già ricordato nel 1577. Probabilmente ve ne fu uno ancora prima. Dal 1691 comincia la serie ininterrotta dei vescovi. Si contano ca. 15.000 fedeli, 125 sacerdoti, 150 parrocchie, 12 conventi, 58 scuole. Vi sono fiorenti confraternite e opere di azione cattolica (v. maroniti). Poco prima della seconda guerra mondiale è stato fondato a Gazir, non lontano da B., il seminario centrale maronita.
III. B. dei Melkiti. - Un metropolita dei Melkiti cattolici ivirisiede dal 1701. Si contano 20.000 fedeli, 12 sacerdoti, 37 parrocchie, di cui 5 nella stessa città, 12 case religiose, di cui 8 maschili, 20 scuole. Fioriscono le opere di azione cattolica.
IV. B. dei Siri. - B. soltanto nei nostri giorni è diventato sede di un vescovo giacobita. I Siri cattolici, convertiti dal monofisismo dei giacobiti, vi istal-

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larono un vescovo per la prima volta nel 1817. La serie fu però talvolta interrotta. Dal tempo della prima guerra mondiale la residenza del patriarca siro-cattolico di Antiochia si trova a B. Si contano 2600 fedeli, 7 chiese, 26 sacerdoti, 13 scuole. Esistono confraternite fiorenti.

Guglielmo de Vries
V. [Università di s. Giuseppe di B. - Uno dei principali centri culturali non solo della Siria, ma di tutto il prossimo Oriente, fondato e diretto dai Gesuiti. Il nucleo iniziale fu un seminario interrituale proposto dal p. Ryllo dopo un'intesa con i patriarchi armeno, maronita, greco e siro. La proposta fu subito approvata da Gregorio XVI, e, grazie alla diligenza del p. Riccadonna, il seminario trovò un primo alloggio a Gazir nel 1843.

Esso fu in principio scuola di arabo e italiano; poi acquistò un cosi buon nome che si pensò a trasferirlo a Beirut, dove, con l'aiuto dei cattolici americani sorse di getto nel 1875 l'attuale edificio dell'università. Leone XIII concesse nel 1881 al seminario orientale la facoltà di conferire gradi in filosofia e teologia, elevandolo alla categoria di università pontificia. Secondo le ultime statistiche (1948) il seminario, che attualmente ha 71 studenti, ha dato alla Chiesa 4 patriarchi, 28 vescovi e 437 preti secolari.

Accanto al seminario si sono andate erigendo le facoltà di medicina, diritto, letterature orientali e ingegneria, i cui titoli vengono riconosciuti dallo Stato francese, con un insieme (1948) di 1853 alunni. Diversi professori dell'università si sono specialmente distinti nella storia, nella linguistica e nell'archeologia della Siria. Ricordiamo i nomi del p. Cheikho autore di antologie arabe, del p. Belot con il suo vocabolario arabo, del p. Bruns con quello siriaco, del p. Lammens, celebre per gli studi sugli arabi prima dell'islamismo, del p. de Jerphanion (v.). Un'ottima tipografia con i fini caratteri arabi fatti fondere dal fr. Antun stampa in numerose riviste dell'università fra le quali segnaliamo i Mélanges in francese e al-Mafriq in arabo. Fino all'anno 1947 pubblicava anche il quotidiano arabo al-Bafir.

Bim.: Les Técniteers Syrie 1851-1931, Parigi 1931; Université Saint-Joseph de Beyrouth, Beirut 1948. Ignazio Orria de Urbina

BEISSEL, Stephan. - Storico dell'arte, n. ad Aquisgrana il 21 apr. 1841, m. a Valkenburg (Olanda) il 31 luglio 1915. Gesuita dal 1871. Fu dal 1880 assiduo collaboratore della rivista Stimmen aus Maria Laoch. La sua ampia produzione critica ebbe come oggetto l'arte del periodo romanico (Die Baugeschichte des Doms des hl. Victor zu Xanten, Friburgo in Br. 1883, opera riunita con due altri in 2ª \mathrm{ed}. col titolo : Die Bauführung des Mittelalters, ivi 1886), principalmente nella Renania (Geschichte der Trierer Kirchen..., 2 voll., 2a ed., ivi 1899); poi la storia del culto della S.ma Vergine (Geschichte der Verehrung Marias, ivi 1909-13), delle reliquie e dei pellegrinaggi dei santi (Geschichte der Verehrung der Heiligen u. ihrer Reliquien in Deutschland, ivi 1890-92), nel medioevo. Si occupò più direttamente dell'arte italiana in tre opere: Vatikanische Miniaturen (ivi 1893); Fra' Angelico (ivi 1895; trad. francese, Lilla 1899) e Bilder aus der Geschichte der altchristlichen Kunst und Liturgie in Italien (ivi 1900).

Lasciò pure una raccolta di meditazioni per tutti i giorni dell'anno (Betrachtungspunkte für alle Tage des Kirchenjahres, 3^{\text {a }} ed., 10 voll., ivi 1904-11) e curò la ristampa dell'opera dell'Ata, Die kirchl. Kunst in Wort und Bild in Deutschland (4a ed., Ratisbona 1915).

BibL.: J. Braun, P. Stephan B. S. I., in Stimmen der Zeit, 89 (1915), pp. 305-13; E. Lamalle, s. v. in DHG, VII, coll. 479-80. Edmondo Lamalle

BEISTEL, Columban. - Scrittore ascetico francescano del Baden, n. nel 1708, m. a Kreuzberg il 5 ag. 1771. Pubblicò : Schola disciplinae Religiosa id est Asce-
siologia dominicalibus Exangeliis per annum quodammodo accommodata, tam Ordinis cuiusvis quam animarum curatoribus perquam utilis habita etc. (Kempten e Augusta 1759); e Schola disciplinae religiosa... festis Sanctarum Evangeliis per annum... (ivi 1759). Ferdinanda Diondieri

BEJA, diocesi di. - Città del Portogallo, nella provincia di Alemtejo, sopra un ripiano a 300 m . di alt., con ca. 15.000 ab . B. fu eretta in diocesi, suffraganea d'Evora, il 10 giugno 1770 : è l'antica città Pice Iulia, Pax Augusta, identificata un tempo con Badajoz (v.). Si ignora quando vi fu introdotto il cristianesimo. Sotto Teudis, re dei Visigoti (531-48) era sede vescovile, governata da Apringio, conosciuto per il suo commentario all' Apocalisse. I vescovi di B. assistettero ai Concili toledani. La sede scomparve sotto gli Arabi nella metà del sec. viII; ancora nel secolo seguente vi esisteva tuttavia il cristianesimo, poiché nell'851 subl il martirio a Cordova Sesinando, nativo di B. Fu riconquistata nella seconda metà del sec. xir, e vi rifiori la vita cristiana, ma non si pensò per lungo tempo di restaurare la sede, di cui era scomparsa perfino la notizia della esistenza. Fu nominato primo vescovo Emmanuele do Cenaculo (1770-1802), che creò istituzioni di studio, fondò una biblioteca e un'occademia ecclesiastica col fine di preservare la religione. Il bel collegio di S. Sesinando è palazzo episcopale e seminario, quest'ultimo fondato nel 1884. La diocesi conta 258.595 cattolici, 108 parrocchie, 42 sacerdoti diocesani e 3 regolari (1949).

Bim.: F. de Almeida, Historia da Ispria en Portugal, I, Coimbra 1910, pp. 120-21; IV. ivi 1922-26 (v. indici); J. Pérez de Urbel, s. v. in DIIG, VII, coll. 481-84. Giovanni Meseguer

BEKTĂŠILIAH. - Ordine di dervisci (v.) il cui eponimo è il santo musulmano Hāğğī Bektā̌̌ Vall. Secondo notizie leggendarie egli sarebbe nato a Nišāpūr e sarebbe stato discepolo di Ahmed Jesevi. Sotto il sultano Örḥ̣̣n (1326-59) avrebbe convertito all'Islām i giannizzeri. Non pare che egli sia stato il fondatore dell'Ordine che poi prese il suo nome. I b. appaiono con chiarezza nella storia dagli inizi del sec. xvr. Il movimento religioso che trova col bektāsciamo la sua sistemazione nell'occidente turco, risale ad antica data e i Qiallbās (teste rosse) nell'Asia Minore orientale e nel Curdistan, e gli 'Alī Ilāhī (divinizzatori di 'Alī) in Persia professano dottrine molto simili a quelle dei B.

Nella dottrina b. sopravvive l'idea sufica (v. sōFismo) dell'originale eguaglianza di tutte le religioni e dell'inutilità del culto esterno. Molti elementi cristiani, gnostici e perfino pagani (sciamanistici) rendono ancor più variopinto il quadro delle dottrine di questa singolare setta. Benché essi si proclamino spesso sunniti, sono in realtà soliti estremi : riconoscono dodici Imām e le tombe dei santi sono talmente venerate che le devozioni fatte innanzi ad esse sostituiscono perfino la preghiera rituale. Venerano una specie di trinità (Allāh, Mohammed, 'Alī) e nelle assemblee, che hanno luogo nel mejdān ("arena" o sala di riunione nel convento) celebrano una specie di agape sacra in cui distribuiscono pane, vino e formaggio. Confessano i loro peccati ai superiori e ne ricevono il perdono. La proibizione di bere il vino e il velo delle donne sono aboliti. Alcuni di essi vivono in celibato, anzi sembra che il celibato sia stato la loro regola primitiva.

I B. hanno adottato la mistica dei numeri e delle lettere dell'alfabeto e tengono in alto conto le opere di Fazlullāh (fondatore della setta cabbalistica dei hurūfī). Ammettono anche la metempsicosi.

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(fot. Kunsthistorisches Museum, Vienna)

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Tav. LXXIV
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L'Ordine era diretto da un gran maestro che risiedeva nella casa madre a Hāgġi Bektāš (fra Kirşehir e Cesarea). La carica non era ereditaria, ma negli ultimi tempi s'era costantemente trasmessa di padre in figlio. Il superiore di ciascun convento (tehkieh) si chiama Bâbâ, il semplice derviscio si chiama mürid e il fratello laico müntezib. I B. avevano anche delle vesti speciali (mantello bianco, berretto a spicchi, ecc.). La loro importanza politica era basata sulla loro stretta unione con i giannizzeri, tanto che essi presero parte a numerose rivolte di questo turbolento corpo, la cui soppressione nel 1826 per ordine del sultano Mahmüd II fu per i B. un grave colpo; gran numero di conventi furono distrutti e numerosi capi condannati a morte. Man mano però l'Ordine si risollevò ed ebbe una notevole fioritura, finché la Repubblica turca gli diede il colpo di grazia con l'abolizione delle tehhieh e degli Ordini religiosi (1925).

BibL.: J. Kingley Birge, The B. order of Dervishes, Londrafurdord 1977.

Alessandro Bausani
BEL (babilonese "signore"). - Nome corrispondente al cananeo Ba'al (v.), del dio babilonese Marduk (v.). Il dio Enlil, "signore delle terra", prima della dinastia babilonese di Hammurapi aveva il titolo di B. : era il "signore" che possedeva le tavolette del destino. Hammurapi (v.) fece abbattere dai suoi teologi la supremazia di Enlil, al cui posto subentrò Marduk, ereditando il titolo di B.

Daniele (14, 1-21) svelò la frode dei sacerdoti di B.-Marduk al re di Babel; Geremia predice la fine del dio babilonese ( 51,44 ).

Giustino Boson
BÉLA I (Alberto, Adalberto), re d'Ungheria. Regnò dal ro6o al ro63. Successe al fratello Andrea I, contro cui si era ribellato e che aveva sconfitto a Mosony. Soffocata nel sangue l'ultima ribellione pagana, si dedicò allo sviluppo economico del paese. Fondò un'abbazia benedettina a Szekszard. Sconfitto a sua volta nel ro63 da Enrico IV, che sosteneva i diritti di Salomone, figlio di Andrea I, morì poco dopo.

BibL.: Anon., s. v. in Rêvai Nagu Lesihana, III, p. 16 sg.; F. Eckhart, Storia della nazione ungherese, Milano 1929 (v. indice); B. Gy, s. v. in Katalibas Lexihom, I, p. 177; N. Asztolos-A. Pethò, Storia d'Ungheria, Milano 1937 (v. indice).

Alessandro Alessandrini
BÉLA II il Cieco, re d'Ungheria. - Regnò dal 1131 al 1141. Figlio del principe Álmos, mentr'era ancora fanciullo fu fatto accecare da re Kálmán dal Libro, in seguito ad un tentativo di Álmos di usurpare il trono. Divenuto re, fece uccidere, per istigazione della moglie Elena, 68 aristocratici, fedeli al pretendente Boris e sospetti di avere avuto parte nel suo abbacinamento. Durante i suoi dieci anni di regno riuscì a mantenere l'ordine e la pace in Ungheria, che ingrandì con l'occupazione del territorio fra la Sava e la Drina. Educato dai Benedettini, sostenne sempre gli interessi della Chiesa. Morì all'età di 32 anni.

BibL.: v. bela I, re d'Ungheria. Alessandro Alessandrini
BÉLA III, re d'Ungheria. - Regnò dal 1172 al 1196. Figlio di Géza II, trascorse la giovinezza alla corte dell'imperatore di Bisanzio, Manuele Comneno, con il titolo di "despotes", cioè di successore al trono, diritto che perdette quando Manuele insperatamente ebbe un figlio. Salito sul trono d'Ungheria fra la generale diffidenza, in conseguenza della sua educazione bizantina, riusci a vincere tutte le prevenzioni e si mantenne fedele alle tradizioni familiari sostenendo sempre gli interessi dell'Ungheria e della Chiesa. Durante il suo regno nuovi Ordini religiosi si stabilirono nel paese, diffondendovi soprattutto la
cultura francese. Numerosi furono pure i sacerdoti ungheresi che si recarono a studiare a Parigi. B. scelse nelle file dei monaci il personale della cancelleria reale, gli ambasciatori ed i legislatori. Monaci furono gli educatori dei principi di sangue e gli storiografi della dinastia, fra cui quell'«Anonymus Belae Regis Notarius», che ci lasciò la prima cronaca ungherese, la Gesta Hungarorum.

BibL.: v. Bela I, re d'Ungheria. Alessandro Alessandrini
BÉLA IV, re d'Ungheria. - Regnò dal 1235 al 1270. Salito sul trono, aveva appena finito di ristabilire l'ordine politico ed economico e l'autorità regale, grandemente scossi durante il regno del padre Andrea II, quando nel 1241 dovette far fronte all'invasione tartara che lo costrinse a rifugiarsi in Dalmazia. Il dominio tartaro durò appena un anno ma lasciò tracce tremende in Ungheria. Con immensa forza d'animo e con calda fede nell'aiuto divino, B. iniziò l'opera di ricostruzione, per la quale trovò un valido appoggio nella S. Sede e nella Chiesa ungherese. Sostenne il movimento degli Ordini mendicanti; vide anche di buon occhio ed aiutò la formazione dei Paolini. Furono sue figlie la b. Cunegonda (Kinga), s. Margherita e la b. Iolanda.

BibL.: v. Bela I, re d'Ungheria. Alessandro Alessandrini
BELBELLO da Pavia (Luchino B.). - Miniatore. Notizie dal 1448 al 1462. Lavorò alla corte di Mantova per i Gonzaga e a quella di Milano per Francesco Sforza; oltre varie opere minori, rimangono a Mantova un suo Messale ed alla biblioteca Vaticana una Bibbia, che, per lo squisito gusto decorativo, gli valse la fama di uno dei più notevoli miniatori del xv sec.

BibL.: F. Malaguzzi Valeri, s. v. in Thieme-Becker, III, p. 221; P. D'Ancona, La miniature italienne, Parigi-Bruxelles 1923 (v. indice); P. Toesca, Studi e monumenti per la storia della miniatura ital., I, Milano 1930, pp. 105-106. Maria Donati

BELCARI, Feo. - Scrittore fiorentino, n. di nobile famiglia il 4 febbr. 1410. Spirito profondamente religioso, partecipò anche alla vita pubblica del paese : fu dei priori e dei buonuomini, poi gonfaloniere delle Compagnie del popolo. Sposatosi, forse nel 1435, con Angiolella di Tommaso di Gherardo della nobile famiglia de' Placiti, educò cristianamente la famiglia; una sua figliola si rese monaca nel monastero di S. Brigida. Fu costante amico di casa Medici e a Cosimo il Vecchio, a Piero e Giovanni suoi figli, e a Lorenzo il Magnifico indirizzò sonetti e dediche. Morì il 16 ag. 1484 ed ebbe sepoltura nella sagrestia della chiesa di S. Croce.

Le sue opere furono ispirate da una sentita religiosità, ma sono scarsamente originali. Il B. si limitò, spesso, a parafrasare fonti latine, come per il Prato spirituale, raccolta di vite dei santi, e per la Vita di frate Egidio. Più personale riusci nella Vita del b. Colombini, ch'è l'opera sua più conosciuta per la quale il B., pur avvalendosi di Giovanni Tavelli da Tossignano, uscì dai limiti della compilazione e attinse direttamente ai documenti, dando vit