volume-02

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ThC, II, col. 559.
Cosimo Petino
BELLANO, Bartolomeo. - Scultore, n. a Padova nel 1434 ca., m. ivi tra il 1496 e il 1497. Si crede che abbia collaborato alle due cantorie di S. Lorenzo a Firenze, venendo cosi a contatto con l'arte di Donatello, di cui si applica a tradurre lo stiacciato nei rilievi per il reliquiario marmoreo della sacrestia (1469) e in quelli bronzei ( 1484-88 ) per il coro, nella chiesa del "Santo " a Padova: vi dimostra una durezza del segno da cui esulano le ricerche pittoriche, ed un interesse narrativo di gusto settentrionale. Le qualità di incisivo plasticismo e di vigore espressivo della sua scultura fanno migliore prova nei monumenti. Roccabonella (1491) in S. Francesco a Padova (rilievo con la Madonna, il Bambino e santi). Lavorò per incarico di Paolo II a Roma e a Perugia.

Biol.: A. Moschetti, s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 233236; A. Scrinzi, B. B., in L'arte, 29 (1926), pp. 248-60; S. Bettini, B. B. ineptus artifex, in Rivista d'arte, 13 (1931), pp. 42108. Maria Vittoria Brugnoli

BELLARINO, Giovanni. - Teologo barnabita, n. a Castelnuovo (Brescia) nel 1552, m. a Milano il 28 ag. 1630 . Studiò all'Università di Brera in Milano, insegnò filosofia e teologia. Contribuì efficacemente alla diffusione e al consolidamento del suo Ordine.

Pubblicò il frutto delle sue ricerche sul metodo: Poecis scientiarum seu methodus scientifica practice considerata (Mi-

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lano 1606). Espose metodicamente e spiegò la dottrina del Concilio di Trento e del Catechismo romano in vari opuscoli che riunì poi in un volume dal titolo: Doctrina S. Concilii Tridentini et Catechismi Romani de completa summa S. Evangelii (ivi 1615). La stessa dottrina si trova rielaborata e provata in: Doctrina catholica ex S. Concilio Tridentino et Cathechismo Romano ecc. (ivi 1620). Dalle ultime due opere estrasse l'opuscolo: Praxis ad omnes veritates evangelicas, cum certitudine fidei probandas et ad omnes haereses cum eadem certitudine confutandas (ivi 1626). Applicò il suo metodo anche allo studio di s. Tommaso: Doctrina de physicis praemotionibus, de generica determinatione omnium rerum et causarum ad actu operandum (ivi 1624). Volle fondere tutti i suoi scritti in un'unica opera rimasta incompiuta: Speculum humanae atque divinae sapientiae (ivi 1630 ).

Bibl.: Mazzuchelli, II, p. 640; G. Boffito, Biblioteca barnabitica, I, Firenze 1923, pp. 154-65.

Agostino Amaroli
BELLARMINO, Roberto, santo: v. roberto bellarmino, santo.

BELLARY, Missione sui iuris di. - E suffraganea di Madras (India) ed affidata ai Frati minori della provincia inglese. Eretta nel 1928, comprende il territorio del distretto di B. (governatorato di Madras), distaccato dall'arcidiocesi di Madras, e i distretti di Raichur e di Gulberga (Stato del Nizam), staccati dalla diocesi di Hyderabad. Ha una superfice di kmq. 18.070 ed una popolazione di 4.300 .000 anime, in grande maggioranza di stirpe e lingua canarese, con forti minoranze di genti Telugu e Matatta. I nove decimi delle popolazioni seguono l'induismo, 400.000 ca. sono maomettani, e solo 10.000 cristiani di cui 3471 cattolici (statistica 1939) con 9 missionari, 76 suore e 29 catechisti indigeni, 6 parrocchie, 12 scuole elementari con 85 I allievi e 4 medie con 784 studenti. La missione mantiene un piccolo ospedale, un ricovero per vecchi e 322 orfani.

Bibl.: Guida delle Missioni Cattoliche, Roma 1935, p. 142; Souvenir of the B. Mission, Bellary 1938; Catholic Directory of India, Burma and Ceylon, Madras 1939, pp. 536-41. Valentino Belgeri

BELlASIS, Edward. - Giureconsulto inglese, n. il 14 ott. 1800 a Basilden, m. il 24 genn. 1873 a Hyères, (Francia). Divenne giureconsulto del Parlamento, posto che occupò fino al suo ritiro nel 1866, e vari bill sulle ferrovie e sulla navigazione sono stati da lui redatti. Dal 1833 al 1845 seguì con interesse il movimento di Oxford, e divenne amico dei futuri cardinali Newman e Manning. La costituzione del 29 sett. 1850 , che ristabilì la gerarchia cattolica in Inghilterra, sollevando opposizione da parte dei protestanti, diede a B. l'occasione di intervenire a favore dei cattolici con l'opuscolo A Remonstrance with the Clergy of Westminster, seguito l'anno successivo dallo scritto The Anglican Bishops versus the Catholic Hierarchy. Nel sett. 1850 il B. si era convertito alla fede cattolica. Alla sua morte, il card. Newman molto lo rimpianse, e tutti coloro che lo avevano conosciuto lo ricordarono come uomo assai caritatevole.

Bibl.: C. Kent, s. v. in Dict. of Nat. Biogr., II, pp. 180182.

Silvio Furlani
BELLATI, Antonio Francesco. - Oratore e scrittore n. a Camporeggiano in Garfagnana il 2 nov. 1665. Entrato a Bologna nella Compagnia di Gesù il 24 maggio 1681, inségnò lettere per cinque anni a Parma nel collegio dei Gesuiti, ma dopo gli studi teologici fu applicato alla predicazione nella quale gli arrise per alcuni anni e in numerosi pulpiti d'Italia un notevole successo dovuto al suo talento oratorio. Riticatosi dal ministero pastorale per mancata salute, insegnò in privato a Ferrara, dove fu associato all'Accademia degli

Arcadi con il nome di Ascreo Larissimo. Finì la sua vita a Piacenza dove fu rettore del collegio della Compagnia il 1^{°} nov. 1742.

Come scrittore il Mazzuchelli lo giudicava uno dei più colti e più tersi che la Compagnia avesse avuto in Italia. La sua opera letteraria (cf. Sommervogel, I, coll. 1253-59; VIII, coll. 1887-88) si compone principalmente di prediche, panegirici, orazioni funebri e anche trattati ascetici, alcuni dei quali (Le obbligazioni di un marito cristiano, Padova 1711; Arte di raccomandarsi a Dio o sia la virtù dell'orazione, Piacenza 1731), ebbero varie edizioni e traduzioni. Una edizione completa delle sue opere uscì a Venezia in 4 voll. (1742-47) e quasi contemporaneamente un'altra a Ferrara (1744-47) curata da Andrea Barotti. Quest'ultima in testa al IV volume porta una Vita del B.

Bibl.: Mazzuchelli, II, n. pp. 660-62; G. Tiraba,chi, Biblioteca modenese, I, Modena 1761, pp. 187-90; E. Lamalle, s. v. in DHG, VII, coll. 826-27.

Edmondo Lamalle
BELLATI, Baftolomeo. - Teologo scotista e grande predicatore dei Conventuali, n. a Feltre, di nobile casato, nei primi del 1400 , m. a Roma nel 1479. Nel 1472, in occasione del Capitolo generale dell'Ordine, a Ferrara, presente Ercole I, tenne una celebre disputa pro Immaculata contro V. Bandelli e altri avversari. Fu instancabile propagatore, con la predicazione e con gli scritti, della dottrina e della festa dell'Immacolata; resse lo studio di Bologna nel 1478.

Scrisse: Opusculum in II Sent. Scoti (Venezia 1481); Liber recollectorius de ver. Conceptionis B. M. (Bologna 1481, pp. 100-109); ristampò, castigati, la Summa Aste. sana (Venezia 1478), ed il I libro della Lectura Parisiensis di Scoto (Bologna 1478).

Bibl.: P. de Alva y Astorga, Militia univers. pro Immac. Concept., Lovanio 1663, p. 163; F. A. Benoff, Compendio di storia minoritica, Pesaro 1829, p. 211; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Script, Ord. Min., I, 2^{2} ed., Roma 1908, p. 118; Gesamthatalog der Wiegendreche, 111, Lipsia 1928, n. 3238.

Lorenzo Di Fondo
BELLAY, Jean du. - Cardinale, fratello minore di Guglielmo, n. nel 1492, m. a Roma nel 1560. Iniziò giovanissimo la carriera ecclesiastica e nel 1526 divenne vescovo di Baiona. Amico intimo del ministro commestabile Anne de Montmorency, fu conosciuto e apprezzato da Francesco I che lo inviò ambasciatore in Inghilterra nel 1528. Entrò nella amicizia del card. Wolsey e di Enrico VIII e divenne il sostenitore del re nel momento in cui le relazioni di questi con Roma si facevano più tese. Difese energicamente alla Sordona nel 1530 e a Roma nel 1534 la tesi del divorzio del re da Caterina d'Aragona, zia di Carlo V, nell'intento puramente politico di assicurare a Francesco I una potente alleanza nelle sue lotte contro l'imperatore. In premio di questa sua azione, ottenne il vescovato di Parigi nel 1532 e la porpora nel 1535. L'anno dopo, si distinse nell'organizzare la difesa della città, durante l'assedio posto a Peronne dalle truppe imperiali. Nel suo viaggio a Roma del 1536 venne accompagnato da Rabelais. Vescovo di Limoges nel 1541, arcivescovo di Bordeaux nel 1544, vescovo di Le Mans nel 1546, tornò a Roma nel 1548 a patrocinare vanamente, per conto di Enrico II, un'alleanza antimperiale. Osteggiato dal card. di Lorena, si ritirò definitivamente a Roma negli ultimi anni, e vi ebbe un superbo palazzo e splendida corte frequentata da letterati e da artisti. Alla morte di Marcello II si parlò di una sua possibile ascesa al pontificato. Ha lasciato tre libri di poesia (Parigi 1546) ed alcune orazioni.

Bibl.: L. V. Bourrilly, Ambassades en Angleterre de 7. du B. La première ambassade, Parigi 1905; id., Le cardinal 7. du B. en Italie, ivi 1907; C. Capasso, s. v. in Enc. Ital., XIII, p. 234.

Luigi Michelini Tocci

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(Ist. Anderson)
MADONNA COL BAMBINO
di Jacopo Bellini - Lovere, galleria Tadini.

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![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

In alto: PIETA di Giovanni Bellini - Milano, Brera. In basso: TRASFIGURAZIONE di Giovanni Bellini. Napoli, museo Nazionale,

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BELLECIUS, Ludwig. - Scrittore ascetico tedesco, n. a Friburgo in Brisgovia il 15 febbr. 1704, gesuita dal 1719, m. a Augusta il 21 apr. 1757. Insegnò vari anni filosofia e teologia; poi fu mandato nel Brasile, dove insegnò quattro anni la teologia a Pará e fu missionario nel Marañon. Tornato in Europa prima del 1750, riprese a Friburgo le lezioni di teologia; nel 1752, era istruttore dei padri di terza probazione e poi ministro del collegio di Augusta.

Deve la sua fama ai suoi scritti, spesso ristampati e tradotti (cf. Sommervogel): Cbristianus pie moriens ( 2 voll., Friburgo in Br. 1749); Virtutis solidae praecipua impedimenta, subsidia, incitamenta ( 3 voll., Ratisbona 1755), manuale metodico destinato principalmente ai giovani religiosi. La sua Medullo ascenens sive Exercitia S. P. Ignatii de Loyola (Augusta 1757), commento vigoroso sotto forma d'un corso d'esercizi spirituali di otto giorni, fu poi ripresa da vari autori sotto diverse forme; il p. A. Bresciani ne curò una edizione italiana (Torino 1842) ristampata da Marietti (ivi 1915; 1926: 23^{°} migliaio).

Bibl.: Sommervogel, I, coll. 1260-62: VIII, coll. 18081809; E. Lamalle, s. v. in DIGG. VII, coll. 836-37.

Edmonde Lamalle
BELLELLI, Fulgenzio. - Teologo agostiniano, n. a Buccino, in Campania, nel 1675, m. a Roma il 22 genn. 1742. Fu professore di filosofia e teologia nei principali studentati che il suo Ordine aveva in Italia (Roma, Siena, Firenze, Napoli, Venezia). Nel 1727 venne assunto all'ufficio di superiore generale, che tenne per 6 anni. Prima e dopo il suo generalato occupò la carica di prefeito della biblioteca Angelica in Roma. Versatissimo nello studio delle opere di s. Agostino, illustrò e difese strenuamente contro pelagiani, baianisti e giansenisti la dottrina del santo dottore. Il suo linguaggio, che non di rado tradisce asprezza e intolleranza, spinte gli avversari a contraddirgli con accanimento, e per qualche sua frase arrischiata o non sufficientemente spiegata, fu dagli emuli accomunato agli eretici, che egli stesso combatteva.

Opere principali: Mens Augustini de statu creaturae rationalis ante peccatum, contra pelagianos, bajanos et jansenistas (Lucerna 1711); Mens Augustini de modo reparationis humanae naturae post lapsum, adversus bajanam et jansenianam haeresim (a voll., Roma 1737; ivi 1738; ivi 1740); De Incarnatione Verbi Divini dissertatio (Perugia 1716, manoscritto nella biblioteca Angelica, cod. 1359 [T. 4. 24]).

Bibl.: F. Bellelli, Autobiografia, manoscritto nella bibl. Angelica, 88. 1. 32; Ilumer, IV, col. 1371. David Falcioni
BELLEMERA (Aegidius de Bellamera, o de Bellemera), Egidio de. - Decretalista italiano, m. verso il 1392. Nel grande scisma occidentale seguì la parte dell'antipapa Clemente VII. Secondo quanto egli stesso riferisce (Cap. Si in laicis, Decret. 38), fu promosso al dottorato da Simone de Brossano, che più tardi fu eletto cardinale. Ca. il 1374 venne nominato da Gregorio XI «auditor litterarum contradictarum" quindi reggente della Cancelleria apostolica.

In questa carica compose le regole della detta Cancelleria (Regulae cancellariae apostolicae, ed. Othental, p. 900). Come uditore della Rota romana pubblicò una raccolta delle decisioni di questo tribunale pontificio degli anni 1374-78, traendole "ex consiliis dominorum Sacri Palatii auditorum" e le ordinò sotto opportune rubriche (Lione 1536).

Nominato vescovo di Lavaur nel 1383, fu trasferito nel 1391 alla sede di Le Puy e quindi nel 1392 dall'antipapa Clemente VII a quella di Avignone.

Fu autore di un Remissorius sen Commentaria in decretum Gratiani (Lione 1550); di Praelectiones in libros decretalium partis VI { }^{\text {er }} (ivi 1543-49); di un Commentario sulle Clementine (Venezia 1587), di altri commentari, e di vari trattati particolari, quasi tutti sulle Clementine.

Della sua attività pratica, oltre la predetta raccolta di Decisiones rotali, resta la sua raccolta di Consilia in 4 voll. (Lione 1521; Venezia 1579).

BibL.: J. F. Schulte, Die Geschichte der Quellen u. Lit. des Kan. Reckn. II, Stoccarda 1877, p. 274; E. Cerchiari, Capellani Pabos, II, Roma 1921, p. 34. Antonio Rota
BELLERMANN, Christian Friedrich. - Pastore protestante, n. l'8 luglio 1793 in Erfurt, m. a Bonn il 24 marzo 1863. Era figlio di un professore di teologia, il quale ci lasciò, oltre varie pubblicazioni bibliche, tre dissertazioni Über die Genumen der Alten mit dem Abraxasbilde (Erfurt 1817-19), ancora utili. Portato dal suo ministero a Lisbona ed a Napoli, ne approfittò per compiere studi originali in quei paesi.

Così fra molti opuscoli di indole teologica poté pure pubblicare due opere di merito: Die alten Liederbücher der Portugiesen (Berlino 1840), e Über die ältesten christlichen Begräbnissätten, besonders die Katohomben zu Neapel (Amburgo 1839). In quest'ultima si ha per la prima volta una pianta accurata e uno studio sistematico (con riproduzioni a colori) della grande catacomba di S. Gennaro, per quel tempo molto notevole.

Antonio Perrua
BELLESHEIM, Alfons. - N. a Monschau il 16 dic. 1839, m. in Aquisgrana il 5 genn. 1912, ordinato sacerdote (1862), canonico di Colonia (1886), canonico preposto del duomo di Aquisgrana (1902). Sebbene attendesse alla cura d'anime, poté perfezionarsi negli studi storici e lasciò una pregevole storia della Chiesa scozzese (Geschichte der hath. Kirche in Schottland, 2 voll., Magonza 1883) ed un'altra sulla Chiesa irlandese (Gesch. der Kath. Kirche in Irland, 3 voll., ivi 1890-91); ed inoltre apprezzate biografie dei card. Allen (1885), Mezzofanti (1880) e Manning (1892). Si interessò pure con frutto di studi di archeologia cristiana.

Bibl.: G. Grisar, s. v. in DHG. VII, 877. Luigi Berra
BELLESINI, Stefano, beato. - N. a Trento il 25 nov. 1774, m. a Genazzano il 2 febbr. 1840. A sedici anni entrò fra gli Agostiniani, compiendo il noviziato nel convento di S. Giacomo in Bologna; fu inviato poi a Roma per gli studi filosofici. Nel 1796 tornò a Bologna per la teologia. Raggiunto dalla rivoluzione, fu costretto a riparare in patria, dove l'anno dopo fu ordinato sacerdote. A Trento, ardente di zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, aprì scuole per la formazione cristiana della gioventù. Il governo austriaco, in riconoscimento dei suoi meriti, lo nominò direttore generale delle scuole del principato trentino. Ristabiliti gli Ordini religiosi, il B. ritornò fra i suoi frati nel 1817. Fu eletto maestro dei novizi a Roma, a Città della Pieve e a Genazzano, dove nel 1831 fu nominato parroco nel santuario della Madonna del Buon Consiglio. In tale ufficio rimase fino alla morte, avvenuta mentre assisteva gli appestati. Pio X lo beatificò il 27 dic. 1904.

Bibl.: F. Balzofiore, Della vita del ven. servo di Dio S. B. parroco agost., Roma 1868; P. Billeri, Vita del b. S. B., ivi 1904; G. Lepore, Compendio della vita del b. S. B., 2^{2} ed., ivi 1933: V. F., L'atto di professione autografo del b. S. B., in Bollettino storico agostiniano, 11 (1935), pp. 71-76; Nel centenario della morte del b. S. B. 1240-1940, Pergine 1940 (numero unico edito dalla diocesi di Trento).

Vittorio Cambisso
BELLEVILLE, diocesi di. - Nell'Illinois (Stati Uniti d'America); diocesi suffraganea di Chicago. Fu eretta il 7 genn. 1887 per smembramento di quella di Alton (oggi Springfield-Illinois). Situata nel sud dello Stato dell'Illinois, B. comprende nel suo territorio, che si estende su una superfice di più di 30.298 kmq., alcune delle più antiche missioni dell'ovest, quali le attuali parrocchie di Kakaskia, Caho-

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kia, Prairie du Rocher, ecc., evangelizzate nei secc. xvir e xviri dai missionari del Canadà.

La diocesi di B. conta 136 parrocchie, 146 sacerdoti diocesani e 32 regolari.

Boll.: H. J. Hagen, s. v. in The Cuth. Enc., II, pp. 414-15; J. Coignet, s. v. in DHG, VII, col. 883: The Officiul ratholic directory, parte 2^{2}, Nuova York 1947, pp. 328-32. Corrado Morin

BELLEY, piocest di. - Nel dipartimento dell'Ain, tra i fiumi Rodano e Saona. Ha una superfice di kmq. 5.825 ; conta 443 parrocchie, 718 sacerdoti diocesani e 421 regolari, 290.000 cattolici su 306.864 ab. (1948). B. è l'antico Vicus Bellicensis (CIL, XII, 2500). Il Duchesne considera la diocesi di B. come la continuazione con territorio ridotto e trasferimento di sedc della diocesi di Nyon in origine nella civitas Equestrium, per sottrarsi ai saccheggi degli Alemanni.

Secondo altri B. sarebbe stata fondata o da Vienne, o da Besançon o da Lione.

Nella biblioteca della cattedrale di Besançon esiste un triplice catalogo dei vescovi di B., i due primi esemplari sono del sec. xI, il terzo del sec. xili. Se il vescovo Vincenzo, presente al Concilio di Parigi del 552 è la stessa persona di colui che divenne vescovo di B. nel 570 , significa che la città era già sottomessa ai Merovingi. Altri vescovi furono Felice, firmatario al Concilio di Mâcon, del 585 , Aquilino che fu al Concilio di Parigi del 614 e Fiorentino che firmò al Concilio di Chalon-sur-Saône nel 650.

Passò in seguito ai Carolingi e più tardi venne inclusa nel regno di Borgogna. Per qualche anno nel sec. xir formò diocesi a parte Bourg (v.) con i suoi annessi. La costituente fece di B. una diocesi dipartimentale soggetta a Lione. Il concordato del 1801 la soppresse e fu ristabilita nel 1822, come suffraganza di Besançon.

La Cattedrale, dedicata a s. Giovanni Battista, patrono della diocesi, è una costruzione del sec. xir con trasformazioni del sec. xv.

Centro di frequenti pellegrinaggi è ad Ars il sepolcro di S. Giovanni Maria Vianney (v.).

Abbazia. Quella cistercense di S. Sulpizio fu fondata da Amedeo III conte di Savoia nel i130, con alle dipendenze un monastero femminile fondato a Bons dalla figlia Margherita di Savoia. La certosa di Pierre-Châtel, fondata da Amedeo VI di Savoia, nel 1383 ; la cui chiesa è
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(fol. Archicos Pliolographiques)
Belley - Interno della cattedrale di S. Giovanni, veduta dal coro (fine del sec. xili. primi del sec. xiv).
intimamente connessa con l'Ordine della S.ma Annunziata (v.). Pure notevoli l'abbazia di St-Rambert e la certosa di Sélignac.

Boll.: L. Duchesne, Festes episcopum de l'ancienne Gaule, III, Paris: 1915, pp. 24, 216-19; M. Perraud, Les origines du diocèse de B., les limites du diocèse de B., 3 voll., Belley 1927-29; L. Allonig, Le diocèse de B., histoire religicone des pays de l' Iou, Belley 1938; id., s. v. in DIIG, VII, coll. 886-902.

Enrico Jovi
BELL'HUOMO (Bellomo), Gottardo. - Scrittore ascetico gesuita, n. a Castiglione delle Stiviere (Mantova) il 7 giugno 1612, m. ivi il 26 nov. 1690. Professore di lettere, di filosofia e di teologia, resse la casa di Busseto (Parma) e i collegi di Padova e Modena.

Le sue opere, eccetto il Microcosmus immobilis (compendio di filosofia, Mantova 1655), sono tutte di soggetto ascetico : Initium sapientiae o considerazioni (Bologna 1657); Le finmme del Santuario (meditazioni sulla Passione, Venezia 1672); La pace di coscienza (ivi 1685).

Il pregio e l'ordine delle orazioni ordinarie e mistiche (Modena 1678), è l'opera sua più importante, scritta per impugnare gli errori quietisti dei Molinos, l'cirucci e Malaval, senza che questi autori siano mai citati; con stile espositivo e scevro di polemica nega nettamente che l'urazione di quiete sia per tutti. Il libro ebbe larga ripercussione, insieme ad analoga opera del p. Segneri; ma fu messo all'Indice - donos corrigatur ( 26 nov. 1681).

Boll.: Sommervogel, I, col. 1272; P. Dodon, Le quietiste espagual Michel Molinos, Parigi 1021, pp. 65-67, 96-97, 134-35; 239; id., s. v. in D89; I. coll. 1327-29. Ambrogio M. Fisicchi

BELLI, Giuseppe Gioacchino. - N. in Roma il 7 sett. 1791, m. in Roma il 21 dic. 1863. Il generale Valentini, suo zio paterno, venne fucilato nel 1798; il B. fanciullo segui la madre nella fuga verso Napoli. Dopo la caduta della Repubblica romana il padre ottenne un impiego a Civitavecchia. Nel 1803 il B. rimase orfano ed entrò nelle scuole del Collegio romano. Si impiegò poi nella computisteria del principe Rospigliosi, quindi in quella degli spogli ecclesiastici; in seguito nel demanio, aiutato dai sussidi del card. Odescalchi. Nel 1810 uscì dal demanio con un piccolo assegno, e per tre anni tenne l'ufficio di segretario nella casa del principe Stanislao Poniatowski. Lodovico Micara, poi cardinale, gli ottenne una stanza nel convento dei Cappuccini, dove imparò l'inglese e il francese ed approfondi le scienze fisiche e matematiche.

Fin dal 1807 aveva cominciato a scrivere versi; aveva tradotto i Salmi e composto la Battaglia celtica, il Bajazette, il poernetto in otto conti Le lamentazioni, e in terza rima la Pestilenza stista in Firenze l'anno di nostra salute 1348. Con il nome di "Tirteo Lacedemonio" entrò nell'Accademia Ellenica e nella Tiberina, di cui fu uno dei fondatori. Presente nella solenne adunata nel 1814 per festeggiare il ritorno di Pio VII, protestò contro le profanazioni del tempio lagnandosi "del ghermir dell'aquila grifigna». Nel 1816 sposò Maria Conti, vedova del conte Giulio Pichi. Ella gli ottenne dal segretario di Stato Consalvi l'impiego di terzo commesso nell'ufficio del demanio della carta bollata e registro. Per curarsi dell'ipocondria e di altri disturbi, compiva in estate frequenti viaggi a Napoli, nelle Marche, in Toscana, a Bologna e a Milano, dove nel 1827 gli capitarono in mano le poesie di Carlo Porta, che esercitarono su di lui una grande influenza. Dal 1831 al 1846 , e cioè durante il pontificato di Gregorio XVI, la fecondità della sua musa non ebbe limiti. "Io ho deliberato - scrive il B. - di lasciare un monumento di quello che è oggi la plebe romana. In lei sta un certo tipo di originalità : e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò inoltre che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo... Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstruiosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non

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tda G. G. Belli. Centovintus sonetti..., a cura di E. Verpara Caffarelli e G. R. Ansaldi, Roma 1833. Belli. Giuseppe Gioacchino - Fotografia con firma autografa. Roma, coll. V. Cianfaraní.
per proporre un modello, ma si per dare una immagine fedele di cosa già esistente s.

Nel 1837 mori la moglie, divenne allora più che mai intrattabile e misantropo: lasciò il palazzo Poli, licenziò la servitù, ritirandosi presso alcuni parenti in Via Monte della Farina, n. 11. Nel 1840 chiese un impiego al Papa, ed ottenne quello di collaboratore nella segreteria della direzione del debito pubblico, e nel 1842 quello di capo della corrispondenza. Nel 1848 deplorò l'uccisione di Pellegrino Rossi, l'anno dopo, spaventato dalla rivoluzione, scagliò un sonetto contro Mazzini. Nel 1852 compose dodici capitoli e dieci sermoni contro la civiltà moderna e li dedicò ai redattori della Ciuiltà cattolica. Tradusse gli inni del Breviario romano e compose due poemetti in ottave sulla Passione di Cristo. Fu censore teatrale, cassiere della Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli.

Il senso universale della poesia del B. è data dalla classicità con cui l'autore imposta la vasta trama delle sue icastiche osservazioni, introducendosi negli ambienti ove si denuncia il contrasto tra la fastosa maniera di una tradizione gentilesca e l'atteggiamento non preparato e senza artificio del volgo, che di quell'altra nobile vita, a lui insalita, tenta una interpretazione senza riverenza e senza mistero. Questa nuova epopea da sé si impone per la definizione di centinaia di caratteri e di spettacoli : sono le donne dei mercati, gli artigiani nei vincoli della vecchia città che si alternano agli ecclesiastici ed ai sovrani nella mordacità e procacità dell'accento vernacolo; è l'eterno contrasto delle grandi e delle piccole passioni riportate sul piano dell'arte; un misto di religiosità e di superstizione, di liturgia e di piazza, di riserbo e di oscenità, sostenuto dalla forza dei dialoghi, dallo spontaneo fluire degli endecasillabi, dalla epigrammatica sollecitazione conclusiva del sonetto.

L'edizione dei Sonetti romaneschi del Morandi (Città di Castello 1886-89) e gli inediti a cura di E. Vergara Caffarelli e G. R. Ansaldi: Centoventi sonetti roma-
neschi, ritrovati e annotati da Pio Spezi (Roma 1944), ci offrono una vastissima produzione poetica di oltre 32.000 versi; occorrerà precisare il significato da attribuire alle satire cosi violente e più spesso invereconde contro il Papa e gli uomini di Curia. Il B. non fu né l'avversario del dominio temporale, né il sostenitore dell'unità d'Italia, né il liberale e l'anticlericale di moda, né in lui, come vagheggiò Domenico Gnoli, ci furono crisi spirituali. La sua vita fu quella di un accademico, fedele agli ideali del classicismo, appassionato e paziente erudito, buon cittadino, "profondo e sincero cattolico - come scrisse l'« Osservatore Romano alla sua morte. Il caso del B. - un romano in toga che sperimentò tutto il gusto del dire alla maniera del popolo ( a Papa Grigorio je volevo bene perché me dava er gusto de potenne di' male -), con tutte le riserve e i biasimi per le sue "trovate" irreligiose e immorali, va riportato sulla linea di una vera e propria conversione letteraria e non morale, dovuta ad una concessione dell'artista al suo eccezionale estro romantico e dialettale. I sonetti sono un fatto di poesia e non un fatto politico (S. Negro), un fenomeno letterario singolarmente caratteristico, che prende le mosse dalle poesie del Porta e dalla forza dialettale della plebe di Roma. Ciò spiega come il B. tenne i sonetti per sé, non li diede alle stampe, pensò anzi di distruggerli e li affidò morendo a un vescovo: mons. Tizzani, cappellano maggiore dell'esercito pontificio.

Bibl.: Opere: G. G. B., ed. Fratelli Palombi, Roma 1942; Sonetti romaneschi di G. G. B., a cura di R. Vighi e G. VergaraCaffarelli, ivi 1944. - Studi: G. Zaccagnini, Della vita e delle opere di G. G. B., Roma 1891; S. Negro, Secondo Roma, Milano 1943, pp. 239-48; A. Momigliano, La poesia del B., in Introduzione ai poeti, Roma 1946, pp. 205-11; S. Negro, Gregorio XVI nei Sonetti di G. G. B. ", in Gregorio XVI. Miscellanea Commemorativa, I. Roma 1948, pp. 329-62.

Augusto Castaldo
BELLI, PASQUALE. - Architetto, n. a Roma il 13 dic. 1752, m. ivi il 31 ott. 1833. Allievo e aiuto di P. Camporese. Alla morte di R. Stern (1820) condusse a termine la costruzione del Braccio Nuovo del Vaticano. Dopo l'incendio della basilica di S. Paolo (1823) ne curò il restauro.

Bibl.: Anon., s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 248-49 (con bibl.). Elsa Gerlini

BELLI, Pietro Paolo. - Domenicano, architetto, n. a Jesi ca. 1727-30, m. a Pesaro il 2 ott. 1807. Lavorò per diverse chiese del suo Ordine tra cui la chiesa di Ancona (1781), il chiostro di S. Maria delle Grazie a Macerata, il nuovo chiostro della chiesa di Pesaro (finito nel 1806).

Bibl.: H. V., s. v. in Thieme-Becker, III, p. 249 (con bibl.). Elsa Gerlini

BELLI, Valerio. - Glittico e medaglista, n. nel 1468 a Vicenza (per cui fu denominato Valerio Vicentino, m. ivi nel 1546, dopo aver lungamente soggiornato a Roma ed a Venezia.

La permanenza a Roma ebbe su di lui grande influenza, poiché gli permise di liberarsi dal gusto quattrocentesco per la prospettiva (croce di cristallo del Victoria and Albert Museum di Londra) e di accostarsi invece ad un manierato decorativismo rinascimentale. Oltre a vari lavori d'intaglio, in cristallo ed in pietre dure, derivati da artisti del tempo ed andati perduti, oltre a numerose medaglie coniate, dal 1525 al 1532 lavorò ad una cassettina d'argento con intagli in cristallo, commessagli da Clemente VII, che rappresenta il suo capolavoro, per l'esecuzione fine ed accurata e per l'abile movimento di masse (Firenze, palazzo Pitti).

Bibl.: A. Magrini, Sopra 50 medaglie di V. B., Venezia 1871; Anon., s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 249-50; G. Zorzi, Come lo studio di V. B. trasmigro in Trento, in L'arte, 18 (1919), pp. 253-57; id., Alcuni stilisti sulla vita e le opere di V. B., ibid., 23 (1920), pp. 181-94.

Fabia Borroni

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Bellini, Gentile - Ritrocamento della reliquia della Croce nel canale - Venezia, galleria dell'Accademia.

BELLINGS, RICHARD. - Uomo di stato e storico irlandese, n. a Dublino non si sa in quale anno, m. nel 1677. Membro del Parlamento irlandese per aver sposato una figlia del visconte Mountgarret, fu nel 1642 segretario del "Supreme Council». Come cattolico fervente fu nel 1644 inviato a Roma per chiedere a Innocenzo XII un nunzio per l'Irlanda (cf. Pastor, XIV, 1, pp. 120, 122) che fu concesso. All'avvento dei cromveelliani gli furono sequestrati i beni e fu costretto a rifugiarsi in Francia. Più tardi poté ritornare in patria e rientrare in possesso della sua fortuna.

La sua opera principale è la difesa dei cattolici irlandesi (Vindiciorum Catholicorum Hiberniae lib. II, Parigi 1650). Nel 1772 vide per la prima volta la luce una sua storia dell'Irlanda negli anni 1641-48, che fu poi ripubblicata con note e documenti dal manoscritto originale da J. T. Gilbert, col titolo History of the Irish Confederation and the War in Ireland, 1641-48 (4 voll., Dublino 1882-85).

BibL.: A. Bellcshsim, Geschichte der Katholischen Kirche in Irland, II, Maonnes 1890, passim; J. O'Donoghue, s. v. in The Cath. Enc., II, p. 416.

Renata Orszi Ausenda
BELLINI. - Celebre famiglia di pittori alla quale essenzialmente si deve il rinnovamento della pittura veneziana dall'inizio del Quattrocento ai primi anni del Cinquecento. Ne fu capostipite Jacoro, n., sembra, nei primi anni del sec. xv, già nel 1424 ricordato come pittore, allievo di Gentile da Fabriano. Jacopo fu amico e suocero del Mantegna, al quale nel 1453 diede in moglie la figlia. Viveva ancora il 17 genn. 1470, ma era già morto da qualche tempo il 23 nov. 1471. Le opere sue maggiori sono andate distrutte : tra le rimaste ricordiamo il Cristo in Croce
del museo civico di Verona, mal conservato; la Madonna col bambino nella galleria dell'Accademia di Venezia, ancora rigida e con ricordi gotici nell'ornato; la Madonna col Bambino nella galleria Tadini a Lovere ispirata a Gentile da Fabriano; la Madonna col Bambino agli Uffizi, nella quale la solennità ieratica è moderata dal gesto umano di far apprendere al figlio il gesto della benedizione; la Madonna della chiesa di Legnaro presso Padova ora all'Accademia di Venezia, nella quale sembra riscontracsi un influsso del figlio Giovanni. La Madonnina della galleria di Brera è datata 1448.

Le opere conservate da sé sole non sarebbero sufficienti a farci comprendere l'arte di Jacopo e la sua importanza nello sviluppo della pittura veneziana, se non conoscessimo i suoi due libri di disegni, uno nel British Museum di Londra e l'altro al Louvre, forse preparati da lui per i figli. Questi disegni ci rivelano come Jacopo sia stato veramente l'iniuatore della nuova pittura veneziana : troviamo in essi studi di figure e di movimenti, paesaggi, architetture in parte tratte dal vero, nelle quali si mescolano il gotico e l'antico. L'artista sa rendere specialmente l'atmosfera, preparando la via a quella che fu una delle più notevoli conquiste della grande pittura veneta.

Gentile, figlio di Jacopo, n. a Venezia, quasi certamente nel 1429 , ivi m. il 23 febbr. del 1507. Seguì nell'arte il padre e subì l'influsso del Mantegna suo cognato, come si vede specialmente nelle ante d'organo ora nel museo dell'Opera di S. Marco. La sua prima opera, datata 1465 e firmata, è la gran-

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de tempera rappresentante il Beato Lorenzo Giustiniani, ora all'Accademia di Venezia. Il Santo è rappresentato di profilo con contorni taglienti. Questa pittura presenta reminiscenze manteynesche e quelle tendenze realistiche, che si affermeranno nei ritratti, nei quali l'artista fu assai valente. Celebre è il Ritratto di Maometto II (galleria di Londra), che Gentile dipinse per invito avuto da quel sultano nel 1479.

Del 1496 è datato uno dei tre teleri eseguiti per la confraternita di s. Giovanni Evangelista: la Processione della Reliquia della Croce in Piazza S. Marco. In questa pittura si vede l'abilità di Gentile come vedutista di esattezza documentaria: la piazza è scrupolosamente rappresentata con tutte le particolarità dei suoi edifici, tanto che sulla facciata di S. Marco possiamo scorgere al loro posto tutti i musaici originali. Benché l'artista si studi di rendere il movimento e di rompere l'uniformità del corteo variando gli atteggiamenti dei personaggi, come vediamo nei portatori del baldacchino, tuttavia le sue figure, tra cui alcune dipinte con intento ritrattistico, restano impacciate e incerte nei movimenti. Per la stessa confraternita Gentile dipinse nel 1500 il Ritrossamento della reliquia nel canale, anch'esso interessante come veduta, nel quale permangono incertezze prospettiche e qualche arcaismo nelle figure. Del 1501 è la terza tela rappresentante il Miracolo della liberazione di Pietro da Ladotico della febbre. Nella Predica di s. Marco della galleria di Brera l'intervento del fratello Giovanni vale a conferire movimento e organicità alla scena. Gentile segna una specie di transizione tra il gotico fiorito e il Rinascimento del Mantegna; cerca di rappresentare la folla, ma non riesce a interpretarla unitariamente per la pedante simmetria e per la rigidezza delle sue immobili rassegne di figure.

Giovanni (detto Giambellino) fratello di Gentile, n. a Venezia intorno al 1429; viene ricordato la prima volta nel 1459; m. il zo nov. 1516. Le date
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(per cartesia dei dott. B. Deprekert)
Bellini, Giovanni - Disegno per un Bandino GesùRoma, palazzo Co.sini, Gabinetto naz. dei disegni.
delle sue opere quattrocentesche sono incerte. Già nei suoi primi dipinti, che, come quasi tutti gli altri, furono di soggetto sacro, si rivela la sua predilezione per l'effetto pittorico (ad es., la Madonna che tiene il Bambino addormentato sulle ginocchia dell'Accademia di Venezia). Fu sensibile, nel secondo periodo della sua attività, agli influssi del Mantegna, come provano alcune Madonne e la Trasfigurazione del museo Correr, nella quale le figure sono rudi e denunciano lo sforzo di rendere il rilievo, mentre la caratteristica pit.oricità di Giambellino si vede solo nello sfondo. Parimenti manteynesca è l'Orazione nell'Orto della galleria di Londra, ma il paese ha più ampio respiro, il chiaroscuro è pittorico e i lumi non sono più crudi, gli Apostoli, pur presentando scorci mantegneschi, sono più umani, il paese è arioso e tutto il dipinto presenta maggior varietà e scioltezza. Più aderente all'ispirazione religiosa che non il Mantegna, ci appare l'artista nella Pietà del palazzo Ducale di Venezia, ricca di sentimento tragico, rappresentata su uno sfondo paesistico. La Pietà del museo Poldi Pezzoli a Milano serba ancora resti della squadratura manteynesca, ma la luce e il chiaroscuro attenuano i contorni; così pure nella Crocifissione del museo Correr, l'originalità del paese luminoso e la luce diffusa fanno dimenticare i non ancora abbandonati manierismi; nella Pietà della stessa collezione, la figura di Cristo rende splendidamente, senza durezze, l'abbandono della morte. La Pietà di Brera segna un ulteriore progresso, anche per la maggiore libertà di composizione e per una più profonda espressività.

Nella Trasfigurazione della pinacoteca di Napoli il Mantegna è quasi dimenticato; il paese predomina e in tutto il quadro è diffusa una luminosità, che si accentua nella figura centrale di Cristo. La Madonna della galleria di Bergamo già anticipa il tipo delle Madonne sue più celebrate.

La serie dei grandi quadri di altare comincia con la pala di s. Giobbe, ora nella galleria di Venezia, in cui la composizione si stende con larghezza e il senso del colore è già quasi tonale. La celebre pala della sacrestia dei Frari, firmata e datata 1488 , mostra un ulteriore progresso nella forza del colorito. Tracce mantegnesche si notano ancora nella pala di s. Zeno, ma l'artista vi umanizza sempre più i personaggi divini, tanto che la Vergine appare soprattutto pervasa da sentimento materno. Il colorismo che produrrà il gran secolo della pittura di Venezia, è qui già tutto formato: una luce calda come oro vecchio sorge dall'abside dipinta entro la quale campeggia la Vergine e lascia emergere, con forza ancor più viva, il colore dei santi di cuprea intonazione.

L'Allegoria sacra degli Uffizi è una mistica fantasticheria che nel paesaggio fa presentire Tiziano e nel digradare delle tinte e nella dolcezza delle sfumature inizia la pittura tonale (v. vestizia, carta di). La stessa morbidezza dei passaggi cromatici, insieme con un colorito unitariamente fuso, si trova nella Madonna con due sante della galleria di Venezia; e si intensifica nella giustamente celebrata Madonna degli alberetti della stessa galleria, specialmente nel volto della Vergine che quasi perde la nettezza dei contorni.

Nella pala di s. Zaccaria, firmata e datata 1505 , il pittore si rifà ai modi di quella di s. Giobbe, ma ai lati rappresenta tratti di cielo e alberetti. Nel S. Girolamo con s. Agostino e Cristoforo della chiesa di S. Giovanni Crisostomo a Venezia, firmato e datato 1513, Giambellino rivaleggia con Giorgione, tanto che

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il S. Cristoforo è già da includere nell'orbita della nuova pittura cinquecentesca.

Per Giambellino bellezza e pietà si identificano e si uniscono a formare una perfetta opera d'arte. Vedi Tavv. LXXV-LXXVI.

Bibl.: G. Gronau, Dis Kinniterfamilie B., Lipsia 1909; V. Golubew, Les dessins de Jacopo B. au Louvre et au British Museum, Bruxelles 1908-12; G. Gronau, Giovanni B. Des Mésiters Gemälde in 207 Abbildungen, Berlino 1930; L. Venturi, Contributi a Jacopo B., in L'urte, 33 (1930), pp. 180-86; B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, trad. di E. Cecchi, Milano 1936, pp. 29-63; C. Gamba, Giovanni B., ivi 1937; B. Degenhart, Ein Beitrag zu den Zeichnungen Gentile und Giovanni B. und Dürers erstem Aufenthalt in Vencdiy, in Jahrbuch der preuss. Kunstsamml., 61 (1940), pp. 37-47; G. Fagolari, I restauri del Giambellino della galleria dell' Arcodemia di Venezia, in Le arti, 2 (1939-40), pp. 231-33; V. Moschini, Giambellino, Bergamo 1943; id., Disegni di Jacopo B., ivi 1943. Vincenzo Gobijn

BELLINI, Vincenzo. - Musicista, n. a Catania il 1^{°} nov. 1801, m. a Puteaux (Parigi) il 24 sett. 1835. Figlio di un organista, studiò nel collegio di S. Sebastiano a Napoli, diretto dallo Zingarelli che fu suo maestro. Dopo la rappresentazione dell'Adehne e Safvini (1825) nel teatrino del collegio, fu incaricato dal noto impresario Barbaja di scrivere per il teatro S. Carlo Bianca e Fernando (1826), ch'ebbe favorevoli accoglienze, e per la Scala di Milano Il Pirata (1827), ch'ebbe un grande successo. Stabilitosi in questa città, prosegui la sua attività di operista : minore incontro ebbe La Straniera (Milano 1829) e deciso insuccesso la Zaira (Parma 1829), ma
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(de Compositioni giovanili inedite pubbl. Ave. d'Italia) Bellini, Vincenzo - Ritratto con firma autografa, Incisione di F. di Bartolo.
il favore popolare gli ritornò con i Capuleti e i Montecchi (Venezia 1830) e soprattutto con La Sonnambula (Milano 1831) e con La Norma (Milano 1831), sebbene questa la prima sera ricevesse fredde accoglienze. Dopo l'insuccesso della Beatrice di Tenda (Venezia 1833) scrisse e rappresentò a Parigi l'ultima sua opera I Puritani (1835). Notevole la produzione nel campo della musica di chiesa, in cui si contano numerosi Tautum ergo, alcune Salve Regina, un Credo, un Te Deum, un Magnificat, due Messe con Vespro e una Messa di gloria.

Bibl.: F. Cicconetti, l'ita di V. B., Prato 1839; A. Pangio, V. B., sa vie, ses sources, Parici 1868; F. Floriano, V. B., memorie e lettere, Firenze 1892; A. Amore, V. B., Catania 1892; G. Rinucci, V. B., le sue opere e i suoi tempi, Napoli 1899; O. Voda, Bibliografia bellissima, Catania 1902; I. Pizzetti, La musica di V. B., Firenze 1916 (rintampato in Sacoi critici, ivi 1920). Luigi Ronca

BELLINO, santo. - Padovano, della famiglia Bertaldo. Già sacerdote nel 1107, fu canonico poi arciprete della Cattedrale; esiliato ad Este con il vescovo Sinibaldo (i i io), poté rientrare a Padova nel 1115. Prese parte con il suo vescovo al Concilio Lateranense del 1123 ; verso il 1125 o 1126 fu eletto vescovo di Padova. Tenne la cattedra vescovile per oltre un ventennio: fu strenuo difensore dei diritti e delle immunità ecclesiastiche e largamente benefico verso i suoi sudditi. Mentre si recava per ministero pastorale a Fratta Polesine di Rovigo (diocesi di Adria), fu ucciso da un tale Tommaso Capivacca ( 26 nov. 1147). Sepolto nella chiesa di S. Giacomo di Fratta, ebbe subito culto di martire. Le notizie circa una eventuale canonizzazione da parte di Eugenio III nel 1151 o di Eugenio IV nel 1447 non sono suffragate da documenti attendibili; nella diocesi di Adria è venerato come patrono primario della diocesi. La sua festa ricorre il 26 nov.

Bibl.: BHL, 1086; F. S. Dondi Dall'Orologio, Memorie sopra la vita di s. B., vescovo e martire, Padova 1808; Cappelletti, X. pp. 308-11; P. V. Kehr, Italia Pontificia, VII, Berlino 1923, pp. 139-60. Carlo Castiglioni

BELLINTANI, Mattia da Salo. - Predicatore e scrittore cappuccino, n. a Gazzane (Roè Volciano) il 29 giugno 1535, m. il 20 luglio 1611. Si distinse per virtù, attività apostolica e letteraria. Lettore edettico di tendenza bonaventuriana in vari studi provinciali e generalizi; più volte ministro provinciale di Milano, di Bergamo-Brescia, definitore e commissario generale; diffuse l'Ordine in Francia, ottenendone facoltà (1575) da Enrico III, in Svizzera (1589, 1591), in Boemia (1602-1605).

Per incarico del Capitolo generale del 1587 scrisse la Historia Capuccina (1525-1600), edita da Melchiorre da Pobladura ( 2 voll., Roma 1946-49), in cui presenta l'Ordine come attuazione della genuina vita francescana. Tra altri suoi scritti storici è da segnalare la Vita della conterranea s. Angela Merici, edita per altra mano (Brescia 1600). Predicò per cinquant'anni in Italia e all'estero; il card. Federico Borromeo lo classifica modello di oratore sacro, come risulta anche dalle raccolte delle sue prediche, tutte edite più volte: Delli dolori di Christo prediche atto, con quattro d'altre materie (2 voll., Brescia 1598; vers. inglese, Londra 1931); In sermones s. Bonaventurae et in Evangelia de tempore a Paschate uque ad Adventum scripturales introductiones (Venezia 1588); Essaggerationi morali (Salò 1622); Quadragesimale ambrosianum duplex (2 voll., Lione 1624, edito a Colonia nel 1681 col titolo Cunciones exquisitissinne). Seconda la tradizione cappuccina, diffuse l'esercizio delle Quarant'ore, scrivendone un Trattato (Brescia 1588), sulla storia e sul metodo. Come altri confratelli si fece apostolo dell'orazione mentale e contemplativa nel popolo; istituì nella cattedrale di Brescia l'ora di meditazione pubblica, adottata da s. Carlo Borromeo a Milano; insegnò il metodo

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di meditare e ordinò gli argomenti in un'opera che ebbe vasta diffusione per molteplici edizioni e versioni in francese e latino: Prattica dell'oration mentale (parte 1^{6}, ivi 1573 ; parte 2^{6}, Venezia 1581 ; parte 3^{6} \times 4^{6}, ivi 1607); in altre opera, Corone spirituali (Roma 1616), ristampata più volte anche nelle traduzioni tedesca (Ingolstad 1616), e francese (Rouen 1622), ed usata da s. Carlo Borromeo, sviluppa il tema coro alla spiritualità francescana della passione di Gesù Cristo; nel Teatro del Paradiso (2 voll., Salò 1620, vers. francese Lione 1629), presenta in 150 medicazioni la teologia del cielo. Organizza varie confraternite; per quella che assisteva i condannati a morte compose gli Utili ricordi e rimedi (Salò 1614), detti anche Confucintrini. A fomentare la pietà sacerdotale destinò la Preparotione alla sacrosanta Messa (Milano 16 ro), e altre edizioni. Rimasero manoscritte varie opere di carattere dottrinale, ascetico ed oratorio.

Bim.: Giannantonio da Brescia, Vita del p. M. B. da Salò, Milano 1882; V. Benari, I consorli ed i Cappuccini brevciom. Brescia 1601, pp. 212-47; id., I Cappuccini della pratitoria milanese, parte 2^{°}, I. Crema 1898, pp. 176-79; Umile da Genova, Brevi cruni biografici, nell'ed. della Pratica dell'orazione mentale, I, Assisi 1932, pp. v-xxvi; Ilarino da Milano, Biblioteca dei Frati min. capp. di Lombardia, Firenze 1937, pp. 241-60 (elenco descrittivo di tutta le opere edite); Melchior a Pobladora, Introdur. tin orueralis, nell'ed. della Historia Capuccina, I, Roma 1946, pp. xxsIII-xxili. Ilarion da Milano

BELLINZAGA (Berinzaga) LOMAZZI, Isabella Cristina. - Mistica, la cui dottrina ebbe largo influsso sulla scuole di spiritualità posteriori, detta anche "la dama milanese" perché n. a Milano verso il 1551 , m. ivi il 26 genn. 1624, in fama di santità. L. è il suo cognome, B. quello dello zio materno che l'aveva adottata. Poco sappiamo della sua vita privata all'infuori di quanto ne scrive A. Gagliardi (v.), nella biografia che ne stese, rimasta manoscritta. Nel 1584 pronunziò i voti privati, impegnandosi a seguire per obbedienza la direzione spirituale dei Gesuiti, essendosi fin dal 1579 affiliata alla Compagnia. Ebbe straordinarie attitudini al governo talché s. Carlo Borromeo si servì più volte di lei per il governo di ospedali e di monasteri. Se ebbe numerosi e autorevoli Gesuiti di Milano suoi ammiratori spirituali, ne ebbe anche molti altri contrari, che l'accusarono più volte presso il loro generale di intromissione negli affari interni dell'Ordine, quasi volesse, in collaborazione al Gagliardi, riformare le costituzioni della Compagnia. Fu anche sospettata di voler procurare la riforma degli Ordini mendicanti. Pare che in realtà non vi fosse altro che un santo zelo nel richiamare i religiosi ad una più esatta osservanza delle proprie regole.

Nel 1584 conobbe Achille Gagliardi e si legò a lui con santa amicizia, prendendone in certo qual senso la direzione spirituale; egli, come il Vipera ed altri illustri padri, riconobbe in lei una particolare attitudine nello scrutare e consigliare anime.

La frequenza dei rapporti spirituali tra la B. e il Gagliardi preoccupò il generale Acquaviva (1588) che nel 1594 allontanò il Gagliardi da Milano. Clemente VIII impose alla B. il silenzio sulle sue rivoluzioni divine. Dal 1601 Isabella B. si eclissa, e quasi più nulla si conosce di lei. Quando morì, a 72 anni, i suoi funerali furono un trionfo.

La spiritualità della B. viene esposta nella sua opera Breve compendio intorno alla perfezione cristiana composta in collaborazione con A. Gagliardi, senza che si possa precisare quale parte ebbero l'una e l'altro nella stesura di questa classica operetta. Probabilmente la B. ne concepì il pensiero sostanziale, ne stese la trama e la forma primitiva; il Gagliardi le dette i ritocchi teologici, conservando quanto era possibile ad un teologo la terminologia primitiva "affine di non
alterare quanto era possibile lo stile elevato di cui ella si era servita" (M. Viller).

L'operetta suscitò in molti un'ammirazione sconfinata; ci fu perfino chi la pensò stesa sotto l'ispirazione divina. Il Bremond (p. 20) bene osserva: "Non occorre attribuire origine quasi miracolosa a un'opera che non recava nulla di nuovo, e il cui maggior merito, anzi l'unico, era di raccogliere in pagine luminose l'insegnamento comune dei mistici.

Sorgente immediata e primaria, da cui la B. e il Gagliardi attinsero la dottrina di cui è nutrito il Breve compendio, è indubbiamente l'insegnamento di s. Caterina da Genova e della sua scuola dell'amore puro e netto. Vi si trovano anche molti punti di contatto con s. Giovanni della Croce e s. Caterina da Siena. Mezzi essenziali per l'acquisto della perfezione sono uno smisurato amore di Dio, e un profondo e scarnificante disprezzo di se stesso e delle cose tutte create. Tutta la cura e lo sforzo dell'anima che tende alla perfezione deve perciò consistere nel denudamento e annientamento dell'io.

Spogliarlo delle cose indifferenti, delle consolazioni terrene, delle consolazioni divine, dell'inquieto desiderio della perfezione, del gusto che si ha nella pratica delle virtù e perfezione, tutto ciò costituisce la prima tappa del denudamento dell'io, o annientamento attivo, operato direttamente dall'anima. Scque un duplice grado di annientamento passivo, in cui Dio stesso spoglia l'anima degli atti interni delle virtù operando in essa come a lui pure, e infine togliendole ogni volontà propria: alla volontà totalmente morta a sé si sostituisce la volontà divina, sicché la volontà opera il tutto come operava prima, ma in modo ben diverso e soltanto per Dio, priva di ogni "proprietà " (cf. H.