ndo in essa come a lui pure, e infine togliendole ogni volontà propria: alla volontà totalmente morta a sé si sostituisce la volontà divina, sicché la volontà opera il tutto come operava prima, ma in modo ben diverso e soltanto per Dio, priva di ogni "proprietà " (cf. H. Bremond, pp. 26-52).
Il Breve compendio incontrò il più grande favore del pubblico devoto e moltiplicò in Italia le sue edizioni specie negli ultimi anni del sec. xvi ed ebbe larga risonanza in Francia, ove ebbe molte traduzioni, fin dal 1589. P. De Bérulle pubblicò anonima, con il Bref discours de l'abnégation intérieure, una traduzione libera e lievemente temperata del Breve compendio. Anche Et. Binet (v.) lo tradusse (in Recueil des cuvres spirituelles de Binet, Rouen 1620). La dottrina del Breve compendio, specie quella intorno allo spogliamento dell'amor proprio, esercitò un notevole influsso sulla mistica di Lorenzo da Parigi cappuccino (Palais de l'amour divin, 1602), su quella di Camus, Surin, Rigolcur, Fénelon, ecc.
L'opera fu sospettata di quietismo, quindi posta all'Indice dei libri proibiti nel 1703, e vi rimase fino al 1900. Se p. Gerardo da s. Giovanni della Croce, nella sua introduzione alle opere del Santo non si perita di assomigliare la dottrina del Breve compendio a quella di Molinos, s. Francesco di Sales le fu piuttosto sfavorevole (cf. Lettere di s. Francesco di Sales, III [XIII delle Oeuvres, Annecy 1904, pp. 334-35]). Il Bremond ne rivendica la piena ortodossia.
Bim.: H. Bremond, J.-B., Achille Gagliardi, et la charité de l'amour, in Histoire Littéraire du sentiment religieux en France, XI, Parigi 1933, pp. 3-36; id., Bérulle quietiste ou Gagliardi?, in Vie spirituelle, 26 (1931), supplement, pp. 66-73, 129-62; I. Dagens, Notes bérulliennes, in Revue d'histoire ecclés., 27 (1931), pp. 318-49; G. De Luca, Quelques manuscrits romains sur Gagliardi, in Revue d'accti, et myst., 12 (1931), pp. 142152; M. Villes, L'abriqé de la perfection de la dame salonaise, ibid., pp. 44-89; id., Autour de l'abriqé de la perfection: l'influence, 113 (1932), pp. 34-59, 238-93; id., Breve compendio intorno alla perfezione cristiana, in DSp. I, coll. 1940-42; P. Pi,vi, Il p. Achille Gagliardi, la dama milanese, la riforma dello spirito e il movimento degli celatori, in Arch. histor. S. I., 14 (1943), pp. 1-72.
Unile Bonzi da Genova
BELLISOMI, Carlo. - Cardinala, n. il 30 sett. 1739 a Pavia, m. il 9 ag. 1808 a Cesena. Di famiglia patrizia, fu educato a Roma nel collegio Clementino. Dopo la morte del padre, tornò nella
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città natale, dove continuò gli studi tcologici, e conseguì la laurea «utriusque iuris». Nel 1775 fu inviato nunzio a Colonia e vi rimase fino al 1786, quando passò alla nunziatura del Portogallo. Creato cardinale da Pio VI il 14 febbr. 1785, fu riservato in pectore, e pubblicato nel Concistoro del 21 febbr. 1794, con il titolo di S. Maria della Pace. Eletto vescovo di Cesena nel 1795, partecipò al Conclave ch'ebbe principio a Venezia il 1^{°} dic. 1799: sul B. concorse la maggioranza dei cardinali presenti, ma causa la tenace opposizione del card. Herzan che rappresentava gli interessi austriaci e sosteneva la candidatura del card. Mattei non fu possibile ch'egli raggiungesse i due terzi. Il Conclave si trascinò sino al 14 marzo 1800 quando fu eletto il card. Chiaramonti (Pio VII).
Fu sepolto nella cattedrale di Cesena.
BibL.: J. Kaufmann, Bericht über den Besuch des Kälıer Nuntius, Mont. B., beim Kurfürsten von der Pfalz und beim Bischofe von Speier 1772, in Quellen und Forsch. aus italien, drehsten und Bibliotheken, 3 (1900), p. 245 sgg . - Sul Conclave si veda A. Eisler, Das Veto der katholischen Staaten bei der Papstwahl seit dem Ende des 16. Jahrhunderts, Vienna 1907.
Silvio Furlani
BELLO: V. ESTETICA.
BELLO HORIZONTE, ARCIDIOCESI di. - Città del Brasile, a 785 m . di alt., ai piedi della Sierra do Espinlaço, in regione salubre e piena di acque, capitale dello Stato di Minas Geraes ( 593.8 ro kmq . e 8 milioni di ab.). Eretta in diocesi dal papa Benedetto XV con la bolla Pastoralis sollicitudo l'ir febbr. 1921 con 20 comuni e la parrocchia di Hitiruna dell'arcidiocesi di Marianna, come suffraganea di Marianna. Venne poi a sua volta elevata ad arcidiocesi dal papa Pio XI con la bolla Ad mums Nobis del 1^{°} febbr. 1924 con le diocesi di Aterrado, Guaxupé e Uberabá per suffraganee. La Cattedrale è dedicata a N. S. del buon viaggio.
Nel 1947 aveva una popolazione di ca. I milione di ab. e 91 parrocchie; 113 sacerdoti secolari, 12 Congregazioni religiose maschili e 25 femminili e 2 seminari.
Bibl.: AAS, 13 (1921), pp. 336-38, 524; 16 (1924), pp. 130, 161, 264-65; J. B. Lehmann, O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 41-51. Giovanni Meseguer
BELlONA. - Connessa in origine con Marte, a metà del sec. Iv è già una divinità della guerra a sé (Livio, VIII, 9, 6), a cui nel 296 a. C., venne dedicato un tempio presso il Circo Flaminio, ove i Feciali lanciavano la freccia per dichiarare la guerra (Dione Cassio, L, 45; LXXII, 33, 2). Nel 92 a. C., B. fu identificata con M a, divinità del tipo della Magna Mater, importata dalla Cappadocia dai soldati di Silla. I suoi sacerdoti (Bellonarii) si ferivano nell'impeto del furore orgiastico (Tibullo, I, 6, 43 sgg. e Orazio, Sat., II, 3, 233). Le venne assimilata anche Virtus con significato di valore militare (Lattanzio, Inst., I, 21, 16; CIL, V, 6507 e XIII, 7281).
Bibl.: E. Aust, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencyclop., III, col. 255 sgg.; D. Vaglieri, in E. De Ruggiero, Dic. Epigr., I, p. 987 sgg.; Dresler, s. v. in Roscher, Lev., II, col. 2215 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2^{2} ed., Monaco 1912, pp. 131 sgg. a 348 sgg.; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, p. 183; G. Lugli, I monumenti antichi di Roma e Suburbio, supplemento, III, Roma 1940, pp. 3-7.
Alberto Galieti
BELLOY, Jean-Baptiste, de. - Cardinale, n. il 9 ott. 1709 a Morangles (Oise), m. il 10 giugno 1808 a Parigi. Vescovo di Glandève dal 1752 al 1755 , quando passò alla sede di Marsiglia dove rimase fino alla soppressione del vescovato, nel 1801, quando in obbedienza al concordato comunicò le dimissioni allo Spina. Il ministro degli affari ecclesiastici di Napoleone, Portalis, intendeva dargli sebbene vecchissimo
la sede arcivescovile di Aix, ma il primo console lo designò arcivescovo di Parigi, sede di cui B. prese possesso nell'apr. 1802. Napoleone ebbe per il B. grandissima stima e lo nominò senatore nel sett. 1802, dichiarando che «il cittadino B. è stato per cinquanta anni di attività episcopale il modello della Chiesa gallicana. 'Trovandosi a capo della prima diocesi della Francia, egli ci offre l'esempio di ogni virtù apostolica e civile». Nel genn. 1803 Pio VII creò B. cardinale con il titolo presbiteriale di S. Giovanni a Porta Latina. La nomina a cardinale fu accolta con giubilo dal popolo parigino, poiché dal 1729, anno in cui era morto il card. de Nosilles, nessun arcivescovo di Parigi era stato più insignito della porpora. Nell'autunno del 1807 l'imperatore prescelse B. a presiedere il collegio elettorale del dipartimento della Senna, ufficio che nella sessione precedente era stato affidato a Luciano Bonaparte. Nella amministrazione della diocesi B. si distinse per le sue alte qualità di organizzatore e per il suo vivo zelo pastorale, sebbene si dimostrasse, in più di una occasione, remissivo ed arrendevole alla volontà dell'imperatore.
Bibl.: De Lanzze de Lahorin, Les débats du régime concordataire à Paris: L'épiscopat du card. de B. (1802-1808), in Revue des questions historiques, nuova serie, 38 (1907), pp. 120 175.
Silvio Furlani
BELluga Y MONCADA, luis Antonio. - Cardinale e teologo spagnolo, n. a Motril nel 1662, m. a Roma nel 1743. Istituì a Cordova la Congregazione dell'Oratorio. Vescovo di Cartagena (1705), capitano generale e viceré di Valencia, armò un battaglione di 4000 uomini per combattere contro i ribelli di Murcia,

(let. Ministero P. I.)
Belluno - Crocifissione in legno di A. Brustolon (1662-1732). Belluno, chiesa di S. Pietro.
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Ilet. Ministero P. I)
Belluno - Lato destro della chiesa di S. Stefano. (seconda metà del sec. xv).
partigiani dell'arciduca d'Austria. Quando però il papa Clemente XI riconobbe questi come re di Spagna, egli si mise dalla parte della S. Sede (1709), e con un memoriale a Filippo V cercò di indurlo a desistere dalle rappresaglie contro Roma, preoccupato che non si aggravasse la già disordinata situazione religiosa del suo paese (1712). Per la riforma della disciplina ecclesiastica provocò nel 1723 la bolla Apostolici ministerii detta la bolla "Bellugana". Creato cardinale rinunciò nel 1724 al vescovato e si ritirò a Roma ove continuò ad adoperarsi in pro della religione e della patria, quale protettore della nazione spagnola. Scrisse molte dissertazioni in difesa della S. Sede, dei suoi diritti e dell'infallibilità del Papa. Restano di lui anche 2 voll. di lettere pastorali e vari manoscritti conservati a Roma e a Madrid.
Bibl.: M. Rodriguez Martin, Vindicacida de Belluga por Juan Ortiz del Barco, S. Fernando 1888; A. del Arco, Estudios bibl.og. del card. B., Murcia 1891; Pastor, XV, passim; E. de Heeckeren, Correspondance de Benoît XIV. I, Parigi 1912.
Renata Orazi Ausenda
BELLUNO e FELTRE, diocesi di. - B., città della Venezia ( 27.000 ab. ca.), è capoluogo della provincia omonima ( 3676 kmq ., e ca. 235.000 ab .) di cui fa parte la cittadina di F. che ha una popolazione di 19.000 ab. nell'intero comune, e 6.500 ca. nel centro abitato. Entrambe sede di diocesi, il loro territorio si estende a settentrione delle diocesi di Treviso e di Vittorio Veneto, comprendendo l'alta valle del Piave e dei suoi affluenti al di sopra della chiusa di Fenèr (Valdobbiadene). Formarono sino dalle origini due diocesi distinte, delle quali si hanno le prime memorie nella seconda metà del sec. vi a proposito dello scisma dei Tre Capitoli; ma nulla possiamo dire circa la loro origine; perdurarono attraverso il medioevo, arricchite di privilegi dai sovrani ca-
rolingi e dai re d'Italia. Lucio III il 29 ott. 1184 confermò al vescovo di F. i possessi di cui godeva, ed il 18 ott. 1185 fece altrettanto al vescovo di B. Ridotte in critiche condizioni causa le inimicizie con il comune di Treviso, le due diocesi furono unite sotto un solo vescovo, conservando distinti i loro territori, da papa Celestino III ncl 1197, nella persona di Drudo da Camino vescovo di F. L'unione durò sino al 7 giugno 1460 quando Pio II stabili che le due diocesi dovessero essere divise alla prima vacanza. Morto infatti l'11 genn. 1462 il vescovo Francesco di Legname, Teodoro Lelli ebbe F. il 15 febb., e Lodovico Donato B. il 2 apr.; e le diocesi durarono così divise sino al I maggio 1818, quando per gli accordi presi con l'imperatore d'Austria Francesco I, Pio VII le riunì di nuovo sotto un unico prelato, ritenendo distinti i loro territori con l'obbligo della residenza alternativamente in ambedue; tale obbligo fu tolto in questi anni fissando la sede a B. In questa circostanza esse furono riunite con le altre diocesi venete sotto la giurisdizione del patriarcato di Venezia, mentre prima erano dipendenti dal patriarcato di Aquileia e, dopo il 1751, dall'arcivescovo di Udine. Allora furono pure modificate le loro circoscrizioni diocesane. Papa Gregorio XVI, ch'era n. a B., il 30 apr. 1846 distaccò il territorio del Cadore dalla diocesi di Udine e lo incorporò in quella di B. alla quale era tanto più vicino.
La diocesi di B. e F. conta 120 parrocchie con 193.863 anime, 211 sacerdoti diocesani e 56 regolari ( 1948 ).
Fra i vescovi più illustri di B. si ricordano il card. Gaspare Contarini (1536-42) ed Alvise Lollino celebre erudito; fra i vescovi di F. il card. Lorenzo Campeggio (15121520) e suo fratello Tommaso (1520-46).
Bibl.: Oltre la numerosa bibliografia locale di questi ultimi anni, cf. Ughelli, V, pp. 145 sgg., 369 sgg.; Cappelletti, X, p. 105 sgg.; P. Fr. Kehr, Italia pontificia, VII, Berlino 1923, p. 89 sgg.; Lanzoni, p. 905.
Pio Paschini
L'arte in B. - L'origine antichissima è testimoniata da una necropoli preistorica (si piedi del Monte Serva). Mentre le vestigia romane nelle vicinanze sono piuttosto numerose, il medioevo è passato lasciando pochissime tracce nelle chiese suburbane di S. Fermo e di S. Sebastiano.
La cattedrale, opera di Tullio Lombardo, compiuta solo all'interno ( 1517-60 ) fu edificata al posto di un'altra quattrocentesca di minori dimensioni : l'interno a tre navate, armonioso nelle proporzioni degli altissimi pilastri e nella successione dei sette archi laterali a tutto sesto, è reso più ricco dagli altari seicenteschi di marmi multicolori fiancheggiati da statue di santi e sormontati da tele dello Schiavone, di Jacopo da Ponte, di Palma il Giovane e di Cesare Vecellio (di questi è il S. Sebastiano del 1584). L'abside si erge su di un bastione delle antiche mura. Nella sacrestia sotterranea è conservato un polittico di Simone da Cusighe (1397), La vita di s. Martino, che poggia su di una stupenda arca di marmo dorato e porfido del sec. xiv.
Nel lato sud della cattedralesi innalza il campanile (1732-43), sormontato da un angelo in bronzo, dello Juvarra. Dinanzi è il battistero nella chiesina della Madonna delle Grazie ( 1520 ) : il fonte battesimale in marmo brecciato è adorno di sculture in legno e sormontato dalla statuetta del Battista del Brustolon.
Sono inoltre degne di nota la chiesa di S. Stefano in forme gotiche italiane, a tre navate (seconda metà del Quattrocento) con un altare di legno dorato, che riproduce ad intaglio una pala di Alvise Vivarini, eseguito da Andrea di Foro (sec. xv) e la settecentesca chiesa di S. Pietro con interessanti altari barocchi,
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due grandi pale di legno scolpito, Crocifissione e Morte di s. Francesco Saverio, capolavori del Brustolon, ed affreschi di Sebastiano Ricci.
Numerosi sono gli edifici civili di interesse artistico, tra cui più importante è il palazzo dei Rettori. Iniziato nel 1491 al posto di un altro che risaliva al 1409, fu opera o di un nipote del Ghiberti o del veneto Candi. La torre campanaria è l'unico resto dell'antico palazzo del conte vescovo, cui è affiancato il museo civico, già sede del collegio dei dottori, ove sono raccolte tele del Giorgione, di Palma il Giovane e lavori del Cellini.
Caratteristiche per il primo piano aggettante sono le numerose case patrizie dei secc. xvir e xviri, decorate da antichità romane negli atri.
Il palazzo del comune in forme neogotiche ( 1838 ) del Segusin, del quale è anche il neoclassico teatro, ha conservato alcuni elementi dell'antico palazzo del consiglio dei nobili purtroppo demolito nel secolo scorso per costruirvi l'attuale tribunale.
Porta Rugo (1522) conserva il torrione veneto del sec. xv; la porta Dojona con l'arco centrale sormontato dal leone veneto, fu costruita nel 1553 al posto di una porta duecentesca di cui conserva i battenti originali di legno (1200).
Bibl.: M. Guagenheim. Il palazzo dei rettori di B., Venezia 1804; V. Pellegrini. Appunti sulla cattedrale di B., Belluno 1908; E. Ricci. B. la crisi del Fiore, Milano 1908; V. Doglioni. B. medievale. Belluno 1934: id., Le quattro stagioni, affresco di Cesare Vecellia, Padova 1937; N. Deveassi. Un sarrafago romano di B., in Bull. della comm. archeol. del governatorato di Roma, 68 (1940), pp. 17-34; A. Callegari, Bronzi del nuovo civico di B., Roma 1941.
Fabia Borroni
BELLUTI, Bonaventura. - Dottissimo filosofo e teologo scotista dei Minori conventuali, n. a Catania ca. il 1600 e ivi m. il 18 maggio 1676. Studiò teologia nel collegio di S. Bonaventura in Roma, ov'ebbe come compagno il celebre p. Mastrio. Oltreché colleghi di studio e poi d'insegnamento a Cesena, Perugia e Padova, questi due teologi erano anche affini d'ingegno, tanto che «eadem lingua loqui, eodem calamo scribere, eodem ingenio speculari viderentur» (Hurter, IV, col. 10). Composero insieme quel Philosophiae ad mentem Scoti Cursus integer ( 5 voll., 10 ed., Venezia 1637), che è un tesoro di filosofia scotistica, e fu giustamente paragonato alla teologia dei Salmanticetai. Il B. fu poi ministro provinciale di Sicilia (1645-48) e quivi consultore della R. Inquisizione.
Scrisse : Disputationes de Incarnatione Dominica ad mentem Scoti (Catania 1645); Liber Moralium opusculorum stique Resolutionum miscellaneo apparatu digestorum (ivi 1679, postumo), e De sacramento Eucharistiae (manoscritto).
Bibl.: V. De Giovanni. Storia della filos. in Sicilia, Palermo 1868, p. 144; J. H. Sbaralex. Supplement. ad Script. Ord. Min., I, Roma 1908, p. 186; Hurter, I, col. 10; D. Scaramuzzi. Il pensiero di G. D. Sroto nel mezzogiorno d'Italia, ivi 1927. pp. 217-19.
Lorenzo Di Fonzo
BELMONTE BERMÚDEZ, Luis. - Poeta e drammaturgo spagnolo, n. a Siviglia probabilmente nel 1587 , m. verso il 1650 . Autore immaginoso e brillante di ca. 25 commedie (di cui parecchie scritte in collaborazione con Rojas Zorrilla, Castro, Vélez de Guevara ed altri), poemi e novelle; è talora abile ma spesso disuguale e sciatto, capace di atteggiamenti mistici e, in pari tempo, di motivi satirici e moraleggianti.
Dei suoi drammi vanno soprattutto segnalati alcuni di carattere religioso, quali Las siete estrellas de Francia su s. Bruno, El mejor amigo el muerto scritto in collaborazione con Rojas Zorrilla, e, particolarmente, El diablo predicador su un tema già trattato da Lope de Vega in Fray Diablo.
In questa commedia che offrirà spunti al Dow Alvaro del duca di Rivas, l'elemento episodico e picaresco quasi soffoca quella soprannaturale, di Satana, cioè, che, in punizione delle persecuzioni di cui ha fatto segno i religiosi di un convento, è condannato da Dio a diventar di quei frati elemosiniere e predicatore. Nella bella e lirica commedia La renegada de Valladolid, in cui pare intravedere un riflesso del Condenudo par desconfiada di Tirso, è disegnata con energia e vivacità la figura della protagonista, una donna che, pur essendosi votata a Dio, segue il fidanzato oltremete, ma vi è con lui fatta prigioniera degli infedeli. Amata dal pascià finisce per convertirsi all'Islam, ma il giorno che si incontra con il fratello approdato naufraga a quelle coste, e con il fidanzato, si pente di aver rinnegato la sua religione e dimenticata la sua terra e la sua famiglia, e, ottenuta con l'inganno una galera, fugge con essi verso la patria e la libertà.
Fra le rimanenti sue opere van segnalati due poemi religiosi, e cioè i dieci conti della Vida del Patriarca s. Ignacio e la Alarora de Cristo (1616), e due di carattere storico, e precisamente El cisne del Jordán sugli avvenimenti del Perù, e la Hispalica (1609), una delle sue cose migliori, che ha per soggetto la conquista di Siviglia da parte di Ferdinando III. Gli è generalmente attribuita anche una Historia y descubrimiento de las regiones australes por el general d. Pedro Ferndndez de Quirós, che egli aveva accompagnato in qualità di cronista ufficiale. Le sue novelle, una doezina, sono andate tutte perdute.
Bibl.: Testi: Alcune commedie di B. B. sono pubbl. nella Bibl. de aut. esp. (Drenobticos contrappariones e Lope de Vega), Madrid 1858, pp. 347-66, altre nella Colección de entremetes, ed. E. Cotarclo, ivi 1911. Per le ed. antiche, ef. B. Gallardo, Ensayo de una bibl. esp. de libros varos y curiosos, II, ivi 1803, coll. 39-69. Del Diablo predicador, L. Rousset ha dato una versione francese (Parigi 1901). - Letteratura: W. A. Kincaid, Life and works of L. de B. D. (1517 ?-1630 ?), in Rev. hisp. 74 (1928), pp. 1-260; E. Juliá Martínez, Rectificaciones bibliocráticas. La renegada de Valladolid, in Bal. de la acad. esp., 16 (1929), pp. 672 -79.
Jole Scudieri Ruggieri
## BÊLSA'SSAR: v. baltaSSAR.
BELSER, Johannes Ev. von. - Esegeta del Nuovo Testamento, n. a Billingendorf nel Würtemberg il 20 ott. 1850 , m. ivi il 20 ott. 1916.
Sacerdote il 2 ag. 1875 , fu per sei anni vicario parrocchiale a Waldsee. Nel 1880 divenne professore nel ginnasio-liceo di Ellwangen, nel 1890 ordinario per il Nuovo Testamento all'Università di Tubinga.
Lo distingue l'accuratezza filologica. Difese l'ipotesi proposta da Ven Bebber di un solo anno di attività pubblica di Gesù. Tra le sue numerose pubblicazioni sul Nuovo Testamento segnaliamo Einleitung in das N. T. (Felburgo in Br. 1901, 2^{°} ed. ivi 1905), i commenti al J^{′} Vangelo (ivi 1905 e 1912), all'epistola agli Efesini (ivi 1908) e 2^{°} ai Corinti (ivi 1910), all'ep. di Giacomo (ivi 1909 e 1911), la Geschichte des Leidens und Sterbens, der Auferstehung und Himmelfahrt des Herrn (ivi 1903, 2^{°} ed. 1913). Fu anche dal 1895 coeditore della collezione Biblische Studien e conredattore della Theologische Quartalschrift di Tubinga.
Bibl.: L. Pirot, s. v. in DBs, I, col. 956. Arduino Kleinbans
BELSUNCE de CASTELMORON, Henbi-Fran-çois-Xavier. - Vescovo di Marsiglia, n. nel castello di La Force (Dordogna) l'8-9 dic. 1670 da genitori di origine protestante e m. a Marsiglia il 4 giugno 1755. Batezzato da un ministro protestante, abhirò forse nel 1685. Gesuita dal 1689 al 1701, uscl dalla Compagnia per motivi di salute. Si laureò a Cahors e nel 1703 fu ordinato sacerdote. Vicario generale di Agen (1704), nel 1709 fu creato vescovo di Marsiglia. Nuovo s. Carlo Borromeo, nella peste che desolò Marsiglia nel 1720-21 ne rinnovò, tra l'ammirazione del mondo, i prodigi di carità e di zelo. L'attaccamento ai Gesuiti, lo zelo per la diffusione del culto del S. Cuore, la
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devozione alla S. Sede, l'intransigenza sui principi dottrinali, che gli fece negare l'assoluzione a quanti rifiutavano di piegarsi alla bolla Unigenitus, lo resero vittima d'una spietata guerra da parte dei giansenisti.
Pubblicò tra l'altro: S. Cypriani de unitate Ecclesiae, (1744) in favore del primato di Roma contro le dottrine gallicane; L'Antiquité de l'église de Marseille (3 voll., Marsiglia 1747-51), non troppo critica; Le combat chrétien, trad. dal De agone christiano di s. Agostino; L'art de bien mourir dal De arte bene moriendi di s. Roberto Bellarmino.
Bibl.: Th. Bérengicr, Mgr. de B. est-il protestant?, in Revue des questions historiques, 30 (1881), pp. 210-16; id., Vie de mgr. de B., 2 voll., Lione e Parigi 1887; Hurter, II, coll. 14641465 ; P. Calendini, s. v. in DIIG, VIII, coll. 951-53.
Vito Zollini
## BELTRAFFIO: v. bOltraffio.
BELTRAME, Giovanni. - Missionario, esploratore, educatore, n. l'tr nov. 1824 a Valeggio sul Mincio e m. 18 apr. 1906 a Verona. Allievo dell'istituto Mazza di Verona, fu accettato in quella che allora era chiamata «Missione dell'Africa centrale» (v. khartUM) da quel provicario apostolico dott. Knoblecher, che assegnò ai discepoli del Mazza una regione sul Nilo Atrurro, e poi la penisola del Sennar lungo i fiumi Jâl e Sobat. Il B., che era stato ordinato sacerdote nel 1849, parti con il compagno don Antonio Castagnaro nell'ott. 1853, giungendo a Khartum il 29 dic., dove iniziò il suo tirocinio missionario con un collegio di ragazzi negri. Un anno dopo, risalendo il Nilo Azzurro oltre il confine egiziano, si avventurò nel paese degli Sciangalla per studiarvi le possibilità di una fondazione missionaria, d'accordo con il suo provicario. Attraversata la provincia del Sennar, raggiunse Beni Sciangul il 7 febbr. 1854, studiando tutto il paese; frutto di questa esplorazione fu il suo libro Il Sennar e lo Sciengelleh, pubblicato poi a Verona nel 1879. Nel ' 56 ritornava in Italia, e sui primi del ' 57 era a Vienna, dietro invito dell'arcivescovo Mescutar, presidente del Comitato viennese per l'Africa centrale, che lo incaricò di una nuova esplorazione. Nel sett. 1857 il B. ripartiva, a capo di un nuovo drappello di missionari del Mazza, tra cui il Comboni (v.), e risalito il Nilo Bianco, raggiunse la stazione di S. Croce ( 14 febbr. 1858). Compito principale del B. era di studiare la lingua denka, e vi riuscì tra difficoltà non piccole e febbri continue. Ma tutta quella zona si rivelava sterile: donde, data anche la morte di parecchi giovani confratelli e dello stesso provicario, e gli ordini del nuovo provicario Kirchner, la decisione del ritorno e l'attesa, a Scellal presso Assuan (Nubia), di ordini definitivi da Roma, che vennero difatti con il passaggio della missione ai Francescani di Stiria.
Tornato in patria nel 1862 , il B. rimase sempre al suo istituto di Verona, che poi resse dal 1899 alla morte. Spiegò viva attività pastorale, educativa e culturale, partecipando sempre a tutte le manifestazioni di indole geografico-coloniale dell'Italia. Altri suoi lavori di indole missionario-coloniale sono il Piume Bianco e i Denha (1881), In Nubia presso File, Siene ed Elefantina (1893).
Bibl.: G. Biadego, Necrologia di G. B., in Boll. r. soc. geogr. ital., 1908, pp. 487-90; A. Spagnuolo, Di D. Mezzo e della prima missione nell'Africa centrale, Verona 1910; D. Lupi, G. B., Missionario Esploratore Italiano in terra d'Africa, ivi 1938.
Giovanni B. Tragella
BELTRAMI, Andrea. - Salesiano, n. a Omegna (Novara) il 24 giugno 1870, m. a Valsalice (Torino) il 30 dic. 1897. Frequentato il ginnasio nel convitto
di Lanzo, entrò nella Società nel 1886, e vi praticò specialmente l'umiltà e la penitenza. Nel 1891 contrasse una dolorosa tisi, ribelle a due anni di cure. I patimenti, offerti in spirito di propiziazione universale, non gli impedirono di scrivere. Lasciò diciotto operette edificanti, alcune di largo successo. Nel 1920 la sua causa venne introdotta a Roma.
Bibl.: G. Barberis, Memorie e cenni biografici del sacerdote saluzano d. A. B., 2^{°} ed., S. Benigno Canavese 1912; AAS, 12 (1920), pp. 568-71; E. Ceria, Il servo di Dio d. A. B., Torino 1940.
Mario Colpo
BELTRAMI, Luca. - Architetto e scrittore d'arte, n. a Milano il 13 nov. 1854, m. a Roma l'8 ag. 1933. Professore all'Accademia di Brera e direttore dell'ufficio per la conservazione dei monumenti lombardi, dedicò la sua attività a numerosi restauri, tra i quali quello del Castello Sforzesco, di S. Maria delle Grazie, della certosa di Pavia, della facciata del duomo di Monza.
Chbe larga attività di studioso : pubblicò, tra l'altro, Il codice di Leonardo da Vinci nella biblioteca del principe Trivulzio a Milano, trascritto e annotato (Milano 1891); La basilica ambrosiana primitica e la ricostruzione completu nel sec. IX ( 2^{°} ed., ivi 1905); Disegni di Raffaello Sanzio nella biblioteca Ambrosiano (ivi 1906); Documenti e memorie riguardanti la vita e le opere di Leonardo da Vinci (ivi 1919); ciò rese efficaci ed apprezzati i suoi scritti polemici, mentre, d'altra parte, irreti il suo stile di architetto entro schemi d'eclettismo erudito d'impronta classicheggiante. Tra le sue opere originali ricordiamo la nuova facciata di palazzo Marino ( 1890 ), verso Piazza della Scala, la Banca Commerciale a Milano e a Roma, numerosi monumenti funerari, il progetto per l'edificio della nuova pinacoteca Vaticana.
Bibl.: L. Callari, Storia dell'arte contemporanea in Italia, Roma 1909, p. 136; Bibliografia degli scritti di L. B. dal marzo 1581 al marzo 1930, a cura degli Amici, Milano 1930, con un supplemento sino alla sua morte, 8 ag. 1933, ivi 1934 (la bibl. comprende 1123 numeri; nel castello sforzesco c'è una sala con i cimeli di L. B.); N. Tarchiani, L'architettura italiana dell' cnn, Firenze 1937, p. 70.
Mario Prandi
BELTRAN, Domingo. - Gesuita e scultore spagnolo, n. a Vitoria ca. il 1535 , si formò come scultore ed architetto in Italia, prima di entrare il 21 apr. 1561 nella Compagnia di Gesù ad Alcalá, come Fratello coadiutore. Fece i grandi frontali (retablas) degli altari maggiori delle chiese della Compagnia a Madrid e Murcia e ne aveva cominciato un altro ad Alcalá quando morì il 25 apr. 1590. Era specialmente stimato come scultore di grandi crocifissi molto espressivi, fra i quali il bel «Cristo de los doctrineros» de l'Universidad de Alcalá.
BibL.: Anon., s. v. in Thieme-Becker, III, p. 280; J. A. Czan Bermúdez, Diccionario histórico de los más ilustres profesores de bellas artes de España, I, Madrid 1800, p. 126; VI, p. 116; Mon. Histor. Soc. Iesu. Epist. Quadrimestres, VII, Roma 1932, p. 23.
Edmondo Lamallo
BELUCISTAN: v. KARACHI, DIOCEAI di.
BEMA. - Dal greco β \dot{ε} μ α ( β α i v ω= andare, camminare). Il significato della voce B. è molto diverso, sia nella Grecia antica che a Roma, nelle chiese cristiane e presso i Manichei.
Nella Grecia antica infatti la parola B. poteva significare : a) una misura lineare per verificare la lunghezza delle strade ( β π μ α=10=2 i ); b ) un gradino elevato sul quale salivano gli oratori e i cantori (come si vede in molti vasi attici); c) una tribuna per il giudice (Mt. 27, 17; Jo. 19, 12; Sibyllina, VIII, 242); d) un semplice rialzo in legno o in pietra nei teatri o altrove. A Roma con la parola b. si intendeva il rialzo nel Foro Romano dal quale parlavano al popolo i pretori; perciò anche i rostra furono chiamati b. La sedia curule per il tribuno si poneva sopra un rialzo simile detto «tribunale».
Nel cristianesimo, presso gli orientali si disse b. tanto l'abside elevata, quanto lo spazio elevato e chiuso per
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mezzo di cancelli contenente l'altare; ovvero il muro divisorio tra il presbiterio e la nave centrale, o anche il pulpito.
In Occidente si chiamò b. talvolta l'abside elevata o la parte anteriore della medesima o un rialzo per l'oratore (Eusebio, Hist. eccl., X, 9) o il banco per i presbiteri (Hefele-Leclercq, I, 1023); od anche il pulpito per la lettura (Sozomeno, Hist. eccl., IX, 2 : PG 67, 1600). Presso i manichei si chiamò b. la festa celebrata in onore di Mani, perché i manichei veneravano una cattedra vuota, velata, disposta sopra un tribunale elevato (s. Agostino, Contra epistolaт Manichaei: PL 42, 177).
Bibl.: F. X. Kraus, s. v. in Real.-Euc. d. christl. Altert., I, pp. 43-46; R. Hultsch, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencycl., III, pp. 264-65; U. E. Paoli, s. v. in Enc. Ital., VI, pp. 588-89; L. Eisenhofer, s. v. in LThR, II, col. 134.
Ludovico Voelkl
BEMA: v. MANICHEISMO.
BEMBO, BeNEDETTO. - Pittore bresciano, firmava nel 1462 un polittico con la Vergine, il Bambino e quattro santi già esistente nel Castello di Torchiara (Parma) e quindi a Firenze in palazzo Davanzati.
Nello stesso castello quasi contemporaneamente dipingeva con vivace spirito narrativo nella sala d'oro. Nel 1463 lavorava a Bergamo. Sono ancora opere sue in S. Michele di Cremona una Fuga in Egitto (frammentaria) e tre parti di un polittico nel museo della stessa città. Il B. che negli affreschi di Cremona e di Torchiara ed anche nel polittico di palazzo Davanzati mostra di seguire ancora le forme del gotico internazionale, nelle tavole del polittico di Cremona lascia intendere di avere già compreso alcuni aspetti dello stile di Vincenzo Foppa.
Bibl.: P. Guerrini. I maestri di Vincenco Foppa, Bonifacio e B. B., Brescia 1912; P. Toesca, La pittura e la miniatura nella Lombardia, Milano 1912, p. 572 sgg.; M. Salmi, s. v. in Enc. Ital., VI, p. 389.
Fabia Borroni
BEMBO, Bonifacio e Gianfrancesco. - Bonifacio, pittore del xv sec. di origine bresciana, ritrattista notevole, lavorò specialmente a Cremona, a Milano e nel Castello di Pavia, dove dipinse grandi scene di genere unitamente a Vincenzo Foppa (1447-48). Le uniche opere rimasteci sono la parte centrale di una Incoronazione della Vergine (museo di Cremona) di netta derivazione gotica, e le due figure di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti ( 1462 , S. Agostino di Cremona), tradizionaliste nonostante il tentativo di avvicinarsi alle forme rinascimentali.
Gianfrancesco, nipote del precedente, anch'esso pittore, si stabilì a Cremona, forse nel 1526. Secondo la tradizione vasariana avrebbe posto mano ad alcune decorazioni in casa del card. Francesco Soderini di Roma, dove si sarebbe recato con il Boccaccino. L'influenza dell'ambiente romano, specialmente delle stanze vaticane, e quella di Giorgione è palese nell'eclettica decorazione del duomo di Cremona, già iniziata dal Boccaccino (sono del 1515 l'Adorazione

(da A. Satirico, Al Xquetubriani, Gijjbal vïy, Oecouklac, Aitcuc 1526)
Bema - Ricostruzione del b. della basilica di Tebe.
[⁰]gatio ad Scriptores Triam Ord. z. Francisci a Waddinga, altare descriptos, nuova ed., I, Roma 1908, p. 24; La Santa nella storia, nelle lettere e nell'arte (Miscellanea), Bologna 1912, pp. 138-80; A. Curzola, Caterina Vigri, La Sauter, Milano 1941, pp. 181-89. Felicissimo Tinivella
BEMBO, Pietro. - I. Vita. - N. a Venezia il 20 maggio 1470 da Bernardo uomo politico della Repubblica veneta, che sapeva apprezzare i buoni studi e condusse seco il figlio nelle ambascerie alle corti ed alle città italiane. Pietro si appassionò alla vita letteraria del suo tempo e si fece ottimo conoscitore del latino, e per apprendere il greco da Costantino Lascaris si portò sino in Sicilia. Alla corte di Ferrara conobbe Lucrezia Borgia e ad Urbino nel 1507 diede in quella corte prova di compito cortigiano ed insieme di valente letterato. Poi insieme con Iacopo Sadoleto fu segretario papale di Leone X; ed una parte delle lettere che scrisse allora pubblicò più tardi, rinocate nello stile, nella collezione delle sue Epistolae. A Roma convisse con una donna romana ch'egli designò con il nome di Morosina, che tenne poi seco e dalla quale ebbe figli, e fra essi fu quel Torquato che si occupò dell'edizione delle opere del padre. Il B. aveva ottenuti benefici nell'Ordine di s. Giovanni di Gerusalemme, nel quale dovette emettere, sebbene a malincuore, i voti religiosi. Lasciata Roma nel 1521 si ritirò a vivere a Padova ed in una sua villa sul Brenta che chiamò Doniano, con lunghi soggiorni a Venezia, tenendo circolo letterario con gli amici, raccogliendo manoscritti preziosi di carattere per lo più letterario,
[⁰]: 3.
Scrisse (1469) lo Specchio d'illuminazione sulla vita di t. Caterina da Bologna (autografo nel monastero del Corpus Domini a Bologna), nel quale, richiamandosi continuamente alla sua comunione di vita con la santa, più che tesserne ordinatamente la biografia, ne propone le virtù e gli esempi.
La data della morte è incerta: il Martirologio francescano, che la chiama beata, la pone nel 1496, altri nel 1493 o 1483 .
Bibl.: L. Wadding, Script. Ord. Min., ed. novissima, Roma 1906, p. 127; id., Annales Min. seu Triam Ord. n. t. Francisca institutorum, nuova ed., XIII, Quaracchi 1931, p. 373; H. Sbarales. Supplementum et casti-
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ed oggetti d'arte. Nel 1530 la sua Repubblica lo elesse storico ufficiale; ed infatti egli compilò in latino, e poi tradusse in italiano, la Historia Veneta, in continuazione a quella di M. Ant. Sabellico, che comprende il periodo dal 1487 al 1513. L'alta stima che il B. s'era acquistato in tutto il mondo colto di allora; indusse Paolo III, nonostante l'opposizione degli uomini più austeri della sua corte, a crearlo cardinale nel Concistoro del 20 dic. 1538 ed a pubblicarlo il 19 marzo seguente. Il B., che aveva 68 anni, gradi molto questa attesa nomina, si portò a Roma nell'ott. e ricevette anche gli ordini sacri. Ebbe la diocesi di Gubbio il 29 luglio 1541 , poi il 18 febbr. 1544 quella di Bergamo, e pensava anche alla possibilità di diventare Papa; mori invece a Roma il 19 genn. 1547, egualmente ammirato sia per i suoi scritti latini (epistole e carmi) sia per quelli in lingua volgare.
Pio Paschini
II. II. LETTERATO. - La questione del come si dovesse scrivere rappresentò per il B. il «labor vitae allora, come lo rappresenterà tre secoli dopo per il Manzoni: e i due ci misero pressapoco gli stessi anni l'uno ad architettare la teoria dello stile illustre, l'altro a disfarla. Le Prase della volgar lingua

Bemio, Pietro - Copia del sec. xvi de un ritratto perduto di Tiziano. Napoli, museo Nazionale.
sono un trattato a forma di dialogo (cométutti i trattati di allora del resto) che s'immagina tenuto a Venezia in tre successive serate del dic. 1512, e vi interloquiscono Carlo B., fratello dell'autore e suo interprete, Giuliano de' Medici ed Ercole Strozzi. C'è una estrema destra umanistica, rappresentata da quest'ultimo, che contesta senz'altro al volgare il diritto e la possibilità di assurgere a lingua letteraria in quanto non lingua, ma detrito di lingua, e c'è una estrema sinistra ancora grosso modo fedele alla teoria dantesca del volgare illustre. Tra i due estremi il B. rivendica i diritti della toscanità, anzi della fiorentinità. Ed è tesi che conta nella storia della lingua italiana, purché non ci s'illuda intorno al suo significato, anzi alla sua portata; il B. a questa teoria cosi romantica e manzoniana arrivava con tutt'altri argomenti che romantici e manzoniani e invece che i diritti del fiorentino parlato o del popolo avallava quelli del fiorentino scritto e dei letterati. Ma sul punto dello stile l'umanesimo del B. riebbe il sopravvento in teoria e in pratica. Dopo tanto concedere alla dignità
della parola volgare, al genio della parola volgare egli non concesse nulla; e cosi dalla persuasione che anch'essa dovesse armonizzare nelle forme della retorica classica, cioè latina, ricavò una specie di ciceronismo volgare, cioè quello scrivere latineggiante o aulico. Il solo che per merito del B. riusci ad evadere dalle maglie del bembismo, fu il Petrarca lirico. Dagli umanisti era stato sdegnato come provenzaleggiante e barbarico; ma, ora, assunto a classico della lingua volgare dall'autorità del B., il diritto o l'obbligo di imitarlo in luogo di Orazio e di Catullo si formò da sé. Il libro della sua apoteosi e quindi della piena classicizzazione della grande letteratura volgare trecentesca, spirito e forma, fu il famoso trattato d'amore in forma di dialogo volgare, Gli Asolani scritto prima del 1502 e pubblicato nel 1505. Caterina Cornaro regina di Cipro tien corte in Asolo per ilmatrimoniodiuna sua damigella e, in tre giornate, tre nobili veneziani e tre gentildonne disputano dell'amore, fonte di ogni affanno per Perottino e d'ogni bene per Gismondo. Ma Lavinello riconosce in quello del primo l'amor sensuale, in quello del secondo l'amore platonico; e a questo va il commosso inno dell'epilogo. A codesto filosofare bastava una buona conoscenza del Petrarca e quel tanto di platonismo spurio che dai tempi di Andrea Capellano si perpetuava nel mondo cortigiano. Non per nulla Gli Asolani son dedicati a Lucrezia Borgia. Il tono è grave e annuncia sempre cose profonde; ma il contenuto è facile e quasi frivolo, con un effetto di contrasto che intenzionalmente non arriva all'ironia; ma ciò non per tanto la sfiora. Vero Petrarca in diciottesimo, sospeso anch'egli fra l'ozio e il negozio, fra l'amore della solitudine e quello dei successi mondani, fra le tentazioni ed il bisogno di Dio, il B. non scrive dei capolavori, ma non tralascia mai il «labor limae» ed è un meraviglioso verseggiatore. Dicono che il senso dell'armonia sia un dono degli italiani; ma egli lo possiede in modo particolare. Lo trasfuse petrarchescamente anche nella vita.
Bibl.: Opere: Opere, ed. Classici, 12 voll., 1808-10. - Studi: V. Cian, Un decennio della vita di P. B., Torino 1885; id., P. B., in Giorn. stor. di lett. ital., 88 (1928), pp. 223-23; G. Ferrero, Il petrarchismo del B. e le rime di Michelangelo, Torino 1935; M. Santoro, P. B., Napoli 1938; cf. anche quanto scrisse del B. A. Ferraioli, Il ruolo della corte di Leone X, in Archiv. Soc. rom. Storia patr., 37 (1914), p. 470 sgg. Giuseppe Toffanin
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BENADAD (ebr. Ben-Hädhad «figlio di Hadad»; Settanta viōs "A8s2). - Tre re di Aram-Damasco:
B. I, figlio di Tabremon, per forti donativi ricevuti, passò ad aiutare Asa, re di Giuda (910-870), contro Baasa, re d'Israele (908-885), suo alleato, cui inflisse una grave disfatta (I Reg. 15, 18-20; II Par. 16,1-5).
B. II, figlio del precedente. Sconfitto da Achab (873-850), sotto le mura di Samaria, un anno dopo fu duramente battuto presso Aphec (est del lago di Tiberiade o nella pianura di Esdrelon) e fatto prigioniero. B. premise ad Achab di restituirgli le citta tolte dal padre suo ad Amri (v.) e di concedere il transito per Damasco ai commercianti israeliti. Conclusero la pace e B. riebbe la libertà (I Reg. 20, 1-34).
B. non mantenne, però, le promesse fatte, sicché, dopo tre anni, Achab riprese la armi, aiutato da Iossfat, re di Giuda ( 872 / 70-849 ) e cadde nell'assedio di Ramoth di Goliad (I Reg. 22, 1-40). Per gli anni 854-846, le iscrizioni cuneiformi menzionano il re di Damasco Dadda-'idri o Adad-'idri (certamente identico a B. II) che, con Ahaabbu Sirilus (Achab di Israele) ed altri, combatté contro il comune nemico Salmonassar II (959-825). Questo fatto spiegherebbe la indulgenza di Achab verso B. ed i tre anni di pace tra Israele e Damasco. B. assediò ancora Samaria, sotto Ioram ( 853-842 ), senza poterla però espugnare per l'intervento divino (II Reg. 6, 8-7, 20). Poco dopo, B. fu soffocato da Hazael, suo ufficiale, mentre giaceva ammalato (II Reg. 8, 15).
B. III, figlio d'Hazael, fu battuto tre volte da Ioas, re d'Israele (798-783; II Reg. 13, 22-25).
Francesco Spadafora
BENAGLIO, Giuseppe. - Teologo, vicario generale di Bergamo, ivi n. da nobile famiglia il 22 nov. 1767 e m. il 18 genn. 1836. Appena ordinato entrò nel cenacolo di eminenti sacerdoti bergamaschi (Passi, Tomini, Pallazzoli, Mutti) e vi maturò molteplici opere destinate ad arginare le correnti del secolo volteriano: i sacerdoti del collegio Apostolico (specie di Oblati diocesani per le missioni al popolo), le Scuole serali della Carità per preservare la gioventù maschile dall'irreligione e l'istituto delle Figlie del S. Cuore per la formazione delle giovani. Quest'ultima Congregazione religiosa (fondata nel 1831 con la cooperazione della b. Teresa Eustochio Verzeri) è oggi fiorentissima.
Come professore di teologia e direttore di anime il B. si oppose efficacemente alle tendenze del giansenismo. Da questa preoccupazione ebbe origine l'opera postuma Dell'attrizione quasi materia e parte del sacramento della Penitenon, secondo la dottrina del Concilio di Trento (2 voll., Milano 1846), in cui propugna l'attrizionismo, a favore del quale sostiene con vastissima erudizione che l'incipiunt diligere del cap. 6 sesa. VI del Concilio di Trento riguarda unicamente la giustificazione extrasacramentale. Il lavoro, utile anche oggi, merito l'elogio del Ballerini : "opus plane egregium».
Bibl.: R. Ballerini - D. Palmieri, Opus Theologicum Morale, IV, Prato 1900, cap. 1, n. 43; Hurter, III, 476; L. Dentella, Il conte can. G. B. e un secolo di storia ecclesiastica bergamasca, Bergamo 1930; M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, trad. it., Milano 1939, p. 289.
Antonio Piolanti
BENAMOZEGH, Elia. - Scrittore ebreo, n. a Livorno nel 1823 e m. ivi nel 1900. Rabbino, predicatore e docente al collegio rabbinico di Livorno, pubblicò in ebraico 'Emaïh mafgia' contro l'opposizione di Leone Modena alla Cabbala (1858). Note espiicative al Targum di Onqelos (1858), un commento ai Salmi (Nir lé-Däwidh, 1858) un commento al Pentateuco ('Êm lani-migrá', 1862-63); uno scritto polemico contro l'anticabbalismo di S. D. Luzzatto (Ta'am
lat-šadh, 1863); sul divieto della cremazione delle salme (1866). Inoltre: Storia degli Esseni (Firenze 1865); Morale juive et morale chrétienne (Parigi 1867; ed. Pallière, Firenze 1925); Teologia apologetica e dogmatica, I, Dio (Livorno 1877); Israël et l'humanité (Introduzione, 1885 ; ed. Pallière, completa, Parigi 1914). Sotto il suo influsso Aimé Pallière passò all'ebraismo, e, dopo la morte di B., pubblicò in francese le sue due opere più caratteristiche.
Bibl.: D. Lattes, Vita e opere di E. B., Livorno 1920; A. Pallière, Le nouctunive iucunna, Parizi 1026; trad. ingl. di L. Watermane Winc, Nuova York 1030; U. Cassuto, s. v. in Eur. Jud., IV, p. 79; A. M. Schindler, From Rom to Israel, in United Israel Bulletin, 3 (1947), pp. 3-6.
Eugenio Zolli
BEN 'ĀSĒR. - Famiglia di Masoreti di Tiberiade, appartenente forse alla setta dei Caraiti (v.), a cui si deve l'attuale punteggiatura vocalica e tonica del testo biblico ebraico e di cui si conoscono cinque generazioni successive fiorite tra l'800 e il 930 ca . I più celebri sono i due ultimi rampolli chiamati Mōšeh (Mosé) b. ' \bar{A}. e 'Ahärōn (Aronne) ben Möšeh b. ' \bar{A}., cui si attribuiscono rispettivamente il codice dei profeti conservato al Cairo (C) scritto nell'895, e quello completo custodito nella biblioteca dei Sefardini ad Aleppo (Siria).
All'ultimo, il più celebre, risalgono varie monografie sulla masora (v.) tiberiense raccolte sotto il titolo Diqdíqf-hat-Te'ämlu ("Minuzie sugli accenti"), molte delle quali sono in prosa rimata. Il testo biblico trasmesso da B. ' \bar{A}. divenne poi, sia pure con minime modifiche, il codice tipo della Bibbia che, specialmente per opera di Mosè Malmonide (m. 1204), ebbe il sopravvento sull'opposta scuola di Ben Nafsäl (v.). Alla scuola dei B. ' \bar{A}. risalgono i codici: British Museum Or. 4445, e L (biblioteca di Leningrado) B 19^{2}, entrambi della prima metà del sec. x.
Bibl.: S. Baer-H. L. Strack, Die Dikduhe ha-Teamin des Ahron ben Moscheh ben Ascher, Lipsia 1879; H. Bauer-P. Leander, Historische Grammatik der hebräischen Sprache, Halle 1922, pp. 86-129; P. Kahle, Masorcten des Westens, I, Stoccarda 1927; A. Ramirez, Un testo puntuale e Masora de la escuela di Ahron ben Moseh ben A., in Biblica, 10 (1929), pp. 200-13; II (1930), pp. 108-21; 14 (1933), pp. 303-29.
Faustino Salvoni
BENAVENTE, Âlvaro de. - Missionario agostiniano in Cina. N. nel 1646 a Salamanca, entrò nell'Ordine degli Agostiniani nel 1663 e partì per le Filippine nel 1668. Fu, con il p. Giovanni Nicola de Ribera, il fondatore delle missioni agostiniane in Cina, donde, nel 1680 fu inviato a Roma per trattare degli affari di questa missione. Tornato da Roma, lavorò per ca. nove anni, dal 1690 al 1699 nelle Filippine, donde passò di nuovo in Cina in qualità di vicario apostolico del Xiangsi, con dignità vescovile. M. a Monaco nel 1709, dopo quarant'anni di apostolato. Lasciò inediti parecchi lavori, memorie, relazioni, ecc. sulle missioni della Cina, oltre un dizionario cinese ed una storia naturale della Cina, tradotta dal cinese.
Bibl.: Streit, Bibl., V, pp. 330-31, 879-80; B. Martinez Historia de las Misiones Augustinianas in China, Madrid 1918. Giovanni B. Tragella
BENAVIDES, Alonso. - N. in anno ignoto, nell'isola di S. Miguel ed entrato tra i Francescani nel convento di Messico (1603), fu il primo "custode" delle missioni del Nuovo Messico (dal 1622), dove si recò con 26 compagni. Già nel 1650 si annunciavano dagli 80 ai 100.000 Indiani battezzati, specialmente tra i Xumani e i Quirivi, sì che il viceré lo mandò in Spagna per informarne il re Filippo IV. Queste rapide conversioni vengono messe in rapporto con le apparizioni della mistica Maria Agreda (v.). Nel 1631, mentre era in procinto di ripartire
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per il Nuovo Messico, fu cletto arcivescovo di Goa. E ignoto il luogo e l'anno della sua morte.
Scrisse alcune non lunghe relazioni sopra quelle missioni, preziose per i contributi geografico-etnografici, se pur non scorre di qualche esagerazione sul numero degli Indiani (Relación de los grandes Tesoros espirituales y temparales descubiertos con el auxilio de Dios en el Nuevo México, e Memorial que l'ray Juan de Santander de la orden de S. Francisco... presenta a la Majestad Católica del Rey, entrambe edite a Madrid nel 1630 ).
Bib.: A. F. Bandcher, s. v. in The Cath. Enc., II, p. 427; Stxcit, Bibl. II, pp. 441, 447, 448, 455; L. Lemmens, Geschichte der Franzishanermissionen, Münster in V. 1920, pp. 233-35.
## BENAVIDES,
Miguel de. - Missionario e presule domenicano, n. a Carrión de los Condes (prov. di Palencia) nel 1552 , m. a Manda il 26 giugno 1605 o il 26 luglio 1607 in concetto di santità. Frate dal 1567 , dopo aver studiato sotto llañez e poi insegnato nel collegio di S. Gregorio di Valladolid, s'associó al ven. Giovanni Crisostomo che raccolse missionari per l'Estremo Oriente, diventando uno dei fondatori della provincia del S.mo Rosario delle Filippine.
Negli anni 1586-
1587 intraprese il viaggio a Manila ove fu il primo missionario spagnolo che imparò il cinese per catechizzare i molti cinesi ivi residenti per i quali eresse pure l'ospedale di S. Gabriele. Nel 1589 si recò in Cina, fu imprigionato ed espulso. Mandato dai confratelli e dal vescovo Domenico Salazar di Manila, passò nel 1590 a Madrid come procuratore della provincia filippina e per sbrigare affari importanti dinanzi al Real Consejo de las Indias. Nominato vescovo di Nueva Segovia (Filippine) il 30 ag. 1593, B. fu consacrato nel 1597 a Messico. Continuò nello zelo per le anime, nella carità ed esemplare povertà come arcivescovo di Manila dal 7 ott. 1602. Fondò l'insigne collegio di S. Tommaso a Manila che divenne poi le celebre università omonima.
Si attribuisce a lui (o a Giovanni Cobo) un Vocabulario chino muy facil; scrisse relazioni al re e al suo Consiglio, e a Clemente VIII.
BibL.: A. Aduarte, Hist. de la Prov. del S. Rosario de Filipinas, I, Saragozza 1693, pp. 115 sgg., 311 sgg.; J. Quétif-J. Echard, Scriptores O. P., II, Parigi 1521, pp. 363-64; J. Fer-rando-J. Fonseca, Hisorin de los PP. Dominicos en Filipinas, I, Madrid 1870, pp. 282-87, 384, 515-20; Streit, Bibl., IV, pp. 328330; B. Biermann, Die Anfänge der neueren Dandishaneroclusin in China, Münster in V. 1927, pp. 13 sg., 22; Eubel, IV, pp. 261, 230.
BENCI di Cione Dami. - Architetto di origine comacina; operò in Firenze dove m. nel 1388. Nel 1349-50 lavorò con Neri di Fioravante alla chiesa di S. Carlo e alla loggia di Orsammichele, nel 1366-68 collaborò al progetto per il proseguimento della fabbrica del Duomo; suo capolavoro è la loggia della Signoria (in collaborazione con Simone Talenti), che si ricollega alla tradizione classica per la monumentalità delle proporzioni.
Biol.: K. Frey, s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 293-96 (con bibl.).
Elsa Gerlini
BENCI, Francesco. - Uno dei migliori umanisti della Compagnia di G