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 espressionismo nel Redentore dell'abside che tradisce legami con l'arte ottoniana. Ma, fra questi due estremi, si stende la massa più cospicua di codeste pitture, e in specie la serie delle "storie bibliche ed evangeliche", che ha un carattere suo proprio, di grande efficacia rappresentativa ed espressiva nelle composizioni, nella vivacità degli atteggiamenti, nella semplice e perspicua drammaticità della mimica; una ispirazione di vena fresca e copiosa, un sentimento maschio e schietto; un piglio popolaresco ma per nulla plebeo, un dipingere svolto a macchie di colori sul bianco dell'intonaco con preferenze di toni freddi (celesti, violacei, rossi amaranto, bruni), entro contorni vigorosi ed in compendi serrati. D'altronde anche l'iconografia si distacca da quella orientale; p. es., il Cristo, in persona, nella scena del Giudizio, in luogo del trono vuoto dell'Etimasia. Un artista questo, con i suoi collaboratori, tra i maggiori, senza dubbio, del medioevo. Queste medesime qualità sia pur trasposte nel formato del "passo ridotto" rivelano i migliori codici cassinesi, in specie la Vita s. Benedicti. E qualcuno degli Exultet; anche se taluno di questi (quello di Salerno, p. es., per la rifinitezza della fattura; quello di Bari per talune scritte in greco) presenti una qualche maggiore accentuazione di bizantinismo.

La qualità scadente di taluni di essi non deve meravigliare, quando si pensi che non tutti provengono da vere e proprie officine librarie e miniaturistiche, ma sono copie, per l'uso corrente, tratte dagli esemplari più di riguardo ed evidentemente per risparmiare questi. Essi non possono quindi giudicarsi alla stregua delle opere d'arte, ma piuttosto come produzioni manuali di disegnatori occasionali, dilettanti privi di preparazione tecnica; e perciò troppo severo appare il giudizio del Bertaux sulla «barbarie» del secondo esemplare di Gaeta, copia letterale ma rozza, ad opera di un calligrafo inesperto di disegno, dell'altro esemplare che è invece opera di
artista dotato di notevole personalità e tipica di questo indirizzo.

Che queste cosi varic e numerose manifestazioni di a. b. delle quali è ricca l'Italia meridionale, abbiano avuto un loro particolare carattere differenziato appare ovvio anche per ragioni storiche, poiché non è dubbio che il monachismo occidentale benedettino tendeva se non a contrapporsi certo a distinguersi dal monachismo orientale pur diffuso specialmente in Puglia e in Calabria con i cosiddetti Basiliani.

Esse d'altronde appaiono in stretta parentela - e anche questo è ovvio per ragione storiche - con la pittura che si sviluppa a Roma fra il sec. Ix-xit. Come la più antica Ascensione (databile fra l'847 e l'855) e poi le mirabili Storie di s. Clemente e di s. Alessio nella chiesa inferiore di S. Clemente anteriori al 1084, nelle quali il peculiare carattere del linguaggio pittorico romano medievale, basato prevalentemente sul valore decorativo di una linea sottile, vibrante, si manifesta in modi squisitamente eleganti, in tono di aulica raffinatezza, quali pure si trovano, se pure in grado minore, in altri cicli affrescati, specialmente in S. Elia a Nepi, opera di Stefano, Giovanni, Niccolò (inoltre Farfa, Tuscania).

Mentre pur sempre in questa corrente ma con una vena di più rude sentimento, in atteggiamenti quasi dialettali si possono annoverare altri cicli affrescati luziali con storie del Genesi (S. Maria in Vescovio, S. Giovanni a porta Latina a Roma) in parallelo alle illustrazioni di talune Bibbie atlantiche (Toesca).

Romani e benedettini insieme sono gli affreschi della chiesa benedettina di S. Maria in Pallara sul Palatino e la grande e rarissima tavola con il Giudizio Universale, da poco entrata nella Vaticana, firmata da Giovanni e da Nicolò, e databile, come giustamente afferma il Redig de Campos, alla fine del sec. xI piuttosto che al sec. xirI come vorrebbe il Paeseler.

Se come a. b. si può designare propriamente codesta pittura dell'Italia centro-meridionale anche gran parte di tutta la produzione artistica in genere nel

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periodo fra il ix sec. (e anche prima) ed il xiri anteriormente all'affermarsi dei nuovi Ordini mendicanti, si può ricondurre sotto l'attività multiforme dell'Ordine benedettino, che ricopriva con le sue potenti e fiorenti abbazie tutta l'Europa civile e in via di civilizzazione da Ripoll a Fulda, da Durehm a Nonantola, da Durrow a Einsiedeln.

Ed è soprattutto Cluny che, con il prestigio della sua religiosità, della saggezza e fermezza dei suoi ordinamenti diviene un centro singolarmente vivo e attivo per l'assimilazione, l'elaborazione, la propagazione di correntiartistiche e in specie ditipi architettonici, nei periodi che corrispondonoai treabati: Bernone (910-27), Maiolo (954-94) e Ugone (ro49-1 109) e alle rispettive costruzioni della chiesa abbaziale, relativamente modesta quella di Bernone (il cosiddetto Cluny I), maggiore quella di Maiolo (II), di una sontuosità ed imponenza eccezionali quella di Ugone (III), nella quale si affermano con vigoria nuova e si chiariacono motivi architettonici, già timidamente apparsi altrove: come specialmente la pianta a croce arcivescovile con doppio transetto e doppio coro (per potere allogare il grande numero dei monaci) e l'ambulacro attorno all'altar maggiore, coronato da una serie di piccole cappelle o conche absidali; mentre vi fa una delle primissime, se non forse la prima apparizione l'arco acuto nelle pareti portanti lungo le navate. Motivi che si diffondono largamente ed anche, se pur più raramente, in Italia, dove gli esempi più notevoli di deambulatorio con conche absidate di tipo cluniacense, sono il duomo di Aversa fondato dai duchi normanni, e la chiesa abbaziale di S. Antimo presso Siena.

Ma bisogna tener presente che i legami di Cluny con Roma e quindi anche con Montecassino rimasero sempre saldi e tenaci; se vediamo i Pontefici visitare frequentemente l'abbazia e Urbano II consacrarvi gli altari del coro nel ro95, e Innocenzo II nel 1130 la intera nuova chiesa fondata da Ugone e proseguita da Ponzio (Pons) di Mergueil (1109-22) e finita da Pietro il Venerabile (1122-56).

Parallelamente al crescere dell'abbazia centrale cluniacense e di altre viciniori in Borgogna nella Linguadoca e sempre a stimolo di quella centrale di Cluny, altre ne sorgevano che furono ricchissime d'arte e famose come la Daurade a Tolosa e soprattutto, ad opera degliabati Duvand (1048-72) e Ansquetil (ro85-1115), quella di Moissac.

Ed anche è da tener presente che tra i maggiori di questi promotori e costruttori benedettini è da annoverarsi quel Guglielmo da Volpiano nativo del Lago d'Orta, fondatore di un'abbazia in Piemonte (Fruttaria), monaco a Cluny sotto l'abate Maiolo e fondatore della chiesa di S. Benigno a Digione; quindi chiamato dal re normanno Riccardo II a fondare l'abbazia di Fécamp; Guglielmo da Volpiano, che introdusse certo nell'architettura normanna e borgognona risultati di esperienze, motivi di gusto, elementi costruttivi e decorativi di origine lombarda. Cosi come è probabile che sia stato apportatore di usanze e pratiche lombarde in Inghilterra l'abate Lanfranco creato arcivescovo di Canterbury.

La serie degli stupendi capitelli già nel deambulatorio (ora al museo Octav) di Cluny sulla cui datazione si disputa (Kingsley Porter 1095, Michel 1130-40, Aubert 1109-13 e 1113-18), trovano riscontro per il gusto già goticheggiante e la sottigliezza della fattura in esemplari del duomo modenese : non tanto nelle "storie bibliche" di Wiligelmo sulla facciata, quanto nei capitelli con dró-
leries al sommo delle lesene sul fianco. Mentre piuttosto all'arte di Wiligelmo sembrano accostarsi da un lato il timpano con il Giudizio di Conques (ca. 1130-35) dall'altro le Storie evangeliche di Moissac. E a Moissac, il sublime timpano del Giudizio, come a Souillac l'altro timpano famoso, evocano strani, mal definiti, ma sicuri echi di arte del lontano Oriente con atteggiamenti stilistici e particolari iconografici, che richiamano l'India e la Cina.

Tra le pitture, la serie di storie bibliche sulla volta della navata nonché altri affreschi del portico e dell'abside nella chiesa abbaziale di St-Savin-sur-Gartempe, nel Poitou, mostrano grande analogia nel disegno e nella composizione con S. Angelo in Formis, pur differenziandosene per la gamma accordata sui toni caldi di ocre gialle, di rossi, di verdastri, e per una certa più sviluppata eleganza. Maggiore è l'affinità, anche in tema iconografico, fra S. Angelo in Formis e il gruppo di affreschi di una delle chiese della "Dives Augia" sul lago di Costanza : S. Giorgio in Oberzell a Reichenau, come ha già riconosciuto il Kraus.

La pittura cluniacense vera e propria della quale, distrutta la decorazione della chiesa di Cluny nota solo per vecchie descrizioni, possiamo conoscere una diretta derivazione a Berzé-la-Ville in Borgogna, sarebbe, secondo il Mercier e il Focillon, più vicina ai modi bizantini che a quelli romanici di St-Savin e altri, per una maggiore raffinatezza tecnica nella delicatezza e continuità del modellato, nella pienezza e ricchezza del colore. Ma questi affreschi di Berzé-la-Ville hanno anche sorprendenti affinità con taluni della cripta di Anagni (figure di Ippocrate e Galeno ecc.).

Una nuova ondata di diffusione dell'a. b. latu sensu si ha con la riforma cistercense, tanto efficace nel propagare agli inizi del xiri sec. modi di un gotico austero fino alla nudità; ma non per questo meno espressivo e suggestivo. I cui motivi fondamentali,
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(per cortesia del dott. B. Degenhart) Benedettina, arte - Pagina coinlata dell'Honillarium copiato dal monaco Leone nel 1072: l'abate Desiderio, Leone e Giovanni, arciprete della Chiesa marsicana - Montecassino, ms. 99.

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Benedettica, arte - Deambulatorio della chiesa della badia di S. Antimo (sce. sII) - Castelnuovo dell'Abate presso Moitalcino (Siena).
nella loro essenzialità costruttiva, si andranno più tardi adottando, ma con sostanziali modifiche e adattamenti che ne alterano il significato, dai due grandi Ordini mendicanti dei Francescani e dei Domenicani.

Secondo l'opinione più diffusa, ma recentemente contraddetta dal Serafini, una lunga serie di abbazie, filiazione l'una dell'altra, segnerebbe in Italia il diffondersi insieme della Regola cistercense e delle architetture esemplate su quelle di Cîteaux e di Clairvrux: Fossanova, Casamari, S. Maria di Arbona, S. Galgano da Siena e via via altre tante fra le quali le molte Chiaravalli in onore di s. Bernardo. Non senza che tale influsso si sia potuto esercitare anche in chiese secolari, quando troviamo monaci di S. Galgano alla testa della fabbrica del duomo di Siena, a proposito del quale l'esistenza originaria di un deambulatorio di tipo cluniacense derivato dall'esempio di S. Antimo supposta dal Lusini ed accettata dal Salmi è contraddetta dalla critica più recente (Carli).

Tipica negli esemplari di chiese cistercensi italiane più vicine all'origine è la pianta a tre navate con transetto largo e cappelle terminali quadrate attestate al transetto.

Il rapido fiorire degli Ordini mendicanti segna la decadenza dei Cistercensi, ma, come s'è detto, i nuovi Ordini assumono, in parte, lo stile architettonico di quelli.

Di recente, ad un nuovo movimento artistico benedettino si è tentato di dar vita nell'abbazia di Beuron (v.), monaci pittori e decoratori della quale operarono anche largamente a Montecassino (Cripta) al principio del secolo. Ma questo stile sembra piuttosto un programmatico compromesso fra una cultura volutamente arcaizzante e un gusto piuttosto incerto quale era quello di quel tempo tra il «floreale» e il prerafaelita.

Bibl.: Per l'a. b. propriamente detta: L. Coletti. I Primitivi, I, Novara 1942 (con la bibl. precedente); in contrasto con l'indirizzo da questi seguito: R. Longhi, Giudizio sul Doccente, in Proporzioni, II, Firenze 1948; inoltre: M. Avery, The Easites Rolls of South Italy, Princeton 1936; F. Marai, Sur les origines de la miniature islandaise, Bruxelles 1938; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de st Benoît, II, Maredsous 1942, pp. 207-303. - Per la pittura in Francia: P. Mercier, Les peinatifs français. La peinture rhuoricenne, Parigi 1921; H. Focillon, La peinture romane en France, ivi 1938; G. Gaillard, Les fresques de St-Savin, ivi 1944. Per l'architettura e scultura: C. Enfort, Origines françaises de l'architecture gothique en Italie, Parigi 1894; E. Bertaux, in Histoire de l'art di A. Michel, I, it, ivi 1903; G. T. Riveira, Le origini dell'architettura lombarda, Roma 1907; V. Lusini, Il duomo di Siena, Siena 1911; V. Terret, La sculpture bourguignonne au XIV et XIII siècles, Parigi 1914; A. Kingsley Porter, Lombard architecture, Nuova Haven 1917; id., Romanesque sculpture of the Pilgrimage Rands, Boston 1923; E. Mille, L'art religione du XIII* siècle en France, Parigi 1923; C. Oursel, L'art roman de Bourgogne, Boston 1928; M. Salmi, L'architettura romancica in Toscana, Milano 1928; M. Aubert, l'art françois à l'époque romane. Architecture et sculpture, Parigi 1929-32; R. Roy, La sculpture romane languedocienne, ivi 1936; J. K. Conant, The third church at Cluny, in Medieval studies in memory of A. K. Porter, Cambridge 1939, pp. 327-27; G. de Francovich, Il'iligelmo da Modena e gli inizi della scultura romancica in Francia e Spagna, in Riv. dell'ist. di Archcologia e st. dell'arte, 7 (1940), pp. 223-94; P. Deschamps, Les sculptures de l'église de St-Foy de Campues et leur décoration peinte (Monsunents et mémoires, 38), Parigi 1941; E. Carli, Vetruta duccesca, Firenze 1946. - Per la scuola di Beuron: G. Prezzolini, La teoria e l'arte di Beuron, in Vita d'arte, I (1908, iv), pp. 205-20 e I (1908, viII), pp. 30-33. Luigi Colotti

BENEDETTINE DELLA DIVINA PROVVIDENZA. - Congregazione religiosa fondata a Voghera nel 1855 dalle sorelle Giuseppina e Maria Schiapparoli, le quali erano uscite dall'Istituto delle B. di Ronco Scrivia, per assistere il padre malato. Aiutate e soccorse dai canonici don Giuseppe Manfredi e don Giovanni Grondona, poterono soddisfare i doveri della pietà filiale e, coadiuvate da pie benefattrici, aprire una scuola per fanciulle povere. Il nuovo istituto si sviluppò, si da allargare la sua sfera d'azione agli ospedali, agli asili d'infanzia alle scuole e ad altre opere di carità. Conta oggi 44 case con ca. 300 religiose. Fu approvato dalla S. Sede nel 1935.

Silverio Mattei
BENEDETTINE DELLA PERPETUA ADORAZIONE DI CLYDE. - Congregazione femminile che ebbe origine ad opera di alcune religiose del monastero benedettino "Maria-Rickenbach", in Svizzera, le quali nel 1874 si recarono negli Stati Uniti e stabilirono la loro residenza a Nodaway Country, presso Clyde, nel Missouri. Nuove case sorsero poi in altri centri, ed oggi se ne contano 6 con 250 religiose. Alla perpetua adorazione del S.mo Sacramento le suore uniscono l'apostolato scolastico e caritativo nelle parrocchie.

Silverio Mattei
BENEDETTINE DI LEOPOLI. - Congregazione di rito armeno. Fondata nella seconda metà del sec. xvir, ricevette nel 1690 da Alessandro VIII la Regola di s. Benedetto. Contano una casa nei sobborghi di Cracovia con 115 religiose, le quali si dedicano all'educazione della gioventù.

Bibl.: S. Congregazione Orientale, Statistica delle gerarchie e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, p. 388. Alberto Galieti
BENEDETTINE DI NOSTRA SIGNORA DEL CALVARIO. - Riforma del grande Ordine benedettino operata dal p. Giuseppe da Tremblay, l'illustre cappuccino maglio conosciuto sotto il nome di "Eminenza grigia ", con la collaborazione di Antonietta d'Orléans, a Poitiers il 15 ott. 1617. Il 22 marzo 1621 furono approvate da Gregorio XV. Soppresso con la Rivoluzione, l'istituto fu ripristinato con breve dal 1^{°} nov. 1828 da Leone XII. Le suore conducono vita contemplativa non disgiunta da quella attiva dell'inse-

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gnamento e dei pensionati. Hanno oggi io case con ca. 150 religiose.

Bibl.: L. Dedouwres, Le p. Yoseph de Paris, capucin. L'éminence grise, II, Parigi 1932, p. 323 sgg.; Anon., La fondatrice de la Congregation des B. de N. D. du C., Poitiers 1932. Silverio Mattei

BENEDETTINE DI NOSTRA SIGNORA DELLA PROVVIDENZA. - Congregazione fondata da suor Benedetta Cambiagio, che, con il consenso del marito Giovanni Frassinello, istituì in Pavia nel 1826 la Casa delle derelitte e, alcuni anni dopo, la Congregazione delle suore B. Compito delle B. di N. S. d. Py. fu, sin dalle origini, l'educazione cristiana della gioventú e specialmente delle ragazze povere abbandonate o pericolanti, mediante asili, scuole, laboratori, ecc. Le costituzioni sono state approvate dalla S. Sede nel 1937. La congregazione conta 35 case e ca. 200 religiose.

Bibl.: V. Bondiani, Suor Benedetta Cambiagio, Verona 1925; L. Traverso, Madre Benedetta Cambiagio, Milano 1939. Silverio Mattei

BENEDETTINE DI SANTA GELTRUDE. Nel 1850 alcuni monasteri delle B. negli Stati Uniti, che vivevano indipendenti ed autonomi, iniziarono un movimento di unione in congregazioni religiose cui iuris con il permesso dei diversi ordinari e con l'approvazione dei superiori. Sorsero così la Congregazione di s. Geltrude a Yankton, diocesi di Sioux Falls, e nel 1920 a Leavenworth quella americana di S. Scolastica. Le religiose osservano la Regola di s. Benedetto con costituzioni proprie e si dedicano all'insegnamento ed alle opere di carità in ospedali e in case di cura. Contano rispettivamente 46 e 160 case con 500 e ca. 2000 religiose. Silverio Mattei

BENEDETTINE MISSIONARIE DI TUTZING. - Il p. Andrea Amrhein, fondatore della Congregazione dei Benedettini di Sankt Oztilien per le missioni estere, accolse nel 1885 le prime suore a Reichenbach per collaborare con i Padri nelle missioni. Nel 1887 la fondazione si trasferì a Sankt Ottilien, e nel 1904 a Tutzing, l'attuale casa madre della Congregazione. Nel 1924 l'Istituto ottenne il "decretum laudis"; nel 1934 la S. Congregazione di Propaganda, da cui le suore dipendono, approvò le Costituzioni.

Le suore lavorano nelle missioni affidate ai Benedettini di Sankt Ottilien (Africa Orient., Merid., Corea) e hanno priorati anche nel Brasile, nelle Filippine, in Bulgaria e Stati Uniti d'America. Nolle ribellioni indigene del 1889 e 1905 in Africa Orient. 3 suore furono uccise. La Congregazione conta 1053 religiose, di cui 1032 professe, 21 novizie.

Bibl.: Regel und Konstitutionen, Tutzing 1935; Gebräuche und Grundsätze, S. Paolo 1937; Schematismus Soc. Congr. Tutzing O.S.B., s. 1. 1946. Engelberto Giersbach

BENEDETTINI. - Sotto il nome generico di B. possono comprendersi tutte le numerose famiglie religiose che nel corso dei secoli han preso a norma e fondamento di vita la Regola che il patriarca cassinese aveva composta nella prima metà del sec. vi. Le note che seguono si occupano però solo del tronco principale, costituito attualmente dai B. cosiddetti confederati.

Sommario: I. La costituzione. - II. La vita nel corso dei secoli. - III. L'opera civilizzatrice. - IV. Benedettine. - V. Oblati.
I. La costrtuzione. - Nel caso dei B., più forse che in qualsiasi altro caso analogo nella Chiesa latina, la parola "Ordine" va intesa tuttora, in parte, secondo l'antico significato. Originariamente tale espressione indicava la totalità dello stato monastico. Più tardi passò a significare un determinato tenore di vita ed una eguale osservanza, cui gradatamente venne ad aggiungersi l'idea di un'unità di gerarchia e di governo. In quest'ultimo senso si trova presso i Cluniacensi e le altre istituzioni monastiche del sec. xi, ma ebbe fortuna specialmente fra i Cistercensi, per i quali l' "ordo" è qualche cosa di molto simile alle più moderne forme centralizzate. Furono infatti le numerose Religioni sorte nel sec.xiII, massime i Francescani e i Domenicani, che dettero alla parola il valore odierno, conducendone a termine l'evoluzione etimologica, segno della novella concezione della vita religiosa. Solo sotto l'influsso di queste nuove forme, e soprattutto per la necessità di differenziarne i discepoli di s. Benedetto, fu ad essi pure attribuita la parola "Ordine». Venne però da loro usata sempre con qualche esitazione e non implicò mai il concetto di una corporazione centralizzata, con unità di gerarchia e di governo, in cui l'autorità venga comunicata dal potere supremo ai superiori locali. Attualmente, l'espressione, come è nell'uso corrente, designa anzi tutto l'insieme dei monaci confederati, che hanno come comune rappresentante in Roma un abate con il titolo di primate; in senso più largo si estende spesso anche agli altri rami del monachesimo b. che non fan parte di questa recente confederazione. Ma in ambedue i casi csula ancor oggi dal concetto di Ordine b. quello di "un'associazione di religiosi sparsi in più città e regni, governati da un regime centrale, in vista d'una speciale attività che costituisce la finalità della corporazione stessa" (I. Schuster, La spiritualità b., in Le scuole cattoliche di spiritualità, Milano 1944).

In realtà non è stato tale l'ideale di s. Benedetto. Egli, che al principio aveva distribuito i suoi quasi in un corpo rudimentalmente organizzato, nella Regola, che ne rappresenta il pensiero definitivo, rinunziò deliberatamente a stabilire dei vincoli di qualsiasi genere fra i vari monasteri (cf. capp. LV, LXXXII). Questa primitiva esperienza aveva quindi formato, come quella della vita eremitica, uno stadio preliminare, eliminato dagli ulteriori sviluppi del suo pensiero.

Montecassino ci appare come un monastero in sé completo ed autonomo. Secondo questo tipo, ogni cenobio sarà una famiglia, limitata e determinata ai membri che vivono uniti intorno ad un padre. Il monaco vi si è aggregato per tutta la vita, mediante la professione, si che ivi sarà sempre il suo posto, né cesserà di appartenerle, anche se per qualche tempo dovesse allontanarsi da casa. Ne risulta che il termine famiglia per i B. non ha lo stesso ampio, ma analogo e traslato senso che in altri Ordini, ad es. "famiglia di s. Francesco, di s. Domenico" ma quello più proprio della famiglia naturale, a cui il cenobio b. è assai più vicino per la sua organizzazione interiore. Per l'ordinario andamento interno di esso era quindi bastante la domestica potestas dell'abate, mentre nei casi di straordinaria necessità si faceva ricorso alla giurisdizione del vescovo. Il monastero, infatti, inserito nel quadro generale dell'organizzazione ecclesiastica dell'epoca, formò parte dell'ordinaria vita diocesana fino a quando l'esenzione, misura di indiscutibile e superiore utilità, non venne a separarnelo. Fu solo nel corso dei secoli che fra i monasteri si formarono dei gruppi. Essi ebbero varie origini, secondo la diversità dei motivi che ne furono le cause : necessità di far fronte ad un pericolo comune, vincoli di filiazione e di dipendenza, imposizioni autoritarie di volontà esterne. Sorsero così le Congregazioni. La parola, già usata nella Regola a denotare quello che i

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medievali chiamavano conventus e noi diciamo comunità, ossia l'insieme dei fratelli, passò a denotare ora degli enti giuridici che, pur conservando entro limiti, variabili secondo i casi, l'autonomia e il carattere originario dei monasteri, li legavano in una specie di unità. Tali congregazioni assunsero varie finisonmie, secondo la diversità di origine, di finalità e soprattutto secondo la saldezza dei vincoli federativi che talora raggiunsero una vera centralizzazione. La loro diversità, notevole nell'organizzazione interna, si esprimeva talvolta nella forma dell'abito, che, come è noto, s. Benedetto non determinò né quanto a colore né quanto a qualità, rimettendosi alle possibilità locali e alle esigenze della povertà. Ogni Congregazione ha a capo un abate, a cui l'odierno diritto canonico riconosce (cann. 488, n. 8; 501, § 3; 510; 655; 1534, 4) alcune, non tutte, delle attribuzioni dei supremi moderatori di Ordine religioso: ogni congregazione dipende direttamente dalla Sede Apostolica (can. 1557, 2) ed ha diritto ad avere un proprio procuratore presso la Curia romana. Complete nei limiti delle loro rispettive organizzazioni, non sentirono alcun bisogno di mutui vincoli giuridici, fin quasi ai nostri giorni. A spingerle ad una maggiore intesa fra loro fu Leone XIII, che, nel clima dei nuovi tempi, ne accarezzava l'idea fin dal 1887, insieme con quella di una riapertura su più larghe basi dell'antico collegio teologico della Congregazione cassinese, intitolato a s. Anselmo. E nel 1893 si giunse ad una fraterna confederazione, presieduta da un abate primate, salve però l'autonomia e i diritti di ogni congregazione. Eletto ogni dodici anni da tutti gli abati della confederazione, il primate che ha la sua sede a Roma nel nuovo collegio di S. Anselmo sull'Aventino, può considerarsi come il vincolo di congiunzione fra le varie congregazioni, e tutte le rappresenta presso la S. Sede negli affari comuni. Da ciò naturalmente risulta che le sue attribuzioni, determinate dalle disposizioni pontifize e dal CIC, hanno un particolare carattere, differente da quelle di un generale di Ordine, il quale gode di una piena e diretta giurisdizione, che comunica in parte alle autorità sottoposte.
II. La vita nel corso del secoli. - La varietà spontanea della vita b., la sua estensione e penetrazione in profondità, che dal vi al xir sec. la uniscono intimamente a quella della Chiesa, rendono difficile il descriverla in una rapida, organica sintesi.
I) La propagazione della Regola. - Di monasteri, la cui fondazione risalga con certezza a s. Benedetto, il racconto gregoriano non ricorda altri che Montecassino, Terracina e i preesistenti di Subiaco. La fama di s. Benedetto ci autorizzerebbe a ritenere come probabile la diffusione della Regola anche altrove, durante la sua stessa vita, ma la mancanza di fonti sicure e le falsificazioni introdotte nella tradizione relativa, impongono doverose riserve e cautele. Così le celebri missioni di Mauro in Francia e di Placido in Sicilia non hanno una documentazione sicura, mentre d'altra parte non sembra improbabile l'esistenza di altri monasteri b., specie a Roma e fino dai primi tempi. Non erano però passati molti anni dalla morte del patriarca e l'avvenimento, da lui previsto nel dolore e nel pianto, si avverò. Una schiera di Longobardi, guidati da Zotone, irruppe nottetempo sull'Arce ed ebbe facile ragione di quegli inermi cenobiti. Come aveva preannunziato s. Benedetto, riuscirono tutti a scampare. In massima parte, si rifugiarono a Roma, all'ombra del Laterano, portando secc alcuni dei più cari ricordi del padre loro, quali l'auto-
grafo della Regola, il peso del pane, la misura del vino, ecc. La lunga desolazione del sacro luogo avrebbe resa possibile la traslazione in Francia dei corpi di s. Benedetto e s. Scolastica. La polemica che segui a questo proposito fra Italiani e Francesi rientra nel quadro generico di simili controversi tentativi medievali, né può considerarsi ancora autorevolmente composta. Ma la distruzione di Montecassino non fu un episodio isolato. Lo sterminio e la morte che si distesero ampiamente sulle regioni calpestate da Longobardi, vi distrussero ogni vestigio di vita. Subiaco segui la sorte comune, e i profughi ripararono anch'essi in Roma (ca. 6or), ove parve concentrarsi la superstite fiamma del monachesimo b.

Ma non tardò questo a ravvivarsi. Attraverso il racconto dei suoi figli, si rianimava nell'Urbe il ricordo di Benedetto, avvincendo l'animo pensoso di Gregorio, che ne consacrava la memoria nei suoi Dialoghi. Contemporaneamente, la Regola cominciava il suo cammino trionfale: dopo poco tempo "davanti alla Regula sancta per eccellenza della Chiesa romana, ogni altra legislazione monastica doveva cedere il passo e si sarebbe così venuta preparando quell'unità pratica della concezione religiosa, che gettò le basi della civiltà nuova" (J. Schuster). Anche in ciò preponderante fu l'opera di Gregorio, che alla diffusione di quella Regola dedicò gran parte delle sue cure. Fondò egli stesso monasteri sul Celio e in Sicilia; ne stabili in Corsica e forse anche a Ravenna; soprattutto fu sua l'iniziativa che aprì al monachesimo nuove vie e più larghi orizzonti, mettendone nello stesso tempo a servizio della Chiesa romana le fresche energie. Fu lui che inviò in Inghilterra, traendoli dal suo monastero del Celio, Agostino con quaranta compagni. Il risultato della loro missione fu tale da ottenere non solo la conversione degli AngloSassoni, ma da determinare la caratteristica impronta monastica di quella Chiesa, che per tanti secoli rimase cosi strettamente legata a Roma, e lo straordinario sviluppo della stessa vita monastica, che avrebbe poi avuto decisa influenza su tutta l'istituzione.

In Francia la Regola deve essersi diffusa ben presto. Ma, prescindendo dalla missione attribuita a s. Mauro, le testimonianze sicure risalgono alla prima metà del sec. vir. E se spesso, da principio, la sua osservanza, singolarmente favorita dalla dinastia merovingia e dall'episcopato, andava congiunta nei singoli monasteri a quella di s. Colombano, già alla fine dello stesso vir sec. aveva acquistato un dominio incontrastato, preferita ad una ventina di altre regole.

In Belgio fu introdotta dal suo stesso grande apostolo s. Amando.

La rifioritura del monachesimo in Italia fu segnata dalla conversione dei Longobardi. Gli antichi oppressori ne divennero i fautori e in una misura mai più superata. La straordinaria rinascita vi si presenta improvvisa ed universale, dando alla penisola, ormai priva dell'unità politica e giuridica, quella del monachesimo latino. Senza dubbio tanta generosità era specialmente dovuta alla pietà dei principi e dei popoli; ma non ne erano assenti i motivi politici : i monasteri, specie con la loro opportuna distribuzione geografica, diffondevano l'influenza dei fondatori e patroni e difendevano la sicurezza dei nuovi istituti politici. Fra le innumerevoli badie che coprivano di una fitta rete l'Italia longobarda, ricordiamo appena quelle più celebri: di Parfa, di S. Vincenzo al Volturno, della Novalesa, di Nonantola, dell'Amiata.

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Fra tanto fervore non poteva mancare la completa restaurazione del luogo d'origine della Regola. Gregorio II ne incaricò il bresciano Petronace e il successo fu sì pieno che papa Zaccaria, restituendo all'antica Arce il codice autografo del legislatore, le riconobbe la dignità di capitale monastica. E da quel centro, ove venivano ad incontrarsi correnti di vita religiosa provenienti dalle più lontane regioni, riprese vigoroso il movimiento d'irradiazione. All'ombra del chiostro cassinese vivevano affranilati potenti ed umili, vincitori e vinti. Paolo Diacono, Sturmio, fondatore di Fulda, Anselmo di Nonantola, Adalardo di Corbia, Willibaldo di Eichstätt, vi si fissano per sempre o vi dimorano qualche tempo. Intanto i monaci Willibrordo e Suitberto evangelizzavano la Frisia, Bonifacio la Germania, così come più tardi Anscario la Scandinavia. Inviati e sostenuti dai Papi, essi erano i conquistatori pacifici della nuova Roma. Con la Regola a commento del Vangelo, piantavano le loro colonie monastiche nel cuore dei paesi da convertire, offrendo ai popoli una immagine di quella città di Dio che intendevano inaugurare fra loro, della civiltà cristiana. In tal modo furono guadagnate a Cristo le nuove genti e si venne formando l'unità religiosa d'Europa. E quando su questa si inserì, come naturale compimento, la nuova unità politica, il suo più insigne artefice e rappresentante, Carlomagno, si preoccupò giustamente della diffusione e della perfetta efficenza della Regola b. Lo provano i tanti capitolari, emanati al riguardo, e la richiesta fatta a Teodomaro, abate di Montecassino, di una copia fedele del codice autografo, della misura del pane e del vino stabilita da s. Benedetto, dell'innario e della descrizione degli usi cassinesi. Il suo zelo per l'unità e l'osservanza monastica giunse fino a fargli chiedere all'assemblea dei grandi se fosse possibile ammettere altre forme di vita cenobitica all'infuori della b. Senza dubbio egli era mosso anche da scopi politici, scorgendo nei monasteri altrettante colonie civilizzatrici, cui importava dare unità di direzione. Fu anzi la ragione di Stato che l'indusse a derogare e compromettere la bontà delle sue stesse decisioni, per continuare il sistema merovingio di distribuire i monasteri in appannaggio ai suoi fedeli. Ma l'opera sua contribuì notevolmente alla stima della Regola b.
2) Le prime formazioni unitarie. - Spettava al figlio di lui completarne gli sforzi. Ludovico il Pio trovò in Benedetto d'Aniano un collaboratore che fece scopo della sua vita la ricerca dell'unità monastica. Unità però non giuridica, ma di osservanza. I loro sforzi furono coronati dal celebre capitolare emanato nell' 8 r 7 ad Aquisgrana, che codificava le norme comuni per tutto l'impero. Alla sua osservanza vigilavano dei visitatori e a Inde venne costituito un monastero modello, a cui dovevano da ogni paese essere inviati dei monaci per ricevervi la debita formazione, secondo le norme stabilite. Il progetto, benché destinato all'insuccesso, non fu sterile di risultati. Quando le forze disgregatrici del feudalismo ebbero il sopravvento sull'unità carolingia, i monasteri rovinarono anch'essi. Divenuti proprietà dei signori, che vi installarono le famiglie e la corte, venivano adattati a case private, mentre i monaci, costretti ad una esistenza precaria, abbandonavano l'osservanza. Altre badie erano distrutte, talora definitivamente, dalle invasioni. In tal modo il decadimento era tanto grave, che in talune regioni la vita monastica risultò quasi spenta.

Anche in Italia, ove la riforma di Benedetto d'Ania-
ne era giunta solo limitatamente, le condizioni non erano liete. Le sue badie, pervenute spesso ad un grado altissimo di floridezza nei periodi longobardo e carolingio, furono in parte abbattute dai Saraceni. Così Montecassino, ove venne trucidato l'abate s. Bertario con molti monaci (883), S. Vincenzo al Volturno che ebbe uccisi 300 monaci ( 88 I ), Farfa, Subiaco. Altre case risentirono le conseguenze dei torbidi politici e delle anormali condizioni della Sede Apostolica. Ma non si giunse ad una rovina completa come altrove, ed il fervore dell'osservanza non fu spento det tutto.

Un nuovo potente flusso di vita venne al vecchio tronco da Cluny, remoto angolo della Borgogna, il cui monastero fondato nel 9 ro, segnò una nuova svolta della storia monastica. Erede di Aniane per l'osservanza, la nuova badia trasporto in qualche modo nel monachesimo l'organizzazione giuridica feudale. Per difendere i monasteri da intrusioni estranee, li riunì intorno ad un centro, sotto l'autorità di un unico capo, l'abate cluniacense, sottomesso, anche nello spirituale, al solo Pontefice romano. Alla formazione definitiva di questo Ordo cluniacensis si giunse gradualmente e molto vi contribuì l'eccezionale valore dei suoi abati, specie dei quattro più celebri : Odone, Maiolo, Odilone e Ugo.

L'influsso di Cluny, che pure in alcuni punti segna una notevole deviazione dal primitivo ideale b., fu immenso, e si estese, "quasi da una seconda Roma", a tutta la Chiesa. Sebbene non possa infatti ritenersi sua opera esclusiva la riforma della Chiesa nel sec. xI, nondimeno fu Cluny a prepararne, con i suoi ideali, i tempi e a fornirle molti operai. Anche la società civile risentì gli effetti benefici dei suoi esempi di pietà e di purezza, ne ricavò utilità duratura nell'evangelizzazione e nella cultura delle campagne, negli sviluppi della vita politica e sociale, nella preparazione delle Crociate. Il movimento cluniacense fu infatti uno dei segni e, nello stesso tempo, uno dei fattori del movimento che si veniva preparando e operando nella civiltà europea. In una certa relazione con Cluny, sebbene indipendenti, furono altri movimenti della stessa età, che però non centralizzarono in una unità i monasteri aderenti, ma si limitarono ad una identità di osservanza. Così in Germania Hirsau (ro71), in Fiandra Brogne (919), nella Lorena Gorze (933), in Francia la Chaise-Dieu (1046) e Sauve-Majour (ro98), St-Vanne di Verdun (roo4), S. Benigno di Digione (990). Nell'Italia meridionale ebbe grande diffusione a quest'epoca l'Ordo cacensis. Governato tutto dal magnus abbas della S.ma Trinità, aveva dalle forti analogie con Cluny. E in queste nuove formazioni si afferma sempre più distinta la divisione fra monaci di coro e conversi, dediti alle occupazioni materiali della casa.

Ma Cluny, nella grandezza dell'opera sua, venne ben presto ad acquistare anche un aspetto di potenza territoriale e politica, che ne trasformò ed in parte offuscò il primitivo ed esclusivo aspetto religioso. Suscitò così a sua volta un movimento di reazione. Nel desiderio di un ascetismo più stretto, con rinunzia ad ogni interesse secolare, si giunse al distacco dalla tradizione in alcuni determinati punti. Sorsero così Camaldoli (ro12), Vallombrosa (1037), Grand-Mont, Fontevrault (r100), Montevergine (r120), e la contemporanea Pulsano, tutte con caratteristiche particolari e significative nello svolgimento della costituzione monastica, che in Cîteaux (ro98) raggiunse la forma più avanzata. Fu esso che, distaccandosi più decisa-

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mente dalla tradizione, assunse l'aspetto proprio di una corporazione ben distinta, dando origine all'Ordine religioso, nel senso moderno, si da preludere alle nuove forme del sec. xili. Un'altra fra le più notevoli innovazioni cistercensi, fu quella del Capitolo generale come ente, con vera e suprema giurisdizione; istituzione che fu poi universalmente adottata. Non solo nella parte costituzionale, ma anche in quella delle osservanze esteriori e nella caratteristica attitudine circa la povertà, i Mendicanti ebbero nelle Congregazioni monastiche del secolo precedente, ad es., in Pulsano, degli evidenti precursori.
3) I sistemi congregazionisti e la crisi dell'età moderna. - Una grave crisi per i B. fu segnata dai nuovi tempi che si venivano preparando attraverso il declino dei due grandi universalismi medievali. Come di ogni grande crisi, varie e complesse ne furono le cause, ma il monachesimo ancor troppo legato alle forme del passato, che in gran parte era stato opera sua, paralizzato nella sua costituzione autonoma dal continuo stato di guerre e dai soprusi dei signori, non ebbe sempre forza sufficiente per reagire. Il IV Concilio Lateranense (1215), a sollevarne le condizioni, stabilì per ogni provincia ecclesiastica dei Capitoli generali triennali e dei visitatori apostolici. Questa legislazione, inculcata anche da Onorio III e da Gregorio IX, fu completata da Benedetto XII con la bolla Summi Magistri (1336), che distribuì tutti i monasteri b. in 36 province. Ma i torbidi politici e poi il grande scisma d'Occidente ne impedirono l'attuazione nella maggior parte dei paesi. Si aggiunse, specie nei paesi latini, il sistema funesto della commenda, che doveva condurre alla rovina moltissimi monasteri. Più efficace di ogni legislazione, perché più conforme all'indole e alla storia dell'Ordine monastico, il rimedio si ebbe nella reazione spontanea. Essa determinò nuovi movimenti che, mentre svilupparono alcune forme tradizionali, procurarono di adeguare l'Ordine monastico alla recente legislazione ecclesiastica e alle esigenze dei nuovi tempi. Sorsero in questo clima e con questi intenti i Silvestrini (1231), i Celestini (1264), gli Olivetani (1313). Massimi esponenti del nuovo movimento riformatore, che si fece strada in varie regioni e anche fra i monasteri già esistenti, furono in seguito le Congregazioni di S. Giustina di Padova (1419), detta poi (1504) cassinese, e quella di Bursfeld in Germania (1420). La prima, portando a compimento fra i monaci neri l'evoluzione federativa, si estese gradualmente a tutti i monasteri italiani che poté salvare dalla commenda. Questo movimento, che rientra nel quadro generale della riforma della Chiesa al sec. xv e ne fu una delle principali manifestazioni, ebbe un notevole influsso, specie nei paesi latini; ed a sua imitazione sorsero le Congregazioni di Valladolid nella Spagna, dei SS. Vito e Idulfo in Lorena, da cui poi derivò quella di S. Mauro in Francia, di Chezal-Benoît, pure in Francia. L'unione di Bursfeld, in conformità alle condizioni locali, mantenne più fedelmente l'autonomia tradizionale. Essa, come del resto tutto il monachesimo germanico, ebbe a soffrire gravemente per la rivoluzione religiosa protestante. Anche in Inghilterra i monaci furono perseguitati e poi espulsi, non senza aver prima scritto delle nobili pagine.

Il sistema congregazionista, come il più rispondente alle condizioni e alle necessità dei tempi, dal Concilio di Trento (sess. XXV) fu reso obbligatorio per tutti i monasteri. Numerose e vitali unioni, che si mantennero vigorose finché le misure riformatrici del-
l'illuminismo e, molto più, le distruzioni rivoluzionarie, non recarono alla fine del sec. xvili gravi colpi al vecchio tronco. Pochi furono i monasteri risparmiati dalla bufera. In Italia le badie, specie in Lombardia, erano già state ridotte di numero e vivevano fra difficoltà varie causate dal pavido giurisdizionalismo e dalle riforme dei principi, quando sopravvenne la tormenta napoleonica a travolgerle tutte nella comune soppressione. Furono salve solo quelle della Sicilia, restata fuori del dominio francese. Montecassino, Cava e Montevergine furono lasciati sussistere quali Stabilimenti, con un numero ridotto di monaci, vestiti come sacerdoti secolari, a custodia del patrimonio culturale.
4) L'epoca attuale. - Ma il sec. xix vide una nuova, splendida rifioritura. In quest'epoca di ricostruzione un posto precipuo spetta a don Prospero Guéranger. Da Solesmes, l'antico e deserto priorato dei Maurini, ove egli ristabili nel 1833 i figli di s. Benedetto, i monaci si diffusero a sciami per la Francia. Non meno fortunati furono gli sforzi dei fratelli Mauro e Placido Wolter, i quali dal monastero di S. Paolo di Roma, in cui professarono, riportarono il codice b. nella terra di s. Bonifacio (1863). E i monaci ritornarono pure nell'Inghilterra che i loro padri avevano conquistata a Cristo; valicarono gli oceani, riprendendo l'antica loro missione di fede e civiltà fra i popoli.

Anche in Italia si era iniziata la ripresa, quando un'altra volta la scure della soppressione si abbatté sull'antica quercia ( 1866 e 1873) e l'avversa legislazione riusci particolarmente funesta ai B., che, per la loro costituzione familiarmente autonoma, possono difficilmente vivere in piccoli e precari nuclei. La vita si restrinse quindi a poche badie, che, pur soppresse quali comunità religiose, poterono continuare a sussistere perché sede di ordinariati (abbazie nullius) o monumenti di speciale importanza storica. Ad esse, in progresso di tempo, se ne aggiunsero parecchie altre, e pur stremate di uomini e di mezzi, queste badie superstiti mantennero viva la fiamma, grazie all'operosità e ai sacrifici dei loro abitatori. Venivano così conservate e adattate alle nuove esigenze le opere che una tradizione secolare aveva loro affidate, come le diocesi, i seminari, gli archivi e le biblioteche, l'ospitalità, le tipografie, non solo, ma ad esse se ne aggiungevano altre fra cui collegi, nuove parrocchie, osservatori meteorologici. Lo sforzo maggiore tuttavia fu ovunque rivolto al ripristino dell'osservanza claustrale, che gli avvenimenti recenti avevano in parte scossa. Questo studio assunse anzi un ritmo più deciso in alcuni monasteri, i quali finirono poi con lo staccarsi dal resto della Congregazione, ancora esclusivamente italiana, quando ad essi si unirono numerosi cenobi esteri per formare la Congregazione cassinese della primitiva osservanza, detta anche di Subiaco, dal nome del suo monastero più importante. Altro, indubbio segno di perenne vitalità furono gli insigni e numerosi presuli, che proprio in quest'epoca la Chiesa trasse dai chiostri b. Come in essi aveva trovato Pio VII, che durante la bufera napoleonica ne era stato il nocchiero, e con lui dei cardinali, ad es., Michelangelo Luchi e Remigio Crescini, così in questi tempi di nuovi indirizzi politici ne trasse i cardinali: Celesia di Palermo (m. 1904), Dusmet di Catania (m. 1894), Sanfelice di Napoli (m. 1897), oltre agli arcivescovi Bonazzi di Benevento, Lancia di Brcio di Monreale, e i vescovi Gerbino di Trapani, Vaccari di Tropea, De Riso di Catanzaro, Gaetani di Sansevero, ecc. Fra essi il Dusmet soprattutto ha

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lasciato si larga fama di operosa santità che i processi canonici per ottenerne il riconoscimento sono ben avviati. Con lui è avanti nella via che conduce agli sperati onori degli altari l'umile monaco di S. Paolo di Roma, Placido Riccardi (m. 1915). Così essi si aggiungono a quelle migliaia di figli di Benedetto che, fra le innumerevoli schiere dei loro confratelli, santificati, i in ogni epoca con l'esercizio eroico della virtù, hanno ottenuto il culto ufficiale della Chiesa.

Tutto questo movimento di rifioritura, iniziatosi già al principio del secolo, ebbe un novello deciso impulso dalle solenni celebrazioni del 1880 . Ricorrendo in quell'anno, secondo la tradizione, il XIV centenario della nascita di s. Benedetto, quasi tutti gli abati b. si riunirono, per la prima volta nella storia, a Montecassino intorno al card. G. B. Pitra, già monaco di Solesmes, il quale, come legato pontificio, consacrava solennemente in chiesa gli avanzi dell'originario monastero di s. Benedetto. Da allora il movimento di ascesa non si arrestò più. I benéfici effetti furono risentiti da tutta la Chiesa. Dalla soda scienza ecclesiastica nelle sue manifestazioni varie alla restaurazione del canto sacro, dalla rinnovata intensità di vita cristiana connessa con la pietà liturgica al ripristino della purezza e del decoro dell'arte religiosa, dalle missioni e dalle cure dei territori annessi alle abbazie mullius, all'educazione della gioventù, in ogni campo il contributo moderno dei B. è ancora notevole. A loro la S. Sede ha voluto affidare l'opera della revisione della Volgata, erigendo per ciò appositamente la badia di S. Girolamo a Roma.

Anche il numero del 1880 si è quadruplicato. Da 2765 , quanti erano i b. in quell'anno, era salito a 10.356 nel 1935, e di essi 500 ca. in Italia. Se da quell'ultima statistica, pubblicata a cura della confederazione, si è poi verificata per le ben note cause una diminuzione transitoria, il numero è di nuovo in aumento. I monasteri, ad eccezione di pochi, appartengono tutti alle quindici Congregazioni : i) cassinese; 2) inglese; 3) ungherese; 4) svizzera; 5) bavarese; 6) brasiliana; 7) francese o solesmense; 8) ame-ricano-cassinese; 9) beuronese; 10) americano-svizzera; 11) cassinese della primitiva osservanza; 12) austesaca; 13) di Sankt Ottilien; 14) belga; 15) boema. Ma, come s'è accennato, vi sono altri figli di s. Benedetto, che non fan parte della confederazione e dei quali qui non si parla, poiché non vengono nell'uso comune compresi nell'espressione generica di Ordine di s. Benedetto (complessivamente ca. 5360 monaci, con 160 case).

Numerose sono le parrocchie e le scuole affidate ai monaci. Quattordici badie sono nullius, di cui alcune nelle missioni d'Africa e Australia; in Italia abbiamo: Montecassino, con 62 parrocchie dipendenti, Subisca con 25, Cava con 17, Montevergine con 7, S. Paolo di Roma con 3, S. Giustina di Padova, S. Nicola e S. Andrea di Genova, con dipendenza a Pegli (S. Martino), S. Giorgio Maggiore di Venezia, S. Pietro di Modena, S. Pietro di Perugia, S. Maria di Praglia, con dipendenze a Daila e Sicciole (Iceta), S. Maria del Monte presso Cesena, S. Giovanni Evangelista di Parma, con dipendenze a Torrechiara (Parma) e a Bismantova (Reggio Emilia), S. Giacomo di Pontida, S. Martino delle Scale presso Palermo, S. Maria di Parfa, S. Pietro di Assisi, S. Maria di Finalpia; S. Maria di Noci (Bari), e Madonna dei Miracoli in provincia di Chieti, ancora priorati. Inoltre a Roma vi sono il collegio internazionale di S. Anselmo, la badia di S. Girolamo per la correzione della Volgata e altri lavori a disposizione della S. Sede, la casa di S. Ambrogio e il collegio greco, affidato alla Congregazione belga, alla dipendenza dell'abate primate.
III. L'opera civilizastrice. - Che «l'Ordine monastico sia un gran fatto nella storia della civilizzazione dell'Europa" (F. A. Gasquet) risulta innegabile anche nel rapido quadro che siam venuti delineando. Non è dunque esagerata l'affermazione dell'Harnack, specialmente nei riguardi dei popoli giovani affacciatisi alle frontiere del mondo romano a formare la compagine della nuova Europa: «I primordi di tutta quanta la nostra civiltà non furono se non un capitolo stralciato dalla storia del monachesimo "(A. Harnack, Il Monachesimo, Piacenza 1909, cap. 1). E in quelle colonie monastiche, che dovevano portare il nome e il verbo della nuova Roma in regioni ove non erano penetrate le aquile dei Cesari, una delle leggi fondamentali era quella del lavoro. La Regola lo aveva valorizzato e ne diffondeva la stima. "Così s. Benedetto ha impresso alla sua istituzione quell'aspetto eminentemente sociale che tutti gli storici si compiacciono di riconoscergli" (F. Schmitz). Questa loro attività lavoratrice ha posto i monaci alla testa del movimento agricolo, commerciale e industriale dell'alto medioevo, mentre poi le rendite di tale coscienzioso, continuo lavoro, venivano impiegate in gran parte per fini eminentemente sociali, per opere di carità e di utilità pubblica.

E infatti opera dei monaci il dissodamento dei terreni che la grande crisi romana aveva lasciati incolti e che poi erano stati devastati dai barbari e dalle rivolte. Le norme dell'agricoltura impiantata dai primi monaci sono rimaste a dirigere quasi inalterate il lavoro dei campi fino al subentrare dei sistemi moderni più scientifici. Intorno alle loro fattorie, centri di produzione e di scambi, si son venuti formando le borgate, i villaggi, le città. Così in Italia erano bonificate larghe zone,