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monaci sono rimaste a dirigere quasi inalterate il lavoro dei campi fino al subentrare dei sistemi moderni più scientifici. Intorno alle loro fattorie, centri di produzione e di scambi, si son venuti formando le borgate, i villaggi, le città. Così in Italia erano bonificate larghe zone, in varie epoche della sua storia, mediante l'opera dei grandi monasteri di Bobbio, della Novalesa, di Nonantola, di Pomposa, di Polirone e di tanti altri che, se pur meno noti nei tempi attuali, hanno dato tutti il loro contributo. Nel mezzogiorno massimi centri di questa attività furono S. Vincenzo al Volturno e Montecassino. Intorno alla cortis major cassinese, sopravvissuto fino ai giorni nostri a Cassino nel medesimo sito e nel nome di corte, tutte le dipendenze, divenute poi fiorenti paesi, si dividevano il compito del dissodamento che nel sec. x l'abate Aligerno avrebbe facilitato con i suoi famosi placiti lioellarii. Le dipendenze staccate in regioni più lontane agivano come delle colonie che ripetevano i sistemi e gli indirizzi della casa madre. Più tardi anche Cava doveva far sentire il suo influsso benefico su larghe zone, specialmente del Cilento e della Puglia.

Ancora a vantaggio delle popolazioni andavano in gran parte le rendite. Detrattore le spese indispensabili per il sostentamento della comunità e quelle per l'abbellimento degli edifici, il resto veniva impiegato in opere di carità. Fra queste avevano un posto speciale gli ospedali e gli ospizi per i pellegrini. Non solo la badia aveva un ospedale ben costituito, ma anche le case e i paesi dipendenti ne erano forniti, cosi come la funzione sociale dell'ospitalità veniva praticata, in mancanza di alberghi, tanto dagli stessi monasteri quanto da appositi edifici costruiti nei principali punti di passaggio o presso i più importanti santuari. E per dar lavoro agli abitanti di una vasta zona, un abate di Montecassino, ad es., li inviterà a costruire strade, un altro disporrà dei lavori pubblici.

Ma vi è un altro campo in cui l'alacre attività dei monaci ha lasciato orme indelebili : quello intellettuale e artistico. Certo s. Benedetto non nomina espressamente, insieme con la lectio divina, uno speciale ordinamento di studi, come fa il suo contemporaneo Cassiodoro; ma questi sono inclusi senza dubbio dalla necessità della vita claustrale e dallo stesso studio della Scrittura e dei Padri. Non si poteva stare senza codici e perciò senza l'arte degli scrittori. In quelle vere officine librarie rappresentate dagli scriptoria, i monaci lavoravano incessantemente, riproducendo le opere con rara abilità. L'ufficio di copista richiedeva una seria e accurata preparazione, nonché una reale fatica congiunta con spirito di sacrificio. Infatti se "trea digiti scribunt, totum corpus laborat" dichiarava lo scritta cassinese, che confessava pure "sicur qui navigat desiderat portum, ita scriptor novissimum versum \%. Ma

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a questa fatica dello scriptorium cassinese, ove fu coltivata soprattutto quella splendida scrittura, indicata anche spesso con il suo nome, dobbiamo la conservazione di tanti capolavori, fra cui il Pro Clientio di Cicerone; il De aquaschetti di Frontino; le Metamorphoses di Apuleio; alcune parti delle Historiae di Tacito; la Peregrinatio ad loca sancta. Anche Bobbio, in Italia, ebbe uno scriptorium notevolmente eperoso, fin dal sec. vir. Cosi Parfa, cosi altri monasteri. Questa produzione era destinata ad alimentare specialmente le celebri biblioteche monastiche e veniva completata dalle arti accessorie della libraria, quali soprattutto quelle della miniatura e della rilegatura.

Biblioteche ed arte libraria erano i presupposti necessari per lo sviluppo delle scuole, un'altra delle più importanti funzioni disimpegnate allora dai monasteri. Esse si dividevano, con quelle episcopali, il compito di provvedere all'istruzione e alla formazione della gioventù studiosa. Infatti per lo più esse erano aperte anche ad alunni esterni, e quelle rigorosamente chiuse a tali elementi, che talora con la loro vivacità minacciavano di compromettere la severa tranquillità monastica, ebbero un influsso non minore, sebbene indiretto. Cosi Montecassino ove fu rinnovata la tradizione del cursus.

Ma il contributo maggiore allo sviluppo intellettuale è rappresentato dalla catena degli uomini insigni formati in tali scuole o che hanno vissuto nei chiostri. Per limitarci alle personalità più celebri o più da vicino riguardanti l'Italia, ricordiamo oltre Gregorio Magno, la cui figura domina incontrastata nella storia della Chiesa, Beda il Venerabile (m. 733), un altro dei "fondatori del medioevo" e padre della storia d'Inghilterra; Alcuino di York (m. 804), il braccio destro di Carlomagno nell'organizzazione intellettuale dell'impero; Anselmo d'Aosta (m. 1109), il mite e forte precursore dei nuovi orientamenti intellettuali della cristianità; Rabano Mauro (m. 856), il pedagogo della Germania; Walafrido Strabone (m. 849), l'autore della "glossa ordinaria"; Notchero il Balbo (m. 912), gloria di S. Gallo; Autperto (m. ca. 781), l'abate di S. Vincenzo al Volturno, dalla molteplice erudizione che fu per i suoi tempi "un vero fenomeno"; Paolo Diacono (m. 799), lo storico dei Longobardi; Bertario, il martire abate cassinese (m. 883); Silvestro II (m. 1003), ritenuto quasi un mago per le sue straordinarie cognizioni scientifiche; il card. Alberico di Montecassino (m. 1088), teologo e letterato; l'altro Alberico, pure di Montecassino, autore della celebre Visione; Pietro Damiani (m. 1072), il forte e dotto campione della libertà della Chiesa; Alfano (m. 1085), il "Virgilio cassinese", che, arcivescovo di Salerno, accoglierà fra le sue braccia il morente Gregorio VII, quest'altro figlio di s. Benedetto che come tanti altri suoi predecessori e successori sulla cattedra di s. Pietro, aveva temposto l'animo invitto nei chiostri; il suo successore immediato Vittore III (m. 1087), già abate Desiderio di Montecassino che, scrittore egli stesso di Dialoghi, rese la sua badia centro di cultura letteraria e artistica, "la più bella della cristianità n, e, come altri due cassinesi ascesi al soglio pontificale, Stefano IX (o X, m. 1058) e Gelasio II (m. 1119), il rinnovatore del cursus, vi doveva lottare e soffrire non poco per la libertà della Chiesa. Sono ancora della sua epoca a Montecassino, oltre all'amico suo Alfano e agli Alberici già ricordati, Costantino l'Africano (m. 1087), che con le sue traduzioni dal greco e dall'arabo, ha esercitato un notevole influsso sul pensiero del sec. xi, ed in particolare sulla medicina, scienza che già a Montecassino aveva avuto valenti cultori, fra cui i ricordati Bertario e Alfano; Leone Marsicano, più tardi cardinale vescovo di Ostia (m. 1115), l'insuperato storico medievale d'Italia; Amato, lo storico dei Normanni; Bruno (m. 1123), l'abate e vescovo di Segni che nel campo esegetico supera in Italia ogni altro dal sec. viI al xir. A Farfa l'abate Vigo (m. 1039) e Gregorio di Catino, a S. Vincenzo al Volturno il monaco Giovanni si aggiungono a tanti altri loro confratelli per trasmettere il patrimonio storico dei secoli medievali. Della fine del medioevo citiamo appena l'abate di Montecassino Bernardo Ayglerio (m. 1282), Erasmo (m. ca. 1240), Matteo di Parigi (m. 1259), l'arcivescovo di Palermo Niccolò Tedeschi (m. 1443).

Dobbiamo anche ricordare nei secoli a noi più vicini, fra i cultori più insigni delle varie discipline, la schiera eletta dei Maurini con a capo Giovanni Mabillon (m. 1707); gli altri dotti che si raggruppavano intorno all'Università di Salisbury, fondata nel 1622 ; e ancora, in particolare Bernardo Pex (m. 1735), Agostino Calmet (m. 1757), Magnoaldo Ziegelbauer (m. 1750); i cardd. Celestino Sfondato (m. 1696), Giuseppe d'Aguirre (m. 1699), G. B. Pitra (m. 1888) e Aidano Gasquet (m. 1929), il vescovo Lorenzo Janssens (m. 1924); i monaci e abati Unmaro Berlitor (m. 1932), G. B. Chapman (m. 1933), Cuberto Butler (m. 1934), Andrea Wilmart (m. 1942). Ma soprattutto non possiamo omettere il ricordo di alcuni almeno fra gli uomini insigni che nei monasteri d'Italia produsse la Congregazione cassinese : quali i cardinali Gregorio Cortese (m. 1548), Angelo M. Quirini (m. 1755), Fortunato Tamburini (m. 1761), Michelangelo Luchi (m. 1802); gli arcivescovi e vescovi Isidoro Clari (m. 1551), Onorato Fascitelli (m. 1564), Angelo della Noce (m. 1691), Pier Luigi Gulletti (m. 1790), Benedetto Bonazzi (m. 1915), gli abati e monaci Bernardo Castiglione, Benedetto Canofilo (m. ca. 1550), Teofilo (m. 1544) e G. B. Folengo (m. 1559), Vincenzo Borghini (m. 1580), Angelo De Faggis (m. 1595), Benedetto dell'Uva (m. ca. fine sec. xvi), Benedetto Castelli (m. 1644), Angelo Grillo (m. 1629), Costantino Caetani (m. 1650), Cornelio Margarini (m. 1681), Benedetto Baschini (m. 1721), Mariano Armellini (m. 1737), Erasmo Gattola (m. 1784), Andrea Bina che nel 1751 inventava il sismografo, i fratelli Placido (m. 1785) e G. B. Federici (m. 1800), Goetano Bernardi (m. 1895), Bernardo e Luigi de Rossi, Agostino Rabatta e Serafino Serrati che alla fine del sec. xvili furono fra i precursori dell'aeronautica, Luigi Testi (m. 1897), Oderisio FiscicelliTseggi (m. 1917), Ambrogio Amelli (m. 1934), Aggiungiamo fra gli scrittori di ascetica, Ludovico Barbo (m. 1443), Garcia Cisneros (m. 1510), Giovanni Tritemio (m. 1516), Luigi di Blois (m. 1566), Pietro Vecchia (m. 1694), Mauro Wolter (m. 1890), Giov. Cucherto Hedley (m. 1915), Columba Marmion (m. 1923), Paolo Delatte (m. 1937), Anscario Vonier (m. 1938). Fra i cultori di liturgia e del canto sacro, continuatori dell'opera di Gregorio Magno e di Guido d'Arezzo (m. 1050), Prospero Guéranger (m. 1875), Suitberto Băunier (m. 1894), Giuseppe Pothier (m. 1923), Paolo Cagin (m. 1924), Andrea Stocquanisi (m. 1930), Paolo Ferretti (m. 1958). Infine fra gli apostoli, eredi dello spirito di quelli che hanno convertito tante nazioni, procurato l'abolizione graduale delle schiavitù, istituito la tregua di Dio, cercato il riscatto dei prigionieri, Guglielmo Bernardo Ullathorn (m. 1889) che con Pio IX collaborò a ristabilire la gerarchia cattolica in Inghilterra, Bonifacio Wimmer (m. 1887), fondatore delle prime badie in America, Giov. Beda Polding (m. 1877) che instaurò la gerarchia in Australia, già fecondata dai lavori apostolici di mons. Rudesindo Salvado (m. 1500), fondatore della forente missione e badia di Nuova Norcia.
IV. BENEdettine. - La Regola di s. Benedetto, scritta solo per uomini, fu ben presto adottata anche dalle vergini desiderose di tendere alla perfezione cristiana. Quando ciò abbia avuto inizio non è possibile dir con certezza. Le B., che han preso a peculiare patrona s. Scolastica, la sorella del patriarca, modello di un'esistenza consacrata a Dio fin dall'infanzia, hanno menata una vita di ritiro e nascondimento che rende difficile seguirne la storica esistenza. In Italia fin dal tempo dei Longobardi, oltre alcuni monasteri che la tradizione, non controllabile, vorrebbe coevi al Santo legislatore, ne compaiono altri insigni e potenti. Fra essi ci limitiamo a ricordare quello del Senatore o di S. Aureliano a Pavia (714), di S. Salvatore e S. Giulia a Brescia (753), che già nel 762 godeva l'esenzione, di S. Vittore a Meda (viit sec.), di S. Maria in Valle a Cividale (sec. viit). Spesso, dopo averli edificati, regine e principesse vi si chiudevano a viverne la vita. Sebbene non eccessivamente numerose, dato il loro nascosto genere di

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vita, pure non mancarono monache che hanno avuto rinomanza anche fuori del chiostro. Così s. Lioba (m. ca. 779 ) e le altre collaboratrici di s. Bonifacio, s. Elisabetta di Schönau (m. 1165), la poetessa Hroswitha (m. fine sec. x), s. Ildegarda (m. 1179) la grande mistica e consigliera di papi ed imperatori, le vergini di Helfta, Matilde di Magdeburgo (m. 1282), Matilde di Hackeborn (m. 1298) e Geltrude (m. 1302), insigni araldi della devozione al S. Cuore; Giovanna Bonomo (m. 1670), la grande mistica italiana, Angelica Baitelli (sec. xvir) l'erudita ed energica badessa di S. Giulia di Brescia, Margherita d'Arbouze (m. 1626), Giovanna
Dellelöe (m. 1660), Cecilia Baij (m. 1766), insigni mistiche. Ancora in tempi più recenti i monasteri italiani hanno avuto una splendida fioritura di anime santamente eroiche, di cui alcune si avviano alla gloria degli altari, quali Angela M. Latini (m. 1804), Luisa Prosperi (m. 1847), Adeodata Pisani (m. 1885), M. Fortunata Viti (m. 1922).

Anche le B. hanno molto sofferto negli ultimi secoli, specialmente in Italia ove erano disseminate in piccoli paesi, mantenendo più che i monaci gran parte delle antiche case. Per esse pure è stato notevole il
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Benedettini camaldolesi. - Monastero e chiesa di Camaldoli. Napoli (sec. xvI).
loro comunità. Fra esse celebre e tuttora fiorente è quella di Tor dei Specchi a Roma, fondata nel 1433 da s. Francesca Romana (m. 1440), alla dipendenza della Congregazione olivetana.

Bibl.: I. - Oltre le opere ricordate sotto la voce Benedetto, cf. F. A. Gasquet, Saggio storico della costituzione monastica, Roma 1912; C. Butler, Benedictine monachism, 3a ed., Londra 1924; trad. franc. di C. Gralleau, Parigi 1924; R. Molitor, Aus der Dschingeschichte benediktinischer Verödnde, 3 voll., Münster in W. 1928-32; T. Mc. Lauzlin, Le très ancien droit monastique de l'Occident, Lieugé 1935.
II. - Oltre le opere fondamentali, fra cui indispensabili : I. Mabillon, Annales O.S.B., Lucca 1739-45, e Acta SS. O. S. B., Parigi 1668-1701, cf. U. Berlière, L'ordine monastico dalle ori-
gini al sec. XII, vers. ital., Bari 1928; S. Hilpisch, Geschichte des benediktinischen Mönchtums, Friburgo in Br. 1929; E. Cottineus, Répertoire topobibliographique des abbayes et prieurés, Mâcon 1936; Ph. Schmitz, Histoire de l'ordre de st Benoît, 4 voll., Maredsous 1942-48 (altri due volumi di prossima pubblicazione). - Per l'Italia in particolare, la raccolta di studi vari curata da P. Lugano, L'Italia b., Roma 1929; S. Vismara, Storia b., bollettino bibl. in Aevum, 5(1931) ;oltre la Rivista storica b., Roma 1906-26.
III. - C. de Montalembert, I monaci d'Occidente, vers. ital., Firenze 1864-71; F. A. Gasquet, S. Benedetto e la civilizzazione, Roma 1929; F. Schmitz, op. cit. - Per la storia della Congregazione cassinese in Italia, resta sempre fondamentale, sebbene incompleta per gli ultimi secoli, l'opera di M. Armellini, Bibliotheca BenedictinoCusinensis, 4 voll., Assisi e Foligno 1731-35.
IV. - Ph. Schmitz, Les bénédictines, in DHG, VII, coll. 1206-1234.
V. - Manuale dell'oblato b., Badia di Cava 1933: Il libro dell'oblato b., Roma 1934; P. Chauvin, St Benolt nous parle, Parigi 1934; G. A. Simon, La rigle de st Benolt commentée pour les oblats..., ivi 1935; J. R. Rispenshoft, Frage des Ursprungs der Verbindlichkeit des Oblateninstituts, Münster in W. 1939.

Tommaso Leccisotti
BENEDETTINI CAMALDOLESI. - I. CONGREGAZIONE DEI MONACI EXEMITI. - La Congregazione camaldolese sorse, quale diramazione dell'Ordine benedettino, nel 1012 ed ha carattere e scopo eminentemente contemplativi. Fu fondata da s. Romualdo che, pur rimanendo unito al tronco benedettino, dette ai suoi monasteri ed eremi una fisionomia tutta propria. La Regola è benedettina con degli statuti particolari compilati nel ro8o da Rodolfo, quarto priore di Camaldoli, sugli insegnamenti di s. Romualdo. Questi riguardano in particolare i rapporti fra cenobio ed eremo, uniti sul tipo del monachismo orientale, e la finalità prevalentemente eremitica dell'istituto. Giuridicamente l'Ordine si costitul dapprima intorno a due nuclei: Camaldoli e Fonte Avellana. Monasteri ed eremi, anche non fondati da s. Romualdo, ma sorti spontaneamente o per opera di Ponrefici e di vescovi, accettarono la Regola e la supre-

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mazia dei priori generali; i quali per altro lasciavano alle singole case la loro autonomia. I rapporti tra i due centri rimasero fino al sec. xvı di semplice carità fraterna.

Per opera soprattutto di s. Pier Damiano e dei suoi prossimi successori, Fonte Avellana salì a grande prosperità, e un gran numero di avellaniti furono eletti alle sedi vescovili, specialmente marchigiane ed umbre. Però nel 1325 l'eremo, trasformatosi, contro l'intenzione dei fondatori, in abbazia, decadde : subito dopo ad accelerare il declino sopraggiunse la commenda, finché Pio V la riunì nel 1569 a Camaldoli. Non meno di Fonte Avellana, Camaldoli assurse ben presto a grande fama, sia per la santità dei suoi monaci, sia per i molti privilegi papali e imperiali che ne riconobbero la supremazia su vasti territori, monasteri e chiese. Esso nei secc. xII-xiv contò centinaia di dipendenze. Fu il periodo d'oro della santità, dello sviluppo e dell'unità del governo; ma a partire dal sec. xv a cagione delle agitate vicende politiche, delleambizionie soprattutto della commenda, anche Ca maldoli decadde e non pochi monasteri, che allora si staccarono dal centro, finirono con l'estinguersi.

Nella seconda metà del Quattrocento, in opposizione alle commende, si iniziarono dei raggruppamenti minori, che purtroppo furono causa di più profonde scissioni. Così nel 1521, per opera del b. Paolo Giustiniani si costituì con piena indipendenza la Congregazione degli eremiti di Monte Corona tuttora fiorente. Un secolo dopo si sottraeva all'eremo, formando Congregazione autonoma, il ramo dei Cenobiti; finalmente nel sec. xvı si ebbe la Congregazione piemontese, che a sua volta diede origine a quella francese. Queste suddivisioni, se anche giovarono alla propagazione dell'istituto, ne indebolirono l'organismo. Le Congregazioni piemontese e gallica disparvero con la bufera napoleonica, e i Cenobiti con la costituzione Inter religioses del 9 luglio 1935 furono riuniti a Camaldoli, ricostituendo il connubio caratteristico dell'istituzione romualdina: monastero ed eremo. Le benemerenze dell'Ordine camaldolese, in dieci secoli, furono molte e grandi, sia nel campo della santità che in quello della scienza e dell'arte. Ad esse si devono pure aggiungere quelle dell'agricoltura ed in particolare della selvicoltura; le grandi foreste di Camaldoli furono opera di molte generazioni di monaci. Così gli archivi e le biblioteche di Camaldoli, di Fonte Avellana, di S. Michele di Murano, di S. Apollinare in Classe, raccolsero tesori immensi di documenti e di codici. Cenacolo di artisti e di dotti fu S. Maria degli Angeli a Firenze, e Camaldoli ebbe le prime accademie neoplatoniche, radunando a convegno, nella seconda metà del Quattro-
cento, i grandi umanisti fiorentini: Ficino, Alberti, Rucellai, ecc. Altre accademie sorsero poi ad Avellana e a S. Apollinare in Classe. Fin da principio quasi ogni monastero camaldolese ebbe alle sue dipendenze un ospedale per i poveri; a Pisa sorse per opera loro il primo ospizio per i travatelli.

Molti i santi e i beati, tra cui s. Pier Damiani, un Papa, Gregorio XVI, molti cardinali e vescovi; scrittori, quali Ambrogio Traversari, Niccolò Malemni, Mittarelli, ecc.; Lorenzo monaco e Bartolomeo della Gaia pittori; F. Mauro cosmografo; Grandi, Soldani, Piccolomini, ecc. scienziati; senza contare i due sommi Guido d'Arezzo e Graziano.

Bibl.: A. Fortuni, Historiae Camaldolenses, Firenze 1575; G. B. Mittarelli e A. Costadoni, Annales Camaldolenses, Venezia 1755 1773; G. Grandi, Dissertations camaldolenses, Lucca 1707; M. Ziegulhaur, Conifallum camaldulense, Venezia 1790; Regesta di Camaldoli, a cura di L. Schiaparelli e F. Baldassoroni, nei Regesta Chartarum Italicarum, I. Roma 1907; II. ivi 1909, e a cura di E. Lasinio; III, ivi 1914; IV. ivi 1508; P. Lugano, L'Italia benedettina, Roma 1929, p. 231 sgg . Bernardo Ipanii
II. CONGREGAZIONE DEGLI EREMIti CAMALDOlesi di Monte Corona. Sono un ramo della famiglia camaldolese staccatosi nel 1523, ad opera del b. Paolo Giustiniani (m. nel 1528), per una più stretta osservanza della Regola e degli usi dell'Ordine. La Congregazione fu denominata sul principio: Compagnia degli eremiti di s. Romualdo, poi prese il nome dall'eremo di Monte Corona (Perugia) dove, nel 1730, pose la sua sede. Raggiunse il massimo sviluppo nel sec. xvir con 23 eremi in Italia, 7 in Polonia, 5 in Austria-Ungheria. La politica religiosa di Giuseppe II prima, poi il governo napoleonico fecero scomparire quasi tutti gli eremi. Lo stesso Monte Corona fu soppresso in forza delle leggi eversive del governo italiano.

Oggi gli eremi sono solo 9:6 in Italia, 2 in Polonia, i nella Spagna, con ca. 200 monaci.

Bibl.: G. B. Mittarelli e A. Costadoni, Annales Camaldolenses, VII. VIII, IX. Venezia 1755-73; P. Lugano, La Confr. camaldolese degli eremiti di Monte Corona, Roma 1908; id., L'Italia benedettina, ivi 1929, p. 273 sgg. Oddone Denicolò

BENEDETTINI OLIVETANI. - Famiglia del grande Ordine benedettino, fondata nel 1313 a Monte Oliveto Maggiore, in provincia di Siena, dal b. Bernardo Tolomei insieme con i suoi concittadini ed amici Patrizio Patrizi ed Ambrogio Piccolomini, i quali si erano ritirati a vita di penitenza ad Accona, luogo deserto di sua proprietà nei pressi di Chiusi. La prima approvazione venne nel 1319 da parte del vescovo di Arezzo, Guido Tarlati, che aveva giurisdizione sul luogo. Da allora la nuova istituzione incominciò ad espandersi e si accrebbe il numero dei seguaci. Nel 1344 Clemente VI l'approvò definitivamente, dando ampia facoltà di fondare nuovi monasteri, soggetti tutti al cenobio principale di Monteoli-

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(Art. Alinari)
di Sano di Pietro (sec. xv) - Roma, pinacoteca Vaticana.

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
di Luca Giordano (sec. xviI) - Affreschi sulla volta della chiesa di Montecassino, ora distrutti.

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veto. Alla fine del 1500 si contavano oltre 200 monasteri con più di 2000 monaci.

Particolarità dell'Ordine fu di avere adottato per primo la Regola degli abati non più a vita ma a tempo. Da principio non duravano in carica più di un anno; termine che in seguito fu prolungato. I monaci vestono di bianco, pur conservando le forme tradizionali benedettine.

Il Tolomei ha fatto rivivere in sé e nei suoi figlil'Ora et labora di s. Benedetto, fino ad esser chiamato un riformatore dell'intero Ordine benedettino, allora decaduto dall'antico splendore. Ed infatti due monaci b. o., Andrea da Faenza e Pietro de Tartaris, furono abati di Montecassino sul finire del sec. xiv; altri monaci furono incaricati di occuparsi dei monasteri del territorio di Subiaco.

All'epoca del suo massimo splendore la Congregazione dette uomini illustri nelle scienze sacre e profane e nelle arti della pittura, dell'incisione, dell'intaglio e del ricamo. Poi venne la decadenza e poco mancò che le leggi sulla soppressione degli Ordini non ne procurassero l'estinsione. Oggi è in ripresa, e 22 monasteri olivetani sorgono in Italia, Svizzera, Austria, Francia, Belgio, Inghilterra, e nel Libano con ca. 350 monaci.

Bibl.: S. Lancellotti, Ilistorine alivetanac libri duo, Venezia 1623; M. Bellotti, Chronologia brevis, Milano 1720; S. Marechaux, Vita del b. Bernardo Tolomei, trad. it., Siena 1890 ; P. Lugano, Origini e primordi dell'Ordine di Monte Oliveto, Siena 1903; id., L'Italia benedettina, Roma 1929, p. 621 sg.

Ramiro Capra
BENEDETTINI SILVESTRINI. - Furono fondati a Monte Fano presso Fabriano nel 1231 da s. Silvestro (v.). In origine furono chiamati Ordine di s. Benedetto di Monte Fano, poi Congregazione benedettina silvestrina, o più brevemente Silvestrini. Attornoal fondatore si strinsero ben presto i primi compagni attratti dalla austerità della sua vita, sicché, resasi insufficiente la dimora di Monte Fano, il Santo fu costretto ad edificare altri monasteri nelle regioni limitrofe: S. Maria di Grottafenile, S. Bonfiglio di Cingoli, S. Marco di Ripalta presso Arcevia, S. Giacomo in Settimiano a Roma. La Regola era quella di s. Benedetto, senza particolari costituzioni, le quali furono poi redatte dal terzo successore di s. Silvestro, il ven. Andrea di Giacomo.

L'istituzione incontrò sul nascere invidie e sospetti, e vi fu chi vide nei nuovi religiosi dei novatori e degli eretici. Silvestro fu chiamato a Roma a render conto dell'opera sua, ciò che fece con buon successo, tanto che Innocenzo IV, con bolla del 27 giugno 1247, l'approvò pienamente e la pose sotto la sua immediata protezione. Vinta questa prima battaglia, il numero dei seguaci aumentò e la Congregazione prese ampio sviluppo che andò crescendo fino a tutto il sec. xiv. Con le commende ebbe inizio la decadenza ed un sensibile rilassamento dell'antico rigore. Nei secc. xvI e xvir vi fu un certo risveglio con la fondazione di nuovi monasteri. Nel Portogallo la Congregazione penetrò nel sec. xvi ad opera di Francesco di Gesù Maria. Sotto il pontificato di Alessandro VII, con bolla del 29 marzo 1662, la Congregazione fu unita a quella di Vallombrosa; ma l'unione fu di breve durata. Dopo alcuni anni riprese infatti la sua autonomia. La soppressione napoleonica del 1810 e quella italiana del 1866 ne segnarono la fine e tutto il patrimonio artistico, scientifico, storico e letterario fu distrutto.

Dopo il 1870 però si iniziò una ripresa e si riaprirono alcune case in Italia, mentre aveva inizio la
evangelizzazione di Ceylon ad opera di d. Giuseppe M. Bravi, poi vescovo di Colombo. Negli Stati Uniti i Silvestrini penetrarono nel igro e la prima casa fu aperta nel Kansas, dove sorsero chiese e monasteri con annesse scuole.

Accanto al ramo maschile sorse nel 1233 anche quello femminile, che durò fino al 1822 , quando le poche monache esistenti furono unite alle Cistercensi. Attualmente la Congregazione ha 8 case, due collegi apostolicj e tre studentari di teologia e filosofia, con ca. 200 religiosi.

Bibl.: Ven. Andrea da Fabriano, ms. nell'archivio di S. Silvestro a Monte Fano; S. Moroni, Repertorio delle scritture di tutti i luoghi della Congr. silv., ivi; M. Feliziani, Silvestrinne Congregationis selectiora monumento, ivi; A. Bolzonetti, Il Montefano ad un grande anacoreta, Roma 1906; P. Lugano, L'Italia benedettina, ivi 1929; A. U. Cancellieri, Brevi cenni storici intorno alla Congr. silv., Fabriano 1932; S. Pedica, Breve vita di r. Ugo, ivi 1942.

Stefano Pedica
BENEDETTINI VALLOMBROSANI. - Monaci dell'Ordine benedettino che hanno preso il nome dalla Badia di Vallombrosa, fondata verso il 1036 in Toscana da s. Giovanni Gualberto (v.), che diede inizio alla nuova Congregazione monastica e che adilestrò i monaci alla lotta per la libertà della Chiesa, la santificazione del clero e la restaurazione dell'osservanza nei chiostri e del buon costume nel popolo.

La nuova istituzione si propagò rapidamente in Toscana, nelle Romagne ed in altre province dell'Italia settentrionale, in Francia, in Corsica, in Sardegna ed in Sicilia, tanto che nel 1253 si contavano ben 79 abbazie e 29 priorati.

Presso ogni monastero vi era un ospizio per i viandanti ed i pellegrini, ed un luogo dove venivano raccolti i chierici mandativi dalle varie province per essere preparati al sacerdozio. I B. v. divennero ben presto antesignani dell'attività cattolica in Toscana in favore del papato, e della lotta contro l'eresia. S. Giovanni Gualberto introdusse nel monachismo benedettino in Italia un'innovazione fino allora sconosciuta: la distinzione cioè fra monaci e fratelli conversi, e volle un governo centrale per cui tutti i monasteri e le badie della Congregazione venivano a trovarsi sotto il governo di un moderatore generale.

Le commende prima e le soppressioni decretate dai governi civili poi, fecero sì che la Congregazione decadesse dal suo antico splendore, così come per le stesse cause era decaduto l'intero Ordine benedettino. Ma, dopo la bufera della Rivoluzione Francese, con il rifiorire del vecchio tronco a novella vita anche i B. v. sono in promettente ripresa.

Contemporaneamente alla Congregazione maschile s. Giovanni Gualberto fondò anche le monache vallombrosane, alle quali diede, oltre la Regola di s. Benedetto, costituzioni proprie. Il primo monastero sorse nel 1066 o 67 di fronte a Vallombrosa, in loca. lità detta Corte di Cavriglia per opera di donna Berta figlia di Lotario conte di Borgogna, nata a Firenze ca. il 1020. Esse conducono vita di preghiera e di lavoro secondo l'ideale benedettino, e si dedicano anche all'insegnamento. I loro monasteri sono autonomi sotto la giurisdizione del vescovo locale, mentre prima del Concilio di Trento erano sotto la giurisdizione dell'abate generale o dell'abate più vicino.

Bibl.: F. Nardi, Memorie Valliombrosane, ms. arch. di Stato Firenze; id., Abb客ise et monasteria quae vel suat vel olim fuerunt..., Firenze 1729; id., Bullarium vallombrosanum, ivi 1729; F. Tarani, L'Ordine vallombrosano, ivi 1921; P. Lugano, L'Italia benedettina, Roma 1939, p. 308 sgg.; T. Sala, Diz. stor. biografico di scrittori, letterati e artisti dell'Ordine vallombrosano, Fi-

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Benedetto, santo - Incipit della Regola di s. P. (sec. x). Montecassino, cod. 175.
renze 1929: E. Lucchesi, I monaci b. v. in Lambardia, ivi 1938: id., Il monastero di S. Girolamo in S. Gimignano, dalla fondazione ai giorni nostri, ivi 1938; id., I monaci vallam. nella diocesi di Pistoia e Prato, ivi 1941; id., I monaci vallam. nella diocesi di Massa Marittima, ivi 1944: A. Salvini, S. Giovanni Gualberto, fondatore di Vallombrosa, Alba 1944.

Emiliano Lucchesi
BENEDETTO, santo, fondatore dei Benedettini.
Sommario: I. La vita e la missione. - II. Iconografia. - III. Medaglia. - IV. La Regola.

1. La vita e la missione. - Verso il 480 , nasceva s. B. da famiglia nobile "ex provincia Nursiae». Alla sua prima formazione contribuirono gli esempi famosi dei venerati asceti della regione e quello domestico della sorella Scolastica, che si era consacrata a Dio negli anni stessi dell'infanzia e doveva rimanere poi congiunta cosi strettamente a B.

Fu inviato a Roma per completarvi gli studi, affidato alla vigile custodia della nutrice. Ma ben presto se ne ritrasse, e accompagnato anche questa volta dalla nutrice, riparò ad Enfide, l'odierna Affile, fra i Monti Simbruini, ed ivi presso la chiesa di S. Pietro continuò forse gli studi, alternandoli con la pratica fervorosa dell'ascesi (ca. il 500 ). Non vi restò a lungo, poiché, davanti al pericolo di una indesiderata popolarità, si diresse alla non lontana e deserta località di Subiaco, in prossimità dell'antica villa neroniana. Un monaco, Romano, lo rivestí dell'abito monastico e lo aiutò nei primi passi della nuova vita. Soprattutto gli fu fedele nel tenerne nascosta la dimora, si che per tre anni solitario nel suo speco, "in Superni Spectatoris oculis habitavit secum». Ma non poté celarsi a lungo. Crescendo con il tempo la sua fama, fu anzi invitato a prendersi cura di un vicino monastero, Vicovaro, ove l'abate era morto e la comunità
si trovava in decadenza. Il tentativo di richiamarlo a nuova e più fervente vita si infranse contro l'ostinata volontà dei monaci, che tentarono perfino di avvelenarlo, e fece ritorno "ad locum dilectae solitudinis».

Ben presto la necessità di farsi maestro dei discepoli, che sempre più numerosi accorrevano a lui, e di adattarsi alle loro esigenze, lo costrinse di nuovo, ma questa volta per sempre, a rinunziare alla vita eremitica, che aveva formato il suo primitivo, ardente ideale. Ne conserverà sempre si alta stima e profondo amore, che anche nella Regola, scritta per i cenobiti, l'additerà come la vetta suprema dell'ascesi monastica. Ma non si allontanò nel suo nuovo sistema dall'imitazione dei grandi esempi egiziani, e, a somiglianza di s. Pacomio, distribuì i suoi discepoli in gruppi : erano dodici, ciascuno con il proprio abate, in altrettante case, mentre riservava a sé la formazione di alcune scelte reclute. Fra queste furono Mauro e Placido, i più noti dei suoi monaci, che 1 loro genitori, come molti altri della nobiltà romana, avevano voluto affidargli. Ma al contatto dell'esperienza giornaliera l'ideale del legislatore si veniva gradatamente modificando, per orientarsi verso forme sempre più completamente cenobitiche, più vicine al modello basiliano.

La persecuzione, suscitatagli dalla gelosia di un prete dei dintorni, parve spingerlo definitivamente ad attuare il nuovo piano, e, nel vigore della sua piena maturità, abbandonò Subiaco, dirigendosi verso l'antica città di Cassino. La risoluzione non fu di quelle che si prendono all'improvviso. B. infatti edificò la sua nuova casa, espressione definitiva dell'ideale maturato in lunghi anni di esperimento, su un monte già acropoli militare e in quel tempo ancora frequentato nei suoi vari templi dai cultori degli idoli. Vi prese stanza da padrone e senza alcun indugio ne abbatté gli altari, ne recise i boschi sacri, mentre con assidua predicazione (secondo alcuni autori sarebbe asceso al sacerdozio) si dedicò alla conversione della parte di popolazione ancora pagana. Tutto ciò, date le esigenze ben stabilite delle leggi civili e canoniche, non è potuto certo avvenire senza una missione specifica, o, almeno, un permesso delle competenti autorità. E quel che la fonte gregoriana, su questo come su tanti altri punti, non dice, la tradizione lo fa intravedere nei vari modi con cui lo riferisce: dalla missione divina, che ricordano i più antichi autori, alla donazione di Tertullo, patrizio, che pur fra le alterazioni leggendarie presenta un sostrato di verità; dalle relazioni con l'ambiente romano all'approvazione ed incoraggiamento della Sede Apostolica. Sorse così sulla cima del monte il nuovo monastero, in sé completo, modello tipico del più perfetto cenobitismo da praticarsi sotto la direzione immediata e continua di un sol padre. Quasi a significare il nuovo orientamento, i due oratori edificati sull'arce furono dedicati in onore di s. Giovanni Battista, padre dei monaci del Nuovo Testamento e precursore del Vangelo, e di s. Martino di Tours, il monaco apostolo delle Gallie. La costruzione delle fabbriche, che in B. ebbero il sapiente architetto, e l'organizzazione della nuova vita richiesero senza dubbio del tempo. La data del 529 , tradizionale da più di sette secoli, va probabilmente intesa come un termine "ad quem". Da allora quella nuova "compagnia di monaci, ché leggevano, coltivavano la terra, esercitavano le arti in mezzo alla grande società che scomponevasi per barbarie, preparava il germe della futura civiltà e ricomposizione dei popoli» (L. Tosti).

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Sul monte fu un continuo accorrere di gente: dagli umili, che andavano ad invocarvi la protezione e l'aiuto del padre B., ai dignitari ecclesiastici, come il vescovo Sabino dalla lontana Canosa, ai potenti del secolo, quale il re dei Goti Totila, che al Santo chiedevano parole di vita e di conforto. Una volta all'anno era il vegliardo stesso che si muoveva dal monastero per andare incontro alla sorella Scolastica e trattenersi con lei in dolci colloqui spirituali. Nel luogo, ove, secondo la tradizione, avveniva l'incontro, scavi recenti (1939), quantunque non condotti a termine, han però messo in luce i resti di una chiesetta monoabsidata, risalente, almeno in parte, ad una remota antichità.

L'ultima visita, secondo la fonte gregoriana, dové protrarsi per tutta la notte, contro il volere di B. : la violenta bufera, ottenuta dalle preghiere e dall'amore della sorella, lo costrinse a rimanere. 'Tre giorni dopo dalla sua torre egli ne vedeva volare l'anima al cielo, sotto forma di candida colomba, e ne faceva trasportare la salma al sepolcro che sulla cima del monte, nell'edicola di S. Giovanni Battista, aveva preparato per loro due.

Non passò molto tempo e B. la raggiunse nell'eternità. Sei giorni prima della morte fece aprire il sepolcro, poi, sentendo giunta l'ora, volle esser condotto nell'oratorio, ove, munito del corpo e sangue del Signore, fra le braccia dei discepoli, pregando rese lo spirito a Dio. Era il 21 marzo: l'anno, dal modo soprattutto con cui B. e s. Sabino parlavano fra loro della rovina incombente su Roma per opera di Totila, pare non possa essere anteriore al 547. Questa data quindi, come del resto quasi tutta la cronologia della vita di s. B., resta soltanto approssimativa.

La biografia, quale ce l'ha tracciata papa Gregorio, non può rispondere a tutte le nostre esigenze; non per un colpevole difetto, ma per l'esclusivo fine di edificazione che lo scrittore si proponeva e per l'indole dell'agiografia di quei tempi. Neanche vi troviamo elementi sicuri per la ricostruzione della figura fisica del Santo.

Eppure abbiamo ben chiara l'immagine sua spirituale quale ci balza dalla candida narrazione gregoriana e dalle pagine immortali della Regola. E un uomo di carattere fermo e deciso. Nella profonda sincerità del proprio essere, sollecito di piacere solo a Dio, si rivolge a ricercarlo e si consacra al suo servizio. Questo unico scopo dà unità a tutta la vita di lui, che trascorre al cospetto di Dio, in giustizia e verità. I doni naturali della sua indole, riflessiva, seria, amante dell'ordine e della pace, dotata di uno squisito senso di equilibrio e di discernimento, vengono -così fusi e nobilitati nella pratica dell'amore di Dio, a cui nulla prepone, e del prossimo a cui nel magistero pio e paterno profonde i suoi tesori di intelligenza e di esperien-
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(per curtesia del doth. B. Degenhart)
Benedetto, santo - Incontro di s. B. con Totila.
Manoscritto di scuola cassinese (ca. 1070) - Biblioteca Vaticana, ms. lat. 1202.
za per avvicinarlo sempre più a Dio. Così le qualità naturali cooperano con la grazia nel renderlo adatto a compiere la gigantesca missione alla quale la Provvidenza l'aveva eletto. Vissuto nei tempi della massima depressione d'Italia, mentre l'antico mondo romano cadeva in rovina, con la sua creazione ne preparava la ricostruzione. Salvando il monachismo occidentale mediante l'adattamento dei principi vitali dell'Oriente alla mentalità romana, con il suo codice sacro trasmise ai nuovi popoli le tradizioni dei padri e il più alto conmento pratico della vita evangelica. Forniva così alla Chiesa gli operai per il dissodamento dell'immane campo di lavoro che ad essa si apriva distanzi e preparava i tempi novelli.

Se quindi si considera che «non solo nella catastrofe finale dell'impero d'Occidente egli personifica con rara purità il vero spirito romano, ma ancora fu uno degli ultimi esecutori della missione assegnata dalla Provvidenza allo spirito di Roma nella storia dell'umanità... possiamo ben dire che egli fu l'ultimo romano" (I. Herwegen). Ma se teniamo presente che fu uno degli artefici dell'unità europea, il vero padre dei popoli affratellati nel nome sacro di Cristo e in quello augusto di Roma, possiamo ugualmente salutarlo come «il primo dei nuovi romani, di coloro specialmente che la virtù propria della stirpe romana innestarono sulla pianta che doveva poi dare a questa, nella nazione italiana, la sua figlia gloriosa..., come colui il cui nome e la cui opera forma uno de' più saldi fili, intorno a cui, dal capo al termine s'intesse la unità della storia nazionale d'Italia" (C. Callese, S. B., in Nuova Antologia, 1929, iv, p. 11 sgg.
II. Iconografia. - Pari all'importanza storica e all'ampiezza dell'opera di s. B., è stato il culto con cui i popoli gli hanno mostrato la loro riconoscente devozione, paragonabile solo a quello degli Apostoli; negli ultimi secoli però, dopo le rovine accumulate dagli errori e dalle perturbazioni politiche, esso si è notevolmente ridotto. Tuttavia numerose sono anche in Italia le località e le chiese che conservano il nome del patriarca cassinese, così come le opere d'arte che ne glorificano l'immagine e gli episodi della vita. Ricordiamo qui solo la più antica pittura del sec. viII (Roma, S. Ermete sulla Salaria vetus) e i celebri cicli pittorici di Sulbaco (S. Speco, sec. xit-xv), di Firenze (S. Miniano al Monte, Spinello Aretino, sec. xiv), di Napoli (S. Severino, A. Solario detto lo Zingaro, sec. xvi e F. De Mura, sec. xviII), di Monte Oliveto Maggiore (Sodoma, sec. xvi), di Montecassino, irreparabilmente perduti per la nefanda distruzione della badia (Luca Giordano, sec. xvir, e Scuola Beuronense, sec. xix); ad essi è da aggiungersi, notevole anche per la storia del costume, la serie di miniature del monaco cassinese Leone (sec. xi, cod. Vat. lat. 1202).
III. Medaglia. - Una forma caratteristica del culto verso s. B. è ancora oggi quella della medaglia, che gode fra i fedeli di una diffusa popolarità, inferiore solo a quella della Vergine. Le origini storiche ne sono oscure, ma senza dubbio debbono mettersi in relazione con quanto s. Gregorio narra circa l'efficacia della croce usata da s. B. Elemento specifico ne è infatti una croce quadrata riprodotta sul verso con delle iniziali, e la croce parimenti è in mano al Santo

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la cui figura è riprodotta sul recto. Fra le braccia della croce son disposte le quattro lettere C.S.P.B., ossia Crux sancti patris Benedicti; sul braccio verticale: C.S.S.M.L.; sull'orizzontale: N.D.S.M.D.; intorno: V.R.S.N.S.M.V. S.M.Q.L.I.V.B. Queste ultime tre serie sono le iniziali di parole che formano sei emistichi rimati, contenenti invocazioni alla croce e la rinuncia a Satana, da cui la croce ci ha liberati, ossia: Crux sancta sit mihi lux; Non draco sit mihi dux; Vade retro Satana; nunquam suade mihi vana; sunt mala quae libas; ipse veneno bibas. La medaglia ha nel Rituale romano una speciale formola di benedizione e gode di molte indulgenze, che più numerose sono per quel tipo particolare fatto coniare a Montecassino in memoria del xiv centenario della nascita di s. B. (1880).
IV. La Regola.

- Oltre i Dialoghi gregoriani, un'altra fonte per conoscere la vita intima di s. B. e la sua psicologia, è la Regola. Il santo uomo, ci attestalostesso Gregorio, non poté insegnare in modo diverso da come visse, e il suo insegnamento, la sua missione, «omnes magisterii illius actus», è continuata appunto nella Regola che il biografo enumera fra gli altri miracolidel Santo.

1) La storia del
testo. - Poiché la Regola è l'espressione del pensiero maturo del legislatore e ne riassume l'ultima esperienza, quella decisamente cenobitica, senza dubbio la sua redazione definitiva fu fatta a Montecassino. Perciò quel sacro monte da tutta la tradizione monastica venne considerato come il luogo donde, secondo la bella immagine attribuita ad Urbano II, quasi da paradisiaca fonte scaturì la veneranda istituzione dell'Ordine monastico, e dai medievali veniva volentieri paragonato al Sinai.

Che la Regola sia opera di s. B. nessuno ha mai seriamente dubitato. Contrariamente alla tesi tradizionale, in questi ultimi anni un benedettino di Solesmes, A. Genestout (La Règle du Maître et la Règle de si Benoît, in Revue d'ascétique et de mystique, 21 [1940], pp. 51-112), l'ha ritenuta posteriore alla Regula Magistri, da cui dipenderebbe quindi per il prologo ed i primi sette capitoli. Questa teoria tuttavia non diminuirebbe l'importanza legislativa di s. B., il quale nel suo codice avrebbe assimilato anche questi elementi, come altri preesistenti, fondendoli nell'originalità della sua concezione. Ma la nuova ipotesi ha bisogno di più completa dimostrazione ed ha incontrato numerosi oppositori (tra essi ricordiamo per tutti B. Capelle, Cassien, le Maître et st Benoît, in Recherches de théologie ancienne et médiévale [1939], pp. 110-18). Che sia stata scritta dal patriarca per incarico espresso della Sede Apostolica, desiderosa di dare una codificazione alla vita monastica, così come quasi contemporaneamente per opera di Giustiniano e di Dionigi il Piccolo la ricevevano la vita civile e la vita clericale, è quanto hanno sostenuto recentemente d. Chapmann e, indipendentemente da lui, anche il card. Schuster.

Ma non si può ritenerla uscita tutta di getto dalla penna dell'autore : è invece un codice che si è venuto formando e modificando gradualmente, in base alle esigenze della prassi quotidiana. Probabilmente quindi alcune parti,
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Benedetto, santo - Medaglia di s. B.
quali, ad es., quella che ordina il cursus liturgico e quella che forma il codice penitenziale, hanno avuta una esistenza indipendente, anteriore anche al resto, cui sono state poi unite. L'autografo della Regula (con l'aggiunta, tutto al più, dell'aggettivo sancto, come sembra fosse il titolo originario) è andato perduto da parecchi secoli. I Cassinesi, riparando a Roma dopo la prima distruzione del loro monastero (377), lo portarono con sé. Restituito da papa Zaccaria (ca. 742) alla comunità riformatasi sulla santa montagna, fu portato di nuovo via dai monaci scampati alla strage devastatrice dei Saraceni (883) e peri nell'incendio del monastero di Teano (896), ove si erano rifugiati. Solo un frammento si conservò per molti secoli ancora a Montecassino quale reliquia e scomparve nelle perturbazioni della fine del sec. xvili. I manoscritti che attualmente ci restano possono ridursi a tre tipi o famiglie: quelli che riproducono il testo puro, quelli che dànno un testo interpolato, quelli infine che hanno un testo misto. I primi si riallacciano al testo originario, perito a Teano, attraverso una copia fatta sull'esemplare, che l'abate di Montecassino, Teodemaro, inviò nel 787 a Carbonagno. Questa copia, conservata in una trascrizione eseguita verso l'820 in Aquisgrana da due monaci di Reichenau, è contenuta nel codice di S. Gallo (914) e venne riprodotta a Montecassino nel 1900 da d. Germano Morin, che utilizzò i precedenti studi di d. Ambrogio Amelli. Parimenti si riallaccia al testo originario, ma indipendentemente dal manoscritto di S. Gallo, il gruppo di codici che costituisce la tradizione cassinese. Accanto a questo testo, ben presto venne a formarsene un altro lievemente modificato per ragioni pratiche, ossia per adattamento e dilucidazione, ed è quello che si trova riprodotto nel più antico manoscritto della Regola giunto fino a noi : Hatton 48, della biblioteca Bodleiano di Oxford, scritto a Canterbury verso il 700 . A questa epoca stessa rimonta il terzo gruppo del testo detto "receptus". Compare infatti fin dall'viri sec. nel commento di Paolo Discono e fu usato generalmente fino ai nostri giorni, poiché offriva il vantaggio di correggere il testo originario, rendendolo più intelligibile.

La Regola fu volutamente scritta sotto l'influsso del latino volgare, senza quindi "quella lima che all'autore sarebbe stata possibile in conformità della sua cultura" (A. Lentini). Ma essa, che giustamente s. Gregorio dice "discretione praecipuam, sermone luculentam", nelle classiche movenze ritmiche del cursus rivela lo studioso che doveva spontaneamente "sentire all'orecchio quei vari tipi di chiusa dei periodi e dei metri a cui l'aveva istituato fin da giovinetto la scuola". Ciò quindi, più che le dubbie reminiscenze classiche, tradisce la cultura dell'autore, che nelle pubbliche scuole deve aver compiuto almeno gli studi di grammatica e di retorica, e forma un sicuro criterio da tener presente nella scelta fra le varie lezioni dei codici.
2) Il contenuto. - Per il modo con cui si è venuta gradatamente formando, non si può pretendere dalla Regola un rigoroso ordine logico nella successione dei singoli capitoli : vi si possono invece distinguere delle grandi linee.

Poste le basi della vita cenobitica e ascetica nel prologo e nei capp. I-VII, nei seguenti capp. VIII-XVIII sono le

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norme della preghiera liturgica e comune, mentre i capp. XIX-XX indicano lo spirito che deve vivificarla insieme con l'orazione privata. Sistemata cosi la vita spirituale, si passa a stabilire l'ordinamento del monastero. I capp. XXI-XXX ordinano la casa nelle sue linee generali, mentre i capp. XXXI-LVII ne regolano il regime materiale. Dal cap. LVIII al LXI si tratta del reclutamento. Il gruppo seguente, capp. LXII-LXVII, dispone la gerarchia e l'ordine della comunità, le sue relazioni con l'esterno. I rimanenti capitoli, dal LXVIII al LXXII, sono delle aggiunte posteriori, intese a delucidare dei punti particolari di disciplina o di ascetica, in relazione soprattutto alla vita di comunità. Il cap. LXXIII costituisce l'epilogo.

Chiudendo quella che egli chiama « minimam inchoationis regulam», s. B. rinvia il discepolo desideroso di ulteriore perfezione alle dottrine dei SS. Padri e della Scrittura Sacra. Il suo codice, secondo l'espressione di Bossuet, èil compendio del Vangelo, del cristianesimo. La frase di s. Gregorio, che riconosce in lui l'crede spirituale di tutti i giuati, va intesa nel senso più ampio. Non solo egli riprodusse nella suavita, come il biografo ne dà le prove, le virtù e i prodigi degli antichi padri, ma nella sua Regola ricapitolòledottrincasce-
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(da A. Zain, Atteste palcepedice e diplomatico, lrapes tuet) Benedetto, santo - Regola di s. B. (sec. xit).
Benevento, cod. della biblioteca Capitolare.
tiche dei predeces-
sori, adattandole al mondo latino. Quel che di vago e impreciso era nella legislazione monastica anteriore, ebbe da lui una sistemazione definitiva e autorevole. Pur muovendosi nelle grandi linee tradizionali, riesce a creare un'opera originale : i materiali già erratici vengono a costituire un edificio organico. E perché questo possa essere aperto a tutti, nel suo spirito di discernimento e di equilibrio, rigetta tutto ciò che può essere eccessivo. Egli legifera perciò unicamente per i cenobiti, ma intende che la vita loro sia veramente comune, con esclusione di ogni manifestazione di individualismo, spesso indice di quell'egoismo che vuole totalmente bandito. Alla volontà arbitraria del capo del monastero sostituisce l'autorità di un codice stabile. Anche nel permettere altri usi, richiede che non siano difformi dai principi fondamentali e che la scelta sia sottratta all'arbitrio dei singoli per restar riservata all'abate.

Questo edificio riceve coesione e garanzia di sicurezza dal voto di stabilità. E con esso che s. B. prende decisa posizione contro il vagabondaggio e l'arbitrio individuale, i mali che affliggevano e minacciavano il monachismo dei suoi tempi. Con esso il monaco restava fissato quasi da un'ancora spirit