sione e garanzia di sicurezza dal voto di stabilità. E con esso che s. B. prende decisa posizione contro il vagabondaggio e l'arbitrio individuale, i mali che affliggevano e minacciavano il monachismo dei suoi tempi. Con esso il monaco restava fissato quasi da un'ancora spirituale nella sua via di perfezione, nel santo proposito di perseverare in monastero fino alla morte. Ed il cenobio benedettino assume così quella fisonomia giuridicamente stabile, che, mentre lo rende il modello della vita religiosa, offre alle anime un saldo riparo. In questa piccola società, immagine in sé completa ed autonoma
di quella più grande unione de i fedeli che è la Chiesa, ogni anima desiderosa di vivere più intimamente la vita cristiana trova le condizioni per poter sviluppare al sicuro i germi soprannaturali in sé deposti con il Battesimo. Senza proporsi determinati e particolari fini esteriori, il legislatore intende preparare per queste anime, che muovono alla ricerca di Dio, da cui si erano allontanate con la disubbidienza della colpa, una scuola, una milizia, un'associazione. Ivi potranno apprendere e, nello stesso tempo, praticare il servizio divino, quasi in un vero paedagogium del coeleste palatium. Ma soprattutto quest'ambiente è una famiglia, i cui singoli membri lavorano a riprodurre in se stessi l'immagine del Figlio di Dio, sotto la guida di un padre, che rappresenta la paternità divina, e nella pratica del grande precetto cristiano dell'amore per i fratelli. Colui che è il centro e cardine di questa famiglia, l'abate, fa le voci del Cristo, e riunisce nella sua persona gli uffici di maestro e di padre. In questa Regola, eminentemente cristocentrica, è ignorata la parola, si cara ai moderni, di superiore: chi presiede al monastero, al posto e in nome di Cristo, ha il carattere e le funzioni di un padre
( a b b a s= padre), non di un'autorità temuta; e l'ufficio suo, più che rigida custodia di una disciplina e mantenimento dell'ordine, è la cura delle anime. Scelto dalla comunità e canonicamente installato, la sua carica è di per sé perpetua, come quella dei pastori della Chiesa e dei padri naturali, senza altri limiti che quelli voluti dalla legge di Dio, dalle disposizioni della Chiesa e dalla stessa Regola.
Se l'autorità paterna dà consistenza e carattere a questa famiglia, il raccoglimento e la separazione dal mondo assicurano le necessarie condizioni di ambiente perché vi si possa senza impedimento attendere alla ricerca di Dio. Ogni anima infatti, da parte sua, deve procurare ciò, tendendo, nell'imitazione del Cristo, ad una adesione completa della propria volontà a quella del Signore, mediante l'obbedienza; al conoscimento di se stessa, nell'esercizio dell'umiltà; ad una totale rinuncia del proprio io e di ogni privato bene materiale, con la castità e la più completa povertà personale, per cui deve sperare il necessario dalla provvidenza del padre di famiglia, con la pratica ancora dell'amore fraterno, che sarà l'elemento vivificatore di quest'ambiente donde ogni egoismo è fondamentalmente bandito. In una parola, il discepolo si terrà in una continua disposizione a vivere alla presenza di Dio, in un perfetto rinnegamento di se stesso.
Questa vita di unione a Dio si traduce nella preghiera, specialmente in quella che forma l'occupazione principale, non il fine del monaco, l'opera di Dio, cioè la preghiera liturgica e comune, espressione
## Page 734
della perfetta comunità di vita. Anche in questo caso s. B. si è fatto consigliare dalla discrezione e l'ha notevolmente ridotta in paragone degli antichi monaci. Essa dividerà la giornata del monaco insieme con il lavoro, altro elemento essenziale, che il legislatore nobilita ed estende, sì che ora et labora sarà poi nei secoli il motto sintetico della sua Regola. E se il lavoro assumerà le forme più varie secondo i tempi e i luoghi, sarà però sempre tale da salvaguardare l'unica preoccupazione del Santo, quella di condurre le anime a Dio. In vista di questo fine esclusivo, la casa, come una vera domus Dei, sarà «saggiamente amministrata", in modo che "nessuno vi sia rattristato o conturbato». Sarà quindi necessario che l'abate, non potendo far tutto da sé, affidi a altri "parte dei suoi pesi». Se il numero dei monaci è grande, essi verranno divisi in gruppi di dieci affidati alle cure immediate di decani; uno di essi, con il nome di preposito, potrà, se proprio lo si crederà necessario, coadiuvare direttamente l'abate e farne le veci. La Regola enumera pure altre cariche, i cui ufficiali attualmente disimpegnano anche le attribuzioni degli antichi decani : il cellerario, che avrà cura di tutti i beni temporali "quasi padre per tutta la comunità"; il maestro dei novizi, "un seniore piano di sollecitudine" nell'esaminare le disposizioni dei candidati; il foresterario "la cui anima sarà piena di timore di Dio"; l'infermiere anch'egli fornito di timor di Dio; il portinaio «un vecchio saggio a cui l'età impedisca di vagabondare».
Tutti questi incarichi vanno esercitati secondo le direttive date dall'abate, il quale può rimuovere cia-

(1st. Ailinori)
Benedetto, santo - Reliquiario di s. B. (1450). Norcia, palazzo del Comune.
scuno dall'ufficio, qualora lo creda. Oltre questi aiuti, l'abate ha quello di una duplice categoria di consiglieri. Sebbene infatti spetti a lui di regolare e disporre ogni cosa nel proprio monastero, pure s. B. vuole che tutto sia fatto con il consiglio si da non dar luogo a vani pentimenti. Perciò nei casi ordinari l'abate chiederà il parere dei sèniori tra i fratelli, i quali costituiscono quasi il senato del monastero. Ma nelle questioni più gravi tutti, come è naturale in una famiglia, saranno chiamati a consiglio. Cosi il potere discrezionale e paterno dell'abate viene soprannaturalmente temperato e la forma di governo cenobitico, fondamentalmente familiare, appare come un felice equilibrio fra quella monarchica, oligarchica e democratica.
Da questa società nessuna età, nessuna condizione o razza è esclusa : il goto e il romano, il nobile e lo schiavo, il vecchio e il fanciullo, tutti vi possono trovar posto, poiché «in Cristo siamo tutti un'unica cosa». Alla professione, pubblicamente fatta nell'oratorio con la explicita promessa della stabilità, obbedienza e conversione di costumi, o conversazione, (gli altri voti sono compresi in questi), va premesso un anno di noviziato, in un locale separato, e vi si leggerà tre volte per intero la Regola. I fanciulli (oblati) sono offerti dai genitori. Fra indoli e persone così diverse la disciplina vi è garantita più dall'amore che dal timore servile. Lo stesso codice penitenziale che s. B. ha dovuto adottare per il bene della comunità, a proteggerne e conservarne la carità, è senza confronti più mite delle altre regole monastiche del tempo.
Quel che la pittura medievale pone in mano al Santo, non pare già, come pur sostengono alcuni autori moderni, una verga, ma uno strumento per indicare i segnali delle ore. Questo compito delicato, e a quei tempi anche non facile, è dalla Regola riservato all'abate. Tutto deve essere fatto alle ore stabilite, secondo l'orario che è fondamentalmente modellato sulla divisione della giornata romana e, come essa, variabile sì che ogni azione possa svolgersi alla luce del sole. Al sonno sono in media attribuite più di otto ore, compresa la dormizione pomeridiana nell'estate, ma la Regola ignora l'interruzione del sonno notturno mediante la recita dell'Ufficio. Il resto del tempo vien diviso fra la preghiera, la lettura e il lavoro. Fra gli esercizi della vita comune tengono un posto importante i pasti, a cui s. B., contraddicendo al particolarismo di altre regole, vuol che partecipino tutti insieme: vi si conserverà il silenzio, prestando attenzione alla lettura fatta ad alta voce. I fratelli, capaci di compiere quest'ufficio, vi si succederanno a turni settimanali, così come nel servizio della mensa e della cucina. Anche i pasti sono regolati da quello spirito di discrezione che si fa tutto a tutti, per tutti guadagnare a Dio. E questo principio comune dell'amore, nella sua duplice forma verso Dio e verso il prossimo, che fonde i due aspetti della comunità monastica, di scuola cioè del servizio divino e di famiglia, in un'unica società il cui centro vero è Cristo.
La diffusione di queste società; ossia. la propagazione della Regola benedettina fu enorme (v. benedettini). Questo piccolo codice, che nei secoli della stampa ha avuto edizioni si numerose da non poter essere sorpassate che da quelle della S. Scrittura e dell'Imitazione di Cristo, divenne ben presto la "Regula sancta", la, "Regula patrum", la Regola per eccellenza, sul cui modello e sulle cui direttive mosse posteriormente tutta la vita religiosa in Occidente. E l'influsso fu sì grande in tutti i campi e sotto tutti gli
## Page 735
aspetti da giustificare l'asserzione del Viollet-le-Duc (Dictionnaire raisonné de l'architecture frangaise du X I^{e} au XVI siècle, I, Parigi 1854, p. 242): "La Regola di s. B. è forse il più grande fatto storico, anche considerato dal solo punto di vista filosofico n. Vedr Tave. LXXVII-LXXVIII.
Bbsc.: I. - Fonti per la vita e la fisonomia di s. B. sono: 1) La Regula. Numerosissime le edizioni, in massima parte ricordate da A. Albareda, Bibliografia de la Regla Benedictina, Monacristo 1923. Più notevoli o più adatte alla consultazione: B. Linderbauer, S. Benedicti Regola monasteriorum, Bonn 1928; B. Benedicti Regula manachorum, 2^{°} ed., Cava 1929; P. Luzzino, Vita et Regula s. Benedicti, Roma 1929; C. Butler, S. Benedicti Regula monasteriorum, 3^{°} ed., Friburgo in Br. 1935 (con copiosa bibliografia).
Fra le traduzioni italiane: [G. Fornari], La Regola dei monaci, Montecassino 1921; P. Luzzino, Roma 1929; S. Vismara, S. B. uella tua vita e uella tua Regola, Milano 1929: antichi volgarizzamenti sono stati editi. fra gli altri, da C. De Luca, S. B., vita e Regola, Firenze 1923. Una copiosa bibliografia è data anche da R. Bouvreviss, Bibliographie der Benediktinerregel, in Studien und Mitt. zur Geschichte des Benediktiner-Ordens, Reigern bei Brünn 1940, pp. 3-20.
Fra i commenti della Regola, numerosissimi dai sec. viIt ai giorni nostri, citiamo solo: P. Delatte, Commentaire sur la Règle de st Benoît, Parigi 1913, con continue restampe:
I. Schuster, La «Regula monasteriorum», 2^{°} ed., Alba 1945, e il recente di G. Herwegen, Sinn und Geist der Benediktinerregel, Einsiedeln 1944, ricco di erudizione ma con vedute troppo particolarmente personali. Per lo stile della Regola, oltre il Linderbauer, S. Benedicti Regula man. philologisch erkldet, Metten 1922, è indispensabile tener presente A. Lentini, Il ritmo procatice nella Regola di s. B., in Miscellanea cussinese, 23 (1946): id., S. B., in Regola, testo versione e commento, Montecassino 1947, costituisce un eccellente manuale per le varie esigenze dei lettori.
Per una sintetica esposizione dei princìpi della Regola: M. Walter, Proseïona ordinis monastici elementa, Bruges 1880, trad. it. e rid. di T. Leccisotti, Montecassino 1937; C. Butler, Benedictine manuchism, 2^{°} ed., Londra 1924 (trad. franc. di C. Grolloux, Parigi 1924); C. Marmion, Il Cristo ideale del monaco, trad. it. di M. Galli, Praglia 1931; G. Morin, L'ordine monastico e la vita della società cristiana nei primi secoli, trad. it., Sorrento (1934); D. Gorge, A l'école de st Benoît, La vie intérieure pour notre temps, Parigi 1937; Anon., Un giorno nella casa di s. B., 2^{°} ed., Montecassino 1938; A. Stola, L'ascesí cristiana, Brescia 1943, che inquadra la Regola nell'ascesi generale del cristianesimo.
2) S. Gregorio Magno, Dialogorum liber II. Esso è tutto dedicato a s. B.; essenzialmente opera di edificazione, è però sostanzialmente degna di fede, anche a giudizio di critici moderni. L'edizione più notevole dei nostri tempi è quella di U. Moricca, in Fonti per la storia d'Italia (ed. Istituto Storico Ital., LVII), Roma 1924. Molte altre edizioni anche del solo I. H. Traduzioni ital., oltre quelle già citate sotto i nomi di De Luca, Luzzino, Vismara: A. Fiorini, Vita e miracoli di s. B., 2^{°} ed., Montecassino 1924; V. Bartoccetti, Fioretti degli antichi padri, Milano 1925 (tutti i dialoghi).
3) Un'altra fonte, indipendente dal raccolto gregoriano, è il Carmen de s. Benedicto del poeta Marco, che sarebbe stato un discepolo del Santo. Qualche moderno lo vorrebbe invece composizione più recente, forse del sec. viI. Ma la tesi tradizionale ha ancora fautori autorevoli; fra essi M. Galdi, Il carmen di Marco poeta e l'epoteosi di s. B., Napoli 1929, con il testo e trad. it., in versi, Altra edizione: PL 80, 183-84.
II. - Per una prima informazione su s. B. e l'opera sua
consigliamo: C. Butler, op. cit.; S. Vismara, op. cit.; Ph. Schmitz Histoire de l'ordre de st Benoît, I, Maredsous 1942. Fra le biografie: L. Tosti, S. B., Montecassino 1892, che sebbene criticamente invecchiata, conserva sempre il suo carattere di notevole opera d'arte; J. Herwegen, S. B., trad. it. sulla 3^{°} ed. tedesca, Montecassino 1932, che è il più interessante studio moderno sulla figura e sul carattere del Santo; L. Salvatorelli, S. B. e l'Italia del suo tempo, Bari 1929, che, nonostante le tendenze residenziale dell'autore, è tra le più notevoli ricostruzioni storiche; J. Chapmann, St. Benedict and the sixth Century, Londra 1929, opera di valore, ma con vedute personali non sempre accettabili; I. Schuster, La storia di s. B. e dei suoi tempi, 2^{°} ed., Milano 1943, che quasi sotto forma di commento al racconto gregoriano lo inquadra magistralmente nell'epoca vissuta dal Santo: questo rifacimento, piú che nuova edizione, dell'opera nella sontuosità della veste e nell'abbondanza della illustrazione fotografica forma quasi un monumentale corpus per la storia di s. B.
III. - Sulla medaglia lo studio ultimo più completo è quello di B. Danzer, Die BenediktusMedaille. Ihre Geschichte, Gebrauch und Wirkungen,St.Ottilien 1928; v. anche G. Fournier, Sur les origines de la médaille de st Benoît, in Revue liturgique et monastique, 16 (19301931), articoli vari per uno studio rimasto incompiuto a causa della morte dell'autore.
Tommaso Leccisotti BENEDETTO d'Aniane, santo. Benedettino, il secondo padre del monachismo occidentale, n. ca. il 750 ,m. a Cornelimünster presso Aquisgrana
l'i i febbr. 82r. Figlio di Aigulfo conte di Maguelone (Languedoc) della antica aristocrazia visigota, si chiamava prima Vitisa e fu educato alla corte di Pipino, al cui servizio, come a quello di Carlomagno, rimase fino all'età di 27 anni. In seguito al pericolo di morte incorso a Pavia (voleva salvare un fratello che stava per annegare nel Ticino), mise in esecuzione la risoluzione presa tre anni prima, di ritirarsi dal mondo. Per consiglio di un santo solitario entrò nel monastero benedettino di S. Sequano (St-Seine) presso Digione (774), dandosi ad una vita penitente ed austerissima. Gli pareva perfino che la Regola di s. Benedetto non fosse abbastanza severa, e preferiva le Regole di s. Basilio e di s. Pecornio.
Dopo 5 anni ritornò in patria e fondò sulle rive del fiumicello Aniane un monastero secondo il proprio ideale, ma avendogli insegnato l'esperienza che la somma povertà e austerità non erano per tutti, cominciò ad apprezzare la moderazione della Regola di s. Benedetto, di cui, in seguito, divenne il più grande propagatore. A poco a poco estese il suo influsso su altri monasteri del mezzogiorno della Francia, e Ludovico il Pio, allora re d'Aquitania, lo costituì esperiore di tutti i monasteri del suo regno, mentre Carlomagno gli aveva concesso privilegi per assicurare l'elezione libera degli abati. Nell'817 l'imperatore Ludovico il Pio lo mandò abate a Marmoutier presso Saverne (Alsasia), ma per averlo come consigliere più vicino a sé, lo richiamò alla corte di Aquisgrana costituendolo abate del monastero allora fondato sul fiumicello Inde, a due leghe da Aquisgrana, oggi
## Page 736
Cornelimünster. Nell'817 vi fu ad Aquisgrana una grande adunata di abati dell'impero per deliberare la riforma dei monasteri. B. ne fu l'anima, e a lui si attribuiscono le prescrizioni deliberate. Il suo operato a questo riguardo è variamente giudicato dai moderni. Certo egli ha liberato molti monasteri dagli abati secolari, spesso causa di rovina disciplinare ed economica. A lui si deve pure l'idea di ciò che più tardi si chiamò Congregazione, attuata in pieno a Chuny. D'altra parte con l'introduzione di nuovi riti liturgici non contemplati dalla Regola di s. Benedetto, come l'officio per i morti, le ore della B. V. Maria, il monaco passava gran parte della giornata in coro e fu turbato in certo modo il giusto equilibrio tra la preghiera e il lavoro.
Al consolidamento della riforma servirono anche le due opere principali scritte da B.: Codex regularum monasticarum et canonicarum, nel quale radunò tutte le regole accidentali e orientali da lui conosciute. L'opera fu edita in 3 voll. in 4^{°} da Luca Olstenio (v. holste), Roma 1661 e Parigi 1663. L'Olstenio vi aggiunse altri testi, i quali furono ancora accresciuti nell'edizione di M. Brockie, 6 voll. in-fol. (Augusta 1739), ed anche in PL 103, 397702, dove però molti testi sono indicati solo con rinvii ad altri volumi della serie. L'altro, la Concordia regularum, doveva mostrare la concordanza della Regola di s. Benedetto con la dottrina delle altre regole già in uso nella Chiesa. Ogni capitolo della Regola benedettina veniva chiarito a commentato con numerosi passi corrispondenti. Fu edita da H. Ménard (Parigi 1638), e in PL 103, 702-1380. Fra gli altri scritti è notevole il trattato teologico contro l'adozionismo di Felice d'Urgel: PL 103, 1381-1413. Il nome del Santo manca nel Mortirologio romano. La festa è all'11 o 12 febbr.
Bitil: Una pregevole vita scritta da Ardone, pubblicata da J. Mabillon, Acta SS. Ord. S. Beend., IV, Venezia 1773, pp. 184-207; Acta SS. Februarii, II, Venezia 1732, pp. 610 621; PL 103, 321-84; MGH, Scriptores, XV, 1, pp. 200-20; PP. Maurini, Histoire Littéraire de la France, IV, Parigi 1738, pp. 447-59; F. Hardi, La vie et l'oeuvre de st Benolt d'Aniane, Montpellier 1897; U. Berlière, L'Ordine monastico dalle origini al XII sec., vers. it. M. Zappalà, Bari 1938, pp. 100 102, 132-34; U. Berlière, L'assetse bénédictine des origines à la foi du XIIr siècle, Parigi-Maredsous 1927, pp. 27 sg., 72 e passim; J. Narberhaus, Beneditit von Aniane, Werb und Persäufickheit, Münster in W. 1930; Ph. Schmitz, s. v. in DHG, VIII, coll. 177-88; W. Williams, St Benedict of Aniane, in The downside Review, 54 (1936), pp. 357-74. Livario Oliger
BENEDETTO (Manettus) dell'Antella, santo: v. SETTE FONDATORI.
BENEDETTO di Bindo. - Pittore senese, oriundo della Val d'Orcia, zoppo. Si trova ricordato nel Breve dei pittori senesi del 1389. Nel 1411-12 lavorò, insieme con altri, alla decorazione della sagrestia del duomo di Siena, e nel 1414 dipinse la Maestà della Porta Cancellia. M. a Perugia il 19 sett. 1417.
L'unica opera certa che di lui ci rimane sono gli otto sportelloni per un armadio da reliquie, o "arliquiera ", un tempo della sagrestia del Duomo, ora nel museo dell'Opera di Siena: il Bacci ha recentemente ricostruito la storia di questa "complessa e rara opera dell'artigianato senese", la cui decorazione pittorica venne affidata a B. di B. che la diede compiuta nel 1412, essendosi valso dell'aiuto di Giovanni di Bindino, di Adamo di Colino e dei doratori Lando di Stefano e Giusa di Frosino. Nell'interno degli sportelloni sono dipinte otto storie dell'Invenzione e dell'Esaltazione della s. Croce, in onore della più preziosa reliquia - un frammento del legno della Croce venerata nella Cattedrale, mentre l'esterno, suddiviso in trentadue pannelli, reca altrettante mezze figure di angeli portanti certigli con il titolo della reliquia conservata nel corrispondente scomparto dell'armadio. Ancorché nelle Storie della s. Croce dell' arliquiera "si avverta un irrigidimento della dignitosa accademia di Taddeo di Bartolo, su cui probabilmente B. di B. si formo, esse tuttavia valgono
ad assicurare al loro autore un onorevole posto a lato, e forse al di sopra, dei più noti illustratori fiorentini dello stesso tema.
Bitil.: P. Bacci, Fonti e commenti per la storia dell'aste senese, Siena 1944, pp. 195-229.
Enzo Carb
BENEDETTO da CANFIELD. - Al secolo William Filch; scrittore mistico cappuccino, n. nella contea di Essex (Inghilterra) nel 1562, m. nel convento di S. Onorato a Parigi il 21 nov. 1610 . Convertito dal protestantesimo, si fece cappuccino a Parigi il 23 marzo 1587; dal 1589 studiò teologia in Italia, ove fece la prima stesura della sua Regola di perfezione, maturata nell'ambiente spirituale dell'Italia settentrionale. Nel 1592 fu maestro dei novizi e nel 1594 guardiano a Orleans. Dal 1599 per ca. tre anni dimorò in Inghilterra, ove fu messo in prigione dagli eretici. Dopo il 1602 lo troviamo maestro dei novizi a Rouen e direttore ricercato e influente di molte anime, tra cui Mme Acarie (v.), la convertita Abra de Racenis, Maddalena de Sourdis, Marie de Beauvilliers. Scrisse varie opere spirituali; in Le chevalier chrétien (Parigi 1609, trad. inglese Londra 1619), espone la dottrina e la morale cristiana. Per la sua forma sintetica e l'indole pratica ebbe vasta diffusione La règle de perfection (Parigi 1609, parte 1^{\text {a }} e 2^{2}; ivi 1610 , completata con la parte 3ª mistica); si contano ca. 18 edizioni francesi, 8 latine, di cui due in Italia (Roma 1625 e 1666), 5 tedesche, 5 fiamminghe, 2 spagnole, 3 italiane (Venezia 1616, Roma 1649, Viterbo 1667).
B. vi insegna che la perfezione consiste nella unione d'intelletto e di volontà della creatura, che è «nulla", con Dio, che è il "tutto"; il vertice intimo è l'unione mistica dello spirito con l'essenza divina. Vi si arriva con lo sguardo semplice ed amoroso alla volontà divina e con l'esercizio continuo del suo adempimento; dobbiamo cercare di motivare ogni nostro atto dal puro e perfetto amore di Dio. Gli incipienti hanno da esercitarsi nel fare in tutto la volontà esteriore di Dio, espressa dalla sua legge e dalla ragione; i proficienti devono nella vita contemplativa eseguire la volontà interiore di Dio, che si manifesta nel raccoglimento interiore dell'anima; l'esercizio proprio della vita supereminente o mistica consiste nel conformarsi alla volontà essenziale di Dio, che si raggiunge mediante la contemplazione infusa; di cui il contenuto permanente è il Verbo incarnato, crocifisso per noi; il cristiano considera i propri dolori come partecipazione alla Passione di Gesù Cristo.
Questo sistema è costruito sulle dottrine mistiche di Enrico Herp (v.) o Harphius (m. nel 1477), con riferimento anche ad Alfonso da Madrid (v.) e alla antica scuola francescana. La dottrina del "niente" e del "tutno" richiama s. Giovanni della Croce. E evidente, inoltre, la parentela con il Breve compendio di perfezione cristiana della nobildonna milanese Isabella Cristina Lomazzi Bellinzaga (v.), sulle orme di s. Caterina da Genova (v.). Sull'opera di B. si formò gran parte degli autori mistici cappuccini, come Lorenzo da Parigi (v.), Costantino da Barbanson (v.), Giovanni Evangelista da Hertogenbosch, Paolo da Lagny (v.), ed essa ebbe considerevole influsso anche fuori dell'Ordine, su s. Vincenzo de Paoli, sul card. Bona (v.) e sul card. de Bérulle (v.). Il contenuto dottrinale è sano, conforme alla tradizione, con lo più l'apporto della interpretazione e della esperienza propria. La mancanza però di una maggior precisione e chiarezza teologica rese possibile le critiche, ad. es., di Girolamo della Madre di Dio Gracián (m. nel 1614, v.), e le abusive interpretazioni quietiste; per questo pericolo il libro fu messo all'Indice il 24 marzo 1689.
Bitil.: H. Bremmel, Histoire du sentiment religieux en France, II, Parigi 1916, p. 136 sg.; M. Rébelliau, Le chevalier chrestien du p. capucin Benoît de Canfield, in Mélanges Emile Picat, ivi 1913; Ubald d'Alençon-M. Benoît de Bourg d'Iré, Le p. Benoît de Canfield, in Etudes franciscaines, 42 (1930), pp. 688-707; P. Deffrennes, La vocation de st Vincent de Paul, in Revue ancllique et mystique, 13 (1932), p. 60 sg.; Paul de Lagny, Le che-
## Page 737
min abrégé, ed. Ubald d'Alencon, ivi 1929; P. Optatus, Benedictus van C. en ons geestelijk erf, in Ons geestelijk Erf, 20 (1946), pp. 293-323; 21 (1947), pp. 82-84; id., Benedictus van Caufield en Pierre de Berollis, ibid., 21 (1946), pp. 467-74; Candide de Nant, Benoli de Canfield, in DSp, I, coll. 1446-51. Leopoldo da Ebersberg
BENEDETTO Canonico. - Fu canonico di S. Pietro in Roma. Sappiamo di luiassai poco. Con il titolo di canonico e con quello di Rommas Ecclesiae cantor egli si presenta nel Liber policitus (intendeva dire polyptychus) ad Guidonem de Castello tunc cardinalem S. Marci, postmodum factus est Celestinus II (Papa dal 26 sett. 1143 all'S marzo 1144). Il lavoro, compiuto prima del sett. 1143, non poté però essere scritto prima del 1140. Sappiamo cosi all'ingrosso il tempo in cui egli lavoro.
Nel suo Policitus egli pubblicò: i) l'or do romanes, che nell'edizione del Mabillon (Musaci italici, II, pp. 118-64; PL 179, 371 sgg .) porta il titolo: De Ritibus Ecclesiae sen ecclesiaetico ordine totius omni et praecipue Apostolicae dignitatis et totius Curiae, preceduto dall'epistola dedicatoria al card. Guido ; 2) un elenco delle feste nelle quali il Papa è coronato; 3) un elenco delle stazioni notturne e diurne nella basilica vaticana; 4) un cata-

Benedetto da Matano - Portico della chiesa di S. Maria delle Grazie - Arezzo.
logo dei Papi sino ad Innocenzo II (m. nel 1153); 5) il cerimoniale del possesso di un cardinale nella sua chiesa titolare; 6) il testo delle laudes che si cantavano a Roma nelle solennitú; 7) la descrizione delle feste popolari della corromouia; 8) il Curiosum, cioè il regionario romano del sec. Iv; 9) i Mirabilia Urbis Romae; 10) estratti dalla collezione canonica del card. Deusdedit. L'opera di B. entrò in parte in quelle del card. Albino, vescovo di Albano e di Cencio Camerario; essa è giunta a noi in un codice vaticano ed in un codice vallicelliano, ambedue del sec. xv, ed in un codice di Cambrai del sec. xir che non è però il migliore.
Bibl.: P. Fabre, Le Polyptyque du chan. Benuit. Etude sur un manuscript de la bibliothèque de Cambrai, Lilla 1889; id., Le Polyptyque du chan. Benuit à la Vallicelliane, in Mélanges d'archéol. et d'histoire de l'école française de Rome, 10 (1890), pp. 384 388; P. Fabre-L. Duchesne, Le liber censuum de l'Eglise romaine, Parigi 1903, Introduction, p. 3 sg.
Pio Paschini
BENEDETTO Levita. - E conosciuta sotto questo nome una collezione di capitolari di re franchi, divisa in tre libri che sono indicati come V, VI, VII, perché, secondo l'intento dell'autore, dovevano essere considerati come il complemento alla raccolta analoga in 4 libri di Ansegiso (v.). La collezione è preceduta da sette distici, nei quali il compilatore dice di chiamarsi B. L., ossia Diacono, e di aver compiuto l'opera per mandato di Autcario, vescovo di Magonza. Per primo Pietro Pithoe, nel 1588, mise in dubbio l'autenticità di alcuni testi della raccolta; il Baluzio e il Savigny reputarono ancora autentica la maggior parte di essi; ma oggi è opinione unanime che anche questa collezione consti, come quella pasiodoisidoriana, di testi apocrifi. Da un indizio contenuto nel 1. I, cap. 303, si ritiene che l'opera abbia avuto origine nella provincia di Tours. L'età è da collocarsi tra
l'847 e l'852. I tre libri si compongono rispettivamente di 405,436,478 capitoli. Lo scopo dell'autore è quello di dimostrare che le riforme richieste inutilmente alle autorità civili di allora da parte dei vescovi, erano contenute nei vecchi capitolari di Pipino, Carlomagno e Ludovico il Pio, dimenticati, ma da lui scoperti.
Le fonti di cui l'autore si giova sono specialmente i Libri Sacri, le collezioni Quetnelliana, Dionizio-Adriana, Hispana, il Penitenziolo di Tendoro, le collezioni di dirino romano, la Lex Balucariorum e la Lex Wisigothorum. Nell'opera si notano ripetizioni, contraddizioni e disordine, e, rispetto alle fonti, aggiunte, mutilazioni, sostitu-
tuzioni. In due manoscritti si trovano aggiunte 4 appendici. La sua opera, con il titolo di Capitularia spuria, ed. G. H. Pertz, in MGH, Leges, II, it (1837), pp. 17-158.
Bibl.: P. FournierG. Le Bras, Histoire des collections canoniques en Occident, I, Parigi 1931, pp. 145-71, e bibl. ivi citata.
Dina Staffa
BENEDETTO da Matano. - Architetto, scultore e intagliatore in legno, n. a Maiano nel 1442, m. a Firenze il 24 maggio 1497. Quale architetto appartenne alla corrente brunelleschiana, come ben mostra il portico di S. Maria delle Grazie ad Arezzo (1492-94); in quest'opera, infatti, B. ripeté, esagerando, dai modelli di S. Lorenzo e di S. Spirito in Firenze i pulvini altissimi al sommo delle colonne su cui girano arcate così ampie che tutto il portico sembra quasi realizzarsi nel predominio assoluto dei vuoti sui pieni. Le forti sporgenze delle membrature, dei capitelli, dei pulvini (che son costituiti da frammenti di trabeazione) e del cornicione conferiscono grande pittoricità e movimento all'aerea costruzione, pienamente fusa nella natura circostante.
A B. viene anche attribuito il palazzo Strozzi, che alcuni, non senza fondamento, assegnano a Giuliano da Sangallo (che certamente eseguì un modello) senza escludere il diretto intervento dello stesso committente.
Come scultore B. si ispirò a Donatello. La sua scultura più famosa è il pulpito adorno di storie di s. Francesco in S. Croce a Firenze (1481).
Nel 1489 B. esegui in Firenze l'altare con l'Annunciazione per la chiesa di Monte Oliveto in Napoli, nel quale per raffigurare la scena centrale si vale della prospettiva pittorica, con l'aprire un profondo porticato dietro le figure della Vergine e dell'Angelo, riprendendo un tema svolto da Desiderio da Settignano nel tabernacolo del Sacramento nella chiesa fiorentina di S. Lorenzo.
Ricordiamo ancora il naturalistico busto di Pietro Mellini (Firenze, museo Nazionale); l'arca di s. Savino nel duomo di Faenza; la tomba del b. Marcolino nella Galleria comunale di Forlì; il ciborio di S. Domenico a Siena; l'urna con l'altare di S. Fina in S. Gemignano; la porta della sala delle Udienze in Palazzo Vecchio; la Madonna e s. Sébastiano nell'oratorio della Misericordia
## Page 738
a Firenze; il busto di Filippo Strozzi (Parigi, museo del Louvre) e il monumento al medesimo in S. Maria Novella.
B. fu anche rinomatissimo intagliatore in legno (Palazzo Vecchio, soffitto del salone degli Otto e della sala di udienza dei Priori). - Vedi Tav. LXXIX.
Bibl.: G. Vasari, Vite ecc., ed. Milanesi, III, Firenze 1878, pp. 333-54; A. Venturi, Storia dell'arte italiana, VI, Milano 1908, pp. 674-92; VIII, 1, ivi 1923, pp. 393-418; M. Pitsiluga, La scultura italiana del Quattrocento, Firenze 1933, pp. 61-62; M. Salvi, Palazzo Strozzi, in Illustrazione, marzo 1940, pp. 5-12.
Vincenzo Gobzio
BENEDETTO, arcivescovo di Milano, santo. Gli si è dato arbitrariamente il cognome di Crispo; occupò la sede di Milano dal marzo 685 al marzo 732. Di lui Paolo Diacono dice che fu «uomo di particolare santità, la cui buona fama si diffuse in tutte l'Italia" (Hist. Langob., VI, 29, in MGH, Scriptores Langob., p. 174). Fu a Roma per sostenere il suo diritto di consacrare il vescovo di Pavia "che invece a priscis temporibus veniva consacrato a Roma" (ibid.). Scrittori milanesi pretesero che a lui si dovesse l'estinzione dello scisma dei Tre Capitoli ancora vivo nella città, ma un suo intervento non è ricordato dalle antiche testimonianze; così solo ipotetico è che egli sia autore dell'epitafio del re Ceadralla morto a Roma nel 689. Un Medicinae libellus scritto dal diacono milanese Crispo, edito dal Mai, nulla ha a che fare con B. E venerato oggi come santo al 6 di sett.
Bibl.: Martyr. Romanum, p. 94; M. Manitius, Geschichte der lat. Litt. des Mittelalters, I, Monaco 1911, pp. 197-199; P. F. Kehr, Regesta Pontificum, VI, I, Berlino 1913, p. 38; F. Savio, Gli antichi teologi d'Italia, I: La Lombardia, I, Mi-lano-Firenze 1913, pp. 186-91. Paolo Brezzi
BENEDETTO il Moro, santo. - N. ca. il 1526 in S. Fratello presso Messina, da discendenti di antenati schiavi, condotti in Sicilia dall'Africa, e fu affrancato. Già tra i compagni, con i quali pascolava il gregge, era chiamato il "Santo Moro" per la sua indole angelica e per il colorito nativo. Avido di penitenza, si ascrisse all'istituto degli Eremiti di Girolamo Lanza, cui successe come superiore. Nel 1562 , soppresso l'istituto da Pio IV, passò tra i Frati Minori, nel convento di S. Maria di Gesù in Palermo, esercitando umilmente l'ufficio di cuoco. Severo con se stesso, era tutto amorevolezza per i confratelli, che, ammirati di tanta virtù, nel 1578 lo elessero, sebbene converso, guardiano, poi vicario e maestro dei novizi nello stesso convento, dove mori il 4 apr. 1589. Fu canonizzato da Pio VII il 24 maggio 1807, e Palermo lo scelse quale patrono, sin dal 1652 . La sua festa ricorre il 4 apr.
BibL.: B. Nicolosi, Vita di s. B. di San Fratello, Palermo 1907; G. da Capistrano, Vita di s. B. di San Fratello, Roma 1908; C. Michelssius-E. Fermendzin, Annales Minorum (conti-
masti da L. Wadding, XX, ed. Quaracchi 1933, pp. 64, 429-36; XXI, ivi 1934, pp. 139-40; XXII, ivi 1934, pp. 30-31, 251-75). Ferdinando Diotallevi
BENEDETTO I, PAPA. - Si crede sia stato eletto poco dopo la morte di Giovanni III (m. il 13 luglio 574), ma non fu consacrato che il 3 giugno 575 . Era romano, figlio di un certo Bonifacio. Pontificò quattro anni, amareggiato dalle prime incursioni dei Longobardi e dalla carestia. Giustino II non accolse l'invito fattogli dal patrizio Panfronio a nome di Roma e del Papa di inviare aiuti militari per difendere l'Urbe, minacciata dai Longobardi (579); sembra però che in tale occasione l'imperatore abbia inviato la preziosa croce reliquiario, oggi conservata nel tesoro di S. Pietro. B. approvò il V Concilio ecumenico, Costantinopolitano II, del 553. Ordinò 15 sacerdoti, 3 diaconi e 21 vescovi (Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Roma 1886, p. 308). Le due o

(fol. BANOSINI)
Benedetto I, papa - Croce offerta dall'imperatore Giustino II (579) - Città del Vaticano, tesoro di S. Pietro.
tre lettere attribuitegli (PL 72, 683 sgg.) non sono autentiche. Morì a Roma, "immerso nel dolore e nella tribolazione", come si legge nel Liber Pontificalis, il 30 luglio 579 e fu deposto nella sacrestia dell'antico S. Pietro.
Bibl.: H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, II. nuova ed., Roma 1930, pp. 175, 254-55; F. Baix, Benoît Ier, in DHG, VIII, coll. 7-9. Ireneo Daniele
BENEDETTO II, papa, santo. - Alla morte di s. Leone II (3 luglio 683) fu chiamato a succedergli B. romano; ma non fu consacrato che il 26 giugno 684 , causa il ritardo della conferma da parte dell'imperatore d'Oriente. Per ovviare alle troppo lunghe vacanze delle Sede apostolica ottenne che l'imperatore rinunciasse alla conferma dell'eletto, e fosse incaricato della conferma l'esarca di Ravenna. Prova delle buone relazioni tra il Papa e l'imperatore Costantino IV Pogonato, è il fatto che questi volle che B. adottasse i suoi figli Giustiniano ed Eraclio e, seguendo l'uso del tempo, gl'inviò ciocche (mallones) dei loro capelli. Appena eletto B. confermò al notaio Pietro, in viaggio per la Spagna, l'incarico affidatogli da Leone II d'ottenere l'adesione dell'episcopato visigoto alle definizioni del Concilio ecumenico VI, Costantinopolitano III, del 680-81 che condannava il monotelismo. Adesione che fu data poi nel Concilio toletano XIV (nov. 684). Prima che questo si adunasse, Giuliano vescovo di Toledo affidò a Pietro la sua Apologia della fede, nella quale B. trovò delle espressioni troppo ardite. Quegli si giustificò con una seconda apologia, che B. non ebbe tempo di leggere e fu approvata dal XV Concilio nazionale di Toledo (maggio 688; cf. Denz-U, 294-95). Ancor prima della consacrazione B. era intervenuto in favore di Vilfrido, arcivescovo di York, deposto ingiustamente. Non riusci ad ottenere la ritrattazione del monotelita Macario, patriarca di Antiochia,
## Page 739
deposto nel Concilio ecumenico VI. Restaurò le chiese di S. Pietro e S. Lorenzo in Lucina e abbellì S. Valentino sulla via Flaminia e S. Maria ad Martyres, l'antico Panthcon. Morì l'8 maggio 685 e fu sepolto in S. Pietro. La Chiesa lo venera il 7 maggio.
Bint.: L. Duchesne, Liber Pontificalis, I, Parigi 1886, pp. 363-64; Jaffé-Wattenbach, I, 241-44; II, 69; Hefcle-Leclercq, III, p. 553 sg.; F. Baix, Bevait II, in DHG, VIII, coll. 9-14; A. Fliche-V. Martin, Histoire de l'Eglise, V, Parigi 1938, pp. 256258, 406 .
Ireneo Daniele
BENEDETTO III, PAPA. - Romano, figlio di Pietro, successe a s. Leone IV (m. il 17 luglio 855). Ordinato da Leone IV prete cardinale di S. Callisto, gli elettori vennero a prenderlo per insediarlo come Papa (ca. il 20 luglio); e poiché non voleva saperne, a viva forza fu condotto al Laterano. Però non si procedette subito alla consacrazione perché conveniva attendere la conferma degli imperatori Lotario I e Ludovico II. I legati mandati a chiederla si lasciarono subornare, a Gubbio, da Arsenio vescovo di Orte e padre del famoso Anastasio Bibliotecario, scomunicato da Leone IV (853). Anastasio era il capo della minoranza favorevole a più accentuata ingerenza franca nelle vicende romane. Nessuna meraviglia che gli imperatori abbiano rifiutato la conferma di B. per proporre la candidatura di Anastasio. Né fu difficile trovare altri fautori, che, occupate a viva forza le basiliche vaticana e lateranense, arrestarono B. e i suoi principali fautori ( 21 sett. 855). La resistenza di B. e quella del clero romano, ritiratosi nella basilica Emiliana dei SS. Quattro Coronati, e d'altra parte le violenze di Anastasio dissuasero i messi imperiali dall'insistere sulla sua candidatura. Ne abbandonarono il patrocinio e accettarono B., che fu consacrato in S. Pietro la domenica 29 sett. 855 . Forse il giorno stesso della sua consacrazione mori l'imperatore Lotario; il Papa riuscì a conciliare, almeno per allora, i suoi figli Lotario II, Lodovico II e Carlo il Calvo che nell'abboccamento di Orbe in Svizzera (ottobre 856) si divisero gli Stati (Jaffé-Wattenbach, 2669). Approvò gli atti del Concilio tenuto a Soissons nell'apr. dell'853 in favore di Incmaro di Reims, salvi i diritti della S. Sede e supposta la veracità del rapporto (op. cit., 2664). Accolse Etevolfo, re del Wessex e suo figlio Alfredo, il futuro grande re, venuti in pellegrinaggio alla tomba degli Apostoli. Restaurò il battistero di S. Maria Maggiore e varie altre chiese che dotò di ricchi doni, specialmente S. Paolo profanata dai Saraceni nell'invasione dell'846. Difese i diritti della Chiesa e la inviolabilità dei monasteri contro il violento Uberto, conte del Giura. Le sue proteste per i disordini del regno di Carlo il Calvo furono accolte nel convegno di Benneuil (ag. 856). Invece fallirono quelle in favore dei quattro vescovi della Brettagna che il principe Nominoé aveva fatto ingiustamente deporre (op. cit., 2671), e quelle in favore del conte Bosone, abbandonato dalla moglie Engeltrude fuggita con un amante alla corte di Lotario II (op. cit., 2673). Ricusò di pronunciarsi definitivamente prima d'aver sentito le due parti sulla causa di Gregorio Asbesta, vescovo di Siracusa, deposto dal patriarca Ignazio (op. cit., 2667). Morì il 17 apr. 858 e all'indomani fu deposto in S. Pietro a cura del diacono Niccolò che l'aveva consigliato nel robusto governo e che doveva succedergli nel pontificato.
Bint.: L. Duchesne, Liber Pont., II, pp. 140-41; JafféWattenbach, I, p. 339 sgg.; F. Baix, Bevalt III, in DHG, VIII, coll. 14-27; A. Fliche e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VI, Parigi 1937, pp. 288-90 e 367-88. Ireneo Daniele
BENEDETTO IV, PAPA. - Romano, figlio di Mammolo, successe a Giovanni IX (m. al principio del 900) e ne continuò l'atteggiamento prudente e discreto. Era stato ordinato prete dal papa Formoso e restò fedele alla sua memoria, riconoscendone la legittimità nel Concilio lateranense del 30 ag. 900. Il fatto più importante del suo pontificato fu l'incoronazione imperiale di Luigi III di Provenza ( 150 22 febbr. 901), che alcuni signori avevano invitato in Italia contro Berengario I. I documenti ricordano alcuni atti di B.: confermò ad Angrino, vescovo di Langres, il pallio connessogli da papa Formoso (JafféWattenbach, 3527-28); scomunicò l'assassino di Folco, arcivescovo di Reims; investi della sede di Napoli Stefano, già vescovo di Sorrento; rilasciò a Malaceno, vescovo di Amasea, espulso dai Saraceni, un documento che gli garantiva protezione ed aiuto. Confermò i privilegi dell'abbazia di Fulda. Morì verso la fine del luglio 903. I sospetti che sia stato avvelenato dai partigiani di Berengario non reggono alla giusta critica. Fu sepolto in S. Pietro. Lo storico e poeta Flodoardo (894-966) dice che fu generoso e benigno e amava con costante bontà, quasi fossero suoi figli, le vedove desolate, i poveri e gli abbandonati (PL 135, 831).
Bint.: L. Duchesne, Liber Pontificalis, II, p. 233; JafféWattenbach, II, p. 443 sgg.; F. Baix, Bevalt IV, in DHG, VIII, coll. 27-31; A. Fliche e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, Parigi 1942, pp. 28-29. Ireneo Daniele
BENEDETTO V, PAPA. - Eletto alla morte di Giovanni XII (m. il 14 maggio 964) dal popolo romano, che pure pochi mesi prima ( 6 dic. 963) aveva rinunciato all'imperatore il diritto di eleggere i Papi, fu consacrato il 22 maggio 964 . Era degno della Sede apostolica per santità di vita e profondità di cultura, tanto che veniva chiamato il Grammatico. Però la sua elezione non fu accettata da Ottone I che, appena poté, ricondusse a Roma il fuggitivo antipapa Leone VIII. Il popolo romano, dopo breve resistenza, dovette consegnare all'imperatore il suo Papa. Questi, tradotto innanzi ad un sinodo raccolto il giorno stesso ( 23 giugno 964) da Leone VIII, si gettò ai piedi del vincitore gemendo: «Se ho peccato, abbiate pietà di me» (Liutprando di Cremona, Liber de gestis Ottonis, 22, in MGH, Scriptores, III, pp. 340-45). L'imperatore ne fu commosso. Si permise a B. di esercitare il diaconato; ma fu esiliato ad Amburgo, dove morì in concetto di santo il 4 luglio 966 . Vent'anni dopo per ordine di Ottone III le sue ceneri furono trasportate a Roma (Thietmar, Chronicon, IV, cap. 40, in MGH, Scriptores, III, pp. 752-54; 831-32), ma non si sa in quale chiesa siano state deposte.
Bint.: F. Baix, Bevalt V, in DHG, VIII, coll. 31-38; A. Fliche e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, Parigi 1942, pp. 5356. Ireneo Daniele
BENEDETTO VI, PAPA. - Figlio di Ildebrando, fu eletto dalla fazione imperiale poco dopo la morte di Giovanni XIII ( 6 ott. 972), ma consacrato soltanto il 19 genn. 973, perché si dovette attendere la conferma di Ottone I, allora in Germania. Dopo la morte di costui ( 7 maggio 973), trovandosi Ottone II in difficoltà, la fazione popolare romana, capeggiata da Crescenzio I (m. nel 984), oppose a B. il diacono romano Bonifacio Francone, che si chiamò Bonifacio VII (giugno 974). Questi chiuse B. in Castel S. Angelo e quando il messo imperiale Sicco s'interessò per il suo scarceramento, fece strangolare il prigioniero (luglio 974). Pochi documenti ci restano di B. ed alcuni sospetti, altri falsi. Confermò i privilegi della chiesa
## Page 740
di Treviri (24 genn. 973) e possessioni ai monasteri di Subiaco (26 nov. 973), Vézelay (28 nov. 973) e S. Pietro di Rosas nella Spagna (apr. 974). Sospetta è la lettera inviatagli da Piligrin vescovo di Passavia per chiedergli la restaurazione della gerarchia in Ungheria a danno della metropoli di Salisburgo. Sicuramente falsa è la risposta favorevole di B., come quella contraria alla restaurazione, inventata la prima da Piligrin, la seconda nella cerchia di Federico arcivescovo di Salisburgo.
BibL.: Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, II, pp. 254-58; JafféWattenbach, I, pp. 477-79; II, p. 707; F. Baix, Benolt VI, in DHG, VIII, coll. 39-43; E. Amann, in A. Fliche e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, Parigi 1942, pp. 60-61.

(de G. R. Ladner, Bittatti dei papi, tux. XXI, Città del l'uticano BIII)
Benedetto VI, papa - Denaro argenteo.
BENEDETTO VII, papa. - Strangolato Benedetto VI in Castel S. Angelo dove Crescenzio, o Cencio, figlio della seconda Teodora lo aveva fatto imprigionare, fu per breve tempo sostituito dal discono Francone che prese il nome di Bonifacio VII. Una lista di papi che Sigerico, arcivescovo di Canterbury, reduce da Roma, portò in Inghilterra l'anno 990, riferisce : «.... Bonifatius sedit dies sexaginta et expulsus est foras" (cf. B. Pesci, L'itinerario romano di Sigerico arcivescovo di Canterbury e la lista dei papi da lui portata in Inghilterra [anno 990], in Riv. di arch. crist., 12 [1936], p. 59). Infatti il messo dell'imperatore Ottone II riusci ben presto a ripristinare l'autorità del suo signore ed imporne la volontà con l'elezione di B. VII. Non può dirsi con certezza se l'elezione di B. coincida con la fuga di Bonifacio, mentre non v'ha dubbio che tutti tre gli avvenimenti, la morte di Benedetto VI, l'intrusione di Bonifacio VII e l'elezione di B., sono dello stesso anno 974. Dalle bolle emanate da quest'ultimo, la sua intronizzazione risulterebbe avvenuta tra il 2 e il 28 ott. di quest'anno. B. era romano di nascita e, al tempo dell'elezione, vescovo di Sutri; la sua parentela con Alberico, principe dei Romani, riposa su un'aggiunta fatta alla cronaca di Leone di Ostia (MGH, Scriptores, VII, p. 631) che però non merita molto credito. Fu in ottimi rapporti con l'imperatore che si portò a visitare in Ravenna durante le feste natalizie del 980 e ospitò in Roma quando questi vi si stabili facendo della città eterna la base delle sue campagne nell'Italia meridionale. Fu largo di favori al clero delle varie nazioni, particolarmente a quello tedesco; ebbe soprattutto a cuore il fiorire dei monasteri, come quello di Cluny in Francia e quello di S. Bonifacio sull'Aventino a Roma, dove nominò abate il metropolita Sergio di Damasco, che gli Arabi avevano cacciato dalla sua sede. Nel Sinodo romano del 98 I condannò solennemente la simonia, condanna che attesta avere egli stesso comunicato a tutti gli arcivescovi, vescovi, abati re, principi, duchi e conti (PL 137, 336-38).
B. morì in Roma il 10 luglio del 983 e fu sepolto nella chiesa di S. Croce in Gerusalemme.
Bibl.: Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, II, Parigi 1892, pp. Lxx, Lxxvi; F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medioevo, trad. it., III, Roma 1900, pp. 68-70; L. Duchesne, Les
premiers temps de l'état pantifical, 3^{e} ed., Parigi 1911, p. 354; F. Baix, Benolt VII, in DHG, VIII, coll. 43-61.
Benedetto Pesci
BENEDETTO VIII, papa. - La morte di Sergio IV (12 maggio 1012) offrì l'occasione ai due partiti che nella nobiltà romana avevano il sopravvento di saggiare le loro forze: i Crescenzi che per vent'anni avevano disposto dell'elezione del papa e imposero o favorirono Gregorio, e i conti di Tuscolo ch'erano loro antagonisti e si facevano forti ormai dell'appoggio imperiale, i quali riuscirono il 18 a fare eleggere uno dei loro, Teofilatto, terzogenito del conte Gregorio prefetto navale. La contesa fu portata all'imperatore Enrico II; questi diede buone parole ai legati dell'elotto Gregorio; ma Teofilatto che con l'aiuto dei suoi era riuscito a stabilire la sua autorità in Roma assumendo il nome di Benedetto VIII, rimase di fatto il legittimo Papa. Enrico II entrò in Italia sul finire del 1013, ed insieme con la moglie Cunegonda fu incoronato imperatore da Benedetto VIII a Roma il 14 febbr. 1014; in quest'occasione Enrico rilasciò al Papa un documento analogo a quello concesso da Ottone imperatore, confermato poi nel ro20; nella stessa occasione si celebri anche un sinodo, ma nulla si conosce su quanto vi fu deciso. Enrico ritornò in Germania; il Papa dal canto suo condusse una fortunata spedizione navale e terrestre nel 1016 contro i Saraceni che s'erano impadroniti di Luno; quanto al resto però si sa che il governo di Roma stava nelle mani di suo fratello Romano "senator omnium Romanorum ", e dell'altro fratello Alberico. B. compare presente ad un Concilio tenuto a Pavia il 1^{°} ag. 1018 (Hefele-Leclerq, IV, p. 919), nel quale furono imposti decreti di riforma a proposito del celibato del clero; decreti che furono poi promulgati anche in Germania. Dietro invito di Enrico II B. si portò in Germania e giunse a Bamberga il 14 apr. ed il 24 vi consacrò la chiesa di S. Stefano; ne ebbe in compenso la signoria di quella città e di quel vescovado da poco istituito. Sul finire del 1021 Enrico II scese di nuovo in Italia e B. si accompagnò con lui a Benevento il 3 marzo 1021 e lo segui nell'impresa condotta nell'Italia meridionale, dove egli stesso da tempo aveva favorito le rivendicazioni nazionali contro il dominio greco. Ma l'impresa ebbe poco successo; Enrico ritornò in Germania; il Papa m. a Roma il 7 apr. 1024.
Bibl.: P. Balan, Storia d'Italia, 2^{e} ed., II, Modena 1894, p. 619 sgg.: F. Baix, Benolt VIII, in DHG, VIII, coll. 61-92 (ricchissima bibliografia); L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pantifical, 3^{e} ed., Parigi 1011, p. 366 sgg.; J. Gay, Les Papes du XIr siècle et la chrétienté, 2^{e} ed., ivi 1926, p. 69-93; HefeleLeclercq, IV, it, pp. 901-38; E. Amann, in A. Fliche e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, ivi 1942, pp. 80-86. Ireneo Daniele
BENEDETTO IX, papa. - Teofilatto, era figlio di Alberico III dei conti di Tuscolo e nipote dei due ultimi pontefici, Benedetto VIII e Giovanni XIX. Alla morte di quest'ultimo, il padre, arbitro dello Stato romano, lo propose, se proprio non lo impose, agli elettori valendosi dell'autorità che faceva pesare sulla città ed anche di generose clargizioni. Rodolfo Glaber monaco a S. Germano d'Auxerre (cf. M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 347-53) dice che il