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est'ultimo, il padre, arbitro dello Stato romano, lo propose, se proprio non lo impose, agli elettori valendosi dell'autorità che faceva pesare sulla città ed anche di generose clargizioni. Rodolfo Glaber monaco a S. Germano d'Auxerre (cf. M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 347-53) dice che il neo eletto era fanciullo poco più che decenne ("puer ferme decennis... puer annorum circiter duodecim») e la sua asserzione passò alla storia. Ora l'autorità di Rodolfo va soggetta a cauzione, perché Desiderio di Montecassino, pur chiamando B. tale di nome ma non di fatto e giudicandone severamente la vita, non accen-

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na alla sua età fanciullesca e neppure vi accennano Ermanno Contratto e Leone Ostiense. S. Pier Damiani scrive che la condotta del nuovo Papa cominciò subito dopo l'elczione ad essere biasimevole assai, ma ciò non si potrebbe dire d'un fanciullo dodicenne. Tanto più che egli esercitò subito funzioni papali e governò con competenza. Non si potrebbe inoltre credere che uomini venerabili, quali il cancelliere Pietro, Ugo abate di Farfa, Bartolomeo abate di Grottaferrata, Lorenzo arcivescovo di Amalfi ed altri abbiano potuto collaborare con un fanciullo. Quindi con la critica più recente si può conchiudere che al momento dell'elezione B. contava dai venticinque ai trent'anni: ancora troppo giovane per l'altissimo ufficio a cui era chiamato, del quale inoltre B. non era affatto degno. E vero che molte accuse sono sfogo di libellisti avversari o racconti di cronisti per lo più lontani dai luoghi e dal tempo di cui parlano, tuttavia è impossibile negare tutto: non si capirebbe l'accordo generale delle fonti nel condannare la sua condotta. Si può affermare di B. che rassomigliò a tanti principi secolari e nobili del tempo, saliti per interessi profani agli uffici ecclesiastici e si comportò più da signore secolare che da papa. L'elezione di B. fu gradita all'imperatore Corrado II, dato che i conti di Tuscolo erano i capi del partito imperiale a Roma. Fu consacrato la domenica del 27 ag. o quella del 3 sett. 1032. Governò indisturbato fino al sett. del 1044. Malsicure affermazioni dei cronisti farebbero credere che B. sia stato cacciato da Roma fin dal 1037 e vi sia stato ricondotto con la forza dall'imperatore. E leggenda. Invece è certo che nel 1037 B. s'incontrò a Cremona con Corrado II e si lasciò trascinare nella lotta contro Ariberto di Milano, che scomunicò e depose nel Sinodo di Spello (Pasqua 1038). Ad eccezione di questo viaggio B. restò sempre a Roma. Nel 1032 vi consacrò Andrea vescovo di Perugia; il 2 nov. 1036 tenne un sinodo di 34 vescovi e numerosi abati; un altro ne tenne nel ro39, in cui assolse dalla scomunica Vratislao il Guerriero di Boemia, reo d'avere invaso la Polonia, asportandone il corpo di s. Adalberto di Praga. Nel Sinodo romano del 1041 canonizzò il monaco siracusano Simone, morto a Treviri nel 1035. Poco dopo scomunicò Samuele che, impadronitosi dell'Ungheria detronizzando Pietro, aveva mosso guerra a Enrico III. Infatti B. tentò di tenersi amico anche il nuovo imperatore, successo nel 1039 a Corrado II. Gli concesse di contrarre seconde nozze con Agnese di Poitou sua parente e non ne ostacolò l'ingerenza nel campo religioso. Tuttavia l'accordo non durò a lungo. Nell'apr. del 1044 si raccolse a Roma un sinodo, dinanzi al quale gli ambasciatori veneziani protestarono energicamente per le aggressioni contro la sede patriarcale di Grado da parte di Eberardo patriarca di Aquileia: B. le condannò. Posse la stanchezza del predominio dei conti di Tuscolo da parte del popolo, o la gelosia delle famiglie avverse, oppure un risentimento contro lo stesso Pontefice, nel sett. del 1044 ci fu una sollevazione a Roma. B. si rifugiò nella sua fortezza del Monte Cavo, mentre i suoi partigiani furono assediati in Trastevere. Gl'insorti elessero papa Giovanni vescovo della Sabina, un protetto dei Crescenzi, che si chiamò Silvestro III. Questi però non si resse più di cinquanta giorni, perché la riscossa dei Tuscolani lo ricacciò nel suo rifugio (marzo 1045). Ma B., conscio dell'ostilità popolare, si lasciò indurre dai migliori suoi amici a rinunciare al pontificato il 1^{°} maggio 1045. Il nuovo eletto fu Giovanni Graziano, arciprete di
S. Giovanni a Porta Latina. B. si ritirò nei suoi castelli. Bonizone di Sutri e gli Annales Altahenses vorrebbero che la rinuncia di B. fosse stata motivata dal suo desiderio di sposare una cugina, figlia di Gerardo del Sasso, il quale avrebbe posto come condizione la rinuncia al pontificato; ma una tal voce non ebbe conseguenze. B., ben sicuro nelle sue fortezze, respinse l'invito di Enrico III di comparire al Sinodo di Sutri (20 dic. 1046), in cui furono deposti Silvestro III e Gregorio VI, come s'era chiamato Giovanni Graziano. Invece B. fu deposto nel Sinodo del 24 dic. a Roma, forse perché a Sutri si giudicò bastare la sua precedente rinuncia. Morto il Papa eletto in questa circostanza, Clemente II (19 ott. 1047), B. ricomparve a Roma e vi si sostenne dall'8 nov. 1047 al 16 luglio 1048, quando le forze imperiali lo costrinsero a cedere il seggio a Damaso II, che pontificò appena una ventina di giorni (m. il 9 ag. 1048). Voci prive di fondamento fecero credere che la morte prematura di Damaso II, come quella di Clemente II, fosse dovuta ad avvelenamento da parte di B. Alcune fonti invece affermano ch'egli, persuaso da Bartolomeo abate di Grottaferrata, chiudesse la sua vita in quel monastero, pentito delle sue colpe. S. Pier Damiani dice invece che morì impenitente e infatti, sostenuto dai fratelli, continuò ad opporsi ai Papi imperiali : tanto che Leone IX sul letto di morte pregò Dio di convertire Teofilatto, fautore di discordia e di scisma. Nell'ultimo documento che ci resta di lui, una donazione del 18 sett. 1055, si chiama ancora "papa". Un'altra carta, 9 febbr. 1056, lo suppone morto. Dunque la sua morte avvenne tra il 18 sett. 1055 e il 9 febbr. 1056.

Bibl.: Jaffé-Wattenbach, I, pp. 519-25; S. Messina, B. IX pontefice romano, Catania 1922; F. Baix e L. Jadin, Beault IX, in DHG. VIII, coll. 93-103 (con bibliografia); E. Amann, in A. Fliche e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, Parigi 1942, pp. 89-97; G. B. Borino, L'elezione e la depocizione di Gregorio VI, in Archivio della R. Soc. Romana di storia patria, 39 (1916), p. 142 sg.; id., "Invitus ultra montes cum domno papa Gregorio abii", in Studi Gregoriani, I, Roma 1947, p. 3 sg. Ireneo Daniele

BENEDETTO X, antipapa. - Stefano IX, presentendo prossima la sua fine, aveva fatto giurare al clero e popolo romano di non procedere all'elezione del nuovo papa prima del ritorno di Ildebrando dalla Germania (s. Pier Damiani, Epist., III, 1). Ma dopo la sua morte (29 marzo 1058) l'aristocrazia romana, capeggiata da Gregorio dei conti di Tuscolo, da Gerardo di Galeria e dai Crescenzi, d'accordo per il momento con gli antichi avversari, approfittando della minore età di Enrico IV, del debole governo della reggente Agnese e della lontananza dei capi della riforma, ruppe l'impegno ed elesse il romano Giovanni Mincio, vescovo di Velletri, che si chiamò B. (5 apr. 1058). Questi non doveva essere del tutto indegno, come farebbe supporre s. Pier Damiani (PL 124, 292), se s. Leone IX lo aveva fatto cardinale e Federico di Lorena, poi Stefano IX, l'aveva proposto a pontefice prima d'essere egli stesso chiamato a tale dignità. Però era debole, donde l'appellativo di Mincio cioè «minchione», e nell'intenzione degli elettori doveva essere lo strumento dell'aristocrazia romana, ostile alla riforma e desiderosa di ritornare arbitra dell'elezione dei Papi. Tuttavia la parte migliore degli elettori non lo riconobbe e fra essi s. Pier Damiani, cardinale d'Ostia. Ildebrando di ritorno dalla Germania raccolse i cardinali fuggitivi da Roma e i rappresentanti del popolo e clero romano in sinodo a Siena, donde uscì eletto Gerardo, vescovo di Firenze, precedentemente designato da Ildebrando e accettato

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già dall'imperatore ( 18 dic. 1058). Prese il nome di Niccolò II. Poco dopo il Concilio di Sutri dichiarò simoniaco, spergiuro e intruso B., che aveva potuto reggersi a Roma per ben otto mesi, e confermò Niccolò II. Dopo aspra battaglia per le vie della città, B. fu cacciato da Roma (genn. 1059). Si rifugio a Passarano, possedimento dei Crescensi, donde poco dopo passò a Galeria presso il conte Gerardo. Niccolò II strinse d'assedio la cittadina, che si arrese soltanto dopo un anno. B., costretto a rientrare a Roma, fu spogliato delle vesti pontificali, sospeso dalle funzioni di vescovo e sacerdote e scomunicato. Trascorse gli ultimi anni ignorato nell'ospizio della chiesa di S. Agnese. Morì durante il pontificato di Gregorio VII, che dispose perché i funerali corrispondessero all'antica dignità. Ritenuto per molto tempo papa legittimo, fu incluso nei cataloghi dei papi e perciò Niccolò Boccasini nel 1303 si chiamò Benedetto XI.

BibL.: J. Gay, Benolt X, in DHG, VIII, coll. 105-106; id., I papi del sec. XI e la cristianità, Firenze 1929, p. 171 sgg.; R. Morghen, Gregorio VII (I Grandi Italiani, 26), Torino 1943, pp. 87-91.

Ireneo Daniele
BENEDETTOXI, PAPA, beato.-Niccolò Boccasini, n. a Treviso nel 1240 da un notaio, entrò nell'Ordine domenicano nel 1254; e fu successivamente lettore, priore, provinciale di Lombardia e generale (1296). Creato cardinale nel 1298, disimpegnò diverse legazioni in Ungheria, Polonia, Austria ed altri paesi. Vescovo di Ostia e Velletri nel 1300 stette al fianco di Bonifacio VIII, quando venne aggredito dagli emissari del re di Francia in Anagni. Morto Bonifacio, e passati i novendiali, secondo la costituzione di Gregorio X , venne eletto pontefice, dopo un sol giorno di conclave ( 22 ott. 1303) e assunse il nome di B. XI.

Di carattere mite e conciliativo, cercò di ristabilire la pace col re di Francia, temperando la bolla Clericis laicos. In seguito a lettera di sottomissione di Filippo il Bello, B. assolse lui e i suoi complici dalle censure, e restituì alla Francia i privilegi dei quali il defunto Pontefice l'aveva privata. Questa pacificazione fu il gesto più notevole del suo pontificato. Condannò tuttavia Nogaret, Sciarra Colonna e gli altri aggressori di Anagni che furono scomunicati con bolla del 7 giugno 1304. Assolse anche i cardd. Pietro e Giacomo Colonna, senza però ristabilirli in tutti i privilegi del loro grado.

La Toscana era travagliata dalle fazioni guelfa e ghibellina, dai Bianchi e dai Neri; per ricondurvi la pace inviò a Firenze come suo legato il card. Niccolò Albertini da Prato. L'opera pacificatrice in Italia a poco valse. Persino in Roma continuarono le turbolenze, cosicché B. credette opportuno trasferire la sua residenza a Montefiascone, a Viterbo e da ultimo a Perugia, dove terminò il suo breve pontificato il 6 luglio 1304, non senza sospetto di veleno propinatogli per opera del Nogaret (cf. Villani, Cronaca, VIII, cap. 80; Dino Compagni, Cronaca, III e sg.). Fu sepolto nella chiesa di S. Domenico in Perugia. Clemente XII ne confermò il culto il 24 apr. 1736 e ne concesse l'ufficiatura all'Ordine domenicano e alla diocesi di Treviso; Benedetto XIV l'estese a tutto il territorio veneto e inseri il nome di B. nella sua edizione del Martirologio (1748), al 7 luglio. A prova del suo valore intellettuale si ricordano i Sermoni e Commentari su parti del Vangelo di s. Matteo, dei Salmi, del libro di Giobbe e dell'Apocalisse. Creò soltanto tre cardinali, scelti nell'Ordine del Predicatori.

Grandi speranze s'erano concepite per il pontifi-
cato di B., cosicché alcuni commentatori di Dante hanno voluto perfino vedere in lui il Veltro salvatore dell'Italia e della Chiesa (cf. G. M. Cornoldi, Commento alla Divina Commedia, Roma 1888, p. 11). In Perugia accolse gli ambasciatori di Giacomo II, re di Aragona, che affermavano di riconoscere come feudi pontifici i regni di Sardegna e Corsica, dalla S. Sede concessi agli Aragonesi nel 1297. Altrettanto facevano, il 1^{°} maggio 1304, gli ambasciatori di Federico, re di Sicilia, in occasione del pagamento del tributo annuo. B. vagheggiò ardentemente di dar vita ad una crociata per la liberazione di Terra Santa.

Una controversia si agitava tra il clero secolare e quello regolare: se cioè un fedele che si fosse confessato presso un religioso, dovesse ripetere la confessione presso il proprio parroco per soddisfare il prececto pasquale. B. la sciolse con una costituzione apostolica, dichiarando che non occorreva ripetere la confessione presso il parroco (cf. O. Raynaldi-C. Baronio, Annales eccl., an. 1304). Approvò la celebrazione della festa delle Stimmate di s. Francesco d'Assisi (cf. L. Wadding, Annales Minor., VI, an. 1304) e si mostrò molto favorevole agli Ordini mendicanti, togliendo le restrizioni loro imposte dal predecessore; le sue concessioni furono però revocate dal successore Clemente V a causa dei dissensi insorti tra il clero regolare e quello secolare.

BibL.: L. Gautier, Benoit XI, Pariei 1863; F. Funke, Papal Benedict XI., Münster 1891; Ch. Grandjean, Le reguere de Benoit XI, Parigi 1902; cf. anche L. Jadin, Benoit XI, in DHL, VIII, coll. 106-12; H. Hemmer, Benoit XI, in DThC, II, coll. 652-53; Acta SS. Iulii, II, Parigi 1867, p. 452; Ausl. Bull., 2 (1886), p. 149 e 19 (1900), pp. 14-20; G. Boccaro, Per la biografia di papa B. XI, in Archirvo Veneto, 14 (1933), pp. 117-22; A. M. Ferrero, B. XI, papa domenicano, Roma 1934.

Carlo Castiglioni
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(fot. Alinari)
Benedetto XI, papa - Sepolcro del Pontefice nella chiesa di S. Domenica. Scuola di Arnolfo di Cambio(sec. xiv)-Perugia.

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BENEDETTO XII, PAPA. - E il terzo papa avignonese, successo a Giovanni XXII (m. il 4 dic. 1334) il 20 dic. ed incoronato l's genn. seguente dal card. Orsini nella chiesa dei Domenicani in Avignone. Giacomo Fournier (detto anche Novelli) n. da umili genitori a Saverdun in diocesi di Pamiers, entrò giovanissimo nell'abbazia cistercense di Boulbonne; passò poi a quella di Fontfroide dove suo zio era abate; studiò teologia a Parigi e vi divenne dottore. Abate di Fontfroide nel 1311, fu nominato vescovo di Pamiers il 19 marzo 1317 e di là passò a Mirepoix il 3 marzo 1326. Nel governo delle due diocesi mostrò grande zelo contro l'eresia, favorendo l'opera dell'Inquisizione, per cui il 18 dic. 1327 fu creato cardinale di S. Prisca. Eletto pontefice, si affrettò a condudere le discussioni sulla visione beatifica fattesi accese negli ultimi anni del suo precedessore e con la costituzione Benedictus Deus del 20 genn. 1336, condannando ciò che era stato errore personale di Giovanni XXII, definiva che le anime dei bambini battezzati e le anime giuste che non avevano più alcun fallo da espiare, erano ammesse immediatamente alla "visione intuitiva ed anche facciale" della divina essenza e cessava per loro l'esercizio degli atti di fede e di speranza (Denz-U, 530). Pose subito mano a correggere gli «innumerevoli abusi» che funestavano la Chiesa, cominciando dalle malversazioni della corte, obbligando i prelati aventi cura d'anime ad osservare la revidenza ( 15 genn. 1335), preservendo più rigorosi costituti contro la rilassatezza dei Benedettini e dei Cistercensi. Volle togliere di mezzo la piaga dei religiosi girovaghi, condannò i fraticelli e regolò l'attività dei Francescani e dei Domenicani, sforzandosi di vincere ogni contrarietà. Quanto alla Curia intese a togliere di mezzo l'abuso delle commende e delle aspettative e regolò la registrazione delle suppliche da presentare al Papa. Ad un primo proposito di ritornare a Roma successe nel papa B. la risoluzione di non muoversi d'Avignone, dove diede principio alla costruzione del palazzo papale. Un successo per lui fu l'assoggettamento di Bologna. Tentò un'intesa con Lodovico il Bavaro imperatore scomunicato; ma le inframmettenze di Filippo VI di Francia e la poca stabilità del sovrano mandarono a vuoto l'opera sua. Con gli altri principi d'Europa B. fu in rapporti pacifici. Egli fu lodato per il suo scrupoloso contegno verso i parenti ai quali non dimostrò nessun particolare favore; l'unica nipote maritò assai modestamente; solo al nipote Giovanni di Cardone, persona stimata, conferì l'arcivescovato di Arles nell'ott. 1341. M. in Avignone il 25 apr. 1342 e fu sepolto nella Cattedrale. I Cistercensi lo venerano come beato.

Bibl.: G. Mollat, Les papes d'Avignon, Parigi 1912, p. 63 sgg. e passim; St. Baluze, Vitae paparum Averionensium, 2^{2} ed. di G. Mollat, I, Parigi 1916, p. 193 sgg.; II, ivi 1928, p. 298 sgg.; E. Dupré Theseider, I papi di Avignone ecc., Firenze 1939, p. 76 sgg.; L. Jadin, Benefit XII, in DHG, VIII, coll. 116-33; X. Le Bachelet, Benefit XII, in DThC, II, coll. 623-704. - Inoltre: J.M. Vidal, Lettres communes de B. XII, 3 voll., Parigi 1903; G. Daumet, Benefit XII, Lettres closes, patentes et curiales de B. XII, ivi 1920.

Pio Paschini
BENEDETTO XIII, ANTIPAPA. - Pietro di Luna, n. a Illueca presso Calatayud nell'Aragona da una delle famiglie più nobili e ricche del regno, studiò ambedue i diritti a Montpellier: entrato nello stato clericale, venne nominato canonico di Valenza, poi di Vich e finalmente di Tarragona. Gregorio XI lo creò, nel 1375, cardinale diacono del titolo di S. Maria in Cosmedin, ma fu conosciuto piuttosto
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(1st. Alinari) Benedetro XII, papa - Ritratto scolpito da Paolo da Siena (1342) - Grotte Vaticane.
col nome di card. d'Aragona. Assistette al famoso Conclave romano del 1378, dove sostenne la candidatura dell'arcivescovo Bartolomeo Prignano, proclamato (8 apr. 1378) papa (Urbano VI). Cedette ben presto tuttavia agli scrupoli dei cardinali ribelli, si riunì con essi ad Anagni e a Fondi e, nel sett. dello stesso anno, partecipò all'elezione dell'antipapa Clemente VII.

Godendo grande prestigio in Spagna, fu da Clemente inviato legato a latere nella penisola iberica per condurre all'obbedienza i diversi regni. Gli fu facile ottenere ciò in Aragona con l'aiuto del celebre oratore e taumaturgo s. Vincenzo Ferreri e più tardi in Castiglia; ma solo dopo molte fatiche anche in Portogallo. Nel 1390 riuscì a convincere anche la Navarra. Ritornato in Avignone, dopo tale trionfo, venne nominato legato pontificio per le Flandre e l'Inghilterra, dove però non riuscì a far riconoscere l'antipapa Clemente. Alla morte di questi (sett. 1394), benché riluttante, fu eletto unanimemente dal Sacro Collegio a succedergli col nome di Benedetto XIII.

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Il nuovo antipapa confermò il giuramento, prestato in conclave insieme coi suoi colleghi cardinali, di usare tutti i mezzi, non esclusa l'abdicazione, per ridare la pace alla cristianità, ma ben convinto di essere il vero papa fece naufragare tutte le proposte presentate a questo nobile scopo dai principi regnanti, dalle principali università e da diversi dignitari civili e ecclesiastici. Non giovò a piegarlo neppure la sottrezione dell'obbedienza da parte della Francia e di altre nazioni cattoliche nel 1398 e nemmeno l'assedio in Avignone, che sembrò ridurlo agli estremi. Universalmente però si voleva che lo scisma finisse e per questo si proponeva un compromesso fra le parti avverse oppure la sentenza di un concilio universale; B. invece si mostrò disposto ad incontrarsi con Gregorio XII suo avversario, ed a questo scopo si portò in Liguria; ma per colpa di ambedue l'incontro non avvenne. Il fatto disgustò tutti; la maggior parte dei cardinali delle due parti si ribellò, e così venne convocato nel 1409 il Concilio di Pisa, nel quale, deposti B. XIII e Gregorio XII, fu eletto un terzo papa col nome di Alessandro V. Ma tanto B. come Gregorio si mantennero fermi nella loro suprema dignità, e perciò si ritenne necessario convocare nel 1414 un Concilio a Costanza, nel quale furono deposti Giovanni XXIII successore di Alessandro e B. XIII, fu accettata la rinunzia di Gregorio XII e poi fu eletto Martino V e restaurata l'unità della Chiesa.
B. però non cedette. Abbandonato da tutti e quasi solitario sullo scoglio di Peñíscola, moriil 29 nov. 1422, dopo avere nominati quattro cardinali, al fine di perpetuare lo scisma. Questo infatti terminò solo con l'abdicazione del nuovo antipapa Clemente VIII nel 1429 .

Bibl.: N. Valois, La France et le Grand Schisme d'Occident, 4 voll., Parigi 1896-1902; F. Ehrle, Archio für Literaturund Kirchengeschichte des Mittelalters, V, VI, VII, 1889, 1900; S. Puig y Puig, Pedro de Luna, último papa de Antión, Barcellona 1902.

Giuseppe Fou y Marti
BENEDETTO XIII, papa. - Pierfrancesco Orsini, n. a Gravina il 2 febbr. 1649 da Ferdinando, duca di Gravina e da Giovanna Frangipane. Giovinetto rinunciò alla primogenitura per entrare nel convento dei Domenicani in Venezia, ove fece la professione solenne il 13 febbr. 1668 col nome di Vincenzo Maria. Si diede agli studi sacri con grande profitto e, a soli 23 anni, Clemente X lo creò cardinale di S. Sisto (22 febbr. 1672). Nel 1675 ebbe la sede arcivescovile di Manfredonia. Innocenzo XI lo trasferì a Cesena (1680) e poi a Benevento (1686), ove il cardinale lavorò a far rifiorire la diocesi. La elezione a papa seguì il 29 maggio 1724, dopo quasi tre mesi di vacanza della sede pontificia in seguito alla morte di Innocenzo XIII ( 7 marzo). Accettò perché il generale del suo Ordine glielo impose per obbedienza.

Durante il pontificato, B., pur attendendo con scrupolo ai doveri dell'alta sua carica, non tralasciava di attendere a quelle funzioni liturgiche ed all'amministrazione di quei Sacramenti, che comunemente si compiono da ecclesiastici di grado ben inferiore. Nel 1725 celebrò il giubileo e tenne un sinodo provinciale in otto sessioni per i vescovi d'Italia, in Laterano. Poi confermò la bolla Ungenitus di Clemente XI contro i giansenisti e proscrisse gli scritti divulgati contro quella bolla. L'arcivescovo di Parigi, card. de Noailles, aderì finalmente alla bolla con lettera del 1728, ritrattando ciò che aveva scritto in contrario, e dietro il suo esempio si sottomisero altri vescovi del gruppo degli appellanti. Nel 1729 la Sorbona e nel 1730 il Senato di Parigi accettarono la bolla Unige-
![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

Benedetto XIII, papa - Sepolcro del Pontefice, Opera di C. Marchionni (1730) - Roma, S. Maria soprà Minerva, cappella di S. Domenica.
nitus, e il movimento degli appellanti andò attenuandosi (cf. A. Zaccaria Difesa di tre tommi pontefici di Santa Chiesa: B. XIII, Benedetto XIV e Clemente XIII..., Ravenna [Venezia] 1782). B. negli anni 1727-28 riuscì ad appianare il dissidio della S. Sede con gli Stati sardi, accordandosi con Vittorio Amedeo II sulle immunità e la giurisdizione ecclesiastica. Si poté così provvedere alla nomina per la sede arcivescovile di Torino, che era vacante dal 1713 .

Nella questione, agitata da teologi e canonisti sulla validità delle ordinazioni sacerdotali fatte nella Chiesa anglicana, B. intervenne condannando la Défense de la Dissertation di Le Courayer, tesa a mostrare la validità di quelle ordinazioni. Numerose canonizzazioni avvennero negli anni 1726-29, fra le altre quelle di Giovanni Nepomuceno, di Luigi Gonzaga, di Stanislao Kostka, di Giovanni della Croce. Con la bolla Creditae nobis coelitus ( 9 maggio 1725) B. ordinò ai vescovi l'erezione dei seminari e creò all'uopo una commissione detta Congregatio seminariorum. Nel 1727 approvò l'erezione dell'università a Camerino, dove da tempo fioriva un centro di studi. Visitò due volte la sua antica diocesi di Benevento, e nel 1727 sostò a Montecassino, ove consacrò ( 18 maggio) la chiesa che si era presa a costruire nel 1640 . Fece complessivamente 29 promozioni cardinalizie, senz'ombra di favoritismo. I Romani però non gli perdonarono la cieca ed illimitata fiducia da lui riposta, quanto agli affari di Stato, nel card. Coscia e l'eccessivo favore accordato ai Beneventani, che aveva condotti seco da Benevento. Della sua erudizione teologica sono prova tre volumi pubblicati nel 1728 a Ravenna. M. santamente il 21 febbr. 1730.

Bibl.: G. B. Pittoni, Vita del sommo pontefice B. XIII, Venezia 1730; A. Borgia, Benedicti XIII vita, Roma 1732; H. Hemmer, s. v. in DThC, II, II, coll. 704-705; J. Carreyre, s. v. in DHG, VIII,

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PULPITO CON SCENE DELLA VITA DI S. FRANCESCO
Firenze, chiesa di S. Croce.

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A sinistra: INIZIALE MINIATA DELL'ORAZIONE PER LA FESTA DI S. BENEDETTO.
Sacramentaria cossinese del tempo dell'ub. Desiderio (1027-85). Cod. Cassanese 339, f. 24.
A destra: L'ABATE CASSINESE TEOBALDO (1022-23) OFFRE A S. BENEDETTO IL CODICE CON I MOBALI DI S. GREGURIO. Cod. Cassinese 73 DD.

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![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

PORTA DI BRONZO DELLA CATTEDRALE (inizio del sec. xili)

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![img-24.jpeg](img-24.jpeg)

LA FAMIGLIA BENTIVOGLIO AI PIEDI DELLA VERGINE IN TRONO Dipinto di Lorenzo Costa (1488) - Bologna, chiesa di S. Giacomo Maggiore.

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coll. 163-64; Pastor, XV, 487-640. Di un' Iredita ed ignota corrispondenza del card. V. M. Orsini si tratta in Sannio, 2 (1929, iv), pp. 5-35; S. De Lucia, Fr. V. M. Orsini e le sue opere, ibid., pp. 36-62; G. Cordillo, B. XIII e il giantenismo, in Memorie Domenicane, 58 (1941), p. 217 sgg .: 59 (1942), p. 38 sgg .

Carlo Castiglioni
![img-25.jpeg](img-25.jpeg)

Ineedetto XIV - Concessione autografa del Pontifice ( 7 maggio 1745) - Città del Vaticano, archivio della S. Congr. dei Riti, Positiones 1745.

BENEDETTO XIV, ANTIPAPA: v. GARNIER B.
BENEDETTO XIV, PAPA. - Prospero Lambertini, n. a Bologna il 31 marzo 1675 da Marcello e Lucrezia Bulgarini; educato presso i Somaschi, poi a Roma, si dedicò agli studi ecclesiastici e particolarmente al diritto canonico e civile. Avvocato concistoriale (1701), promotore della Fede (1708) presso la Congregazione dei Riti, canonico di S. Pietro (1712), quindi consultore del S. Ufficio, dei Riti, del Concilio, e dal 1722 canonista della Penitenzieria si rese pratico del funzionamento dei vari dicasteri. Nominato nel 1725 vescovo titolare di Teodosia, nel 1727 arcivescovo di Ancona, fu creato cardinale in pectore il 9 dic. 1728, e pubblicato il 30 apr. 1728. Ebbe la sede arcivescovile della sua Bologna nel 1731 e la tenne anche da papa, sinché non vi si diede per successore il card. Malvezzi.

Nel lungo conclave che seguì la morte di Clemente XII ( 6 febbr. 1740) il Lambertini rimase dapprima in ombra, ma il 16 ag . improvvisamente venne designato ed il giorno dopo proclamato papa col nome di B. XIV. Di carattere bonario ed accostevole B. passò alla storia come uomo arguto, di quella facezia garbata e signorile che si riscontra in lui oltre che nella conversazione anche nella corrispondenza privata che mantenne viva anche da pontefice coi dotti e con gli amici, dotti per lo più anch'essi. In un secolo in cui l'erudizione anche su temi ecclesiastici era in fiore, seppe essere erudito bene informato e di valore e non rifuggì dal dimostrarlo nei suoi scritti e con illuminato criterio superò ogni tradizionalismo misoneista.

Fu anche sovrano capace. In tempi difficili prese severe misure per il risanamento dell'erario, equilibrando le spese, ricorrendo ad avvedute tassazioni e riuscendo a salvaguardare la neutralità della S. Sede. Molte, ed alcune ottime, furono anche le provvidenze
del suo governo. Roma ebbe, fra l'altro, una nuova circoscrizione urbana, mentre per illuminato mecenatismo vi nascevano le quattro Accademie, dei Concili, di Storia ecclesiastica, di Liturgia e delle Romane Antichità, e si riformava anche l'Accademia dei Lincei in «Nuovi Lincei» volgendola alle ricerche naturalistiche. Insigni i suoi meriti verso l'Archiginnasio bolognese, in particolare con l'istituzione di cattedra e museo anatomico, e con altre provvidenze che ne favorirono l'attività scientifica. Le cure maggiori però furono per la riforma ecclesiastica sia nel clero che nel popolo e ne lasciò memoria nelle innovazioni legislative e nella premura perché venissero osservate le antiche leggi. Favorì le missioni per il popolo in tutta Italia, aiutato dalla oratoria di s. Leonardo da Porto Maurizio, e dalle celebrazioni giubilari del 1750. Rinnovò le condanne contro la massoneria sulla scorta di quanto aveva fatto già Clemente XII, e contro gli scritti dei nemici del cristianesimo che si diffondevano ormai ogni di più. S'oppose anche al giansenismo.

Non poche difficoltà procurarono a B. le discordie internazionali e specialmente il contrasto per la corona imperiale, sorto dopo la morte di Carlo VI (1740), fra Maria Teresa sua figlia, che caldeggiava la candidatura del marito Francesco di Lorena, granduca di Toscana, e Carlo Alberto di Baviera, sostenuto da Francia e Prussia. La lotta scatenatasi nel 1742 per l'elezione ed incoronazione di quest'ultimo, dilagò anche in Italia e lo Stato Pontificio stesso vi fu, benché neutrale, coinvolto, mentre Bologna era preda inerme di milizie austriache, spagnole e sarde. Il decesso di Carlo di Baviera (1745) e l'elezione del lorenese Francesco I, recarono col trattato d'Aquisgrana (1748) pace generale; però B. si vide costretto a protestare per i misconosciuti diritti della S. Sede su Parma e Piacenza.

Difficili furono pure le trattative per gli accordi o concordati con le corti di Torino, Madrid e Napoli. Riguardo a Torino, largamente aveva il card. Lambertini concorso a sanare la tensione mantenutasi viva tra il 1731 ed il 1735 . Da papa, grazie a diretta corrispondenza epistolare con Carlo Emanuele III e con il marchese d'Ormea, poté nel 1741 concludere i patti circa il vicariato apostolico sui territori papali ceduti in feudo alla monarchia e circa i benefici ecclesiastici. Più arduo fu l'affare della giurisdizione ed immunità ecclesiastica, felicemente concluso nel 1742 anche per merito del commissario pontificio Ludovico Merlini; e dei migliorati rapporti è prova la bolla del 1744 a favore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, e la soluzione del problema sul diritto di spoglio e sulle pensioni dei benefici.

Nel 1753 si chiuse pure l'annosa questione destata in Spagna dal malcontento per il concordato concluso con Filippo V nel 1737. Dopo svariate vicende fu riconosciuto al sovrano il patronato universale su tutte le diocesi e benefici, riservando la collazione di soli cinquantadue alla S. Sede e d'alcuni altri ai vescovi, e rispettando i patronati particolari. Il compenso concesso dalla Spagna non calmò le fondate apprensioni della Curia giustamente preoccupata che un tal precedente non favorisse analoghe pretese da parte d'altri governi.

Anche con Napoli fin dal 1741 si giunse a trarre in porto un concordato per dirimete vecchie controversie risorgenti malgrado l'investitura feudale concessa al nuovo re Carlo di Borbone. S'istitui un tribunale misto per decidere sui casi controversi di giurisdizione ecclesiastica e larghe concessioni fece il

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Pontefice circa l'immunità e diritto di asilo, ma senza trovare, specialmente ad opera del Tanucci, quella rispondenza che sperava.

In tempo di ostinata ed universale pretesa di intromettersi negli affari ecclesiastici da parte degli Stati cattolici, mira costante di B. fu di evitare, con procedimenti conciliativi, clamorose rotture diplomatiche, salvando la Chiesa da danni estremi derivanti da colluvie di leggi e decreti civili non conformi al diritto canonico. Cosil tra l'Austria e Venezia risolse l'intricata ed annosa vertenza per il patriarcato d'Aquileia, che fu con bolla del 1751 diviso nei due arcivescovati di Udine, per il dominio veneto, e di Gorizia, per quello austriaco. Tenne buone relazioni con Federico II di Prussia, per la prima volta dalla S. Sede riconosciuto ufficialmente come re, in particolare ririferimento agli affari cattolici della Slesia da lui conquistata. Preoccupazioni non mancarono in Francia a causa degli intrighi e raggiri dei giansenisti, degli arbitri del Parlamento, e degli abusi di Luigi XV. Meglio andarono le cose in Portogallo, al cui sovrano fu concesso il titolo di «re fedelissimo", sebbene, poco prima di morire, B. dovesse, per le mene del Pombal, nominare il card. Saldanha visitatore e riformatore dei Gesuiti di quella nazione.

In campo missionario cercò B. di risolvere in qualche modo le secolari controversie sui riti cinesi e malabarici, proibendo con la bolla Ex quo singulari del 1742 certe onoranze agli antenati ed a Confucio praticate in Cina, e con l'altra Omnim sollicitudinum del 1744 riprovando la tolleranza di alcuni usi e superstizioni in India; imponendo, finalmente, ai missionari il giuramento di non permettere tali riti.

Fu fatta accusa contro B. per una condiscendenza che parve eccessiva nei riguardi dei governi del tempo suo, e per quel breve carteggio con Voltaire, il quale con grande improntitudine gli dedicò il suo "Maometto»; ma innegabile fu la rettitudine delle sue intenzioni di evitare maggiori danni alla Chiesa da parte dell'assolutismo dei principi e dei filosofi del tempo. Il grande Pontefice morì il 3 maggio 1758 e fu sepolto nella basilica Vaticana dove lo ricorda un monumento eretto su progetto di Pietro Bracci.

Bial.: Opere: Benedicti XIV opera, ed. E. de Azevedo, 12 voll., Roma 1747-41, e Prato 1839-46 (nei voll. XVI-XVII si trovano le bolle): Acta Benedicti XIV, ed. L. De Martinis, Napoli 1884: Benedicti XIV papae opera omnia inedita, ed. F. Heiner, Friburgo in Br. 1904: Pastor, XVI, 1, e bibl. iv. cit. - Studi: A. M. Bettanini, B. XIV e la Repubblica di Venecio, Milano 1931: T. Valentini, Papa Lambertini umoristica, Roma 1938: W. F. King, Benedict XIV and the Orientals, Roma 1949: F. Montanari, Il Card. Lambertini fra la leggenda e la storia, Giusoppe Pou e Marti.
B. XIV canonista. - Dotato di preclaro ingegno, unito a costante applicazione allo studio in tutta la sua lunga vita, favorito dalle circostanze della sua carriera ecclesiastica, che gli ha fatto percorrere molti importanti uffici curiali, da quello di avvocato concistoriale fino al sommo pontificato, B. XIV resta uno dei più grandi canonisti e legislatori della Chiesa. Ciò che distingue tutte le sue numerose opere è la dizione chiara, priva di ogni ampollosità, e soprattutto il metodo : egli non si basa su costruzioni apricristiche o su considerazioni puramente teoretiche, ma su profonda ed estesa indagine storica, che gli consente di porre i vari problemi nella loro vera luce e di scioglierli in conformità alla tradizione ed alla pratica della Chiesa. Lo Schulte (v. bibliografia) non esita a chiamare B. il vero fondatore della moderna scienza storico-giuridica, con la quale egli ha precorso i tempi.

Le sue opere in parte furono scritte in italiano, tradot-
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(fol. Zinari)
Benefietto XIV - Particolare del monumento in S. Pietro. Figura del Pontefice scolpita da P. Bracci (1758).
te poi in latino specialmente dall'Azevedo, il quale ne fece la prima raccolta in 12 voll. (Roma 1747-51). Una delle edizioni più complete è quella di Prato 1839-47 in 17 voll. ( 18 tomi). Quasi tutte le opere hanno attinenza col diritto, ma le più importanti sono quelle intorno alla canonizzazione, al sinodo diocesano, e il bollario.

1. De servorum Dei beatificatione et bistorum canonizatione, Op. om., voll. I-VII, Prato 1839-40. Inoltre: Bologna 1734-38, Padova 1743, Roma 1747, Venezia 1767, Napoli 1773, Roma 1783. L'opera propriamente detta si compone di quattro libri: il l. I contiene le controversiae praeliminares e offre quasi un cospetto storico e pratico del processo di beatificazione e canonizzazione; il l. Il tratta del processo di beatificazione a cominciare dal processo ordinario fino alla sua valutazione in Curia romana, il tutto sotto l'aspetto storico-giuridico; nel l. III si occupa delle questioni da trattare nel processo: i testimoni, il martirio, la vita virtuosa (in generale e per i singoli Stati) le grazie speciali (gratis datae); il l. IV ha due parti, nella prima si tratta dei miracoli (con discussione di molti casi concreti), nella seconda si prospettano questioni liturgiche: concessioni dell'Ufficio divino e della Messa, dell'inserzione nel Martirologio romano, della scelta dei santi patroni.

Quest'opera, basata su larghi studi e l'esperienza acquistata nell'ufficio di Promotore della Fede (1708-28), è rimasta insuperata e classica per la Curia romana. Quanto alle testimonianze storiche scritte, però, egli le ammette soltanto come prove sussidiarie, mostrandosi in questo formalista. L'istituzione della sezione storica nella Congregazione dei Riti (1930) vi ha opportunamente rimediata.
2. Institutiones ecclesiasticae (in italiano, edd. Bologna 1731, 1735; Venezia 1740; Roma 1742; in lat., trad. di Ildefonso di s. Carlo delle Scuole Pio, Roma 1747 e 1750; Ingolstadt 1751: Bassano 1760; Venezia 1765). Non è un lavoro sistematico, ma sono istruzioni, editti, lettere pastorali, che trattano in 107 articoli soggetti diversissimi, pubblicati da B. quando era arcivescovo di Bologna. Riguardano più che altro la vita pastorale, ma sempre con profonda dottrina storico-giuridica.

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3. De Ssmodo Diocesann. La prima edizione, Roma 1748, fatta dall'Azevedo, è divisa in 8 libri; l'opera fu poi dall'autore accresciuta e divisa in 13 libri, Roma 1755; Ferrara 1756, 1760; Padova 1756; Parma 1764; Venezia 1773, 1792; Magunza 1842. Elaborò tale opera quando era arcivescovo di Bologna, ma la perfezionò poi già papa. Contiene tutte le materie che possono essere oggetto di un sinodo diocesano, con tale abbondanza che difficilmente i manca qualche cosa che possa rientrare nell'amministrazione episcopale. Per la pacata e oggettiva esposizione l'opera fu giudicata un capolavoro, certo la migliore che esista in materin. L'autore non disdegna neppure di citare e discutere autori protestanti e gallicani.
4. Theonurus resolutionum S. Congregationis Concilii, I-III, Urbino 1759; IV, Roma 1740. Essendo segretario del Concilio del 1718 al 1728, introdusse l'uso d'aggiungere ai Folia causarum distribuiti avanti le sedute, le decisioni anteriori in cause similari e le opinioni dei migliori canonisti. Questi fogli furono poi da lui stesso riuniti e pubblicati insieme alle risoluzioni del Concilio. La raccolta in seguito fu continuata fino a tutto l'anno 1908, e comprende 167 voll., in parte ristampati a Roma 1843 sgg. Questa innovazione, palesando la prassi e la giurisprudenza romana, ha avuto, secondo lo Schulte, un grande influsso sulla dottrina canonistica e sulle sentenze dei tribunali ecclesiastici in tutto il mondo.
5. Quaestiones canonicae et morales. E sostanzialmente identico ai primi 4 voll. del Thevaneus; la disposizione vi è però qualche volta modificata e vi è anche qualche omissione di cose minori.
6. Casus conscientiae de mandato Prosp. Lambertini, Archiepiscopi Bmoniensis propositi et resoluti, Ferrara 1764; Augusta 1766 sg.; Liegi 1853-59.
7. Bullarium Benedicti XIV (edd. Roma 1746-54, 17541758, 1760-62; Venezia 1768). Nelle sue costituzioni B. parla come legislatore senza rinnegare le sue abitudini di dotto, per cui alcune bolle ed encicliche hanno una nota personale e contengono anche considerazioni teoretiche, tengono conto della dottrina degli autori e delle decisioni delle Congregazioni romane. Le materie su cui B. ha legiferato sono diversissime, e qui non possono essere specificate. Si ricorda solo che con la costituzione Dei miseratione del 3 nov. 1741, egli istituì per le cause matrimoniali, sotto pena di nullità, il defensor vinculi, di cui precisa i doveri; con la cost. Vix pervenit del i nov. 1745, espose dettagliati principi in materia di interesse nel mutuo; per il resto cf. P. Gasparri, Codicis Iuris Canonici Fontes, I, Roma 1923, pp. 662-953; II, ivi 1924, pp. 1-576, dove sono riprodotte le costituzioni che hanno servito a compilare il CIC, e che in alcune edizioni di questo sono indicate in nota. Sono numerosissime, molto più di quelle di qualunque altro pontefice.

Interessano pure il diritto canonico, fra le altre opere di B. XIV : De sacrosancto Missae sacrificio, e De festis Domini nostri Jesu Christi et Beatae Mariue Virginis, di contenuto quasi esclusivamente liturgico.

Bibl.: J. F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des Kanonischen Rechts, III, Stoccarda 1880, pp. 503510; Hurter, IV, coll. 1595-1602; R. Naz. in DDC, II, coll. 722-61. Livario Oliger

BENEDETTO XV, PAPA. - Giacomo Della Chiesa, n. in Genova il 21 nov. 1854 da Giuseppe e Giovanna Migliorati. Di famiglia marchionale, originata dai duchi di Spoleto, dello stesso ceppo di Callisto II e di Berengario II, discendeva da Anselmo Della Chiesa, consignore di Priocca nel 1207, mentre per parte di madre risaliva a Innocenzo VII. Percorse gli studi classici prima al collegio Danovaro Giusso, poi al liceo del seminario e si laureò in legge nel 1875 dissertando sulla «Interpretazione delle leggi». Entrava l'anno stesso nel collegio Capranica in Roma e, addottoratosi in teologia, vi riceveva i Sacri Ordini nel 1878. Ultimati i corsi all'Accademia dei nobili ecclesiastici nel 1882, fu in Segreteria di Stato donde seguiva in Spagna, quale segretario particolare, il nunzio mons.

Mariano Rampolla del Tindaro, che, creato cardinale e nominato segretario di Stato nel 1887, lo chiamò subito all'ufficio di minutante agli Affari ordinari inviandolo successivamente con speciali incarichi a Vienna nel 1889 e nel '9o. Sostituto della Segreteria di Stato nel 1901, docente di Diplomatica all'Accademia, dov'era stato alunno, continuò l'alto compito sotto il pontificato di Pio X, fino a che, eletto nel 1907 arcivescovo di Bologna riceveva la consacrazione episcopale dallo stesso Pontefice il 22 dic. Elevato alla sacra porpora nel Concistoro del 25 maggio 1914, riceveva il 28 il cappello cardinalizio ed il titolo dei SS. Quattro Coronati. Dopo tre mesi, il 3 sett., veniva esaltato al soglio pontificio, assumendo il nome di B. XV, in omaggio - disse - all'illustre predecessore nella Cattedra di S. Petronio e di S. Pietro, Prospero Lambertini.

Sorti di natura vivace ingegno, rapido e sicuro intuito, memoria ferrea, mente aperta alle ampie visioni, cuore magnanimo. Esile della persona, lievemente difformi gli omeri, irregolare e mutevole il volto, svelava dall'occhio vivido e penetrante sì robusto e nobile spirito da trasfigurarsi assai spesso in sembianze di grazia suggestiva e portamento di maestà veneranda. Proclive all'arguzia ed alla satira, d'indole impetuosa e persino collerica, era pronto alla mite cordialità, all'obbligante cortesia, a finezza squisita. Di pietà profonda, di ingenuo abbandono alla preghiera, tenacissimo negli affetti, incapace di rancore, dimentico di ogni offesa, di generosità regale, delle avversioni e delle critiche trionfava irresistibilmente confondendole, imperturbato, con aperta giovialità, con sollecita preferenza per chi non sapesse amico, quasi a gratitudine di quel dover esercitare la virtù del compatimento e del perdono. Per così spiccati caratteri, soggiogante ed attraente insieme, incideva negli animi l'impressione di una vigorosissima personalità, un ricordo commovente ed indelebile.

L'inepinata elezione al pontificato non lo sgomentò; benché le condizioni della Chiesa, della S. Sede, del mondo fossero gravi come non mai. Il pontificato "restauratore in Cristo» di Pio X aveva dovuto combattere con gli estremi sforzi del laicismo sociale e politico, pronunziatisi in Francia, rinvigorosa su questo esempio ovunque, persino in Spagna. Mentre la Chiesa, nella concordia dell'episcopato, nella disciplina del clero, nella salvaguardia contro il modernismo, soprattutto nel fervore eucaristico ne usciva rinvigorita, la S. Sede nei rapporti con gli Stati soffriva di un distacco che lasciava intendere un meditato ed ostile isolamento. In Vaticano erano rappresentate diplomaticamente quattordici nazioni, alcune delle quali più in omaggio alla tradizione e alla opportunità di osservazione e di controllo che per cordialità e devozione di sentimenti. F. questo mentre incominciava un conflitto mondiale di fronte a cui si trovavano la Chiesa e Roma per la prima volta nei secoli, e quando la S. Sede, perduta ogni sovranità civile, era privata di ogni usbergo efficace. Ciò che avrebbe potuto essere per un lato giovevole, in considerazione della posizione comunque neutrale del papato, se la coscienza politica mondiale non fosse stata aliena dal riconoscere l'alta funzione spirituale del Pontefice fuori e sopra delle contese. La mancanza di uno Stato non lo preservava infatti da interessate pressioni, contrarie alla sua missione di pace e di civiltà che lo voleva viceversa imparziale, mentre ostacolava le sue comunicazioni con la Chiesa. Le quali non avrebbero goduto la considerazione e la tutela propria di un sovrano non

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belligerante, mentre la necessaria comunione di pensiero e di opere fra l'episcopato e il Capo della cato. licità, avrebbe dovuto essere più urgente ed ininterrotta, non foss'altro per ciò che esigeva dalla missione pastorale e dal magistero pontificio la vita religiosa, il costume morale, la civiltà cristiana, durante il flagello che si stava abbattendo sui popoli. Condizione di cose che alle incomparabili difficoltà non offriva per molta parte esempio e consiglio di precedenti cui ispirarsi; si da richiedere ben più che coraggio, eroismo; e genio piuttosto che intelligenza. Questa realtà superiore, per ogni aspetto, alle previsioni, ebbe nel pensiero e nella fatica di B. XV la comprensione e l'apostolato adeguati.
B. XV nella sua prima enciclica Ad Beotissimi (I nov. 1914) tracciando il programma del suo pontificato, ne rivelò quell'unitario concetto fondamentale cui deve rifarsi, per ben trattarne, lo storico. Moderatore supremo della vita e del mondo delle anime, tutto - morale, cultura, lavoro, ricchezza, progresso, politica ed economia, giustizia e legge - tutto indicava ordinato verso Dio, secondo la dottrina della Chiesa, considerata, rispetto alla umanità, madre e guida; esauriente, nella sua carità, il ciclo della vita quaggiù in tutte le sue ordinate manifestazioni: dall'individio alla famiglia, alla classe, alla nazione, ai rapporti internazionali. Da questa maternità e da questo magistero universali, riflesso in terra della paternità e provvidenza divina, discendevano e prendevano reale consistenza religiosa e sociale la fraternità degli uomini, la necessità inderogabile della sua disciplina tra i fedeli, come l'amore costante della Chiesa per coloro che se ne erano allontanati o la ignoravano, eppure dovevano ritornare a lei ed imparare ad amarla e seguirla. Così tutta la complessa esistenza, tutto il molteplice moto umano, tornava a semplificarsi per questo intimo e vitale rapporto con la Chiesa e nel suo fine supremo - la gloria di Dio e la salvezza delle anime - perseguito per ogni via, in ogni campo, unica garanzia di ordine ricostruitore che dal mondo morale trapassava a quello materiale, da quello della coscenza individuale a quello della vita collettiva dei popoli. Da simile documento, l'essenza del suo governo pontificale, com'egli amava dire ed insistere, esclusivamente religioso, non meno nelle attività necessariamente e contingentemente politiche e sociali, che in quelle ecclesiastiche e morali. Essenza compendiata nelle parole scritte fin dall'inizio, il 23 sett. 1914, al card. Dubillard: «hoc unum velle et unice contendere ut Christi Ecclesiae per tot adversa gradienti, utile praebeamus ministerium»; parole che riecheggiano a poche ore dalla morte: «Se il Signore mi vuole ancora a lavorare per la sua Chiesa, son sempre pronto.

Tali promesse ci rivelano anzitutto il sentimento e lo spirito con cui egli affrontò la crisi mondiale, i suoi lutti e le sue rovine. La Chiesa di Cristo fu per lui tutto quel dolore; tutta quella sciagura onde grondava sangue e lacrime la guerra; tutti quegli spiriti immortali contrastati; tutti quegli oppressi su cui si ergeva la forza e premeva la violenza. Il conflitto cruento non era solo un immane pericolo sociale, ma ancora morale e religioso. Non si illudeva: la guerra non era germogliata né si conteneva entro i limiti di un fenomeno politico ed economico. Egli vi scorgeva e la conflagrazione dei mortali elementi fermentati nel materialismo s; la crisi di pensiero e di coscenza di un'èra. Trarne a salvamento la società, significava non soltanto arrestarne il suicidio, ma sollevarla alla rinascita cristiana. Ecco perché, fin dalla sua prima enciclica, pronuncia in faccia al mondo, quasi assorto nel culto della violenza, la condanna della guerra come "manifestazione sovra ogni altra odiosa del predominante disordine morale» ed indica a rimedio la preghiera, la penitenza, la ristorazione dei diritti di Dio, la sommissione ai precetti del Vangelo e della Chiesa. Ciò che significava in quell'autunno del 1914 di fronte all'Europa parte in armi, parte in vigilia di guerra, fra il trionfo incontrastato della forza materiale, essere uno contro tutti, contro l'idea e contro il fatto; solo contro la forza armata, armato, a propria volta, unicamente di amore.

E all'uopo il piano di B. XV fu triplice: invocare la fine del conflitto preparando una pace durevole; umanizzare la guerra; alleviarne tutte le sofferenze. Ciò che egli osò per riappacificare il mondo, ristabilendovi il trionfo di una giustizia ispirata a carità ed a pratica visione delle aspirazioni, dei bisogni dei popoli e delle attuali possibilità politiche, è di una storia che ha scritto, vent'anni dopo, un capitolo ancora, illuminando appieno la provvidenza dei suoi mòniti e delle sue invocazioni se fossero state accolte. In questo campo l'opera sua non poteva essere che diplomatica e di magistero. E più facile conoscere questa; ma non è difficile indovinar quella da ciò che egli stesso ne accennò in discorsi e lettere. Opera continua di esortazione e di persuasione che assurse a vocazione inoppugnabile secondo le sue famose parole ripetute ad Achille Ratti, che le rievocò alla vigilia di succedergli nel soglio pontificale: «Vogliono condannarmi al silenzio. Il Vicario di Cristo non dovrebbe invocare la pace. Non riusciranno a