esortazione e di persuasione che assurse a vocazione inoppugnabile secondo le sue famose parole ripetute ad Achille Ratti, che le rievocò alla vigilia di succedergli nel soglio pontificale: «Vogliono condannarmi al silenzio. Il Vicario di Cristo non dovrebbe invocare la pace. Non riusciranno a sigillare il mio labbro. Guai se il Vicario del Principe della pace fosse muto nell'ora della tempesta! La paternità spirituale ed universale di cui sono invesrito mi fa un dovere preciso di invitare alla pace i figli che dalla opposta barricata si truuidano a vicenda. Sono e mi sento il padre spirituale dei combattenti nell'uno e nell'altro campo. Nessuno potrà impedire al Padre di gridare ai propri figli : pace, pace, pace !».
Opera di consiglio svolta ad ogni occasione, per tutte le vie possibili ed illustrata dal paterno appello ai popoli ed ai governi, nel primo anniversario della guerra, alle sue più solenni allocuzioni durante il conflitto e a quella nota ai Capi di Stato del 10 ag . 1917, in cui si concreta un pensiero fin allora librato nella sfera dei principi per non esporre a critica alcuna, fra tanto tumulto di passioni, l'equilibrio della sua missione equanime verso chiunque e volta soltanto a pacificazione. La «nota» esorta ad una pace stabile ed onorevole per tutti da attuarsi con la diminuzione reciproca degli armamenti e l'arbitrato obbligatorio, la libertà dei mari, il condono, pure reciproco, delle spese e crediti di guerra e delle riparazioni, eccetto che per casi di giustizia ed equità, come quello del Belgio, cui doveva essere garantita l'indipendenza; lo sgombero dei territori occupati; il regolamento delle rivendicazioni territoriali secondo le aspirazioni dei popoli. Richiamo, questo, che si corona con la celebre frase da lui pronunciata, quando già si accentuava la contesa internazionale sui 14 punti di Wilson - più ampia ma non altrettanto efficace parafrasi della «nota » -: «Le Nazioni non muoiono !». Ciò che costituiva il fecondo seme di quel diritto internazionale cristiano che il secondo conflitto mondiale doveva chiamare a più luminoso sviluppo. Eppure il suo caritatevole intento e solerte contributo per scongiurare altre guerre, per abbreviare questa che minacciava di sommergere l'Europa, non mancò di sospetti e di contrasti settari. Pago soltanto dei conforti divini, e della soddisfazione inarrivabile di cui è fonte l'amore anche se inane e misconosciuto, restò fermo, costante, imperturbato fra le avversità, le ingratitudini, le ribellioni umane; rassegnato ad ogni ripulsa, alacre sempre a ricominciare da capo. Inteso solo al bene che andava compiendo, volse ognora l'infaticata attività ai fini supremi, agli interessi particolari mai, cosi da farne essenziale e inconfondibile attributo la imparzialità.
Cooperò a sollevare tutte le sventure. Fu, la sua, la più grande ed ammirevole opera di pietà paterna, di carità cristiana, sociale e civile, che forse il mondo ricordi. Essa pare fatica di un'età, piuttosto che di
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Benedetto XV - Particolare del sepolcro in S. Pietro. Opera di P. Canonica.
un uomo. Migliaia di prigionieri inabili alla guerra (1914), di prigionieri padri di numerosa prole, o che avessero superato i 18 mesi di prigionia (1916), furono resi alla loro terra; i detenuti civili liberati (1915); intere popolazioni deportate si riassisero ai focolari domestici (1917); oltre 30.000 francesi, inglesi, belgi, austriaci, ospitalizzati dalla Svizzera (1915); i tubercolotici italiani tornarono a ricrearsi al mite clima della patria (1916); il riposo domenicale fu assicurato ai prigionieri (1915); una tomba consacrata concessa ai cristiani morti ai Dardanelli (1916); alle popolazioni colte dall'invasione nemica fu dato il conforto delle notizie dei loro cari (1915). L' "Opera dei prigionieri" nel palazzo Vaticano assunse proporzioni imponenti : settecentomila richieste di informazioni, quarantamila di rimpatrio, cinquecentomila comunicazioni alle famiglie. Ecclesiastici, nunzi, vescovi, visitavano, controllavano i campi di concentramento, intercedevano, confortavano, sovvenivano. La preghiera e la mediazione del Papa giunse dovunque a mitigare discipline, a commutare condanne, a salvare innocenti. E se egli chiese, ma non ottenne, la tregua d'armi al primo Natale di guerra (1914), la sepoltura ai caduti sul campo (1915) e la interdizione dell'offesa aerea oltre la zona bellica (1916), Polonia (1915-17) e Belgio (1917) ebbero in lui il massimo soccorritore. I Balcani devastati, l'Armenia con un milione di figli massacrati e i Maroniti del
Libano (1916-20) e i cristiani di Siria e l'Oriente colpiti da morbi, da fame, da sevizie, salutarono in lui il protettore più efficace. E dopo la guerra, sugli altari infranti, le officine distrutte, i campi devastati; sulla miseria, la carestia, le epidemie, le giovinezze languenti, le metropoli e le nazioni rese impotenti alla vita, si protese ancora la sua mano benefica. I profughi russi ebbero i suoi soccorsi per le mani del metropolita "ortodosso" Anastasios; i loro figli stremati ripararono in Crimea, in un sanatorio che porta il suo nome; il clero scismatico perseguitato invocò ed ottenne difesa (1919), come già era stato accolto l'appello degli ebrei d'America (1916) pei massacri degli israeliti in Europa. Più tardi la Russia moriva di fame tra scene orrende di barbarie e di morte. La politica discuteva, tergiversava; B. XV proclamò: "dovere per ogni uomo accorrere dove muore un altro uomo" (1921). E la sua carità giunse prima, ancora una volta, come già in Austria, ove non solo sfinivano delle creature, ma languiva uno Stato. E Germania e Irlanda (1920) e la lontanissima Cina (1921) furono oggetto delle sue sollecitudini mentre il mondo intero, rivedendolo tra l'infanzia martire e desolata, come un di il Divino Maestro tra i fanciulli, rispondeva al suo invito lanciato con una enciclica (1920) per i bimbi del Belgio, dell'Europa centrale e di Russia (1921). Più che eroe della carità, egli appariva il campione della civiltà e fraternità umana. La statua erettagli in Costantinopoli (1920), per aver sede tra gli infedeli ed ubicazione tra due continenti, rende appieno questa storica verità. E tutto questo, fra innumeri, segreti, diretti soccorsi a individui, a famiglie, a istituti così che di tante richieste, anche più umili e lontane e sconosciute, nessuna rimase inascoltata, molte, spesso, prevenute. Il card. Gasparri precisava che in tale opera di carità personale, B. XV aveva elargito ottantadue milioni di lire.
Si immane campo di sollecitudine e di fatiche non lo distolse da quello più immediato della vita religiosa e di quella stessa della Chiesa. Se alla difesa della dottrina non contrastarono nuovi errori, se i libri proscritti, dopo la lotta antimodernistica di Pio X si ridussero nel loro numero e nella loro importanza, l'enciclica su s. Girolamo (1919) intorno al metodo dell'esegesi biblica resta memorabile, quanto fu benefica la permanenza delle norme disciplinatrici del giuramento antimodernistico ed i Consigli di vigilanza. Allo scisma ceco-slovacco, influenzato dalla vicinanza della eterodossia e dei suoi costumi ecclesiastici, il Papa indicò il rimedio più efficace in un solerte perfezionamento dei seminari e della formazione del clero; opera questa cui dedicò particolaremre cure nella istituzione di una Congregazione propria, quella "dei Seminari e delle Università degli Studi" (1915), nelle cui regole definite "pedagogicamente perfette e dottrinalmente mirabili " emanate ai seminari d'Italia, l'impronta personale del Papa è evidente e preponderante. Promulgò il Codice di diritto canonico (1917) pur dicendo di mietere ciò che il predecessore aveva seminato, dopo che sin dall'inizio del suo pontificato aveva raccolto sui primi schemi dell'opera grandiosa, i pareri dei vescovi, da cui si sviluppava poi il lavoro definitivo. Pose i punti basilari della disciplina cristiana già dalla prima enciclica nella concordia ed obbedienza alla autorità dei vescovi e della gerarchia ecclesiastica, nella reciproca carità e pietà; ciò ch'egli ripete sempre, per ogni conflitto in seno ai popoli cristiani, ed in ogni suo scritto e discorso, in ogni consiglio ai sacerdoti ed ai predicatori. Dettò egli stesso toccanti preghiere per la cessazione della guerra, per la riunione delle Chiese d'Oriente, per invocare l'aiuto di Dio sul congresso per la pace, per la fine delle lotte civili, per la propagazione della fede. Estese a tutta la Chiesa l'uso delle tre Messe nel giorno dei morti (1915) e la festa della Sacra Famiglia, restituì col Codice il procerto per s. Giuseppe e il Corpus Domini; approvò l'ufficio del
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Cuore Eucaristico di Gesù. Molteplici provvidenze volse ad accrescere il fervore della vita religiosa. Lo attestano le encicliche sui contenari di s. Domenico, di s. Francesco, di Dante; i brevi, le lettere, gli atti per l'incremento del culto eucaristico, per la lettura domestica dei Vangeli, la intronizzazione del S. Cuore, la devozione del Preziosissimo Sangue; per il Rosario, l'Addolorata, la Regina della pace, la Madonna di Loreto; per s. Giuseppe e la celebrazione cinquantenaria del suo universale patriarcato; per le feste degli arcangeli; per le canonizzazioni di s. Giovanna d'Arco, di s. Gabriele dell'Addolorata, di s. Margherita Alacoque (1920); le beatificazioni di Giuseppe Cottolengo e di Anna di S. Bartolomeo (1917), di Anna Maria Taigi, Luisa di Marillac, Oliviero Plunket, dei 22 Martiri dell'Uganda e delle Orsoline di Valenciennes (1920); per la proclamazione a dottore di s. Efrem; per tutto quel tesoro di pianasa sapienza cui innegpio ad ogni celebrazione giubilarc come per s. Girolamo, s. Alfonso, s. Giovanni Berchmans e il besto Canisio, ad ogni introduzione di cause e proclamazione di virtù eroiche di altri luminari della religione. Infaticato zelo per le missioni cattoliche manifestò nella enciclica Maximum illud e con l'erezione di collegi in Roma, in Italia, in Svizzera ed in Germania, con la protezione della Pia Unione Missionaria del Clero, con la preparazione al terzo centenario di Propaganda Fide, con le sovvenzioni profuse a tutti i missionari; mentre dell'ardente desiderio di richiamare alla Madre Chiesa i fratelli separati e della predilezione per le Chiese unite d'Oriente è prova l'autonomia data alla apposita Congregazione e l'istituzione di un Pontificio Istituto su cui volle "vegliare personalmente».
In armonia con le tradizioni pontificali, è il suo zelo per i progressi culturali e sociali, in cui scorgeva il terreno fecondo per la rinascita civile. Per quanto lo concesse la crisi universale e il breve pontificato, fu munifico protettore della scienza e dell'arte. Ce lo dimostrano la fondazione dell'Università cattolica del S. Cuore a Milano (1920), il concorso munifico alla ricostruzione della biblioteca di Lovanio (1918), l'incremento alla Scuola di musica sacra in Roma (1913), l'erezione del museo Petriano (1917), l'ampliamento di quello Egizio (1915), la fondazione del Gabinetto astrofotografico presso la Specola Vaticana, e, nel palazzo Apostolico, il ripristino della Fabbrica degli arazzi (1915), la larga protezione data a quella dei mussici, il restauro e la decorazione della Sala ducale (1917), la nuova sede dell'amministrazione (1917), il nuovo quartiere della Guardia Nobile (1922), la statua della Madonna della pace in S. Maria Maggiore (1918), la elargizione per la chiesa francescana di Ravenna (1921), il favore e gli aiuti concessi ad artisti, soprattutto ai giovani, ad opere d'arte e scuole d'ogni paese. Nel complesso ed agitato campo sociale può dirsi continuatore del pensiero di Leone XIII, le cui dottrine confermò ogni qualvolta i grandi problemi di giustizia economica toccarono il magistero della Chiesa. Nella acuta crisi dopo la guerra, la sua diagnosi del morbo minaccioso è sicura, quanto ne è radicale il rimedio. Alla pacificazione, all'equilibrio, all'ordine sociale, non bastano giustizia ed equità "se non avvenga nelle menti e nei cuori la rinascita di quei principi che fecero il mondo di pagano, cristiano", cioè con la vittoria sulle passioni. Queste si sfrenano "dall'amore sconfinato di ricchezza e dalJa insaziabile sete dei piaceri, cosicché mentre da un lato gli accumulati tesori non bastano mai, dall'altro non è spirito di rassegnazione, bensi l'invidia che è odio impotente ed attesa di rivincita insieme». Occorre pertanto partire da una "riforma individuale" che è "strumento per recare in seno alla società un soffio di vita cristiana». Essa fiorisce dallo spirito rifatto semplice, da quella "infanzia spirituale per cui
l'amore è giocondità, è come il bisogno di gioia pei pargoli», apre le vie del Vero e lo fa desiderabile per sé e per gli altri. Donde l'amore sociale del prossimo. Infatti «il popolo si riconquista con un'azione appar* tatrice di verità e di carità la quale possa neutralizzare la contraria attività informata ad odio ed a menzogna \%. Deflettere da tale norma, far degenerare l'amore in contrasti e violenze anche in nome di giuste rivendicazioni, è tradimento dello stesso ordine civile ch'è armonia, concordia, collaborazione di classe; frutto di quel rapporto fra doveri e diritti, per cui solo l'osservanza degli uni legittima l'affermazione degli altri. E quando i conflitti sanguinosi scoppiarono, determinando nuove lotte fratricide, il Papa compendiò tutta la sapienza di questa dottrina di cristiano amore in una sua celebre preghiera con cui implorava da Dio per gli uomini, che essi sapessero ripetere il Pater Noster, ricordandosi di costituire una sola famiglia e disponendosi ad avere rimessi i loro debiti come ciascuno di essi li rimetteva ai propri debitori.
Questo cenno biografico non può chiudersi, per non restare incompleto, senza gettare uno sguardo a quel che particolarmente riguarda l'Italia, ove l'opera della S. Sede se ha ognora singolari ripercussioni, ne ebbe di specialissime con B. XV e per la sua importanza e per le peculiarità del momento. Aperta ognora la "questione romana" cui il Pontefice, come i suoi predecessori, si era riferito rinnovando esplicitamente le tradizionali proteste, egli ne trovò tuttavia superate le primiere asperità politiche per le provvidenze di Pio X, che tolto di fatto il non expedit e reclamando la libertà e l'indipendenza della S. Sede senza pregiudiziali temporalistiche, aveva indotto a concordia le correnti dei cattolici divergenti in proposito, e a più sereno giudizio tutti i settori politici. Se non che la grande guerra, come quella del 1911 per la conquista italiana in Libia, aveva dimostrato la necessità di una soluzione. L'episodio della occupazione di palazzo Venezia (1916) da parte dello Stato italiano che considerava pegno di guerra la sede di un'ambasciata presso il Vaticano e, prima, l'esodo a Lugano dei rappresentanti diplomatici presso il Papa delle Potenze in guerra con l'Italia (1915), non furono se non i due sintomi più significativi delle complicazioni che la situazione, già insostenibile in pace, andava creando, per troppi aspetti, durante una guerra di simili proporzioni. Basti pensare ai rapporti del governo centrale della Chiesa sedente nella capitale di uno Stato belligerante, con nazioni a questo nemiche, e al magistero stesso del Papa per la moralizzazione della guerra e per l'opera di pace accusato volta a volta, a seconda delle opposte critiche delle parti in conflitto, di parzialità o di ostilità verso l'Italia e i suoi alleati. B. XV, pur non cessando di cogliere dagli avvenimenti la opportunità per richiamare l'attenzione dell'Italia e del mondo sulle inoppugnabili rivendicazioni della S. Sede, lo fece tuttavia ribadendo la possibilità e la fiducia di intese risolutrici, e persino attenuando, a favore di un più sollecito avvento della pace internazionale, qualsiasi nuova emergenza del dissidio fra il papato e l'Italia. Il card. Gasparri, segretario di Stato, in una intervista concessa al Corriere d'Italia il 28 giugno 1915, dichiarandosi interprete del pensiero del Pontefice affermava che la S. Sede attendeva "la sistemazione conveniente alla sua situazione non dalle armi straniere ma dal trionfo di quei sentimenti di giustizia che augura si diffondano sempre più nel popolo italiano in conformità del verace suo interesse». L'impressione
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di queste affermazioni, riusci tanto più viva in quanto era noto che la Germania e l'Austria, se vittoriose, avrebbero portato alla Conferenza della pace la soluzione della "questione romana" e che, lo stesso Governo italiano, temendo influenze in questo senso, era nettamente ostile a qualsiasi intervento del Papa per la pacificazione del mondo cui B. XV consacrava ogni suo intento e fatica. Tale impressione spiega come, durante la Conferenza di Versailles, mons. Cerretti, segretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari, potesse a Parigi sottoporre al Presidente del Consiglio e capo della missione italiana alla conferenza stessa, un disegno di risoluzione del conflitto fra Stato e S. Sede in Italia e come l'on. V. E. Orlando l'avesse accettato (1919). Spiega come il disegno, troncato dalle dimissioni del Gabinetto, fosse ripreso dal nuovo capo del governo F. Nitti (il quale già aveva avuto occasione di scambi di idee in proposito con alti prelati) e per trattative dirette con il card. Gasparri (1920); spiega infine come fosse possibile d'altra parte, il sorgere e l'affermarsi saldamente nel 1920 di un partito di cattolici italiani e del suo forte gruppo di deputati nel Parlamento, senza riserve del Papa. Egli distinse infatti, parlando al convegno delle Giunte diocesane d'Italia nel 1919, l'Azione Cattolica, da lui riorganizzata e riunita sin dal 1915, dalle "azioni di cattolici " nel campo economico e politico siccome lecite, raccomandabili, tenute ad ispirarsi ai sommi principi della religione, della morale, della scuola sociale cattolica, ma proprie delle responsabilità dei cittadini senza coinvolgere quelle della S. Sede e della Chiesa. Finalmente tolse esplicitamente il divieto vigente dal 1870 pei sovrani cattolici di venire a Roma, affinché nulla alla S. Sede, potesse imputarsi di ostacolo o difficoltà ai contatti e alle intese tra gli Stati dopo la crisi bellica, nell'interesse della pace e della concorde cooperazione dei popoli. Si trattava di un altro non expedit di portata internazionale. Abolendolo, B. XV, per l'accesso dei Capi di Stato a Roma, avrebbe potuto ripetere alla lettera le parole con cui Pio X nel Fermo Proposito giustificava la sospensione del non expedit per l'accesso alle urne dei cattolici italiani. Se la proibizione vigeva per gravissime ragioni, per ragioni «non meno gravissime" e "tratte dal supremo bene delle società" questo, come già quel veto, veniva dal Papa rimosso.
Donde ben comprensibile l'unanime riconoscimento di si longanime e benefica opera dal Papa da parte degli Italiani d'ogni corrente allorché la sua fatica terrena si chiuse per lasciarne finalmente alla storia il sereno, definitivo giudizio.
Ammalò di bronchite influenzale il 18 genn. 1922. La debole fibra non resistette. Spirò il 22 offrendo la sua vita per la pace. Aveva pontificato sette anni, quattro mesi e venti giorni. L'immane lavoro di lui, bersaglio di ingiuste critiche, di velenosi attacchi, di odi settari, già raccoglieva i frutti di una equanime, universale, ammirata estimazione. Ne era prova il fatto che egli lasciava 27 Stati rappresentati presso la S. Sede, tra i quali la Francia (1920) che aveva rotto le sue relazioni con il Vaticano al tempo di Combes; il Portogallo (1918), che vi mancava dalla proclamazione della Repubblica; l'Inghilterra (1915) che prima del '70 non aveva se non una rappresentanza consolare, e poi nessuna più; e la Cina che non l'aveva avuta mai. Confermò appieno questo crescente attestato di considerazione morale e politica il lutto mondiale che accolse la sua morte. In ogni paese, da parte di ogni fede religiosa anche non cristiana, non esclusi gli ebrei ed i musulmani, da ogni corrente
politica anche più estrema, compresi i comunisti e gli anarchici, si levò un plebiscito di cui si ebbe nobilissima eco dalle tribune parlamentari, dalla diplomazia, dai banchi di Governo, fra i Capi di Stato, con unanime omaggio, al suo genio, alla sua imparzialità, al suo amore per la verità, per la giustizia, per la fratellanza delle genti, per la pietà delle loro sventure. Di quel che di bene ne venne alla civiltà, nulla torna più significativo della letterale citazione che della «Nota ai Capi di Stato" fece il presidente dell'Assemblea della Società delle Nazioni, Giuseppe Motta, il 3 ott. 1924, asserendo che «se l'umanità perverrà un giorno forse ancora lontano, a sopprimere la guerra, è al sistema dell'arbitrato, come fu proposto da B. XV, che essa dovrà questa conquista d'incomparabile valore». Del prestigio che ne ebbe la Chiesa, disse lo storico L. von Pastor lo stesso anno : «B. XV, l'abilissimo diplomatico, fu l'unico forse che poté signoreggiare le gravi situazioni della guerra mondiale. Egli guidò la navicella di Pietro con tanta sicurezza attraverso i flutti burrascesi che ingoiarono tre imperi, che alla sua morte il prestigio della S. Sede era accresciuto presso tutte le nazioni. Ciò che avvenne in gran parte anche per merito della grandiosa opera di carità che egli volse a favore dei popoli gravemente colpiti d'Europa». A corona di tali testimonianze, quella di Pio XI, il quale nella prima allocuzione concistoriale affermava che il suo antecessore "governo in tal modo la Chiesa da riscuotere non solo il plauso dei cattolici, ma ancora l'ammirazione degli avversari. Mentre gli uomini si accanivano tra loro nell'odio, non mai cessando d'inculcare la pace, empi il mondo dei benefici della sua carità. La sua memoria pertanto rimarrà in benedizione ".
Durante il suo pontificato B. XV promosse all'episcopato i due suoi successori Achille Ratti il 6 giugno 1919 inviandolo poi visitatore apostolico e quindi nunzio in Polonia e conferendogli infine la sacra porpora, ed Eugenio Pacelli il 23 apr. 1917 consacrandolo di sua mano il 13 maggio e inviandolo nunzio in Baviera e poi in Germania. Creò 32 cardinali, 8 sedi arcivescovili, 26 vescovili, 3 abbazie e prelature nullius, a delegazioni apostoliche: in Albania e in Giappone, 28 vicariati apostolici, 8 prefetture apostoliche.
Nella sua iconografia primeggiano il ritratto così detto di Einsiedeln, dipinto da Giorgio Szoldatich, la ricordata statua di Costantinopoli scolpita da Pietro Canonica, cui si deve pure il monumento sepolcrale in S. Pietro nella cappella della Presentazione e l'alto rilievo in bronzo di Carlo Barberis, sulla tomba nelle grotte vaticane.
Bibl.: G. Armand d'Agne, Benalt XV et le confit européen, Parigi 1916; P. Quirico, Car paternum (Storia documentata dell' opera di B. XV durante la guerra), Roma 1918; H. Le Flock, La politique de Benolt XV, Parigi 1920; O. Cavara, Un curioso ira i Grandi dello Chieus: B. XV, Milano 1920; In mortem B. XV, in AAS, 14 (1922), pp. 53-92; Sergius, Le Pape d'hier, le Pape d'aujourd'hui, B. XV, Parigi 1922; E. Rosa, Vol. indice della "Storia Universale della Chiesa", di Hergenröther, Roma 1923, pp. 912 932; G. Marcezzi, L'opera sociale del Papato in un secolo da Pio VII a B. XV : J. Müller, Das Friedeumerk der Kirche, 1927; F. Vistalli, B. XV, Roma 1928; E. Vercesi, Tre Papi, Milano 1929; G. Semeria, I miei quattro Papi, Amatrion 1932; G. B. Migliori, B. XV, Milano 1932; F. Crispalti, Pio IX, Leone XIII, Pio X, B. XV, ivi 1932; F. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, III, Monaco 1935; M. Di Pietro, B. XV, Milano 1941; Assemblea Costituente, seduta del 10 marzo 1947, pp. 1941-42; e seduta pom. del 18 marzo 1947, pp. 2258-67. Giuseppe Dalla Torre
BENEDETTO di S. Andrea. - Monaco cronista nel monastero di S. Andrea in flumine nella regione del Monte Soratte, fiorì nella seconda metà del
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sec. x. E autore di una Cronaca del suo monastero e della regione circostante, che ci è pervenuta incompleta, mancando di principio e di fine, e mutila anche nel mezzo, nell'unico codice che la conserva (Bibl. Chigi, F. IV. 75). Così, come ci resta va dal regno di Giuliano l'Apostata all'anno 973. Incolto nell'espressione, trascurato nella narrazione e nell'uso delle fonti, contiene tuttavia notizie importanti sulla storia della città di Roma nel sec. x, e su avvenimenti e persone a lui contemporanee.
BibL.: La cronaca fu pubblicata per la prima volta imperfettamente da G. H. Pertz, in MGH, Script., III, pp. 695-719 e di B in PL 139, 9-30; edizione completa con lungo studio introduttivo di G. Zucchetti, Il Chronicon di Benedetto monaco di S. Andrea del Socrate (Fonti per la storia d'Italia, 55). Roma 1920, pp. 6x-260; L. Colini-Baldeschi, La Cronaca di Benedetto da S. Andrea, Ascoli Piceno 1890; A. Potthast, Bibliotheca histor. M. Aesci, I, Berlino 1896, p. 144. Alberto Ghinato
BENEDETTO da Urbino, beato. - Cappuccino, al secolo Marco Passionei, n. a Urbino il 13 sett. 1560, m. a Fossombrone (Marche) il 30 apr. 1625. A soli 22 anni conseguiva la laurea in ambo i diritti a Padova; l'ir maggio 1584 , si ritirava tra i Cappuccini a Fano, divenendo esempio perfetto di virtù religione. Scelto da s. Lorenzo da Brindisi quale compagno nella sua celebre spedizione apostolica tra i luterani di Germania, non si risparmiò stenti e patimenti d'ogni sorta. Ritornato in patria, consacrò gli ultimi anni della sua vita all'educazione della gioventú. Fu beatificato da Pio IX, il 15 genn. 1867. La sua festa si celebra il 30 apr.
BibL.: E. da Montezano, Vita del b. B. da U., Roma 1867; Aureola Serafica, II, Quaracchi 1900, p. 178; L. Waddinx, Annales, XXVI, ivi, ad annum 1623, n. 100; C. Ortolani, Santità francescano-picena, Pesaro 1932, p. 29. Giuseppe,Sanità
BENEDETTO BISCOP (Baducing), santo. - Abate di Wearmouth-Jarrow, n. nella Northumbría da nobile stirpe anglosassone verso il 628 , m. il 12 genn. del 690 .
B. servì nella corte del re Oswiu (Oswy) fino all'età di 25 anni. Di ritorno da un viaggio a Roma (653) col figlio del re, invece di rientrare in patria, si fermò in Provenza, facendosi benedettino nel monastero di Lerino. Alcuni anni dopo (665-67), tornò di nuovo a Roma, e dal papa Vitaliano ebbe l'incarico di accompagnare in Inghilterra il nuovo arcivescovo di Canterbury, Teodoro di Tarso, con l'abate Adriano. Giunti colà, Teodoro lo trattenne ancora presso di sé, facendolo abate del monastero di S. Pietro (668). Trascorsi due anni, B. rinunciò all'abbazia in favore di Adriano, ed intraprese un terzo pellegrinaggio a Roma (670). Ne ripartì carico di codici che, uniti a quelli già radunati a Vienne, trasportò in Inghilterra insieme con grande quantità di reliquie di martiri. Ma, essendo morto il re dei Sassoni occidentali, Coinualch, suo amico e benefattore, si diresse verso la sua terza natale, e si presentò al re della Northumbria, Egfrid (figlio e successore di Oswiu), che subito guadagnò alla propria causa.
Avuta da lui in dono della terra presso le foci del Vyri (Were o Wear), B. mise mano, nel 674, al monastero di Wear-mouth (bacca del Wear), dedicandolo a s. Pietro apostolo. Iniziata la fondazione, si recò in Francia in cerca di caementarii e di altri artisti; venne anche a Roma (678), riportandone «innumerabilem librorum omnis generis copiam ", reliquie e oggetti d'arte. In questa stessa circostanza, sollecito di dar vita ad un monastero modello, si fece concedere dal papa Agatone l'abate Giovanni, archicantor della basilica di S. Pietro, per dare impulso al canto e
alla liturgia romana (cf. Beda, Hist. Eccl., IV, 18). Dal Pontefice ottenne altresi un diploma o epistola privilegii, per garantire la libertà del monastero : privilegio confermato poi in pubblica assemblea dal re e dai vescovi (cf. Jaffé-Wattenbach, I, 2106).
Ricevuta altra terra in dono dal sovrano, poco più a nord, alla foce del Tyne, B. vi fondo, nel 68r-82, dedicandolo a s. Paolo (ad imitazione di Roma), il monastero di Jarrow, il cui nome è legato a quello di s. Beda. Essendo vicini, i due monasteri erano considerati come un'unica comunità in due case. Preposti Ceoftrido a Jarrow ed Eastervine a Wearmouth, B., volendo provvedere degnamente all'arredamento del nuovo monastero, intraprese un scoto viaggio per Roma (684), riportandone grande quantitá di libri e di pitture "de concordia Veteris et Novi Testamenti", della S.ma Vergine e dell'Apocalisse, le quali, vera Biblia pauperum, ornando la chiesa di Jarrow fossero di istruzione ai fedeli.
Ma grande fu al ritorno il suo dolore nel trovare morto il re e devastati da epidemia i due monasteri. Senza perdersi di coraggio, reclutò nuovi soggetti e continuò la decorazione delle chiese. Alla fine, una paralisi progressiva lo immobilizzò a letto per un triennio: a ca. 72 anni, dopo aver raccomandato con speciale sollecitudine ai suoi monaci la biblioteca "quam de Roma nobilissimam copiosissimamque advecserat", santamente mori. B., le cui opere ha una grande importanza nella storia della cultura, fu presto venerato. Beda compose un'omelia «in natali s. Benedicti episcopi" (PL 94, 224-28). Il Martirologio romano lo commemora il 12 genn. I Benedettini inglesi lo onorano come loro patrono.
BibL.: Beda, Historia Ecclesiastica Gentis Anglorem e Vita Abbatum, ed. C. Plummer, 2 voll., Oxford 1896; J. Bettinger, Weremantic-Jarrow und Rom im VII. Jahrhundert, in Der Katholik, 3^{4} serie, 23 (1901, 11), pp. 193-209; F. Cabrol, L'Angleterre chrétienne, 2^{4} ed., Parigi 1909, pp. 140-43; T. Bucherez, Benedikt Biscop als Pionier römisch-christlicher Kultur bei den Angelsachsen (Dissert. dattilogr.). Heidelberg 1923; T. Allison, Benedict Biscop, in The Church Quarterly Review, 107 (1928), pp. 57-79; Martyr, Romanum, p. 18; E. Sh. Duckett, AngloSaxon Saints and Scholars, Londra-Nuova York 1947 (cf. Rev. d" hist. eccl., 42 [1947], p. 609). Igino Cecchetti
BENEDETTO, GIOVANNI, ISACCO, MATTEO e CRISTINO, detti anche i cINGUE FRATELI POLACCHI, santi. - B., beneventano, dapprima prete, canonico e monaco, si diede poi a vita eremitica sul Socrate e quindi nei pressi di Montecassimi, finché, unitosi a s. Romualdo, andò con lui a Ravenna. Allorché, nel roor, Ottone III volle preparare l'organizzazione ecclesiastica della Polonia e estendere l'evangelizzazione alle terre slave ancora pagane, Bruno di Querfurt segnalo al giovane imperatore il santo asceta italiano, ed Ottone persuase B. a fondare in Polonia una comunità di eremiti missionari.
Con B. andò uno dei suoi compagni di devozione a Ravenna, G., e sui luoghi dove doveva svolgere il suo ministero si unirono a lui due polacchi, I. e M. Confortato dallo zelo del duca Boleslao, B. esercitò con i compagni la sua missione per alcuni mesi, mentre Bruno di Querfurt evangelizzava l'Ungheria orientale. Sospettati latori di grosse somme, che invece avevano restituito al duca, B. ed i suoi, e con loro il cuoco C. (o Cristiano) che invano era accorso in difesa, furono nella notte dal io all'11 nov. 1003 truoidati da alcuni malviventi. Per intervento del vescovo di Poznan, Unger, essi furono seguiti nella loro chiesa. Ben presto intorno alle tombe si ebbero miracoli e visioni, in conseguenza dei quali il duca, fatta grazia della vita agli assassini li legò
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(fot. Anderson)
Benedetto Giuseppe Labre, santo - Ritratto dipinto da A. Cavallucci (1752-93) - Roma, galleria nazionale d'arte antica.
come servi alla custodia del sepolcro delle loro vittime che ebbero subito culto pubblico come martiri.
Nel 1038 il duca Bretislao di Boemia, che si era già impadronito del corpo di s. Adalberto, disseppelli e recò ad Olmütz anche le spoglie dei «cinque fratelli», come si cominciò presto a chiamarli. La conferma del loro culto per parte di Giulio II è un'invenzione del sec. xvir. Il Martirologio romano li ricorda al 12 nov., giorno della loro deposizione.
Bibl.: Bruno di Querfurt, Vita quingue fratrum, ed. R. Kade, in MGH, Script., XV, pp. 716-38 (cf. ed. W. Kentrzynsky, in Monumenta Poloniae Historica, VI, Cracovia 1893, pp. 388-428); S. Pier Damiani, Vita Sancti Remoaldi, capo. 27-28: PL 144; Martyr. Romanum, pp. 515-16. Pier Fausto Palumbo
BENEDETTO GIUSEPPE LABRE, santo. - N. ad Amettes (Artois) il 26 marzo 1748. A dodici anni fu inviato ad Erin, presso uno zio sacerdote, e li maturò l'idea di entrare nella grande Trappa di Mortagne in Normandia. Contrariato dallo zio e dalla famiglia, chiese alle Certose dell'Artois di essere accolto in prova; ma non trovò che repulse. Tornato nel primo proposito, si recò a piedi nell'autunno del 1767, alla grande Trappa in Normandia, ma non vi fu accettato. Dopo altri rifiuti fu finalmente ammesso come probando nell'abbazia cistercense di Sette Fonti, nel Borbonese. Dovette uscirne, dopo pochi mesi, perché assalito da indicibili tormenti spirituali e in preda ad uno sfinimento che faceva temere della sua vita. Rimessosi alquanto in salute intraprese, nel luglio del 1770, il viaggio in Italia, avendo per meta Roma. Chiara e sicura gli fu allora rivelata la sua vocazione di pellegrino ai santuari d'Italia e d'Europa. Entrato in Piemonte, scrisse da Chieri una lettera ai genitori, che costituisce il suo testamento e reca il suo ultimo saluto. Fu a Loreto, ad Assisi, e quindi a Roma il 3 dic. di quell'anno. Ripartito da Roma dopo le feste di Pasqua, ripassò a Loreto, scese nelle Puglie, nel regno di Napoli, in Sicilia. Valicate le Alpi, passò per la Germania, la
Francia, la Spagna. Riapparve in Provenza, quindi risalì il Rodano, sino a Nancy; ridiscese e traversò la Svizzera, e visitò il santuario di Einsiedeln. Rientrato in Italia, giunse per la Pasqua del 1774 a Roma. Qui visse quasi ininterrottamente il restante della vita; dopo il 1777 non se ne allontanò che per gli annuali pellegrinaggi a Loreto, al tempo di Pasqua. Fu devoto principalmente delle Quaranta Ore: fra le chiese che visitava a Roma, la preferita era quella della Madonna dei Monti. Ridotto nell'assoluta indigenza, mori il 16 apr. 1783. Dopo tre giorni di trionfali onori e di straordinari miracoli, la sera di Pasqua fu sepolto nella sua chiesa preferita dove ancora oggi si venerano le sue spoglie.
Pio IX lo beatificò il 7 maggio 1860 , e Leone XIII lo canonizzò l'8 dic. 188 r . La sua festa si celebra il 16 apr.
Bibl.: A. M. Coltraro, Vita di s. B. L., Roma 1881; I. Mantenay, S. Benali L., Parigi 1924; A. de la Gorce, Un pauvre qui trouva la joie: s. Benali L., ivi 1933; F. Gaquère, Le saint de Jésus-Christ, Beuolt-Joseph L., Avignone 1937; Martyr. Romanum, p. 141; L. Bracaloni, Il Santo della strada: B. G. L., Roma 1946. Lorenzo Bracaloni
BENEDETTO dei GRAZZINI, detto da RoVEZZANO. - Scultore, n. a Campale (Pistoia) nel 1474, m. a Vallombrosa nel 1552 ca. Formatosi nel gusto divulgato da Benedetto da Maiano, risolse con vivace plasticismo le sue composizioni le quali, peraltro, non raggiunsero mai un chiaro equilibrio formale per l'effetto dispersivo dell'esuberante decorativismo.
Sua prima opera certa è la cantoria del S. Stefano di Genova (1499); nel 1509 scolpì la base per il David bronzeo di Michelangelo, nel 1510 la tomba di Pier Soderini (chiesa del Carmine in Firenze). La sua opera più significativa è il sepolcro di s. Giovanni Gualberto (1505-15) ora frammentario, nel cenacolo di S. Salvi e nel museo Nazionale di Firenze. In Inghilterra, nel 1525 , scolpì per l'abbazia di Westminster il monumento sepolcrale di Enrico VIII e la tomba del card. Wolsey di cui rimangono solamente quattro candelabri e il sarcofago inserito nel monumento a Nelson nel S. Paolo in Londra.
Bibl.: Schottmüller, s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 314316 (con bibl.); G. De Nicola, Recenti acquisti del Museo naz. di Firenze, in Boll. d'arte, 1916, pp. 1-3: A. Venturi, VIII, pp. 163-67.
Elsa Gerlini

(fot. Allinari)
Benedetto dei Grazzini - Particolare del sepolcro
di a. Giovanni Gualberto - Firenze, S. Salvi.
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BENEDICAMUS DOMINO. - Formula adoprata alla fine della messa in luogo dell'Ite missa est nelle domeniche e ferie di Quaresima e di Avvento, nelle vigilie e nei giorni nei quali si omette il Gloria, nonché alla fine delle ore canoniche dopo l'Oremus.
Mentre l'Ite missa est (v.), solenne annunzio del licenziamento del popolo dopo la messa, è d'origine romana, il B. d. è probabilmente di origine gallicana. Infatti, le fonti della liturgia romana non lo conoscono prima del Mille. Nella metà del sec. xir appare nell'Ordo eccl. Lateranensis, sia nell'ufficio, come nella messa. Ma già durante il sec. xi si venne ad una soluzione di mezzo fra le due formole e il b. d. entrò solo nelle messe senza Gloria. I liturgisti medievali ne trovarono ben presto anche ragioni simboliche e mistiche. Il Requiescent in pace della messa per i defunti appare soltanto nel sec. xir.
BibL.: J. A. Jungmann, Missarum sollemnia, II, Vienna 1948, pp. 523-29. Silverio Mattei
BENEDICTUS. - Cantico che Zaccaria pronunziò alla nascita del figlio Giovanni il Precursore (Lc. 1, 67-79), cosi denominato dalla prima parola nella versione latina. Può essere diviso in due parti : la prima (vv. 68-73) contiene una lode a Dio: 1) per aver egli già cominciata l'opera della redenzione (vv. 68-69); 2) per la sua fedeltà nell'adempimento delle promesse (vv. 70-75). La seconda (vv. 76-79) è dedicata al fanciullo di cui viene detto: 1) che sarà il precursore del Messia (v. 76); 2) che il suo ufficio sarà di annunziare la salvezza messianica (v. 77); 3) che causa di tale salvezza è la misericordia di Dio (vv. 78-79).
Per la sostanza, il B. è modellato sulle profezie del Vecchio Testamento; esso tuttavia è una profezia strettamente detta solo nei vv. 76-77. Sono state rilevate somiglianze con la preghiera giudaica detta S̆tvohneh 'eiréh. L'autenticità del B. è legata al valore storico del Vangelo dell'Infanzia (v.). La sua alta antichità risulta dallo stesso contenuto, che non si sofferma a descrivere la persona del Messia e la sua carriera umana.
Domenico Trianglio
BENEDIZIONALE. - Libro che conteneva i formulari da usarsi per le varie benedizioni. Una prima raccolta di esse si trova in Oriente nel Sacramentario di s. Serapione di Thmuia (F.X.Funk, Didascalia et Constitutiones Apostolorum, II, Paderborn 1905, p. 163 sgg.), poi negli Euchologion dei greci. In Occidente il più antico è probabilmente quello del Cod. 6430, usato nella chiesa di Frisinga redatto ad Autun nel sec. viI (G. Morin, in Rescue Bénédictine, 29 (1912), pp. 168-94). L'appendice di Aleuino al Gregoriano ne dà altre formole, ed in molti sacramentari antichi dopo il prefazio si trova una collezione di benedizioni (L. Delisle, Anciens Sacramentaires, p. 87). Fra le più note collezioni sono il B. di s. Gregorio Magno (F. A. Zaccaria, Bibliotheca Ritualis, I, Roma 1776, p. 158), il B. Aethelwoldi vescovo di Winchester (983984) che contiene formole per 116 feste (ed. G. F. Warner e H. Wilson, Oxford 1911), quello dell'arcivescovo Roberto (sec. x; ed. H.A. Wilson, Londra 1903), che contiene anche altre funzioni sacre da celebrarsi dal vescovo, quello di Canterbury (sec. xi), già unito al pontificale (ed. R.M. Wooley, Londra 1917), il B. iuxta ritum Ecclesiae Aurelianensis (Orléans 1696), l'Obsequiale sive B. Pragense (Praga 1585); cosi pure l'estratto dal pontificale della chiesa di Reims che contiene le Benedictiones Episcopales (U. Chevalier, Sacramentaire et Martyrologe de l'Abbaye de StRemy, Parigi 1900, pp. 306-15). Spesso i b. erano ornati da preziose miniature rappresentanti il rispettivo rito di benedizione. Oggi i b. sono contenuti nel
rituale, pontificale e messale e non si stampano più separatamente.
BibL.: J. Baudot in DACL. II, coll. 727-41; Ph. Oppenheim, De libris liturgicis doque iure ex eis manante, Torino-Roma 1940, pp. 63-69, con bibl.
Filippo Oppenheim
BENEDIZIONE. - Nel suo significato liturgico è un rito eseguito da un ministro sacro, per il quale, con l'invocazione del nome di Dio, si conferisce o si chiede un qualche bene. Secondo una definizione di s. Ambrogio (De Patriarchis, II, 6) la b. è : sanctificationis et gratiarum votiva collatio.
I. Natura della b. - Elementi essenziali della b. sono: il ministro, che benedice, la materia che è oggetto della b., la forma, ossia le parole che si usano nel benedire. Il rito può consistere in un semplice segno di croce, con o senza la recita di certe formole deprecatorie, l'aspersione dell'acqua benedetta o l'unzione di oli santi. La b. appartiene a quella classe di riti che vengono chiamati Sacramentali (v.).
Nella S. Scrittura abbiamo la b. di Dio (Gen. 1, 22, 28), dei re (ibid. 14, 19), dei patriarchi, dei genitori (ibid. 9,26). Nel Vangelo si leggono le b. di Gesù ai cibi, ai suoi ed ai bambini (Mt. 14, 19; Lc. 24, 30; Mc. 10,16). Gli Apostoli seguirono l'esempio di Gesù. Una formola di b. usata da s. Paolo alla fine della II Cor., è passata nella liturgia orientale e si trova nella Constitutiones degli Apostoli (VIII, 12, 4). Nella Chiesa si svilupparono riti e formole di b., nel culto e fuori di esso, fin dal sec. i. Le preghiere della b., già da tempi antichissimi, erano accompagnate dal segno della croce. Cosi negli scritti dei Padri dei primi secoli si parla di b. dei vescovi e dei sacerdoti a persone e cose; similmente nei canoni di un Concilio di Cartagine del 233 si prescrive la b. dell'acqua per il Battesimo e si ripete che il benedire è uno degli uffici del sacerdote. Nel medioevo si aumentarono i formulari delle b. specialmente nella liturgia franco-romana, che rispecchiano più o meno l'erudizione teologica, liturgica e linguistica degli autori. Sono conservati in gran parte nei sacramentari, particolarmente nel Gelasiano e nel Gregoriano. D'un valore speciale per la storia liturgica sono le Benedictiones episcopales veterogullicause, che fin dal sec. v-vi si davano durante la Messa fra il Pater noster e la Comunione. Il grande numero di queste formole è una delle fonti più abbondanti e preziose del medioevo per la conoscenza del culto e della cultura dei vari paesi. Il loro uso entrò anche nella liturgia romano-carolingia, come da antichi tempi era nelle liturgie orientali di s. Gregorio, s. Cirillo, s. Basilio, ecc., e fu ritenuto fino a poco prima della riforma del Pontificale romano di Leone X. Pio V l'aboli, ma qualche diocesi, p. es. Autun, lo conserva ancora. Per queste b. nel medioevo si usò spesso un libro speciale, il Benedizionale (v.). In genere i libri liturgici anche più antichi contengono formole di b. per le più svariate circostanze.
I più antichi formulari si trovano nelle Costituzioni degli Apostoli e, già raccolti, nel Sacramentario di s. Serapione. Un'antica b. per la porta di una casa è contenuta in un papiro pubblicato in PO 18,440 .
Alla fine del medioevo sopravvennero degli inconvenienti nella compilazione dei vari formulari, come abbondanza o mancanza di ortodossia teologica e di buon gusto letterario, idee leggendarie o magiche, ecc. Una riforma si rese possibile solo dopo l'invenzione della stampa, quando i vari testi furono più facilmente accessibili, e perciò ne fu agevolata la selezione. Un primo tentativo fu la riforma imposta il 9 luglio 1548 dall'imperatore Carlo V. Più efficace però e più universale fu quella ottenuta con l'edizione ufficiale del Rituale fatta da Paolo V nel 1614.
II. Ministro della b. - Ministro legittimo della b. è il chierico, che ne ha ricevuto il potere e cui non è stato proibito di esercitarlo dalla autorità ecclesiastica competente (CIC, can. 1146).
Restano pertanto esclusi gli uomini che non sono chierici, ad es. i catechisti; e tutte le donne, anche le badesse. Però non ogni sacerdote può impartire tutte le
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b., perche alcune sono riservate al Papa, altre al vescovo, al parroco, ai religiosi o ad altri (CIC, can. 1147, § 2). Una b. data contro questa norma è illecita, ma valida, eccetto che la S. Sede abbia disposto altrimenti (can. 1147, § 3). Le b. sono invalide, se non si usa la formula prescritta dalla Chiesa (can. 1148, § 2).
Oltre alla formula, il Ministro della b. deve essere vestito almeno di cotta e stola del colore stabilito, e le rubriche, che accompagnano i formulari, devono essere osservate fedelmente.
III. Soggetto della b. - Sono le persone e le cose. Da notare che, quantunque le b. siano destinate' prima di tutto ai cattolici, tuttavia si possono dare anche ai catecumeni, e anche ai non cattolici (purché la Chiesa non lo vieti esplicitamente), per ottenere ad essi la luce della fede o insieme con questa anche la salute corporale (can. 1149).
IV. Effetti della b. - Sotto questo aspetto le b. si possono dividere in consacrative o costitutive e invocative. I) Le b. costitutive imprimono alla persona o alle cose una specie di carattere sacro, togliendole agli usi puramente profani e destinandoli in un modo o nell'altro al culto divino (p. es. la b. di una chiesa, di un oratorio, dei vasi sacri). 2) La b. invocativa domanda a Dio un particolare bene spirituale o temporale (p. es., la b. della tavola, dei campi, delle nozze, delle macchine). Le b. derivano la loro efficacia dalle preghiere della Chiesa; quelle costitutive ottengono infallibilmente il loro effetto; per quelle invocative, soprattutto quando si tratta di beni temporali, l'effetto è subordinato alle disposizioni del soggetto e all'ordine della divina Provvidenza.
V. B. impartite dal Papa. - Si chiamano b. apostoliche, perché la liturgia e il popolo cristiano riserbavano il nome di apostolo a s. Pietro e al suoi successori. I Papi impartiscono la loro b. con le prime tre dita della mano destra distese (simbolo delle tre Persone della SS. Trinità) e le altre due ripiegate. Le b. apostoliche sono varie:
i. B. ordinarie o comuni. - Quelle impartite in forma privata, al termine delle Cappelle papali, delle funzioni liturgiche, dopo un'udienza; o nella formula iniziale o finale dei documenti pontifici, diretti a persone del clero o del laicato, con le parole: salutem et apostolicam benedictionem.
2. B. Urbi et Orbi. - Quella che il Papa impartisce in forma solenne, estendendola al mondo intero, in determinate occasioni, ad es. il giorno della elezione, della incoronazione, dopo i pontificali più solenni, dalla loggia esterna della basilica vaticana o di altre basiliche romane. Fino al 1870 , i Papi solevano impartirle quattro volte all'anno: il Giovedi Santo e la Pasqua dalla loggia di S. Pietro; l'Ascensione della loggia di S. Giovanni in Laterano, l'Assunta dalla loggia di S. Maria Maggiore. Leone XIII, Pio X e Benedetto XV, in segno di protesta per la situazione creata alla S. Sede dalla presa di Roma, la diedero solo nell'interno della basilica di S. Pietro; Pio XI ripristinò l'usanza internessa da oltre 60 anni in occasione dell'Anno giubilare 1933-34 (Cf. La Civ. Cattolica, 1933, II, pp. 293-95). Generalmente è ad essa congiunta servatis servandis, l'indulgenza plenaria. La quale, per il decreto 15 giugno 1939, può lucrarsi, alle consuete condizioni, anche da coloro che la ricevono per trasmissione radiofonica (AAS, 31 [1939], p. 277).
3. B. papale. - E quella che i vescovi e i sacerdoti possono impartire in nome del Papa e per sua delegazione. Essa importa l'indulgenza plenaria sia per chi la dà (S. Congreg. delle Indulg., 20 maggio 1896) sia per i presenti, confessati e comunicati. Secondo il can. 914, amplificato dal decreto della S. Penitenzieria (20 luglio 1942), i vescovi possono impartirla tre volte all'anno: il giorno di Pasqua e due altri a scelta; gli abati, i prelati nullus, i vicari e prefetti apostolici due volte, in giorni solenni; i religiosi (can. 915) due volte, ma solo nelle

(Int. Appetiti)
Benedizione - S. Santità Pio XII benedicente.
loro chiese e nelle chiese delle suore o terziarie del loro ordine, non mai, però, lo stesso giorno né nello stesso luogo del vescovo.
4. B. apostolica occasionale. - E quella che si ottiene in occasione di congressi, di matrimoni, ecc., rivolgendone domanda alla Segreteria di Stato del Vaticano.
5. B. apostolica in articulo mortis. - E quella che, con annessa l'indulgenza plenaria, si dà al malato in pericolo di morte, anche non imminente. Secondo il can. 468, hanno il potere di impartirla i parroci o qualunque sacerdote che assista il moribondo. L'indulgenza, per volontà della Chiesa, vale per l'istante della morte; non può quindi essere reiterata durante la stessa malattia. I Papi sogliono applicare questa b. a crocifissi e ad altri oggetti di pietà.
VI. B. impartita dal vescovo. - 1) Al vescovo, come pastore, spetta di benedire il proprio gregge, il che suole fare in maniera solenne o durante o al termine della messa pontificale, annunciando anche un'indulgenza parziale e facendola precedere da una formola di assoluzione. Lo stesso suole fare al termine di un'assistenza pontificale alla messa o di altre ufficiature da lui celebrate o alle quali ha assistito. 2) Il Pontificale contiene poi, tutta una serie di b. riservate all'ordinario; principali : la b. di un abate o di una badessa, di un re o di una regina, delle vergini, della prima pietra di una chiesa, dei vasi e paramenti sacri, del tabernacolo, delle campane. La b. degli olii santi è inclusa nelle cerimonie del Giovedi Santo. 3) Nell'appendice del Rituale, altre b. ci sono, riservate all'Ordinario, ma che egli può delegare ad altri.
VII. B. date dal sacerdote. - i. B. delle persone. Oltre alla b. impartita al termine della messa, il Rituale contiene ad uso dei sacerdoti : a) la b. per i bambini, perché crescono in età, in sapienza e in grazia, e sempre accetti a Dio; per i fanciulli o soli o in gruppo; b) per gli ammalati, con formole diverse per i bambini e gli adulti; c) per i pellegrini per il loro viaggio di andata e di ritorno e per il caso che cadessero ammalati; d) per le madri
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sia quando sono in pericolo nel momento del parto, sia dopo il parto. Sotto la legge mosaica la donna che aveva partorito, restava colpita da una impurità legale, che le impediva di entrare nel tempio (Lec.