teriori della coscienza, cogliamo una continuità ed una successione di movimento e di stati solidamente organizzati ed animati da una vita comune, in cui è tutto il nostro passato che s'ingrossa del presente (coscienza è memoria), scopriamo il nostro io profondo, cioè la nostra vita unitaria, permanente e pur sempre nuova.
La fonte inesauribile da cui sgorgano tutte le cose nel loro flusso perenne, le spirituali come le materiali, è lo slancio vitale (élan vital), un impulso (diverso dall'evoluzionismo meccanicista) che non è sostanza, ma forza producente per evoluzione sempre nuove e migliori forme. L'impulso vitale originario si dispiega dapprima nella vita vegetativa e nella vita animale, dove stanno indifferenziati e quasi addormentati l'istinto e l'intelligenza. Successivamente negli animali si forma solo l'istinto e nell'uomo si sviluppa l'intelligenza. Nell'uomo lo slancio vitale si eleva fino alla coscienza e alla libertà, ma perde l'istinto, la facoltà che conosce le cose reali (l'intelligenza, invece, conosce solo relazioni concettuali e non oggetti reali). Istinto ed intelligenza si uniscono nell'intuizione, l'unica facoltà conoscitiva e metafisica, la quale pertanto non esclude ma include l'attività riflessiva. Quando ci liberiamo dell'abitudine (e perciò l'intuizione esige un "atto di violenza" e uno sforzo laborioso) del nostro intelletto di applicare alla realtà vivente e concreta le categorie concettuali, cristallizzate come la materia inorganica su cui sono foggiate, incapaci d'intendere le forme molteplici di organizzazione e di evoluzione della vita; quando riconosciamo l'erroneità delle due ipotesi meccanicista e finalista (entrambe aboliscono l'evoluzione, la prima negando che vi sia un arricchimento e un'originalità dalla causa all'effetto e l'altra invertendo il processo causale con il concepire il fine come causa ultima), nate dall'uso degli schemi classificatori, che assimilano alla materia la natura profonda della vita e confondono processi organici e processi materiali, allora cogliamo le caratteristiche reali della vita, cioè la differenza di natura tra la materia che è inerzia, dispersione, energia depotenziata e solidificata e la vita, che è evoluzione, unità, integrazione energetica, ritmo dinamico, virtualità ininterrottamente creatrice, movimento ascendente, inesauribile.
III. Morale e religione. - Allo slancio vitale primitivo il B. dà qualche volta il nome di Dio (L'évolution créatrice, 6ᵃ ed., Parigi 1910, p. 270), ma del problema morale e di quello della religione si occupa specificamente nella sua ultima opera, Les deux sources de la morale et de la religion. Sullo schema dell'antitesi materia meccanica e slancio vitale, il B. distingue tra morale statica e morale dinamica. Della prima è propria l'obbligazione: è la morale imposta dalla società, di una vita conforme alla regola, senza iniziativa e senza sforzo. La seconda è la morale del "genio etico ", senza obblighi e restrizioni, la morale dello spirito di sacrificio e di carità, delle anime mistiche, che tracciano il movimento delle società civilizzate. Le due morali, incontrandosi, formano quella sintesi propria della umanità che si pone ad un livello determinato "più alto di una società animale, in cui l'obbligazione non sarebbe che la forza dell'istinto, ma meno di un consesso di dèi, dove tutto sarebbe slancio creatore. Considerando allora le manifestazioni della vita morale ossia organizzata, si troveranno
## Page 806
perfettamente coerenti fra loro, e capaci perciò di essere ricondotte a principi determinati. La vita morale sarà una vita razionale».
Similmente il B. distingue tra religione statica o cristallizzata e religione dinamica o creatrice. L'uomo, oltre che d'intelligenza, è anche dotato della facoltà di fabulation, che controbilancia i pericoli a cui lo espone il potere dissolvente dell'intelligenza. Dalla fabulazione ha origine la religione statica, sociale o gregaria, la quale pertanto è «una reazione difensiva della natura contro cio che potrebbe esservi di deprimente (inevitabilità della morte, scoraggiamento per l'imprevisto) per l'individuo e di dissolvente (fini egoistici) per la società, nell'esercizio dell'intelligenza ".
Ma oltre alla mitologia degli dèi, vi è la religione di Dio, di Dio creatore, la religione dinamica o interiore, con cui l'uomo rientra nella corrente dello slancio vitale. La religione dinamica è sopra-intellettuale, esperienza mistica, «singolare o privilegiata ", di pochissimi (santi ed eroi). I grandi mistici, espressione della religione dinamica, sono le anime che cessano di girare intorno a se stesse, si ascoltano, sentono dentro di sé l'indefinibile forza che le muove in avanti, Dio ed esse in Dio. L'anima è nello stesso tempo agissante et agie. Nell'azione mistica essa si unisce a Dio: sovrabbonda la vita, lo slancio, la libertà; grande è la forza di espansione e di apostolato, il desiderio di trasformare l'umanità, di trionfare della materialità. Il mistico, attraverso Dio e per Dio, ama tutta l'umanità di un amore divino. Al di sopra delle società naturali, prodotto dell'egoismo delle razze, nasce il concetto della società umana totale.
E evidente che, per la religione dinamica o mistica, il contenuto della fede (le religioni positive) è qualcosa di accidentale, che dev'essere oltrepassato e come disciolto nell'amore. Cosi pure il dogma, per il B., è la trascrizione simbolica dell'esperienza mistica. Il misticismo penetrando al di sotto dell'involucro inerte vivifica l'esperienza chiusa nelle formole dogmatiche e la rinnova. Ma in tal modo il B. nega ogni importanza al contenuto della fede e al dogma abbassato al grado di conoscenza cristallizzata, relativa, superficiale e simbolica. E questa una conseguenza del suo anti-intellettualismo, che ha il torto di non riconoscere che anche l'intelletto è vita, conoscenza profonda e metafisica. La dottrina bergsoniana della fede religiosa e del dogma è in netto contrasto con l'insegnamento della Chiesa cattolica (v. IMMANENTISMO). Alcune delle opere principali del filosofo (Essai..., L'évolution créatrice, Matthew et mémoire) furono messe all'Indice. Al cattolicesimo però il B. aveva dato, negli ultimi anni della vita, la sua adesione morale, senza, tuttavia, per ragioni, come sembra, contingenti, giungere al Battesimo.
BibL.: R. Gillouin, La philos. de M. H. B., Parigi 1911; A. Farges, La philos. de M. H. B., ivi 1912; E. Le Roy, Une philos. nouvelle: H. B., ivi 1912; J. Maritain, La philos. bergsonienne, ivi 1914; H. Höffding, La philos. de B., ivi 1916; F. Pentimalli, E. B., Torino 1920; F. Olgiati, La filos. di E. B., ivi 1921; F. D'Amato, Il pensiero di E. B., Città di Castello 1921; P. Serini, B. e lo spiritualismo francese nel sec. XIX, Napoli 1923; J. Chevalier, B., Parigi 1926; B. et bergsonisme, in Archives de Philosophie, 17 (1948) (raccolta di notevoli studi di vari autori); G. Ceriani, H. B., in La Scuola Cattolica, 49 (1941), pp. 113-26 e 243-49; F. M., H. B. è morte cattolico?, ibid., pp. 237-38; H. Husson, L'intellectualisme de B., Parigi 1947; L. Adolphe, La philos. religieuse de B., ivi 1947; H. Gouhier, Maine de Biran et B., ivi 1948 ,
Michele Federico Sciacca
BERINGER, Franz. - Gesuita tedesco, canonista, n. a Magonza il 30 maggio 1838, m. a Roma il 23 genn. 1909. Sacerdote nel 1854, dopo gli studi
compiuti a Roma nel collegio Germanico fu per alcuni anni segretario del vescovo di Magonza, Emmanuele v. Ketteler.
Entrato nella Compagnia di Gesù (1879), fu chiamato nel 1883 a Roma per aiutare il p. F. Ehrle, futuro cardinale, nella edizione del Commentarius in Aristotelent del p. S. Mauro (4 voll., Parigi 1885-87) e della Stemma philosophica del p. C. Alamanni (2 voll., Parigi 1885-88). Consultore molto attivo della S. Congregazione delle indulgenze (1888), pubblicò, riveduta, la raccolta del p. J. Schneider: Rescripta authentica nonum summa in indulgentiorum (Batisbona 1895); rifuse completamente il manuale delle indulgenze di Maurel-Schneider, che dalla 10ᵃ edizione in poi (1893) uscì sotto il suo nome e divenne classico: Die Ablässe, ihr Wesen und Gebrauch (la 13ᵃ ediz. a cura del p. P. A. Steinen, Paderborn 1921). L'opera fu dichiarata autentica dalla stessa Congregazione delle indulgenze. Il B. pubblicò pure De congregationibus moriamis documenta et leges (Graz 1909).
BibL.: L. Koch, s. v. in Jesuiten-Lexikon, Paderborn 1924, coll. 192-96. Edmondo Lamalle
BERINGTON, Joseph. - Teologo, n. il 16 genn. 1743 a Winsley, m. il 1^{°} dic. 1827 a Buckland (Berkshire). Da giovane studiò al collegio di St-Omer, e ordinato sacerdote esercitò per vari anni il ministero pastorale in Francia. Di temperamento passionale, ritornato in patria prese parte alla lotta per l'emancipazione dei cattolici, ma si mise in urto con l'episcopato inglese perché disposto a prestare il giuramento richiesto dalle autorità civili. Sosteneva inoltre che la religione cattolica doveva in ogni paese accordarsi col carattere nazionale del popolo che la professava. Essendo state condannate le sue proposizioni, scrisse dapprima una ritrattazione non molto convincente, che ripubblicò nel 1801, con necessarie e soddisfacenti aggiunte.
Tra le numerose opere, in cui sostenne queste idee contrarie all'ortodossia, si segnalano le Reflections, with an Exposition of Roman Catholic principles, in Reference to God and the Country (1787) e Protestantism and Popery illustrated. Two letters.... tending to illustrate the real seatiments of the Catholics troughout the United Kingdom (1812). Scrisse anche varie opere storiche: History of the reign of Henry II, Londra 1790; A literary history of the Middle Ages, ivi 1811; The history of the decline and fall of the Roman Catholic Religion in England ....from the reign of Elizabeth to the present time, ivi 1813.
BibL.: Th. Cooper, s. v. in Dict. of National Biography, II, 337-39; G. Gillow, A literary and biographical history or biographical dictionary of the English antholics, I, Londra 1925, 189-97. Silvio Furlani
## BERITO: v. BEIRUT.
BERITO, scuola di. - Tra le più celebri dell'antichità (secc. III-vi). La città (Bogotós, Berytus), detta da s. Gregorio Taumaturgo «la più romanizzata » dell'Oriente (PG 10, 1065), era colonia augusta, con diritto italico (Dig., 50, 15, 1).
Suo vanto precipuo fu la Scuola superiore di diritto, lodata già nel 239 dallo stesso Taumaturgo (PG 10, 1065); perciò Libanio (Ep., 652) e Zaccaria lo Scolastico (PG 85, 1017) chiamano B. "madre delle leggi»; così pure Giustiniano, dicendola legum civitas (Cost. Tanta, § 9 gr.) e legum nutrix (Cost. Omnem, 7); s. Gregorio Naz. (Carm., II, 2, 5, n. 227) la definisce legum sedes Romanorum (PG 77, 1538).
Fu fondata verso la fine del sec. II d. C., se non prima, perché per P. Collinet, B. sarebbe stato il centro di pubblicazione e di deposito delle Costituzioni imperiali per l'Oriente. Dovette essere fiorente già durante tutto il sec. III, se la Cost. Cum vos, nel riconoscere che normalmente i corsi venivano ultimati dagli alunni all'età di 25 anni, li esentava dai munera publica, con facoltà di rimettere il loro
## Page 807
"servizio" dopo il 23^{°} anno. Il periodo del suo massimo splendore comincia con la metà del sec. v, quando lo Studio ricevette, al pari di quello delle regiae urbes (Costantinopoli e Roma), probabilmente dagli imperatori Teodosio II e Valentiniano III (cf. Cod. Iust., i1, 19 [18]), la carta di erezione o riconoscimento ufficiale di scuole di stato (privilogium studii), come Giustiniano riconosce nella Cost. Omnem (7). I suoi insegnanti ebbero allora il titolo di Maestri ecumenici, oi τ η̃ ς oi varkappa ω μ ε ε^{′} ν η ς, alcuni dei quali come Cirillo Patricio, Domnino, Demostene, Eudossio, Amblico e Leonzio, furono ricordati per secoli nella tradizione dottrinale bizantina; essi infatti, secondo Heimbach, costituiscono una "nuova scuola", e le loro testimonianze figurano negli Scali ai "Basilici".
Questo sviluppo dello Studio sembra dovuto al vescovo Eustachio, che prima del 449, eresse la Cattedrale, ottenne da Teodosio II alla città il titolo di metropoli (Cod. Iust., i1, 22), fino allora ( 429-50 ) riservato a Tiro; e diede alla Scuola una nuova sede (auditoria legum) tra gli edifici della cattedrale (cf. Eacseria Scol.: PG 85, 1023-1025), riuscendo così più facilmente ad impetrare il privilogium studii. Tra i professori v'era Eusseno, fratello del Vescovo.
Molto se no occupò Giustiniano, che con la Costituzione Omnem diede anche un nuovo ordinamento agli studi giuridici. Secondo le precedente ratio studiorum (quella dei «maestri ecumenici») il corso comprendeva quattro anni obbligatori ed un quinto facoltativo. Gli alunni del I anno soprannominati Dupondii ("due soldi»), studiavano le Institutiones di Gaio e i Libri singulares di Ulpiano; gli alunni del II (Edictales) i Libri ad Edictum dello stesso Ulpiano; quelli del III (Popinianistae) i Responso di Papiniano; quelli del IV (Lytae: = solutores [di casi]), si esercitavano sui Responso di Paolo. Il V anno di perfezionamento; i cui alunni erano detti Prolytae cioè = Lyris in iuris prudentia provectiores ", "praesolutores" (cf. Du Cange), era riservato allo studio delle Costituzioni imperiali. Di queste, alcune concernevano il diritto ecclesiastico, il cui studio interessava non solo i futuri magistrati, ma anche il clero. Giustiniano con la sua riforma (in vigore dal I genn. 534), rese il V anno obbligatorio per tutti, e sostituì i testi scolastici precedenti con le sue tre nuove opere legislative, così distribuite: al I anno, le Istituzioni e i π ρ ω ω̃ τ α del Digesto (lib. i-4); al II, III e IV anno, il Digesto; al V anno, il Codice. Conservò la terminologia accademica, ma mutò il ridicolo nomignolo di Dupondii, in quello di Iustiniani novi.
L'insegnamento era impartito in latino fino a tutto il sec. Iv (cf. S. Gregorio Tsum., loc. cit.); poi prevalse il greco, che in Oriente era lingua ecclesiastica. Erano tempi di vacanza, almeno durante il sec. v-vi, il pomeriggio del sabato e la domenica (cf. Vita di Severo, 16).
Gli alunni provenienti da tutte le parti dell'Impero, amavano le associazioni studentesche e i ludi o scherzi goliardici (specie per le "matricole»), alcuni dei quali furono proibiti, perché di cattivo gusto, dalla Cost. Omnem ( S 9 ). V'erano anche le associazioni pie per le pratiche religiose cristiane, mentre molti studenti pagani si davano alla magia. In seguito a gravi incidenti, i libri magici vennero requisiti e bruciati dinanzi al tempio della Theotéca, presenti le rappresentanze dell'autorità civile ed ecclesiastica (Vita di Severo).
Finiti gli studi, si aprivano agli alunni le carriere giudiziarie e amministrative (cf. Cost. Omnem, § 6). Non pochi abbracciavano lo stato ecclesiastico o monastico; tra cui celebri Severo d'Antiochia e il suo biografo Eacseria lo Scolastico, vescovo di Mitilene, alcuni martiri, come s. Panfilo di Cesarea, i ss. Affiano e Edesio (sec. III), i due fratelli s. Arcadio e s. Giovanni di Costantinopoli (sec. v).
Il terremoto del 6 luglio 551 , che distrusse la città seppellendo 30.000 persone (cf. Agathia, Hist., 2,15: PG 88, 1360-62; e Frag. hist. Tusculana, 4: PG 85, 1821-24), segnò pure la fine della gloriosa Scuola. Di recente sono venute in luce 5 colonne con i loro capitelli appartenenti al portico dell'antica scuola. Trasferita temporaneamente a Sidone, dopo qualche anno fu ricondotta a B.; ma nel 560 un incendio distrusse i suoi nuovi edifici provvisori. Nel 600 la città era ancora in rovina; nel 635 cadde in potere degli Arabi.
"Fu la Scuola di B. che in certo modo salvò ai posteri il Diritto Romano. Senza questo focolare in Oriente, Giustiniano non avrebbe trovato né gli uomini né i mezzi né la cultura sufficienti per raccogliere nel Codice e nei Digesti tante reliquie dell'antica dottrina» (C. Ferrini).
Quanto poi essa abbia influito sullo sviluppo materiale del diritto non è dato precisare: il quesito investe tutta la complessa questione di principio, dibattuta tra gli studiosi, circa l'apporto ideale delle scuole d'Oriente alla evoluzione interna del Diritto romano; apporto, che alcuni ammettono ed esaltano (Collinet), altri, invece, recisamente escludono (Riccobono).
Bipl.: F. Bouvier, Modello di studente: Affiano a B., in Al-Machria, 9 (1906), pp. 984-90 e 1079-85 (in arabo); P. De Francisci, Vita e studi a B. tra la fine del V e gli inizi del VI sec., Roma 1912 (indagine condotta sul testo siriano della Vita di Severo); id., Storia del Diritto romano, III, Milano 1936, pp. 229-35 e 272-73; L. Laborde, Les Ecoles de Droit dans l'Empire d'Orient, Bordeaux 1912: P. Huvelin, La Scuola romana di Diritto a Beyrouth (e la nuova Facoltà), in Al-Machria, 16 (1912), pp. 927-34 (in arabo); H. Lammens, La vie universitaire à Beyrouth sous les Romains et le Bas-Empire, in Revue du Monde Egyptien, I (1921), pp. 643-66 (anche in estrarre); F. Pringsheim, Beryl und Bologna, in Festschrift für Otto Lonel (16 dic. 1931), Lipids 1975, pp. 204-85; F. Schammel, Die Schule von Berylus, in Philologische Wochenschrift, 43 (1923), coll. 236-40, n. 10; P. Collinet, Beyrouth, centre d'affusage et de dépôt des Constitutions impériales, in Syria, 5 (1924), pp. 359372; id., Histoire de l'Ecole de Droit de Beyrouth, Parigi 1925 (studio critica, fondamentale per il lato storico-amministrativo della Scuola); F. Schulz, History of Roman legal science, Oxford 1946, pp. 272-77.
Per la questione dell'influenza sullo sviluppo dottrinale del Diritto romano: G. Rotondo, Procedimenti scolastici delle riforme di Giustiniano (inedito), in Scritti Giuridici, I, Milano 1922, pp. 437-52; P. De Francisci, L'azione degli elementi stranieri sullo sviluppo e sulla crisi del Diritto romano, in Archivio Giuridico, 93 (1925), pp. 195-97; E. Albertario, Introduzione storica allo studio del Diritto romano giustinianoe, Milano 1935, pp. 81-133 (saggio critico riprodotto, in Studi di Diritto romano, V, Milano 1937, pp. 143-94); E. Volterra, Diritto romano e Diritti orientali, Bologna 1937; S. Riccobono, La perdita della scienza romanistica con la scomparsa del Ferrini, in Miscellanea Contardo Ferrini, Roma 1947, pp. 45-58; P. Collinet, La nature des actions, des interdicts et des exceptions dans l'oeuvre de Justinien, Parigi 1947 (postumo): la tesi dell'autore, che per opera dei maestri di B. il Diritto romano sia passato dalle fisse formalistica a quella sostanziale come si intende e si costruisce nel mondo moderno, è rigettata in pieno dal prof. S. Riccobono, La definizione del Ius al tempo di Adriano, Palermo 1949 (estratto dagli Annali del Sem. Giuridico di Palermo, 20 [1949]), pp. 105 e 123 .
Igino Cecchetti
BERKELEY, George. - Filosofo inglese e vescovo anglicano, n. il 12 marzo 1685 a Dysert, nella contea di Kilkenny in Irlanda, da famiglia anglicana immigrata, m. a Oxford il 14 genn. 1753. A 15 anni entrò nel Trinity College, la celebre Università di Dublino, ove compì brillantemente gli studi e dove fu in seguito insegnante di greco, ebraico e teologia. Scrisse, durante questo tempo, il Commonplace Book (edito solo dal Fraser nel 1871; assai migliore l'edizione del Johnston, 1930), libro di note e appunti personali, assai utile per la conoscenza della formazione e dello sviluppo del suo pensiero. Nella stessa Università B. tenne l'ufficio di predicatore, dopo aver ricevuto gli Ordini Sacri nel 1709. In questo medesimo anno pubblicò il suo primo lavoro, Essay towards a new Theory of Vision, e nell'anno seguente, 1710, la sua opera principale, Treatise on the principles of human knowledge. Verso la fine del 1712 si recò a Londra ove conobbe molti dei principali studiosi del tempo e svolse una polemica contro i liberi pensatori, con vari articoli sulla rivista The Guardian. Nel 1713 pubblicò Three dialogues between Hylas and Philonous, in cui espone, in forma più vivace e letteraria, le
## Page 808
stesse idee del Trattato. Nel 1714 venne una prima volta in Italia e vi ritornò nel 1716, rimanendovi 4 anni; passando per Parigi ebbe occasione d'intrattenersi col Malebranche. Ritornato a Londra, dopo essersi adoperato per una riforma etico-religiosa, in cui egli vedeva l'unico rimedio efficace ai mali della patria, sperò di dare esecuzione al suo progetto di evangelizzazione fra gli indiani d'America, con la fondazione di un istituto missionario nelle isole Bermude: con la moglie, alcuni compagni e una eccezionale intervista di volumi, salpò nel 1728 per il Nuovo Mondo. Però, dopo un soggiorno di 3 anni a Rhode-Island (compose in questo tempo il dialogo Alcyphron or the minute philosophy - contro i liberi pensatori), viste deluse le sue speranze per il mancato invio di sussidi, ritornò a Londra. Nel 1734 fu nominato vescovo di Cloyne in Irlanda. In questo ufficio spiegò uno zelo attivo in ogni campo, con larga tolleranza verso i cattolici che costituivano la grandissima maggioranza della sua diocesi. Oltre varie pubblicazioni di argomento diverso, nel 1744, in occasione di un'epidemia, B. pubblicò un curioso scritto medico-filosofico, prendendo lo spunto dalle qualità terapeutiche dell'acqua di catrame da lui sperimentata in America: Siris (da σ ε ι ρ ἀ= catena), A Chain of philosophical reflexions and enquiries concerning the virtues of tar-water. Sotto l'aspetto filosofico quest'ultima opera rivela una concezione del mondo in parte nuova, a sfondo mistionneoplatonico senza per altro giungere, come alcuni sostengono, ad una vera antitesi del suo precedente pensiero. Nel 175 I B. abbandonò la sua sede e si ritirò a Oxford, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita fino alla morte.
Pensiero. - Il punto di partenza del sistema filosofico di B., elaborato con l'intento esplicito di combattere l'ateismo, lo scetticismo e il razionalismo del suo tempo, va ricercato nel soggettivismo cartesiano e nel nominalismo empiristico di Locke, non senza una diretta dipendenza dallo spiritualismo del Malebranche. Movendosi sul presupposto cartesiano che l'oggetto, in quanto è dato nella conoscenza, è soltanto idee o rappresentazione, e spingendo oltre la critica che Locke aveva mosso all'oggettività delle qualità secondarie dei corpi, B. perviene alla netta negazione della materia come realtà oggettive trascendente le nostre rappresentazioni. Infatti, egli afferma, le medesime ragioni che dimostrano la soggettività delle qualità secondarie, suoni, colori ecc., valgono anche per le qualità primarie, ossia estensione e movimento. Anche queste (B. si sforza di dimostrarlo nella accurata Teoria della visione) sono irrimediabilmente soggettive, in quanto lo spazio non è, come comunemente si crede, un dato di percezione esterna, bensì il risultato, puramente ideale, di precedenti esperienze e associazioni psicologiche. Negata la oggettività dello spazio non vi ha più ragione alcuna di ammettere, con il Locke, al di là delle nostre rappresentazioni dei corpi, una ignota sostanza materiale (Principi, § 73): il corpo altro non è che il complesso delle nostre idee o rappresentazioni, "ciò che si vede, si odora, si tocca". La "materia" in fondo è un semplice nome (nominalismo) con cui designiamo l'insieme delle nostre rappresentazioni sensibili; l'essere dei corpi si risolve nel loro presentarsi alla nostra coscienza, nel loro essere percepiti, "their esse is percipi" (Principi, § 3). Pensare, come esistente al di là delle nostre rappresentazioni, una ignota e ineffabile sostanza materiale, quale sostrato o origine o causa di esse, è scambiare con la realtà una pura "astrazione scolastica".
Ma se è vero, afferma B., che i corpi non sono altro che idee, non ne segue che la realtà venga negata o distrutta: non è un'illusione o un'allucinazione il mondo. La realtà rimane ferma e salda; vien però tutta risolta nel mondo spirituale. Realtà sostanziale, se pur relativa, è il nostro spirito, l'io che non può ridursi a semplice
fascio di rappresentazioni, ma è intuito come soggetto e principio attivo delle idee, le quali infatti può risuscitare e riprodurre attraverso l'immaginazione e la memoria. Quest'attività spirituale del nostro io ha però un limite evidente: infatti il mondo delle sensazioni esterne non è in nostro arbitrio e in nostro potere; l'universo corporeo non dipende da noi (Principi, § 29, 146). Da questo dato immediato della nostra riflessione psicologica B. conchiude che le idee del mondo derivano al nostro spirito direttamente da Dio : Egli, spirito infinito e assoluto, è la suprema e fondamentale realtà, eterna attività produttrice delle idee, che imprime nel nostro spirito secondo un ordine e una successione regolarmente uniforme, in cui consiste la cosiddetta legge naturale (Principi, § 30). Di conseguenza la realtà e consistenza del mondo non dipende affatto dalla mia percezione attuale, o di qualsiasi altro spirito finito, bensì unicamente dalla attivita dello spirito assoluto : è in questa loro indipendenza da qualsiasi spirito particolare che consiste, secondo B., la realtà delle idee identificate con le cose.
Così più che in un idealismo nel senso moderno della parola, il sistema del B. si risolve in un realismo immaterialistico e teistico. Contro gli scettici egli può affermare che non solo ci è possibile la conoscenza della realtà, ma anzi questa coincide con le nostre stesse idee e conoscenze; e contro l'ateismo il B. perviene all'affermazione di Dio, non come semplice causa prima di un mondo materiale e oggettivo, bensì come centro e origine immediata della nostra stessa vita spirituale: concezione, come si vede, essenzialmente mistica, in accordo col temperamento schieramento religioso del B., e che si accentua nell'ultima opera filosofica, Siris.
In armonia con le linee fondamentali del suo sistema il B. risolve i rimanenti problemi filosofici, ad es., quello della verità e causalità. Vero è tutto ciò che è pensato e voluto da Dio, falso ciò che è pensato solo dal nostro spirito; ogni percezione semplice originaria (intuizione) è vera; l'errore proviene dalle nostre fallaci associazioni dei dati primitivi. Falso inoltre e irreale è ogni prodotto dell'astrazione: le idee astratte, contro cui mosse una critica tenace e sottile, non hanno per B. nessuna consistenza, nemmeno nella mente. Quanto alla causalità, essa appartiene unicamente allo spirito. Nessun nesso causale fra le rappresentazioni in se stesse (Principi, §§ 64-65), ma unicamente ordine di successione e di finalità, secondo il volere e la Provvidenza di Dio : il quale può liberamente sospendere o infrangere quell'ordine col miracolo. Il meccanismo quindi, come sistema di interpretazione della realtà, è falso, sebbene abbia un momento utilitaristico e pratico. Ugualmente, un valore puramente pratico hanno le scienze; la verità e la realtà è una conquista a cui può giungere soltanto la filosofia.
Il sistema del B., ingegno filosofico penetrante e originale, è una reazione estremista contro il materialismo; esso ha però il suo fondo di verità come ogni produzione del genio. Anche per la filosofia tradizionale l'universo è in quanto pensato e voluto da Dio; non è la conoscenza di Dio in funzione delle cose, bensì le cose in funzione di quella. Fu questa l'intuizione fondamentale del B. Ma il suo errore, grave e in nessun modo scusabile per l'aperta insufficenza dei presupposti logici e metafisici, fu di negare la realtà della materia in quanto distinta dallo spirito. Vero che nulla esiste indipendentemente dal pensiero e dal volere attuale di Dio, ma ciò non toglie che le cose abbiano una loro propria realtà, negata la quale, è aperto il passo verso l'idealismo e il panteismo. La stessa affermazione della realtà e sostanzialità del nostro io come spirito, non reggerà allo svolgimento logico che i presupposti berkeleiani troveranno in un altro grande filosofo inglese, D. Hume (v.); ciò che va detto, analogicamente, anche della causalità, dal B. negata alla materia e riservata all'io.
Non è inoltre difficile rilevare come nell'immate-
## Page 809
rialismo del B., se pure animato dal più sincero soffio religioso, oltre al già indicato essenziale mutamento del concetto di verità, sia estremamente difficile, per non dire impossibile, salvare altri concetti fondamentali della tradizione filosofica cristiana, come quello di creazione e di libertà. Difficoltà questa inerente a ogni sistema filosofico che misconosca la oggettività dell'essere e la realtà trascendente della natura, condizione insopprimibile e insieme limite della vita e dell'attività dello spirito umano.
Bibl.: Tutte le opere del B. sono raccolte nell'ed. critica: The Works of G. B. Including His Posthumous Works, edito da A. Campell Fraser, Londra 1871, 2^{mathrm{a}} ed. Oxford 1901; traduzioni ital.: I principi e i dialoghi, trad. di G. Papini, Bari 1908; Gli Appunti (Commooplace Book), trad. di M. M. Rossi, Bologna 1922; Abilfoue, trad. parz. di S. Del Baca, Torino 1932; I Principi, trad. di G. Castiglioli, Brescia 1941. - Un'abbondante bibl. in Jonsop, A Bibliography of G. B., Oxford 1934. Stud: A. C. Fraser, B., Londra 1871; B. Croce, L'immaterialismo del B., in Critica, 7 (1909), pp. 77-81; J. Didier, B., Parigi 1911; E. Cossirer, B.'s System, Giessen 1914; A. Joussein, Exposé critique de la phil. de B., Parigi 1920; A. Levi, La filosofia di G. B., Torino 1922; P. Rotta, La dottrina psicologico-ontologica di G. B., Bologna 1922; N. Metz, G. B., Stoccarda 1923; F. Olgiati, L'idcalismo di G. B. e il suo sigolfiesto storico, Milano 1926; M. M. Rossi, Bishop B., his life, writings and philosophy, LondraNouva York 1931; D. Hicks, B., Londra 1932; L. Amarro, Il problema degli spiriti finiti in B., Roma 1932; A. Teun, La filosofia di G. B., Urbino 1942; P. Rotta, B., Brescia 1943; A. A. Luce, B.'s Immaterialism, Londra 1943; G. Bentadini, B. e la filosofia moderna, in Riv. di filos. neost., 39 (1947), pp. 71-93.
Ugo Viglino
BERLAGE, Anton. - Teologo tedesco del sec. XIX n. a Münster in V. il 21 dic. 1805 e ivi m. il 6 dic. 1881. Dal 1824 al 1831 studiò teologia successivamente a Münster, Bonn, Tubinga e Monaco. A Bonn ebbe a macetre Giorgio Hermes e ne subì alquanto l'influsso semirazionalistico. Se ne liberò tuttavia quando, passato all'Università di Tubinga, poté ascoltare i professori G. Sebastiano Drey, G. Battista Hirscher e G. Adamo Möhler. In seguito anzi, esaminata di proposito la dottrina di Hermes, la giudicò meritevole della condanna della Chiesa. Nel 1831 conseguì all'Università di Monaco il dottorato in teologia e, ancora suddiacono, iniziò il suo insegnamento nell'Università di Münster, che trovò in condizioni deplorevoli. Vi insegnò successivamente apologetica, dogmatica, simbolica e morale. Nel 1843 riprese la cattedra di teologia dogmatica e la tenne per 40 anni. Pubblicò vari opuscoli ed articoli, ma le opere principali sono: Apologetik der Kirche (Münster 1843) e Katholische Dogmatik ( 7 voll., ivi 1839-64) L'influsso benefico esercitato dal B. con l'insegnamento e le pubblicazioni fu rilevante, specialmente nell'Università di Münster che a lui deve, in gran parte, il ritorno all'ortodossia cattolica.
Bibl.: Hurter, V, col. 1 506; J. Grisar, s. v. in DHG, VIII, coll. 503-504. Egidio Caggiano
BERLIÈRE, URSMER.-Benedettino, n. il 3 sett. 1861 a Gosselies, m. il 28 ag. 1932 nell'abbazia di Maredsous. Dopo aver frequentato il collegio del S. Cuore a Charleroi ed il seminario di Bonne-Espérance, entrò a Maredsous, ed il 15 ag. 1882 emise i voti monastici.
Nel 1890 cominciò la pubblicazione del Monasticon belge, condotta a termine nel 1928-29. In questa monumentale opera divisa in quattro parti ove di ogni abbazia e prioria sono indicate le fonti storiche, nonché i nomi degli abati e dei priori corredati di dati biografici, il B. dimostra di essere un degno continuatore dei Maurini per le province belghe, e completa e rettifica la Gallia Christiana. Fu assiduo collaboratore della Revue bénédictine che diresse per lungo tempo, e per la quale redigeva il Bulletin d'histoire bénédictine. Fondatore e primo direttore dell'Istituto storico belga di Roma, lavorò con appassionata lena
sulle carte dell'archivio Vaticano. Tra le opere basate su documenti vaticani la più importante è certo quella sulle suppliche di papa Clemente VI, con una preziosa introduzione sull'organizzazione della Curia pontificia. Speciale favore incontrò per l'importanza della sintesi e la chiarezza dell'esposizione il volume: L'ordre monastique des origines au XIIe siècle (Maredsous 1912), ristampato e tradotto in italiano, presentato come Conférences, ma che è assai più che un gruppo di conferenze. Illumina assai su quello che fu lo spirito animatore della vita monastica l'altro volume: L'ascèse bénédictine des origines à la fin du XIIe siècle, (Parigi 1927).
Bibl.: J. Schyrgens, Dom U. B., in La Revue générale, 2 (1932), pp. 463-74; una bibliografia esauriente degli scritti del B. si trova nel volume Hommage à Dom U. B., Bruxelles 1931, p. 11 seg. e nell'Annuaire de l'Académie royale de Belgique, ivi 1939, pp. 211-71. Silvio Parfani
BERLINO, Diocesi di. - Nome di origine slava, che designa la capitale della repubblica germanica e dello stato prussiano. La diocesi omonima fu eretta in base al concordato tra la Prussia e la S. Sede del 14 giugno 1929, con la bolla Pastoralis Officii del 13 ag. 1930, fa parte della provincia ecclesiastica di Breslavia. Oltre il territorio della città di B. abbreccia gran parte delle province prussiane del Brandeburgo e della Pomerania, con una superficie complessiva di ca. 35 mila kmq., dove tra una popolazione di oltre 5.656 .259 di ab. vi erano nel 1948, 611.003 cattolici. Le parrocchie sono 252 , con 350 sacerdoti diocesani e 113 regolari. Nel momento attuale però (1949) manca ogni possibilità di controllo per i dati statistici.
I. Storia. - Nel medioevo questo territorio apparteneva alle diocesi di Havelberg, Brandeburgo, Lebus e Kammin. Dopo l'introduzione del luteranesimo, in Pomerania con l'ordinamento ecclesiastico di Treptow del 1534, nel Brandeburgo con l'ordinamento ecclesiastico del principe elettore Gioacchino II del 1540, il cattolicesimo fu quasi estinto del tutto. Solo nelle cappelle delle ambasciate di Austria e di Francia in Berlino, in forza del privilegio di extraterritorialità, poté essere mantenuto il culto cattolico. Più tardi il re Federico Guglielmo I, per riguardo ai numerosi soldati cattolici che militavano nell'esercito prussiano, eresse, a proprie spese chiese o cappelle prima in B. (1722), poi anche in Potsdam, Spandau e Stettino affidandone la cura spirituale ai Domenicani del convento di Halberstadt; alcuni di essi, come, ad es., il p. Bruns, godettero la particolare fiducia del re. La comunità cattolica di B. ottenne i diritti parrocchiali per la prima volta dopo il compimento della chiesa di S. Edvige, costruita con l'aiuto di Federico il Grande, nel 1773. L'intero territorio dal 1699 al 1806 fu sotto la giurisdizione del vicario apostolico della Bassa Sassonia giurisdizione non riconosciuta ancora dallo Stato. Ripetuti tentativi dei re di Prussia di stabilire a B. un vicariato alle dipendenze del re, per tutti i cattolici della monarchia, allo scopo di separarli praticamente da Roma, non riuscirono.
La bolla De salute animarum del 1821, costituiva per i territori del Brandeburgo e della Pomerania (ad eccezione dei decanati di Cottbus, Neuzelle, Schwiebus, Lauenburg e Bütow, appartenenti alla diocesi di Breslavia) una delegazione apostolica, affidandone la direzione al principe vescovo di Breslavia; a suo rappresentante permanente era designato il prevosto pro tempore di S. Edvige di B. L'intima unione con la grande e ricca diocesi di Breslavia rendeva possibile l'organizzazione, dal punto di vista ecclesiastico, delle masse di lavoratori, impiegati, e commercianti che confluivano in B. diventata un centro industriale, e dal
## Page 810

(8o O. Bogtmann s P. Ortwin Reve, Bertin 252, ten. 28) Berling - Chiesa di S. Edvige costruita au disegno di Jean Legeay (1747-73), semidistrutta nel 1945.
1870 anche capitale del nuovo impero germanico. Il numero dei cattolici che nel 1740 raggiungeva appena la cifra di 3000 , e ancora nel 1821 non oltrepassava i 12.000 , saliva nel 1862 fino a 51.157 ; nel 1887 ammontava a 142.676 , di cui 113.617 nella città di B.; nel 1897 raggiungeva i 263.347 , tra i quali nel 1898 lavoravano solo 81 sacerdoti. Si dava il caso di cattolici abitanti 100 km . lontano dalla più vicina chiesa, benché, di anno in anno, sotto l'energico impulso del card. Kopp e del Bonifatiusverein sorgessero nuove chiese e parrocchie. Nel 1846 le prime religiose cattoliche facevano il loro ingresso a B. ed erano le suore di s. Carlo Borromeo di Treviri. Seguirono numerose altre Congregazioni, la cui attività caritativa, specialmente nei 17 ospedali della città, contribuì molto alla diffusione del cattolicesimo. Il primo convento per religiosi fu fondato dai Domenicani nel 1869.
Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, il numero dei cattolici raggiunse il mezzo milione, la vita cattolica era diventata così potente, e il numero delle vocazioni sacerdotali così elevato da far pensare ad un'amministrazione autonoma della delegazione. Il prevosto di S. Edvige esercitava all'incirca i poteri di un vicario generale, e dal 1923 egli era anche vescovo. Quando nel 1930 fu eretta la diocesi di B. questa ebbe come confini quelli mantenuti sino allora dalla delegazione. A. S. Edvige fu creato un capitolo cattedrale composto di un prevosto e 6 canonici. Primo vescovo fu mons. Cristiano Schreiber (1930-33) trasferito dalla cattedrale di Meissen; gli successe Nicola Bares già vescovo di Hildesheim; dal 1935 possiede la cattedra il conte Corrado Preysing, prima vescovo di Eichstätt, da Pio XII creato cardinale nel Concistoro del 20 febbr. 1946.
Fonti: M. Lehmann-H. Granier, Preussen und die katholische Kirche, 9 voll., Lipsia 1878-1902 (per il periodo
1648-1807); Ph. Hiltebrant, Preussen und die römische Kurie, I, Roma 1910 (si ferma al 1740).
Bibl.: L. Jablonski, Geschichte des fürstbischäftichen Delegaturbezirks Brandenburg und Pommern, 2 voll., Breslavia 1920 (l'opera fondamentale nella quale viene trattata anche la storia delle singole parrocchie). - Inoltre: J. Metzler, Die apostolischen Vikariste des Nordens, Paderborn 1919 (specialmente per i rapporti di giurisdizione); W. Wendland, Siebenhundert Jahre Kirchengeschichte Berlins, Berlino 1930 (protestante); K. Pfändner, Ein Jahrtausend heilsäisches Christentum in der Mark Brandenburg, Berlino 1931 (popolare); U. Kühné, Preussen und die römische Kurie, in Quallen u. Forschungen, 27 (1937), pp. 196230 (intorno ai progetti del vicariato prima di Federico il Grande). - Il migliore articolo complessivo in proposito: J. Grisar, s. v. in DHG, VIII, coll. 310-23. Cf. la rivista Wichmann-Jahrbuch, dal 1930 in poi.
Hubert Jedin
II. I musei e l'istituto di archeologia cristiana DI B. - Oggetti importanti di arte paleocristiana si trovano in diversi luoghi di B., come ad es. nel Museo di antichità, nel Museo egiziano, nel Museo del Castello, nella Biblioteca dello Stato e nell'Istituto di archeologia cristiana dell'Università. La collezione del Kaiser-Friedrich-Museum è una delle più complete del mondo, perché contiene oggetti di diversi paesi (Italia, Bisanzio, Egitto) ed epoche. Alcuni pezzi importanti, specialmente bronzi paleocristiani, come la statuetta di s. Pietro, derivano già dalla «Kurfürstliche Kunst-Kammer» comprati con la Collezione Bellori a Roma.
Il primo collezionista di arte medievale fu il re Federico Guglielmo IV, che dal 1834 in poi fece comprare in Italia, specialmente per la decorazione delle chiese di Potsdam un gran numero di sculture; come nel 1842 il musaico di S. Michele in Affricisco da Ravenna. Nel 1841 acquistò a Berlino la Collezione Pajaro con molti marmi medievali provenienti da Venezia. Il maggiore aumento si ebbe verso il 1901-1902 con una grande collezione di arte copta, comprata in Egitto. Per l'inaugurazione del Kaiser-Friedrich-Museum, Guglielmo von Bode, nel 1904, riunì questi ed altri oggetti in un reparto speciale per l'arte paleocristiana, bizantina e del medioevo italiano; chiamato poi Oscar Wulff come ispettore, si sistemò la collezione e se ne pubblicò un catalogo in due volumi. Altri oggetti arrivarono a Berlino dagli scavi di Abu Mina, di Akhmlm-Panopolis, di Arsinoopolis e di Antinoopolis. Molti frammenti architettonici furono trovati negli scavi

Berlino - Cupola della chiesa francese, opera di K. von Gondardt (1780-85), semidistrutta nel 1945.
## Page 811
dell'Asia Minore o comprati a Costantinopoli, come il frammento di un sarcofago di Psammatica col Cristo e gli Apostoli; oltre ad originali si riunirono nel Museo, per comodità di studio, anche calchi e molte copie di sô freschi, che stavano in pericolo come quelli del Lathmos o della Macedonia, in gran parte di epoca bizantina.
Coll'inaugurazione del Pergameo-Museum verso il 1931, è stato possibile sistemare meglio la collezione in nuove sale. Furono ceduti in questa occasione dal Museo egiziano gli scavi di Antinoopolis e Arsinoopolis, con molte stele copte, stoffe, bronzi, ecc. Anche il Museo dell'arte industriale del Castello cedette le grandi stoffe copte dipinte. Fu aggiunta una sala per l'arte delle iconi greche e russe.
Fuori del Kaiser-Friedrich-Museum la più importante collezione di stoffe copte si trova nel Museo del Castello, ed una piccola nella Collezione Schliemann del Museo preistorico. Del Museo preistorico fanno parte alcuni vetri palcocristiani, oreficeria nella collezione di Gaus, proveniente da Assiût, e due dittici di avorio. Anche nella collezione di gemme gnostiche del Museo egiziano sono pezzi di tipo cristiano. La biblioteca Nazionale conserva il dittico di Rufio Probiano e le miniature dell'« Italia» di Quedlinburg.
Per gli studenti nell'Università serve la piccola collezione dell'Istituto di archeologia cristiana, che contiene un piatto di piumbo, lampade e specialmente calchi di evori. L'Istituto, con una buona biblioteca, fondato da Ferdinando Piper (1849-55), serve specialmente agli studenti di teologia protestante. Quanto sopra si riferisce allo stato di detto museo fino all'ultima guerra e non si ha alcun dato positivo circa lo stato attuale.
Bibl.: O. Wulff, Altschristliche und mittelalterliche Bildwerle, Berlino 1909; O. Wulff e W. F. Volbach, Die altshriatlichen und mittelalterlichen Bildwerke. Bapplernento, Berlino e Lipsia 1923; id., Spätantike und hoptische Stoffe, Berlino 1926; W. F. Volbach, Mittelalterliche Bildwerke aus Italien und Byzanz, Berlino e Lipsia 1930; O. Wulff, Lebenswege und Forschungsziele, Bodon 1936. - Cf. anche F. Piper, Das christliche Museum der Universität zu Berlin, Berlino 1896; Jahrbuch der preussischen Kunstsammlungen, I (1880), e gli Amtliche Berichte del Berliner Museum.
Wilhelm Fritz Volbach III. Arte. - 1) Arte locale. - A Koelln, abitata in maggioranza da pescatori, è ricordata nel 1237 la chiesa parrocchiale di S. Pietro, che fu ricostruita nel 1379. La nuova chiesa gotica fu distrutta in un incendio nel 1730 e poi ricostruita in uno stile gotico barbaro. Il patrono di B. fu s. Nicola, al quale fu dedicata la chiesa parrocchiale, menzionata in un documento del 1244. Verso il 1250 fu fondata una terza chiesa dedicata alla Madonna a poca distanza da quella di S. Nicola. Un grande incendio nel 1380 distrusse anche queste due chiese. Quella di S. Nicola, ricostruita in mattoni con forme gotiche, era particolarmente solenne, grazie anche alle notevoli vetrate a colori. In età moderna furono aggiunte sulla base della torre due campanili che stonano con la semplicità dell'edificio. Anche la chiesa di S. Maria è una costruzione gotica: conserva un bel fonte battesimale del Quattrocento. Celebre è la Danza macabra, affresco dipinto tra il 1460 e il 1470 , molto ben conservato. La cappella di s. Cedtrude, consacrata a Koelln nel 1411 con l'annesso ospedale, fu distrutta nel xix sec. Verso il 1250 i Francescani vennero a B. e vi costruirono il loro primo convento con chiesa annessa. Fu la prima chiesa gotica in mattoni. Esiste ancor oggi, e nel monastero ha sede sin dal 1576 una scuola superiore che nel nome (Gymnasium zum grauen Kloster) conserva la memoria dei frati e di cui Bismarck fu il più celebre discepolo. Tra gli edifici del Trecento esiste ancora la piccola chiesa gotica dello Spirito Santo, che fu una volta cappella dell'ospedale omonimo. Della grande commenda dei Templari a sud della città e passata poi all'Ordine di S. Giovanni dopo la soppressione dei primi (1312) B. non con-
serva altro ricordo che il nome di Tempelhof per un quartiere e l'aeroporto ivi situato. Con la Riforma introdotta dall'elettore Gioacchino II, nel 1540 tutte le chiese passarono al protestantesimo e per due secoli i cattolici non possederono alcun edificio di culto. Cresciuto il loro numero, sotto Federico II il Grande 1740-86) fu costruita per loro una chiesa dedicata a s. Edvige (1746) probabilmente secondo le piante disegnate da Jean-Laurent Legeay. Era rotonda, di forme semplici, ma di proporzioni molto armoniche. Il re offrì il terreno e il legname, mentre il resto dovette essere raccolto tra i cattolici di tutti i paesi. La costruzione durò quasi trenta anni; e quindi fu consacrata con grande solennità nel 1773 dal vescovo di Ermland. Nel 1778 divenne chiesa parrocchiale. Il grande re diede ai cattolici un secondo luogo di culto nella cappella dell'ospedale militare degli invaIldi, dedicata a s. Sebastiano. Servi per raccogliervi i soldati cattolici e fu sostituita da una chiesa per la guarnigione nell'Ottocento. Sorsero allora parecchie chiese cattoliche, per lo più costruite in mattoni nello stile neogotico caratteristico della seconda metà del secolo. Sono da ricordare S. Sebastiano, S. Luigi, S. Matta, S. Beruflacio, S. Clemente Hofbauer; la chiesa di S. Michele, invece, è rotonda e neoclassica (parrocchia dal 1851).
2) Collezioni artistiche. - La Biblioteca di Stato possedeva una bella collezione di codici medievali, tra cui un Vangelo di Prüm della metà del sec. x, il Psittorio di Luigi il germanico della stessa età e un Epistolario della scuola di Reichenau (ultimo quarto del sec. 2). Un'altra ricca collezione di codici si trovava nel Gabinetto delle Incisioni. Sono da rilevare il cosiddetto Vangelo di Enrico IV (seconda metà dell'xi sec.), quello del monastero di Abdinghof (ca. robo) e la Passio Sanctae Luciae (sec. xit). I musei principali sono: la galleria Nazionale dedicata all'arte tedesca moderna, il Vecchio e il Nuovo Museo, il Museo Tedesco, il Kaiser-Friedrich-Museum. Tutti questi edifici si trovano sull'Isola della Sprea, dov'è anche il castello, che nelle sue parti più antiche risale al margravio Federico II il Ferreo ( 1440-70 ) e che fu residenza degli Hohenzollern. Le collezioni di arte cattolica si trovano negli ultimi due musei sopraindicati. Nel Kaiser-Friedrich-Museum era sistemata una collezione che dava un'idea esatta dell'arte della pittura in Europa dal Duecento fino al principio dell'Ottocento. Tra le opere tedesche sono da rilevare diversi altarini della scuola di Colonia della fine del Trecento, l'Adorazione dei Magi e la bella testa di un Apostolo, di Giovanni Baldung chiamato Grien (ca. 1480-1552), il Riposo durante la fuga in Egitto, la Natività di Cristo, il s. Francesco e il s. Girolamo di Alberto Altdorfer ( 1480-1530 ). Vi erano poi la Sacra Famiglia, il s. Ulrico e la s. Barbara di Giovanni Burgkmair il vecchio (1473-1531). Importante era la collezione delle opere di Alberto Dürer (v. balsbergA), tra cui la Madonna col lacherino, una Madonna adorante, il magnifico Ritratto di Girolamo Holzschuher. Devono ancora ricordarsi l'Addolorata di Giovanni Holbein il vecchio (ca. 1465-1524) e il Ritratto del commerciante Gizze di suo figlio Giovanni Holbein il giovane (v. basilea). Nell'ultima guerra questi tesori furono conservati in luogo che si presumeva sicuro; non è possibile ora ( 1448 ) conoscere lo stato dei monumenti e la dislocazione delle opere d'arte. - Vedi Tavv. LXXXV. LXXXVI.
Bibl.: Beschreibendes Verzeichnis der Gemälde im Kaiser-Friedrich-Museum, 6⁴ ed., Berlino 1906; W. F. Volbach, Die Elfenbeinbildwerke, Berlino e Lipsia 1923; M. Odoorn, Berlin (Berülante Kunststätten, 43), 2*ed., Lipsia 1926; Quellen und Forschungen zur Geschichte der Stadt Berlin, Berlino 1927 sgg.; Die Gemäldegalierie, 5 voll. illustrati, Berlino 1929-33; Gesamtfübrer zur Hundertjahrfeier, ivi 1932; Die italienischen und spanischen Bildwerke der Renaissance und des Barocks, Lipsia 1933 (queste cinque opere furono edite dalla Direzione generale dei Musei). - Per incarico della Direzione generale della Biblioteca di Stato furono edite: Beschreibende Verzeichnisse der Miniaturentandschriften der Preussischen Staatsbibliothek, Lipsia 1926; Schöne Handschriften aus dem Besitz der Preussischen Staatsbibliothek, Berlino 1931. Hermine Kühn-Steinhausen
## Page 812

(da Dolla Corte-Pannain, Storia della Musica, III, p. 1251) Berlioz - Ritratto dipinto da G. Courbet (sec. xix). Parigi, Louvre.
BERLIOZ, Hector. - Compositore, n. a CôteSt - André (Isère) I'11 dic. 1803, m. a Parigi 18 marzo 1869. Studiò a Parigi, prima allievo del Lesueur, poi dal 1826 nel conservatorio, nonostante l'ostilità della famiglia. Conseguito nel 1830 il "Grand Prix de Rome", lasciò villa Medici nel 1832, ritornando a Parigi ove ebbe vita agitata e carriera artistica contrastata, frammestata da numerosi viaggi all'estero. Si affermò anche come scrittore e critico musicale, specialmente nel Journal des Débats e nella Gazette musicale de Paris, appassionato sostenitore della tendenza artistica della musica a programma. Nel campo religioso assai notevoli sono il Requiem (1837), l'oratorio L'enfance du Christ (1854) e il Te Deum (1855). Fu autore di numerose e vivaci opere letterarie, di memorie e di un celebre trattato di strumentazione e orchestrazione (1844).
BibL.: E. Hipper, H. B., l'homme et l'artis