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, che trovavano troppo rigorosa la disciplina instaurata dal loro abate. In un nuovo viaggio a Roma B. vinse la causa; anzi il Papa gli propose il cardinalato, che B. rifiutò per ritornare alla vita monastica, ma non più a S. Cipriano. Dopo qualche altro tentativo di introdurre la sua riforma in monasteri preesistenti, incontrando ancora l'ostilità dell'ambiente cluniacense, nel

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In olto: VEDUTA DELL'OSPIZIO DEL PICCOLO S. BERNARDO E DELLA CHANOUSIA, con lo sfondo delle Alpi della Savoia. In basso: VEDUTA DELL'OSPIZIO DEL GRAN S. BERNARDO E DEL LAGO con lo sfondo del Vélan (m. 3765) e del Grand-Combie (m. 4317).

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APPARIZIONE DELLA VERGINE A S. BERNARDO DI CHIARAVALLE Dipinto di Filippino Lippi (ca. 1480) - Firenze, badia.

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1114 fondò l'abbazia della S.ma Trinità di Tiron (Eure-etLoir). Ivi improntò l'osservanza monastica all'austerità primitiva; molti accorsero a porsi sotto la sua guida. L'accresciuto numero dei discepoli richiese nuove fondazioni in Francia e in Inghilterra, mentre da signori e principi venivano larghe donazioni. Molto rinomate e frequentate furono le scuole di Tiron, durate fino alla Rivoluzione Francese.

Per l'impulso dato alla vita monastica, richiamata alle, migliori tradizioni di osservanza e di disciplina, il movimento iniziato da B. si riallaccia alle correnti del tempo desiderose di un ritorno all'antico spirito di solitudine e di raccoglimento, rinunziando a partecipare alle controversic politiche ed ecclesiastiche, che erano state causa di molta distrazione per la vita dei monasteri cluniscensi. L'esperimento di B. riusci; perciò meritò il titolo di «riformatore» dell'Ordine di s. Benedetto.

B. rifulse non solo per la sua attività, ma anche per la sua scinta vita, improntata al desiderio di solitudine e austerità unita a grande carità verso i suoi discepoli. Nella sua abbazia accoglieva non solo monaci zelanti venuti da altri monasteri, ma anche persone di un pessimo passato, e a tutti sapeva indicare la via della conversione. Il martirologio benedettino lo commemora il 14 apr.

BibL.: Acta SS. Apellis, II, Anversa 1672, pp. 220-22: 1. Mobilton, Annales Ordinis s. Benedicti, V, p. 224; A. Zimmermann, Kolradarium benedictinum, II, Metton 1934, pp. 24-25, 26-27; P. Calendini, s. v. in DHG, VIII, coll. 724-22; F. Schmitz, Ilistuire de l'Ordre de st Bceeli, III, Marclause 1948, pp. 106107.

Ambrogio Mancone
BERNARDO di Trilia: v. bernard de la tritille.

BERNARDO degli Uberti, santo. - N. di nobile famiglia fiorentina verso il ro6o, nel 1075 si fece monaco vallombrosano nel monastero di S. Salvi e nel rog8 fu nominato abate generale della sua Congregazione; ma in quello stesso anno Urbano II lo volle a Roma come cardinale. B. servì i pontefici come vicario o legato nelle missioni affidategli nell'Italia settentrionale; Pasquale II lo consacrò vescovo di Parma nel nov. 1106; rimase sempre operante nel campo della riforma cattolica. Gli si attribuiscono storie del suo Ordine e sermoni, alcuni dei quali forse sono sotto il nome di s. Bernardo di Chiaravalle. B. mori a Parma il 4 dic. 1133 ed il 3 dic. 1139 il suo successore Lanfranco esponeva la sua salma alla venerazione dei fedeli, proclamandolo in tal modo santo.

BibL.: I. Affò, Vita di s. B. degli U., Parma 1788, il quale riproduce le due vite del Santo scritte da contemporanei; N. Peliulli, Vita di s. B. degli U., ivi 1923; G. Del Monte, S. B. degli U., ivi 1933: id., Profilo spirituale di s. B. degli U., ivi 1939.

Pio Paschini
BERNARDO COMPOSTELLANO (da Compostella, Bernardus Compostellanus). - Si distinguono due decretalisti di questo nome, di epoca un po' diversa.

Bernardus compostellanus antiquus. - Spagnolo, professore di diritto canonico. Trasse nel 1208 dai registri di Innocenzo III le decretali dei primi dieci anni del pontificato di detto Papa, aggiungendovene una dell'anno undecimo, e le dispose in una compilazione, che ordinò in maniera sistematica e che fu poi detta la Compilatio romana. Questa raccolta venne successivamente revocata con la pubblicazione avvenuta il 28 dic. del 1210 della cosiddetta Compilatio tertia, ordinata a Pietro Beneventano da papa Innocenzo stesso e racchiudente le decretali dei primi dodici anni del suo pontificato (1198-1210). A lui vengono altresì attribuiti dei Notabilia in I et II Compilationem.

Bernardus compostellanus iunior. - Decretalista spagnolo, n. a Vernant (onde il soprannome di Brigantius con il quale è pure indicato talora).

Sembra potersi identificare con il magister Bernardus Hispanus, ricordato nei registri di Urbano IV (1261-64)
come "cappellanus noster, partibus datus audito" (Registri Urbani IV, nn. 1049-1100: E. Cerchiari, Cappellarii Papae et apostolicae sedis etc., II [Roma 1920], p. 12, n. 41).

Dopo la morte del pontefice Alessandro IV (1254-6r) elaborò un commento al primo libro delle decretali di Gregorio IX: Lectura aurea super libro primo decretalium, (in Perillustrium tam veterum quam recentiorum in libros decretalium aurea Commentaria, I, Venezia 1588). Scrisse altresì un commento alle Novellae constitutiones di Innocenzo IV e dei Notabilia et Casus super quinque libros decretalium, opera quest'ultima rimasta incompiuta.

BibL.: Per il primo: J. F. Schulte, Literaturgeschichte der Compilationes antiquae (in Sitzungsber. d. K. Akad. d. Wiss., Phil-Hist. Kl., 66), Vienna 1871, pp. 52-56; H. Singer, Die Decretalensammlung d. Bernardus Compostellanus antiquus, ivi 1914.

Per il secondo: J. F. Schulte, Die Gesch. d. Quell. u. Lit. d. Kan. Rechts, II, Stoccarda 1880, p. 118; F. Gillmann, Zur Lehre der Scholastik vom Spender der Firmung u. d. Weihesahraments, Paderborn 1920, pp. 88-90.

Antonio Rota
BERNARDO MARIA di Gesù. - Passionista, al secolo Cesare Silvestrelli, n. a Roma il 7 nov. 1831, m. a Moricone, in Sabina, il 9 dic. 1911. Entrò nella Congregazione nel 1854, e fu compagno, durante il noviziato, di s. Gabriele dell'Addolorata. Eletto generale, governò per venticinque anni, molto operando specialmente per la restaurazione dei ritiri in Europa e in America. Praticò esemplarmente la mortificazione, e fu tipo ideale di superiore. Rinunziato all'alta carica, ebbe l'eccezionale titolo di generale "ad honorem". Passò gli ultimi mesi di vita nel ritiro di Moricone.

BibL.: Serafino dell'Addolorata, C. S. p. B. M. di G. passionista, Ioda del Liri 1941.

Nello Vian
BERNARDONI, Gianmaria. - Architetto, n. a Cagno presso Como nel 1542. Studio architettura a Roma prima d'entrare, il 19 genn. 1564, nella Compagnia di Gesù come fratello coadiutore. Lavorò in varie chiese dell'Ordine in Italia, ma nel 1582 venne inviato in Polonia dove lo sviluppo della Compagnia richiedeva molte costruzioni. Edificò le chiese ed i collegi di Kalisz e di Nieśwież (1582-99) ed eseguì pure i disegni per la bella chiesa e l'annesso convento dei Cistercensi nel santuario di Kalwarja Zebrzydewska, presso Cracovia. Nel 1599 fu chiamato a dirigere la costruzione della grande chiesa dei SS. Pietro e Paolo della casa professa dei Gesuiti a Cracovia, uno dei monumenti più insigni del barocco nell'Europa nord-orientale; ma morì prima di terminarla, il 19 nov. 1605. La sua arte, specialmente nella chiesa di Cracovia, si ispira molto al Gesù di Roma.

BibL.: J. Wielewicki, Dziennik spraw domu Zakonnego 00. Yezuitów u sw. Barbary w Krakowie. II, Cracovia 1886, p. 101: St. Tomkowiez, s. v. in Thieme-Becker, I (1909), p. 446; St. Bednarski, in Pabki stawnik biograficzny, I, Cracovia 1933, pp. 461-62 (con bibl.).

Edmondo Lamalle
BERNARDUS, Lombardi. - Tomista francese del sec. xiv, domenicano nel convento di Perpignano fu priore di Avignone (1323), quindi provinciale della sua provincia di Provenza (1323-27). Commentò le Sentenze a Parigi negli anni 1327-28. Già nel 1325 il re di Napoli, Roberto d'Angiò aveva inviato una supplica al Pontefice perché si degnasse promuoverlo maestro in teologia in via extraordinaria. Ma Giovanni XXII rispose che si seguisse la via ordinaria delle promozioni. Cosi ricevette il magistero solo tra il 1331 e 1332.

Scrisse un Commento alle Sentenze (Monaco Staatsbibl. cod. let. 13301, Lipsia bibl. univ. ms. 542, Milano, bibl. ambrosiano H 44 inf.), che è uno dei migliori dell'epoca per la chiarezza e la profondità della dottrina. In qualche questione però si nota un certo influsso di Durando da St-Pourpain. Scrisse pure delle questioni quodlibetali.

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Bibl.: I. Quétif-I. Echard, Scriptores O. P., I, Parigi 1719, pp. 560-61; I. Koch, Die Verteidigung der Theologie des hl. Thomas von Aquin durch den Dominikanerorden gegenüber Dorandus de S. Porciano, in Xenia Thomistica, 3 (1923), pp. 334350; id., Dorandus de S. Porciano, Münster 1927, p. 314 sq.; Th. Käppelli, Kiorze Mitteilungen über mittelalterliche Dominidhancrschriftsteller, in Archivum fratrum Praed., 10 (1940), pp. 294293.

Allonso D'Amato
BERNARDUS, PAPIENSIS : v. balbi bernardo.
BERNETTI, Tommaso. - Cardinalc, n. a Fermo il 29 dic. 1779, m. ivi il 21 marzo 1852. Studiò legge nella città natale e si recò a Roma per farvi pratica sotto il Bartolucci. Intelligente ed attivo, seppe presto farsi notare ed ebbe nomina di segretario di Rota. Nipote del card. Brancadoro, arcivescovo di Fermo, quando lo zio fu confinato a Reims da Napo'sone, lo seguì, rimanendo con lui cinque anni. Nel 1813 Pio VII lo inviò a Maestricht con l'incarico di far recapitare lettere segrete all'imperatore d'Austria. Questa ed altre missioni di fiducia bene eseguite lo posero in vista nella restaurata corte romana. Sconfitto il Murat, durante l'effimero governo del quale aveva dovuto abbandonare Roma, fu mandato a trattare lo sgombero delle Legazioni da parte degli Austriaci (1815). Molto stimato dal Consalvi, fu nominato delegato a Ferrara, dove dette prova di prontezza e di energia, non disgiunte da tatto, e successivamente assessore alle Armi e, dopo la fuga di mons. Pacca, direttore generale di polizia e governatore di Roma (1820-26). In questo duplice delicato ufficio si fece apprezzare per maturità di mente e sicurezza di giudizio, specie in occasione del tormentoso biennio 18201821 e del Conclave del 1823. Leone XII lo inviò a Mosca per l'incoronazione dello zar Nicolò I (1826) e lo incaricò di importanti negoziati a Vienna e a Parigi. Segno di gratitudine e di stima la sua creazione a cardinale dell'ordine dei diaconi, col titolo di S. Cesareo in Palatio, il 25 giugno 1827 , che tenne fino al 22 genn. 1844, quando passò a quello di S. Lorenzo in Damaso. Nominato successivamente legato a Ravenna, non raggiunse mai la propria sede, parte per le non buone condizioni di salute (soffri acutamente di podagra), parte per la propria volontà di non andare in località ancora sotto l'impero di commissioni straordinarie. Conoscitore dei mali che travagliavano l'amministrazione pontificia, desiderava che fossero rimosse radicalmente le cause, piuttosto che rimediarvi saltuariamente ed inefficacemente. Nell'estate 1828 fu chiamato a succedere al Della Somaglia nella Segreteria di Stato, carica da cui fu allontanato all'avvento di Pio VIII, che lo sostituì con l'Albani (marzo 1829). «Il non essere stato richiamato al posto che occupavo due mesi indietro - scriveva con serena obiettività all'amicissimo mons. Amat, l'8 apr. non mi ha fatto la più passeggera amarezza... Se tornavo da capo chi sa se avrei avuto la fortuna medesima? Temo anzi che sarebbe accaduto tutto il contrario per il cumulo, se non altro, delle circostanze». Alla morte di Pio VIII, capeggiò in conclave col Falzacappa la corrente contraria all'Albani. Dal nuovo pontefice, Gregorio XVI, fu richiamato alla Segreteria di Stato (bebbr. 1831). Le sue doti d'intelligenza e di abilità furono subito messe a dura prova dalla rivoluzione che scosse lo Stato e dalla discorde e invadente politica delle grandi potenze. Diffidente della Francia di Luigi Filippo, dovette appoggiarsi all'Austria, pur cerrando, appena possibile, di sottrarsi alla tutela di questa. L' «èra novella» da lui promessa non si avverò, ma fu suo merito un serio tentativo di riforme amministrative. Convinto sostenitore del-
l'accentramento e dell'unità di governo, in contrasto anche con le idee del card. Oppizzoni, legato a latere per le quattro Legazioni, cercò di annullare praticamente i risultati della Conferenza e del Memorandum delle quattro potenze ( 21 maggio 1831), riaffermando la priorità dell'iniziativa pontificia, e mirando a segnare linee indipendenti di azione futura. Del dissidio austro-francese, culminato con l'occupazione di Ancona (1832), seppe giovarsi per ottenere un modus sitiendi e un termine certo di sgombero. In pari tempo, accanto a notevoli riforme dell'esercito e della forza pubblica, creò quei centurioni, milizia volontaria locale, che, nel suo concetto, doveva concorrere a liberare lo Stato dalla tutela straniera. E, per lo meno per il momento, riuscì a salvare lo Stato e a tutelarne la dignità. "So bene - confidava all'Amat il 19 marzo 1831 - che si vorrebbe ora proporre conciliazioni, dare consigli, accomodare le cose con l'intervento morale ecc., e tutto ciò andrà bene; ma si rimettan prima le ossa al sesto loro». Alleggerito dal peso degli affari interni dalla nomina del Gamberini nel 1833 , nel 1836 , sotto pretesto di malattia, ma in realtà per imposizione dell'Austria che non ne amava il desiderio d'indipendenza e per le recriminazioni di molti contro la sua politica di largo spendere, fu sostituito dal Lambruschini. Per molti anni in disparte, seguiva con intelligenza gli avvenimenti (del manifesto dei ribelli di Savigno, scriveva che «è una certa raba che non può non lasciare una impressione perché contiene delle verità che fanno sangue n, 28 sett. 1843). Nel Concistoro del 22 genn. 1844 veniva elevato alla dignità di vicecancellicre di S. Chiesa e contemporaneamente fu chiamato a far parte di una commissione per l'ulteriore rafforzamento dell'esercito papale. Della sua capacità ebbe a giovarsi anche Pio IX nei primi suoi atti, assegnandolo con il Gizzi, con il Lambruschini e con l'Amat alla commissione provvisoria consultiva di governo. Ma la salute non buona lo tormentava. Nelle agitate vicende del 1848 conobbe l'amarezza di un temporaneo arresto ( 1 maggio) dopo l'allocuzione del 29 apr. Ucciso il Rossi, si ritirò a S. Elpidio, donde poi passò a Napoli, per raggiungere Pio IX a Gaeta. Restaurato il potere temporale, tornò a Fermo molto malandato in salute e quivi si spense in serenità. Buono, colto, spiritoso e attivo, è una delle figure più interessanti tra i porporati dell'80o. Sue lettere inedite all'Amat si conservano nel museo centrale del Risorgimento a Roma.

Bibl.: Anon., Brevi memorie del card. T. B., Pesaro 1832; Anon., Elogio funebre del card. T. B., Loreto 1833; G. Bellonzi, Il card. B. e i fatti del '43 in Romagna, in Giornale d'Italia, 7 marzo 1932; A. Zaro, Il card. B. in alcune sue lettere inedite a Tiberio Putea (1834-37), in Samnium, 19 (1946), pp. 204-10. In genere sul B. e sul suo tempo cf. Gregorio XVI, Miscellanea commemorativa, 2 voll., Roma 1948.

Alberto Maria Ghisalberti
BERNEUX, Siméon-François. - N. il 14 maggio 1814 a Château-du-Loir (Francia), sacerdote nel 1837, entrò nel 1839 nelle Missioni estere di Parigi e partì ( 1840 ) per il Tonchino occidentale. Catturato quasi subito, condotto alla capitale, imprigionato, torturato e condannato a morte, fu liberato nel 1843 con i quattro suoi compagni per l'intervento del comandante Favin-Lévêque, che li voleva ricondurre in Francia. Dall'isola Borbone ottenne di andare a Macao, donde partì per la Manciuria (1844) : qui divenne pro-vicario della missione, che poi governò durante il viaggio in Francia del suo vescovo, mons. Verrolles (v.). Eletto coadiu-

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tore di mons. Ferréol, vicario apostolico della Corea e consacrato vescovo (1854), giunse nella capitale Seul di nascosto a causa della persecuzione, nel ' 56 , dandosi allo studio della lingua e poi subito all'apostolato. Nel '66, mentre le circostanze parevano favorevoli, si determinò invece la persecuzione. Il B. fu arrestato nel febbr., imprigionato e torturato più volte; indi, con tre suoi missionari, fu decapitato l's marzo di quello stesso anno. La sua causa di beatificazione fu introdotta il 13 nov. 1918.

Biel.: A. Launay, Mémorial de la Société des missions etrangéres, II, Parigi 1916, pp. 39-41; F. Trochu, Le serviteur de Dieu S.-F. B., ivi 1937.

BERNI, Francesco. - N. a Lamporecchio in Val di Nicvole nel 1497, studiò a Firenze, vestí l'abito talare e nel 1517 venne nella Roma di Leone X fidando anche nella protezione d'un potente parente lontano, Dovizi da Bibbiena. Morto questi nel 1520 e il Papa nel 1521, venne Adriano VI, che durò poco e poco fu propizio ai letterati, ai poeti e ai fiorentini. Gli successe un altro Medici, Clemente VII, ma con poco vantaggio per il B. Il quale si mise allora ai servigi mal rimunerati del card. Angelo Dovizi nipote del precedente; poi passò a quelli, rimunerati anche meno, del datario Giberti vescovo di Verona e in questa città lo segui. Ma fu in tempo di tornare a Roma per il sacco del 1527. Servi in ultimo il card. Ippolito de' Medici. Leggenda è un suo dissimulato luteranesimo. La inventò nel 1554 il Vergerio; e cercò d'accreditarla pubblicando in un opuscolo, come estratte dal Rifacimento dell'Orlando innamorato, diciotto stanze che in realtà non c'erano mai state e altri aveva fabbricato a questo scopo: un falso letterario. Vero è però che al falsificatore lo spunto era venuto da quattro autentiche ottave contro la corruzione romana e che nel Dialogo contro i poeti, il B. rimprovera il costume umanistico di confondere in una stessa venerazione e quasi in una stessa ragion religiosa, la poesia della Bibbia sacra e la poesia profana. Checché ne possa sembrare, il B. era facile al risentimento morale; e lo dimostrò in un famoso terribile sonetto caudato contro l'Aretino, che, per la qualità dello sdegno non ha proprio riscontro nella letteratura anti-aretinesca dei Franco, dei Doni, ecc.

Nella restante opera poetica il genio della poesia occultò quasi sempre questo impulso morale nella parodia, nella caricatum, e magari anche nello scherzo; e ne vennero fuori i capitoli in lode delle cose meno lodevoli (lo peste, il caldo del letto, i ghiozzi, le anguille, il debito ecc.) i quali, iniziarono un genere letterario nuovo e ricco d'avvenire, il capitolo bernesco, amore del '700, passione del Baretti, nostalgia dei romantici. Si regge il capitolo bernesco sull'ambigua grazia della parola e dello stile che riesce quasi sempre a galleggiare sulla volgarità e ad evitare le lungaggini. Lo stesso si dica dei sonetti caudati. Naturalmente non tutti sono capolavori. Al B. non manca la fantasia comica la quale, epurata dagli ultimi residui passionali, poteva generare il granj capitolo al Fracastoro in ricordo dell'ospitalità ricevuta da un prete bifolco. Guardati da questo poeta i fatti si profilano naturalmente nella prospettiva del grottesco. Per creare egli aveva bisogno di sapere e vedere le cose dalla cucina e dall'anticamera; il destino poetico gli fu propizio; lo fece vivere tra le quinte nel teatro della vita e nei sottordini del gran mondo. Vennero di là i sonetti caudati su Clemente VII, arguti nella loro volgarità. Restano di lui anche alcune lettere; ma non sono gran che e non ci sorprendiamo che il B., umanista malgrado tutto, continuasse a sentire poco la prosa volgare. Una sua commedia rusticana in versi la Catrina interessa quasi solo per lo scintillio della lingua popolare,eca. Questo scapigliato insomma era un fine letterato; e fondamentale, nella sua ispirazione migliore, resta la
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Ibri. Alimari)
Breni, Francesco - Ritratto, nel Parnaso di Raffaello. Citta del Vaticano, stanze di Raffaello.
sua sensibilità di linguista. Solo cosi si spiega la più sorprendente delle sue fatiche, il Rifacimento dell'Orlando innamorato del Boiardo. Per giustificarselo psicologicamente i critici mossero alla ricerca di intenzioni recondite: che si volesse parodiare; o rinterzare l'oscenità; o epurarla; o strizzar l'occhio alla riforma dai prologhi e dalle aggiunte. Nulla di tutto ciò. Il rifacimento venne a puntino con le polemiche sulla lingua: staffetta anch'esso del nascente purismo e della Crusca dovrà la sua fortuna alla fortuna di questi. L'Orlando innamorato era l'unico grande poema romanzesco non scritto in toscano e i toscani erano desolati di non poterlo ammirare senza questa riserva. A toglierla pensò il B. Che con ciò rendesse anche un servigio a quel capolavoro è più che dubbio; ma certo il rifacimento riusci a soppiantare l'originale per secoli. Alcuni delicati componimenti latini completano l'opera letteraria del B.

Biel.: G. M. Mazzochelli, Vita del B., Milano 1915; C. Pariset, Vita e opere di F. B., Livorno 1915; G. Saviotti, L'arte di F. B., in Fanfulla della Dom., i giugno 1919; C. Testi, B. e i berorschi, in Atti dell' Accad. Olimp. di Vicenza, nuova serie (19231924); L. Suttina, Nuovi documenti su F. B., in Giornale storico della lett. italiana, 90 (1927), pp. 87-91; A. Sorrentino, F. B., poeta della scapigliatura del Rinascim., Firenze 1933; V. Cian, Fr. B., poeta satirico, in Giorn. Stor. d. lett. ital., 104 (1934), pp. 319-23; E. Allodoli, Il pensiero del B., in Rinascita, 29 (1943), pp. 3-18.

Giuseppe Toffanin

BERNICE: v. BERENICE.
BERNICE (Veronica), PRÓSDOCE e DOMNINA, sante, martiri. - Il loro peculiarissimo martirio, avvenuto in Antiochia, è attestato da Eusebio di Cesarea, e da s. Giovanni Crisostomo. D., molto nota per la sua bellezza e ricchezza, all'irrompere della persecuzione fugge dalla città con le sue due figlie, B. e P., avvenenti per venustà di forme e fiorente età. Vengono spediti soldati per rintracciare le fuggitive che, prese, sono ricondotte ad Antiochia. Ma giunte presso un fiume, sonacie della sorte che le attende, la madre esorta le figlie a gettarvisi per sfuggire all'ignominia; vestitesi di festa e chiesto ai soldati di potersi allontanare per un istante, vi si precipitarono atmegandovisi. Tanta fortezza d'animo riscosse il plauso dell'antichità cristiana, come attesta s. Agostino (De civitate Dei, I, 26). Il Martyrologium Hieronymianum: le ricorda al is apr., mentre i Sinassari greci al 4 ott.

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Bib.: Eusebio, Hist. eccl., VIII, 12, 5; S. Giovanni Crisostomo, Homilia: PG 50, 629-40, 644; Martyr. Hieronymianum, pp. 191-92; A. Wilmart, Le souvenir d'Eusibe d'Emoce. Un discours en l'bonneur des saintes d'Antioche B., P., et D., in Analecta Bollandiana, 38 (1920), pp. 253-84. Agostino Amore

BERNIER, Etienne-Alexandre. - Vescovo di Orléans, n. il 31 ott. 1762 a Daon, m. il 1^{°} ott. 1826 a Parigi. Dottore in teologia, parroco di St-Laud d'An. gers, si rifiutò di prestare giuramento alla costituzione civile del clero. Fu uno dei capi dell'insurrezione della Vandea, ma nel 1799, dopo il 18 brumaio, iniziò trattative col governo repubblicano, e convinse i ribelli a por fine alla sollevazione. Gallicano, fu prescelto dal Primo Console a condurre in suo nome con lo Spina le prime trattative per il Concordato del 1801. Aveva la segreta speranza di diventare arcivescovo di Parigi, ma gli fu preferito il vecchio Belloy. Purtuttavia nell'apr. 1802 il legato Caprara gli conferì il diritto di partecipare all'amministrazione episcopale di Parigi, incarico che gli faceva sperare la nomina a coadiutore. Nell'ott. 1802 divenne vescovo di Orléans. Pio VII lo credi cardinale, ma fu riservato in pectore, perchè alla pubblicazione si oppose Napoleone, memore che il B. era stato uno dei più accesi vandeani: e non fu mai pubblicato.

Bib.: I. Rinieri, La diplomazia pontifiria nel sec. XIX (II Concordato tra Pio VII e il Primo Console, anno 1800-1802), Roma 1902, passim; F.-D. Mathieu, Le Concordat de 1801, Parigi 1903, spec. p. 48 sgg.; L. De Laresc de Loberec, Les débats du régime concordataire à Paris: l'épiscopat du card. De Belloy (1802-1808), in Revue des questions historiques, nuova serie, 38 (1907), spec. p. 133 sgg.; J. Leflon, E. B., lettres, notes diplomatiques, mémoires, rapports inédits, Parigi 1932; id., E.A.B., Evêque d'Orléans, 2 voll., ivi 1948.

Silvio Fattani
BERNIÈRES-LOUVIGNY, Jean de. - Scrittore mistico francese, n. a Caen nel 1602 , ivi m. il 3 maggio 1659. Datosi alle buone opere dalla gioventù e membro della Compagnia del S. Sacramento fondata a Caen dal barone de Renty (1645), ne prese la direzione dopo la morte di esso (1649). Abbandonò allora la carica di tesoriere regio e si ritirò in una casa ("l'Ermitage") accanto al monastero delle Orsoline fondato da sua sorella Giordana; ne fece una specie di casa di ritiro, di pie opere e centro d'un intenso movimento spirituale, in relazione con i principali mistici del suo tempo (Maria des Vallées, s. Giovanni Eudes, Enrico Boudon, Maria dell'Incarnazione, i vescovi missionari de Laval e Lambert, ecc.). Non pago di prendere parte attiva a tutte le fondazioni religiose a Caen e dintorni, aiutò coraggiosamente le imprese apostoliche della signora de la Peltrie nel Canadà (cominciando con il simulare un matrimonio con essa per superare l'opposizione che la famiglia metteva al suo imbarco). Fu una della figure più sorprendenti del '60o spirituale francese.

Il de B. mentre viveva non pubblicò nulla. Le note spirituali che scrisse o dettò (oltre a 174 lettere) furono dopo la sua morte ordinate e rimaneggiate da altri: Le chrétien intérieur, ou la conformité intérieure que doivent avoir tous les chrétiens avec fésus-Christ (Rouen 1660 e Parigi 1661; nel 1670 già dodici edizioni a Parigi) per opera del cappuccino Ludovico Franc. d'Argentan, che diede un 2^{°} vol. a Rouen nel 1677; Les ceuvres spirituelles de M. de B.-L., on conduite assurée pour ceux qui tendent à la perfection (Parigi 1670) a cura del p. Roberto di St-Gilles, dei Minimi.

Questi scritti del pio laico furono molto letti nei circoli devoti, più delle opere dei grandi mistici francesi coevi. Ebbero traduzioni in varie lingue, a cominciare dall'italiana : Il christiano interiore..., trad. da Alessio Cenami, Venezia 1668; Opere spirituali del sig. de B.-L., Todi 1676. Ma vennero presto condannati dall'Indice (nel 1666 il Christiano interiore, nel 1669 l'edizione francese, nel

1690 le Oeuvres spirituelles e nel 1728 una nuova traduzione italiana) a causa, sembra, di espressioni esagerate o che, scritte prima del pericolo semiquietista, sembravano favorirlo. Non fu condannata la seconda parte del Chretien intérieur (1677) nò Les pensées de M. de Ber-nières-Louvigny ou sentiments du chrétien intérieur sur les principaux mystères de la foi (Parigi 1678). Le Règles des associés à l'enfance de fésus, inserite nell'Indice sotto il suo nome, non sono di lui, ma della Guyon. Delle opere condannate, non si trovano ora di lui che edizioni moderne espargate (Mansiglia 1834, Lione 1852-54, Parigi 1867, ecc.).

Bibs.: M. Souriau, Deux mystiques normands au XVIIr siècle: M. de Renty et 7. de B., Parigi 1913; H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux en France, VI, ivi 1926, pp. 226-66; R. Heurtevent, La doctrine de 7. de B., ivi 1938; id., s. v. in DSp. I, coll. 1522-28. Edmondo Lamalle

BERNINI, Domenico. - Figlio primogenito del celebre artista Gian Lorenzo, entrò nello stato ecclesiastico e fu canonico di S. Maria Maggiore. Fiori nel primo venticinquennio del sec. xvili.

La sua Istoria di tutte le cresie, pubblicata in 4 voll. in-folio a Roma nel 1703-17, sebbene non soddisfi più alle esigenze della critica moderna, ebbe larga divulgazione e può rendere ancora qualche servizio; fu compendiata da G. Lancisi (Venezia 1737). Scrisse anche : Il tribunale della S. Rnoto Romana, i vol. in-fol., Roma 1717, e le Memorie istoriche di ciò che hanno operato i Sommi Pontefici nelle guerre contro i Turchi, Roma 1685. E sua anche una Vita di s. Giuseppe da Copertino, Roma 1722.

Bibs.: Mazzuchelli, II, II, p. 1000 ; Hurter, IV, p. 922.
Pio Paschini
BERNINI, Gian Lorenzo. - Architetto, scultore, pittore, scenografo, n. a Napoli dallo scultore Pietro B., fiorentino, e da Angelica Galante napoletana, il 7 dic. 1598 ; m. a Roma il 28 nov. 1680. Fu definito dallo Schlosser "molto discusso genio". Complessa fu certamente la sua personalità; ma è propriamente per la forza del suo genio che il B. ha dimostrato come il gusto barocco, deprecato dalla critica neoclassica, potesse risolversi in arte. Il Bal-
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(per cortesia del dott. B. Hepsckert) Bernini, Gian Lorenzo - Ritratto, inciso da A. van Westerhout ( 1670 ).

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dinucci, nella Vita del B., si faceva già interprete di un convincimento diffuso, scrivendo: «E concetto molto universale, ch'egli sia stato il primo che abbia tentato di unire l'architettura con la scultura e pittura in tal modo, che di tutte si facesse un bel compioto ". Apparentemente sembra così : ma il B. fu essensialmente scultore, nel senso che alla sua massa architettonica, pur risolta in movimento coloristico, inerisce sempre un "sentimento" scultoreo e rappresentativo ineliminabile. Naturalmente il B. non fu scultore al modo di Michelangelo, proprio per l'esperienza coloristica e pittorica implicita nel suo modo di intendere la massa. Come scultore fu
scolaro del padre, che lo incitava a esercitarsi sui modelli dell'arte classica. Arte classica per il B. significava soprattutto arte ellenistica, dove più viva si manifestava cioè l'esperienza pittorica della scultura stessa.

Già nel giovanile gruppo Giove fanciullo (Roma, galleria Borghese) egli si presenta "alessandrino" ai nostri occhi; ma insieme con una intenzione di ritornare agli elementi semplici rinascimentali, analoga alla situazione figurativa dei Carracci. Cinquecentesco e timido nella esecuzione appare il monumento al vescovo Santoni in S. Prassede (1612). Ma poi la sua vena pittorica doveva trionfare: vi contribuiva lo stesso ambiente figurativo in cui il B. veniva formandosi, rappresentato in Roma da quelle corrente di origine veneziana che da Alessandro Vittoria, attraverso Pietro B., si sviluppa a Roma in Camillo Mariani e nel Mochi. Il Mochi, d'altra parte, dimostra di aver superato il gusto del tardo Cinquecento, che ancora si constata in gran parte presso Pietro B., iniziando il nuovo linguaggio barocco nel campo scultoreo. Al gruppo Enna e Anchise della galleria Borghese, con il padre avrebbe collaborato il giovane Gian Lorenzo; ma in realtà non vi si vede traccia della sua personalità. La quale si manifesta invece in opere giovanili, quali il S. Lorenzo Strozzi (Firenze), L'Anima deumata e L'Anima beata (Roma, palazzo di Spagna) e, soprattutto, il David (ca. 1619, Roma, galleria Borghese). Quest'ultimo deriva iconograficamente da una figura negli affreschi di Guido Reni in S. Gregorio al Celio, e, in fondo, non vi è traccia di michelangiolismo. Il B. intuisce subito l'immagine nel movimento pittorico, con una curva anticlassica dell'atteggiamento, con il virtuosismo delle superfici, lucide o ruvide (a indicare la diversa materia) e l'energia espressiva del volto, che dicesi un autoritratto. Il Ratto di Proserpina (galleria Borghese), assai meno significante, è probabilmente un caso di collaborazione tra Gianlorenzo e Pietro B., : in realtà è un gruppo molto meno «barocco» e più cinquecentesco e gianbolognesco, di quanto possa sembrare. Il gruppo Apollo e Dafne (1622; galleria Borghese) è invece tra le più alte affermazioni del B. ancor giovane, ma ormai pienamente sicuro dei propri mezzi. La veste rotzante di Apollo è un ricordo mochiano e il volto richiama l'Apollo del Belvedere. In realtà è migliore la figura di Dafne;
ma l'opera poi appare mirabile per quella trepidante e commossa musicalità, in un ritmo leggero, in un movimento pittorico al massimo, complesso per la ricerca coloristica che vi inerisce. Forse al tempo del breve pontificato di Gregorio XV (1622) risalgono il busto del card. Montoya (Chiesa di S. Maria in Monserrato) e il monumento del card. Bellarmino (Chiesa del Gesù) iconograficamente legati al tipo della torda ritrattistica scultorea del Cinquecento, ma cosi intensi di vita pittorica, ed icastici, che il significato convenzionale della severa tradizione controriformistica appare ormai superato. Il B. infatti non rifiuta nessuna tradizione, purché sia possibile ricondurla e ridurla al significato della propria visione figurativa. Il pontificato di Urbano VIII (1624) comprende più alte affermazioni del genio berniniano, sia nel campo scultoreo, come in quello architettonico e pittorico. Il ritratto marmoreo di Costanza Buonarelli, amata dal B. (Firenze, Bargello, ca. 1625) rivela una libertà ritrattistica, una sintesi di vitalità psicologica e pittorica, superati quanto al "taglio" aperto del ritratto dai busti del card. Scipione Borghese (ca. 1632) ove la dinamica ampiezza dell'imposto denota l'influsso del Rubens e concreta il nuovo canone ritrattistico del B., il quale voleva che il personaggio "si movesse, e ch'ci parlasse" (Baldinucci). A questo tempo risale anche l'autoritratto pittorico degli Uffizi. Del resto, l'attività pittorica del B. si svolse discontinuamente, prevalentemente tra il 1625 e il 1633 . Come pittore il B. conferma (contrariamente a quanto fu asserito) la sua appartenenza al gruppo neoveneziano, per i rapporti con Andrea Sacchi e il Poussin; e il David della raccolta Incisa della Rocchetta dimostra come abbia guardato anche al Guercino. Il B. intese però soprattutto avvalersi di alcuni pittori che attuassero sotto la sua guida, le idee figurative berniniane quali Carlo Pellegrini, autore del quadro di s. Maurizio, un tempo assegnato al B. stesso, e Guido Ubaldo Abbatiṇi. Tra le sculture di questo periodo è da ricordare ancora la statua di s. Bibiana (1626).

Ma soprattutto come architetto il B. si affermò in più di un'opera, e almeno in un capolavoro : il baldacchino per S. Pietro (1624). Il movimento pittorico da cui è animato il baldacchino, più che altrove realizza la sintesi di scultura e architettura propria del B. e il ritmo delle colonne tortili è veramente quello di una massa animata. Il lavoro durò 9 anni e stabilì la fama del B. come architetto. Nella facciata di S. Bibiana (1626) e in quella del collegio di Propaganda Fide (1627), sebbene sia riconoscibile l'accento delle proporzioni berniniane, egli si presenta artista di una severità cinquecentesca, non immensore di Giacomo della Porta. Nel palazzo di Propaganda Fide ottiene però risalti pittorici per l'inclinazione della facciata a sperone. Il B. ebbe gran parte ancora nella costruzione di palazzo Barberini; ma non è risolto definitivamente il problema di quanto spetti al B. e quanto al Maderno e al Borromini. Va ricordato che, durante il pontificato di Urbano VIII, il B. fu anche scenografo per il teatro dei Barberini. Al 1628 risale l'inizio dei lavori per il mausoleo di Urbano VIII in S. Pietro, compiuto molto più tardi (1647). Risponde ad un nuovo

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tipo di monumento funebre che durerà fino al neoclassicismo; ed è un capolavoro del B. In ordine di tempo le altre opere del pontificato di Urbano VIII sono: la tomba della contessa Matilde in S. Pietro (1635); il modello per i due campanili della facciata di S. Pietro (1637), di cui l'unico cominciato fu interrotto e poi demolito per alcune lesioni comprese e per l'opposizione che incontrò; la fontana del Tritone in piaza Barberini, cosi pittoresca e dinamica, ecc.

Il B. cadde dapprima in diagrazia del nuovo pontefice Innocenzo X (1644) il quale preferi il Borromini. Scolpi allora la Verità scoperta dal Tempo (galleria Borghese), la quale rimase incompiuta nella figura del Tempo, e che doveva simboleggiare lo stato d'animo dell'artista di fronte alla umana ingiustizia. Vi si osserva una complessa ricerca pittorica e coloristica, a traverso un movimento ampio in un ondulo di forme rubensiane. Ma il capolavoro di questo periodo e L'Estasi di s. Teresa (1647) in S. Maria della Vittoria, che non solamente rappresenta una sintesi architettonica, scultorea, pittorica e scenografica, ma rivela anche la estrema sensibilità del B., in una visione sincera rivelata dal virtuosistico trattamento delle masse marmoree. Ritornato nelle grazie del Papa, inventò la fontana dei fiumi in piazza Navona (1651) per la esecuzione della quale si valse dell'aiuto di alcuni discepoli. Iniziò ( 1650 ) la costruzione del palazzo Montecitorio, importante per la linea spezzata del prospetto e compiuto molto più tardi da Carlo Fontana.

L'attività del B. si sviluppa ancora durante il pontificato di Alessandro VII Chigi. Basti pensare al progetto meraviglioso per il colonnato di S. Pietro (1656); alla chiesa di S. Andrea al Quirinale (1658); alla cattedra bronzea in S. Pietro (1661). In questa ultima è importante il principio della massa coloristica in movimento che crea uno spazio rappresentativo antipaslistico.

La fama del B. era ormai tale, che il re di Francia Luigi XIV gli chiese il progetto per la facciata del Louvre e volle che venisse a Parigi. Vi rimase cinque mesi, dall'apr. del 1665; ma il suo progetto non venne seguito, anche per motivi di gelosia da parte di artisti francesi. E anche il ritratto equestre del re, non piacque e fu malamente raccontiato dal Giraudon (un mirabile bozzetto in terracotta si trova alla galleria Borghese). Comunque, il viaggio in Francia del B., descritto fedelmente in un diario da Fréart de Chantelou, rimane un documento fondamentale della storia del gusto figurativo in genere, e del B. in particolare.

Ritornato in patria, eseguisce ancora numerose opere, tra cui ricordiamo: la statua equestre di Costantino ( 1670 , portico di S. Pietro); le statue per il ponte S. Angelo, di cui due sono nella chiesa di S. Andrea delle Fratte; il monumento del papa Alessandro VII in S. Pietro (16721678); la statua giacente della b. Ludovica Albertoni in S. Francesco a Ripa (1674); ecc.

Si conservano anche numerosi disegni del B., che spesso acuturiscono da un intimo e immediato stato d'animo. Disegni che non si intendono senza scoprirvi, tutta intera e concreta, la personalità del B., scultore,
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(Pd. Alivari)
Bernini, Gian Lofrezo - Fontana detta "dei Quattro Fiumi", Roma, piazza Navona.

Withlower, A counter project to B.'s P. di S. P. s. in Jahrb. Warburg last., 3 (1939-40), pp. 88-106; H. T. Fokker, The career of G. L. B. as sculptor, in The Art Quarterly, 3 (1940), pp. 245-66; U. Donati, Tre fontane borminiane, Roma 1941; A. De Rinaldis, Il luminismo del B., in Primato, 3 (1942), pp. 185-86; A. Schiavo, La donna nelle sculture del B., Milano 1942; C. Mezzana, L'altare borminiano della Vitulazione nel santuario di Susano, Roma 1942; R. Battaglia, Crocifiss del B. in S. Pietro in Vaticano, in 1942; id., Un'opera del B. triennata; la memoria del Merenda, Virenza 1942; id., La cattedra borminiana di S. Pietro, Roma 1943; L. Grassi, Disegni del B., Bergamo 1944; id., B. pittore, Roma 1945; F. Nifis, B. en Madrid, in Archivo Español de Arte, 69 (1945), pp. 150-61; L. Grassi, Disegni iuodici del B. e la decorazione di ponte S. Angelo, in Arti figurative, 2 (1946), pp. 180 192; M. Carducci, Opinione e dicbue del caballero B., in Revista de ideas estéticas, 5 (1947), pp. 355-73; L. Grassi, Storia del disegno, Roma 1947, p. 144.

Luigi Grassi

BERNINI, Giuseppe Maria da Garofano. Illustre missionario del Tibet. N. il 2 sett. 1709 da nobile famiglia, entrò fra i Minori cappuccini dell'antica provincia di Brescia nel 1726 (1731 ?). Ben fornito di studi, partí per la missione del Tibet, arrivando a Patna nel 1739; qui si trattenne fino al suo stabilimento in Lhasa nel maggio 1742, ove rimase nonostante la persecuzione. Nel dic. 1745 fondò una fiorente missione a Bettiah, nel Nepal, ch'egli, dopo essere stato superiore a Chandernagor dal dic. 1746 all'ag. 1750, diresse fino alla morte, avvenuta il 15 genn. 1761.

Il confratello, missionario Cassiano Beligatti da Macerata (v.) ne scrisse le Memorie, le quali, completate dal p. Silvio da Brescia anche con lettere dello stesso B., furono edite dal Moroni a Verona nel 1767. Compose varie opere in lingua hindi e urdu per l'istruzione religiosa dei

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convertiti, tradusse in lingua italiana, per facilitare l'azione dottrinale dei missionari, i libri sacri e religiosi braminici, compilò un voluminoso dizionario "Hindi-latino-italicum» ed un altro "Italico-Hindi». E stato pubblicato un suo Dialogo tra un cristiano e un pagano, in lettere nagari, e una Descrizione del Nepal.

Bibl.: Struk, Bibl., VI, pp. 137-38; Ilarino da Milano, Biblioteca dei Minori coppuccini di Lombardia, Firenze 1937, p. 213. Ilarino da Milano

BERNINI, Pietro. - Scultore e pittore, n. a Sesto Fiorentino nel 1562 , m. a Roma nel 1629. Si formò alla pittura manieristica a Firenze, presso il Sirigatti, e tra il 1578-84 collaborò alla decorazione della villa di Caprarola. Dopo un breve soggiorno romano, di cui non si conoscono opere, andò a Napoli ( 1584 ) dove si dedicò alla scultura. Collaborando col Naccherino, fuse nel suo manierismo di formazione toscana gli elementi della plastica locale. La sua mano, rintracciabile in numerose opere decorative, è accertata nelle statue del Monte di Pietà (1598-99), in quelle della distrutta fontana Medina (1600 ca.), del Gesù Nuovo (1601), della cappella Ruffo nella chiesa dei Gerolamini (1603-1605), ecc. Nel 1605 ca. il B. fu chiamato a Roma da Paolo V. Nella sua prima opera, il rilievo con l'Assunta nel battistero di S. Maria Maggiore (1606-11), l'artista è ancora aderente al gusto maturato nell'ambiente napoletano (tipica è la drammaticità patetica dei personaggi); nell'Incoronazione di Clemente VIII, sulla tomba del Pontefice nella cappella Paolina della stessa chiesa (1610-14), il contatto con gli altri scultori della cappella, C. Mariani, il Valsoldo, il Buonvicino, ha determinato nel B. una
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(bst. Alimari)
Bernini, Pietro - L'Assunta, rilievo nella cappella del battistero della basilica di S. Maria Maggiore - Roma.
ricerca di spazialità compositiva e un'accentuazione di naturalismo. L'influsso diretto dell'arte del figlio Gian Lorenzo (a Roma i due artisti ebbero bottega comune) si esplica nel vivace pittorizismo impressionistico della statua di S. Giovanni Battista in S. Andrea della Valle ( 1616 ca.; l'iconografia è ispirata al michelangiolesco Cristo della Minerva), nel gruppo Enea e Anchise, ancora aderente per la freddezza compositiva e per la compostezza del modellato al gusto cinquecentesco, nell'Angelo del Quirinale (1616-17), nel S. Sebastiano del palazzo Barberini, e ancor più nel gruppo Plutone e Proserpina e nella fontana della Barcaccia, opere a lungo discusse nei riguardi dell'attribuzione a Gian Lorenzo o a P. Le affinità col gruppo Enea e Anchise, evidenti nel manierismo formale, nella trattazione del marmo, nel pittoricismo, affine, più che a quello tutto barocco di Gian Lorenzo, piuttosto al gusto diffuso dallo stile del Vittoria (e desunto dal B. forse per tramite del Mochi), hanno indotto la critica più recente ad assegnare il Ratto di Proserpina a P. B., o a ritenerlo almeno opera di collaborazione. Anche nella fontana della Barcaccia (discussa fino a quando i documenti non hanno accertato l'attribuzione a P., di cui è l'ultima opera, 1627-29), il motivo aneddotico della barca alla deriva è tradotto analiticamente e il tema dell'acqua è messo a servigio di un decorativismo superficiale che concorre ad accentuare il realismo degli elementi narrativi (ad es., le nette slabbrature del marmo e la precisa figurazione del sole dello stemma Barberini). Anche quest'opera resta nell'ambito del manierismo di P. B.; il quale, in tutta la sua attività, da quella napoletana a quella romana, conservò una pronta abilità e facilità di mestiere, e nel suo eclettico assimilare le forme del tempo rimase fedele a una chiara e definita visione formale aderente alla corrente manieristica che aveva determinato la sua prima formazione.

Bibl.: G. Sobotka, s. v. in Thieme-Becker, III, pp. 469470 (con bibl.): A. Muñoz, P. B., in L'Arte, 12 (1909), pp. 401 422; id., Il padre del B., P. B. scultore, in Vita d'Arte, 2 (1909), pp. 426-70; A. E. Brinckmann, Barockskulptur, Berlino 1917; G. Delogu, La scultura italiana del Seicento e del Settennio. I, Firenze 1932, pp. 18-21; P. Rosandi, Studi intorno a P. B., in Bitoista del R. Istituto d'archeol. e stor. dell'arte, 3 (1935), pp. 189-202. - Per il Ratto di Proserpina, cf. R. Longhi, Previsioni nelle gallerie italiane, I, R. galleria Borghese, Roma 1928, pp. 8-12. - Per la Barcaccia, v. G. Pollak, La fontana detto la Barcaccia in Roma opera di P. B., in Vita d'arte, 2 (1909), pp. 315-20; id., Die Kunsttätigkeit unter Urban VIII, I, Vienna 1928, pp. 1214.

Eba Gerlini
BERNIS, François-Joachim de Pierres de. - Cardinale, n. il 22 maggio 1715 a St-Marcel de l'Ardèche, di famiglia nobile, studiò dapprima presso i Gesuiti, poi nel seminario di S. Sulpizio. Si stabilì a Parigi ospite del cugino, barone di Montmorency. Visse a corte. Spirito sensibile e raffinato, incarna la tipica figura, assurda tutto sommato, di illuminista cristiano : nega l'empietà, ma crede al razionalismo del suo tempo. "Mi sono fatto rimproveri come cristiano, diceva, ma non come honnête homme». E tra le più suggestive figure dell'umanitarismo borghese del secolo. Voltaire ne lodò l'esprit. Le sue poesie gli aprirono l'Accademia francese nel 1744. Nel 1751 fu inviato ambasciatore a Venezia, dove fece vita molto mondana. Tornato a Parigi, fu ordinato sacerdote (1755) e l'anno seguente partì per Vienna.

La situazione era molto delicata ed egli cercò di tergiversare diplomaticamente, finché l'avvenuto accordo tra la Prussia e l'Inghilterra non lo convinse a

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firmare a Versailles il trattato con Maria Teresa, il 1 maggio 1756. Dopo l'inizio delle ostilità, alla distanza di un anno, firmò con l'Austria un secondo trattato più impegnativo del primo, mentre al tempo stesso iniziava trattative anche con la Spagna, la Russia e la Svezia. Ma la guerra dei Sett'anni fu molto dura per la Francia, e ben presto si aggiunsero torbidi interni mentre le condizioni finanziarie divenivano sempre più preoccupanti. B., che era stato nominato ministro degli Esteri il 27 giugno 1757, chiese che fosse fatta la pace e che fossero attuate le riforme interne. Le sue proposte non solo furono accolte con molta ostilità, ma egli stesso fu accusato di avere provocato la guerra firmando il trattato di Versailles. Nel sett. del 1758 fu sostituito dallo Choiseul. Il 13 dic. lasciò Parigi in forzato esilio nella sua abbazia di Saint-Médard nella diocesi di Soissons. Il 2 ott. 1758 fu creato cardinale da Clemente XIII e si ordinò prete. Richiamato dal re a Parigi, nel 1764 dopo la morte della Pompadour che era stata la più accanita oppositrice delle sue riforme finanziarie, fu consacrato il 5 ag. arcivescovo di Albi. Nel 1760 fu inviato a Roma, dove partecipò al Conclave per l'elezione di Clemente XIV, ed ebbe quindi dalla Francia l'incarico di rimanere a Roma in qualità di ambasciatore con la particolare missione di ottenere la soppressione dei Gesuiti. I negoziati durarono fino alla soppressione avvenuta il 16 ag. 1773. B. rimase ancora a Roma e partecipò al Conclave per l'elezione di Pio VI. Scoppiata la Rivoluzione Francese e promulgata la costituzione civile del clero, si adoperò finché gli fu possibile a ritardarne la condanna da parte del Papa, mettendo innanzi le condizioni, in cui si trovava Luigi XVI; rifiutò il giuramento, perdendo cosí tutti i ricchi proventi che rendevano particolarmente splendida la sua vita a Roma, e l'ufficio di ambasciatore. Morì il 2 nov. 1794; fu seppellito nella chiesa di S. Luigi de' Francesi, e nel 1803 il suo corpo venne trasportato in Francia.

BibL.: Ch.-A. Sainte-Beuve, Causeries du lundi, VIII, Parigi 1824, pp. 1-17; F. Masson, Le cardinal B. depuis son ministère : 1758-1794, ivi 1884; J. de Goncourt, Madame de Pompadour, ivi 1888, passim; J. Chrétineau-Joly, Clément XIV et les Jéruites, ivi 1874; A. Theiner, Histoire du pontificat de Clément XIV, ivi 1852; P. Jean, Les écêques et les archevêques de France depuis 1682 jusqu'à 1801, ivi 1891; D. de La Grace, Histoire religieuse de la Révolution Française, I, ivi 1925. p. 280 sg; A. Gerbi, La politica del Settecento, Bari 1928, passim; A. Sorel, Essais d'histoire et de critique, Parigi 1930, pp. 145-64; P. Calendini, s. v. in DHG, VIII, 847 sg. Emma Santovito-*

BERNOLÁK, Anton. - Sacerdote cattolico e filologo slovacco, n. a Slanica il 4 ott. 1762, m. a Nové Zámky il 15 genn. 1813.

Le sue opere sono: Dissertatio philologico-critica de litteris Slavorum (1787); Grammatica slavica ad systema scholarum nationalium accomodata (1790); Lexicon slavicumbohemico-latino-germanico-hungaricum, 6 voll., pubblicato dopo la sua morte a Budapest nel 1825-27. Deve essere considerato fondatore della lingua letteraria slovacca, avendo adottato il dialetto slovacco occidentale parlato nei pressi di Trnava, in ció seguito dai cattolici, mentre i protestanti mantennero l'uso del ceco. Per la diffusione della cultura fra il popolo e per l'incremento della lingua creò la Učené Slovenské Tovaryšstvō (Societas erudita slovacco), in cui adunò un gran numero di letterati.

BibL.: S. Vlček, Dejiny literatúry slovenshej (Storia della letteratura slovacca), Turčanské Sv. Martin 1923; W. Giusil, Tendence della letteratura slovacca da B. e Kubalin (Prefazione a M. Kukučin, Cronache della casa triste, Udine 1928).

Miroslav Stumpf
BERNOLDO di Costanza. - Cronista, n. verso la metà dell'xi sec. nella diocesi di Costanza, m. il 16 sett. 1100 a Sciaffusa. Studiò sotto la guida di

Bernardo di Costanza e fu monaco benedettino di St. Blasien. Nel 1079 partecipò al Concilio romano e, tornato in Germania, fu uno dei più convinti sostenitori di Gregorio VII. Nel ro84 venne ordinato sacerdote a Costanza e, nel ro91, passò al monastero di S. Salvatore a Sciaffusa. Scrisse numerosi tra